30 settembre 2014

Racconto d'estate (Éric Rohmer, 1996)

Racconto d'estate, aka Un ragazzo, tre ragazze (Conte d'été)
di Éric Rohmer – Francia 1996
con Melvil Poupaud, Amanda Langlet
***1/2

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra, Giovanni, Paola, Marta, Esther e Beatrice.

Il giovane Gaspard (Melvil Poupaud) giunge a metà luglio in vacanza a Dinard, cittadina costiera della Bretagna, dove spera di "intercettare" la sua fidanzata, l'egocentrica Lena (Aurélia Nolin), reduce da un viaggio in Spagna senza di lui e ospite di alcuni cugini nelle vicinanze. Ma la ragazza si fa desiderare, e nel frattempo Gaspard stringe amicizia con la spigliata Margot (Amanda Langlet), cameriera in un ristorante, e attira l'attenzione della bella Solène (Gwenaëlle Simon). Al terzo film del ciclo "Racconti delle quattro stagioni", Rohmer torna a raccontare il mondo degli amori giovanili, e in particolare di quelli estivi, come aveva già fatto in passato (per esempio in "Pauline alla spiaggia", da cui non a caso ritorna l'attrice Amanda Langlet). Stavolta però il suo protagonista, l'introverso e indeciso Gaspard, pur trovandosi al centro di un vortice sentimentale del tutto inedito per lui (che aveva sempre pensato di non essere attraente), finirà col non concludere niente. Incapace di scegliere, progetta un viaggio romantico all'isola di Ouessant con ciascuna delle tre ragazze, ma naturalmente non vi andrà con nessuna. E alle complicazioni amorose preferirà la facile scappatoia fornitagli dalla passione per la musica. Spiagge oceaniche, canzoni "marinare" (una delle quali, "La filibustiére", sarà composta proprio da Gaspard, inizialmente per Lena e poi "dirottata" a Solène), lunghe discussioni sull'amicizia e l'amore fra Gaspard e la sua "confidente" Margot durante le loro passeggiate, un'ottima caratterizzazione psicologica dei quattro personaggi principali, una sceneggiatura ricca di dialoghi al tempo stesso realistici e altamente "lavorati": Rohmer al suo meglio, insomma. Il tutto è scandito da un cartello che, prima di ogni scena e come un calendario, segnala il giorno in cui ci troviamo, ricordando il passaggio del tempo che caratterizza ogni vacanza estiva (in tutto la vicenda occupa tre settimane, da lunedì 17 luglio a domenica 8 agosto). Forse il più bello dei quattro "racconti". Al suo arrivo nei cinema italiani, i distributori "bucarono" clamorosamente il collegamento con i precedenti film del ciclo (usciti appunto come "Racconto di primavera" e "Racconto d'inverno"), intitolandolo "Un ragazzo, tre ragazze". Soltanto con la successiva uscita in DVD, il film è stato ribattezzato "Racconto d'estate".

29 settembre 2014

Nata ieri (George Cukor, 1950)

Nata ieri (Born yesterday)
di George Cukor – USA 1950
con Judy Holliday, William Holden
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il rozzo affarista Harry Brock (Broderick Crawford), in trasferta a Washington allo scopo di "comprare" un deputato e far così approvare una legge favorevole ai suoi loschi traffici, affida la propria fidanzata Billie (Judy Holliday, premiata con l'Oscar), ex ballerina ignorante e provinciale, alle cure del giornalista Paul Verrall (William Holden), affinché le faccia da tutore, la educhi e le insegni come comportarsi in società. Funzionerà fin troppo bene: il colto e liberale Paul (che nel frattempo se ne è innamorato) non si limiterà a rendere più istruita la ragazza su arte, letteratura, storia e politica, ma ne risveglierà la coscienza civica e sociale, facendole aprire gli occhi sugli sporchi metodi di Harry. Tratto da una commedia teatrale di Garson Kanin (il quale, su richiesta di Cukor, riscrisse per intero la sceneggiatura di Albert Mannheimer), un film che dietro gli stilemi della commedia romantica e gli ingenui stereotipi di genere (il personaggio di Billie è la tipica "oca" bionda) ribadisce l'importanza dei valori civili della democrazia e della costituzione americana. Non a caso è ambientato fra i palazzi del potere di Washington e fa riferimenti continui agli elementi fondanti degli Stati Uniti (la Costituzione, le parole di Thomas Jefferson e Abramo Lincoln). Iconica l'immagine della Holliday che indossa gli occhiali e consulta freneticamente il dizionario ogni volta che incontra una parola desueta o a lei sconosciuta. La regia di Cukor rende divertente anche la statica scena in cui Billie e Harry giocano a "Calabrache" (nella versione originale "Gin rummy", una sorta di "Scala quaranta" semplificata). Rifatto nel 1993 con Melanie Griffith.

27 settembre 2014

Bodyguards and assassins (Teddy Chan, 2009)

Bodyguards and assassins (Shi yue wei cheng)
di Teddy Chan – Hong Kong 2009
con Donnie Yen, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in TV.

Nel 1906 l'intellettuale in esilio Sun Wen (ovvero Sun Yat-sen, figura cardine nella ribellione della Cina contro la dinastia imperiale) intraprende un viaggio dal Giappone a Hong Kong per incontrare in segreto i leader della resistenza e pianificare l'imminente rivolta delle province cinesi. Informata del suo arrivo, l'imperatrice Cixi sguinzaglia i suoi sicari affinché uccidano l'uomo durante la sua breve permanenza nella colonia britannica; ma un gruppo di patrioti e rivoluzionari organizza la sua protezione. Kolossal dal ricco cast che purtroppo risulta schiacciato dal peso delle sue stesse ambizioni. A una prima parte di preparazione e di presentazione di tutti i personaggi, forse troppo lunga, segue una seconda ricca di azione, con i numerosi combattimenti nelle strade di Hong Kong fra i sicari inviati dall'imperatrice e le svariate "guardie del corpo" di Sun. Il risultato è però pachidermico, farraginoso e manierista, oltre a soffrire per una malriuscita alchemia fra il setting storico-realistico (con tanto di messaggi politici, per quanto superficiali, nonché un eccesso di agiografia nei confronti del "padre della patria" Sun), alcuni momenti melodrammatici e la consueta e spettacolare inverosimilità delle pellicole di kung fu (con Donnie Yen e Leon Lai in primo piano, nei panni rispettivamente di un poliziotto che si unisce ai ribelli per proteggere la propria famiglia e di un maestro di arti marziali che si è ridotto a vivere da vagabondo). Quanto al resto del cast, Tony Leung Ka-fai è Chen, il giornalista e intellettuale democratico che coordina la protezione di Sun Wen; Wang Xueqi è Li Yutang, anziano uomo d'affari che sostiene economicamente i rivoluzionari; Wang Po-chieh è Chongguang, il figlio diciassettenne di Li, che fa da sosia a Sun durante la sua permanenza; Nicholas Tse è Si, il giovane servitore e amico di Chongguang; e ancora, ci sono Eric Tsang (con i baffi!) nei panni del capo della polizia di Hong Kong; Simon Yam in quelli del generale Fang che si nasconde con i propri uomini fra i membri di una compagnia teatrale; Li Yuchun è sua figlia, alleata dei ribelli; Fan Bingbing è la moglie di Li Yutan, nonché ex amante di Shen; Mengke Bateer è il colossale venditore di tofu ed ex monaco Shaolin; Hu Jun è il capo dei sicari imperiali ed ex alunno di Chen; in più appaiono anche – in brevi cameo – Jacky Cheung e Michelle Reis.

26 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014 - conclusioni

È stata una rassegna molto superiore alle aspettative, con almeno quattro film sugli scudi ("Melbourne" dell'iraniano Nima Javidi, "Le dernier coup de marteau" della francese Alix Delaporte, "Figlio di nessuno" del serbo Vuk Ršumovic e soprattutto "From what is before" del filippino Lav Diaz, vincitore a Locarno) e tante altre pellicole comunque interessanti e meritevoli di visione (fra cui ricordo "The president", "Jackie & Ryan", "Burying the ex", "Tales", "Villa Touma" e "The humbling"). Certo, la maggior parte di queste provenivano dalle sezioni collaterali della Mostra e non dal concorso ufficiale, ma purtroppo è una tendenza degli ultimi festival veneziani (anche l'anno scorso i film migliori, "Locke" e "Gravity", erano fuori concorso). Speriamo che la maggior parte possa trovare spazio nella distribuzione regolare in sala (per il lento e lunghissimo film di Lav Diaz sarà quasi impossibile, me ne rendo conto, ma per gli altri chissà). Fra i temi più gettonati di quest'anno c'erano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti in generale: dal nipotino di "The president" al ragazzo selvaggio di "Figlio di nessuno", dallo straordinario protagonista di "Le dernier coup du marteau" al neonato di "Melbourne". Molta attenzione anche per la musica (dal folk/country di "Jackie & Ryan" alla sinfonica di "Le dernier coup de marteau"). E come sempre, si esce da queste rassegne con la felice consapevolezza che le cinematografie di alcune regioni del mondo, forse "periferiche" rispetto alla dittatura hollywoodiana, sono più vive che mai (con l'Iran – ma forse il Medio Oriente in generale, dal Libano alla Palestina – in prima fila).

24 settembre 2014

Villa Touma (Suha Arraf, 2014)

Villa Touma
di Suha Arraf – Israele 2014
con Maria Zreik, Cherien Dabis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Marisa, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Uscita dall'orfanotrofio al compimento dei diciotto anni, la giovane Badia viene accolta dalle zie nella ricca e decadente Villa Touma, al centro della città palestinese di Ramallah. Le tre donne, ultime superstiti di un'aristocratica famiglia cristiana, vivono praticamente da recluse, imprigionate nei ricordi di un passato che non intendono abbandonare. Dopo aver provato a educare la nipote secondo regole e dettami di un tempo ormai superato (insegnandole a parlare francese, a suonare il pianoforte, a vestirsi in maniera vetustamente elegante), ben presto la loro unica occupazione diventa quella di cercarle un marito, naturalmente da scegliere fra i pochi cristiani di buona famiglia rimasti in città. Badia, invece, si innamora di un giovane profugo palestinese, scatenando la riprovazione delle zie... Pellicola tutta al femminile, che guarda con un filo di sottile ironia – velato da nostalgia, amarezza e rimpianto – a un mondo ormai scomparso e i cui ultimi rappresentanti cercano ostinatamente di sopravvivere in un contesto ormai irrimediabilmente mutato. Che la storia si svolga nella Palestina post-intifada, in fondo, è solo un dettaglio, per quanto significativo: la vicenda avrebbe potuto essere ambientata in ogni parte del mondo, visto che riguarda prima di tutto il percorso umano dei personaggi. Le tre zie – Juliette (Nisreen Faour), Violette (Ula Tabari) e Antoinette (Cherien Dabis) – hanno da tempo rinunciato all'amore: la prima per scelta, la seconda per caso, la terza per imposizione; e l'arrivo di Badia nelle loro vite finirà per sconvolgerne lo status quo nella maniera più impensata, come mostra lo spiazzante colpo di scena nel finale. Quello della regista Suha Arraf (al primo lungometraggio di finzione dopo un documentario, ma già sceneggiatrice di pellicole di una certa notorietà come "La sposa siriana" e "Il giardino dei limoni") è un film originale, intimo e garbato, forse non rivoluzionario come altre pellicole che oggi arrivano dal Medio Oriente, ma comunque da non sottovalutare. "I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi", ha dichiarato la regista. "Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani".

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

23 settembre 2014

Tales (Rakhshan Bani-Etemad, 2014)

Tales (Ghesseha)
di Rakhshan Bani-Etemad – Iran 2014
con Habib Rezaei, Farhad Aslani
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Film corale che racconta una serie di storie ("Tales", appunto) ambientate nell'odierna Teheran, con i personaggi che si passano il testimone da una scena all'altra. Il risultato è un mosaico di situazioni di disagio nell'Iran contemporaneo, dove grandi questioni di ordine sociale e piccoli drammi personali si fondono in maniera inestricabile, talvolta criticando aspramente una realtà che non sembra offrire semplici soluzioni, e talvolta lasciando la porta aperta a un raggio di speranza (come negli ultimi due episodi, probabilmente i migliori). Il filo conduttore è un cameraman che sta girando un documentario sulle condizioni dei lavoratori e che riprende con la sua camera digitale le tante situazioni cui si trova ad assistere (alcune delle quali sono mostrate per l'appunto attraverso il suo obiettivo, in lunghi piani sequenza). Un tassista scopre che una sua amica d'infanzia è diventata una prostituta; un burocrate si disinteressa dei problemi dei cittadini che fanno la fila davanti al suo ufficio; due giovani progettano un finto rapimento per sottrarre soldi al proprio padre; una paziente ricoverata in una clinica-rifugio per donne riceve la visita del marito violento; un gruppo di lavoratori protesta contro la fabbrica che non li paga; un operaio si infuria quando la donna che ha sposato in seconde nozze riceve una lettera dal suo ricco e precedente marito; un autista e una volontaria della clinica succidata hanno una vivace schermaglia dialettica-amorosa. La sceneggiatrice e regista Rakhshan Bani-Etemad, decana del cinema iraniano che negli ultimi anni si era data soprattutto al documentario, non è nuova a lanciare sguardi critici e ricchi di capacità osservativa sulla società iraniana. La scelta di girare tanti brevi segmenti può essere forse stata dettata dall'esigenza di eludere la censura (pare che per girare un cortometraggio siano necessarie meno autorizzazioni – e anche meno compromessi – che per un lungo film), ma la fusione di tutte le storie produce un affresco che nel suo insieme risulta più deflagrante delle singole parti. Recuperando alcuni personaggi dai suoi film precedenti, Bani-Etemad lancia una buona dose di strali contro la corruzione, la violenza o lo sfruttamento, schierandosi dalla parte della gente comune – che si tratti di operai o intelletuali, giovani o anziani, uomini e donne – nel denunciare istituzioni indifferenti, una burocrazia inefficiente, e in generale un mondo dove la crisi economica, l'ingiustizia sociale, la dipendenza dalla droga (tema su cui si insiste a più riprese) rendono difficile l'esistenza. Forse la pellicola pecca un po' di discontinuità, ma non si possono negare le sue doti narrative (proprio la sceneggiatura è stata premiata a Venezia) nonché l'impegno – prima di tutto politico e civile – che sottende alla sua realizzazione. "Nessun film può rimanere in un cassetto", afferma il cameraman nel finale, a sottolineare l'esigenza, per un cineasta o un intellettuale, di raccontare e denunciare i problemi delle persone che gli stanno attorno. Nel ricco cast, spiccano i protagonisti dell'ultima sequenza, gli ottimi Peyman Moaadi e Baran Kosari.

Good kill (Andrew Niccol, 2014)

Good Kill (id.)
di Andrew Niccol – USA 2014
con Ethan Hawke, January Jones
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Thomas (Hawke) è un pilota di droni: dalla sua base militare nel deserto del Nevada, nei pressi di Las Vegas, controlla a distanza velivoli senza pilota che sganciano missili su vere o presunte basi di terroristi in Afghanistan e dintorni. Fra dubbi e problemi di coscienza, il desiderio di tornare a pilotare aerei "veri" e la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in gran parte delle sue operazioni (che sempre più spesso hanno come effetto collaterale la morte di vittime civili e innocenti), il suo mondo comincia ad andare in pezzi. E si ritroverà a dover compiere una difficile scelta. Con un occhio all'attualità e un altro alla finzione (la guerra combattuta come un videogioco), Niccol aggiorna allo scenario della "lotta al terrore" alcuni dei temi che aveva già affrontato ai tempi del "Truman Show": difficile non pensare a quel film quando Thomas alza lo sguardo al cielo, consapevole della presenza di satelliti e veicoli spia che attraversano le orbite, invisibili a tutti. Ma pur non rinunciando a porre domande scomode e ad instillare dubbi di ogni genere tanto nei suoi personaggi quanto negli spettatori (con il merito di affrontare, forse per primo, un tema che potrebbe diventare sempre più pressante nell'immediato futuro: come l'evoluzione tecnologica sta cambiando, o forse ha già cambiato, le regole della guerra), il film fallisce nel dare risposte accettabili o non troppo semplificate, e si limita a tracciare un inquietante parallelo fra le strade dei poveri villaggi del Medio Oriente bombardati dai droni e quelle delle villette a schiera tutte uguali dell'America o, addirittura, il colorato e kitsch "strip" di Las Vegas: due modi ben diversi di vivere in mezzo al deserto. Il titolo si riferisce al gergo con cui si indica un colpo andato a segno. Nel cast, January Jones è la moglie di Hawke, Zoë Kravitz il suo "copilota", Bruce Greenwood il suo superiore.

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 settembre 2014

Le dernier coup de marteau (A. Delaporte, 2014)

Le dernier coup de marteau
di Alix Delaporte – Francia 2014
con Romain Paul, Clotilde Hesme
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Victor, tredicenne taciturno e arrabbiato con il mondo, vive in una roulotte sulla spiaggia presso Montpellier con la madre, malata terminale di cancro. Il ragazzo divide il suo tempo fra la scuola, gli allenamenti di calcio (il suo allenatore, convinto che abbia talento, vorrebbe che si sottoponesse a un provino) e la compagnia dei vicini di origine spagnola Luna e Miguel. Quando il padre che non ha mai conosciuto, un celebre direttore d'orchestra straniero, fa ritorno in città per dirigere in un concerto la sesta sinfonia di Mahler (la "Tragica"), Victor decide di approcciarlo, andando in segreto ad osservarlo durante le prove... E l'uomo – dopo un iniziale rifiuto – accetta il riavvicinamento; e per superare l'imbarazzo di non avere niente in comune, comincia a sottoporlo a una personale educazione musicale. È inutile negarlo: i francesi ci sanno fare con le storie di bambini e adolescenti. Questo film, pur essendo ad alto rischio (con temi "forti" come la malattia della madre, i rapporti con il padre, la difficoltà di Victor nel relazionarsi con il mondo in un momento in cui sta entrando – forse troppo rapidamente – nell'età adulta), non gioca mai la carta del ricatto, della retorica o della svolta più scontata, ma si rivela intelligente e commovente e scorre via con grande naturalezza, fra brevi e inattesi momenti da ricordare (il tuffo, il taglio di capelli) e una conclusione più che soddisfacente (in cui vediamo per la prima volta il viso di Victor distendersi su un sorriso). Quello di Delaporte (anche co-sceneggiatrice, al suo secondo film) è un cinema che vive, che respira, che ritrae il mondo con sensibilità e gentilezza, e da cui non si vorrebbe mai uscire. La regia è ben servita da una fotografia maturalista ma capace di donare a tratti una luce magica a scenari che altrimenti potrebbero sembrare del tutto ordinari, mentre la sceneggiatura, profonda e mai gridata, può contare su una recitazione intensa e convincente (davvero ottimo il piccolo protagonista) per dare vita una storia intima e personale, carica di speranza anche se calata in una realtà di disagio, dove ogni elemento ha la sua importanza ed è al contempo soltanto un frammento di una immagine più grande, senza prendere il sopravvento sul resto. Persino la metafora musicale, sottilmente diffusa in tutta la pellicola sin dal titolo (che fa riferimento all'ultimo dei tre "colpi di martello" presenti nella sinfonia di Mahler per indicare l'ineluttabilità del destino, che il compositore scelse in un secondo momento di eliminare e che, a discrezione del direttore d'orchestra, può essere inserito oppure omesso dall'esecuzione) non sovrasta la visione d'insieme ma accompagna dolcemente la crescita del protagonista – ottimamente illustrata dalla scena in cui prova a indossare una vecchia maglietta, ormai troppo piccola – durante il suo bello e difficile percorso.

20 settembre 2014

The president (Mohsen Makhmalbaf, 2014)

The president (id.)
di Mohsen Makhmalbaf – Georgia 2014
con Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In un paese del Caucaso non meglio precisato scoppia la rivoluzione: e il presidente-dittatore è costretto a fuggire, in compagnia di un nipotino di cinque anni, abbandonando il palazzo e la propria limousine per inoltrarsi clandestinamente nelle campagne. Camuffato da mendicante e da musicista di strada, braccato dai soldati un tempo a lui fedeli, dovrà muoversi fra contadini e lavoratori per raggiungere il confine senza farsi scoprire: cosa difficile, visto che il suo volto campeggiava sui manifesti di ogni strada e ogni casa. Girato in Georgia (Makhmalbaf ha lasciato l'Iran ormai da una decina d'anni), fra echi del "Re Lear", de "La vita e bella" di Benigni (il nonno convince il nipotino a recitare la parte del profugo, facendogli credere che sia tutto un gioco) e naturalmente di eventi reali anche recenti (come le rivolte della "primavera araba", narrate però dal punto di vista del dittatore), il film non intende analizzare in dettaglio e in profondità scenari politici o sociali troppo complessi (come dimostra il fatto che il setting sia immaginario, valido dunque per tutte le stagioni) ma è da leggere più semplicemente come una fiaba, o meglio una parabola sul crollo dei potenti e il contrappasso della storia, sempre pronta a punire l'orgoglio e la vanità. Nella scena iniziale, per esempio, il nonno e il nipotino "giocano" a spegnere per capriccio con un semplice ordine tutte le luci della città; in seguito, invece, faranno di tutto per nascondere ogni segno di privilegio o di potere che li possa tradire. Nel corso del loro viaggio, i due – rispettivamente con gli occhi della vecchiaia e quelli dell'infanzia – si troveranno ad assistere a tragedie e dolori di ogni tipo, attraversando un mondo di cui avevano rimosso o di cui semplicemente ignoravano l'esistenza. E se per il bambino innocente, come detto, tutto il viaggio non può che far parte di uno strano gioco, una finzione inizialmente interessante ma che presto assume connotazioni sgradevoli, per il presidente si tratterà in qualche modo di fare i conti con il proprio passato (vedi l'incontro con la prostituta) e forse di rendersi finalmente conto delle proprie colpe, toccando con mano il dolore e la sofferenza del suo popolo e guardando le cose da un'altra prospettiva (memorabile la sequenza in cui si trova ad aiutare un prigioniero politico, torturato in prigione, che si rivelerà come il responsabile dell'attentato in cui ha perso la vita suo figlio: resisterà alla tentazione di rivelare la propria identità e di vendicarsi, e assisterà con sincera commozione e dolore allo sfortunato ritorno a casa del prigioniero).

Figlio di nessuno (Vuk Ršumovic, 2014)

Figlio di nessuno (Ničije dete)
di Vuk Ršumovic – Serbia 2014
con Denis Murić, Pavle Čemerikić
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, alcuni cacciatori trovano un bambino abbandonato e cresciuto allo stato selvaggio insieme ai lupi. Portato in città e registrato col nome di Haris Pućurica, il ragazzo viene trasferito in un istituto per minori di Belgrado per tentarne un difficile reinserimento nella società. E in effetti, nel corso degli anni, impara con fatica a camminare, a parlare, a "socializzare" (almeno fino a un certo punto) con altri suoi coetanei. Ma nel 1992 la dissoluzione della Yugoslavia lo riporterà in Bosnia, dove finirà a combattere fra i boschi durante la guerra. E come in un cerchio che si chiude, dopo aver assistito alla follia e alla distruzione perpetrata dall'uomo, tornerà fra le sue montagne e con i suoi lupi. Film dalla una struttura episodica e ricco di silenzi (il protagonista praticamente non parla mai: anche quando impara a dire qualche parola, le spende con assoluta parsimonia), i cui toni sobri e (neo)realisti nascondono metafore e significati, soprattutto in relazione al conflitto balcanico, all'insensatezza della guerra e all'impotenza dell'uomo rispetto alle ineluttabili correnti del mondo esterno. Haris – chiamato da tutti con il nomignolo di "Pućke" – attraversa quasi con inerzia ogni fase della crescita e della vita sociale: l'apprendimento, la crescita, le amicizie (con Žika, ragazzo di poco più grande di lui, il primo che gli manifesta un po' di attenzione e di affetto), il desiderio sessuale e l'amore (per Alisa, ragazza cresciuta nell'istituto e poi ballerina in un night club), il lavoro, la discriminazione (quando scoppia la guerra nei Balcani, il suo nome musulmano ne fa immediatamente un "nemico"), l'emigrazione forzata, la guerriglia; è trascinato da una parte all'altra da vicende più grandi di lui, si attacca disperatamente al poco che ha (che si tratti di una biglia o di un singolo amico), assiste a grandi e piccole tragedie, vede morire amici e conoscenti, e alla fine è ricondotto dal destino nel luogo a lui più consono, in mezzo alla natura e lontano dal caos e dalla follia dell'uomo. Se lo spunto di partenza è dunque lo stesso del "Ragazzo selvaggio" di Truffaut o del "Kaspar Hauser" di Herzog, lo sviluppo va oltre: ma nel procedere, con una narrazione priva di retorica e di accondiscendenza, il protagonista – interpretato da un eccezionale Denis Murić, che dona al personaggio uno sguardo "selvaggio" sì ma anche tenero e impaurito, e soprattutto riesce a "trattenere" dentro di sé più emozioni di quelle che esprime – manifesta un'evoluzione tanto più notevole perché in fondo, pur dipendendo dagli altri, non perde mai di vista sé stesso. La trasformazione sociale di Pućke passa anche dal suo rapporto con un particolare capo di vestiario, ossia le scarpe: all'inizio vi è ovviamente refrattario (l'istruttore Ilke fatica non poco a fargliene indossare per la prima volta un paio); un importante traguardo è raggiunto quando impara a mettersele e ad allacciarsele da solo; il suo primo lavoro fuori dall'istituto è come apprendista da un ciabattino; un altro momento di passaggio è quello in cui indossa gli stivali che gli regala il soldato bosniaco che lo prende con sé nella sua pattuglia; e infine, nel momento del ritorno alla natura, sfilarsi quegli stivali è la prima cosa che fa. Il regista, esordiente, fa un lavoro impeccabile e si mette umilmente al servizio della storia e degli attori. Ottimi anche gli altri interpreti: Pavle Čemerikić è Žika, Isidora Janković è Alisa, Miloš Timotijević è Ilke.

19 settembre 2014

Burying the ex (Joe Dante, 2014)

Burying the ex
di Joe Dante – USA 2014
con Anton Yelchin, Ashley Greene
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'amore può durare per sempre? Sì, se la tua ex ragazza è uno zombie, decisa a non lasciarti nemmeno dopo la sua morte! Max (Yelchin), appassionato di film horror e commesso di un negozio a tema, vorrebbe rompere il fidanzamento con Evelyn (Greene), ambientalista e fanatica vegana, dopo essersi reso conto dell'insormontabile incompatibilità di fondo. Prima di essere scaricata, però, la ragazza muore in un incidente stradale. E per colpa di un artefatto "satanico" (davanti al quale i due si erano promessi di restare per sempre insieme), torna dalla tomba per continuare a stare vicino al suo amato, mettendo in seria difficoltà il tentativo di Max di imbastire una nuova relazione con la più affine a lui Olivia (Alexandra Daddario). Un Joe Dante in gran forma, come ai vecchi tempi, dirige una scatenata e surreale black comedy che è al contempo una parodia delle classiche pellicole di zombie e una satira dei rapporti romantici, con tanto di protagonista impacciato, fidanzate troppo attaccate e gelose, amici eccentrici e invadenti (un classico dei "chick flick": in questo caso c'è Travis – interpretato da Oliver Cooper – che sfrutta l'appartamento di Max e Evelyn per le sue frequenti scappatelle sessuali). Più che i luoghi comuni del cinema horror (ci sono comunque citazioni e riferimenti cinefili come se piovesse, in particolare cormaniani), l'ironia e il cinismo prendono dunque di mira tutti quelli del romanticismo portato all'eccesso. Si ride parecchio e si respira una piacevole aria di anni '80 (similmente, se vogliamo, al "Drag me to hell" di Sam Raimi). Curiosità: l'appartamento di Max è tappezzato di locandine di film horror d'antan, ma in italiano ("Sono d'importazione")!

Jackie & Ryan (Ami Canaan Mann, 2014)

Jackie & Ryan
di Ami Canaan Mann – USA 2014
con Ben Barnes, Katherine Heigl
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ryan è un giovane musicista che vagabonda per il paese con la sua chitarra, viaggiando clandestinamente a bordo dei treni merci e suonando per le strade i classici del folk e del country. Jackie è una madre divorzianda, con figlioletta di nove anni a carico, fuggita da New York per tornare a vivere nella città dove è nata, Ogden (nello Utah), a sua volta con un passato di musicista, una carriera che ha messo da parte troppo presto. Il loro incontro sembra finalmente accendere qualcosa nelle rispettive vite: Ryan troverà lo stimolo e l'ispirazione per scrivere una propria canzone ed esprimere l'inquietudine della sua anima, mentre Ryan scoprirà in sé la forza per resistere alle prepotenze dell'ex marito che vorrebbe toglierle la bambina. Al suo terzo film, la figlia di Michael Mann dimostra di essere ormai una cineasta solida e consapevole dei propri mezzi. Anche sceneggiatrice, mette in scena una storia di persone vive e reali con la leggerezza dei migliori film romantici e musicali ma senza rinunciare a un setting talmente realistico da essere palpabile (magnifici i paesaggi innevati e gli scorci di una citta apparentemente fredda e inospitale ma che in realtà, a conoscerla bene, offre rifugi nei luoghi più segreti: squarci di una periferia americana sconvolta dalla crisi economica ma dove i cuori caldi delle persone battono ancora). Ne risulta un film gradevole, onesto, intimo, fuori dal tempo, compassato, privo di artificialità e di retorica. Certo, l'intreccio è poco originale e la storia in certi momenti (specialmente nel finale) si trascina forse un po' troppo a lungo: ma l'esibizione di Ryan in sala di registrazione, quando finalmente può suonare la "sua" canzone, quella che gli è costata tanto tempo e fatica, ripaga ampiamente le attese.

17 settembre 2014

Melbourne (Nima Javidi, 2014)

Melbourne (id.)
di Nima Javidi – Iran 2014
con Payman Maadi, Negar Javaherian
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amir e Sara sono in procinto di trasferirsi da Teheran a Melbourne, in Australia. In una stanza dell'appartamento che stanno per abbandonare, mentre fervono gli ultimi preparativi e si preparano i bagagli, dorme una neonata: è la figlia del vicino di casa, la cui babysitter – dovutasi assentare – ha momentaneamente affidato alle cure della giovane coppia. Fra parenti e amici che giungono a salutare, addetti al trasloco che portano via i mobili, cellulari e citofoni che squillano in continuazione, il sonno della bambina sembra stranamente non interrompersi mai... E presto Amir e Sara capiscono il perché: la neonata è morta nel sonno, silenziosamente e misteriosamente. La terribile scoperta li sconvolge, impedendo loro di compiere la scelta più ovvia, ovvero quella di chiamare i suoi genitori e avvertire la polizia; al contrario, i sensi di colpa, il terrore, l'ansia e l'incapacità di gestire un evento del genere li spingono a nascondere a tutti quello che è accaduto. Ambientata interamente fra le quattro mura della casa (a parte la prima scena, quella del censimento, e l'ultima, quella in automobile), l'opera prima del regista e sceneggiatore Javidi è una pellicola tesa e coinvolgente, caratterizzata da una suspense quasi hitchcockiana, da una sceneggiatura magistrale (che potrebbe benissimo essere adattata per il teatro) e da interpreti ottimi e intensi, e si iscrive perfettamente nel solco del moderno cinema iraniano, capace di affrontare difficili questioni morali in maniera profonda e originale (basti pensare al Farhadi de "Una separazione", film con cui condivide fra l'altro l'attore principale), senza voler giudicare le scelte di nessuno ma mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ben dosata fra emozioni forti e colpi di scena che spostano progressivamente il focus della narrazione (il mistero della morte della bambina, le possibili responsabilità della babysitter, la crisi di coscienza dei due coniugi, la ricerca di eventuali scappatoie, la terribile risoluzione finale) pur mantenendo una costante coerenza di fondo, la drammatica vicenda assume venature esistenziali e si trasforma in un viaggio nel dolore e nell'incubo, tanto più terrorizzante perché permeato di quotidianità e di realismo. L'appartamento dei due coniugi, che si svuota man mano di oggetti e di ricordi, diventa così un luogo-simbolo, una sorta di purgatorio da cui si potrà partire per il paradiso oppure per l'inferno, a seconda delle scelte che si compiono o anche soltanto di quel che vorrà il caso/destino. E alla salvezza dal punto di vista formale o legale non coinciderà quella dal punto di vista morale. A Venezia il film era fuori concorso, proprio come "Locke" lo scorso anno: evidenti affinità tematiche a parte, il paragone non stona, visto che in entrambi i casi si trattava del titolo più interessante e forse più bello dell'intera mostra.

16 settembre 2014

Pasolini (Abel Ferrara, 2014)

Pasolini (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Francia/Belgio 2014
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Girare un film su una figura sfaccettata e complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, decisamente unica e per certi versi "inafferrabile", senza banalizzarne le idee, la poetica e il personaggio stesso, è un'impresa difficile a dir poco. Altri registi in passato (come Marco Tullio Giordana in "Pasolini, un delitto italiano") hanno preferito evitare le insidie focalizzandosi sul mistero della sua morte, scandagliando dunque la società intorno a lui più che PPP stesso. Ferrara invece vuole portare sullo schermo proprio lo scrittore, tanto nel vissuto quanto nelle sue visioni personali. La scelta, felice, è stata quella di concentrarsi sul suo ultimo giorno di vita (il primo novembre 1975) e di ricostruire sullo schermo, a fianco degli eventi quotidiani, frammenti delle sue ultime opere: il romanzo incompiuto "Petrolio" e il film mai realizzato "Porno-Teo-Kolossal", che sarebbe stato il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della morte". Seguiamo così Pasolini (interpretato da un convincente Willem Dafoe), reduce da un viaggio a Stoccolma e in attesa del visto di censura per "Salò" (che avrebbe debuttato a breve nelle sale), trascorrere alcune ore con la famiglia e gli amici, dedicarsi al lavoro, concedere l'ultima intervista a Furio Colombo de "La Stampa", girare per Roma, raccontare i suoi futuri progetti, e infine trovare la morte sul Lido di Ostia (Ferrara dà qui credito alla "seconda versione" di Pelosi, secondo cui Pasolini sarebbe stato ucciso da tre teppisti di destra). Anche se non mancano qua e là accenni alla situazione socio-politica dell'epoca, il film non ha l'intenzione di contestualizzare eccessivamente la vita e la morte dello scrittore, quanto piuttosto quella di ritrarlo come un personaggio a tutto tondo, anche contraddittorio, ma altamente sensibile e creativo. Dove la pellicola fallisce è nell'assumere una forma o un aspetto coerente, sempre che questo fosse l'intento, visto che le singole parti prevalgono sull'insieme e sembra mancare un significato complessivo: a fianco di sequenze suggestive, anche perché derivate direttamente dagli scritti di Pasolini – l'intervista con Colombo, le immagini di "Porno-Teo-Kolossal" con le sue allegorie e la graditissima apparizione di Ninetto Davoli che interpreta Eduardo De Filippo (che avrebbe dovuto esserne il protagonista; il ruolo dello stesso Davoli nella finzione è invece affidato a Riccardo Scamarcio), i frammenti di "Petrolio" (Roberto Zibetti è Carlo, Andrea Bosca è Andrea Fago) – ci sono scelte non sempre felici (come l'utilizzo, completamente a sproposito, della cavatina di Rosina dal "Barbiere di Siviglia" nel finale, sulla morte del protagonista e sui titoli di coda: va bene che Maria Callas era grande amica di PPP, ma non si poteva scegliere un altro brano?). Straniante è anche, nella versione in lingua originale, l'utilizzo di più idiomi, con il passaggio dall'italiano all'inglese quando è in scena Dafoe: la versione doppiata, per una volta, sarà auspicabile. Nel cast anche Maria De Medeiros (Laura Betti), Adriana Asti (la madre di PPP), Giada Colagrande e Valerio Mastandrea.

15 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014

Parte oggi a Milano la consueta rassegna che presenta una selezione dei film dell'ultimo festival di Venezia (e di quello di Locarno, con il suo vincitore filippino di 5 ore e 38 minuti!). Manca, purtroppo, il Leone d'Oro (il curioso "Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza" dello svedese Roy Andersson: magari nel frattempo cercherò di recuperare i suoi pochi film precedenti), così come altre pellicole che mi sarebbe piaciuto vedere (a partire dal remake di "Fuochi sulla pianura" di Shinya Tsukamoto). Mi accontenterò dei vari Ferrara, Dante, Makhmalbaf, Levinson e Niccol (purtroppo mi perderò "Birdman" di Iñárritu per via di altri impegni: ma tanto uscirà in sala...), anche se le aspettative non sono altissime. Quella di quest'anno, a quanto pare, è stata infatti un'edizione sottotono.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte rovinata dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

13 settembre 2014

A fantastic fear of everything (C. Mills, 2012)

A Fantastic Fear of Everything
di Crispian Mills [e Chris Hopewell] – GB 2012
con Simon Pegg, Amara Karan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Jack (Pegg), scrittore di libri per l'infanzia, vorrebbe cambiare genere e dare alle stampe un saggio sui serial killer londinesi. Documentandosi sui più efferati omicidi, sviluppa però una crescente e incontrollabile paranoia, un'irrazionale "paura di tutto", che lo spinge a rinchiudersi in casa nel timore di essere preso di mira a sua volta da un assassino seriale. A questo si somma la sua fobia, risalente all'infanzia, verso le lavanderie automatiche (fu proprio in una di queste che venne abbandonato dalla madre, quando era un bambino). Opera prima del cantautore e chitarrista Crispian Mills (anche autore della sceneggiatura), una black comedy claustrofobica e surreale che si appoggia soprattutto sulla recitazione esagitata di Pegg, chiuso in casa e terrorizzato da ogni cosa (ombre, movimenti, telefoni che squillano). La trama si vivacizza da metà pellicola in poi, quando Jack è costretto a uscire per recarsi a un appuntamento con un agente letterario, e prende una piega inaspettata nel finale, con il protagonista alle prese con un vero serial killer (pur con toni comici, questa parte di film sembra un incrocio tra "Fuori orario" di Scorsese, il segmento centrale di "Pulp Fiction" e diversi film horror, con tanto di citazioni da "Psycho"). C'è anche una breve sequenza in animazione (a passo uno), che illustra la storia del riccio Harold, l'animaletto protagonista dei libri per l'infanzia scritti da Jack. Non sempre le battute colpiscono nel segno, anche perché l'umorismo britannico non è per tutti i gusti, ma Pegg è comunque una garanzia. Mitica, comunque, la scena in cui Jack discute con il killer (che ama gli Europe) dei suoi gusti musicali. Il film, a quanto ne so, non è mai stato tradotto in italiano.

11 settembre 2014

Thrilling (Scola, Polidoro, Lizzani, 1965)

Thrilling
di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani – Italia 1965
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in tre episodi che fondono il giallo con la commedia all'italiana. Ci si diverte, grazie soprattutto ai tre interpreti e ad un tono da fumetto che non si prende mai sul serio e gioca con gli stereotipi del genere. L'episodio migliore mi è parso il primo, ma tutti valgono la visione per un motivo o per l'altro.

"Il vittimista", di Ettore Scola (***), con Nino Manfredi e Alexandra Stewart
Un insegnante di latino (Manfredi) si convince che la sua bella moglie tedesca (Stewart) lo voglia uccidere. Paranoico, cerca in tutti i modi di evitare ogni contatto con la donna: ma alla fine scoprirà che avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle dall'amante tradita. Scola (alla sua seconda regia, anche sceneggiatore insieme a Ruggero Maccari) riempie l'esile storiella di dettagli inquietanti (le bambole parlanti di cui è piena la casa dei due coniugi, evidenti surrogati per i figli che non possono avere) e divertenti (lo psicanalista "ruspante" interpretato da Tino Buazzelli), di scene surreali (Manfredi che porta ad analizzare il minestrone in laboratorio) e allucinanti (le strisce pedonali che si sollevano dal selciato). Il finale, però, giunge un po' telefonato. Nella colonna sonora si ode ripetutamente "Ciao ciao", cover italiana di "Downtown" di Petula Clark.

"Sadik", di Gian Luigi Polidoro (**1/2), con Walter Chiari e Dorian Gray
All'ingegner Bertazzi (Chiari), preoccupato per la sua difficile situazione finanziaria, la moglie Valeria (Gray) – appassionata di fumetti "neri" – propone di travestirsi da Sadik (protagonista di uno di suddetti fumetti) per ravvivare la loro stanca routine matrimoniale. Poco più che uno sketch, l'episodio più breve del film (dura solo una quindicina di minuti) fa ridere per il contrasto fra la goffaggine e la "normalità" del protagonista (a partire dal nome) e la scena criminal-esotica che si ritrova a interpretare.

"L'autostrada del sole", di Carlo Lizzani (**1/2), con Alberto Sordi e Sylva Koscina
Un automobilista indisciplinato (Sordi), inseguendo un altro guidatore con cui ha avuto un alterco in autostrada, finisce a trascorrere la notte in un albergo isolato e gestito da una strana famiglia. Mentre cala la sera, comincia a sospettare che i gestori siano dei maniaci che uccidono i clienti per rapinarli. Costruito anche registicamente come un giallo televisivo, l'episodio punta le sue carte sul contrasto fra la cafonaggine del personaggio di Sordi e l'atmosfera da thriller all'inglese in cui si trova immerso. Peccato per il controfinale posticcio, evidentemente necessario per concludere il film con un tono lieto.

10 settembre 2014

In time (Andrew Niccol, 2011)

In time (id.)
di Andrew Niccol – USA 2011
con Justin Timberlake, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dal regista di "Gattaca", un altro film di fantascienza distopica, ambientato stavolta in un mondo dove il tempo è denaro... letteralmente. Quando si raggiungono i 25 anni di età, infatti, si smette geneticamente di invecchiare, ma in compenso si ha a disposizione un solo anno prima di morire (con tanto di timer "tatuato" sul braccio che mostra un inesorabile conto alla rovescia), a meno che non si guadagni altro tempo-denaro, lavorando, vincendolo al gioco o sottraendolo ad altre persone. Allo stesso modo, il tempo è usato come moneta per gli acquisti di tutti i giorni. I ricchi, naturalmente, possiedono secoli o millenni (e sono di fatto potenzialmente immortali), mentre i poveri "vivono alla giornata" (anche in questo caso, letteralmente!). L'idea è intrigante, e si presterebbe a numerose possibilità (naturalmente attivando la necessaria sospensione dell'incredulità: teoricamente un'economia basata sul tempo non sarebbe sostenibile, perché alla lunga la "moneta" si esaurirebbe in modo naturale, anche se non venisse spesa), ma la sceneggiatura (dello stesso Niccol) non riesce o non vuole svilupparla oltre le conseguenze più immediate e banali. E dopo un incipit suggestivo la pellicola si tramuta nel classico action movie hollywoodiano con l'eroe in fuga e – in questo caso – sempre in balia degli eventi. La poco carismatica coppia di protagonisti (lui proveniente dal ghetto, lei dall'alta società) si trasforma in una sorta di Bonnie & Clyde (o sarebbe meglio dire Robin Hood), che va in giro a svaligiare le "banche del tempo" per poi distribuire tale ricchezza fra la popolazione. In più il film termina senza una vera risoluzione, come se la produzione avesse voluto tenere la porta aperta per un sequel. Cast, per forza di cose, di attori giovani (tutti devono avere l'aspetto di venticinquenni). Cillian Murphy è il poliziotto del tempo che dà la caccia ai due protagonisti, Olivia Wilde la madre di Timberlake, Rachel Roberts (moglie di Niccol e già protagonista di "S1m0ne") la bionda che viene rapinata sull'autostrada.

8 settembre 2014

I mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014)

I mercenari 3 (The Expendables 3)
di Patrick Hughes – USA 2014
con Sylvester Stallone, Mel Gibson
**

Visto al cinema Plinius, con Monica e Sabrina.

Per avere la meglio su Conrad Stonebanks (Mel Gibson), commilitone da tempo creduto morto e invece riciclatosi come trafficante d'armi, il leader dei "Sacrificabili" Barney Ross (Sylvester Stallone) medita di mandare in pensione la sua vecchia squadra (Jason Statham, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews) in favore di un nuovo team di giovanissimi (Kellan Lutz, Ronda Rousey, Glen Powell, Victor Ortiz). Ma alla resa dei conti avrà ancora bisogno dell'aiuto dei vecchi compagni, nonché dei redivivi Arnold Schwarzenegger e Jet Li. Per la terza volta Stallone riunisce attorno a sé un cast stellare di eroi d'azione, stagionati o meno, per mettere in scena una sequenza ininterrotta di combattimenti, sparatorie, esplosioni e battute ironiche sulla falsariga del cinema action degli anni '80. Come sempre la trama conta poco, e il divertimento nasce dall'interazione di tanti pezzi da novanta; ma questa volta il meccanismo non sembra del tutto oliato e molti character sono sacrificati oltre misura. Pur ravvivato da numerose new entry (in particolare Gibson nel ruolo del cattivo; ma ci sono anche Harrison Ford, che sostituisce Bruce Willis come collegamento fra la CIA e il gruppo; Antonio Banderas, che dà vita a un personaggio schizzato e logorroico; e Wesley Snipes, medico con la passione per i coltelli), il film risulta dunque inferiore ai due capitoli precedenti (e in particolare al secondo, che rimane per me il migliore). Le cose da ricordare sono il personaggio di Banderas, come già detto, e la battuta di Stallone al termine dello scontro con Gibson: "Io sono l'Aja!". Pierce Brosnan e Dwayne Johnson (The Rock) sarebbero già in trattative per apparire nel quarto capitolo.

7 settembre 2014

I proscritti (Victor Sjöström, 1918)

I proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru)
di Victor Sjöström – Svezia 1918
con Victor Sjöström, Edith Erastoff
***

Visto su YouTube.

Il giovane Ejvind, costretto per disperazione a diventare un ladro per sfamare la propria famiglia, cerca di rifarsi una vita fuggendo al nord e trovando lavoro sotto falso nome nella fattoria della ricca vedova Harra. Scoperto, è costretto a darsi nuovamente alla fuga, ma questa volta non da solo: la donna, innamorata di lui, decide infatti di rinunciare a tutto per seguirlo sulle montagne, dove vivranno per anni in clandestinità, fra piccole gioie e grandi difficoltà, fino all'inesorabile morte durante una tormenta di neve. Tratto da un dramma teatrale di Jóhann Sigurjónsson di sette anni prima (ispirato, pare, a una storia vera) e ambientato suggestivamente in Islanda a metà del diciottesimo secolo, è uno dei capisaldi del cinema svedese muto: uscito nelle sale il 1° gennaio 1918, segna infatti l'inizio di un periodo caratterizzato da poche produzioni ad alto budget e di elevata qualità, un periodo dominato da nomi come lo stesso Sjöström, il regista Mauritz Stiller e l'attrice Greta Garbo. Come nel precedente "C'era un uomo", Sjöström gira quasi sempre in esterni e fonde meravigliosamente i personaggi con il paesaggio: le sequenze di vita fra le montagne, nella seconda parte, brillano per la concretezza e il realismo, mentre la natura spettacolare e selvaggia (fra picchi impervi, altopiani, ghiacciai, cascate e geyser) non si limita a fare da sfondo alle vicende umane ma assurge quasi al ruolo di protagonista: memorabili, in particolare, sequenze come il combattimento sul ciglio del burrone, il bagno nella cascata, la cavalcata sulla neve. Nonostante il soggetto sia di origine teatrale e l'impianto narrativo possa sembrare ottocentesco, siamo ormai lontani anni luce dal kammerspiel di matrice tedesca. E al di là dell'uso del paesaggio e della natura, non si può non notare una consapevolezza del linguaggio cinematografico che si fa sempre più matura e moderna (vedi il rapido montaggio, la luminosa fotografia di J. Julius, la recitazione misurata e funzionale alla melodrammaticità della vicenda, l'ottimo trucco che – come nel film precedente – invecchia il protagonista nel corso della storia). Ma anche sul fronte dei contenuti non sono pochi gli elementi che meritano una riflessione (la rigidità di leggi e società che spingono l'uomo a diventare fuorilegge e sono sordi ai suoi bisogni, tema fra l'altro ricorrente nel cinema del regista scandinavo sin dai tempi di "Ingeborg Holm"; il dilemma morale dell'amico ladro, che spinto dalla gelosia ha la tentazione di uccidere Ejvind ma poi ci ripensa; la terribile scena in cui Harra sacrifica la figlioletta pur di non farla cadere nelle mani dei nemici; ma soprattutto la sequenza finale, che mostra come l'amore possa essere messo a dura prova e finanche esaurirsi di fronte al freddo, alla povertà e alla vecchiaia). L'attrice che interpreta Harra, Edith Erastoff, era la vera moglie di Sjöström.

4 settembre 2014

One on one (Kim Ki-duk, 2014)

One on one (Il-dae-il)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2014
con Ma Dong-seok, Kim Young-min
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Un gruppo di uomini uccide una studentessa in un vicolo. Mesi dopo, un altro gruppo rintraccia e rapisce uno a uno i componenti del primo, torturandoli per costringerli a scrivere una confessione e interrogandoli sui motivi della loro azione. Costruito su una sceneggiatura ad incastro che mostra alternativamente squarci di vita di coloro che hanno ucciso la ragazzina (su misterioso ordine delle "alte sfere": man mano che la pellicola procede, si sale sempre più nella gerarchia di comando, e dai semplici esecutori che "obbedivano agli ordini" si arriva ai mandanti, generali dell'esercito e potenti uomini politici) sia del gruppo improvvisato che ha preso nelle proprie mani la vendetta per i motivi più disparati (lotta a priori contro il sistema, desiderio di giustizia, sogno di rivalsa, necessità di incanalare le proprie energie, semplice gioco), il nuovo film di Kim Ki-duk scava nel malessere e nelle contraddizioni della società sudcoreana (si lanciano strali alla politica, al sistema educativo, ai rapporti familiari, a quelli lavorativi) per mettere in scena un dramma corale dove i tantissimi personaggi si muovono come pedine su una scacchiera. Che si tratti di una complessa metafora è suggerito dal nome della liceale uccisa (Min-ju, ovvero "Democrazia"). E che la finzione regni sovrana ("ognuno recita una parte sul palcoscenico", afferma il leader del gruppo che si è autoincaricato di punire i colpevoli, o meglio di renderli consapevoli delle proprie azioni) è chiaro anche dai travestimenti che i "vendicatori" indossano durante le loro missioni, come se si trattasse di un gioco di ruolo: di volta in volta soldati, gangster, poliziotti, netturbini, agenti segreti, come se una divisa li mettesse al riparo delle atrocità che devono commettere o consentisse loro di fuggire dalla povertà, dall'infelicità o dai drammi della loro vita privata. Non a caso si definiscono "Ombre", e di fronte a questo termine non può non venire in mente il "Kagemusha" di Kurosawa: come in quel film, i personaggi sono alla ricerca della propria identità ("Chi sono io?", recita la frase in coreano che apre i titoli di coda) e con il procedere della storia dovranno fare i conti con la propria coscienza, venire a patti con le proprie azioni, accettare la propria natura violenta o, al contrario, aborrirla. Lo stesso vale per le loro "vittime", naturalmente: qualcuno comprenderà finalmente sé stesso, mentre altri cederanno alla pressione e altri ancora non si porranno nemmeno la domanda. Film politico come "The coast guard" o "Address unknown" (ma imparentato anche con "Real fiction"), è stato accusato da alcuni critici di essere schematico o confuso: ma non lesina colpi di scena o rivelazioni appena accennate (quella foto nel finale...); e lascia parecchio da riflettere, oltre che sulle ingiustizie e la rabbia repressa nella società, sulla natura stessa dell'uomo.

3 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).

31 agosto 2014

Nosferatu (Friedrich W. Murnau, 1922)

Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Max Schreck, Gustav von Wangenheim
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane agente immobiliare Hutter si reca nei Carpazi per far visita all'elusivo conte Orlok, che intende acquistare una casa nella cittadina tedesca di Wisborg. Scoprirà che il conte è un nosferatu (un "non morto", ovvero un vampiro), intenzionato a seminare il male in città. E infatti il suo arrivo a bordo di una nave fantasma, che trasporta lui e le sue bare piene di terra, scatena un'epidemia di peste per le strade di Wisborg: solo il sacrificio della virginale Ellen (Greta Schröder), la fidanzata di Hutter che si consegna volontariamente al vampiro facendogli dimenticare che l'alba sta sorgendo, porrà fine al dominio del male. Caposaldo dell'horror e del cinema espressionista tedesco (anche se, a differenza di pellicole puramente espressioniste come "Il gabinetto del dottor Caligari", stilisticamente mostra l'inizio di una contaminazione con il realismo: si pensi alle numerose scene girate in esterni), il film è ovviamente un adattamento non autorizzato del romanzo "Dracula" di Bram Stoker, del quale i produttori cambiarono l'ambientazione e tutti i nomi dei personaggi. In seguito al successo della pellicola, nel 1925 gli eredi di Stoker fecero causa e un tribunale ordinò di distruggere tutte le copie del film. Per fortuna alcune sopravvissero (lo stesso Murnau ne mise in salvo una) fino ai nostri giorni: da queste provengono le attuali versioni restaurate. Non si tratta del primo adattamento cinematografico di "Dracula" (esisterebbero infatti due versioni, rispettivamente russa e ungherese, del 1920 e del 1921, andate perdute e chissà quanto fedeli) ma sicuramente del più influente, almeno fino alla versione hollywoodiana del 1931 con Bela Lugosi. Qui il nosferatu, più che un semplice vampiro, è un vero e proprio catalizzatore di malvagità, la cui sola presenza scatena l'inferno in terra: indimenticabile l'invasione di ratti che fuoriescono dalle bare, la processione di morti per le strade della città, la follia che si fa strada nelle menti di personaggi come Knock (Alexander Granach), che corrisponde al Renfield del romanzo originale. Murnau dona alle varie sequenze una palpabile "qualità cinematografica", rende l'orrore tangibile (ai tempi fu persino criticato per la "concretezza" del male e del vampiro, che diversi osservatori avrebbero voluto reso in maniera più eterea, per esempio soltanto attraverso ombre) e utilizza molti dei trucchi ottici che il cinema di allora gli metteva a disposizione: sequenze accelerate, la fotografia in negativo che rende spettrale il bosco attorno al castello, dissolvenze e animazioni a passo uno che permettono a Orlok di mettere in mostra i propri poteri. Eppure il fascino maggiore non è dato dagli effetti speciali ma, appunto, dalla presenza stessa del vampiro, le cui fattezze fisiche (testa calva, orecchie appuntite e sporgenti, denti pronunciati, e soprattutto le mani adunche la cui ombra si allunga), da vero pipistrello-umano, sono ancora terrorizzanti ai giorni nostri. A lungo si è speculato che il misterioso attore Max Schreck, di cui non si sapeva quasi niente (e il cui cognome, in tedesco, significa "spavento"), fosse lo stesso Murnau. Nel film "L'ombra del vampiro", uscito nel 2000, si azzarda addirittura l'ipotesi che fosse un vero vampiro! In realtà pare che si trattasse di un attore di teatro, fra l'altro apparso anche in altre pellicole minori negli anni venti. Nel 1979 Herzog ne ha fatto un remake con Klaus Kinski e Isabelle Adjani, girato in doppia versione (inglese e tedesco).

30 agosto 2014

I giovani leoni (Edward Dmytryk, 1958)

I giovani leoni (The Young Lions)
di Edward Dmytryk – USA 1958
con Marlon Brando, Montgomery Clift, Dean Martin
**

Visto in divx alla Fogona, con Monica e Marisa.

Le tragedie della seconda guerra mondiale viste attraverso gli occhi e le esperienze di tre giovani militari: un ufficiale tedesco (Marlon Brando, biondo per l'occasione) e due soldati semplici americani (Dean Martin e Montgomery Clift). Tratta da un romanzo di Irvin Shaw e tutta incentrata sui personaggi anziché sulle vicende della guerra, la pellicola-monstre (quasi tre ore di durata) segue le loro storie in modo parallelo, senza farle mai incontrare se non nel finale, nello spazio di una breve scena. Pur celebrando l'eroismo e il coraggio (ma anche l'amicizia), la sceneggiatura è scevra di retorica militarista: anzi, non perde occasione per mettere in luce l'inutilità e gli orrori della guerra, di fronte alla quale tutti i tre protagonisti si trovano a disagio, e ha almeno il pregio di offrire anche il punto di vista di un tedesco (ossia un nemico), il maestro di sci bavarese interpretato da Brando, inizialmente entusiasta e colmo di speranza per il benessere promesso da Hitler ma ben presto a sua volta insofferente verso la guerra, fra superiori che gli ordinano di compiere massacri senza senso e l'amara scoperta dell'esistenza dei campi di concentramento. Insolito peraltro, in un film degli anni cinquanta, che si mostri come fra i tedeschi non tutti fossero "cattivi" (ma d'altronde, a un certo punto si prevede che a guerra finita, "entro dieci anni, saremo pappa e ciccia con tedeschi e giapponesi"). Ben realizzate le scene di combattimento, che Dmytryk (all'epoca appena uscito dalla lista nera di Hollywood) gira con realismo e concretezza. Nella sequenza del bullismo cui è sottoposto l'ebreo Ackerman (Clift) in caserma, con il tacito consenso dei superiori, è possibile leggere fra le righe un'amara riflessione proprio sui difficili anni del maccartismo. Quanto a Martin, che interpreta un uomo di spettacolo costretto dalla guerra a dimostrare il coraggio che non pensava di avere, il film rappresentò il suo lancio come attore serio, all'indomani della "rottura" della coppia comica che formava con Jerry Lewis. Da notare che Brando non compare mai sullo schermo insieme ai due co-protagonisti. Nel cast anche Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Lee Van Cleef, e una pletora di donzelle (in mezzo all'orrore, le donne sono punto di riferimento continuo e ancora di salvataggio dei personaggi): Hope Lange (la moglie di Clift), Barbara Rush (la fidanzata di Martin), Liliane Montevecchi (la francese di cui si innamora Brando) e May Britt (la moglie di Schell, che condivide con il marito la tragica deriva verso il disastro).

28 agosto 2014

La mia vita in rosa (Alain Berliner, 1997)

La mia vita in rosa (Ma vie en rose)
di Alain Berliner – Belgio/Francia 1997
con Georges du Fresne, Jean-Philippe Ecoffey
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il piccolo Ludovic, un bambino di sette anni che si è appena trasferito con la famiglia in un nuovo quartiere, si veste da bambina, gioca con le bambole e sogna, una volta cresciuto, di diventare donna e di sposare il suo compagno di scuola Jérôme. La sua famiglia fatica ad accettarne la natura, al punto da mandarlo persino da uno psicologo: ma di fronte all'ostracismo e all'emarginazione da parte dei vicini e della comunità in cui vivono, serrerà le fila e arriverà a comprendere il bisogno di Ludovic di affermare la propria identità di genere. Una pellicola che affronta il tema della transessualità in maniera leggera e da un punto di vista infantile, come dimostrano anche le scelte formali (i colori vivaci o pastello della fotografia) e il tono fumettoso e surreale (con la ricorrente fantasia di Ludovic di far parte del "mondo di Pam", personaggio simil-Barbie di cui segue le vicende in tv, nella cui "casa di bambola" sogna di abitare, e che appare più volte come una sorta di "fata madrina" che lo protegge). Di fronte alle ipocrisie e alle proteste degli adulti, il piccolo protagonista fatica a comprendere perché tutti se la prendano con lui o complichino qualcosa che per lui è assolutamente semplice (esilarante la scena in cui cerca di immaginare come possa essere avvenuto l'errore che ha portato ad assegnargli i cromosomi sbagliati alla nascita). Significativo l'ambiente in cui si svolge la storia: un quartiere di periferia composto da villette a schiera tutte uguali, metafora di quell'omologazione che rifiuta ogni forma di diversità o di devianza (un escamotage simile a quello cui era ricorso Tim Burton nel suo "Edward Mani di Forbice", ambientato in un quartiere simile). Questa e altre caratteristiche donano alla pellicola – al di là della serietà del tema trattato – i toni di un "film giocattolo". Incredibilmente vietato ai minori negli Stati Uniti. Il titolo allude scherzosamente alla celebre canzone di Edith Piaf "La vie en rose".

26 agosto 2014

Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949)

Riso amaro
di Giuseppe De Santis – Italia 1949
con Silvana Mangano, Doris Dowling
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

In mezzo alle mondine (le donne addette al trapianto e alla raccolta del riso) che vengono assunte con un contratto stagionale per lavorare nelle risaie del Vercellese, si nasconde anche Francesca (Doris Dowling), cameriera in fuga dalla polizia per aver aiutato il suo fidanzato Walter (Vittorio Gassman) a rubare una preziosa collana da un albergo di lusso. Il monile in realtà è falso, ma attira l'attenzione di Silvana (Silvana Mangano, praticamente al suo esordio), esuberante e spregiudicata ragazza che sogna un futuro diverso (è appassionata lettrice di rotocalchi) e che si lascia ammaliare dal fascino tenebroso del mascalzone, finendo con il diventare sua complice nel progetto del furto di tutto il riso raccolto. Francesca, che d'altro canto aspira a una vita onesta e umile, sviluppa una coscienza sociale, impara ad apprezzare il lavoro nei campi e si innamora del saggio e concreto sergente in odor di congedo (Raf Vallone) che faceva la corte a Silvana. Oltre agli uomini, le due donne finiscono con lo scambiarsi dunque i sogni, gli ideali, i mondi. Ma finirà in tragedia. Insolita commistione fra neorealismo e thriller (più che melodramma), "Riso amaro" è uno dei film più celebri e significativi del cinema italiano, oltre che il primo film neorealista a riscuotere un cospicuo successo di pubblico: forse proprio a causa della suddetta commistione, che accanto ai temi sociali (le condizioni del lavoro nelle risaie, le differenze fra mondine "in regola" con i sindacati e "clandestine") imbastisce una trama "gialla" (il furto della collana, il drammatico e sanguinoso confronto finale nella macelleria). L'ambientazione insolita (l'idea di raccontare il lavoro delle mondine venne al regista quando, nel 1947, udì i canti delle mondine in partenza dalla stazione di Torino dove era in attesa di una coincidenza) consente di proporre scenari inediti e memorabili (le risaie del nord-ovest, gli argini, i campi dove si balla di sera, la cascina che funge da dormitorio per le ragazze – e che prima ancora era una caserma di fortuna per un battaglione di soldati) e di mescolare personaggi "veri" (le varie donne al lavoro) e da pellicola di suspense (su tutti il delinquente interpretato da Gassman). Il soggetto fu messo a punto da De Santis insieme a Carlo Lizzani e Gianni Puccini. Silvana Mangano, che in precedenza vantava solo qualche comparsata in un paio di pellicole, fu definita dal regista come la "Rita Hayworth italiana", e si capisce perché: forme esuberanti, presenza scenica, fisicità magnetica, sguardo fiero e deciso. Divenne un immediato sex symbol, anche per via dell'abbigliamento richiesto dal ruolo di mondina (camicia attillata, pantaloncini, calze nere a metà coscia). La voce, però, non è la sua ma quella di Lydia Simoneschi (già doppiatrice di tante dive americane, fra cui proprio la Hayworth). Sul set, la Mangano conobbe il suo futuro marito, il produttore Dino De Laurentiis. Anche Raf Vallone, ai tempi giornalista de "L'Unità", era al debutto.

24 agosto 2014

Sexmission (Juliusz Machulski, 1984)

Sexmission (Seksmisja)
di Juliusz Machulski – Polonia 1984
con Jerzy Stuhr, Olgierd Łukaszewicz
**1/2

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Due volontari per un esperimento di ibernazione, anziché risvegliarsi come previsto dopo tre anni, lo fanno dopo 53 anni e si ritrovano in un mondo popolato solo da donne: in seguito a una guerra, infatti, le radiazioni hanno eliminato i geni maschili dalla faccia del pianeta; e le donne, rifugiatesi sottoterra, hanno imparato a riprodursi in provetta, rendendo di fatto "inutili" gli uomini. Bizzarro film di fantascienza polacco diventato di culto in patria, girato a bassissimo budget e ricco di ironia, che è anche e soprattutto una satira su più livelli (politico, sociale e sessuale), dove l'oppressiva e totalitaria società femminista del futuro riecheggia, in maniera nemmeno troppo velata, quella comunista del presente (all'epoca in crisi e in predicato di crollare a breve termine). Il futuro claustrofobico in cui il biologo Albert (Łukaszewicz) e l'avventuriero Max (Stuhr) si ritrovano è iper-burocratizzato, i suoi membri sono privi di emozioni e sentimenti e senza memoria del passato, i leader non si fanno scrupolo di puntare sulla disinformazione (la verità stessa viene piegata alle esigenze: "Copernico e Einstein erano donne", si afferma a un certo punto!); eppure l'organizzazione statale funziona tutt'altro che bene (i macchinari cadono a pezzi, fra le diverse divisioni al governo ci sono rivalità interne) e, nonostante il vanto di aver eliminato guerre, malattie e povertà, la società è circondata da "sacche" di resistenza formate da gruppi di "degenerate" che vivono in clandestinità. Le donne, che assumono a intervalli regolari una pillola per tenere a freno gli impulsi sessuali, sono ormai convinte di poter fare a meno degli uomini, eppure basta un bacio rubato da Max a Lania (Beata Tyszkiewicz), la ricercatrice che indaga su di loro, per risvegliare in lei emozioni e curiosità. Al di là delle numerose battute e delle situazioni ironiche (la maggior parte delle quali prende di mira il conflitto fra sessi, fra eccessi di femminismo o – da parte di Max – di maschilismo), la pellicola fa parte a pieno diritto del più cupo genere distopico alla "THX 1138" o "La fuga di Logan" (e non sarà forse una coincidenza che sia stato prodotto nell'"orwelliano" 1984?). Memorabile la scena del processo in cui si discute di quale sarà il destino dei due uomini: essere "naturalizzati" (cioè trasformati in donne) oppure eliminati? Parecchi i colpi di scena nel finale. Lo spunto iniziale dell'ibernazione sarà replicato pari pari in "Idiocracy", film che condivide con questo l'approccio satirico. Non mancano fugaci (ma nemmeno troppo) scene di nudo, per non parlare dell'inquadratura sui titoli di coda.

22 agosto 2014

Addio alle armi (Frank Borzage, 1932)

Addio alle armi (A farewell to arms)
di Frank Borzage – USA 1932
con Gary Cooper, Helen Hayes
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Ernest Hemingway, pubblicato solo tre anni prima (nel 1929) e ambientato sul fronte del Piave durante la prima guerra mondiale. Il tenente americano Frederic Henry (Cooper), che guida ambulanze per conto dell'esercito italiano, si innamora dell'infermiera inglese Catherine Barkley (Hayes). Ma gli eventi della guerra li separeranno: lei, incinta, si rifugerà in Svizzera per partorire, mentre lui, pur di raggiungerla, diserterà dopo la disastrosa battaglia di Caporetto. Ma sarà troppo tardi, e Catherine morirà di parto fra le sue braccia. Struggente love story che la sceneggiatura vena di ulteriore romanticismo rispetto al libro, sullo sfondo di un conflitto percepito come insensato: ma l'antimilitarismo è veicolato senza retorica, e le vicende della guerra lasciano sempre spazio in primo piano ai personaggi, simpatetici e tridimensionali (la caratterizzazione fornita da Hemingway, ai protagonisti come ai comprimari, è ovviamente favorita dalla natura semi-autobiografica del romanzo). Adolphe Menjou è il maggiore Rinaldi, il medico amico di Frederic che gli presenta Catherine. La differenza di statura fra i due protagonisti (uno e novanta lui, appena un metro e mezzo lei) è talmente evidente che, nella scena in cui passeggiano affiancati, fanno quasi fatica a baciarsi. La regia di Borzage rende memorabili alcune sequenze, come il bombardamento che interrompe i bagordi di Rinaldi e Frederic (che conversa con il piede di una prostituta), la soggettiva del ricovero di Frederic a Milano, il finale che fa coincidere la fine della guerra con la morte di Catherine e che dona la pellicola il tono di un vero e proprio melodramma romantico. Pur avendo edulcorato alcuni dei passaggi più cinici e pessimisti di Hemingway e avendo evitato di soffermarsi nei dettagli sulla sconfitta di Caporetto (presentata attraverso un montaggio un po' confuso di immagini dai toni quasi irreali, girate evidentemente in studio e non in esterni), il film fu proibito in Italia durante il fascismo. Degna di nota la fotografia di Charles Lang, premiata con l'Oscar. Rifatto (peggio) nel 1957 da Charles Vidor.

20 agosto 2014

Crepuscolo di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1957)

Crepuscolo di Tokyo (Tokyo boshoku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1957
con Chishu Ryu, Setsuko Hara, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'anziano banchiere Shukichi (Chishu Ryu) vive con le due figlie Takako (Setsuko Hara) e Akiko (Ineko Arima). La prima, sposata e con una bambina, ha lasciato il marito per tornare nella casa del padre; la seconda, all'insaputa di tutti, è stata messa incinta da uno studente scapestrato che ora la evita. Le due ragazze scoprono che la madre (Isuzu Yamada), che aveva abbandonato la famiglia quando loro erano ancora piccole, è tornata in città e gestisce una sala da mahjong in periferia. Dopo aver abortito senza dirlo a nessuno, l'angosciata Akiko viene investita da un treno e muore. Takako, dopo aver accusato la madre di essere la responsabile della tragedia, decide allora di tornare dal marito affinché sua figlia possa crescere con l'amore di entrambi i genitori. Ambientato durante un inverno freddo e rigido, l'ultimo film in bianco e nero di Ozu mette in scena la dissoluzione della famiglia nella maniera più drammatica possibile: non più a causa di dinamiche inevitabili come l'invecchiamento o il cambiamento dovuto allo scorrere del tempo (si pensi a "Viaggio a Tokyo" o "Tarda primavera"), ma attraverso tragedie, incomprensioni e colpe ben precise. Insieme al precedente "Inizio d'estate" forma un dittico con cui Ozu e lo sceneggiatore Kogo Noda cercarono in qualche modo di adeguarsi, anche su insistenza dei produttori, alle novità portate – in termini di temi trattati e caratterizzazioni dei personaggi – dalle nuove generazioni di cineasti giapponesi, prodromo di quella nuberu bagu (nouvelle vague) che sarebbe sfociata nei lavori di Oshima, Imamura e compagni. Ed ecco che si affrontano temi "forti" come l'aborto, l'abbandono, il tradimento, la separazione, e si allude anche alla prostituzione, anche attraverso la cronaca (vedi il personaggio che legge il giornale, commentando la notizia sull'abolizione di una legge in materia) sia pure mantenendosi nella cornice dello shomingeki (il cinema sulla "classe media") e dello stile sobrio e controllato cui Ozu ci ha sempre abituato. Dopo questo esperimento, tuttavia, il regista e il suo fido sceneggiatore torneranno sui binari a loro consoni, anche col rischio di veder bollati i film successivi come antiquati e fuori dal tempo.

In generale la pellicola mette in scena senza alcuno sconto la frattura fra le generazioni: pur amandosi, fra il padre e le due figlie c'è assoluta incomunicabilità, incomprensione, persino mancanza di fiducia reciproca, il che sfocia in sensi di colpa, rancore e rimpianti. Il primo (così come la zia) è ancora legato a ideali vecchi e superati quali l'usanza delle nozze combinate (che hanno prodotto il matrimonio infelice di Takako), e non si rende conto delle condizioni in cui si trova Akiko. Le due figlie, d'altro canto, non si confidano con lui: Takako non gli parla apertamente dei problemi che ha con il marito, mentre Akiko preferisce chiedere un prestito a parenti e conoscenti pur di non rivelargli che è incinta, ed entrambe gli tengono nascosto il ritorno della madre in città (anche se nel finale Shukichi mostra di esserne al corrente, quando invita Takako ad andare a salutarla alla stazione). Il mondo dei giovani, soprattutto quello di Akiko e dei suoi compagni, è sregolato e incerto, e corre su binari quasi paralleli a quelli vecchi e ordinati dei genitori: tema consueto per Ozu, certo, ma che mai come in questo caso può essere letto come un'allusione ai cambiamenti in atto non soltanto nella società giapponese ma anche nel mondo del cinema, dove i registi più giovani esprimevano apertamente il proprio dissenso verso la realtà contemporanea. In effetti, a livello di umanità c'è poco da salvare: i giovani trascorrono le giornate in locali equivoci o squallide sale da gioco, all'insegna dell'incertezza per il futuro, mentre i rapporti sessuali sono sì liberi ma anche freddi e irresponsabili. Altrettanta irresponsabilità è però veicolata dalla generazione precedente, talmente impegnata dal proprio lavoro da trascurare del tutto i figli e i loro problemi. E se nel finale Takako sceglie di tornare dal marito, non è certo per amore ma solo per il bene superiore della sua bambina (anche se l'amore che riceverà da entrambi i genitori sarà probabilmente solo apparente). Stilisticamente, il film è interessante per il montaggio: fenomenali alcune transizioni, come quella che mostra – subito dopo la scena di Akiko che va ad abortire in clinica – la piccola figlia di Takako, anticipando la sequenza successiva in cui la ragazza, guardando la bambina, avrà finalmente piena consapevolezza di quello che ha fatto; oppure, nel finale, il soffermarsi sui volti di Kenji (nella scena in cui Akiko viene investita dal treno) o della madre (dopo che Takako le ha comunicato della morte di Akiko), seguiti da inquadrature sugli ambienti circostanti che, seppur vuoti, danno l'impressione di essere pieni delle emozioni dei personaggi. Pregio di un cineasta che, come sempre, racconta molto più di quello che mostra.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente col "nuovo" volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e l'alchimia della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
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Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams.

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, il professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima e palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il tema dell'Ouverture "1812" di Ciajkovskij.