30 aprile 2012

Sanjuro (Akira Kurosawa, 1962)

Sanjuro (Tsubaki Sanjuro)
di Akira Kurosawa – Giappone 1962
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Visto in divx.

Dopo il grande successo de "La sfida del samurai", il suo protagonista ritorna in un sequel godibilissimo e assolutamente all'altezza dell'originale. Ma se nel primo film l'eccentrico ronin interpretato da Toshiro Mifune agiva da solo, liberando una cittadina dai banditi che vi spadroneggiavano, stavolta accoglie sotto la propria ala protettiva un gruppo di nove giovanissimi samurai in lotta contro alcuni funzionari corrotti che hanno preso in ostaggio un onesto ciambellano, zio di uno dei ragazzi. Questi, coraggiosi e idealisti ma assai ingenui e impulsivi, avranno molto da apprendere dai metodi spregiudicati, dall'esperienza e soprattutto dal buon senso di Sanjuro. E impareranno a non fidarsi delle apparenze: "il cattivo è nascosto dove non te lo aspetti", e naturalmente lo stesso vale per il buono. Come nella pellicola precedente, Sanjuro mette in mostra non solo un’incredibile abilità con la spada (spettacolare, e di una violenza inattesa e improvvisa, il duello che conclude il film, a proposito del quale un critico si spinse fino ad avvisare gli spettatori di "non sedersi troppo vicino allo schermo"), ma anche astuzie e sotterfugi, come la sua consueta trovata di mettersi apparentemente al servizio del nemico per poterlo ingannare dall’interno: anzi, ancora più che nel primo film viene sottolineata l'importanza di saper rinunciare alla violenza quando questa non è necessaria (un concetto veicolato per esempio attraverso i due personaggi femminili della moglie e della figlia del ciambellano rapito). L'ingentilimento del protagonista (che si presenta ancora come Sanjuro, "trent'anni" – "anche se vado per i quaranta", precisa ironicamente, suggerendo una maggior anzianità e dunque una maggior esperienza) si esplica anche attraverso l'aggiunta di un cognome assai femminile inventato sul momento, Tsubaki, che significa "camelia": non a caso userà proprio le camelie per segnalare ai compagni di aver compiuto la propria missione. Considerato un maestro del chanbara, il cinema di samurai (soprattutto in occidente, dove per lungo tempo è rimasto noto solo per questo tipo di pellicole), Kurosawa in realtà ne infrange molte convenzioni, a partire dalle solennità formali e dallo stile ieratico che ne contraddistinguevano gli esempi più classici: proprio i suoi lavori hanno contribuito ad arricchire il filone di quell’ironia e quel dinamismo che gli hanno consentito di rimanere popolare presso il grande pubblico fino a oggi (oltre che a favorire le contaminazioni con altri generi, come il western o il film di gangster). L'ortodossia è rotta non solo dall'imprevedibilità di Sanjuro (considerato bizzarro persino dagli altri personaggi, che ne criticano il comportamento poco formale e il modo di parlare) ma anche da improvvisi squarci di umorismo addirittura extradiegetico, come quelli forniti dalla colonna sonora (vedi il balletto di gioia improvvisato a un certo punto dai giovani samurai): di fatto si assiste, forse ancor più che in altri film del regista, a una riuscitissima fusione fra le convenzioni teatrali giapponesi e il linguaggio del cinema occidentale. Il tema del rapporto fra maestro e allievo, portante in tutto il cinema di Kurosawa, è qui in primissimo piano: Sanjuro alla fine viene riconosciuto dai suoi giovani compagni d'avventura non solo come un prezioso alleato ma soprattutto come un mentore e un fondamentale esempio di vita, e l'inchino che gli fanno al momento in cui decide di andarsene (senza alcuna ricompensa, da vero "eroe senza nome" che è atteso da altre avventure e da altri torti da riparare: ed è un peccato che la serie non abbia più avuto seguiti) è di forte intensità emotiva. Il rivale Muroto, samurai al servizio dei funzionari corrotti, è interpretato (come l’Unosuke del film precedente) da Tatsuya Nakadai, ovvero colui che prenderà il posto di Mifune come “attore feticcio” di Kurosawa in seguito alla rottura fra i due. Dopo "Sanshiro Sugata - Parte II", si tratta del secondo sequel di un proprio film realizzato da Kurosawa.

28 aprile 2012

Donne della notte (K. Mizoguchi, 1948)

Donne della notte (Yoru no onnatachi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Rimasta vedova dopo la guerra, e avendo perso il suo unico figlio per malattia, Fusako (Kinuyo Tanaka) trova lavoro come segretaria presso un losco imprenditore, di cui diventa la mantenuta: ma quando scopre che l’uomo ha una relazione anche con sua sorella Natsuko, abbandona tutto per fare la prostituta, cedendo al desiderio di vendetta nei confronti degli uomini quando non lo aveva fatto, per orgoglio, nemmeno a causa della povertà. Partita alla sua ricerca, Natsuko viene a sua volta risucchiata nei bassifondi, così come lo sarà la giovanissima Kumiko, fuggita di casa e circuita da un giovane studente che si approfitta di lei: ma alla fine le tre donne, con il reciproco sostegno, sapranno trovare la forza per riconquistare una propria salvezza. A causa del divieto (imposto dagli americani) di realizzare film storici e in costume, anche il cinema giapponese nel dopoguerra ebbe la sua fase ‘neorealista’: e Mizoguchi, interessato come sempre ad esplorare l’universo femminile, vi partecipò con questa pellicola su un tema che tornerà poi ad affrontare – con maggiore lucidità ed efficacia – nel suo ultimo film, “La strada della vergogna”. Il lungometraggio, come scrive Dario Tomasi, "si inserisce in un filone ben preciso del cinema giapponese, che troverà poi nei lavori di Seijun Suzuki il suo esito più alto, quello dei pan-pan mono ovvero dei film dedicati alle prostitute di strada, quelle che nel dopoguerra si vendevano ai soldati americani (cosa che ovviamente potrà essere mostrata sullo schermo solo dopo la fine dell'occupazione yankee)". Ma Mizoguchi è più interessato alle parabole “melodrammatiche” dei singoli personaggi che a descrivere un quadro sociale o d’insieme (anche se non mancano spunti in tal senso: vedi la scena in cui, all’assistente sociale che vorrebbe riportarle sulla “buona strada” e che afferma "Se queste ragazze avessero uno spirito puro, non si degraderebbero così", le donne rispondono sdegnosamente “Crede forse che lo facciamo perché ci diverte?”). Le sue prostitute sono costrette a “fare la vita” dalla povertà (le conseguenze della guerra, che ha lasciato molte di loro senza un sostegno o una famiglia), dal destino (vedi la storia parallela di Kumiko) o da un cinico desiderio di rivalsa e di vendetta nei confronti di un mondo maschile corrotto (nel caso di Fusako). Come sempre nei film del regista nipponico, però, questo tentativo di ribellione non conduce le donne a una maggiore libertà ma soltanto all’autodistruzione, benché in questo caso nel finale si suggerisca una possibilità di redenzione. La pellicola soffre forse per una certa schematicità delle vicende che fa intravedere una costruzione programmatica e “a tavolino”, ma offre comunque una serie di sequenze di forte impatto (l’incontro fra le due sorelle nella clinica; il finale in cui Fusako, dopo aver visto la china in cui sta per sprofondare Kumiko, si convince finalmente a uscire anche lei – finché può – da quel mondo di disperazione) che a livello di stile virano più sull'espressionismo che sul neorealismo (memorabile, per esempio, l'immagine della Madonna con il bambino nella scena finale, che sembra alludere alla natura universale, di donna e di madre, del personaggio principale). Curiosamente il regista mette in ellissi invece altri momenti topici (non ci viene mostrato nulla, per esempio, di ciò che accada a Fusako fra la sua fuga e il momento in cui Natsuko la ritrova). Resta impressa anche la descrizione delle “bande” di ragazze che con i loro rituali, la solidarietà interna ma anche l’ostilità e la violenza verso chi non fa parte del gruppo, assomigliano quasi a gruppi di yakuza al femminile, anche se naturalmente la loro "corruzione" è sempre soltanto un riflesso (e un effetto) di quella del mondo esterno e maschile (“Anche il fiore più puro è destinato ad appassire in una miniera di carbone”).

27 aprile 2012

Hawking (Philip Martin, 2004)

Hawking (id.)
di Philip Martin – GB 2004
con Benedict Cumberbatch, Tom Ward
**1/2

Visto su YouTube.

Questo bel tv movie prodotto dalla BBC, su sceneggiatura di Peter Moffat, racconta gli anni giovanili del fisico Stephen Hawking, quelli in cui – già afflitto dai primi stadi dell'atrofia muscolare progressiva che lo avrebbe completamente paralizzato – sviluppò le sue prime teorie matematiche e cosmologiche durante il dottorato presso l’Università di Cambrige nei primi anni sessanta. La pellicola illustra con grande sensibilità e delicatezza, senza mai scadere nel patetico o nel didascalico, la disperata lotta del protagonista con la malattia e contemporaneamente la sete di conoscenza e l’amore per la scienza che lo hanno portato a travalicare i confini del proprio corpo e a indagare l’universo, "dal Big Bang ai buchi neri" (per citare il suo scritto più famoso). La dolorosa progressione della patologia (che paralizza il corpo ma lascia intatto il cervello) va di pari passo con le ricerche di Hawking sulle origini del cosmo, il recupero delle intuizioni di Einstein, la contestazione delle idee di Fred Hoyle sull’universo stazionario, e l'amicizia e la collaborazione con Roger Penrose, “guru” della topologia (“Disegni, non equazioni!”): anzi, proprio i continui rimandi e riferimenti fra i concetti universali della fisica e il dramma personale e umano di Stephen (vedi la lezione di Penrose sulla singolarità spazio-temporali, su come "il tutto può collassare nel nulla") donano ariosità e ampiezza a un film che esce spesso e volentieri dai confini angusti dei biopic televisivi. Tema conduttore e ricorrente sotto varie forme per tutto il film è il tempo: quello contro cui lotta Stephen, che cerca con ostinazione e forza di volontà di completare il dottorato entro i due anni che i medici gli hanno dato; quello dell'orologio di Penrose che va al contrario; quello della relatività di Einstein; quello del viaggio alle origini dell’universo che compiono i due astronomi Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson (premiati con il Nobel nel 1978 per aver scoperto la radiazione cosmica di fondo, che di fatto convalidava la teoria del Big Bang), di cui sono un corollario i ricordi dello stesso Arno, fuggito da bambino dalla Germania nazista; quello che Stephen concede all’amata Jane quando le chiede di sposarlo (“Prenditi un po’ di tempo per pensarci… Il tempo serve per pensare”); le scene ripetute in cui Stephen controlla quanto tempo riesce a trattenere il respiro sott'acqua; e naturalmente il concetto stesso di Big Bang (“L'universo ha avuto un inizio, non è stato sempre lì”). Eccellente la prova di Benedict Cumberbatch, ma buono anche il resto del cast (Tom Ward è Penrose, Peter Firth è Hoyle, Michael Brandon e Tom Hodgkins sono Penzias e Wilson, Lisa Dillon è Jane, John Sessions è Dennis Sciama).

26 aprile 2012

Virtù facile (Alfred Hitchcock, 1927)

Virtù facile, aka Fragile virtù (Easy virtue)
di Alfred Hitchcock – GB 1927
con Isabel Jeans, Robin Irvine
*1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Accusata di adulterio e condannata dal tribunale dei divorzi per condotta immorale (pur essendo in realtà solo una vittima delle circostanze: la colpa è di un marito alcolizzato e di uno spasimante suicida), la bella Larita Filton diviene sua malgrado una celebrità delle cronache mondane. Per sfuggire alla notorietà e ai fotografi parte per la Francia sotto falso nome: e in Costa Azzurra conosce il giovane John Whittaker, con cui si risposa e sogna una nuova vita. Ma una volta trasferitasi nella casa di lui, il passato tornerà a galla. Larita dovrà così fronteggiare l'ostilità della famiglia del marito, e in particolare quella della suocera, e anche l'amore dovrà cedere di fronte alle convenzioni borghesi: questa volta sarà lei a concedere il divorzio a John pur di non farlo più soffrire, e di fronte ai fotografi che l'attendono fuori dal tribunale con gli obiettivi puntati, dirà "Sparate pure, ormai non c'è più nessuno da uccidere". Tratto da una commedia di Noël Coward (la stessa su cui si basa il recente "Un matrimonio all'inglese", che però si concentra solo sul soggiorno di Larita nella casa del nuovo marito), è un film piuttosto debole e dai toni assai melodrammatici, che lo stesso Hitchcock considerava da dimenticare ("Mi vergogno anche solo a parlarne", avrebbe detto) e che girò soltanto perché dopo il successo de "Il pensionante" era rimasto legato alla casa di produzione Gainsborough da un contratto che lo obbligava a realizzare altri due film. In effetti c'è ben poco da salvare: benché tutto spinga a parteggiare per un'eroina vittima della morale perbenista dell'epoca, risulta assai difficile per lo spettatore lasciarsi coinvolgere dalla vicenda, vista la rigidità della sceneggiatura, la povertà della caratterizzazione psicologica e la mancanza di ritmo e di guizzi di qualsiasi tipo.

24 aprile 2012

Il declino (Alfred Hitchcock, 1927)

Il declino, aka La caduta (Downhill)
di Alfred Hitchcock – GB 1927
con Ivor Novello, Robin Irvine
**

Visto in DVD alla Fogona.

Lo studente modello Roddy Berwick, campione della squadra di rugby del college, ammirato dal rettore e orgoglio dei genitori, viene accusato da una cameriera di averla insidiata. Il vero colpevole è il suo compagno di stanza Tim, ma per amicizia Roddy non lo tradisce e viene espulso dal college. Cacciato anche di casa dal padre, comincerà una "discesa" sempre più verticale lungo i gradini della società: dapprima sposa un'attrice di varietà che lo spoglierà del poco denaro rimastogli e lo tradirà, poi si ridurrà a fare il gigolò in uno squallido locale di Parigi, e infine si ritroverà in miseria e febbricitante in una stamberga di Marsiglia. Imbarcato a forza su una nave diretta a Londra, tornerà a casa in tempo per scoprire che la sua innocenza è stata riconosciuta e che il padre è pronto a riaccoglierlo con sé. La poca plausibilità della vicenda (tutti credono all'accusa della ragazza senza alcuna prova), i toni melodrammatici e moralisti (il soggetto è tratto da una commedia teatrale dello stesso Novello e di Constance Collier sotto lo pseudonimo di David Lestrange) e la brusca conclusione (non viene spiegato come il padre venga a sapere della sua innocenza, se l'amico o la ragazza che lo accusava abbiano confessato la verità) appesantiscono una pellicola che ripropone il tema caro a Hitchcock dell'uomo accusato ingiustamente: ma a differenza del precedente "Il pensionante", qui anche noi spettatori sappiamo da subito che Ivor Novello è innocente. Diviso grossomodo in tre capitoli ("Il tempo della gioventù", "Il tempo della finzione", "Il tempo delle illusioni perdute"), due dei quali si concludono con sequenze che suggeriscono metaforicamente la progressiva discesa del protagonista (una scala mobile che dai quartieri alti londinesi lo porta giù nella metropolitana, un ascensore che lo fa scendere al piano terra), il film ha un impianto circolare e infatti si apre e si chiude con la stessa immagine, quella di Roddy che realizza un touchdown mentre gioca a rugby. Ma la sequenza più interessante è probabilmente quella, assai elaborata, degli incubi e delle allucinazioni di Roddy sulla nave che lo riporta a Londra.

23 aprile 2012

Il mio amico Einstein (P. Martin, 2009)

Il mio amico Einstein (Einstein and Eddington)
di Philip Martin – GB 2009
con David Tennant, Andy Serkis
*1/2

Visto in divx alla Fogona.

Le vite parallele, dal 1914 al 1919, di Albert Einstein e Alfred Eddington: il primo autore della teoria generale della relatività, che fra le altre cose prevede la curvatura dello spazio-tempo come effetto della massa dei corpi, il secondo ideatore dell'esperimento che la dimostrò, osservando la deviazione, da parte del sole, della luce emessa dalle stelle. Il teorico tedesco e lo sperimentatore inglese, pur essendo entrambi pacifisti e convinti che "la ricerca della verità scientifica trascende i confini delle nazioni", saranno divisi dalla guerra (siamo negli anni del primo conflitto mondiale, in cui le scoperte scientifiche trovavano immediata applicazione bellica, rendendo di conseguenza difficile e impopolare lo scambio di idee fra studiosi che si trovavano sui fronti opposti) ma uniti da un'idea di conoscenza aperta e universale. Un cast curioso (Andy "Gollum" Serkis è Einstein, David "Dr. Who" Tennant è Eddington) per una produzione BBC piuttosto semplicistica e schematica nel mettere in scena i contrasti fra scienza e politica o religione (il gay e quacchero Eddington è sul punto di perdere la fede di fronte alle atrocità della guerra e alla morte del suo più caro amico), oltre che nel tentare di spiegare in versione for dummies la teoria di Einstein, quasi ridotta a una semplice sfida a Newton. A dispetto del titolo italiano, i due protagonisti si incontrano di persona solo nel finale, dopo che per quasi tutto il film hanno lavorato "a distanza" (Berlino e Cambridge).

20 aprile 2012

Che ora è laggiù? (Tsai Ming-liang, 2001)

Che ora è laggiù? (Ni na bian ji dian, aka What time is it there?)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 2001
con Lee Kang-sheng, Chen Shiang-chyi
***

Rivisto in DVD.

Il giovane Hsiao-kang (Lee) vende orologi da polso per le strade di Taipei. Shiang-chyi (Chen), una ragazza che sta per partire per Parigi, gliene compra uno, proprio quello che lui portava al polso. Il ragazzo ne rimane ossessionato, e da allora comincia a spostare le lancette di tutti i suoi orologi (e anche di quelli per le strade) sul fuso orario della Francia. Nel frattempo sua madre si convince che il marito, morto da poco, sia ritornato in casa sotto forma di fantasma, mentre Shiang-chyi vaga per una Parigi inospitale e rumorosa, alla disperata ricerca di un contatto umano. Come in "Vive l'amour", Tsai racconta la storia di tre solitudini, tre esistenze sperdute alla ricerca di qualcosa di impalpabile e indefinito, e lo fa attraverso il consueto stile lento e rarefatto, che sembra dipanarsi su un piano di esistenza separato dal resto del mondo, dando vita a una sorta di assurdo melodramma esistenziale dove l'esplorazione dei sentimenti avviene non attraverso i dialoghi o una trama, ma per mezzo di gesti, silenzi, l'impietosa osservazione del corpo (e delle sue funzioni), sguardi intensi e lacrime di tristezza. La mancanza di una colonna sonora musicale allontana ancora di più il film dalle normali consuetudini cinematografiche, permettendogli di concentrarsi su legami fra i personaggi tanto intensi quando monodirezionali o mai dichiarati (quello di Hsiao-kang per Shiang-chyi, con cui ha scambiato solo qualche parola; quello della madre per il fantasma del marito, di cui il grande pesce bianco nell'acquario di casa è una sorta di avatar; quello di Shiang-chyi per una Parigi che appare tutt'altro che "turistica"). Al quinto lungometraggio (una coproduzione: il direttore della fotografia è francese, Benoît Delhomme), a questo punto è evidente che il personaggio incarnato da Lee Kang-sheng è sempre lo stesso: lo conferma il fatto che anche la madre e il padre sono interpretati dagli stessi attori di "Rebels of the Neon God" e "The river", rispettivamente Lu Yi-ching e Miao Tien; quest'ultimo qui appare solo nella sequenza introduttiva, prima della morte, e poi – a sorpresa – in quella finale ed enigmatica, quando lo ritroviamo – in carne e ossa o come presenza invisibile? – a Parigi. I film di Tsai sono dunque tanti tasselli di un unico mosaico che porta avanti l'esistenza di un alter ego dell'attore – o forse dello stesso regista –, un po' come avveniva nelle pellicole di François Truffaut con Jean-Pierre Léaud nei panni di Antoine Doinel: un paragone non azzardato, visto che proprio in questo film Tsai rende esplicito l'omaggio alla nouvelle vague. Nel suo tentativo di trasferirsi "spiritualmente" a Parigi, infatti, Hsiao-kang si dedica alla visione di film francesi e in particolare a quella de "I quattrocento colpi" di Truffaut, di cui vediamo alcune sequenze con Léaud da bambino. E contemporaneamente, a Parigi, Shiang-chyi si ritrova su una panchina in un cimitero seduta proprio a fianco dell'attore ormai invecchiato (che sia lui o semplicemente qualcuno che ha lo stesso nome, poco importa: nei film di Tsai gli attori e i personaggi si confondono e si identificano fra loro, tanto che i loro nomi spesso coincidono). Quello con Jean-Pierre, comunque, è solo uno dei tanti incontri bizzarri, insoliti o stralunati – spesso permeati da una strana ironia astratta – che i tre protagonisti fanno durante la pellicola, la quale culmina nella notte in cui tutti e tre avranno una sorta di inatteso, catartico o disperato rendez-vous erotico (Hsiao-kang in macchina con una prostituta che, la mattina dopo, gli ruberà la valigia con gli orologi; la madre in casa con il "fantasma" del marito, al cui arrivo si era lungamente preparata; Shiang-chyi in una stanza d'albergo con una turista hongkonghese – interpretata da Cecilia Yip – conosciuta per caso la sera prima). Ritroveremo Hsiao-kang nei lavori successivi di Tsai, il cortometraggio "The skywalk is gone" e i lungometraggi "Goodbye, Dragon Inn" (del quale la scena in cui il ragazzo si reca al cinema è quasi un'anticipazione), "Il gusto dell'anguria" e "I don't want to sleep alone" (che dovrebbe uscire fra circa un mese – con solo sei anni di ritardo! – nelle sale italiane). Con una didascalia sui titoli di coda, il regista dedica il film "a mio padre, e al padre di Hsiao-kang".

18 aprile 2012

Quasi amici (O. Nakache, E. Toledano, 2011)

Quasi amici (Intouchables)
di Olivier Nakache ed Éric Toledano – Francia 2011
con François Cluzet, Omar Sy
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Ispirata a una storia vera (i cui protagonisti reali sono mostrati nei titoli di coda), una commedia che in Francia ha riscosso un enorme successo di pubblico e che può essere inquadrata in un ben preciso genere cinematografico, il buddy movie, ovvero l’incontro e l’amicizia tra due personaggi che rappresentano mondi apparentemente incompatibili ma che poi trovano una sintonia inattesa. Qui i due character agli antipodi sono il ricco e colto Philippe, rimasto paralizzato dal collo in giù dopo un incidente in deltaplano, e il delinquente di origine senegalesi Driss, assunto temporaneamente come suo badante personale. Con la sua franchezza e il suo calore umano, l'irriverente immigrato delle periferie aiuterà il suo datore di lavoro a recuperare un rapporto positivo e ottimista con la vita: ma anche lui svilupperà una coscienza sociale in precedenza improbabile, e scoprirà persino l'amore per l'arte. Molte le gag divertenti, anche se quasi tutte sulla medesima falsariga (il rozzo comportamento di Driss, perennemente a sproposito negli ambienti altoborghesi e raffinati di Philippe, mette in luce quelle verità che tutti ipocritamente cercano di nascondere: vedi per esempio le sue reazioni di fronte all'arte moderna o alla musica classica), e inevitabile il lieto fine. Ottimi gli attori, senza particolari guizzi invece la regia. Più buonista che sincero (immagino che un remake hollywoodiano non tarderà ad arrivare), il film ha comunque il pregio di non adagiarsi sul pietismo e la retorica, rischi sempre incombenti quando si parla di malattie. Il tema degli opposti si rispecchia anche nella colonna sonora, che comprende sia brani classici (da Bach a Vivaldi) che hip pop, funky e rhythm and blues.

Nota: è stato il primo film che ho visto insieme a Sabrina.

17 aprile 2012

Fearless hyena II (Chan Chuen, 1983)

Fearless hyena II (Long teng hu yue)
di Chan Chuen – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Austin Wai
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco dopo l’inizio delle riprese di questo film, Jackie Chan ruppe il contratto che lo legava alla casa di produzione di Lo Wei per seguire l’amico produttore Willie Chan alla Golden Harvest, per la quale avrebbe interpretato tutti i suoi film più popolari negli anni ottanta. Dopo aver inutilmente cercato di riportare l’attore all’ovile (persino, si dice, facendolo minacciare dalla triade), Lo Wei decise di completare la pellicola ricorrendo a materiale d’archivio girato per film precedenti (per esempio le scene di “Karate Ghostbuster” in cui Jackie andava in cerca di ingredienti per il suo stufato) e sostituendo il protagonista con una serie di stuntmen opportunamente “mascherati” con barba finta, naso rosso e baffi posticci (una trovata simile a quella che era stata utilizzata per “L’ultimo combattimento di Chen”, l’ultimo film – uscito postumo – di Bruce Lee). Durante il combattimento finale, invece, il sosia non è mascherato ma si muove in modo da non essere mai inquadrato in volto, e le scene girate ex novo sono montate insieme a sequenze dello scontro conclusivo del primo “Fearless Hyena” (approfittando del fatto che l’antagonista è interpretato dallo stesso attore). Il risultato è dunque estremamente spezzettato: Jackie di persona è protagonista solo di alcune sequenze slegate l’una dall’altra (fra cui spicca quella in cui cerca lavoro in un ristorante gestito dal solito Dean Shek), mentre per rimpolpare la trama viene dato spazio alle disavventure di altri personaggi, come il ladruncolo Frog (Hon Gwok Choi). Il soggetto è essenzialmente identico a quella del primo film, di cui pertanto non è un seguito ma un remake: la differenza è che tutto è moltiplicato per due. Per sfuggire alla vendetta di due spietati rivali (Kwan Young Moon e Yen Shi-Kwan), due fratelli (James Tien e Chen Hui Lou) si nascondono sotto falso nome e nel frattempo addestrano alle arti marziali i rispettivi figli, la testa calda Lung (Jackie) e il pigro Tung (Austin Wai). Saranno loro a vendicarli, dopo che i cattivi li hanno rintracciati a causa dell’ingenuità di Jackie, che aveva fatto sfoggio delle tecniche della propria scuola in pubblico. Nel cast anche una donzella, Pearl Lin, protagonista di un breve scontro con il nostro eroe. Per le sue traversie produttive, ma anche perché assai povero dal lato dei combattimenti e privo della comicità del prototipo, è un film del tutto dimenticabile (Jackie, senza riuscirci, cercò anche di impedirne l’uscita).

16 aprile 2012

Fearless Hyena (Jackie Chan, 1979)

Jacky Chan la mano che uccide (Xiao quan guai zhao)
di Jackie Chan – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, James Tien
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Reduce dal successo dei due film diretti da Yuen Woo-Ping ("Drunken master" e "Snake in the eagle's shadow") che lo avevano fatto diventare una star, Jackie Chan esordisce alla regia (in collaborazione con Kenneth Tsang) con una pellicola che da un lato ricalca il canovaccio classico di tanti altri gongfupian sul tema della vendetta e dall'altro porta avanti il suo programma di fondere le acrobazie e i combattimenti a base di arti marziali con una comicità slapstick che si rifà chiaramente al cinema muto. Il risultato è estremamente godibile: l'alternanza fra situazioni comiche (prevalenti in quasi tutta la prima parte della pellicola) e drammatiche (nella seconda) consente di mantenere il ritmo del film su alti livelli fino alla fine, mentre, dirigendo sé stesso, un Jackie in gran forma fisica ha la libertà di coreografare al meglio le proprie capacità da funambolo, senza appesantire la vicenda con elementi inutili e sottotrame parallele. Il giovane protagonista, che vive in un remoto villaggio, ha imparato il kung fu dal nonno Chen (un James Tien "invecchiato" ad arte), che però gli intima di non mostrare mai le proprie tecniche in pubblico: teme infatti che il malvagio ufficiale Yen (Yen Shi-kwan), acerrimo nemico del suo clan ribelle, scopra dove si è rifugiato. Quando il ragazzo, pur di guadagnare qualche soldo, accetta di diventare il maestro di una scalcinata scuola di arti marziali nel villaggio, accade proprio quello che si temeva: attira l'attenzione di Yen, che così rintraccia Chen e lo fa fuori. Per poterlo vendicare, Jackie è sottoposto a un duro addestramento da un misterioso vagabondo zoppo, Unicorn (Chen Hui Lou), che gli insegnerà una tecnica basata sulle emozioni (il celebre emotional kung-fu). Noto in Italia con il bizzarro titolo "Jacky Chan la mano che uccide" (la grafia Jacky compare anche nei credits dell'edizione originale), il film offre numerosi momenti da ricordare: per non essere riconosciuto dal nonno, Jackie combatte travestito da straccione strabico (con baffoni posticci, sulla musica della "Pantera rosa") o addirittura da donna (in una sequenza memorabile); e con Unicorn è protagonista di un insolito duello con le bacchette per il cibo. Spettacolare anche lo scontro con i tre sgherri di Yen armati di lunghe sciabole. Dean Shek fa un breve cameo nei panni del fabbricante di bare, mentre Lee Kwan è l'inetto proprietario della scuola di arti marziali che assolda Jackie per attirare nuovi studenti. La scena finale, in cui Jackie trasporta Unicorn in un carretto, è un omaggio/parodia (con tanto di musica) alla serie giapponese "Samurai" ("Lone Wolf and Cub").

13 aprile 2012

Il pensionante (A. Hitchcock, 1926)

Il pensionante (The Lodger: A Story of the London Fog)
di Alfred Hitchcock – GB 1926
con Ivor Novello, June Tripp
***

Visto in DVD.

Tratto da un romanzo di Marie Belloc Lowndes ispirato ai delitti di Jack lo squartatore, il terzo lungometraggio di Hitchcock è universalmente considerato – anche dal regista stesso – come il suo “primo vero film”. E non solo perché si tratta di un thriller e non di un melodramma come i due precedenti, ma perché per temi, stile e tecnica presenta già tutti gli elementi che caratterizzeranno in seguito i suoi capolavori: la suspense, l’ambiguità, il sospetto, l’innocente accusato ingiustamente, il meccanismo narrativo semplice ma perfetto. Londra è scossa da un misterioso assassino che si firma “The avenger” (Il vendicatore) e che uccide solo giovani donne bionde. I delitti avvengono sempre per le strade e di martedì sera, i giornali non parlano d’altro (notevole la sequenza in cui il regista mostra tutti i passaggi della propagazione di una notizia, dal reporter che detta l’informazione all’agenzia fino alla distribuzione delle copie stampate), le ragazze bionde indossano parrucche scure per non correre rischi (mentre le brune se la ridono). In una pensione a conduzione familiare, proprio nella zona della città dove sono concentrati i delitti, giunge un nuovo e misterioso inquilino, un giovane taciturno, sinistro e ambiguo che ben presto catalizza su di sé i sospetti dei padroni di casa, anche perché sembra ossessivamente attratto dalla loro (naturalmente bionda) figlia Daisy. Questa è fidanzata con un poliziotto, ma in qualche modo subisce l’attrazione del nuovo venuto, ignorando tutti i segnali di pericolo. In un crescendo di tensione, anche lo spettatore è portato a sospettare del pensionante: appena entrato in camera lo vediamo turbato dai quadri che rappresentano donne bionde, tanto che chiede di toglierli; segue Daisy nell’atelier dove lavora come modella e le fa un regalo inaspettato; più volte sembra che sia preso da un impulso irrefrenabile di farle del male (quando afferra l’attizzatoio del camino, per esempio; o nella sequenza in cui la ragazza sta facendo il bagno, che per certi versi sembra anticipare addirittura la celebre scena della doccia di “Psycho”); esce di soppiatto, mascherato, proprio il martedì sera, per fare ritorno dopo che il delitto si è compiuto; annota diligentemente su una mappa (usando il triangolo, simbolo del “Vendicatore”) tutti i luoghi dove si sono verificati gli omicidi; e il suo atteggiamento è costantemente tormentato e disturbato, segno che nasconde qualcosa. Naturalmente si rivelerà innocente (il vero colpevole, fra l’altro, non viene mai mostrato sullo schermo), e nel finale scampa per un pelo al linciaggio della folla che lo insegue e che lo raggiunge quando, ammanettato, rimane appeso a una cancellata. La tecnica registica di Hitch (pur con evidenti influenze da Murnau e da Lang) è già matura: fa grande uso di primissimi piani (come quello che apre il film, una ragazza che urla dal terrore), di scritte ad effetto (l’insegna lampeggiante al neon di un teatro di varietà, “Tonight Golden Girls”, che sembra il manifesto programmatico dell’assassino) e di sovrimpressioni (il pensionante che cammina al piano di sopra, i cui passi si “vedono” attraverso il soffitto), sfrutta al meglio la fotografia (con l’illuminazione da dietro per far risaltare i riccioli biondi delle vittime) e le scenografie (la nebbia nelle strade di Londra), cura la psicologia dei personaggi (i sospetti della padrona di casa, la gelosia del poliziotto, l’ingenuità di Daisy), insiste sul legame fra sesso e morte, e confeziona un “giallo” che sorprende per il colpo di scena finale e che venne considerato, alla sua uscita, come il film più importante prodotto fino ad allora in Gran Bretagna. Il progetto originale prevedeva di terminare il film senza svelare se il protagonista fosse colpevole o innocente, ma la presenza di Ivor Novello – una star dell’epoca – spinse lo studio a modificare la sceneggiatura. Il grande successo di pubblico (in seguito ne vennero realizzati diversi remake sonori, di cui il primo, nel 1932, ancora con Novello) diede una forte spinta alla carriera dell’allora ventisettenne regista. Nel film sono inclusi anche i primi dei suoi consueti cameo: Hitchcock appare all’inizio, di spalle, seduto a un tavolo nella sala stampa, e poi in mezzo alla folla nel finale.

11 aprile 2012

Sucker Punch (Zack Snyder, 2011)

Sucker Punch (id.)
di Zack Snyder – USA 2011
con Emily Browning, Abbie Cornish
*1/2

Visto in DVD.

Fatta rinchiudere dal malvagio patrigno in un istituto di igiene mentale, la giovane Babydoll si "rifugia" in un mondo immaginario nel quale l’ospedale diventa un night club/bordello e le pazienti sono costrette dal perfido proprietario (alter ego di uno degli infermieri) a intrattenere i clienti con le loro danze. Qui la ragazza coinvolge altre quattro compagne in un elaborato piano di fuga, per portare a termine il quale è necessario impadronirsi di cinque oggetti: e ciascuno dei tentativi si trasforma, con un ulteriore volo di fantasia, in una spericolata missione in cui le cinque eroine devono combattere e sgominare incredibili avversari (spiriti-samurai in armatura, soldati zombie/steampunk, orchi e draghi, androidi cibernetici) all’interno di scenari fantastici e apocalittici (un misterioso tempio giapponese, le trincee della seconda guerra mondiale, un castello fantasy sotto assedio, una megalopoli su un altro pianeta). Pur trattandosi del primo film di Zack Snyder basato su un soggetto originale (una storia dello stesso regista), sembra comunque – come i suoi lavori precedenti – tratto da un fumetto o da un videogioco, al punto che ho dovuto verificare che non fosse davvero così: e già questo la dice lunga sul tipo di spettacolo cui si va incontro. Apparentemente ambizioso e complesso, alla resa dei conti si rivela invece assai semplice e schematico, anche perché il tema della libertà da conquistare attraverso la fantasia è tutt’altro che nuovo e i colpi di scena nel finale non sconvolgono particolarmente. Se il plot è vagamente ispirato a “Il gabinetto del dottor Caligari” (o, per citare titoli più recenti, a “Franklyn” e “Inception”, con le loro scatole cinesi di mondi alternativi contenuti l'uno dentro l'altro), la struttura – che si sviluppa su missioni e livelli, in maniera sempre più ripetitiva – e l’estetica sono da videogame (le sequenze d’azione, affogate negli effetti speciali e nella fotografia desaturata, sono insopportabilmente lunghe: ma il vero problema è che si ha l’impressione che sia il resto del film a essere stato pensato da Snyder come pretesto per giustificare le scene action, e non il contrario). La regia è debordante e videoclippara, con il solito abuso di ralenti e l’invadenza del commento musicale, mentre la caratterizzazione dei personaggi femminili, piatta e superficiale, è in linea con l’immaginario di un quattordicenne o, nel migliore dei casi, di un otaku (a partire dalla bad girl/lolita in uniforme da scolaretta): di fatto le cinque protagoniste non sono altro che bamboline, o meglio action figure, da muovere a piacimento in mondi paralleli che a loro volta richiamano gli scenari di celebri film o videogiochi (e non a caso il personaggio da cui dipendono le sorti di Babydoll, evocato per l’intera pellicola, si chiama “il giocatore”). La mono-espressività di Emily Browning (seconda scelta, dopo che Amanda Seyfried si era defilata dal progetto) non migliora certo le cose; meglio invece le comprimarie, come Jena Malone, Jamie Chung e – nei panni dell’istruttrice di danza – Carla Gugino. In ogni caso, pur con tutti i suoi limiti, il film può anche essere apprezzato sotto l’aspetto visivo, ludico e feticista, e addirittura guadagnarsi un’etichetta non del tutto immeritata di guilty pleasure. Il titolo è un’espressione che indica un colpo che prende l’avversario di sorpresa: secondo le intenzioni di Snyder, si riferisce alla rivelazione che la vera protagonista della storia non è Babydoll ma una delle sue quattro compagne. Un’escamotage poco convincente, però, visto che – checché se ne dica – la Browning resta costantemente al centro del racconto. Titoli di coda, in stile burlesque, completamente fuori contesto.

9 aprile 2012

Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010)

Kick-Ass (id.)
di Matthew Vaughn – USA 2010
con Aaron Johnson, Chloë Grace Moretz
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Il nerd Dave, dopo essersi chiesto come mai – con tanti appassionati di fumetti in circolazione – nessuno abbia mai pensato a mettersi un costume e a fare il supereroe nella vita reale, decide di provarci lui stesso. Indossa così una tuta verde e comincia a girare per le strade nei panni di "Kick-Ass", pubblicizzando le proprie imprese su internet e attirando l'attenzione dei media. Ha però poca fortuna, fino a quando non incontra altri due individui mascherati che hanno intrapreso una personale crociata contro un boss del crimine e che, a differenza sua, sembrano addestrati a sufficienza: il misterioso Big Daddy e la giovanissima Hit-Girl. Tratto da un fumetto di Mark Millar e John Romita jr. – di cui edulcora diversi passaggi – che prosegue sulla strada della decostruzione postmoderna del supereroe avviata anni prima da Alan Moore con "Watchmen" (l'unica strada, a quanto sembra, percorribile oggigiorno per raccontare una storia di supereroi senza risultare nostalgicamente ancorati al passato), è un film di forte impronta tarantiniana (anche nel citazionismo, da "Taxi Driver" a "Batman": e viene persino saccheggiato Ennio Morricone nella colonna sonora!), ricco di sberleffi e con una violenza esagitata e sopra le righe. Il divertimento non manca, anche se temo che dopo i "danni" provocati al cinema americano da "Pulp Fiction" si inizino a intravedere anche quelli causati da "Kill Bill". A restare più impressa, anche perché meno politically correct, è naturalmente la figura di Hit-Girl: una bambina di dieci anni che uccide centinaia di persone, si esprime con un linguaggio scurrile ed è più "tosta" di tutti gli altri messi insieme. Certo, non tutto funziona: i soliti cliché da teen movie sono immancabili (l'inevitabile rivincita dei loser che alla fine riescono a conquistare le ragazze che tanto li schifavano) e le scene d'azione, pur con un forte crescendo, non presentano nulla di nuovo (John Woo è citato ampiamente, e anche esplicitamente). Altri film nati sulla falsariga di questo – penso soprattutto a "Super" – si riveleranno più radicali e coraggiosi, mostrando la follia di fondo di questi personaggi (che qui, invece, sono fin troppo equilibrati). Di certo dei quattro film girati finora da Vaughn è quello che mi è piaciuto di meno. Nicolas Cage è Big Daddy, Mark Strong è il mafioso Frank D'Amico (il cui figlio Chris diventa a sua volta un supereroe, Red Mist).

6 aprile 2012

La schivata (A. Kechiche, 2003)

La schivata (L'esquive)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2003
con Osman Elkharraz, Sara Forestier
***

Rivisto in DVD, con Paola, Ginevra ed Eleonora.

Innamorato della sua compagna di classe Lydia, il timido e taciturno quindicenne Krimo chiede di poter recitare al suo fianco nella rappresentazione scolastica della commedia “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux, interpretando la parte di Arlecchino, pur essendo completamente negato per il teatro. Durante le prove, in un momento in cui si trovano da soli, si azzarda a dichiararsi: ma Lydia, confusa, esita a dargli una risposta definitiva, coinvolgendo senza volerlo nella vicenda anche i rispettivi amici. Ambientato nella banlieue parigina, fra le nuove generazioni di una popolazione multietnica più o meno integrata, il film funziona su più piani: quello della storia vera e propria (“Avvicinati di più, sennò come faccio a schivarti?” dice Lydia a Krimo durante le prove della recita), quello del linguaggio (lo slang assai realistico dei ragazzi, pieno di parolacce e di incertezze lessicali, che contrasta notevolmente con la ricercatezza e la raffinatezza formale dei dialoghi della commedia settecentesca), quello dell’identità (l’insegnante invita Krimo a “uscire da sé stesso” per immedesimarsi nel personaggio, ma il ragazzo non ci riesce perché, proprio come Arlecchino è innamorato di Lisetta, lui non ha occhi che per Lydia; da notare che anche nella commedia di Marivaux i personaggi si travestono e interpretano ruoli diversi dai propri). Indimenticabile l’immagine della ragazza che si aggira per le squallide periferie in abiti settecenteschi e con il ventaglio che scuote ininterrottamente. Ottima la recitazione di giovani attori in gran parte esordienti o non professionisti (su tutti spicca la bionda Sara Forestier; molto bravi anche Sabrina Ouazani nei panni di Frida, l’amica di Lydia, e Hafet Ben-Ahmed in quelli di Fatih, l’amico più grande di Krimo), ripresi da vicino attraverso una camera a mano sempre in movimento che si sofferma su primissimi piani. Com’è caratteristica di Kechiche, i tempi sono lunghi e le scene si trascinano in estenuanti discussioni di cui vengono mostrati i dettagli, i dialoghi e i gesti più insignificanti, ma fortunatamente la spontaneità e il realismo, oltre alla cura per la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi, non vengono mai a mancare.

4 aprile 2012

Romanzo di una strage (M. T. Giordana, 2012)

Romanzo di una strage (id.)
di Marco Tullio Giordana – Italia 2012
con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, uccidendo 17 persone e ferendone 88. I sospetti si dirigono inizialmente sugli anarchici: il 15 dicembre, durante un interrogatorio, Giuseppe Pinelli muore precipitando dalla finestra della questura milanese. In seguito si appurerà che l'attentato fu eseguito da terroristi eversivi di destra, con la complicità di servizi deviati dello stato (o addirittura di governi stranieri), per perseguire quella "strategia della tensione" volta a favorire l'adozione di politiche restrittive e autoritarie. Nel realizzare, a oltre quarant'anni di distanza, un film su vicende per le quali i cui colpevoli non sono mai stati puniti nelle aule dei tribunali (anche se la verità storica e le responsabilità sono ormai accertate), Giordana ricorre a un'impostazione misurata e rigorosa, evitando ogni tentazione di spettacolarità e le trappole del sensazionalismo tipico delle fiction tv, anche nelle scene più a rischio (come quelle con la vedova Pinelli). E per farlo rinuncia in parte sia al coinvolgimento emotivo dello spettatore sia al "tocco visionario dell'artista che rilegge la realtà facendola brillare di luce nuova", che erano presenti in altre sue opere che affrontavano temi legati alla storia recente dell'Italia, come "I cento passi" o "La meglio gioventù". Qui, come appunto in un romanzo d'inchiesta (il titolo della pellicola non è casuale), la vicenda è scansionata attraverso "capitoli" (con titoli rossi su fondo nero) che ne mostrano gli sviluppi con una grande cura nella ricostruzione ambientale e una forte attenzione alla struttura dell'indagine, senza invece scendere nei dettagli della situazione politica e sociale dell'epoca (di cui non vengono indagate le ragioni e i retroscena). Anche perché, dei tanti personaggi coinvolti, il regista sceglie – un po' sorprendentemente – di mantenere sempre il punto di vista del commissario Calabresi (interpretato con grande empatia da un ottimo Valerio Mastandrea): il film si conclude con il suo assassinio, e le successive risultanze delle indagini sono lasciate a sovrimpressioni prima dei titoli di coda. Bravi comunque tutti gli attori, a partire da Pierfrancesco Favino nei panni di Giuseppe Pinelli. Luigi Lo Cascio è il giudice Paolillo, Fabrizio Gifuni è Aldo Moro, Omero Antonutti è il presidente Saragat, Francesco Salvi è il tassista Rolandi. Nel finale la pellicola avanza la teoria del "doppio attentato", suggerita dal controverso libro "Il segreto di Piazza Fontana" di Paolo Cucchiarelli (da cui il film è liberamente tratto), mentre non chiarisce né mostra fino in fondo cosa accadde nella stanza del commissariato in occasione della morte di Pinelli.

30 marzo 2012

C'era una volta il west (S. Leone, 1968)

C'era una volta il west
di Sergio Leone – Italia/USA 1968
con Claudia Cardinale, Charles Bronson
****

Rivisto in DVD, con Ilaria, Eleonora, Marco, Ginevra, Daniele.

L'ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) giunge a Flagstone, cittadina di frontiera, solo per scoprire che Brett McBain, l'allevatore che aveva sposato in segreto e con cui sperava di rifarsi una vita, è stato ucciso insieme alla sua intera famiglia da una misteriosa banda di pistoleri. I sospetti cadono sul fuorilegge Cheyenne (Jason Robards), ma il vero colpevole del massacro è lo spietato Frank (Henry Fonda), che con i suoi uomini è al servizio del magnate delle ferrovie Morton, pronto a tutto pur di aprire il passaggio alla via ferrata che sta costruendo per raggiungere l'Oceano Pacifico. La donna sarà vendicata dal misterioso "Armonica" (Charles Bronson), un uomo che con Frank ha un conto da lungo tempo in sospeso... Con questo epico, violento e struggente affresco sulla fine di un'era (come già lascia intendere il titolo "fiabesco", che verrà omaggiato o parodiato in seguito da innumerevoli altre pellicole), Sergio Leone firma non soltanto il suo capolavoro ma uno dei più bei film della storia del cinema (personalmente è il mio film preferito!), una sorta di elegia del western. Insieme al quasi contemporaneo "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, la pellicola segna un punto d'arrivo definitivo per un genere cinematografico che da qui in poi non potrà far altro che guardarsi alle spalle. In un certo senso già i lungometraggi precedenti di Leone ne avevano decretato la trasformazione in un'icona stilizzata: con il nuovo film (che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia sulla "seconda frontiera americana, la fine dell'epoca della conquista e l'inizio dell'età industriale") si canta un inno funebre di quel “mito” che per decenni aveva intrattenuto e divertito, anche in maniera piuttosto ingenua, spettatori e lettori di ogni età. Con la scomparsa del selvaggio west comincia una nuova era, non più dominata da uomini tutti d'un pezzo (e poco importa se si tratta di buoni o di cattivi, di eroi o di banditi: tutti ballano la loro "danza della morte", per citare il titolo che è stato dato al film in altri paesi europei – in Germania, per esempio, è noto come "Spiel mir das Lied vom Tod") ma dal capitalismo e dal progresso, simboleggiato qui dalla ferrovia che congiunge i due oceani, unificando la nazione e spazzando via definitivamente il concetto stesso di frontiera.

Il progetto era nato già durante la lavorazione del precedente "Il buono, il brutto, il cattivo", quando la United Artists – la casa di produzione cui Leone aveva chiesto il via libera per girare un film sui gangster, ovvero quello che sarebbe diventato "C'era una volta in America" – gli aveva imposto di realizzare prima un nuovo western. Alla UA subentrò poi la Paramount, che concesse al regista maggior libertà creativa (per esempio nella scelta degli attori) ma che si "vendicò" in seguito facendo uscire il film negli Stati Uniti in versione mutilata (tagliando diversi minuti rispetto ai 165 della versione italiana) e rimontata, rendendolo irriconoscibile e decretando di fatto il suo fallimento al box office. In Italia e in Europa, invece, fu un successo e recuperò abbondantemente le spese di realizzazione. Amato e riverito da registi come John Carpenter e Martin Scorsese, il film è ricco di riferimenti più o meno espliciti alle pellicole più classiche del genere e alla mitologia del vecchio west. Se per la sceneggiatura Leone aveva chiesto aiuto all'amico Sergio Donati (già collaboratore non accreditato nei due film precedenti), nello stendere il soggetto si fa affiancare da due nomi allora poco noti ma destinati a diventare autentici "mostri sacri" del cinema italiano: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Sin dalla prima scena la regia di Leone mette in chiaro che non si tratta certo di un film d’azione: il ritmo è lento, in modo persino estenuante, mentre i tempi prolungati (che poi esplodono in episodi di violenza improvvisa), i primissimi piani sui volti degli attori e le enfatiche inquadrature sui dettagli calano lo spettatore in una dimensione di costante attesa e rafforzano la sensazione di star assistendo a uno spettacolo universale ed epico. Il regista stesso avrebbe dichiarato: “Il ritmo del film è stato pensato per creare la sensazione degli ultimi respiri che una persona fa prima di morire”. Anche se girato in massima parte, come al solito, nella regione dell’Almería in Spagna, alcune sequenze fanno uso dei celebri scenari della Monument Valley nello Utah, resi celebri dai film di John Ford e ritratti magistralmente in widescreen dalla fotografia di Tonino Delli Colli (stupenda, per esempio, l’ampia e luminosa inquadratura con zoom all’indietro nel flashback che rivela il passato di Frank e Armonica, in cui si può intravedere – dietro l’arco in pietra – persino un tornado che spazza il deserto, catturato dall’operatore per puro caso).

Tutto il film è strutturato come una successione di lunghe scene madri, quasi dei quadri a sé stanti, ciascuna delle quali può anche essere apprezzata singolarmente (passando così sopra a occasionali passaggi a vuoto nei raccordi, forse dovuti a sequenze eliminate al montaggio: per esempio, a un certo punto vediamo Cheyenne partire in treno, scortato dallo sceriffo e seguito dai suoi uomini, e lo ritroviamo più tardi dopo lo scontro a fuoco con Morton, senza che ci venga detto come e perché sia arrivato fin lì). Il realismo dell’ambientazione e la cura nelle scenografie si rispecchiano nelle elaborate coreografie (lo “spazio” occupato dagli attori nelle singole inquadrature è sempre studiato in maniera magistrale). Spesso i movimenti di camera portano a "rivelare" gradualmente – oppure all'improvviso – elementi cruciali, sorprendendo o catturando lo spettatore: ottimi esempi si hanno nella scena dell’arrivo di Jill a Flagstone, quando la macchina da presa scavalca il tetto della stazione per mostrare a tutto schermo, al crescere della musica, la polverosa e brulicante cittadina (si tratta forse della singola scena che amo di più in tutto il cinema di Leone); o all’inizio del duello finale, quando vediamo Frank (vestito di nero) camminare sullo sfondo, e Armonica (vestito di bianco) irrompere all’improvviso in primissimo piano, annunciato dal tema musicale. A proposito: assolutamente fondamentale, persino più che negli altri film del regista, la colonna sonora di Ennio Morricone, costruita attorno a una serie di temi ben distinti e associati ciascuno a un singolo personaggio, di cui anticipano spesso l'ingresso in scena. Curiosamente, mentre Jill, Cheyenne e Morton hanno ciascuno il proprio tema personale (particolarmente trascinante e struggente quello di Jill, impreziosito dalla voce di Edda Dell'Orso), Frank e Armonica ne condividono uno in due: indice del loro indissolubile legame e del destino comune che li condurrà di pari passo per tutto il film fino al duello conclusivo ("Sono due facce della stessa medaglia, e sarebbe stato difficile differenziarli nella musica", ha commentato Leone). Armonica, senza Frank, non è nulla: non ha un nome né un passato; e Frank, scontratosi con l'incedere inevitabile del progresso, alla fine resta senza una ragione di vivere se non quella di misurarsi con il suo misterioso avversario. Su queste basi, la sequenza del duello finale fra i due (un capolavoro di regia e di montaggio, che comprende anche un flashback chiarificatore, e nel quale la lunghissima fase di preparazione – oltre sei minuti – si esaurisce in un singolo colpo di pistola) è il vero e autentico climax della pellicola.

Rispetto ai film precedenti (quelli della "trilogia del dollaro"), il cast è completamente rivoluzionato (ritornano solo alcuni attori in parti minori). Leone avrebbe voluto i tre protagonisti de "Il buono, il brutto, il cattivo" nella scena iniziale, come in un ideale passaggio di consegne (e non c'è dubbio che vederli morire dopo dieci minuti avrebbe scioccato lo spettatore), ma se Lee van Cleef ed Eli Wallach si erano detti disponibili, Clint Eastwood rifiutò, costringendo il regista ad arruolare invece due volti noti del western dei tempi d'oro (Jack Elam e Woody Strode) e un attore che aveva già utilizzato in passato in parti minori (Al Mulock, uno dei bounty killer che davano la caccia a Tuco ne "Il buono, il brutto, il cattivo", morto tragicamente suicida – buttandosi dalla finestra del suo albergo con il costume di scena ancora indosso – durante le riprese). Degni di menzione i comprimari: Paolo Stoppa è il cocchiere, Keenan Wynn è lo sceriffo, Frank Wolff è l’irlandese Brett McBain, Lionel Stander è il barista della stazione di posta, Marco Zuanelli è il “lavandaio” Wobbles (“Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?”). La celeberrima scena che apre il film (e che, per inciso, è un omaggio all’incipit di “Mezzogiorno di fuoco”) è difficile da dimenticare: ben dieci minuti di snervante attesa, in cui apparentemente non accade nulla mentre i tre scagnozzi di Frank aspettano con pazienza l’arrivo del treno su cui viaggia Armonica. In assenza di parole e di musica, il sonoro si affida con estrema efficacia a una serie di rumori ambientali (le pale cigolanti di un mulino, il battito di una goccia d’acqua, lo scrocchiare delle nocche di un uomo, il ronzio di una mosca). Leone ricorda: "Quando il film era al mixaggio, mi accorsi che i primi due rulli non funzionavano come volevo con l'accompagnamento della musica di Morricone. Così tolsi la musica e lasciai soltanto i rumori: la banderuola, il vento, le cicale, il treno, lo scricchiolio del legno, lo sbattere d'ali degli uccelli. Ennio, quando vide il film concluso, non sapeva di questa mia scelta. Alla fine dei due rulli mi si avvicinò e mi disse: ‘Ma lo sai che è la più bella musica che ho composto?’. Anni dopo, un assistente di George Lucas è venuto a chiederci i rumori di quei primi due rulli. Quando gli è stato risposto che quei rumori non venivano conservati, ci ha guardati come fossimo abitanti di un altro pianeta."

Se proprio Leone aveva inaugurato la consuetudine del western all'italiana di eleggere a protagonisti i character più improbabili, quelli che nei film classici del genere sarebbero rimasti dei comprimari, qui invece sembra tornare alla tradizione: i cinque personaggi principali sono quasi degli stereotipi (il vendicatore solitario, il bandito romantico, il killer glaciale, la prostituta dal cuore d'oro, l'affarista corrotto), il cui utilizzo come pedine sulla scacchiera del film era necessario se si voleva mettere in scena il canto del cigno del vecchio west. Analizziamoli uno per uno.

Frank. "Dio mio, ma quello è Henry Fonda!": questo era il grido di sorpresa che Leone voleva udire dagli spettatori nel momento in cui l'attore – l'eroe per eccellenza del western classico – uccide a sangue freddo un bambino, rivelandosi come un assassino spietato. Nello scegliere Fonda per il ruolo del cattivo (contro il parere dei produttori), Leone compie un passo fondamentale nel suo percorso di "rottura", rendendo un ulteriore omaggio al cinema classico ed esplicitando contemporaneamente la sua volontà di seppellirlo. Che il protagonista di tanti film di John Ford, dove incarnava i valori più nobili della giustizia e dell'eroismo, si riveli un farabutto senza scrupoli fece sicuramente scalpore in un'epoca in cui difficilmente le star "uscivano" dai personaggi che si erano cuciti addosso. Fonda, inizialmente titubante, accettò il ruolo solo dopo aver parlato con il suo amico Eli Wallach, che gli consigliò di non perdere l’occasione. Avrebbe voluto recitare con lenti a contatto scure, ma Leone insistette perché apparisse sullo schermo con i suoi occhi azzurri, perfetti per mostrare la natura “glaciale” dell’assassino.

Armonica. È il personaggio di cui si sa meno, e che meno ha bisogno di una caratterizzazione o di una personalità. Solo nel finale, grazie a uno dei più memorabili flashback della storia del cinema (anticipato a lungo dalla ricorrente e spettrale immagine di una figura sfocata all’orizzonte che cammina verso la macchina da presa), scopriremo qualcosa del suo passato e il motivo per il quale cerca vendetta nei confronti di Frank. Cheyenne lo descrive così: “La gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte” (alcune letture “soprannaturali”, forse andando troppo sopra le righe, lo identificano addirittura nell'angelo della morte; di certo, almeno metaforicamente, è un fantasma venuto dal passato). Si presenta utilizzando i nomi delle varie persone che il killer ha ucciso (“Chi sei?” “Jim Cooper. Chaky Arbler.” “Ancora dei morti.” “Erano tutti vivi prima di incontrarti, Frank.”) ed è incarnato alla perfezione dalle fattezze quasi da indio di Charles Bronson. L’attore, in realtà di origine tartara e non ancora reso celebre dalla serie del “Giustiziere della notte”, era già apparso in almeno un western di successo, “I magnifici sette”, e in film bellici come “La grande fuga” e “Quella sporca dozzina”.

Jill. Una figura femminile forte rappresenta per Leone una grande novità, visto che mancava (e mancherà) negli altri suoi film. Jill, la prostituta di New Orleans che giunge nel west per farsi una nuova vita, diventa subito il centro dell’attenzione dei tre uomini (Frank, Armonica e Cheyenne) e dimostra di sapersi battere alla pari con loro: certo, non con le pistole, ma con il carattere e la forza di volontà. Alla fine della pellicola sarà lei l’unica e vera vincitrice, il simbolo dell’America che sta per nascere e di una società in cui il ruolo delle donne sarà molto diverso rispetto al passato. Una Claudia Cardinale bellissima e al culmine della carriera domina ogni scena in cui è presente, a partire dalla già citata e magnifica sequenza del suo arrivo alla stazione di Flagstone per finire con il campo largo che la mostra mentre – seguendo un suggerimento di Cheyenne – porta da bere agli operai che stanno posando i binari e costruendo per lei e per le generazioni future la nuova stazione di Sweetwater.

Cheyenne. Uno dei personaggi che meglio incarna il selvaggio west è il simpatico e romantico bandito interpretato da un Jason Robards che, tra questo film e “La ballata di Cable Hogue”, è stato protagonista di due capisaldi del western crepuscolare. Ritratto da Leone con calore, ironia e umanità, pur essendo un fuorilegge Cheyenne ha le sue regole e una sua morale, ed è forse quello che più di ogni altro avrebbe meritato di trascorrere una vita felice insieme a Jill. Ma la sua morte, nel finale, è inevitabile: anche lui, come Frank e Armonica, è “fuori posto” e deve andarsene in qualche modo per lasciare spazio al nuovo mondo che sta arrivando. Significativamente il bandito viene ucciso direttamente da Morton, ovvero l’impersonificazione del capitalismo e del progresso. Proprio il brano musicale di Cheyenne, con il suo andamento "trottante", è quello che conclude il film sui titoli di coda: un ultimo omaggio alla fine del vecchio west.

Morton. Il tema della costruzione della ferrovia è molto frequente nel cinema western, sin dai suoi albori (basti ricordare “Il cavallo d'acciaio” di John Ford): il treno rappresenta la nuova civiltà che avanza e che spazza via la frontiera selvaggia. Qui è incarnato nella figura di “Mister Ciuf-ciuf” (come lo battezza ironicamente Cheyenne), il magnate che sogna l'oceano: alle pareti della sua carrozza sono appesi paesaggi marini, nelle orecchie ode lo scrosciare delle onde, ma ironicamente muore tentando invano di raggiungere una sporca pozzanghera (l'acqua, tra l'altro, è uno dei fili conduttori del film: basti pensare al nome della fattoria di McBain: Sweetwater). Uomo d’affari abituato a superare ogni ostacolo con il denaro (a un certo punto riesce addirittura a “comprare” gli uomini di Frank, mettendoglieli contro), Morton resta impresso per la sua menomazione: non può camminare perché la tubercolosi ossea gli divora le gambe, e per questo motivo non si allontana mai dal suo vagone privato. Il progresso nasce già zoppo, e la strada d’acciaio segnata dalle rotaie è l’unica che può percorrere. Morton è interpretato da Gabriele Ferzetti, un attore con una carriera di tutto rispetto (da “L’avventura” di Antonioni a “Il portiere di notte” di Liliana Cavani).

Concludo ricordando alcune delle battute più celebri, visto che – come in tutti i film di Leone – i personaggi parlano poco ma, quando lo fanno, sfornano “perle” indimenticabili.

– C'è un cavallo per me?
– Ehi ragazzi, è vero… Ci siamo proprio dimenticati un cavallo!
– Ce ne sono due di troppo.

– Ho visto tre spolverini proprio come questi, tempo fa. Dentro c'erano tre uomini. E dentro gli uomini, tre pallottole.

– Era proprio necessaria questa strage? Ti avevo detto solo di spaventarli!
– Chi muore è molto spaventato.

– La taglia su Cheyenne è di cinquemila dollari, giusto?
– Giuda s'è accontentato di 4.970 dollari di meno.
– Non c'erano i dollari, allora.
– Già, ma i figli di puttana sì.

– A proposito, sai niente di uno che gira soffiando in un'armonica? Se lo vedi te lo ricordi. Invece di parlare, suona. E quando dovrebbe suonare, parla.

– Così tu sei quello degli appuntamenti...
– E tu sei quello che non ci va.

– Signora, mi pare che non hai capito la situazione.
– Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano a un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti piace puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi, e poi chiamare anche i tuoi uomini. Nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza d'acqua bollente e sarò esattamente quella di prima, solo con un piccolo schifoso ricordo in più.

– Fra i tuoi amici la mortalità è piuttosto alta, Frank.

– Aspettavi me?
– Da molto tempo.

– Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d'affari.
– Solo un uomo.
– Una razza vecchia. Verranno altri Morton e la faranno sparire.

28 marzo 2012

Nostalghia (Andrej Tarkovskij, 1983)

Nostalghia (id.)
di Andrej Tarkovskij – Italia/URSS 1983
con Oleg Yankovskij, Erland Josephson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Lo scrittore Andrei Gorchakov (Oleg Yankovskij) giunge in Italia sulle tracce di un musicista russo del settecento che visse da esule in Toscana. Mentre visita il piccolo centro termale di Bagno Vignoni, in compagnia della sua guida e interprete Eugenia (Domiziana Giordano), incontra Domenico (Erland Josephson), un uomo da poco uscito dal manicomio. Questi gli rivela che per "salvare il mondo" è necessario attraversare la vasca medievale di Santa Caterina con una candela accesa in mano, e affida proprio a lui l’incarico. Rimasto colpito dalla "follia" di Domenico, con cui si sente stranamente in sintonia ("Una goccia più una goccia non fa due gocce ma una goccia più grande!"), ma soprattutto tormentato da sogni e ricordi della propria famiglia (rimasta in Russia) e da inquietanti segni premonitori (le piume che cadono dal cielo, l'incontro con una bambina di nome Angela), Gorchakov rifiuta le avances di Eugenia e sceglie di rimanere da solo nella campagna toscana. E proprio nello stesso istante in cui Domenico – che si è fatto portavoce di una protesta dei "pazzi" contro la società moderna – si dà fuoco a Roma al suono della nona sinfonia di Beethoven, Gorchakov muore dopo aver attraversato la fatidica vasca. Il primo film girato da Tarkovskij fuori dalla Russia (il secondo, tre anni più tardi, sarà “Sacrificio”), prodotto dalla Rai e sceneggiato insieme a Tonino Guerra, è perfettamente in linea con i temi e la poetica degli altri suoi lavori. L'argomento, come suggerisce il titolo, è quello del sentimento che pervade i russi quando si trovano lontani (per scelta o per costrizione) dalle proprie radici: non solo nostalgia ma anche incertezza verso il futuro, una situazione in cui la distanza e l'alienazione possono spingere a dimenticare le barriere fisiche in favore di quelle spirituali. La nostalgia è anche verso quella purezza primordiale, quello stato di armonia interiore che il mondo moderno (il consumismo, la corruzione, l'inquinamento) mette continuamente a repentaglio: e solo i "pazzi" sembrano accorgersene. Il personaggio interpretato da Yankovskij è ovviamente una proiezione dello stesso Tarkovskij, di cui riflette lo smarrimento e le preoccupazioni di un periodo in cui stava meditando di lasciare definitivamente l'Unione Sovietica, dove erano invece rimasti la moglie e il figlio (che, a differenza sua, non avevano avuto il permesso di espatriare). I sogni e le visioni del protagonista (rigorosamente in monocromia) fondono e confondono il passato con il presente, la Russia con la Toscana: memorabile, per esempio, l'inquadratura finale, in cui la casa di famiglia e la campagna russa sono "contenuti" all'interno delle rovine dell'abbazia di San Galgano, segno della capacità di aver finalmente riunito i due opposti dentro di sé. Un altro esempio è dato dal cane di Domenico, identico a quello che appare nelle visioni di Gorchakov: ed è proprio l'animale – una sorta di guida, come quello di “Stalker” – a rappresentare un legame fra i due uomini prima ancora che essi si incontrino. I luoghi dell’infanzia e la nostalgia del grembo materno (cui allude anche l'affresco della "madonna del parto" di Piero della Francesca) diventano qui una prefigurazione della morte, come se inizio e fine della vita si toccassero. Quanto al piano-sequenza dell'attraversamento della vasca con la candela in mano, che riesce solo al terzo tentativo, è una delle scene più note di tutto il cinema del regista russo, vuoi per l’intensità della sequenza (che rappresenta il vero e proprio climax del film), vuoi per il fascino del luogo. Molto evocativa la fotografia di Giuseppe Lanci, che esalta gli scenari di una Toscana medievale e soffocata da nebbia e umidità, fra stanze d'albergo deserte, case diroccate e chiese sommerse dall'acqua. Le poesie che il protagonista recita, in russo, sono del padre del regista, Arsenij Tarkovskji.

26 marzo 2012

The lady (Luc Besson, 2011)

The Lady - L'amore per la libertà (The Lady)
di Luc Besson – Francia/GB 2011
con Michelle Yeoh, David Thewlis
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Pellicola biografica su Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza Aung San, attivista per la democrazia e i diritti umani in Birmania (oggi Myanmar), premio Nobel per la pace nel 1991 e a lungo tenuta agli arresti domiciliari dalla giunta militare che governa il paese, nonostante il partito da lei guidato avesse vinto le prime elezioni libere dopo quarant'anni. Besson, che probabilmente non era il regista più adatto per questo tipo di film, contiene il proprio stile "ad effetto" e sembra preoccuparsi più di quello che vuole raccontare che di coinvolgere o emozionare lo spettatore; tranne che per alcune rare sequenze, rinuncia all'arte e alla poesia in favore della concretezza e di uno stile ingessato e monolitico. Lungo e noiosetto, il film pertanto non spicca mai il volo e si mantiene sul livello di un biopic televisivo, che dà per scontata la statura del personaggio (che si ispira a Gandhi) senza approfondirla. Nulla da obiettare invece sull'interpretazione dell'ottima Michelle Yeoh, che dopo una brillante carriera dedicata al cinema d'azione dimostra di possedere anche la bravura e la sensibilità per immedesimarsi in un personaggio complesso e sofferto come la Suu Kyi, alla quale in alcune scene somiglia in modo impressionante. Bravo anche David Thewlis nel panni del marito inglese della protagonista, professore a Oxford ed esperto di cultura buddhista, morto di cancro nel 1999 in Inghilterra mentre la moglie era tenuta segretata dal regime birmano. In effetti, oltre che alla lotta politica di Suu Kyi per la democrazia, il film dedica ampio spazio a quella privata dei suoi familiari (il marito e i due figli) per sostenerla e starle vicino: anzi, a prevalere nell'economia del film – forse per fornire alle vicende un maggior appiglio emotivo – è proprio quest'ultima, il che finisce per annacquare il risultato e scioglierne la portata universale nel melodramma individuale (si pensi alle scene in cui Michael si prodiga per far assegnare alla moglie il premio Nobel, o quelle in cui lei si strugge per non poter essere al suo capezzale). Girato in Thailandia, con una colonna sonora di Éric Serra che comprende anche il canone di Pachelbel e un brano da concerto per piano e orchestra di Mozart. Come produttore associato figura anche Jean Todt (sì, l’ex direttore della Ferrari), compagno della stessa Yeoh.

25 marzo 2012

Il rifugio (François Ozon, 2009)

Il rifugio (Le refuge)
di François Ozon – Francia 2009
con Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy
**

Visto in DVD.

Dopo la morte per overdose del suo ragazzo Louis, la giovane Mousse – che si è scoperta incinta di due mesi – abbandona Parigi per "rifugiarsi" in un paese nel sud della Francia, sulla costa basca, e portare lì a termine la gravidanza. La sua solitudine è interrotta quando viene raggiunta da Paul, fratellastro gay di Louis, che è in viaggio verso la Spagna e che rimane suo ospite per diversi giorni. Con il passare del tempo i due sviluppano lentamente una forte amicizia e un'insolita relazione: di fatto sarà proprio Paul a prendere il posto del fratello come padre del bambino, che Mousse gli affiderà dopo il parto e prima di allontanarsi perché ha bisogno di tempo "per imparare di nuovo a vivere e amare". Un film semplice ma meditato, diretto con sensibilità ed empatia da un Ozon che continua a indagare l'animo umano di fronte a scelte difficili e soprattutto ai capricci del destino e della vita (le atmosfere sono quelle di "Il tempo che resta" e in parte – vedi la scena della donna sulla spiaggia – di "Sotto la sabbia"), ambientato interamente sulla costa dell'Oceano, tranne per l'apertura e la chiusura a Parigi. La colonna sonora, dello stesso Choisy, si appoggia alla canzone "Le refuge", composta per l'occasione (anche se Paul afferma che si tratta di "una canzone che ascoltavo quando ero bambino"). Nel cast anche Melvil Poupaud (Louis) e Pierre Louis-Calixte (Serge, l'amante di Paul).

24 marzo 2012

Tarzan, l'uomo scimmia (John Derek, 1981)

Tarzan, l'uomo scimmia (Tarzan, the ape man)
di John Derek – USA 1981
con Bo Derek, Richard Harris
*

Visto in TV.

La storia di Tarzan vista attraverso gli occhi di Jane: la bella ragazza giunge in Africa occidentale per unirsi a una delle spedizioni del padre, nel corso della quale incontrerà il misterioso uomo-scimmia che la salverà dal rapimento da parte di una tribù di selvaggi. Affascinata dalla sua prestanza, sceglierà di rimanere con lui nella giungla. Girato in Sri Lanka e alle Seychelles (il che spiega l'abbondanza di acqua, spiagge e fiumi) e "spacciato" come un fedele remake della pellicola del 1932 (la prima con Johnny Weissmuller) di cui ha lo stesso titolo, il film è in realtà soltanto un'occasione per il regista John Derek di mettere al centro dell'attenzione la sua quarta moglie Bo, ritraendola seminuda in ridicole scene ai limiti del softcore o permeate da un esotismo alla "Harmony". Tarzan (interpretato dallo statuario Miles O'Keeffe, al suo esordio: avrebbe dovuto essere soltanto la controfigura, ma l'attore principale venne licenziato appena prima delle riprese) rimane muto – a parte il celebre urlo – e costantemente oggetto del desiderio di Jane, che di fatto è la vera protagonista. Privo di ritmo o di sense of wonder, il film è disastroso sotto ogni aspetto: la regia svagata, il montaggio goffo, la sceneggiatura banale, la recitazione inadeguata (l'unico che si salva è Richard Harris nei panni del padre di Jane, ma il personaggio è scritto talmente male da risultare indisponente), la fotografia patinata (dello stesso John Derek). Alcune scene sono davvero imbarazzanti, come il ralenti della lotta con il serpente nel fango e la sequenza dei "giochi a tre" fra Tarzan, Jane e la scimmia sui titoli di coda. Alla fine, l'unico motivo per vederlo sono proprio le forme di Bo Derek, spesso a seno scoperto e, a un certo punto, con il corpo pitturato completamente di bianco (chissà perché) dai selvaggi che l'hanno rapita.

22 marzo 2012

Sei anni

Come sempre, con l’inizio della primavera si conclude un altro anno di vita per questo blog e giunge il momento delle consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi i film recensiti sono stati 179, in calo rispetto agli anni precedenti ma comunque non pochi (si tratta pur sempre di un film ogni due giorni!), portando il totale a 1576. Le visioni al cinema sono state 51 (di cui 26 nelle due rassegne di Cannes e di Venezia), quelle casalinghe 126, più due film visti in autobus. Le prime visioni sono state 121, le pellicole riviste 58. Quanto ai registi più rappresentati, quest’anno la classifica è guidata da Akira Kurosawa con 8 film. Seguono Luis Buñuel con 7, Bernardo Bertolucci con 6, Sergio Leone con 5, Wes Craven e Werner Herzog con 4.

17 marzo 2012

No man's land (Danis Tanović, 2001)

No Man's Land (Ničija zemlja)
di Danis Tanović – Bosnia/Slovenia/Fra/Ita/Bel/GB 2001
con Branko Đurić, Rene Bitorajac
***

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Costanza, Eleonora, Ginevra.

Durante la guerra nei Balcani, un soldato bosniaco e uno serbo si ritrovano intrappolati insieme in una trincea abbandonata e situata in mezzo alle rispettive linee nemiche. Con loro c’è un terzo soldato, sdraiato su una mina che esploderà non appena dovesse alzarsi. La situazione è tesa, e per risolverla viene richiesto l’intervento dei “caschi blu” dell’ONU, che però si riveleranno del tutto impotenti. Illustrando la follia del conflitto fratricida che ha insanguinato l’ex Yugoslavia negli anni novanta attraverso l’interazione di due uomini che avrebbero anche potuto essere amici (hanno pure conoscenti in comune) ma che si odiano fino alla morte, la brillante e pluripremiata – anche con l’Oscar per il miglior film straniero, oltre che con la palma per la miglior sceneggiatura a Cannes – pellicola d’esordio del bosniaco Tanović affronta un argomento serio con toni leggeri e a tratti grotteschi e surreali (molti gli sberleffi: i militari dell’ONU ribattezzati ridicolmente “i Puffi” per via dei loro caschi blu; il soldato bosniaco che, leggendo un giornale, esclama un “Che casino in Ruanda!”). Frutto di una coproduzione internazionale, il film non entra nel merito delle ragioni politiche o etniche del conflitto (i due soldati si accusano a vicenda di aver iniziato la guerra), non prende posizioni a favore o contro una delle parti e si limita a mostrare una situazione che col tempo si fa sempre più assurda e senza via d’uscita. Chi ne esce peggio, forse, sono proprio le forze neutrali, come gli “operatori di pace” delle Nazioni Unite, di cui viene mostrata tutta l'inutilità, e i giornalisti internazionali, sempre a caccia di scoop. E la mina pronta a esplodere (nonché “impossibile da disinnescare”) non è che una metafora dell’intero paese, in bilico sull’orlo della distruzione. Nel cast internazionale, anche Georges Siatidis (il sergente francese) e Katrin Cartlidge (la reporter inglese).

16 marzo 2012

La Soufrière (Werner Herzog, 1977)

La Soufrière (La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe)
di Werner Herzog – Germania 1977
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nell’estate del 1976 Herzog lesse sul giornale una notizia che lo colpì: il vulcano La Soufrière, situato sull’isola di Guadalupa, stava per eruttare, e secondo gli esperti l’esplosione sarebbe stata così potente da distruggere gran parte dell’isola. Tutti gli abitanti erano stati evacuati, ma un contadino che viveva alla base della montagna rifiutava di abbandonare la sua terra. Sfidando il pericolo, il regista si recò laggiù con due operatori per intervistare l’uomo (in realtà coloro che avevano scelto di rimanere erano tre) e riprendere la desolazione dell’isola abbandonata e il silenzio del vulcano prima che esplodesse. Il risultato è un breve ma affascinante documentario, il cui ironico sottotitolo è “In attesa di una catastrofe inevitabile” (ironico perché l’eruzione, prevista con estrema sicurezza, alla fine non si verificò). Le immagini delle strade deserte del villaggio, percorse solo da cani o da altri animali, così come quelle del minaccioso vulcano che emette fumi velenosi, o il fatalismo di coloro che sono rimasti sull’isola (“Un giorno ci toccherà morire comunque”) comunicano un costante senso di inquietudine, così come la febbrile attesa che non sfocia poi nel climax previsto, anzi si scioglie in un commento ironico dello stesso Herzog. Nella colonna sonora ci sono Rachmaninov (il secondo concerto), Wagner, Mendelssohn e Brahms.

13 marzo 2012

Cinque donne attorno a Utamaro (K. Mizoguchi, 1946)

Cinque donne attorno a Utamaro (Utamaro o meguru gonin no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Minosuke Bando, Kinuyo Tanaka
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Kitagawa Utamaro, vissuto nel settecento, è stato uno dei più celebri autori di ukiyo-e, le stampe giapponesi a colori, popolare soprattutto per i suoi ritratti di "bellezze femminili" (bijin-ga), i cui soggetti erano sia cortigiane che ragazze di strada. Costruita su una struttura episodica e ispirata ad alcuni aneddoti reali della sua vita, la pellicola si concentra, più che su Utamaro stesso, sui personaggi che gli gravitano attorno e sull'ambiente in cui lavorava (il suo studio era nei pressi di Yoshiwara, il quartiere dei piaceri dell'antica Edo). Per girarla, Mizoguchi dovette ottenere un'autorizzazione speciale dalle forze di occupazione americane in Giappone, che dopo la fine della seconda guerra mondiale avevano proibito la realizzazione di jidai-geki (i film ambientati nell'epoca feudale) perché considerati portatori di valori "antidemocratici". Il regista convinse però le autorità che il personaggio di Utamaro era un artista amato dal popolo e sostanzialmente estraneo ai valori feudali dell'epoca. Il film si apre con la sfida che Utamaro riceve da Seinosuke, nobile discepolo della scuola rivale di Kano, che si ritiene offeso da un commento dello stesso Umataro a proposito della "mancanza di vita" dei suoi ritratti. Seinosuke sfida Utamaro a un duello con la spada, ma il pittore lo convince a battersi invece con il pennello: e con pochi tratti non solo gli dimostrerà la propria arte, ma lo convincerà ad abbandonare ogni cosa – la famiglia, il titolo nobiliare, la promessa sposa – per diventare come lui un pittore di strada, "ritrarre la vita" e dipingere al solo scopo di far apprezzare i propri lavori dalla gente semplice. Il film è tutto incentrato sulla febbrile passione per la pittura che anima il protagonista, per il quale amore e arte si fondono (il suo amore per le donne non è mai di natura esclusivamente sessuale ma sempre in chiave di ispirazione artistica: è alla ricerca – come spiega lui stesso – dello "spirito delle donne"): lo dimostra la scena conclusiva, in cui Utamaro – appena liberato dai legacci che per cinquanta giorni gli avevano immobilizzato i polsi, una punizione per aver offeso lo shogun con uno dei suoi dipinti – chiede per prima cosa che gli si porti un pennello perché non può aspettare un solo attimo prima di tornare a lavorare. Le cinque donne del titolo sono Tagasode (una cortigiana la cui pelle così bianca e delicata mette in soggezione persino un esperto tatuatore: sarà Utamaro a disegnare sulla sua schiena un'immagine di Yama-uba e Kintaro, i personaggi di una famosa fiaba), Okita (geisha che lavora in una sala da tè, innamorata del giovane Shozaburo; quando questi fuggirà proprio con Tagasode, Okita li rintraccerà e, folle di gelosia, ucciderà entrambi), Oishi (che abbandonerà la vita da geisha per sposare Take, l'assistente di Utamaro), Oran (contadina che Utamaro spia mentre, insieme ad altre serve, si tuffa in acqua seminuda per pescare davanti agli occhi di un dissoluto signore feudale; affascinato dalla sua bellezza, il pittore le chiederà di fargli da modella) e la nobile Yukie (figlia di Kano e fidanzata di Seinosuke; per seguire l'amato abbandonerà a sua volta ogni cosa, ma sarà da questi tradita con Oran). Grande spazio è dedicato soprattutto alle vicende, speculari, di Okita e Yukie: tanto la prima è forte e sicura di sé stessa, intenzionata a riprendersi l'uomo amato con ogni mezzo e persino a trasgredire le regole della società, tanto la seconda è umile e disposta al sacrificio, pronta a piegarsi al proprio destino. Si tratta, in fondo, dei due estremi che caratterizzano tutte le donne dei film di Mizoguchi, forti e che si ribellano oppure deboli e remissive. Alla fine, comunque, Yukie dichiarerà di aver appreso la lezione di Okita: ora anche lei è pronta a seguire i propri sentimenti fino in fondo, ad "amare liberamente e senza condizionamenti". Pur girato con un budget relativamente ristretto, il film è assai curato nella ricostruzione storica: meravigliosi, in particolare, i costumi e i kimono. Solo sui titoli di coda vengono mostrate rapidamente alcune delle opere di Utamaro.

12 marzo 2012

The dragon painter (W. Worthington, 1919)

The Dragon Painter
di William Worthington – USA 1919
con Sessue Hayakawa, Tsuru Aoki
*1/2

Visto su YouTube.

Sessue Hayakawa (star de "I prevaricatori") è stato il primo attore asiatico a raggiungere una certa fama in occidente durante l’epoca del muto (ma anche in seguito: lo si ricorda, per esempio, nei panni del colonnello Saito ne “Il ponte sul fiume Kwai”). Nel 1918 fondò a Hollywood una propria casa di produzione, la Haworth Pictures, specializzata in film interpretati da attori nipponici (fra i quali Tsuru Aoki, sua moglie), con lo scopo di presentare al pubblico un Giappone più autentico e lontano dagli stereotipi che allora abbondavano nelle pellicole americane. Questo film è uno dei pochi a non essere andato perduto a causa della deteriorazione della pellicola. Racconta la storia di Tatsu, il “pittore dei draghi”, che conduce una vita selvatica in mezzo alle montagne alla perenne ricerca del suo perduto amore, una “principessa” che gli spiriti dei monti gli avrebbero rapito più di mille anni prima, e che vede e ritrae in ogni elemento della natura. Ritenuto pazzo dagli abitanti del suo villaggio, grazie al suo genio attira l’attenzione dell’anziano Kano Indara, ultimo discendente di un’illustre dinastia di artisti, che vorrebbe farne il suo allievo e il suo figlio adottivo. Ma l’amore per Ume-ko, la figlia di Kano, si rivela di ostacolo all’espressione del suo talento: avendo ritrovato la sua principessa, Tatsu non sente più la necessità di dipingerla… I due temi del selvaggio che si civilizza e – soprattutto – dell’artista che perde l’ispirazione quando si innamora, vivacizzano una pellicola che per il resto non è particolarmente interessante se non per motivi storici. La regia è abbastanza anonima, mentre il maggior pregio della recitazione consiste nell’essere più posata e contemplativa rispetto alla media dei film muti dell’epoca.

10 marzo 2012

La luna (Bernardo Bertolucci, 1979)

La luna
di Bernardo Bertolucci – Italia/USA 1979
con Jill Clayburgh, Matthew Barry
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito all'improvvisa morte del marito, la cantante lirica americana Caterina ritorna in Italia – dove aveva vissuto e studiato in gioventù – portando con sé il figlio quindicenne Joe. Troppo presa da sé stessa e dal proprio lavoro, non si accorge dell'enorme solitudine in cui versa il ragazzo, che si aggira da solo o in compagnia di amici occasionali per le strade di una Roma pasoliniana ed esotica. Ma quando scopre che il figlio è diventato un tossicomane, cercherà disperatamente di riallacciare un rapporto con lui e di dargli finalmente quell'affetto che gli aveva negato o centellinato: dapprima procurandogli la droga di cui ha bisogno, poi coinvolgendolo in un viaggio attraverso i luoghi delle sue stesse radici (ovvero la campagna parmigiana in cui è cresciuto anche Bertolucci: vediamo la villa di Verdi, una trattoria dove Pippo Campanini fa assaporare il culatello a Joe – proprio come aveva fatto con Giulio Brogi in "Strategia del ragno" – e a un certo punto persino la corte dove si svolgono alcune scene di "Novecento", con la protagonista che commenta "So dove siamo!"), e infine addirittura "accompagnandone" la prima sessualità, in un crescendo di scene ai limiti dell'incesto (che fecero scandalo in America). Sarà invece proprio Joe a capire che cosa manca sia a lui che alla madre, e a ricomporre – in un finale catartico – l'unità familiare, facendo rincontrare dopo molti anni, con uno stratagemma, Caterina e Giuseppe, l'uomo che ha scoperto essere il suo vero padre.

Dopo la lunghissima lavorazione di un film storico, politico, corale e collettivo come "Novecento", Bertolucci sentiva la necessità di realizzare una pellicola più intimista e personale (un'alternanza, questa fra kolossal e film più "piccoli", che contraddistingue tutta la sua produzione). Lo spunto glielo fornisce un ricordo d'infanzia, un'immagine di quando – da bambino ancora molto piccolo – veniva portato in bicicletta da sua madre: la scena sulla quale scorrono i titoli di testa, magistralmente resa dalla fotografia di Vittorio Storaro, non è altro che la rappresentazione di questo ricordo, in cui il volto della madre e il disco della luna piena che si staglia nel cielo notturno dietro di lei si confondono e si identificano (la luna, oltre a dare il titolo al film, tornerà più volte nel corso della pellicola: suggestiva, per esempio, la sua inattesa comparsa quando – per fare entrare l'aria fresca – viene aperto il soffitto mobile del cinema in cui si sono rifugiati Joe e la sua fidanzatina Arianna e in cui si proietta "Niagara" con Marilyn Monroe). Per la prima volta il cinema di Bertolucci, fino ad allora sempre attraversato dalla figura del padre (ricordiamo che Bernardo era figlio di Attilio, stimato poeta e "ingombrante" punto di riferimento), si rivolge invece a quella della madre. Sempre nell'incipit del film, vediamo la giovane mamma dare del miele al bambino neonato, che reagisce con qualche colpo di tosse: il miele, così dolce ma anche causa di soffocamento, è proprio l'affetto della madre che Joe, quando se ne sente privo, cercherà di sostituire con un altro "veleno" altrettanto seducente e letale (l'eroina).

Anche se i personaggi principali del film sono solo due, il cast di contorno è di notevole interesse. Tomas Milian è Giuseppe, il vero padre di Joe, che lavora come maestro elementare; Alida Valli, che aveva già recitato con Bertolucci in "Stategia del ragno" e "Novecento", è la madre dello stesso Giuseppe (anche questi, come il figlio, sembra infatti soffrire di un complesso di Edipo: a un certo punto Caterina dice che lo aveva lasciato perchè "era innamorato di sua madre"); Veronica Lazar è Marina, l'amica (lesbica?) della protagonista; Fred Gwynne (il Frankenstein della serie tv "I mostri"!) è Douglas, il marito di Caterina all'inizio del film; Franco Citti è l'uomo che approccia Joe nel bar, nella scena più "pasoliniana" del film (un omaggio del regista all'amico, per il quale aveva lavorato come aiuto regista proprio in "Accattone" e che era morto da poco: l'intenzione originale era quella di inserire nel locale un televisore che dava la notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ma la scena fu eliminata perché "troppo dolorosa"); Renato Salvatori è il comunista che dà un passaggio in auto a Caterina; Roberto Benigni ("scoperto" proprio dal fratello di Bertolucci, Giuseppe, che lo aveva diretto nel suo primo film, "Berlinguer ti voglio bene") è l'operaio che monta le tende in casa di Caterina; Carlo Verdone è il regista, nel finale, delle prove di "Un ballo in maschera", quando la protagonista – che per dedicarsi completamente al figlio ha deciso persino di smettere di cantare, e difatti la vediamo recitare i versi dell'opera senza intonarli – riacquista immediatamente il sorriso e la voce dopo che si trova di fronte l'uomo che aveva amato quindici anni prima. Fondamentale l'utilizzo della musica lirica, che vista l'ambientazione è ovviamente quasi del tutto verdiana (se si eccettua il breve momento in cui il vecchio maestro di Caterina le fa ascoltare il terzetto "Soave sia il vento" da "Così fan tutte" di Mozart, scelto – come ha precisato lo stesso Bertolucci – "per rompere la verdianità e il melodramma" che permeano l'intera pellicola). A teatro Caterina interpreta "Il trovatore" (volteggiando su un fondale che raffigura il cielo stellato e naturalmente la luna, proprio come l'affresco disegnato dagli scolari della classe in cui insegna Tomas Milian: in quel caso la luna sarà aggiunta da Joe), una sequenza è accompagnata dal preludio del terzo atto de "La traviata", mentre – come già detto – la pellicola si conclude con le note de "Un ballo in maschera", allestito in pompa magna alle Terme di Caracalla.

9 marzo 2012

Il giardino del piacere (A. Hitchcock, 1925)

Il giardino del piacere, aka Il labirinto delle passioni (The Pleasure Garden)
di Alfred Hitchcock – GB/Germania 1925
con Virginia Valli, Carmelita Geraghty
**

Visto su YouTube.

Patsy, ballerina di fila nel teatro di varietà Pleasure Garden, accoglie sotto la propria ala protettrice Jill, appena arrivata dalla campagna e in cerca di un lavoro. Le due ragazze seguiranno però traiettorie differenti. L’amica farà carriera, diventerà una star e si dimostrerà frivola e superficiale, accettando la corte di un principe russo e dimenticando l’umile fidanzato Hugh, che intanto è stato inviato oltreoceano per lavorare due anni in una piantagione. Nel frattempo Patsy ha sposato Levet, amico e collega di Hugh, che si rivelerà un farabutto e la tradirà con un’amante indigena. Dopo una drammatica resa dei conti (Levet, reso folle dalla febbre, affogherà l'amante, cercherà di uccidere anche Patsy e verrà ferito a morte dal medico della colonia, giunto in tempo a salvare la donna), Patsy e Hugh si consoleranno a vicenda delle rispettive delusioni. Coprodotto con la UFA di Erich Pommer e girato in Germania (a Monaco) e in Italia (la sequenza del viaggio di nozze, ambientata sul lago di Como), si tratta del primo film diretto da Hitchcock, all’epoca ventiseienne, dopo due tentativi andati a vuoto (“Number 13”, del 1922, fu interrotto dopo pochi giorni di riprese per problemi di budget; e il cortometraggio “Always Tell Your Life”, del 1923, lo vide subentrare solo nel finale, non accreditato, al regista Hugh Croise). I temi e lo stile sono ancora molto lontani da quelli cui Hitch ci abituerà in seguito, ma è già evidente una buona padronanza tecnica del mezzo, il senso scenico e la cura nella direzione degli attori (anche quelli minori, come la corpulenta padrona di casa e il marito radioamatore che sembrano anticipare due personaggi de "Il pensionante", per non parlare del cagnolino Cuddles). La trama è complessa e ricca di colpi di scena. A metà film l’atmosfera cambia quasi completamente: si passa dalla commedia (con venature comico-erotiche, come nelle scene in cui le ragazze si spogliano o in cui il cagnolino gioca con la giarrettiera di Patsy) al melodramma, si perde per strada Jill e l’ambiente del teatro e ci si concentra sulle vicissitudini di Patsy e del suo matrimonio infelice con Levet, sfociando nell’ambientazione “esotica” e coloniale. L’attrice americana Virginia Valli era una star dell’epoca: il film fu concepito dal produttore Michael Balcon proprio per sfruttare la sua popolarità anche in Europa, ma non venne proiettato nel Regno Unito prima del 1927, quando Hitchcock aveva raggiunto il successo con “Il pensionante”. Notevole la prima inquadratura della pellicola, che per molti versi anticipa alcune delle caratteristiche del regista (per esempio il voyeurismo) e che mostra dal basso la discesa delle ballerine lungo una tortuosa scala a chiocciola, così come alcuni inquietanti passaggi fortemente debitori dell'espressionismo tedesco nel finale (Levet tormentato dal “fantasma” della donna che ha annegato).