5 agosto 2020

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello (Peter Jackson, 2001)

Il Signore degli Anelli: La compagnia dell'anello
(The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2001
con Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen
****

Rivisto in DVD (versione estesa).

Il misterioso anello che l'hobbit Frodo Baggins ha ereditato dal vecchio zio Bilbo, prima che questi abbandonasse all'improvviso la Contea dopo la festa per il suo centoundicesimo compleanno, non è un "semplice" monile magico che rende invisibili. Si tratta in realtà dell'Unico Anello, quello che domina tutti gli altri: un oggetto malvagio e tentatore forgiato in tempi antichi da Sauron, l'Oscuro Signore di Mordor e nemico dei popoli liberi, che vi aveva riversato gran parte del proprio potere prima di essere sconfitto in battaglia, e di cui ora desidera tornare in possesso per dominare l'intera Terra di Mezzo. Su consiglio del saggio stregone Gandalf il grigio, Frodo lascia dunque Casa Baggins e la propria vita tranquilla per portare l'anello – che dona sì un potere immenso, ma ha anche la capacità di corrompere ogni creatura – il più lontano possibile. E insieme al fedele giardiniere Samvise "Sam" Gamgee, ai cugini Meriadoc "Merry" Brandibuck e Peregrino "Pipino" Tuc, nonché con l'aiuto dell'enigmatico avventuriero Aragorn (discendente di quell'Isildur che secoli prima strappò l'anello a Sauron, senza avere poi il coraggio di distruggerlo), riesce a raggiungere Gran Burrone, la dimora del mezzelfo Elrond, sfuggendo agli assalti dei nove Cavalieri Neri, i Nazgûl, servi dell'Oscuro Signore. Qui, dopo un consiglio cui partecipano i rappresentanti di tutte le razze libere per decidere sul da farsi, e con l'aggiunta dell'elfo silvano Legolas, del nano guerriero Gimli e di Boromir, figlio del sovrintendente reggente di Gondor, si forma la "compagnia dell'anello", il gruppo di nove eroi che avrà il compito di accompagnare Frodo nel pericoloso viaggio verso Mordor, con lo scopo di distruggere l'anello gettandolo nel fuoco di Monte Fato, il vulcano dove fu forgiato. Ma il tragitto è lungo e difficile: perduto Gandalf nelle miniere di Moria dopo lo scontro con un Balrog, antico demone fiammeggiante, la compagnia attraversa il regno elfico di Lothlórien per poi dividersi davanti alle cascate di Rauros. Qui Boromir muore trafitto dalle frecce dei nemici dopo aver cercato di sottrarre l'anello a Frodo; Merry e Pipino sono presi prigionieri dagli orchi di Saruman, lo stregone traditore; Aragorn, Legolas e Gimli si lanciano al loro inseguimento; e Frodo e Sam proseguono da soli il difficile viaggio verso Monte Fato.

Quando Peter Jackson, regista neozelandese già noto per alcuni film horror creativi e a basso costo, annunciò che avrebbe presto realizzato un adattamento in live action de “Il Signore degli Anelli”, tutto il fandom si mise in agitazione. Ambientato in un mondo immaginario ma descritto sin nei minimi particolari, il libro era lungo, ricchissimo e complesso, e tutti i tentativi passati di portarlo al cinema con attori in carne e ossa erano andati incontro al fallimento, tanto da lasciar credere che si trattasse di un'impresa impossibile. Pubblicato nel 1954/55 in tre volumi che corrispondono più o meno ai tre film di questa trilogia, di cui conservano i titoli (una divisione peraltro voluta più dagli editori che dell'autore, che lo ha sempre considerato un testo unico), quello di J.R.R. Tolkien è uno dei romanzi più popolari e importanti del ventesimo secolo, capostipite di un intero genere, l'high fantasy, che ha influenzato l'immaginario collettivo, ispirato innumerevoli artisti (in tutti i campi: dalla letteratura alla musica, dalle illustrazioni ai giochi di ruolo) e generato centinaia di imitatori. Ciò che rende però speciale il testo di Tolkien è l'enorme lavoro di world building che sta dietro alla storia. Professore di letteratura, lingue antiche e filologia, lo scrittore aveva lavorato per decenni alla costruzione di una propria mitologia, inventando linguaggi (con tanto di grammatica) e redigendo cronologie e leggende interconnesse fra loro: e quando i suoi editori gli chiesero di scrivere un seguito de "Lo Hobbit", romanzo per bambini che aveva dato alle stampe nel 1937, decise semplicemente di ambientare la nuova storia nell'universo che aveva già forgiato. "Il Signore degli Anelli" si svolge infatti durante gli ultimi anni della Terza Era della Terra di Mezzo, un mondo il cui passato era stato descritto in decine e decine di testi in prosa e in versi fino ad allora rimasti inediti, molti dei quali saranno pubblicati solamente dopo la morte dell'autore, a cura del figlio Christopher (l'imprescindibile "Silmarillion" e i numerosi volumi dei "Racconti incompiuti" e della "History of Middle-Earth", per la maggior parte tuttora inediti in italiano). Nel nostro paese la sua popolarità è sempre stata funestata da malsane sovrainterpretazioni politiche (e, di recente, da una pessima nuova traduzione).

Personalmente ho letto per la prima volta "Il Signore degli Anelli" agli inizi degli anni ottanta, dopo aver conosciuto il mondo di Tolkien grazie al film animato di Ralph Bakshi e soprattutto al suo adattamento a fumetti in tre volumi di Luis Bermejo (che da bambino rilessi innumerevoli volte): da allora, per una ventina d'anni, ho continuato a riprendere in mano il romanzo quasi ogni estate, fino a conoscerlo praticamente a memoria. E come tanti altri appassionati, anch'io ho sognato o immaginato a lungo un adattamento cinematografico con attori in carne e ossa, consapevole però della difficoltà del compito, vuoi per la lunghezza – oltre mille pagine! – del romanzo (che suggeriva semmai di realizzare un serial televisivo: all'epoca ignoravo l'esistenza degli adattamenti low budget russi e finlandesi di cui ho recentemente parlato nel blog), vuoi per l'immensità dell'ambientazione e la ricchezza dei personaggi (che, se non mantenuta o riprodotta adeguatamente, avrebbe rischiato di ridurre il valore e la complessità di un eventuale film). Per di più, a differenza di altri generi (la fantascienza in primis), il fantasy al cinema aveva sempre avuto poca fortuna e aveva generato scarsissimi titoli di rilievo, quasi mai capolavori (i due "Conan", "Legend", "Willow"...). Eppure, all'inizio degli anni Duemila, i tempi si rivelarono finalmente maturi. Jackson, che oltre che talentuoso era un autentico appassionato di Tolkien, ottenne il pieno controllo creativo, e la tecnologia digitale aveva raggiunto il punto in cui permetteva di portare sullo schermo gli scenari, le creature e le visioni dell'universo tolkieniano senza renderle ridicole o poco credibili. Lo stesso background del regista, amante del cinema artigianale (alla Sam Raimi) e di "trucchi" come l'uso di modellini, animatroni ed effetti ottici, garantiva quella varietà di tecniche e di stili che farà la fortuna dei film, contribuendo all'aspetto realistico di personaggi e paesaggi fantasy e rendendo autentica e palpabile la Terra di Mezzo, che è il vero segreto del "Signore degli Anelli" e di tutto il mondo creato da Tolkien. Inventato, certo, ma che mai sembra fasullo.

Che rendere credibile questo mondo agli occhi degli spettatori fosse la cosa più importante, i cineasti lo hanno capito subito. Estrema cura è stata messa nella scelta delle ambientazioni (quasi tutti scenari naturali della Nuova Zelanda, la patria del regista, curiosamente dall'altra parte del mondo rispetto all'Europa immaginaria dell'autore, ma che offre un'incredibile varietà di meravigliosi paesaggi, perfetti per le diverse location della vicenda, che siano verdi foreste, vaste pianure, desolati deserti o montagne innevate), nonché della realizzazione dei costumi, delle armi, delle armature, degli oggetti di scena, dei numerosi set (digitali o meno: in gran parte si trattava di miniature di grandi dimensioni), di tutto ciò che insomma contribuisce a rendere "reale" un luogo (e se alcune ambientazioni sembrano stereotipate, come le miniere di Moria che ricordano "Dungeons & Dragons", è perché in realtà proprio il romanzo ha contribuito a creare questi stereotipi). Non parliamo poi di mostri come gli orchi o i troll! In precedenza, forse anche per sormontare questo problema, quasi tutti i tentativi (riusciti o meno) di portare il libro di Tolkien sullo schermo si erano rivolti al cinema d'animazione: dai progetti mai concretizzati di Walt Disney (!) e Al Brodax, alla proposta di Forrest J. Ackerman (la sceneggiatura di Morton G. Zimmerman provocò una lunga e adirata risposta da parte di Tolkien, leggibile nella raccolta delle sue lettere), dal film in rotoscope di Ralph Bakshi uscito nel 1978 (che nonostante i suoi difetti era almeno rispettoso del testo originale, e per molte cose è stato un punto di riferimento e una fonte di ispirazione per Jackson) al controverso sequel non ufficiale ("Il ritorno del re") della Rankin/Bass del 1980. A lungo la United Artists, all'inizio degli anni settanta, progettò un adattamento cinematografico in live action, che in vari momenti avrebbe potuto coinvolgere i quattro Beatles (come attori) e Stanley Kubrick, David Lean, John Boorman o Michelangelo Antonioni (!) come registi. Naturalmente non se ne fece nulla. Alla fine, gli unici che prima di Jackson riuscirono a realizzare un "Signore degli Anelli" con attori in carne e ossa (se non si considerano due brevi special televisivi svedesi nel 1971) furono i finlandesi, con la serie tv "Hobitit" del 1993.

Inizialmente Peter Jackson propose per cautela ai suoi finanziatori di dividere il romanzo in due pellicole (magari con "Lo Hobbit" come prologo): fu proprio la casa produttrice, la New Line, a dirgli a sorpresa: "Visto che sono tre libri, perché non fate tre film?". Girati tutti e tre di fila (un'operazione allora tutt'altro che usuale, ma che oggi è diventata più consueta: fra i rari precedenti c'era quello del secondo e del terzo capitolo di "Ritorno al futuro", anch'essi girati back-to-back), nell'arco di 14 mesi, e distribuiti nei cinema a distanza di un anno l'uno dall'altro ("La compagnia dell'anello" uscì nel dicembre del 2001, "Le due torri" nel 2002 e "Il ritorno del re" nel 2003: in Italia arrivarono con un mese di ritardo, nel gennaio degli anni successivi), i tre lungometraggi saranno poi riproposti in home video nelle cosiddette "Edizioni estese" (Extended Edition), vale a dire con numerose scene aggiuntive che erano state tagliate al montaggio e che, pur non essenziali per la comprensione della trama, favoriscono l'approfondimento dei personaggi (soprattutto quelli minori) e svelano ulteriori retroscena. Fa eccezione il terzo capitolo, dove le scene aggiuntive non si limitano a un semplice "contentino" per i fan del romanzo, ma sono anche importanti per la risoluzione di diverse sottotrame: d'altronde si tratta anche del più lungo dei tre film, visto che l'edizione estesa giunge a superare le quattro ore! Il minutaggio di tutte e tre le pellicole, in effetti, è molto elevato, cosa rara all'epoca della loro uscita ma che riportava Hollywood sulla strada dei grandi colossal e di produzioni epiche come quelle degli anni cinquanta e sessanta (un paragone, per l'ampia scala, può essere il "Lawrence d'Arabia" di David Lean). Con un budget complessivo di 281 milioni di dollari, la trilogia ha rappresentato uno dei progetti cinematografici più ambiziosi mai realizzati fino ad allora. Il successo però è stato strepitoso, compensando ampiamente gli sforzi: quasi tre miliardi (!) di dollari di incassi complessivi, e 17 premi Oscar vinti (su 30 nomination). Il primo film, "La compagnia dell'anello", in particolare, vinse quattro statuette (fotografia, trucco, colonna sonora ed effetti visivi) di fronte a 13 nomination.

Rispetto al romanzo ci sono, certo, parecchi scostamenti. Già solo in questo primo film, per esempio, mancano intere sezioni (una su tutte: l'incontro con Tom Bombadil e il passaggio per la Vecchia Foresta e i Tumulilande), alcune scene che erano risolte in poche righe vengono amplificate (Isildur), altre vengono collocate in momenti diversi (l'origine di Gollum, narrata da Gandalf all'inizio del libro, diventerà l'incipit del terzo lungometraggio), la trama viene compressa (nel romanzo passavano 17 anni fra la partenza di Bilbo e quella di Frodo), molte informazioni sono tralasciate o accennate solo di sfuggita (chi sono i Raminghi, per esempio), alcuni personaggi cambiano di ruolo (Arwen prende il posto di Glorfindel nella scena al guado del Bruinen: nel film di Bakshi lo stesso ruolo era dato a Legolas), altri se lo vedono ridotto (Omorzo Cactaceo), altri ancora vengono introdotti appositamente (Lurtz, l'orco che guida gli Uruk-Hai, di cui ci viene mostrata la nascita). Ma i molti cambiamenti, quasi tutti motivati da esigenze cinematografiche (dare più enfasi alle scene d'azione, accrescere l'importanza dei personaggi femminili...), non vanno a discapito dello spirito del romanzo, almeno nei suoi aspetti più superficiali. Se è evidente che il libro ha maggiore profondità sotto molteplici punti di vista, quello che è piaciuto della versione filmata (anche ai fan più accaniti, come il sottoscritto), è l'averne rispettato l'atmosfera e aver reso viva e visibile la Terra di Mezzo, nonché la storia dei suoi personaggi, senza tradirne gli elementi basilari. Ogni differenza può essere facilmente spiegata col fatto che siamo di fronte alla visione (e interpretazione) di Jackson, non a quella di Tolkien (chi cercasse quest'ultima, si rilegga il libro): ma il giudizio sul film non può dipendere che dal modo in cui questo riesce a catturare lo spettatore e farlo viaggiare in un mondo immaginario, senza limitarsi a svolgere un "compitino" di traduzione da un mezzo all'altro, magari in maniera impaurita, piatta e letterale come nel caso dei coevi adattamenti dei libri di Harry Potter (e pensare che all'epoca ci fu qualche critico che preferì i secondi ai primi, soltanto perché ritenuti più adatti per i bambini, come scrisse Tullio Kezich in un'infelicissima recensione, a testimonianza del pessimo rapporto degli intellettuali italiani con il genere fantasy).

Ovviamente Jackson enfatizza gli aspetti concreti e "fisici" (vedi il combattimento fra Gandalf e Saruman!) e i momenti di azione e di avventura (anche qui un esempio: la fuga per i tunnel di Moria, con la lunga sequenza del crollo della scalinata), perdendo un po' di vista il mood più "spirituale", letterario e alto-inglese in favore di un approccio più "rozzo" e hollywoodiano (sempre comunque entro limiti accettabili) e concedendosi anche qualche inserimento spurio (la caratterizzazione "comica" di Merry, Pipino e Gimli, per esempio, quest'ultimo in particolare nei due film successivi). D'altronde era difficile rendere sullo schermo la "magia" impalpabile e melliflua dell'anello o quella "filosofica" ed empatica degli stregoni. Eppure la miscela funziona, affascinando sia gli spettatori che cercano soltanto un prodotto d'intrattenimento (ma con un'estrema cura a livello tecnico) sia coloro che si attendono un lavoro di spessore nelle dinamiche fra i personaggi e nell'approccio alla narrazione. Fra pregi della trilogia (di fatto, ricordiamolo ancora, un unico film diviso in tre parti) c'è infatti il recupero di una grande epica che nel cinema non si respirava da decenni, tanto che come termini di paragone bisogna scomodare titoli del passato firmati da autori leggendari, come il citato David Lean, Akira Kurosawa o Sergei Eisenstein. E dell'epica ci sono tutti gli ingredienti. Se "La compagnia dell'anello" è più propriamente un film di viaggio e d'avventura, i due capitoli successivi introdurranno grandi battaglie campali e alzeranno la posta in gioco. In effetti, dove Jackson rende al meglio è proprio nelle scene di guerra e di battaglia, per le quali la trilogia diventerà un imprescindibile punto di riferimento. E in generale rappresenterà un irrinunciabile modello per le storie fantasy, con molti che ne scimmiotteranno i visual e le atmosfere (non ultima la popolare serie televisiva "Il trono di spade", la cui realizzazione sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato prima "Il Signore degli Anelli"). La regia, visceralmente efficace, ha certo alcuni difetti come l'abuso di ralenti e di primissimi piani (particolarmente evidenti ne "La compagnia", anche per motivi pratici), nonché il ricorso ad alcune abusate tecniche dell'horror (come i jump scare), ma nel complesso presenta graditissime caratteristiche da cinema "povero" e artigianale.

Gli effetti visivi, come detto, fondono le tecniche digitali con quelle più tradizionali, memori delle lezioni di Ray Harryhausen e di altri grandi artigiani del cinema fantastico. E così, a fianco di scenari, creature e mostri generati al computer (come il troll di Moria, l'Osservatore nell'Acqua, il Balrog o l'aquila Gwaihir) vengono usati anche animatroni e modellini. A occuparsene furono la Weta Digital e la Weta Workshop, società fondate dallo stesso Jackson in occasione del suo precedente film "Creature del cielo". La differente statura delle varie razze (hobbit, nani, elfi, uomini, stregoni) è resa per mezzo di una commistione di tecniche basilari, come la prospettiva forzata (i personaggi vengono collocati su piani diversi rispetto alla macchina da presa, creando però l'illusione che si trovino affiancati) o il semplice utilizzo di controfigure molto alte o molto basse (nani o bambini). E proprio la scelta di non abusare della CGI, soprattutto quando c'era un'alternativa pratica, è uno dei segreti del film (oggi, abituati come siamo a fare tutto in digitale, questo può sembrare strano): i materiali non sembrano finti perché non lo sono, anzi se ne percepisce la concretezza. Aiuta anche il dettaglio nel disegno di abiti, armi, armature, e in generale tutta l'art direction, alla quale hanno collaborato gli illustratori Alan Lee e John Howe, già habitué del mondo tolkieniano. Una delle scene in questo primo film che più resta impressa, e in cui si fondono le tecniche artigianali (i modellini) con quelle digitali, è il lungo piano sequenza che esplora le fabbriche sotterranee a Isengard (non certo fine a sé stesso: quello dell'industrializzazione e della distruzione della natura era un tema assai caro a Tolkien, e Jackson lo esplicita visivamente per sottolinearlo ancora di più, anticipando peraltro situazioni che nel romanzo venivano introdotte molto più in là). In generale la sceneggiatura (firmata dal regista insieme a sua moglie Fran Walsh e a Philippa Boyens), pur riducendo il materiale, fa un buon lavoro nel lasciar intravedere allo spettatore un mondo più vasto e sottostante rispetto alla storia narrata: per esempio lasciando che Aragorn canti di Lúthien Tinúviel, accennando a Elendil e Gil-galad, all'origine degli Istari, ai Dúnedain, senza scendere in troppi particolari o spiegare nel dettaglio di cosa si tratti, ma mettendo una pulce nell'orecchio al pubblico cinematografico, come a dire: "Se volete saperne di più, andate a leggervi i libri!".

L'aspetto dei personaggi, in gran parte ispirato all'iconografia pre-esistente, e la scelta degli interpreti sono un altro dei punti vincenti. Grazie anche alla collaborazione di Lee e Howe, molti di essi appaiono proprio come ce li siamo sempre immaginati (su tutti Gandalf, Gollum, Gimli, e in generale gli hobbit), mentre altri sono ormai diventati lo standard quando pensiamo ai personaggi (Aragorn, Legolas, Boromir, Arwen). Il casting fa uso di pochi attori già noti (per lo più in parti minori) e di molti sconosciuti che proprio con questa trilogia sono diventati delle star (uno su tutti, Orlando Bloom). Elijah Wood, nel ruolo più celebre di una carriera iniziata da quando era bambino (apparve nel secondo "Ritorno al futuro"!), è un Frodo perfetto, dallo sguardo espressivo. Gli hobbit furono inventati da Tolkien per caso (com'è noto, scrisse l'incipit de "Lo Hobbit" su una pagina rimasta bianca di un compito in classe che stava correggendo) e soltanto in un secondo momento integrati nel suo legendarium, ma ne costituiscono uno degli elementi più amati e distintivi (al punto da essere stati copiati sotto varie forme: dagli halfling di "Dungeons & Dragons" ai nelwyn di "Willow"). Protagonista assoluto del primo film, Frodo lascerà più spazio ad altri nelle successive pellicole, ma rimarrà sempre il centro focale della vicenda. Fondamentale è anche Ian McKellen nel ruolo di Gandalf il grigio, il saggio stregone che guida la compagnia dell'anello. La sua magia è più legata al carisma e alla conoscenza che non al potere fisico (anche se Jackson non ha saputo resistere, e ha inscenato un duello "a bastonate" con Saruman): conosce tutte le lingue e comunica con gli animali, ed è l'unico fra i grandi saggi, elfi compresi, a interessarsi all'esistenza degli hobbit e alle loro usanze (come l'erba pipa). A lui sono riservate alcune delle scene più iconiche del film, come lo scontro con il Balrog sul ponte di Khazad-dûm ("Tu non puoi passare!"). E la sua scomparsa durante l'attraversamento di Moria giunge un po' a sorpresa, ma trattandosi di uno stregone non è difficile immaginarsi un suo ritorno in seguito. McKellen è stato l'unico attore in tutta la trilogia a ricevere una nomination agli Oscar come interprete, proprio per questo primo lungometraggio. Curiosità: la scena in cui sbatte comicamente la testa contro una trave del tetto di Casa Baggins fu un "incidente" (uno dei tanti) non previsto nella sceneggiatura iniziale.

Viggo Mortensen non era la prima scelta per il ruolo di Aragorn/Grampasso: le riprese erano già iniziate con Stuart Townsend nella parte (dopo che Daniel Day-Lewis aveva rifiutato), ma Jackson percepì che l'attore non era adatto, essendo troppo giovane per dare il giusto peso e carisma al personaggio. A differenza che nel libro, nella trilogia cinematografica Aragorn appare dubbioso e tormentato sul suo futuro ruolo di re di Gondor, il che lo rende più sfaccettato e tridimensionale. Da questo dipende un altro scostamento: la spada Narsil non verrà riforgiata fino a "Il ritorno del re". Di Sean Astin, Dominic Monaghan e Billy Boyd, che interpretano i tre hobbit Sam, Merry e Pipino, parlerò più diffusamente in occasione dei film successivi, ma basti dire che già da subito sono chiare le intenzioni dei cineasti di accentuare il ruolo comico degli ultimi due, e soprattutto di Pipino, protagonista di irresistibili siparietti con Gandalf (a Moria) e Aragorn (la scena della "seconda colazione") e di uscite divertenti (come la frase che conclude il consiglio di Elrond: "Dov'è che andiamo?"). Poco da dire, in questo primo film, anche su Orlando Bloom (Legolas, l'elfo arciere proveniente dal Reame Boscoso), ma va sottolineato un aspetto che oggi si tende a dare per scontato: gli elfi, in Tolkien, sono creature molto originali e diverse da quelle che il folklore tradizionalmente associa a questo nome, ovvero folletti di piccole dimensioni. Nella Terra di Mezzo, invece, si tratta della razza più antica e nobile di tutte, dotata di vita eterna (possono morire solo per propria scelta o se feriti in battaglia) e, nell'iconografia dei film, di un'aria di superiorità che si traduce nell'aspetto "arianeggiante" (fanno eccezione i mezzelfi come Elrond e Arwen, dai capelli corvini anziché biondi). Quanto a John Rhys-Davies (il nano Gimli, figlio del Glóin che fu uno dei tredici compagni di Thorin Scudodiquercia ne "Lo Hobbit"), fa del suo meglio per interpretare il personaggio sotto una grande barba e un pesante trucco che sul set gli provocò non pochi problemi (compresa un'irritazione alla pelle). La bassa statura dei nani lo costringe a frequenti primissimi piani, non apparendo quasi mai per intero insieme agli altri attori (tranne quelli che interpretano gli hobbit). Anche nel suo caso Jackson sceglie di ampliarne il lato comico, cosa che diventerà ancora più evidente nelle pellicole successive.

Uno dei personaggi centrali della seconda parte del film è senza dubbio Boromir (Sean Bean), l'unico altro uomo della compagnia dell'anello oltre ad Aragorn e l'unico a soccombere durante la missione. Per concludere la pellicola con la sua morte e con lo scioglimento della compagnia, Jackson ha inserito nella sceneggiatura anche quello che era il primo capitolo de "Le due torri" (aggiungendo inoltre una climatica battaglia contro gli orchi di Isengard guidati da Lurtz). Da notare come, nel corso dell'intera storia, la compagnia dell'anello propriamente detta rimanga unita per relativamente poco tempo: soltanto la seconda metà del primo film. La prova di Bean è una delle migliori della pellicola, con l'attore che è stato in grado di fornire regalità (non è un rozzo vichingo come nel cartone di Bakshi!), spessore ed empatia a un personaggio difficile e controverso, vittima della tentazione dell'anello. Ben riuscita anche l'evoluzione del suo rapporto con Aragorn, dall'iniziale antagonismo al riconoscimento finale del diritto regale del Ramingo. Nei film successivi verremo a sapere di più sul regno da cui proviene (Gondor) e conosceremo anche suo padre e suo fratello. Quanto al principale "cattivo" delle prime due pellicole, Saruman il bianco, il ruolo dello stregone corrotto è stato affidato al leggendario Christopher Lee, l'unico degli attori ad aver incontrato in passato Tolkien di persona. La sua voce profonda, le mani adunche, lo sguardo malevolo sono perfetti per il personaggio, il cui peso nell'economia della vicenda è stato ampliato parecchio (è lui, per esempio, che provoca la tempesta di neve sul Caradhras). Un altro grande attore, Ian Holm, interpreta Bilbo (con vari gradi di invecchiamento): le sequenze in cui si trova in scena insieme a Gandalf sono probabilmente le meglio recitate dell'intera trilogia. Indimenticabile il momento in cui, a Gran Burrone, l'anziano hobbit soccombe improvvisamente al nefasto effetto tentatore dell'anello, facendo sobbalzare di paura tutti gli spettatori. Holm aveva già recitato nella parte di Frodo nell'adattamento radiofonico del "Signore degli Anelli" della BBC nel 1981, che Jackson conosceva bene. Nella successiva trilogia cinematografica de "Lo Hobbit", il ruolo di un Bilbo giovane (è il prequel di questa) sarà affidato a Martin Freeman.

Completiamo la carrellata degli interpreti con alcuni ruoli minori. Hugo Weaving è il mezzelfo Elrond, signore di Gran Burrone. Liv Tyler è Arwen, sua figlia nonché promessa sposa di Aragorn: si tratta di uno dei personaggi il cui ruolo, decisamente limitato nel romanzo, è accresciuto, senza dubbio per dare più spazio a una delle rare figure femminili e al contempo per fornire maggiori appigli emotivi al personaggio di Aragorn. A parte sostituire Glorfindel nel salvataggio di Frodo al guado, molto del materiale aggiuntivo su Arwen proviene dalla "Appendice A" del libro di Tolkien. Cate Blanchett è Galadriel, la dama dei boschi di Lothlórien, personaggio che amo molto anche se non sono un fan dell'effetto visivo e sonoro con cui nel film viene manifestato il suo potere. Del resto del cast basti citare Lawrence Makoare (Lurtz: ma interpreterà altre parti nei film successivi, sempre sotto un pesante trucco), Marton Csokas (Celeborn, il compagno di Galadriel), Craig Parker (l'elfo Haldir) e Harry Sinclair (Isildur). Il regista stesso, che apparirà in tutti e tre film in un breve cameo "hithcockiano", è qui uno degli uomini per le strade di Brea, intento a mangiarsi una carota. In alcune scene intravediamo Gollum, anche se le sue fattezze definitive non erano ancora state messe a punto, e dunque per parlare di lui e del suo "interprete" Andy Serkis bisognerà aspettare "Le due torri". Quanto a Sauron, nell'incipit lo vediamo in forma fisica e in armatura, con tanto di anello (un po' comicamente) sul dito del guanto di metallo: come al solito, Jackson ne esplicita il potere "fisico", lasciando che grazie ad esso Sauron faccia volare via i nemici che colpisce con i suoi fendenti. Se molti mostri e nemici sono generati in computer grafica, gli orchi e i Cavalieri Neri sono invece attori in costume sotto un pesante trucco. La scena del Nazgûl che "fiuta" la presenza dei quattro hobbit sul sentiero per Brea è palesemente ispirata a quella analoga del film a cartoni animati di Bakshi. A proposito di quest'ultimo, vorrei rendergli giustizia citando alcune (poche) scene che a mio parere erano state rese meglio che nella versione in live action, come l'intera sequenza nella locanda di Brea e quella dello specchio di Galadriel (dove, come nel libro, ci guarda anche Sam: Jackson invece assegna al solo Frodo la visione della Contea in fiamme).

Molto bella la colonna sonora sinfonica di Howard Shore, ricca di temi evocativi e memorabili che accompagnano alla perfezione ciò che si vede sullo schermo, come quello dell'Anello, quello della compagnia (ripreso più volte) e quello della Contea ("Concerning Hobbits"). La canzone sui titoli di coda, l'eterea "May It Be", è cantata da Enya, musicista irlandese che già in precedenza si era ispirata nei suoi brani al mondo di Tolkien. Tornando a me, non credo di essere mai stato tanto in trepidazione per l'uscita di un film come accadde per questa pellicola e per i suoi due seguiti (e dubito che lo sarò mai più). Alla sua uscita, lo vidi al cinema ben quattro volte: il giorno della "prima", poi altre due a distanza ravvicinata (di cui una in lingua originale), e infine qualche mese più tardi in occasione di una riedizione che aveva, come punto di forza, un "teaser" di immagini del secondo capitolo. Due anni più tardi, rividi in sala "La compagnia dell'anello", stavolta in versione estesa, nel corso di una maratona di tutti i tre film in occasione dell'uscita del terzo. E non sono certo stato il solo a cedere al suo fascino: che si trattasse di lettori del libro o di spettatori occasionali per i quali ha rappresentato il primo punto di contatto con la Terra di Mezzo, il film ha colpito l'immaginario popolare e si è ritagliato un posto di prim'ordine quando si parla di grandi saghe cinematografiche, riuscendo persino a scalzare "Guerre stellari" nelle preferenze di molti (complici anche i sequel di Lucas). E, cosa rara per un blockbuster, è arrivata anche la fortuna critica, che si concretizzerà con la pioggia di Oscar sul terzo film (da intendersi, però, come riconoscimento all'intera trilogia). Oggi, quasi vent'anni dopo, la sua fama non è scemata e, anzi, continua a conquistare nuove generazioni (l'unico effetto avverso, forse, è che per molti la visione dei film ha sostituito la lettura del libro). Scene e dialoghi della pellicola hanno dato vita a meme, tormentoni e modi di dire (si pensi a frasi come "All right then, keep your secrets", "So you have chosen death", "One does not simply walk into Mordor", "You have my sword... and my bow... and my axe", e naturalmente il già citato "You shall not pass!"). Il fatto che il primo film si concluda lasciando in sospeso il destino dell'anello e dei personaggi, infine, non fa altro che invogliare a proseguire al più presto la visione con il secondo di questi tre meravigliosi film: "Le due torri".

4 agosto 2020

Blood simple (Joel Coen, 1984)

Blood simple - Sangue facile (Blood Simple)
di Joel [ed Ethan] Coen – USA 1984
con John Getz, Frances McDormand
**

Visto in divx.

Scoprendosi tradito dalla moglie Abby (Frances McDormand), che se la intende con il suo dipendente Ray (John Getz), il vendicativo Marty (Dan Hedaya), proprietario di un bar nel Texas, affida al detective privato Visser (M. Emmet Walsh) l'incarico di uccidere i due amanti. Ma Visser preferisce intascare la ricompensa e ammazzare invece Marty, utilizzando la pistola della donna per far ricadere la colpa su di lei. A trovare per primo il cadavere è però Ray, che credendo Abby responsabile decide di nasconderlo nel deserto... Il primo film dei fratelli Coen, Joel (accreditato come regista) ed Ethan (come produttore, nonostante i due rivestissero entrambi i ruoli e anche quelli di sceneggiatori e montatori), è un neo-noir che si rifà a certe atmosfere di classici come "Il postino suona sempre due volte" o "Detour". Sin dal loro primo lavoro, dunque, i due fratelli si dimostrano buoni soprattutto a saccheggiare il cinema del passato, rivestendolo magari di una patina modernista e senza approfondirne il reale contesto o significato. Se infatti lo stile può sembrare nuovo (tanto da ingannare la critica e, un po' meno, il pubblico), personaggi e situazioni brillano per cliché e superficialità (come dice anche la canzone ricorrente, persino sui titoli di coda: "It's the Same Old Song"). E nonostante la regia sia già ottima (grazie anche alla fotografia di Barry Sonnenfeld), la sceneggiatura presenta numerosi punti deboli, a partire dalla caratterizzazione dei due protagonisti, dai toni incoerenti, dal dilatamento delle emozioni (come la paranoia annacquata, quando i due amanti si sospettano a vicenda) e dalla generale stupidità del comportamento di tutti i personaggi (una vera costante del cinema dei due fratelli). Quando a questi ingredienti, nei film successivi, i Coen aggiungeranno anche la parodia, il livello – qui ancora nei limiti del puro intrattenimento – calerà ulteriormente. Elementi del film saranno riproposti in "Fargo" e "L'uomo che non c'era". Frances McDormand, moglie di Joel, al debutto, rimarrà una presenza ricorrente nei lavori dei due fratelli: ma in questo loro primo film i veri interpreti di rilievo sono i comprimari, ovvero Hedaya e Walsh. Nel 2009 uscirà un remake cinese con la regia di Zhang Yimou.

3 agosto 2020

Gli anni in tasca (François Truffaut, 1976)

Gli anni in tasca (L'argent de poche)
di François Truffaut – Francia 1976
con Jean-François Stévenin, Georges Desmouceaux
***

Rivisto in DVD.

Quasi una rilettura contemporanea de "I quattrocento colpi", il film – ricchissimo, poetico e vivace – segue la quotidianità di alunni e insegnanti durante gli ultimi giorni di scuola (siamo a giugno) di un istituto elementare maschile nella cittadina di Thiers, nel centro della Francia. Assistiamo così a tante piccole storie minime (alcune delle quali autobiografiche, come il bacio finale durante la colonia estiva, che ripropone il primo bacio di Truffaut) che contribuiscono a ritrarre con sensibilità e attenzione il mondo dell'infanzia e della prima adolescenza. Un mondo che il regista (insieme alla co-sceneggiatrice Suzanne Schiffman) esplora con curiosità, ironia e talvolta complicità, ma mai con accondiscendenza, e a cui guarda a tutto tondo, dai momenti più innocenti e infantili (i giochi, gli scherzi) alla ricerca di autonomia dagli insegnanti o dalla famiglia, fino ai primi impulsi sessuali e all'esplorazione dei sentimenti. Spesso si ha la sensazione che l'universo dei ragazzi, più che limitarsi semplicemente a riprodurre in piccolo quello degli adulti, possa funzionare e andare avanti per proprio conto, a prescindere da essi. D'altronde la cinematografia francese ha sempre prestato una particolare cura ai bambini: ma se il film è debitore senza dubbio a titoli come "Zero in condotta" di Jean Vigo, certi passaggi (come quello in cui i due fratellini tagliano i capelli all'amico per intascare il denaro che il padre di questi gli aveva dato per recarsi dal parrucchiere) ricordano coeve pellicole iraniane come "Il viaggiatore" di Kiarostami. Fra le micro-storie che si intrecciano, un particolare peso hanno quella di Patrick (Georges Desmouceaux), innamorato della madre di un suo compagno di scuola (Tania Torrens), e quella del "ladruncolo" Julien (Philippe Goldmann), che proviene da un ambiente disagiato e subisce maltrattamenti in famiglia. Fra le scene memorabili, anche quella della caduta del piccolo Gregory dalla finestra e quella in cui Lydia (Virginie Thévenet), rimasta a casa da sola, si fa passare del cibo con una carrucola dagli occupanti degli appartamenti vicini. Bellissimo e accorato il lungo discorso finale del maestro Richet (Jean-François Stévenin) contro le ingiustizie e l'indifferenza della politica e della società nei confronti dei bambini, pronunciato davanti alla classe prima di augurare loro buone vacanze (è come se fosse lo stesso Truffaut a parlare, vedi anche i riferimenti alla propria "infanzia difficile"). Chantal Mercier è la maestra, Marcel Berbert il preside. Truffaut appare all'inizio del film, in macchina: è il padre della piccola Martine. Piccole parti anche per le figlie del regista, Laura ed Eva (quest'ultima, in particolare, è una delle due ragazze che vengono invitate al cinema). Nella colonna sonora c'è una canzone di Charles Trenet, "Les enfants s'ennuient le dimanche". Il titolo originale andrebbe tradotto con "La paghetta". Fu il terzo maggior incasso di Truffaut al box office francese (superato solo da "I quattrocento colpi" e "L'ultimo metrò").

2 agosto 2020

Good bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Good bye, Lenin! (id.)
di Wolfgang Becker – Germania 2003
con Daniel Brühl, Katrin Sass
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Colpita da infarto nell'ottobre del 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, Christiane Kerner (Katrin Sass) finisce in coma e si risveglia otto mesi più tardi, quando la sua adorata Germania Est non esiste più. Per difenderla da uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex (Daniel Brühl) si ingegna allora in ogni modo per farle credere che la DDR e il socialismo siano ancora più in salute che mai, conservando il vecchio arredamento della casa, confezionando falsi telegiornali (insieme all'amico Denis, aspirante cineasta), procurandosi quotidiani e confezioni di alimenti uguali a quelli di un tempo (a partire dai cetrioli tanto amati dalla madre, ormai fuori commercio)... Enorme successo di pubblico per una pellicola che gioca con il sentimento della "Ostalgie", ovvero il nostalgico ricordo per la Germania orientale prima della riunificazione, che fra le altre cose (come il commercio di memorabilia) ha generato anche una vasta produzione culturale di cui questo film è forse il titolo più emblematico. Al di là del tema del rapporto fra madre e figlio, con questi che giunge a "creare" o a plasmare un intero mondo pur di farla vivere in una "bolla protetta" (l'inverso, cioè, di quanto accade di solito nel periodo dell'infanzia), e delle riflessioni sulla verità e sulla relatività della realtà che percepiamo (in linea con la disinformazione e l'occultamento, attività tipiche dei regimi totalitari), l'aspetto più interessante è proprio la prospettiva personale di un evento storico: e come tale il film è persino più gradevole da vedere oggi che alla sua uscita, quando i fatti narrati erano ancora troppo vicini e dunque lo si poteva considerare come una semplice commedia di costume, in fondo nemmeno così divertente (ricordo che quando lo vidi per la prima volta rimasi deluso perché non si rideva più di tanto). Interessanti i molteplici riferimenti ai "miti" dell'est (a partire dal cosmonauta tedesco Sigmund Jähn, che Alex idolatrava da bambino, passando per i cartoni animati locali, le automobili Trabant, le marche e i prodotti alimentari), e divertenti i capovolgimenti di ruoli che il ragazzo è costretto a inventare per giustificare alcuni evidenti cambiamenti agli occhi della madre (la Coca-Cola che in realtà si scopre essere una "bevanda socialista", l'arrivo continuo di "profughi dall'Ovest"). Il titolo del film si riferisce alla celebre scena in cui Christiane è salutata da una gigantesca statua di Lenin portata via da un elicottero, che richiama evidentemente l'altrettanto celebre incipit de "La dolce vita" di Fellini o forse una sequenza analoga de "La doppia vita di Veronica" di Kieślowski. Numerose anche le citazioni del cinema di Kubrick (da "2001", menzionato esplicitamente da Denis, ad "Arancia meccanica" nella scena accelerata con musica di Rossini) e di Billy Wilder (l'arrivo della Coca-Cola a Berlino Est ricorda "Uno, due, tre!"). La colonna sonora è di Yann Tiersen. Nonostante il successo di questa pellicola (uno dei maggiori del cinema tedesco), il regista Wolfgang Becker è praticamente scomparso dalle scene, e da allora ha girato solo un altro lungometraggio (nel 2015).

1 agosto 2020

Puzzle (Marc Turtletaub, 2018)

Puzzle (id.)
di Marc Turtletaub – USA 2018
con Kelly Macdonald, Irrfan Khan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Agnes (Macdonald) è una donna letteralmente "tutta casa e chiesa". Moglie di Louie (David Denman) e madre di due figli adolescenti (Bubba Weiler e Austin Abrams), ha sempre condotto una vita semplice, banale e frustrante, senza mai interessarsi a nulla al di fuori della sua famiglia e della sua piccola comunità religiosa, e cercando di reprimere l'insoddisfazione che monta dentro di sé. Quando scopre per caso di essere molto brava a fare i puzzle, risolvendo in brevissimo tempo anche quelli più grandi e complessi, risponde d'impulso a un annuncio lasciato da un uomo (Irrfan Khan) che cerca una "compagna di puzzle" per partecipare al campionato nazionale di questa attività. E le si apre un mondo... Il puzzle come simbolo della vita, dell'ordine nel caos e della soddisfazione che si prova quando si mettono insieme tutti i pezzi della propria esistenza, ma anche la liberazione e l'autodeterminazione di una donna che trova un nuovo scopo e un nuovo interesse, che esce dal guscio della bassa autostima in cui si era costretta con le proprie mani, e che comincia a guardare le cose da un altro punto di vista. Remake di un film argentino ("Rompecabezas" del 2010, a sua volta simile al francese "Joueuse" del 2009 dove però si giocava a scacchi), di cui sposta l'ambientazione nel New England, la pellicola è gradevole e con molti sottotesti (non appena completato un puzzle, Agnes lo disfa per rifarlo di nuovo: come nei mandala tibetani, il valore sta nell'esercizio e non nel risultato finale), oltre che ben recitata (Irrfan Khan, in uno dei suoi ultimi ruoli, è un affascinante inventore indiano): ma anche priva di veri guizzi, e in fondo prevedibile.

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

30 luglio 2020

Bill & Ted's excellent adventure (S. Herek, 1989)

Bill & Ted's Excellent Adventure
di Stephen Herek – USA 1989
con Alex Winter, Keanu Reeves
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Bill S. Preston, Esquire (Alex Winter) e Ted "Theodore" Logan (un Keanu Reeves agli esordi) sono due liceali non esattamente acuti e brillanti, che vivono a San Dimas, cittadina in California. Poco portati per lo studio, il loro unico sogno è quello di formare una rock band, i Wyld Stallyns, anche se nessuno dei due è davvero capace di suonare decentemente la chitarra elettrica. Tuttavia, se non supereranno l'esame finale di storia (cosa non certo facile per chi crede che "Joan of Ark" sia la moglie di Noè), saranno bocciati: e di fronte a questa eventualità il padre di Ted minaccia di spedire il figlio in un'accademia militare in Alaska, separando così per sempre il duo. Per fortuna giunge loro un inatteso aiuto da Rufus (George Carlin), un uomo del futuro (!) che mette a loro disposizione una macchina del tempo (con l'aspetto di una cabina telefonica): grazie ad essa, Bill e Ted potranno viaggiare nelle diverse epoche del passato e portare nel presente alcune importanti figure storiche (Napoleone, Socrate, Billy the Kid, Gengis Khan, Giovanna d'Arco, Sigmund Freud, Beethoven e Abramo Lincoln) che, dopo aver trascorso alcune ore nel mondo moderno (compresa una movimentata visita al centro commerciale della città), li assisteranno nella loro presentazione a scuola. Mai tradotto o distribuito in Italia (a differenza del sequel che uscirà due anni più tardi, "Bill & Ted's bogus journey", intitolato da noi "Un mitico viaggio"), un autentico cult movie nonché mio particolare guilty pleasure: una commedia sui viaggi nel tempo, assolutamente da non prendere sul serio, che garantisce un divertimento ingenuo ma senza freni e che in patria, insieme per l'appunto al suo secondo capitolo (creativamente migliore, più cupo e complesso), nonché a una serie animata e una a fumetti, ha dato origine a un vero e proprio mito generazionale, capace di influenzare l'immaginario collettivo sotto molteplici aspetti. Quello della commedia demenziale – antesignana di cose come "Fusi di testa" o "Beavis & Butt-head" – è soltanto lo strato più superficiale (al di sotto c'è la satira della società moderna, del consumismo, della famiglia e del sistema scolastico), ma già da solo garantisce una notevole dose di divertimento per l'approccio scanzonato alla storia e ai classici temi della fantascienza e delle pellicole teen a sfondo scolastico.

Ricco di gag, di giochi di parole, di trovate comiche legate alla cultura pop (con citazioni da "Doctor Who" o "Star Wars") o frutto originale della creatività degli autori (a volte anche stupida, certo, ma sempre comicamente contagiosa), il film ha saputo crearsi una fan base affezionata e duratura, come testimoniano le recenti menzioni in pellicole ad ampio budget quali "Ready Player One" e "Avengers: Endgame". Il motivo è chiaro: innanzitutto è facile affezionarsi a due protagonisti ingenui e simpatici, due slacker ignoranti e clueless ma sempre allegri e ottimisti, che quantomeno – per usare le parole di Socrate – "sanno di non sapere", e che parlano attraverso un linguaggio o slang del tutto particolare che fa ampio uso di aggettivi di valutazione esagerati o desueti (come "Excellent" o "Triumphant"), spesso comicamente rafforzati da avverbi come "Most" e "Totally". Bill e Ted si rivolgono agli altri con il termine "Dude", esclamano il proprio stupore con "No way!" (o "Yes way!"), si esprimono con versi di celebri canzoni rock, usano il gesto dell'air guitar come segno di approvazione, e coniano, come tormentone, le frasi "Be excellent to each other" e "Party on, dude!" che diventeranno le forme di saluto standard nella società del futuro. Il mondo da cui proviene Rufus, 700 anni più tardi, è infatti un'utopia che poggia le proprie fondamenta sulla musica e la filosofia dei Wyld Stallyns, per quanto assurdo e improbabile possa sembrare. Per questo motivo è necessario che i due ragazzi non vengano divisi e che passino l'esame di storia. La sceneggiatura, nata a partire da alcuni sketch comici scritti e interpretati al liceo, è di Chris Matheson (figlio di Richard Matheson!) e Ed Solomon, che firmeranno anche quelle dei seguiti. Fra gli aspetti più interessanti c'è il modo in cui sono concepiti i viaggi nel tempo, assolutamente lineari e a prova di paradosso (i rapporti causa-effetto sono sempre rispettati, anche quando la cronologia è invertita: se i due protagonisti hanno bisogno di qualcosa nel presente, gli basta decidere che nel futuro torneranno indietro a predisporre il tutto). Alcune scene sono state girate in Italia (il castello medievale, per esempio è l'Orsini-Odescalchi di Bracciano). Le carriere dei due protagonisti prenderanno strade differenti: Reeves diventerà una star, Winter finirà nel dimenticatoio. Ma nel 2020 i due si ritroveranno insieme a girare, trent'anni dopo, un terzo capitolo di "Bill & Ted".

29 luglio 2020

La course des sergents de ville (F. Zecca, 1907)

La course des sergents de ville
di Ferdinand Zecca – Francia 1907
**1/2

Visto su YouTube.

In questa breve commedia, che ha anticipato un intero genere e ha ispirato le pellicole slapstick di Mack Sennett (in particolare, per sua stessa ammissione, la serie dei “Keystone Cops”), un cane ruba un pezzo di carne dalla bottega di un macellaio e si dà alla fuga: al suo inseguimento parte un plotone di una ventina di comici poliziotti, che lo rincorrono agitando i loro manganelli, scivolando e intralciandosi fra loro. L’inseguimento si protrae per le strade della città, dentro le case e persino in cima a un tetto (che il cane raggiunge arrampicandosi su un palazzo – camminando in verticale lungo il muro! –, seguito dai poliziotti che salgono come uomini ragno: ovviamente la scena è stata girata su una finta facciata disposta in orizzontale). Alla fine gli agenti lo circondano nella sua cuccia, ma il cane sa come difendersi e li mette tutti in fuga. E dopo averli ricacciati fino alla stazione di polizia, l’animale – nell’inquadratura finale a lui dedicata – si gusta finalmente il cosciotto rubato. Se i film di inseguimenti non erano una novità (almeno dai tempi di “Stop thief!” del 1901), la presa in giro delle forze dell’ordine (e dunque dell’autorità) è qui l’elemento più evidente: il gruppo indistinto di poliziotti imbranati, nonostante il vantaggio numerico, non riesce neppure ad avere la meglio su un cane. Il cinema comico americano – non solo Sennett, ma anche Chaplin, Keaton e gli altri – sfrutterà la stessa idea a più riprese, ma gruppi di poliziotti comici appariranno anche nei cartoni animati di Hayao Miyazaki (penso ad alcuni episodi di “Lupin III” o di “Sherlock Holmes”). Oltre alla notevole scena del tetto, sicuramente la più interessante dal punto di vista tecnico, è da ricordare anche quella in cui il cane e i poliziotti passano per la camera da letto di un signore che sta dormendo. Prodotto per la Pathé, il film è stato scritto da André Heuzé, sceneggiatore che continuerà a lavorare per il cinema fino ai tardi anni trenta. Il cane protagonista, di cui si ignora il nome, è stato forse la seconda star canina del cinema dopo il Blair di “Rescued by Rover” del 1905. La Gaumont, rivale della Pathé, realizzò lo stesso anno un film simile a questo, "Course à la saucisse" di Alice Guy, in cui un barboncino ruba una salsiccia (ma non è inseguito da poliziotti, bensì dal negoziante e dai passanti fra i quali semina scompiglio durante la sua fuga).

28 luglio 2020

L'ereditiera (William Wyler, 1949)

L'ereditiera (The Heiress)
di William Wyler – USA 1949
con Olivia de Havilland, Montgomery Clift
***

Visto in divx, per ricordare Olivia de Havilland.

Caterina Sloper (Olivia de Havilland) è bruttina, timida, asociale, goffa, poco portata per le arti e la conversazione. Secondo il padre, il dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), che la paragona in continuazione alla moglie defunta (un paragone sempre sfavorevole, naturalmente), la sua unica virtù è data dalla ricchezza di famiglia: per questo motivo, quando il bellimbusto squattrinato Morris Townsend (Montgomery Clift) comincia a farle la corte, il medico sospetta immediatamente che si tratti di un cacciatore di dote. Ma Caterina, ingenua e alla prima esperienza amorosa, ignora le proteste del padre e si ostina a voler sposare il suo spasimante. Peccato che questi, di fronte alla prospettiva che la ragazza venga diseredata dal ricco genitore, si eclissi all'improvviso. Sarà una Caterina ormai maturata e indurita, che ha "imparato a leggere gli uomini", quella che lo rivedrà anni dopo... Ispirato a un romanzo di Henry James ("Washington Square"), un melodramma romantico di ambientazione ottocentesca, psicologicamente feroce e romanticamente pessimista, che mette in scena la disillusione che porta al cinismo. Fu proprio la De Havilland (che per questo ruolo vinse il secondo dei suoi due Oscar come miglior attrice), dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale tratta dal romanzo di James, a suggerire ai produttori e al regista William Wyler di trarne un film, scritturando come sceneggiatori gli autori del dramma (Ruth e Augustus Goetz). Rispetto a quest'ultimo, il personaggio di Morris è più ambiguo e sfumato (a lungo anche noi spettatori rimaniamo nel dubbio sulla sincerità delle sue azioni), e come risultato tutti i tre personaggi principali (Caterina, Morris e il padre) possono essere letti in chiave positiva o negativa. In fondo Morris, anche se attratto dal denaro, avrebbe potuto amare sinceramente Caterina per tutta la vita (una cosa non esclude l'altra), e anche il padre, pur non riconoscendo le qualità della figlia, pare comunque preoccupato per il suo bene e la sua felicità, commettendo naturalmente l'errore di confondere la troppa protezione con l'amore. A fungere da commento musicale è il tema di "Plaisir d'amour", che Morris suona anche al pianoforte (Elvis Presley e la sua "Can't Help Falling in Love", naturalmente, erano ancora da venire). Miriam Hopkins è la "romantica" zia Lavinia. Oltre a quello per la miglior attrice, il film vinse altri tre Oscar (per le scenografie, i costumi e la colonna sonora) per un totale di quattro statuette su otto nomination.

27 luglio 2020

Curtiz (Tamás Yvan Topolánszky, 2018)

Curtiz (id.)
di Tamás Yvan Topolánszky – Ungheria 2018
con Ferenc Lengyel, Evelin Dobos
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Nel 1942 il regista di origini ungheresi Michael Curtiz si accinge a girare a Hollywood una pellicola che cambierà le storia del cinema e, forse, le sorti della guerra in corso in Europa: "Casablanca". Mentre lotta con la produzione, cerca di trovare un finale adeguato, tiene a bada le ingerenze del responsabile della commissione governativa, Mr. Johnson (Declan Hannigan), che si aggira sul set per assicurarsi che il film non veicoli valori anti-americani, e contemporaneamente fa ogni sforzo per far uscire la sorella dall'Ungheria in orbita nazista, Curtiz deve fare i conti con l'inatteso arrivo della figlia di primo letto Kitty (Evelin Dobos), che non vedeva da 19 anni e che si è procurata un ruolo di comparsa pur di poter incontrare il padre. Fra biopic e metacinema, un "dietro le quinte" del film più famoso di tutti i tempi: ma dei vari Bogart, Bergman e Lorre intravediamo soltanto a tratti le figure, sfocate sullo sfondo per brevi istanti o addirittura fuori inquadratura, per focalizzarci invece sulle contraddizioni intime e il carattere spigoloso di Curtiz, cinico e donnaiolo, dispotico sul set e idiosincratico verso gli attori, ma incerto e insicuro nel profondo, raccontato attraverso il suo rapporto con la figlia, che cerca inutilmente di comprenderlo, e con l'antagonistico Johnson, che dubita della sua fedeltà alla causa americana (il film che sta girando dovrebbe mandare un messaggio di speranza e stimolare i giovani a combattere, ma il regista non sembra condividere la fiducia che si possa vincere la guerra). Raffinato nella forma (la fotografia è in bianco e nero, salvo colorarsi occasionalmente con la luce rossa che indica che sul set si sta girando, o con il fascio blu del proiettore), e con una colonna sonora jazz e sincopata, il film è ingessato e pretenzioso, anche se non privo di stimoli e di retroscena sulla lavorazione di "Casablanca" (come il fatto che la sceneggiatura venisse continuamente riscritta sul momento, che la scena dell'aeroporto fu girata con un falso aereo minuscolo e dei nani vestiti da meccanici, che il finale – rappresentato come un momento di presa di coscienza sociale e civile da parte del regista – fu scelto solamente all'ultimo istante). Scott Alexander Young è il produttore Hal B. Wallis, Jozsef Gyabronka l'attore S.Z. Sakall. Da notare le frecciatine a Trump (si dice che Ronald Reagan si è arruolato perché vuole rendere l'"America great again", e si parla di "alternative facts"). In una scena si vede Lucas, il figlio di Bess (Nickolett Barabas), la seconda moglie di Curtiz, mentre disegna astronavi e personaggi di "Star Trek": anche se è improbabile che abbia ideato lui il design dei vulcaniani e dell'Enterprise, Lucas fu in effetti uno degli scrittori e dei registi che lavorarono alla serie di Roddenberry.

26 luglio 2020

Il tesoro (Corneliu Porumboiu, 2015)

Il tesoro (Comoara)
di Corneliu Porumboiu – Romania 2015
con Toma Cuzin, Adrian Purcarescu
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando il vicino di casa Adrian, in difficoltà economiche, gli chiede di aiutarlo ad assumere un tecnico con un metal detector per andare alla ricerca di un presunto tesoro, sepolto anni prima dal nonno nel giardino di una villa di campagna, Costi accetta senza pensarci troppo. Per lui è un modo di vivere un'avventura simile a quelle dei libri (come "Robin Hood") che legge al figlioletto ogni sera. Una pellicola dai tempi dilatati e dai dialoghi realistici che convivono con una cifra assurda e iperreale (quasi alla Kaurismäki), dove la ricerca del tesoro si trasfigura in chiave esistenzialista ma, al contempo, conserva tutta la sua minimalistica concretezza – la meticolosa scansione del terreno con il metal detector, il lungo scavo, le questioni burocratiche (ogni rinvenimento deve essere comunicato alla polizia, nel caso di trattasse di oggetti legati al "patrimonio nazionale") – sfiorando dunque temi personali, politici, economici, famigliari. Quasi ogni scena, per quanto possa sembrare semplice o insignificante – dal capo del protagonista che trova più plausibile che lui abbia una relazione extraconiugale piuttosto che vada a caccia di un tesoro, al finale in cui l'uomo soddisfa il desiderio "romantico" e adolescenziale del figlioletto di vederlo tornare con una cassetta piena di oro e gemme – possiede come chiave di lettura l'elogio della fantasia e del perseguimento dei propri sogni rispetto all'accettazione di una realtà grigia e burocratica. E proprio nella soddisfazione (o nella condivisione) di queste aspettative la pellicola stessa assume un significato profondo, che la eleva al di sopra della sua narrazione lineare e senza fronzoli.

25 luglio 2020

A river called Titas (Ritwik Ghatak, 1973)

A river called Titas (Titash ekti nadir naam)
di Ritwik Ghatak – Bangladesh/India 1973
con Rosy Samad, Kabori Sarwar
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

È uno dei primi (e più importanti) film bangladesi ad aver raggiunto la notorietà internazionale, poco dopo l'indipendenza del paese nel 1971. Sulle sponde del fiume Titas si dipanano nel corso degli anni le storie di diversi personaggi, per lo più abitanti dei villaggi di pescatori che proprio al grande fiume devono la loro sopravvivenza, venerandolo e utilizzandolo anche per le loro cerimonie (dai matrimoni ai funerali: "senza acqua le nostre anime non possono salire in cielo"). Il giovane Kishore (Prabir Mitra) sposa una ragazza di un altro villaggio, Rajar Jhi (Kabori Sarwar), ma la sposa incinta viene rapita dai banditi che la sottraggono dalla barca dopo la prima notte di nozze. Per la perdita Kishore diventa pazzo, mentre Rajar Jhi, liberatasi e soccorsa da altri pescatori, non farà ritorno che dieci anni più tardi, ignorando il nome del suo sposo e conoscendo solo quello del suo villaggio. Insieme al figlioletto Ananta è accolta (contro il volere della sua famiglia) da Basanti, giovane e combattiva vedova che un tempo era innamorata proprio di Kishore e che desidera disperatamente diventare madre, al punto da adottare il ragazzino. Nella seconda parte del film la storia si sfilaccia, presenta nuovi personaggi e si fa ancora più complessa, introducendo il tema delle rivalità incrociate fra i pescatori, i contadini e i mercanti della zona, faide fra caste che porteranno al prosciugamento del fiume... Da un romanzo dello scrittore bengalese Adwaita Mallabarman, una pellicola fluviale ed epica, meditativa ed esistenzialista, un affresco corale che intreccia molte storie su un unico scenario. Al di là degli aspetti cinematografici (il ritmo lento, la fotografia in bianco e nero, l'approccio neorealista contaminato però da una qualità astratta e quasi surreale, la colonna sonora che fonde la musica tradizionale con i silenzi e i suoni della natura), suscitano interesse soprattutto quelli antropologici e i ricchi sottotesti culturali e spirituali: evidenti negli usi e i costumi degli abitanti dei villaggi, i riti, le feste e le tradizioni, i miti (Rajar Jhi è paragonata più volte a una dea e chiamata Bhagavati), le fiabe e le storie di fantasmi, ma soprattutto il ruolo delle donne, autentiche protagoniste della pellicola come della vita delle comunità (sono loro a gestire le case mentre i mariti e i padri vanno a pesca), pur se formalmente subordinate agli uomini (tanto da perdere il loro nome proprio ed essere identificate soltanto come "la moglie di...", "la madre di...", "la sorella di...", "la figlia di..."). Amicizia, accoglienza, rivalità, grettezza, e tutto il campionario di atteggiamenti, vizi e virtù degli esseri umani plasmano poi i rapporti fra i singoli personaggi, le famiglie, le caste e le comunità, in una spirale alternata di solidarietà e di ostilità, mentre il fiume fa da silenzioso e implacabile osservatore, solcato da innumerevoli barche e chiatte, a remi o a vela, fino a quando persino l'unità dei pescatori e la loro aderenza a stili di vita e tradizioni antiche devono cedere il passo alla cattiveria del mondo moderno che avanza e ai tempi che cambiano (nessun fiume è eterno!).

24 luglio 2020

Hobitit (Timo Torikka, 1993)

The Hobbits (Hobitit)
di Timo Torikka – Finlandia 1993
con Taneli Mäkelä, Pertti Sveholm
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Miniserie in nove episodi (di circa 25 minuti l'uno) per la tv finlandese ispirata a “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Il titolo originale significa “Gli hobbit”: e infatti la storia è narrata interamente dal punto di vista di questi ultimi, in particolare di Sam Gamgee che, giunto in tarda età, legge le proprie avventure ai suoi figli (un'idea ripresa dal celebre "Epilogo" che Tolkien aveva scritto ma poi eliminato dalla trilogia), glissando rapidamente sugli eventi che accadevano quando lui o Frodo non erano presenti. Fa eccezione il primo episodio, che riassume l'incontro di Bilbo con Gollum, il ritrovamento dell'anello e la gara di indovinelli (da “Lo Hobbit”), mentre i successivi coprono la trilogia canonica: “La compagnia dell'anello” (episodi 2-6), “Le due torri” (7-8) e “Il ritorno del re” (9). Gli ultimi tre episodi si concentrano sull'attraversamento di Mordor e sul ritorno nella Contea, lasciando dunque da parte le vicende di Gandalf e Aragorn e le battaglie di Rohan e Gondor successive allo scioglimento della compagnia dell'anello, che vengono solo riassunte a parole. Se a prima vista la serie può sembrare di scarsissima qualità, soprattutto per l'estetica, i costumi e il production value (è girata completamente in interni, con modellini e sfondi proiettati su chroma key), guardandola con attenzione si giunge invece ad apprezzarla per diversi motivi. Primo su tutti l'enorme rispetto per il materiale originale: una volta accettata la scelta di eliminare tutte le parti che non vedono protagonisti gli hobbit, si scopre che forse siamo di fronte all'adattamento del romanzo più fedele mai visto. Sono presenti infatti personaggi ed episodi che sia la versione animata di Ralph Bakshi sia quella hollywoodiana di Peter Jackson hanno preferito eliminare, come l'attraversamento della Vecchia Foresta e l'incontro con Tom Bombadil, per esempio, ma anche la battaglia finale per liberare la Contea occupata. Le atmosfere, dopo alcuni episodi di rodaggio, cominciano ad apparire sempre più convincenti, e la mancanza di budget diventa di colpo poco importante di fronte ai dialoghi e alle caratterizzazioni dei personaggi veicolate da un gruppo di buon attori, gli stessi che avevano già interpretato una riduzione teatrale del romanzo a Suomenlinna nel 1988/89. Taneli Mäkelä è un Frodo che si fa progressivamente più tormentato, Pertti Sveholm un Sam convincente e mai macchiettistico, Vesa Vierikko un Gandalf mistico e carismatico, ma la vera stella è Kari Väänänen nel doppio ruolo di Gollum e di Aragorn. Un altro nome noto nel cast è il “kaurismakiano” Matti Pellonpää nei panni di Saruman il bianco. E a rimanere impresso è anche il Boromir “orientale” interpretato da Carl-Kristian Rundman. La colonna sonora di Toni Edelmann comprende numerose canzoni (con testi tratti dalle poesie del libro). Nel complesso, se lo “Hobbit” russo del 1985 deve essere considerato soltanto una buffa curiosità, questo “Signore degli Anelli” finlandese ha sorprendentemente i suoi pregi: ah, se solo gli autori avessero avuto più tempo e denaro a disposizione!

23 luglio 2020

The Hobbit (Roman Mitrofanov, 1991)

Tesori sotto la montagna (Sokrovishha pod goroj)
di Roman Mitrofanov – URSS/Russia 1991 [incompiuto]
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di tutte le versioni de "Lo Hobbit", questa è forse la più affascinante e la più misteriosa. Avrebbe dovuto trattarsi di un adattamento animato, prodotto in Unione Sovietica, di cui però sono sopravvissuti soltanto pochi minuti, vale a dire l'incipit con l'antefatto della storia. La lavorazione fu infatti interrotta e il film è rimasto incompiuto. Per quale motivo? Non soltanto per questioni economiche o artistiche: probabilmente la colpa è proprio della dissoluzione dell'URSS e della ristrutturazione che ne seguì. Senza contare che, in precedenza, la questione di ottenere i diritti di un'opera occidentale per trarne un adattamento cinematografico (animato o meno) spesso non si poneva, mentre nella Russia degli anni novanta questo diventava un problema. In ogni caso è un vero peccato, dato che i sei minuti presenti su YouTube lasciano immaginare un film molto interessante. Le due sole scene esistenti mostrano infatti una certa originalità, a cominciare dall'impostazione. L'ordine degli eventi non è infatti quello del romanzo di Tolkien: non si inizia con Bilbo e il suo incontro con Gandalf, ma con una narrazione degli antefatti. Dapprima c'è il racconto della fondazione del regno di Thrain, della prosperità della città di Dale (che sembra una cittadina della campagna russa) e della sua devastazione da parte del drago Smaug; passiamo poi alla riunione di Thorin e dei suoi nani con Gandalf, che li invita a cercare un quattordicesimo membro della loro compagnia. Dopodiché i nani partono per il loro viaggio. Disegni e animazione sembrano di qualità, non certo peggiori di quelli della versione americana Rankin/Bass: Gandalf in particolare incute rispetto e timore, e i nani sono differenziati ma non macchiettistici. Purtroppo non abbiamo a disposizione un'immagine di Bilbo. Bella la voce del narratore, Gandalf stesso (Nikolay Karachentsov), che passa dal parlato al cantato con grande nonchalance.

22 luglio 2020

The Hobbit (Vladimir Latyshev, 1985)

Il viaggio favoloso del signor Bilbo Baggins, lo Hobbit
(Skázochnoye puteshéstviye místera Bíl'bo Bégginsa, Khóbbita)
di Vladimir Latyshev – URSS 1985
con Mikhail Danilov, Zinovy Gerdt
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Questo film tratto da "Lo Hobbit", girato per un programma di fiabe per bambini per la televisione sovietica, deve essere considerato il primo adattamento di un romanzo di Tolkien con attori in carne e ossa: tutti i precedenti tentativi (dal film di Bakshi agli speciali televisivi di Rankin/Bass), infatti, erano in animazione. Certo, è girato al risparmio e si vede, fra barbe finte e fondali dipinti: l'aspetto dei personaggi è al limite del ridicolo, e gli effetti speciali sono assenti o dozzinali (persino Georges Méliès, agli albori del cinema, faceva di meglio!). Eppure, sarà per amore della storia e dell'avventura, si lascia anche guardare con divertimento. Molte parti della vicenda sono assenti (mancano Beorn, Gran Burrone, gli elfi di Bosco Atro) o menzionati in poche battute (i troll, i lupi e le aquile), ma quelle che sono state conservate hanno il giusto spazio: i nani e le loro canzoni, la gara di indovinelli con Gollum, il dialogo con il drago Smaug. L'incontro con i ragni e la battaglia dei cinque eserciti, di contro, sono risolti in pochi istanti. Bard e gli uomini di Pontelagolungo appaiono più "grandi" grazie a una sovrimpressione, mentre i goblin sono fin troppo umani. Il protagonista Bilbo, interpretato da Mikhail Danilov, è ben più pacioccone di come siamo abituati, mentre i ruoli di contorno sono assegnati ad attori teatrali di una certa fama: Ivan Krasko è Gandalf, Igor Dmitriev è Gollum, Anatoly Ravikovich è Thorin Scudodiquercia. Smaug è una marionetta. La cosa migliore sono forse le canzoni, niente male, mentre assai curiosa è la presenza di un narratore (chiamato "L'autore" nei credits: nelle intenzioni voleva essere lo stesso Tolkien) che introduce la vicenda e la punteggia con i suoi commenti. Nel complesso il film rimane una buffa curiosità, ma non priva di interesse per un fan tolkieniano (si astengano invece i cinefili!).

21 luglio 2020

Favolacce (D. e F. D'Innocenzo, 2020)

Favolacce
di Damiano e Fabio D'Innocenzo – Italia 2020
con Elio Germano, Lino Musella
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Attraverso il diario di una ragazzina, rinvenuto fra la spazzatura e lettoci dalla voce di un narratore fuori campo, seguiamo le storie di alcune famiglie della periferia a sud di Roma: storie soprattutto di bambini e adolescenti, che crescono con fatica in mezzo ad adulti ostili o indifferenti, vivono le prime esperienze sessuali, o soffrono di emarginazione o introversione. Fra coming-of-age e duro contatto con il mondo (brutto) degli adulti, quasi tutte queste storie hanno un finale tragico, da cui il titolo "favolacce". Il secondo lungometraggio dei fratelli D'Innocenzo è, come il primo ("La terra dell'abbastanza"), un duro affresco di periferia, dai toni cupi e pessimisti, con personaggi infelici e senza alcuna possibilità di redenzione. Se il precedente, però, parlava di malavita e delinquenza, questo si cala nel disagio nascosto all'interno di famiglie apparentemente normali. Peccato che i personaggi e le loro storie siano davvero poco interessanti, che gli spunti siano già visti mille volte, che la regia monotona sia incapace di stimolare l'interesse o la curiosità dello spettatore, che le prove degli attori (tutti di livello televisivo) siano piatte e stereotipate. Ma soprattutto che il sonoro in presa diretta impedisca, anche stavolta, di comprendere almeno la metà delle parole di dialoghi biascicati e funestati da una pessima dizione. Cari registi e produttori italiani, ve lo dico ancora: tornate al doppiaggio! Esagerato l'apprezzamento critico (è stato scomodato persino il Vittorio De Sica de "I bambini ci guardano", dove però il mondo degli adulti aveva ben altro spessore e quello dei bambini ne era una lente d'ingrandimento o deformante). Il film ha vinto l'Orso d'Argento a Berlino per la sceneggiatura: l'avranno visto con i sottotitoli, almeno ci hanno capito qualcosa.

20 luglio 2020

Marty, vita di un timido (D. Mann, 1955)

Marty, vita di un timido (Marty)
di Delbert Mann – USA 1955
con Ernest Borgnine, Betsy Blair
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il macellaio italo-americano Marty Piletti (Borgnine) ha 34 anni e vive ancora con la madre, mentre tutti i suoi numerosi fratelli si sono già sposati. Lui, invece, fatica a trovare una ragazza, anche perché è tutt'altro che bello e prestante, e trascorre le serate libere in casa o gironzolando con gli amici perditempo. Quando ormai non ci sperava più, incontra in una sala da ballo la giovane insegnante Clara (Blair), triste e solitaria come lui: che sia la sua anima gemella? Il pregio maggiore di questo film, il più celebre del regista Delbert Mann, è il modo realistico con cui tratteggia personaggi e situazioni, senza abbellimenti o esagerazioni hollywoodiane né svolte drammatiche o colpi di scena improbabili: per questo è facile lasciarsi coinvolgere e, magari, identificarsi nei teneri e disperati protagonisti. L'ottimo Borgnine era agli esordi di una lunga carriera che raramente, purtroppo, gli riserverà altre parti da protagonista (ma lo ricordiamo in celebri western come “Il mucchio selvaggio”). Impagabili i siparietti con la mamma (Esther Minciotti) e la zia (Augusta Ciolli), doppiate alla perfezione in un misto di italiano e dialetto abruzzese, che mettono in luce le dinamiche (tipicamente italiane, ma in realtà comuni in tutto il mondo) dei difficili rapporti fra madri e figli, o meglio fra le madri vedove e i figli sposati: madri che prima insistono affinché i figli si sposino, ma poi hanno sempre da ridire a proposito delle nuore. Joe Mantell è l'amico Angelo, Jerry Paris il cugino Tommy, Karen Steele la moglie di questi, Virginia. Girata a basso budget nelle strade del Bronx e come rifacimento di un film per la tv, la pellicola riscosse un grande successo di critica: vinse non solo l'Oscar per il miglior film (e quelli per la regia, l'attore protagonista e la sceneggiatura di Paddy Chayefsky, più altre quattro nomination) ma anche la Palma d'Oro al Festival di Cannes, impresa riuscita solo ad altri due film ("Giorni perduti" e "Parasite").

19 luglio 2020

Prendi i soldi e scappa (W. Allen, 1969)

Prendi i soldi e scappa (Take the money and run)
di Woody Allen – USA 1969
con Woody Allen, Janet Margolin
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Cresciuto in un quartiere disagiato di San Francisco, Virgil Starkwell diventa – senza troppa fortuna – un criminale che alterna fallimentari tentativi di rapine in banca a brevi soggiorni in penitenziari dai quali, in un modo o nell'altro, riesce sempre ad evadere. Al suo primo vero film da autore completo (attore, sceneggiatore e regista) dopo l'esperimento "Che fai, rubi?", Woody Allen sceglie la strada del mockumentary (il "finto documentario"), con tanto di voce narrante e di interviste ai vari personaggi che il protagonista ha incontrato nel corso della sua vita (a partire dai genitori, che appaiono sullo schermo con nasi e baffi finti). Lo sfortunato Virgil è una specie di Clyde, la cui Bonnie è rappresentata dalla tenera e virginea Louise (Janet Margolin), incontrata per caso (“Era così tenera, così dolce mentre camminava accanto a me nel parco, che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla. Dopo mezz'ora avevo rinunziato del tutto all'idea di rubarle la borsetta”). La comicità è soprattutto situazionista, praticamente slapstick (esilaranti le scene in cui il protagonista è incatenato ad altri cinque evasi con cui forma una chain gang), lontana dalla verbosità e dalle ossessioni intellettuali che diventeranno il marchio di fabbrica del comico dal decennio successivo. La tecnica del documentario anticipa naturalmente "Zelig" (e c'è anche una scena in cui Virgil, per breve tempo, si trasforma in un rabbino). Prima di decidere di fare lui stesso il regista, Allen aveva chiesto che a dirigere la pellicola fosse Jerry Lewis. Il film è stato scritto insieme all'amico Mickey Rose, che Woody aveva conosciuto al liceo e che collaborerà con lui anche nel suo secondo film, "Il dittatore dello stato libero di Bananas".

18 luglio 2020

Che fai, rubi? (Woody Allen, 1966)

Che fai, rubi? (What's up, Tiger Lily?)
di Woody Allen [e Senkichi Taniguchi] – USA/Giappone 1966
con Woody Allen, Tatsuya Mihashi
*

Rivisto in divx.

Il primo film diretto da Woody Allen (che all'epoca vantava già una brillante carriera da autore, comico, cabarettista) è una vera sciocchezza, di quelle che tutti prima o poi provano a fare per gioco: il ridoppiaggio comico di un altro film, nella fattispecie una spy story giapponese, "Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi", quarto capitolo di una serie di spionaggio che già parodiava per conto suo le pellicole di James Bond. Allen ne stravolge il montaggio e ne modifica i dialoghi, trasformando la storia in una confusa lotta per il possesso di una ricetta per l'insalata di uova. Ma se l'idea poteva anche dare i suoi frutti, è sorprendente quanto il risultato sia poco (leggi: per nulla) divertente, del tutto privo di battute memorabili o di situazioni esilaranti. Peggio ancora, la produzione avrebbe aggiunto ulteriori scene all'insaputa di Allen (come quelle con i membri del gruppo musicale The Lovin' Spoonful, che firma la colonna sonora), gonfiando per la distribuzione cinematografica quello che inizialmente doveva essere uno special televisivo della durata di un'ora. E come se non bastasse, il doppiaggio italiano altera a sua volta i dialoghi e i nomi dei personaggi (il protagonista, chiamato Phil Moscowitz nella versione di Allen, diventa "James Tokio, agente 006", mentre le due fanciulle interpretate da Akiko Wakabayashi e Mie Hama, che erano le sorelle Suki Yaki e Teri Yaki, diventano delle più banali Rosie e Samantha). La ragazza che si spoglia sui titoli di coda è la playmate China Lee. Nel complesso una farsa noiosa, di interesse solo per i completisti di Allen, che lascia semmai con la curiosità di guardarsi il film giapponese originale.

17 luglio 2020

Ciao pussycat (Clive Donner, 1965)

Ciao pussycat (What's new pussycat)
di Clive Donner – USA/Francia 1965
con Peter O'Toole, Peter Sellers
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il britannico Michael James (Peter O'Toole), redattore per una rivista di moda a Parigi, esita a sposarsi con la sua eterna fidanzata Carole (Romy Schneider) perché non vuole rinunciare alle avventure quotidiane con le numerose altre donne che gli girano attorno (e che chiama tutte con il vezzegiativo “Pussycat”). Fra queste: la spogliarellista Liz (Paula Prentiss), perennemente depressa e incline al suicidio; la ninfomane Renée (Capucine), paziente dello psicanalista Fritz Fassbender (Peter Sellers), a sua volta ossessionato dal sesso e geloso dei successi di Michael; e la paracadutista Rita (Ursula Andress), che gli piomba giù letteralmente dal cielo. Pochade scollacciata che ha i suoi pregi essenzialmente nel gruppo di interpreti, fra i quali spicca Woody Allen, autore anche della sceneggiatura, alla sua prima esperienza nel cinema (prima di esordire l'anno successivo anche alla regia) nei panni di Victor, l'amico imbranato di Michael e Carole (battuta cult: "Ho trovato lavoro in un locale di striptease, aiuto le ragazze a spogliarsi e a vestirsi. 24 franchi a settimana" - "Non sono molti" - "Beh, è quanto posso spendere..."). Nel complesso una farsa di scarso valore che ironizza sulle dipendenze sessuali ma anche (e soprattutto) sulla psicanalisi, leitmotiv di tutto il cinema di Allen, con Sellers nei panni di un terapeuta che ha più problemi dei suoi stessi pazienti. Camei di Richard Burton e Françoise Hardy. Il tema musicale, cantato da Tom Jones, è di Burt Bacharach. Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere Warren Beatty e Groucho Marx.

16 luglio 2020

Alita (Robert Rodriguez, 2019)

Alita: Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel)
di Robert Rodriguez – USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz
**

Visto in TV (Now Tv).

Nel ventiseiesimo secolo, trecento anni dopo "la caduta" (una guerra globale che ha devastato la Terra e decimato l'umanità: gran parte dei sopravvissuti vive di stenti nella "Città di ferro", baraccopoli che sorge in superficie, mentre un'irraggiungibile elite si è insediata a Zalem, metropoli fluttuante nel cielo), lo scienziato Dyson Ido (Christoph Waltz) rinviene in una discarica i resti di una cyborg guerriera, alla quale ricostruisce il corpo e dà il nome della propria figlia defunta, Alita. Alla ricerca della propria identità, di cui non ha che frammenti di memoria, Alita (Rosa Salazar) fa amicizia con il giovane Hugo (Keean Johnson) – che a sua insaputa si guadagna da vivere rubando e vendendo pezzi di ricambio di cyborg – e si attira le antipatie di Zapan (Ed Skrein), arrogante "braccatore" (cacciatore di taglie che cattura o uccide i cyborg criminali) e di Grewishka (Jackie Earle Haley), capo di una banda di cyborg assassini. Ma soprattutto scopre di essere sulla lista nera di Nova (Edward Norton), il misterioso leader di Zalem, in grado di trasferire la propria coscienza nei suoi sottoposti sulla Terra, come il potente boss criminale Vector (Mahershala Ali), al cui servizio c'è la dottoressa Chiren (Jennifer Connelly), ex moglie di Dyson. Come si vede, tanti personaggi e una storia complessa ma confusa e incoerente: il tutto soltanto per essere messo al servizio di frenetiche scene d'azione (la cosa migliore del film), come le battaglie fra cyborg che usano armi o arti marziali, o gli incontri di Motorball, sport motoristico fra cyborg su pattini che è un po' una via di mezzo fra il Rollerball e le Robot Wars televisive. Tratto dal manga di Yukito Kishiro (che personalmente lessi negli anni novanta, ma di cui non ricordo molto) e realizzato dopo una lunghissima gestazione (James Cameron, qui soltanto produttore e co-sceneggiatore, stava pensando di farne un film da almeno una ventina d'anni), il lungometraggio fa amplissimo uso di effetti digitali, non solo nelle scene d'azione ma anche per le scenografie e le fattezze dei personaggi (i corpi dei cyborg e il volto della protagonista, con grandi occhioni da manga/anime che generano una sorta di effetto Uncanny Valley, probabilmente voluto per ricordare allo spettatore che non si tratta di un normale essere umano). Poco originale nei suoi temi (è la solita variazione su Pinocchio/Astroboy, già vista per esempio in "A.I.") e banale quando scimmiotta situazioni da romanzo o film per young adult (vedi il personaggio di Hugo e tutto il suo rapporto sentimentale con Alita), la pellicola non è altro che una delle tante avventure di azione/SF per adolescenti. La sceneggiatura lascia però trapelare interessanti sviluppi, nonché un mondo più vasto (Rodriguez ha infatti condensato uno script di Cameron molto più lungo): e il finale lascia la porta aperta a uno o più sequel che potrebbero approfondire meglio le motivazioni e le vicende narrate nel fumetto originale. Alla fine Alita scopre infatti di essere un'arma da combattimento prodotta dalla "tecnarchia URM", gli antichi avversari di Zalem, contro cui si era battuta tre secoli prima.

15 luglio 2020

Cena con delitto (Rian Johnson, 2019)

Cena con delitto - Knives out (Knives Out)
di Rian Johnson – USA 2019
con Ana de Armas, Daniel Craig
***

Visto in TV (Prime Video).

Quando l'anziano e ricco scrittore Harlan Thrombey (Christopher Plummer) viene trovato morto nel suo studio, tutti pensano a un suicidio. Ma il detective privato Benoît Blanc (Daniel Craig), ingaggiato con una lettera anonima da uno sconosciuto, indaga per scoprire se sia stato invece assassinato... Ottimamente scritto e diretto, e con un cast di gran livello, un film che sorprende e che mantiene persino più di quanto promette. L'impostazione è infatti quella del classico giallo deduttivo alla Agatha Christie, o whodunit che dir si voglia (tutti i famigliari della vittima, ospiti a casa sua la sera precedente per festeggiarne il compleanno e divisi – dietro l'armonia apparente – da dissidi e gelosie, avevano infatti un motivo per volerlo morto), che fa uso dei principali luoghi comuni del genere (al punto che un personaggio all'inizio commenta "Questa sembra la casa del Cluedo"), su cui però Johnson gioca a mescolare le carte. E pur mantenendone le regole e gli ingredienti (ma in maniera originale e mai parodistica, citazionistica o postmoderna) e fornendo alla fine una soluzione che non delude lo spettatore né sbeffeggia l'intelligenza sua o degli stessi personaggi, ne innova in parte la struttura. Per cominciare, anche se probabilmente il detective Blanc darà vita a una serie (un secondo film sarebbe già in lavorazione), la vera protagonista è Marta Cabrera (Ana de Armas), l'infermiera latino-americana che si occupava dello scrittore defunto. Suo è il punto di vista di tutta la storia, ed è lei a conoscere molti dei reali retroscena del delitto, che vengono rivelati in un flashback anche a noi spettatori ma non all'investigatore che la prende come sua "aiutante" (diventa il dottor Watson di turno!). Una delle particolarità di Marta è quella di essere "allergica" alle menzogne, al punto da non poter dire una bugia senza vomitare all'istante: il che non le impedisce di raccontare a Blanc solo parte della verità, nascondendo elementi importanti (un po' come faceva il narratore de "L'assassinio di Roger Ackroyd", anch'egli scelto da Poirot come suo assistente). Certo, la trovata di rendere partecipe lo spettatore (ma non l'investigatore) della dinamica del delitto sin dall'inizio non è nuova: si tratta di una inverted detective story come quelle del tenente Colombo. L'ulteriore valore aggiunto, quello che eleva la pellicola al di sopra del proprio genere, è però la lettura socio-politica: l'intera storia è una metafora dell'America ai tempi di Trump: un'America bianca e indolente che vive sulle spalle degli antenati che hanno costruito la casa (leggi: la nazione), nemmeno tanto vecchia poi; privilegiati che quasi non si accorgono degli immigrati di cui sfruttano i servizi (non sanno nemmeno da dove proviene Marta: c'è chi dice dall'Ecuador, chi dall'Uruguay, chi dal Brasile) o li guardano con accondiscendenza dall'alto in basso, che poi si indignano quando questi cominciano a rivendicare il diritto di essere considerati loro pari o finiscono addirittura col superarli ("Ti abbiamo fatto entrare in casa nostra e tu ci rubi tutto!") e che, prima che se ne rendano conto, si ritrovano fuori dalla casa mentre loro ne prendono possesso (esemplare la scena finale). Oltre a Craig, Plummer e de Armas, il cast è completato da Jamie Lee Curtis (Linda, la prima figlia di Harlan), Don Johnson (Richard, suo marito), Michael Shannon (Walt, il secondo figlio), Toni Collette (Joni, la nuora), Chris Evans (Ransom, figlio di Linda e Richard, la "pecora nera" della famiglia), Katherine Langford (Meg, la figlia di Walt). Piccole parti inoltre per Frank Oz (l'avvocato), Lakeith Stanfield e Noah Segan (i due poliziotti), K Callan (la vecchia nonna) ed Edi Patterson (la domestica).

14 luglio 2020

Insieme a Parigi (Richard Quine, 1964)

Insieme a Parigi (Paris when it sizzles)
di Richard Quine – USA 1964
con William Holden, Audrey Hepburn
**

Visto in TV.

Lo sceneggiatore americano Richard Benson (Holden), alcolista, donnaiolo e disilluso, deve scrivere in soli due giorni la sceneggiatura per il film "La ragazza che rubò la Torre Eiffel" che gli era stata commissionata mesi prima dal produttore Meyerheim (Noël Coward). Ad aiutarlo, nel suo appartamento di Parigi, arriva la spigliata dattilografa Gabrielle Simpson (Hepburn). Insieme i due improvviseranno la trama del film (che si svolge tutto in un solo giorno, la festa nazionale del 14 luglio), cambiandone continuamente mood e direzione con improbabili svolte e colpi di scena, mentre sia i personaggi dello script (che sono dei loro alter ego, Rick e Gaby) sia loro stessi finiranno per innamorarsi. Remake di una commedia francese del 1952 ("Henriette" di Julien Duvivier) adattata da George Axelrod, una confusa parodia del cinema hollywoodiano e dei suoi vari generi (sono attraversati tutti, dal romantico allo spionaggio). Anche se al pastiche non mancano fantasia e dialoghi spigliati e sopra le righe, il suo punto di forza sono soprattutto i due interpreti, che avevano già recitato insieme dieci anni prima in "Sabrina". Fra le cose più divertenti ci sono gli strali che l'idiosincratico sceneggiatore lancia contro i film impegnati ("dove non succede mai niente") o contro gli attori (riservando continue figuracce o umiliazioni a Tony Curtis, qui costretto in un ruolo secondario). Molti inoltre i riferimenti espliciti ad altri film di Audrey Hepburn (da "Colazione da Tiffany" a "My fair lady"). Grégoire Aslan è l'ispettore Gilet, l'acerrimo nemico del "ladro internazionale" Rick nel film, mentre Raymond Bussières è uno dei gangster. Breve cameo per Marlene Dietrich. Il titolo originale proviene da un verso di una canzone di Cole Porter. Mentre si trovava a Parigi, la Hepburn girò di seguito anche un altro film, "Sciarada" di Stanley Donen. L'anno successivo Quine firmerà un'altra pellicola che gioca a mescolare la fantasia di uno scrittore (stavolta di fumetti) con la realtà, "Come uccidere vostra moglie".