30 settembre 2007

Non bussare alla mia porta (W. Wenders, 2005)

Non bussare alla mia porta (Don't come knocking)
di Wim Wenders – Germania/Francia/USA 2005
con Sam Shepard, Jessica Lange
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Un attore western di mezz'età, dopo aver condotto una vita dissoluta, fugge improvvisamente dal set del film che stava girando: dapprima si rifugia dalla madre, poi decide di recarsi nel Montana alla ricerca del figlio trentenne che ha appena scoperto di avere. Dopo "La terra dell'abbondanza", Wenders prosegue il suo viaggio nella provincia americana con un'altra pellicola che mette al centro i difficili rapporti familiari e comunicativi del protagonista, lasciando da parte stavolta i temi politico-sociali e addentrandosi nei grandi spazi dell'ovest (e del nord-ovest) con un percorso più intimo e personale che ricorda in parte "Paris, Texas". Viene messa da parte anche l'ossessione per l'elettronica, i video e l'immagine (se escludiamo gli elementi metacinematografici: ma non a caso si parla di un cinema "del passato", con un film western che sembra di cinquant'anni fa!). A una prima parte completamente incentrata sull'irrequieto personaggio di Howard Spence interpretato da Sam Shepard (anche sceneggiatore), ne segue una seconda più corale e ricca di sorprese e colpi di scena (come quelli relativi alla misteriosa ragazza bionda il cui cammino si intreccia con quello di Howard). Le ottime musiche pop/country di T-Bone Burnett e la bella fotografia iperrealista contribuiscono a rendere il film una gioia per gli occhi e le orecchie, anche se forse è un po' meno profondo del precedente. Rivisto per la seconda volta, in ogni caso, mi è piaciuto di più. In un cast che comprende anche grandi nomi (Tim Roth è l'uomo incaricato dalla compagnia cinematografica di rintracciare Howard, un personaggio che ricorda altri character wendersiani come il detective di "Fino alla fine del mondo" o l'agente speciale di "Million dollar hotel") e vecchie glorie (Eva Marie Saint, l'anziana madre del protagonista), spiccano per bravura e simpatia i tre giovani Gabriel Mann, Sarah Polley e Fairuza Balk.

28 settembre 2007

I Simpson - Il film (D. Silverman, 2007)

I Simpson - Il film (The Simpsons movie)
di David Silverman – USA 2007
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Premetto di non essere un fan accanito della serie televisiva, anche se sporadicamente la guardo con un certo piacere. Atteso da molti anni (e mi chiedo perché non sia stato realizzato prima), il lungometraggio cinematografico dei Simpson delude un po' quelli che, come me, si aspettavano qualcosa di più sensazionale e dirompente: non dico all'altezza del mitico film di South Park, ma almeno a quella dei migliori episodi televisivi degli stessi Simpson. Molte battute invece non sono particolarmente divertenti, la satira è all'acqua di rose e la sceneggiatura non sfrutta fino in fondo le possibilità offerte dalla maggior durata della pellicola rispetto al format classico. Visto lo spazio a disposizione, stupisce infatti come non vengano approfonditi i numerosi personaggi: quelli minori fanno solo una comparsata (e rimangono del tutto enigmatici e sconosciuti a uno spettatore che non li conosca già attraverso la televisione), mentre dei cinque membri della famiglia l'attenzione è concentrata quasi esclusivamente su Homer e Marge: persino Bart resta quasi completamente ai margini della vicenda. La storia vede Homer provocare una catastrofe ecologica inquinando le acque del lago con gli escrementi di un maiale: l'EPA, l'agenzia di protezione ambientale, reagisce imprigionando la città di Springfield sotto una cupola trasparente e minacciando di nuclearizzarla. La prima parte del film è piuttoso brillante (con alcuni divertenti in-jokes sul fatto che si tratti di un film: Homer, per esempio, afferma che "è da stupidi pagare per qualcosa che si può vedere gratis in televisione"), mentre la seconda conduce stancamente verso una conclusione prevedibile. Nessuna sorpresa dal lato tecnico, ma francamente non era nemmeno giusto attendersi uno stile di animazione differente.

Ultraviolet (Kurt Wimmer, 2006)

Ultraviolet (id.)
di Kurt Wimmer – USA 2006
con Milla Jovovich, Cameron Bright
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

In una megalopoli futuristica, governata da una casta di scienziati-religiosi, un misterioso virus trasforma alcuni individui in una sorta di vampiri (chiamati "emofagi"), dotati di incredibili capacità atletiche, che vengono perseguitati e sterminati per paura del contagio. Violet, una di loro, entra in possesso di una misteriosa arma che si rivela essere un bambino, nel cui sangue è presente un antigene in grado di cancellare l'umanità. Inseguita dalle autorità e dai suoi stessi compagni, dovrà lottare per salvare la propria vita. Una storia confusa e una sceneggiatura priva di ogni senso logico, per un filmaccio d'azione che ha i suoi unici pregi (si fa per dire) nella fotografia ipercolorata come un fumetto americano, e non a caso i titoli di testa consistono in una serie di finte copertine di comics che fanno sorgere il dubbio che il film sia tratto per l'appunto da qualche serie a fumetti (ma non è così). I colori risaltano anche nei costumi della protagonista, che cambiano tinta da scena a scena, negli sfondi e nelle scenografie, mentre le sequenze d'azione devono molto al cinema di Hong Kong. La bellissima Milla cerca di fare del suo meglio in un ruolo ancor più dinamico di quello di "Resident Evil", ma il risultato – non per colpa sua – non è soddisfacente.

26 settembre 2007

Lo squalo (S. Spielberg, 1975)

Lo squalo (Jaws)
di Steven Spielberg – USA 1975
con Roy Scheider, Richard Dreyfuss
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Un gigantesco squalo bianco terrorizza una località balneare, provocando numerose vittime. Dopo aver tentato senza successo di convincere le autorità a chiudere le spiagge, il capo della polizia decide di dare la caccia all'animale con l'aiuto di un biologo marino e di un pescatore. Il primo grande successo di Spielberg resta ancora adesso uno dei suoi film migliori e uno dei miei preferiti fra quelli da lui diretti. Pur non essendo tecnicamente un film horror, riesce a costruire una grandissima tensione grazie alle inquadrature da sotto il livello dell'acqua, alla musica di John Williams e ai momenti di attesa nei quali si teme che lo squalo attacchi da un momento all'altro. Il personaggio di Scheider è al centro di tutto: il suo rapporto di amore/odio con il mare, il suo senso di responsabilità (che deve fare i conti con il pragmatismo del sindaco della cittadina) e il suo coraggio nello scegliere di affrontare l'animale faccia a faccia lo guidano in un cammino personale contro l'ignoto e il pericolo: la caccia allo squalo diventa così una sorta di viaggio alla scoperta di sé stesso. E il predatore fa davvero paura perché viene percepito come una minaccia realistica (a differenza delle creature fantascientifiche o animate a passo uno di tutti i precedenti "film di mostri"), anche se in realtà le sue dimensioni, la sua forza e la sua intelligenza sono esagerati. Il film fu campione d'incassi (in un certo senso è il progenitore degli odierni blockbuster estivi), vinse tre Oscar e generò diversi sequel di bassa qualità, tra cui il famigerato terzo capitolo in 3D. Pare che in quegli anni causò anche un'ondata di paura e paranoia fra i bagnanti, danneggiando l'industria del turismo balneare negli Stati Uniti. Il personaggio del pescatore interpretato da Martin Shaw può ricordare per certi versi il capitano Achab di "Moby Dick".

25 settembre 2007

Il colpo – Heist (D. Mamet, 2001)

Il colpo (Heist)
di David Mamet – USA 2001
con Gene Hackman, Delroy Lindo
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Come si evince sin dal titolo, e in particolare da quello originale, si tratta di un film incentrato completamente sull'ultima rapina messa a segno da un anziano "professionista" del furto e della truffa (Hackman), che in seguito intende ritirarsi a vita privata. Ma nella sua banda di soci fidatissimi stavolta c'è anche un giovane arrogante e inesperto, nipote del suo ricettatore (Danny DeVito), che non si fida completamente del vecchio ladro. All'elaboratissimo colpo segue poi l'inevitabile fase di tradimenti veri o falsi e di inganni incrociati per non dividere il bottino. Ma a differenza di pellicole quali "La stangata", "Inside man" o "La casa dei giochi" dello stesso Mamet, il meccanismo non funziona completamente: lo spettatore arriva ben presto a capire che gran parte dei colpi di scena che si accumulano e si moltiplicano strada facendo rappresentano elementi diversivi e fuorvianti e che fanno parte di un piano più ampio congegnato dal protagonista, tradimenti compresi. E così la tensione viene a mancare, e non resta che attendere pigramente i titoli di coda per mettere un punto fermo sulla vicenda. Buono il cast. Nota: quando il film uscì, molti lo lodarono confrontandolo con "Ocean's eleven", uscito quasi contemporaneamente e incentrato anch'esso su una "rapina perfetta": certo che se il termine di paragone era il film di Soderbergh, non era difficile uscirne vincitori...

22 settembre 2007

La notte (M. Antonioni, 1961)

La notte
di Michelangelo Antonioni – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore Giovanni e sua moglie Lidia sono una coppia in crisi, il cui amore è ormai evaporato per l'abitudine e la noia. Dopo aver fatto visita a un amico in ospedale e aver vagato senza meta per le strade di una Milano moderna e desolata, si accingono a trascorrere la notte nella villa di un industriale brianzolo che li ha invitati alla sua festa. Qui lui cerca di sedurre la giovane e malinconica figlia del padrone di casa (una splendida Monica Vitti, con i capelli neri), mentre lei prende finalmente coscienza della propria solitudine e del fatto di non amare più il marito. All'alba, però, insieme al sole sembra spuntare anche uno spiraglio di speranza. Il secondo film della cosiddetta trilogia dell'alienazione è un'eccellente rappresentazione del vuoto esistenziale degli intellettuali e dell'alta borghesia milanese, narrato da Antonioni con una serie di sequenze da antologia (dagli incontri all'ospedale alla rissa in periferia, dal ballo nel cabaret alla pioggia e ai tuffi in piscina). Il personaggio interpretato da Mastroianni sembra accettare con indifferenza la crisi che sta attraversando ("non ho più idee, soltanto ricordi"), giungendo addirittura al punto di ingabbiare la propria arte al servizio dell'industriale (non a caso alla scena in cui questi propone di "comprarlo" segue l'immagine di una gabbia per uccellini), mentre la Moreau, inquieta e disperata, non attende che la morte. Il personaggio della Vitti si introduce fra i due con la propria tristezza e in qualche modo riesce a scuoterli e a renderli consapevoli della crisi che stanno attraversando. Un film fra i migliori dell'Antonioni "esistenzialista", che in origine doveva raccontare le storie di molti altri personaggi (il regista aveva pensato addirittura a sette coppie, che si scomponevano e ricomponevano nell'arco di una sola notte) e che poi è stato sfrondato rendendolo più compatto, lucido e incisivo. Ottimi gli attori, la musica, la fotografia.

20 settembre 2007

Venezia e Locarno 2007 – conclusioni

Quest'anno anche Hiromi ha fatto l'abbonamento, così abbiamo visto gran parte dei film insieme. Nel complesso, però, la rassegna è stata un po' deludente e non ci ho trovato assolutamente nessun capolavoro. Tutto sommato, visto il livello degli altri film in gara (non ho visto però quello di Michalkov, che dicono sia molto bello), il Leone d'Oro ad Ang Lee mi è parso giusto. Nonostante le solite polemiche della stampa italiana, infatti, anch'io se fossi stato in giuria lo avrei assegnato al regista taiwanese o magari – con un po' di coraggio – a Greenaway. Per quanto riguarda gli altri film visti: fra le conferme rispetto alle mie aspettative ci metto Mouret in positivo e Haynes in negativo; fra le sorprese, Wright e Haggis in positivo, Rohmer e parzialmente Branagh e Kechiche in negativo, nel senso che mi aspettavo che mi piacessero di più. Fra gli italiani si salvano "La ragazza del lago" e soprattutto "Non pensarci", fra le hollywoodianate "Hairspray" e "The hunting party".

Una nota a margine: ho trovato assurde le accuse ad Ang Lee e a un certo tipo di cinema narrativo di essere "vecchio", "superato" o addirittura "nato morto", mentre si osannano le "sperimentazioni" decostruite di Haynes. Le sperimentazioni non hanno valore in sé, ma solo se vengono metabolizzate, assorbite e poi sfruttate per comunicare in qualche modo con lo spettatore. Sono sicuro che fra una cinquantina d'anni, mentre i film di Ang Lee saranno ancora visti e apprezzati come classici, "I'm not there" sarà dimenticato o considerato inguardabile (io lo considero tale già adesso). La stessa sorte, non illudiamoci, la faranno alcuni dei film più contorti e meno riusciti di Lynch, "Inland empire" in primis, così come l'hanno già fatta certe opere di Godard o Warhol. E allora, chi è che è "nato morto"?

19 settembre 2007

Cous cous (A. Kechiche, 2007)

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2007
con Habib Boufares, Hafsia Herzi
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Licenziato dal cantiere navale dove aveva lavorato per 35 anni, l'anziano franco-magrebino Slimani decide di lanciarsi nel campo della ristorazione trasformando una vecchia nave in ristorante per servire lo squisito cous-cous di pesce che prepara la sua ex moglie. Lo aiuteranno i membri della sua numerosa famiglia, ma anche la figlia della proprietaria dell'albergo dove risiede. Il giorno dell'inaugurazione, però, le cose non potrebbero andare più storte. "Le graine et le mulet" sono la semola e il muggine, i due ingredienti principali della pietanza che è la vera protagonista del film. Dopo il bellissimo "La schivata", Kechiche si conferma regista di discreto interesse: ma se quello era un "piccolo" film quasi perfetto nella sua compattezza, questo ha il difetto di essere troppo lungo (quasi due ore e mezza) e di dilatare eccessivamente alcune sequenze, come tutta la parte finale. E dire che ho stesso Marco Muller, direttore del festival di Venezia, ha chiesto al regista di tagliare 45 minuti di pellicola: figuriamoci com'era prima! Se fosse durato meno di due ore sarebbe stato un piccolo gioiello. Resta comunque intatta la grande umanità dei personaggi, che si traduce nella calda convivialità del pranzo in famiglia ma anche nelle tensioni e nei litigi domestici. E in ogni caso si tratta di una di quelle opere che fanno... venire fame, come "Il pranzo di Babette" o "Mangiare bere uomo donna".

18 settembre 2007

Espiazione (J. Wright, 2007)

Espiazione (Atonement)
di Joe Wright – GB 2007
con Keira Knightley, James McAvoy
***

Visto al cinema Cavour, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Tratto dal romanzo di Ian McEwan, un feuilleton vecchio stile che comincia nel 1935 quando la tredicenne Briony Tallis, per immaturità e gelosia, accusa il fidanzato della sorella maggiore di essere un violentatore. Il ragazzo viene arrestato e successivamente costretto ad arruolarsi come soldato semplice durante la Seconda Guerra Mondiale. E Briony cercherà per tutta la vita di espiare il senso di colpa per aver separato i due amanti. Non mi aspettavo quasi nulla da questo polpettone bellico-romantico di un regista fighetto al suo secondo film e il cui lavoro precedente ("Orgoglio e pregiudizio", con la stessa Knightley) non mi aveva convinto affatto. E invece l'ho gradito parecchio, grazie alla sontuosità della rappresentazione, agli scarti temporali all'indietro e in avanti che producono diversi colpi di scena, all'interessante colonna sonora che ingloba il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere e alle tre attrici che interpretano la protagonista da adolescente, da ragazza e da anziana (Saoirse Ronan, Romola Garai, Vanessa Redgrave). La Knightley, nel ruolo della sorella Cecilia, non brilla invece particolarmente (splendido il suo vestito verde, comunque). Wright continua a puntare su una confezione patinata e a fare sfoggio di piani sequenza (notevolissimo quello sulla spiaggia di Dunkerque), ma almeno stavolta riesce a costruire una bella atmosfera, soprattutto nella prima parte, quasi un incrocio fra un film di Michalkov e uno di Altman girato da Ridley Scott.

L'ora di punta (V. Marra, 2007)

L'ora di punta
di Vincenzo Marra – Italia 2007
con Michele Lastella, Fanny Ardant
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi (rassegna di Venezia).

Un ambizioso e spregiudicato agente della guardia di finanza, che non si fa problemi ad accettare mazzette, decide di lasciare l'arma per intraprendere la carriera di immobiliarista: con l'appoggio e la complicità di militari, politici e banchieri, inizia una rapidissima scalata sociale. Ispirato evidentemente alle vicende di Stefano Ricucci e compagni, sembra un tv movie con una sceneggiatura non molto efficace. Il protagonista è un'antipatica canaglia che non esita a ingannare persino la donna che ama e non si ferma davanti a niente, ma il suo personaggio resta tutto in superficie. Incomprensibile il titolo, inconcludente il finale.

17 settembre 2007

Sleuth – Gli insospettabili (K. Branagh, 2007)

Sleuth – Gli insospettabili (Sleuth)
di Kenneth Branagh – USA 2007
con Michael Caine, Jude Law
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Milo Tindle, attore disoccupato, si reca nella villa super-tecnologica del ricco scrittore Andrew Wyke, marito della sua amante, per convincerlo a concedere il divorzio alla donna. Lo scrittore gli fa una controproposta, coinvolgendolo in un gioco pericoloso che sfocerà in una serie di colpi di scena. È il remake dell'omonimo e bellissimo film di Joseph L. Mankiewicz del 1972 (in italiano "Gli insospettabili"), tratto da un lavoro teatrale di Anthony Shaffer, adattato stavolta da Harold Pinter. Michael Caine interpreta il ruolo che fu di Laurence Olivier, mentre Jude Law veste i panni che nell'originale erano dello stesso Caine. E come per ogni remake, bello o brutto che sia, si finisce sempre a chiedersi se ne valeva la pena. In questo caso, forse non completamente. Il meccanismo, per uno spettatore moderno ormai abituato a ogni colpo di scena e pronto ad attendersi di tutto, è meno efficace di quanto non fosse negli anni settanta: e se la prima parte è perfetta (con dialoghi pungenti e alcune divertenti battute sul rapporto fra gli italiani e la cultura), la seconda – quella con il poliziotto – funziona un po' meno bene. Per brillantezza e come gioco intellettuale era meglio il film di Mankiewicz, che peraltro durava molto di più (quasi due ore e mezza contro i novanta minuti di questo), mentre la versione di Pinter e Branagh si lascia apprezzare di più per il substrato psicologico e porta alla luce in maniera piuttosto esplicita i sottotesti omosessuali del dramma. La casa di Wyke, fra telecamere a circuito chiuso, telecomandi e allarmi, ricorda un po' quella di "Osterman weekend" di Peckinpah. Bravi gli attori, ma non eccezionali: Caine, in particolare, mi è parso un po' imbolsito.

Nightwatching (P. Greenaway, 2007)

Nightwatching
di Peter Greenaway – GB/Olanda 2007
con Martin Freeman, Emily Holden
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia)

Un grande Greenaway, senza dubbio uno dei suoi migliori film da alcuni anni a questa parte: racconta la storia del quadro di Rembrandt "La ronda di notte", dipinto dall'artista olandese su commissione per conto di alcuni nobili soldati di Amsterdam facenti parte di una compagnia di miliziani. Nel dipinto, che rompeva molte delle convenzioni dell'epoca per quanto riguardava i ritratti di gruppo, il pittore inserì una serie di bizzarri elementi che intendevano accusare i personaggi ritratti di aver cospirato per assassinare il comandante della propria stessa compagnia. Il film ha una forte impostazione teatrale che però non riduce né il coinvolgimento dello spettatore né la possibilità di apprezzare i dettagli, la recitazione, la musica e tutti gli elementi filmici caratteristici dello stile di Greenaway. Comincia con un incubo di Rembrandt, che sogna di essere stato accecato e ridotto a poter osservare soltanto le tenebre e la notte, e prosegue con un misterioso intrigo che per affinità tematica può ricordare proprio il primo lungometraggio del regista, "I misteri del giardino di Compton House". Ma stavolta l'artista è più il manipolatore che il manipolato, e la pellicola si trasforma in un'interessante riflessione sull'arte (la pittura, in questo caso) come finzione scenica e sulla "disonestà" degli artisti. Lungi dall'essere una biografia, presenta comunque un Rembrandt forte e indimenticabile, un uomo fermo e risoluto che ama sua moglie ma anche le altre donne (in particolare le domestiche), che detesta le ingiustizie, che indugia nelle imprecazioni, che si mostra cinico e sardonico con i nobili e i potenti. Importante il ruolo dell'incessante musica, così come i toni oscuri della fotografia che riproducono quelli del dipinto.

Beyond the years (Im Kwon-taek, 2006)

Beyond the years (Chun nyun hack)
di Im Kwon-taek – Corea del Sud 2006
con Jo Hyeon-jae, Oh Jung-hae
*1/2

Visto al cinema Ariosto, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un suonatore di tamburo tradizionale cerca per tutta la vita di ritrovare la sorella, una cantante diventata cieca, che aveva abbandonato dopo esser fuggito di casa da bambino. In realtà i due non sono fratelli di sangue: erano entrambi orfani adottati da un musicista ambulante, ed è evidente che lui è innamorato di lei, anche se non glielo rivela mai. Un film senza troppo spessore e non particolarmente avvincente, nel quale gli eventi importanti vengono sciorinati uno dietro l'altro e spesso in maniera anticlimatica. La pellicola, che contiene numerosi canti tradizionali accompagnati dal tamburo (un genere musicale che si chiama "pansori"), segue le vite incrociate e parallele dei due protagonisti in maniera lenta e senza emozioni, non aiutata da un attore particolarmente inespressivo che mostra la stessa faccia di fronte a tragedie e momenti di vita quotidiana e che non invecchia di un giorno mentre per il suo personaggio trascorrono venti o trent'anni. Una curiosità: si tratta del centesimo film di Im Kwon-taek (non sto scherzando!), regista attivo sin dagli anni sessanta, da noi noto soltanto per l'altrettanto mediocre "Ebbro di donne e di pittura".

16 settembre 2007

Nella valle di Elah (P. Haggis, 2007)

Nella valle di Elah (In the valley of Elah)
di Paul Haggis – USA 2007
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron
***

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Subito dopo essere tornato in patria dall'Iraq, un giovane marine scompare nel nulla. Di fronte all'indifferenza dell'esercito e all'omertà dei commilitoni, suo padre – a sua volta ex soldato – decide di indagare per proprio conto con l'aiuto di un'ostinata poliziotta, scoprendo scomode verità che arriveranno a mettere a dura prova il suo patriottismo e la sua fiducia nella società americana. Un giallo teso e affilato come la lama di un coltello che affronta il tema del malessere dei reduci di guerra e riflette su come un "conflitto sporco" possa anestetizzare i sentimenti anche dei ragazzi più innocenti. "Crash", il precedente (e osannato) film di Haggis, non mi era piaciuto per niente a causa della sua natura dispersiva e dei personaggi odiosi, mentre questo nuovo film mi è sembrato molto più compatto e appassionante, grazie anche alla maiuscola prova del protagonista (ma anche la Theron non è affatto male) che avrebbe sicuramente meritato la Coppa Volpi, assegnata assurdamente a Brad Pitt.

Nota: curiosamente, per problemi tecnici, la copia proiettata mancava di quaranta minuti del primo tempo che sono stati riproposti soltanto dopo i titoli di coda, non prima però che un gruppo di spettatori il cui entusiasmo superava evidentemente le capacità raziocinanti avesse applaudito un film che, privo di quelle sequenze, sembrava pieno di buchi logici e di passaggi di sceneggiatura a vuoto.

The hunting party (R. Shepard, 2007)

The hunting party - I cacciatori (The hunting party)
di Richard Shepard – USA 2007
con Richard Gere, Terrence Howard
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un corrispondente di guerra, caduto in disgrazia per aver insultato in diretta tv il proprio anchorman, si mette sulle tracce di un criminale bosniaco responsabile di un genocidio e già ricercato inutilmente dall'ONU e dalla CIA. Con l'aiuto del suo fedele cameraman e di un collega novellino riuscirà a individuarne il nascondiglio, ma solo per scoprire che a nessuno interessa veramente catturarlo. Un avvincente film bellico-avventuroso, ambientato prima dell'11 settembre, che stempera temi e situazioni tuttora di attualità con una buona dose di umorismo. "Solo le parti più ridicole di questa storia sono vere" indica un disclaimer posto all'inizio della pellicola, e nei titoli di coda ci viene infatti rivelato con molta ironia quali elementi sono frutto della fantasia dello sceneggiatore e quali no. Non mancano critiche e dubbi sugli sforzi effettivamente compiuti dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale per trovare i responsabili di genocidi e attentati terroristici. Ottimo Gere, così come il resto del cast.

La maggiore distanza possibile (Lin Jing-Jie, 2007)

La maggiore distanza possibile (Zui yao yuan de ju li)
di Lin Jing-Jie – Taiwan 2007
con Guey Lun-Mei, Jia Siao-guo
**

Visto al cinema San Carlo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un giovane tecnico del suono viene licenziato dal set cinematografico dove lavora e decide di recarsi a Formosa per registrare i suoni del luogo e della natura e inviarli (su audiocassetta) alla sua ex ragazza. Ma questa ha traslocato, così i plichi arrivano nelle mani della nuova inquilina, un'impiegata che decide di lasciare il lavoro per partire alla ricerca del misterioso messaggero. La loro storia si intreccia con quella di un bizzarro psicologo che sembra vagare senza meta e il cui personaggio sembra avulso dal contesto e senza legame con la trama principale. Un film "poetico", triste ed etereo, sulla difficoltà di incontrarsi, con alcuni tocchi surreali tipicamente orientali. Un po' lento a ingranare, e un po' inconcludente nel finale, ma la parte centrale è piuttosto piacevole. La bella Guey Lun-Mei si era già vista in "Incrocio d'amore".

15 settembre 2007

Exodus (P. Woolcock, 2007)

Exodus
di Penny Woolcock – GB 2007
con Daniel Percival, Bernard Hill
*1/2

Visto al cinema Ariosto, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Città di Promised Land, inizio XXI secolo: Pharaoh ("Faraone") Mann, politico populista, fa costruire una riserva/campo di concentramento dove rinchiudere tutti gli immigrati e i disadattati della sua città. Mosè, figlio di una zingara, viene abbandonato da questa presso il mare e salvato e adottato dalla moglie del Faraone. Vent'anni dopo, scoprirà le sue origini e si unirà ai prigionieri. Ma per convincere il Faraone a donar loro la libertà, dovrà ricorrere a violenti atti terroristici (colorare il mare di rosso per mezzo di pericolosi microrganismi, scatenare un attacco di "locuste" informatiche, far esplodere una scuola, e così via). L'Esodo, il libro della Bibbia, attualizzato e raccontato come metafora dei conflitti sociali in Europa: una metafora di grana grossa, dove ogni passaggio è sottolineato tre volte per impedire che lo spettatore distratto possa magari non capire. Da sottolineare un Mosè ritratto come un perdente, talmente simile al Faraone da macchiarsi di delitti non meno peggiori dei suoi. Resto comunque perplesso sul senso e il valore di una simile operazione.

Non pensarci (G. Zanasi, 2007)

Non pensarci
di Gianni Zanasi – Italia 2007
con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi (rassegna di Venezia)

Mastandrea, un rocker quasi fallito che vivacchia senza molto successo a Roma, fa ritorno al paesino romagnolo dove vive la sua famiglia. Qui cerca di recuperare il rapporto con i genitori, con il fratello (Battiston) che manda avanti a fatica la fabbrica di conserve di famiglia e la sorella (Caprioli) che lavora in un delfinario, cercando con molta buona volontà di risolvere i loro problemi familiari ed economici. Una piacevole sorpresa, questa gradevole commedia che mette in scena dinamiche magari non nuovissime, ma lo fa con garbo e con molti momenti divertenti. "Non stavamo meglio quando ci dicevamo le bugie?" chiede a un certo punto il protagonista alla madre, dopo l'ennesimo colpo di scena che scuote le sue certezze. Il regista è bravo a dipingere "i chiaroscuri di un quadretto familiare della provincia italiana", con un tono, comunque, leggero e ben distante da pellicole quali "I pugni in tasca": Mastandrea recita bene la parte di un personaggio stralunato e ingenuo, alle prese con problemi più grandi di lui (il fallimento della fabbrica, le crisi depressive della madre), ma tutto il cast è abile a evitare il rischio di trasformare i personaggi in macchiette caricaturali.

14 settembre 2007

Lussuria (Ang Lee, 2007)

Lussuria – Seduzione e tradimento (Lust, caution, aka Se, jie)
di Ang Lee – Taiwan 2007
con Wei Tang, Tony Leung Chiu-Wai
***

Visto al cinema Odeon, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Shanghai, 1942: mentre la Cina è sotto l'occupazione giapponese, una giovane attrice e studentessa che fa parte di un gruppo di patrioti dilettanti, senza legami con la "vera" resistenza, si finge la moglie di un ricco commerciante e riesce così a introdursi nella casa di un importante membro del governo collaborazionista per diventarne l'amante e carpirne la fiducia, in modo da organizzare un attentato contro di lui. Al suo secondo (meritato) Leone d'Oro in tre anni dopo "Brokeback Mountain", Ang Lee si conferma un regista sempre più bravo e torna a lavorare in patria con un film storico elegante e magnificamente girato (splendidi i costumi, le scenografie, l'ambientazione, le inquadrature, la messa in scena), che nella seconda parte non lesina erotismo. Si tratta prima di tutto di una tragica storia d'amore: per entrambi i protagonisti la passione finisce per avere la meglio sulla prudenza e sulla razionalità, scardinandone le difese più impenetrabili, come ben indicato dalla dicotomia fra i due elementi del titolo originale ("lussuria, cautela"). Molto brava la giovane Wei Tang, immenso come al solito Tony Leung, il cui volto quasi sempre impassibile e severo si scioglie nel finale in un pianto irrefrenabile. La similarità della trama con "Black book" di Paul Verhoeven è solo una coincidenza: lo stile e il tono dei due film sono completamente diversi. In tanta perfezione formale, ho notato un curioso anacronismo: nel 1938 la protagonista, appassionata di cinema americano, si reca in sala a vedere "Casablanca", quattro anni prima della sua realizzazione [come non detto, vedi i commenti: si tratta di "Intermezzo" del 1939, dunque nessun anacronismo!].

Io non sono qui (T. Haynes, 2007)

Io non sono qui (I'm not there)
di Todd Haynes – USA 2007
con Christian Bale, Cate Blanchett
*

Visto al cinema Brera, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ispirato alla vita e alle opere di Bob Dylan, questo guazzabuglio senza capo né coda ne racconta i diversi aspetti della personalità attraverso sei differenti attori che lo interpretano in altrettante fasi della sua carriera. Ne risulta una pellicola pasticciata e insopportabile, che non ho nemmeno terminato di vedere: sono uscito dalla sala mezz'ora prima della fine, cosa che credo di non aver mai fatto in precedenza in vita mia per nessun film (Mifed a parte). E dire che avevo cominciato a guardarlo con tutte le miglior intenzioni, anche se di Haynes non avevo apprezzato più di tanto il precedente "Velvet Goldmine" (mentre "Lontano dal paradiso" non mi era dispiaciuto). Ma dopo soli dieci minuti aveva già irrimediabilmente smarrito ogni presa su di me. Non mi è piaciuto nulla: lo stile di regia (postmoderno e confuso), le scelte di fotografia (che senso ha il continuo passaggio dal colore al bianco e nero?), il montaggio (completamente random). Non ho colto eventuali citazioni dalle opere di Bob Dylan, anche perché del suo personaggio non mi è mai interessato granché e le sue canzoni mi sono sempre sembrate carine ma tutte uguali. Non ho nemmeno capito che genere di film stavo vedendo: un falso documentario (con interviste ad attrici come Julianne Moore che fingono di essere qualcun altro)? Un film biografico (che però salta di palo in frasca e introduce un'inutile serie di personaggi fittizi)? Un film musicale? Un viaggio nell'anima di un (ex) contestatore, completamente avulso dal contesto e destoricizzato? Dopo quasi un'ora e mezza trascorse a cercare un appiglio, un filo conduttore o un semplice motivo per il quale valesse la pena di continuare a vederlo (mentre Hiromi, dal canto suo, si era addormentata), ho deciso di rinunciarci e di sfruttare meglio il tempo che restava per raggiungere con più calma la sala dove veniva proiettato il successivo film della rassegna, riflettendo durante il percorso su come un certo tipo di cinema sembri aver smarrito la capacità di raccontare storie. Richard Gere nei panni di Billy the Kid è semplicemente ridicolo, mentre degli attori che interpretano Dylan l'unica che rimane impressa è Cate Blanchett: ma solo perché è una donna, non perché faccia qualcosa di speciale.

Gli amori di Astrea e Céladon (E. Rohmer, 2007)

Gli amori di Astrea e Céladon (Les amours d'Astrée et Céladon)
di Eric Rohmer – Francia 2007
con Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour
*1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Grande delusione per quest'ultimo Rohmer, un'esile e implausibile storiellina ambientata in una Gallia bucolica e arcadica (è tratta da un testo del seicento) fra pastorelle in tunica, ninfe e druidi: Astrea, che ama il pastore Céladon, si convince che costui la tradisca. Céladon, da lei cacciato, tenta il suicidio tuffandosi in un fiume ma viene salvato da una comunità di druidi e torna dalla sua amata celandosi sotto le false spoglie di una fanciulla... costumi ridicoli, attori inadeguati e fuori parte, dialoghi letterari, vetusti e illogici (ci sono persino druidi che predicano il cristianesimo): l'aria che si respira è quella di una recita amatoriale di paese, priva di credibilità e insoddisfacente sotto ogni punto di vista.

13 settembre 2007

L'assassinio di Jesse James... (A. Dominik, 2007)

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (The assassination of Jesse James by the coward Robert Ford)
di Andrew Dominik – USA 2007
con Casey Affleck, Brad Pitt
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Dopo molte vicissitudini produttive (il film era stato girato addirittura due anni fa, ma non era mai uscito per contrasti fra il regista e i produttori, fra cui Ridley Scott: il primo voleva mantenere un tono alla Malick, i secondi spingevano per uno stile più secco e d'azione alla Clint Eastwood), ecco finalmente questa pellicola che racconta gli ultimi mesi di vita di Jesse James, uno dei più celebri banditi e pistoleri del west, ucciso a tradimento da un suo ex ammiratore. Ma si tratta di un film pretenzioso e dispersivo, lento e noioso, patinato e inutilmente lungo, che diventa interessante soltanto nell'ultima mezz'ora, quando finalmente assistiamo all'assassinio di Jesse e al destino finale di Bob Ford, ridotto a recitare la parte di sé stesso in teatro e a uccidere centinaia di volte un falso Jesse James: prima, però, vengono seguite le estenuanti vicende di tutta una serie di compari, complici, amici, parenti e cugini dei due protagonisti principali, spesso senza nemmeno capire perché abbiano tanta importanza per la storia. Sono convinto che tagliando almeno metà del film il risultato sarebbe stato migliore. Assurdo il premio del festival come miglior attore a Brad Pitt, che fra l'altro non è nemmeno il protagonista della pellicola (il vero centro dell'attenzione è il Robert Ford interpretato da un buon Casey Affleck).

La ragazza del lago (A. Molaioli, 2007)

La ragazza del lago
di Andrea Molaioli – Italia 2007
con Toni Servillo, Fabrizio Gifuni
**1/2

Visto al cinema Arlecchino (rassegna di Venezia)

Sulle rive di un lago fra le montagne friulane viene trovato il cadavere di una giovane ragazza. Un commissario meridionale, burbero e spaesato, indaga sull'omicidio. Tratto da un romanzo norvegese (l'ambientazione è stata spostata dai fiordi al Tarvisio), l'opera prima dell'ex aiuto regista di Nanni Moretti è un buon giallo incentrato tanto sul fatto di cronaca quanto sulla personalità dell'investigatore, interpretato dall'ottimo Toni Servillo, che indaga nei complessi rapporti della vittima con parenti e amici ed è tormentato a sua volta dai rapporti familiari con la moglie, ricoverata in un istituto psichiatrico, e con la figlia ribelle. La bella e inedita ambientazione fa da sfondo a una vicenda che, per fortuna, evita di giocare la carta del sensazionalismo (i media, per esempio, sono sorprendentemente assenti). Nulla di eccezionale, ma sicuramente finora il miglior film italiano della rassegna. Bravi anche gli altri attori, fra i quali spiccano Valeria Golino e il giovane Denis Fasolo.

Il dolce e l'amaro (A. Porporati, 2007)

Il dolce e l'amaro
di Andrea Porporati – Italia 2007
con Luigi Lo Cascio, Toni Gambino
*1/2

Visto al cinema Eliseo (rassegna di Venezia)

Saro, aspirante picciotto, dopo la morte del padre si fa strada nelle file di Cosa Nostra, fra omicidi e tradimenti, grazie anche all'appoggio di influenti "uomini d'onore", fino a quando accetterà di diventare un pentito per difendere la propria vita e per l'amicizia che lo lega a un giudice. Da uno degli sceneggiatori de "La piovra", un film sulla mafia che non offre niente di nuovo sull'argomento e che si lascia vedere soltanto per la bravura di Lo Cascio. Molti critici l'hanno paragonato a una fiction televisiva, ma tutto sommato il paragone è ingiusto, visto che la confezione e l'ambientazione sono di buon livello. Peccato invece per la sceneggiatura, tutt'altro che brillante.

Otryv (A. Mindadze, 2007)

Otryv
di Aleksandr Mindadze – Russia 2007
con Vitaliy Kishenko, Maxim Bityukov
*

Visto all'Auditorium San Fedele, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

I parenti di alcune vittime indagano su un misterioso incidente aereo nel quale hanno perso la vita i loro cari. Uno di loro rintraccia l'equipaggio di un secondo aereo che era finito in rotta di collisione con il primo e scoprirà che la colpa è stata di un controllore di volo. Un film confuso e incoerente, per buona parte del quale non si capisce cosa stia accadendo e chi siano i personaggi sullo schermo. Qualche critico l'ha addirittura descritto come una metafora della Russia post-sovietica, ma a me è sembrato soprattutto un prodotto della confusione mentale dello sceneggiatore, che vuole giocare a fare il Lynch. Il titolo significa "Il distacco".

Le ragioni dell'aragosta (S. Guzzanti, 2007)

Le ragioni dell'aragosta
di Sabina Guzzanti – Italia 2007
con Sabina Guzzanti, Pierfrancesco Loche
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi
(rassegna di Venezia)

Per sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema della crisi della pesca dell'aragosta nelle acque della Sardegna (ma si tratta di un pretesto per fare satira politica: l'argomento in realtà non interessa a nessuno), Sabina Guzzanti richiama tutti i protagonisti della trasmissione comica "Avanzi" con l'intenzione di organizzare uno spettacolo a Cagliari. Ma i dubbi, le insicurezze, le discussioni rischiano più volte di mandare all'aria il progetto. Sarò forse fuori target (d'altronde non ho mai visto in vita mia una sola puntata di "Avanzi" né di altri programmi o film della Guzzanti), ma non ho riso una sola volta. La comicità televisiva, di sinistra o di destra che sia, mi sembra tutta ugualmente insulsa. Ma forse non si tratta più nemmeno di satira: ormai in Italia, quando si parla di politica, i comici riscuotono presso il pubblico più credito dei politici di professione. In ogni caso, questo resta un filmetto senza valore né interesse, se non nel mettere in scena una crisi (di mezz'età) di un gruppo di intrattenitori che forse cominciano a rendersi conto che la loro comicità libera e impegnata non è poi di qualità così superiore a quella imbrigliata o commerciale.

12 settembre 2007

In questo mondo libero... (Ken Loach, 2007)

In questo mondo libero... (It's a free world...)
di Ken Loach – GB 2007
con Kierston Wareing, Juliet Ellis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Dopo la parentesi storica de "Il vento che accarezza l'erba" (che pure gli era valsa la Palma d'Oro al festival di Cannes), Loach torna allo scenario contemporaneo e ai temi di denuncia sociale che più gli stanno a cuore. La protagonista, una ragazza madre, dopo essere stata licenziata, apre con un'amica un'agenzia clandestina di lavoro interinale: nonostante le buone intenzioni iniziali, da sfruttata diventerà a sua volta sfruttatrice, perdendo gradualmente la propria innocenza e la propria umanità. Il tema del lavoro e quello dei diritti dei più deboli sono da sempre al centro delle pellicole del regista, che stavolta li affronta da un punto di vista meno manicheo del solito, ma sempre in maniera dura e assolutamente non consolatoria, puntando i riflettori soprattutto sulla condizione disperata degli immigrati legali e illegali provenienti dai paesi dell'est (Ucraina e Polonia).

Las vidas posibles (S. Gugliotta, 2006)

Las vidas posibles
di Sandra Gugliotta – Argentina 2006
con Ana Celentano, Guillermo Arengo
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Quando suo marito, un geologo, sparisce improvvisamente durante un viaggio in Patagonia, una donna si trasferisce a vivere in quei luoghi e si convince di averlo riconosciuto in un uomo che risiede laggiù da qualche anno. Simile come spunto e trama al bel film di Ozon "Sotto la sabbia", è un film che mi ha conciliato discretamente il sonno. Nella memoria rimangono i paesaggi desolati e le ambientazioni innevate, con una fotografia curiosamente tutta virata in rosso e verde (sempre che non fosse un difetto della proiezione!), ma anche una forte difficoltà a empatizzare con i personaggi, il loro minimalismo, i pensieri mai espressi.

La maison jaune (A. Hakkar, 2007)

La maison jaune
di Amor Jakkar – Algeria/Francia 2007
con Amor Hakkar, Ava Hadmi
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Una famiglia di contadini nell'entroterra algerino riceve la notizia della morte del figlio primogenito, soldato nella città vicina, in un incidente automobilistico. Il padre (interpretato dallo stesso regista) decide di recarsi in città a prendere la salma del figlio per riportarla a casa, compiendo un lungo e difficile viaggio a bordo della sua Lambretta. Ma poi, dopo il funerale, si trova di fronte al problema di scuotere la moglie dalla sua depressione: ci prova cercando una medicina contro la tristezza, dipingendo la casa di giallo o comprandole un cane, e infine convince le autorità a far giungere la luce elettrica fino alla loro casa, in modo da poter vedere una videocassetta con le ultime immagini del figlio, girate da un suo commilitone. Un film semplice, caldo e poetico, quasi "iraniano", che nella prima parte ricorda addirittura "Una storia vera" di Lynch, e che presenta personaggi che cercano a modo loro di far fronte a un evento improvviso e disperato come la perdita di una persona cara. Mi ha colpito la solidarietà con la quale tutte le persone incontrate dal protagonista, anche perfetti estranei, partecipano al suo dolore e sono disposti ad aiutarlo, contribuendo alla sua elaborazione del lutto. Bella la musica.

Funeral party (Frank Oz, 2007)

Funeral party (Death at a funeral)
di Frank Oz – USA/GB 2007
con Matthew Macfayden, Andy Nyman
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Black comedy forse poco originale ma piuttosto divertente, ambientata interamente durante la celebrazione del funerale del patriarca di una rispettabile famiglia inglese. Il figlio Daniel, aspirante scrittore, vorrebbe che la funzione filasse via liscia, ma deve fare i conti con un perfido nano ricattatore, alcune tensioni mai sopite fra i membri della famiglia, insospettabili scheletri nell'armadio del defunto e soprattutto un flacone di Valium nel quale un cugino ha nascosto all'insaputa di tutti dei potentissimi allucinogeni. Le gag, anche se viste mille volte, funzionano bene grazie a un gruppo di ottimi attori dotati di una buona mimica facciale (su tutti Alan Tudyk, il compagno della cugina Martha, il primo ad assumere inconsapevolmente le droghe). La regia, però, è convenzionale e non troppo brillante, e alcuni personaggi avrebbero potuto essere sviluppati e sfruttati meglio (per esempio, la moglie del morto o il prete impaziente).

Solo un bacio per favore (E. Mouret, 2007)

Solo un bacio per favore (Un baiser s'il vous plaît)
di Emmanuel Mouret – Francia 2007
con Emmanuel Mouret, Virginie Ledoyen
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Secondo film di Mouret che vedo (dopo "Cambio d'indirizzo") e seconda commedia sentimentale alla francese, decisamente rohmeriana (ricorda i suoi "racconti morali", anche se è meno intellettuale). Un uomo e una donna si incontrano a Nantes: lui le chiede un "bacio senza conseguenze", ma lei rifiuta raccontandogli una storia capitata a due sue conoscenze. I protagonisti del racconto, grandissimi amici, commettono l'errore di baciarsi quasi per gioco, finendo così per innamorarsi perdutamente senza accorgersene e senza volerlo. Spinti dai sensi di colpa, escogitano un piano per far innamorare tra loro i rispettivi compagni in modo da non doverli lasciare da soli. Delicata e divertente, la pellicola mette in scena rapporti impacciati e affronta con leggerezza temi come il rapporto fra amore e amicizia, attrazione e complicità, e lo fa con una struttura che incastra più storie, con un racconto che interrompe un altro racconto. I protagonisti della "cornice" sono Michaël Cohen e la bella Julie Gayet (molto sexy quando si mordicchia il labbro inferiore), mentre i compagni dei due personaggi principali sono Frédérique Bel e Stefano Accorsi, che se la cava piuttosto bene a recitare in francese. Piacevole la colonna sonora, composta da celebri brani di musica classica.

Andalucia (A. Gomis, 2007)

Andalucia
di Alain Gomis – Francia 2007
con Samir Guesmi, Delphine Zingg
*

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Yacine, franco-magrebino, vive in una roulotte presso un circo, ha un passato di ladruncolo, si barcamena fra mille lavoretti e prova persino a fare l'attore. Nel finale di un film senza capo né coda, cui è difficile dare un significato, incontra una donna che gli ordina di recarsi a Toledo, dove il racconto prende una piega surreale. Ho poco da dire su un film che non ho capito, che non mi ha detto nulla e che mi è parso soltanto un collage di sequenze scollegate tra loro, con un unico punto in comune: il protagonista, che si aggira senza meta per le strade di una Parigi multietnica e confusa.

11 settembre 2007

Ai no yokan (M. Kobayashi, 2007)

Ai no yokan, aka The rebirth
di Masahiro Kobayashi – Giappone 2007
con Masahiro Kobayashi, Makiko Watanabe
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

La pellicola che ha vinto il Pardo d'Oro è ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto in Giappone: una liceale di 14 anni accoltellata a morte da una sua compagna di classe. Il film però non parla di questo avvenimento, preferendo soffermarsi sulle reazioni dei genitori delle due ragazze (il padre di quella uccisa e la madre dell'assassina), che dopo il fattaccio scelgono di abbandonare Tokyo e di trasferirsi a vivere in una squallida cittadina dell'Hokkaido, curiosamente in due appartamenti a poca distanza l'uno dall'altro. La volontà di dimenticare l'accaduto e il desiderio di condurre un'esistenza vuota e anonima si traduce in una serie di giornate tutte uguali, che il regista sottolinea mostrandoci ripetutamente gli stessi gesti e le stesse azioni, giorno dopo giorno, ricorrendo anche alle medesime inquadrature. Anche se privo di qualsiasi dialogo (a parte le interviste introduttive ai due protagonisti e una riflessione nel finale), sarebbe sbagliato definire noioso questo film: semmai è ossessivo, monotono, snervante, ma non gli manca una sua efficacia nel mostrare il vuoto esistenziale, il dolore che non lascia spazio nemmeno al pensiero, la ripetitività della vita quotidiana. Peccato che gran parte degli spettatori non siano preparati a sopportare questa routine, come se la loro stessa vita non fosse composta da azioni e sequenze sempre uguali, e reagiscano con commenti ad alta voce (imperdonabili in un film fatto di silenzi) o risatine (riflessi pavloviani dovuti all'eccessivo consumo di quella comicità televisiva che si basa soltanto sui tormentoni).

Waitress – Ricette d'amore (A. Shelly, 2007)

Waitress – Ricette d'amore (Waitress)
di Adrienne Shelly – USA 2007
con Keri Russell, Nathan Fillion
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Questo è un film per sole donne: scritto e diretto da una donna, con una sceneggiatura che approfondisce soltanto i personaggi femminili (quelli maschili sono stereotipati al massimo e sembrano usciti da un romanzo Harmony), è permeato da un femminismo cieco ed egoista che francamente ritenevo superato da venti o trent'anni. La vicenda ha come protagonista una giovane cameriera di un Diner specializzato in torte, che ogni giorno inventa una nuova ricetta a seconda degli umori del momento. Sposata con un marito geloso, violento e possessivo che non ama più, sogna di abbandonare tutto e fuggire via per rifarsi una vita altrove, ma scopre di essere rimasta incinta. La gravidanza indesiderata la costringe a rimanere ma le dà anche l'occasione di conoscere un affascinante ginecologo del quale si innamora all'istante. Moderatamente divertente all'inizio, il film diventa via via sempre più stanco e prevedibile. Le continue presentazioni di nuove ricette e nuove torte hanno un non so che di Greenaway. Carina la protagonista, che quando sorride ricorda un po' Nicole Kidman. La regista recita nella parte dell'amica e collega bruttina.

Hairspray (A. Shankman, 2007)

Hairspray (id.)
di Adam Shankman – USA 2007
con Nikki Blonsky, John Travolta
***

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Premessa: non ho visto "Grasso è bello", il film di John Waters del 1981 di cui questo è un remake (a dire il vero, è la versione cinematografica del musical di Broadway tratto dal film di Waters). Anche senza fare un paragone con l'originale, comunque, l'ho trovato allegro e divertente, trascinante e pieno di gioia di vivere. Ambientato a Baltimora all'inizio degli anni '60, nel periodo in cui cominciavano a intravedersi segni di cambiamenti sociali, racconta le vicende di Tracy, una liceale sovrappeso con la passione per la danza, che sogna di entrare a far parte del cast di uno show televisivo nel quale si esibiscono giovani ballerini. Con il suo prorompente ottimismo non solo riuscirà a aprire la strada alle taglie extralarge come la sua, ma anche a favorire l'integrazione razziale dei neri, fino ad allora emarginati dallo show. Canzoni piene di ritmo (impossibile tenere fermi i piedi durante la visione!), coreografie praticamente perfette, personaggi simpatici: tutto funziona ottimamente e contribuisce a rendere questo film il miglior musical hollywoodiano degli ultimi anni (altro che quella lagna di "Chicago"!). Brava e fresca la protagonista, l'esordiente Nikki Blonsky, perennemente allegra e in parte. Cast strepitoso: oltre a Travolta nei panni che furono di Divine (quelli della madre di Tracy), ci sono Christopher Walken (il suo esilarante marito), Michelle Pfeiffer (un'eccellente "cattiva"), James Marsden (il cui volto è ideale per gli anni '60), Queen Latifah e una lunga serie di giovani attori e ballerini. La danza romantica fra John Travolta e Christopher Walken entra di diritto nella galleria dei momenti cult di Tony Manero.

Estrellas (León, Martínez, 2007)

Estrellas
di Federico León, Marcos Martínez – Argentina 2007
con Julio Arrieta
**

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Curioso documentario sugli abitanti di Villa 21, una baraccopoli alle porte di Buenos Aires, che offrono le proprie case e le proprie strade come set e scenografie di produzioni cinematografiche e televisive, oltre a interpretare la parte di sé stessi, in qualità di "poveri" o di semplici comparse, per guadagnare qualche soldo. Da questa "professione" nasce ovviamente anche un'ambizione artistica e culturale, che sfocia nell'autoproduzione di un film sperimentale di fantascienza (!), con l'arrivo di un gruppo di extraterrestri nelle favelas. Pur breve, il documentario offre qua e là spunti interessanti, come quando mostra l'ostracismo dei sindacati verso l'utilizzo di attori non professionisti (Pasolini avrebbe da ridire...) e la volontà dei disperati e dei disadattati di lavorare nel mondo del cinema senza però rinunciare alla propria identità o rifiutarsi di mostrare le proprie condizioni sociali ed economiche.

7 settembre 2007

Venezia e Locarno 2007

Anche quest'anno ho fatto l'abbonamento alla rassegna di Venezia (e Locarno) che si terrà dal 10 al 17 settembre. Ho dato uno sguardo al programma: fra i film che verranno proposti, cercherò di non perdermi quelli di Ang Lee, Rohmer, Greenaway, Branagh, Kechiche e il giapponese che ha vinto Locarno. Purtroppo (delusione!) mancano i film di Kitano, Johnnie To, Michalkov e Miike, oltre alla versione final cut di "Blade Runner" e a "Breath" di Kim Ki-Duk, che non ero andato a vedere nelle sale perché speravo di trovare qui.

6 settembre 2007

Il demone in pieno giorno (N. Oshima, 1966)

Il demone in pieno giorno (Hakuchu no torima)
di Nagisa Oshima – Giappone 1966
con Kei Sato, Saeda Kawaguchi, Akiko Koyama
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rispetto ad altri registi della nouvelle vague giapponese (per esempio Imamura), Oshima è certamente più lucido ma a volte rischia di risultare un po' troppo freddo. Questo film, però, mi è sembrato uno dei suoi migliori, meno politicizzato e molto ben studiato come psicologia dei personaggi. La struttura temporale è complessa, e la storia – completamente decostruita e tutt'altro che lineare – è narrata attraverso una lunga serie di flashback, lettere e ricordi: ma tutto ruota attorno alla figura centrale di Eisuke, violentatore e assassino, soprannominato "demone in pieno giorno" perché compie le sue malefatte alla luce del sole. Per Eisuke il delitto è una "necessità incontrollabile", un impulso da soddisfare senza nemmeno chiedersi il perché. La polizia ignora la sua vera identità, di cui invece sono a conoscenza la giovane contadina Shino, che proviene dal suo stesso villaggio, e la moglie Matsuko, un'insegnante che predica la fratellanza e la democrazia ma che è attratta dalla sua malvagità e per questo motivo non lo denuncia. La vicenda si snoda quasi per inerzia, come se il caso o la fatalità governassero il destino dei personaggi, e cerca inutilmente di indagare le cause e l'origine del loro comportamento: Eisuke è diventato un assassino perché è sempre stato un delinquente, oppure a causa degli eventi che hanno coinvolto Shino, Matsuko e Genji (il leader del villaggio, ossessionato dal desiderio di suicidarsi)? Le sequenze ambientate nel passato scavano nella loro vita per mostrare le ambiguità e le pulsioni erotiche, violente e autodistruttive che si nascondono in ognuno di essi, sospesi fra l'attrazione per il male e la relatività del bene. Indimenticabile la frase finale di Shino, sopravvissuta a ben due "doppi suicidi": "Sono di nuovo sola, e ho soltanto vent'anni". Il film appare piuttosto moderno e funziona ottimamente anche considerandolo al di fuori del contesto sociale del Giappone degli anni '60, al quale comunque appartiene chiaramente, per esempio nel descrivere il passaggio dagli ambienti rurali a quelli metropolitani. Mi è rimasto qualche dubbio sulla completezza e la bontà dei sottotitoli italiani.

5 settembre 2007

Se avessi un milione (E. Lubitsch et al., 1932)

Se avessi un milione (If I had a million)
di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone – USA 1932
***

Visto in DVD, con Albertino.

Nel 1932, lo stesso anno di "Mancia competente", Lubitsch venne incaricato dalla Paramount di scrivere, dirigere e coordinare quello che molti critici ritengono il primo film a episodi della cinematografia americana. Con l'aiuto di altri sceneggiatori (fra cui Joseph L. Mankiewicz) e registi, cui affidò gran parte dei segmenti, nacque così questo divertente e gradevole film che sfrutta molte delle star comiche della casa di produzione. La trama ha come protagonista un miliardario in fin di vita (uno straordinario Richard Bennett) che, per non lasciare la propria fortuna agli odiati parenti, decide di donare un milione di dollari ciascuno a otto persone scelte a caso dell'indirizzario della città. Gli episodi che seguono raccontano le loro reazioni e il modo in cui investono il denaro improvvisamente piovuto dal cielo, spaziando dal comico al grottesco, dal tragico al brillante: un commesso di un negozio di porcellane (Charlie Ruggles) si sfoga distruggendo tutta la merce in esposizione; una prostituta (Wynne Gibson) si concede una notte da sola in un albergo di lusso; un falsario (George Raft) non riesce a riscuotere l'assegno perché tutti credono che sia contraffatto; un'anziana coppia di amanti (Alison Skipworth e W.C. Fields) si dedica a una comica caccia in auto ai pirati della strada; un condannato a morte (Gene Raymond) viene giustiziato pochi secondi dopo aver ricevuto il denaro; un umile impiegato di una grande azienda (Charles Laughton) si reca dal direttore per fargli una pernacchia; un soldato (Gary Cooper) crede che si tratti di uno scherzo e cede l'assegno in cambio di dieci dollari; una vecchietta ospite di una casa di riposo (May Robson) si vendica della tirannica direttrice e trasforma l'ospizio in un club esclusivo per sé e le sue compagne. L'episodio più celebre e memorabile (nonché l'unico sicuramente diretto da Lubitsch) è quello con Laughton, ma fra i più belli c'è anche quello della prostituta (con alcuni tocchi inconfondibilmente lubitschiani, come la scena in cui lei toglie il secondo cuscino dal letto), mentre il meno riuscito è forse quello con Gary Cooper. Alcune gag sono molto raffinate (Ruggles con il coniglio al guinzaglio), altre sembrano anticipare la commedia all'italiana (la pernacchia). In Italia venne eliminata completamente la sequenza più tragica, quella del condannato alla sedia elettrica, e furono tagliati alcuni dialoghi in cui le vecchiette all'ospizio parlavano della morte. In ogni caso, stupefacente la libertà di temi e di stili che Lubitsch e i suoi collaboratori potevano permettersi all'epoca, prima del codice Hays, anche all'interno di un film "leggero". Gli effetti della Grande Depressione erano ancora ben radicati nella società, e il film metteva in scena tutti i sogni e le speranze di riscatto delle persone comuni, così come le beffe del destino. Buffa la traduzione italiana d'epoca, con perle come "apple pie" tradotto con "pizza".

4 settembre 2007

Johnny Oro (S. Corbucci, 1966)

Johnny Oro
di Sergio Corbucci – Italia 1966
con Mark Damon, Ettore Manni
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Johnny Oro, cacciatore di taglie con la pistola e gli speroni d'oro che pretende di essere pagato soltanto in metallo sonante, sgomina la banda messicana dei fratelli Perez. Ma l'unico sopravvissuto della famiglia, da lui risparmiato perché non aveva ancora una taglia sulla testa, si allea con una tribù di indiani ribelli e minaccia di mettere a ferro e fuoco la tranquilla cittadina di Coldeville se lo sceriffo non gli consegnerà Oro, nel frattempo incarcerato per cinque giorni per aver girato armato in città. Realizzato agli albori della stagione degli spaghetti western, questo bel film di Corbucci ne fonde alcuni elementi (il protagonista spregiudicato, la crudeltà dei banditi, le esplosioni con la dinamite, l'umorismo cinico) con altri che provengono invece ancora dal western tradizionale americano. La trama stessa ricorda classici come "Un dollaro d'onore" e "Mezzogiorno di fuoco", e lo sceriffo integerrimo con moglie e figlio, interpretato da Ettore Manni, è uno pseudo-Gary Cooper. La regia di Corbucci è senza fronzoli e ha poco in comune con quelle di Leone: i modelli sono ancora Hawks e Ford. Ne esce un film piacevole e scorrevole, magari non originalissimo ma con buoni attori e caratterizzazioni. Un po' ridicola la canzone dei titoli di testa, divertenti alcune battute ("Sai cos'è un principio?" "Sì, sono quelle cose scritte sulle tombe").

3 settembre 2007

Tetsuo II: Body Hammer (S. Tsukamoto, 1992)

Tetsuo II: Body Hammer (Id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1992
con Tomorowo Taguchi, Nobu Tanaoka
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Sottoposto da bambino a crudeli esperimenti da parte del padre, un impiegato si trasforma in un ibrido uomo-macchina per proteggere la propria famiglia e per combattere contro una banda di misteriosi individui, capeggiata forse dal proprio fratello, che intende effettuare esperimenti simili su esseri umani. Più che un seguito del primo episodio, ne è un remake/rivistazione, realizzato con maggior professionalità (splendida la fotografia) e più mezzi. Meno estremo di "Tetsuo" (sono assenti le componenti porno/horror), ma comunque ben al di là di quello che offre la normale cinematografia, è un film che ipnotizza e incanta per le sue suggestioni cyberpunk e manga, tenute stavolta un po' a freno da una trama maggiormente compiuta, che spiega quasi tutto quello che c'è da sapere, e da inserti al limite del melodramma, come gli incubi del protagonista e i ricordi della sua infanzia. Visionario, crudele, surreale e cronenberghiano (lo stesso regista ha citato Cronenberg e Lynch fra gli autori che lo hanno influenzato di più), pone le basi per tutto lo Tsukamoto successivo, che si allontana tanto dai suoi primi corti quanto dal fiasco commerciale di "Hiruko the Goblin" per indagare sempre di più l'anima, il corpo e le ossessioni umane.

Tetsuo (Shinya Tsukamoto, 1989)

Tetsuo – L'uomo d'acciaio (Tetsuo)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1989
con Tomorowo Taguchi, Kei Fujiwara
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il film-manifesto di Tsukamoto, piuttosto popolare anche in Italia grazie ai continui passaggi regalatigli da Ghezzi su "Fuori Orario", è un allucinato e sperimentale fanta-horror sulla trasformazione di un uomo in un mostro di carne e metallo e sulla sua lotta contro una creatura simile, forse responsabile della sua metamorfosi per vendetta. "Cyberpunk" non è la parola giusta per descriverlo, visto che di cibernetico e di tecnologico c'è ben poco: l'ossessione di Tsukamoto è invece più prettamente metamorfica e meccanica, con tubi, cavi e lamiere che spuntano dal corpo senza un vero significato, un'immaginario che affonda le sue radici non nel futuro bensì nei decenni precedenti (non a caso il Giappone è la patria degli anime di robottoni). Anche la trama è meno ostica di quanto potrebbe sembrare a una prima visione, e il flashback ricorrente dei due amanti nel bosco funge da cornice a una vicenda che il regista aveva già raccontato nel più breve e amatoriale "Phantom of regular size". Notevole la fotografia in b/n, la musica industriale stile Einstürzende Neubauten, il montaggio frenetico, le carrellate alla Sam Raimi, le animazioni artigianali a passo uno cui si fa massicciamente ricorso nella seconda parte. Bravo anche il protagonista, eccezionale per la sua mimica facciale, che si esibisce in una serie di smorfie di dolore e paura. Mitica e indimenticabile, infine, la scena della trivella. Che tutto sia in fondo una sorta di gioco, per quanto estremo, lo dimostra la scritta finale: "Game over".

2 settembre 2007

La terra dell'abbondanza (W. Wenders, 2004)

La terra dell'abbondanza (Land of plenty)
di Wim Wenders – USA/Germania 2004
con John Diehl, Michelle Williams
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Dopo due pellicole non del tutto convincenti come "Crimini invisibili" e "Million Dollar Hotel", il nuovo periodo americano di Wenders decolla con questo "La terra dell'abbondanza" che descrive gli Stati Uniti post-11 settembre mostrandone tutte le contraddizioni e le false illusioni. Non a caso il film comincia a due anni esatti dall'attentato terroristico alle torri gemelle e si apre per le strade di una Los Angeles ricolma di senzatetto e di disperati, a pochi passi dall'albergo dove si era svolto il film precedente (e che si vede sullo sfondo di numerose inquadrature) e a fianco di una missione non dissimile da quelle che sorgono nei paesi del terzo mondo. Paul, ex combattente in Vietnam, gira per le strade con un furgone in un pattugliamento auto-organizzato, ossessivo e paranoico, per la difesa della libertà: l'incontro con sua nipote Lana, appena tornata in patria dopo un'infanzia e un'adolescenza trascorsa in Africa e in Medio Oriente, lo porterà ad aprire gli occhi sui falsi pericoli e sui falsi nemici. Insieme i due attraverseranno l'intera America fino a Ground Zero. Sequenze come quella del televisore che da due mesi è bloccato sulle immagini di George W. Bush, senza che sia possibile cambiare canale, sono metaforiche: Wenders, un regista che l'America l'ha sempre amata e che soffre a vederla impelagata in guerre e crociate apparentemente senza via di uscita ("Ci odiano", confessa Lana a Paul: ma non sta parlando di terroristi bensì di persone comuni), spiega come questa via d'uscita può essere trovata proprio acquistando una nuova consapevolezza della realtà, come è costretto a fare Paul nel finale. Molte scene del film sono ambientate a Trona, la cittadina nella Death Valley dove Wenders aveva girato due anni prima un cortometraggio inserito nel film "Ten minutes older: the trumpet".

1 settembre 2007

A trenta milioni di km dalla Terra (N. Juran, 1957)

A trenta milioni di km dalla Terra (20 million miles to Earth)
di Nathan Juran – USA 1957
con William Hopper, Joan Taylor
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona. L'avevo già visto in DVD con Martin, qualche anno fa.

Un'astronave precipita nei mari della Sicilia, nei pressi di un villaggio di pescatori. A bordo ci sono solo due uomini ancora in vita: si tratta dei primi astronauti americani, di ritorno da una missione segreta sul pianeta Venere. Hanno portato con sé l'embrione di un animale di quel pianeta, un microscopico uomo-rettile che al contatto con l'atmosfera terrestre cresce rapidamente a dismisura fino a raggiungere dimensioni godzillose. Spaventata e confusa, la creatura si aggira nelle campagne siciliane fino a quando viene catturata con una rete elettrificata e portata al giardino zoologico di Roma (!) per essere studiata. Ma qui si libera nuovamente: prima combatte contro un elefante e poi semina il panico per le strade. Lo scontro finale avverrà al Colosseo. Celebre e ingenuo b-movie fantascientifico che, nonostante il titolo, si svolge interamente in Italia: proprio l'ambientazione e la curiosa trama lo distinguono, almeno nella prima parte, da altre pellicole analoghe di quel periodo. Gli effetti speciali di Ray Harryhausen sono notevolmente migliori e più realistici rispetto a "Il risveglio del dinosauro", di quattro anni prima.