26 giugno 2011

Distance (Hirokazu Koreeda, 2001)

Distance (id.)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2001
con Arata, Susumu Terajima, Yui Natsukawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nell'anniversario di un attentato compiuto dai membri di una setta religiosa, che tre anni prima avevano avvelenato l'acquedotto di Tokyo con un virus per poi suicidarsi sulle rive di un remoto lago di montagna, quattro parenti dei responsabili (Arata, Yusuke Iseya, Susumu Terajima, Yui Natsukawa) si recano in visita a quel lago per cercare di capire che cosa possa aver spinto i loro cari a compiere un'azione simile e per trovare un modo di dirgli addio. Costretti a pernottare nella stessa baita dove i loro familiari avevano scelto di vivere in isolamento, incontreranno qui un altro membro della setta (Tadanobu Asano), che all'ultimo momento si era tirato indietro. L'alienazione, la scomparsa e il lutto sono temi tipici del cinema di Koreeda, e questa pellicola (che a tratti ricorda il precedente "Maborosi") li affronta da un punto di vista inedito e delicato. Il film prende naturalmente spunto dall'attentato compiuto nel 1995 con il gas dalla setta Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo: ma più che le azioni e le motivazioni dei responsabili (che restano enigmatiche e ambigue), Koreeda preferisce indagare le reazioni e i sentimenti di chi è loro sopravvissuto ed era stato da loro abbandonato, persone "normali" che devono fare i conti con quello che è accaduto, e cercare di comprendere perchè un fratello, una sorella, una moglie o un marito abbiano scelto di staccarsi dal mondo. Lungo e ricco di flashback che intercalano in continuazione la vicenda principale, il film svela lentamente i suoi segreti e si conclude anche con un piccolo mistero relativo all'identità di uno dei protagonisti.

25 giugno 2011

Night fishing (Park Chan-wook, 2011)

Night fishing (Paranmanjang)
di Park Chan-wook, Park Chan-kyong – Corea del Sud 2011
con Oh Kwang-rok, Lee Jung Hyun
**1/2

Visto nella sala Estérel al Palais des Festivals di Cannes.

Un uomo si reca a pescare nel bosco, presso il fiume Han. Di notte incontrerà lo spirito di una donna: ma presto scopriremo che in realtà il defunto è lui, e che la donna è una medium ingaggiata dalla sua famiglia. Ispirandosi allo "sciamanesimo coreano", Park realizza un piccolo film (scritto e diretto insieme al fratello Park Chan-kyong) sulla morte e sulla vita. Ma più che per il soggetto, il lavoro è degno di nota per le sue caratteristiche tecniche: il cortometraggio (dura in tutto 30 minuti) è stato infatti girato esclusivamente e interamente con un Apple iPhone 4 al posto della macchina da presa. L'abilità registica di Park gli consente di fare con lo smartphone tutto quello che farebbe con un normale equipaggiamento: zoom e carrellate, riprese notturne, effetti speciali, montaggio rapido, primi piani e inquadrature d'atmosfera. La minor risoluzione delle immagini, poi, dona alle scene ambientate nel bosco una suggestione horror simile a quella di prodotti che "fingono" soltanto di essere girati con mezzi di fortuna (come "The Blair Witch Project" e simili), mentre aggiunge alle sequenze finali del rito sciamanico una felice aura di realismo. Un esperimento riuscito, dunque, oltre che una notevole operazione di marketing.

24 giugno 2011

E la nave va (Federico Fellini, 1983)

E la nave va
di Federico Fellini – Italia 1983
con Freddie Jones, Barbara Jefford
**1/2

Rivisto in divx.

Luglio 1914: mentre l'Europa sta per entrare in guerra, un transatlantico di lusso salpa da un porto italiano per portare le ceneri della "più grande diva di tutti i tempi", la defunta cantante d'opera Edmea Tetua – come da sue ultime volontà – fino alla sua isola natale, nel mar Egeo, dove verranno disperse in mare. A bordo della nave ci sono molte celebrità e personaggi eccentrici: cantanti, direttori d'orchestra, musicisti, impresari e gente di spettacolo, più alcuni dei più altolocati ammiratori della diva (compreso un granduca austriaco) e un giornalista, il signor Orlando, che presenta al pubblico gli stravaganti ed enigmatici passeggeri e fa la cronaca del viaggio, rivolgendosi agli spettatori in prima persona. Fra amori, capricci, gelosie e piccoli problemi, i primi giorni trascorrono tranquilli: ma poi il "mondo reale" fa irruzione sotto forma di un nutrito gruppo di profughi serbi che invade inaspettatamente il ponte (il comandante li ha raccolti in mare, mentre tentavano di raggiungere l'Italia per fuggire dai disordini in patria) e della minacciosa corazzata austro-ungarica che appare all'orizzonte per reclamare i naufraghi. Ironico e surreale, il film di Fellini (co-sceneggiato da Tonino Guerra) non vuole dunque soltanto omaggiare il mondo del "bel canto" ma anche ritrarre la brusca conclusione di un periodo storico – la Belle Epoque, quella dell'Europa prima della guerra – della cui alta borghesia fa una satira a tratti impietosa. E proprio come in "Titanic", la nave affonda mentre sul ponte si continua a cantare e a suonare.

Caratterizzato da una struttura episodica che alterna momenti comici e grotteschi (il rinoceronte che soffre di mal di mare, o forse di mal d'amore; il basso che con la sua voce profonda fa cadere in catalessi una gallina) ad altri di grande suggestione (i musicisti che improvvisano un brano di Schubert in cucina, suonando su bicchieri e cristalli; l'esibizione dei cantanti nella sala macchine), il film ha tutti i crismi del divertissement, e come tale va accolto e giudicato. Nel ricco cast internazionale, è da segnalare Pina Bausch nei panni della principessa cieca che "vede" le note musicali e le voci come se fossero colori. Victor Poletti (che con Fellini girò qualche anno dopo un celebre spot per Campari, quello in cui cambiava il paesaggio del finestrino del treno con il telecomando) è il tenore Fuciletto, Sarah-Jave Varley è la giovane e bella Dorotea di cui Orlando si invaghisce, mentre Barbara Jefford è l'altezzosa soprano Ildebranda Cuffari, gelosa della popolarità della diva defunta. Edmea Tetua (interpretata da Janet Suzman in filmati d'epoca), naturalmente, è ispirata a Maria Callas (che era morta poco prima del film). Oltre che con la musica (nel film compaiono tanti brani classici, ludicamente mescolati con le immagini, come nella scena del coro al momento in cui la nave salpa o in quella dove i cuochi lavorano velocemente in cucina e i passeggeri mangiano al rallentatore sulle note di Tchaikovsky; e numerose arie d'opera – soprattutto di Verdi – fuse insieme o cantate su testi nuovi e scritti per l'occasione da Andrea Zanzotto), Fellini gioca con il (meta)cinema: la pellicola si apre come se si trattasse di un film appunto del 1914, muto e in bianco e nero (poi progressivamente arrivano colore e sonoro), e si conclude svelando invece allo spettatore la finzione cinematografica, mostrando cioè il set e la troupe al lavoro (come farà anche Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia").

23 giugno 2011

X-Men: L'inizio (Matthew Vaughn, 2011)

X-Men: L'inizio (X-Men: First Class)
di Matthew Vaughn – USA/GB 2011
con James McAvoy, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Non un reboot, ma un prequel intelligente e appassionante: la franchise cinematografica degli X-Men torna alle origini e rinasce a nuova vita (pare che il film sarà il primo di una nuova trilogia) con una pellicola all'altezza di quelle di Bryan Singer (accreditato come produttore e co-autore del soggetto) che racconta il primo incontro fra i mutanti Xavier e Magneto, la nascita della loro amicizia, la creazione del primo nucleo di X-Men, lo scontro con il Club Infernale guidato da Sebastian Shaw (che mira a scatenare una guerra nucleare), e infine l'inevitabile separazione fra i due amici/rivali, destinati a seguire strade diverse con i loro rispettivi gruppi. Ottima l'ambientazione negli anni sessanta, che integra alla perfezione eventi storici (la crisi dei missili di Cuba) nella cronologia mutante, dando a tutta l'operazione un sapore retrò quasi alla James Bond. Ma soddisfa anche il modo in cui sono stati resi sullo schermo personaggi ben noti ai lettori dei fumetti. La scelta dei character che fanno parte della prima incarnazione di X-Men (Banshee, Havok, Bestia) non è casuale, visto che si tratta di personaggi che anche nei comics hanno un'età media superiore al resto del gruppo: qui vengono caratterizzati in maniera semplice ma efficace (indovinati, per esempio, i riferimenti al celebre racconto di Stevenson "Dottor Jekyll e Mister Hyde" nel caso di Hank McCoy/Bestia). Michael Fassbender convince come Magneto, mentre James McAvoy è uno Xavier assai ironico. Quanto ai nemici, nel Club Infernale affascinano anche personaggi che in tutta la pellicola diranno sì e no quattro parole (Azazel, Riptide). Ma su tutti brilla Kevin Bacon nei panni di Shaw, villain che con le sue azioni ispira quelle future di Magneto: la relatività del bene e del male, e il continuo passaggio di alcuni characters dalle file dei buoni a quelle dei cattivi è un tema che è stato perfettamente estrapolato dalle pagine cartacee allo schermo cinematografico. Evitati alla grande, per fortuna, anche i rischi di sfornare un teen movie, vista la giovane età dei principali personaggi, nonché la tentazione del 3D. Il regista Matthew Vaughn, al suo quarto film dopo "The pusher", "Stardust" e "Kick-Ass", si conferma come uno dei nomi più interessanti del cinema d'intrattenimento americano: nella scena dell'addestramento dei giovani mutanti, ricorre ironicamente agli split screen di cui Ang Lee aveva abusato nel proprio "Hulk". Bella e trascinante la colonna sonora, divertente il cameo di Hugh Jackman/Wolverine (non ho notato, invece, quello consueto di Stan Lee: se c'era, me lo sono perso). Completano il cast January Jones (la telepate Emma Frost), Jennifer Lawrence (una giovane Mystica), Rose Byrne (Moira McTaggart) e, in piccoli ruoli di militari russi e americani, Rade Serbedzija e Michael Ironside.

18 giugno 2011

Cannes e dintorni 2011 - conclusioni

Rispetto all'anno scorso, la rassegna è stata sicuramente di livello più alto. Ho visto meno film del solito (anche perché ho saltato la prima giornata, quando era in programma “The artist” di Michel Hazanavicius, che spero di recuperare in futuro), ma quasi tutti molto interessanti. Uno dei principali temi conduttori è stato senza dubbio quello delle donne: come protagoniste di molte pellicole (da “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki a “La source des femmes” di Radu Mihaileanu, da “Melancholia” di Lars von Trier – ma per il danese non è una novità mettere un personaggio femminile al centro dei suoi lavori – a “Le donne del 6° piano” di Philippe Le Guay) o come registe (la già citata Labaki, ma anche la Maïwenn di “Polisse”; mi sono perso, invece, i lavori di Alice Rohrwacher e Urszula Antoniak). Proprio il film di von Trier mi è parso il migliore fra quelli che ho visto: probabilmente meritava la Palma d’Oro (e chissà, magari l’avrebbe vinta se non ci fossero state le polemiche in conferenza stampa). A seguire, le suddette Labaki e Maïwenn. Buoni anche “Drive” di Nicolas Winding Refn, “Atmen” di Karl Markovics e “Play” di Ruben Östlund. I film che invece mi hanno soddisfatto di meno sono stati quelli di Le Guay e di Mihaileanu.

17 giugno 2011

Polisse (Maïwenn, 2011)

Polisse
di Maïwenn – Francia 2011
con Karin Viard, Joeystarr
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

A metà strada fra il police procedural e il cinema-verità, questo bel film segue le vicende di un gruppo di agenti dell’unità per la protezione dei minori di Parigi, alle prese con pedofili o con bambini avviati alla delinquenza. Alle azioni sul campo si alternano scene della vita privata dei poliziotti stessi, fra momenti di tensione e altri di allegria, speranze e disillusioni, litigi e nascite di nuovi amori. Il titolo, naturalmente, è la parola “Police” come verrebbe scritta da un bambino. La regista e sceneggiatrice si ritaglia per sé il ruolo di Melissa, la fotografa che accompagna i poliziotti per documentarne l’azione per un servizio giornalistico (un ruolo in parte autobiografico, visto che per raccogliere materiale prima di girare la pellicola aveva ottenuto l’autorizzazione a restare con i membri dell’unità per un certo periodo di tempo, facendo ricerca sul campo: tutti i casi che si vedono sullo schermo sono basati su eventi di cui lei stessa è stata testimone o che le sono stati raccontati dagli agenti). Quello fornito dal film è dunque uno spaccato diretto di realtà, con la macchina da presa che indaga senza pudore negli sguardi dei bambini e nei sentimenti dei poliziotti. Molte le sequenze scioccanti o comunque memorabili: gli interrogatori ai parenti pedofili e le loro reazioni (che spaziano dall'inconsapevolezza all'arroganza), l’incursione al campo rumeno, le discussioni sulla gerarchia all’interno della polizia (dove gli agenti dell’unità minorile sono considerati l’ultima ruota del carro), la missione al centro commerciale, la ricerca della madre fuggita con il suo bambino, o quella che si presenta volontariamente per affidare loro il figlio. Di molti di questi casi non viene rivelato l'esito o la conclusione: la scelta è motivata dal fatto che gli stessi poliziotti talvolta non ne vengono messi al corrente. La regista, il cui nome completo è Maïwenn Le Besco, ha un passato di modella ed è stata compagna di Luc Besson, nei cui film ha fatto piccole apparizioni (era, per esempio, la cantante aliena Plavalaguna ne “Il quinto elemento”). I due ebbero un figlio nel 1993, quando Maïwenn aveva solo 16 anni: Besson l'ha poi lasciata per sposare Milla Jovovich (a sua volta mollata dopo pochi anni). Qui si dimostra davvero all’altezza del compito, riuscendo a mantenere le redini di un film complesso e delicato e, in particolare, rivelandosi un’ottima direttrice di attori, tutti credibili e in parte. Il lungometraggio è esemplare persino quando offre alcune belle scene di litigate, da cui molti registi italiani dovrebbero apprendere qualcosa. Trattandosi di un film corale e dalla struttura episodica, il cast è assai vasto e comprende il rapper francese Joeystarr (Fred), Karin Viard (Nadine), Marina Foïs (Iris), Nicolas Duvauchelle (Mathieu), Karole Rocher (Chrys), Emmanuelle Bercot (Sue Ellen), Frédéric Pierrot (Baloo), Arnaud Henriet (Bamako), Naidra Ayadi (Nora), Jérémie Elkaïm (Gabriel), più un ruolo minore anche per Riccardo Scamarcio (che recita in francese e in italiano). Ottima l’accoglienza a Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria.

16 giugno 2011

Il ragazzo con la bicicletta (J. e L. Dardenne, 2011)

Il ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio 2011
con Thomas Doret, Cécile De France
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il piccolo Cyril, abbandonato dal padre e ospite di un centro di accoglienza, va all'ostinata ricerca del genitore con la sua bicicletta: quando si rende conto che l’uomo non intende riprenderlo con sé, accetta l’affetto di Samantha, una gentile parrucchiera che si offre di dargli una nuova famiglia: al posto del padre, troverà così una madre. Ma la frequentazione di cattive compagnie rischierà di portarlo sulla cattiva strada. Una pellicola carina, di impianto neorealista e dai toni quasi fiabeschi, anche se un po’ inconcludente e con alcuni passaggi forzati (come quando il compagno di Samantha le impone di scegliere fra lui e il bambino): decisamente meglio la prima parte, quella della ricerca del padre, rispetto alla seconda, quella del tentativo di rapina. La mancanza di un finale tragico (quando tutto ormai lasciava crederlo) sembra quasi un regalo che i registi hanno voluto fare in extremis agli spettatori. Bravo il piccolo attore Thomas Doret (Cyril, a ben vedere, potrebbe benissimo essere il bebè de "L'enfant" ormai cresciuto: non a caso il padre è interpretato da Jérémie Renier, già protagonista del film precedente), mentre Cécile De France si era vista in “Hereafter” di Clint Eastwood. Lo scarno commento musicale è composto esclusivamente da poche battute del secondo movimento del concerto n. 5 per piano e orchestra di Beethoven, che solo nei titoli di coda si dispiegano più a lungo.

15 giugno 2011

Drive (Nicolas Winding Refn, 2011)

Drive (id.)
di Nicolas Winding Refn – USA 2011
con Ryan Gosling, Carey Mulligan
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il taciturno protagonista del film (di cui non ci viene mai detto il nome: nei titoli di coda figura come “driver”) è un pilota provetto che lavora come meccanico in un garage di Los Angeles e, part-time, come stuntman in alcuni dei più pericolosi set cinematografici. Ma soprattutto, offre i propri servizi a criminali che necessitano di un buon autista per portare a termine i loro colpi. La sua vita cambia quando si innamora della vicina di casa, una giovane mamma il cui marito è in galera: per aiutare quest’ultimo, si lascia coinvolgere in una rapina a un banco di pegni che lo trascinerà in mezzo a una faida all’ultimo sangue con la criminalità organizzata. Il soggetto, tratto da un romanzo di James Sallis, non è certo nuovo, e la storia percorre territori già battuti più volte dal cinema noir e d’azione (il modello principale è probabilmente “Driver l’imprendibile” di Walter Hill): ma lo stile di Winding Refn, uno dei registi attualmente più interessanti in circolazione (il film che gli ha dato la fama, “Bronson”, uscirà a breve – con tre anni di ritardo – nelle sale italiane), è folgorante e pieno di energia. Le panoramiche notturne della città, il sincero ritratto dei personaggi, le improvvise esplosioni di violenza (come il pestaggio nell’ascensore), l’utilizzo della musica, e persino la grafica dei titoli di testa e di coda sono tutti elementi che contribuiscono a costruire un’atmosfera urbana di grande spessore, che compensa in parte lo scarso approfondimento psicologico e la poca originalità della vicenda. Il bravo Ryan Gosling dà vita a un protagonista apparentemente inespressivo come un Big Jim, sempre con uno stecchino in bocca (come Chow Yun-Fat in "A better tomorrow"!), ma attraverso il cui sguardo sono percepibili emozioni e sentimenti. Indimenticabile il suo giubbotto bianco con l’immagine di uno scorpione dorato. Nel cast ci sono anche Ron Perlman, Christina Hendricks, Albert Brooks e Oscar Isaac.

14 giugno 2011

E ora dove andiamo? (N. Labaki, 2011)

E ora dove andiamo? (Et maintenant, on va où?)
di Nadine Labaki – Libano/Francia 2011
con Leyla Hakim, Julian Farhat
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In un villaggio libanese, circondato dalla guerra e da un campo minato e separato dal resto del mondo da un ponte semidistrutto, la comunità cristiana e quella musulmana riescono miracolosamente a convivere in pace e in amicizia: la chiesa e la moschea si affacciano sulla stessa piazza, gli uomini frequentano lo stesso bar, e le donne si recano insieme al cimitero a piangere i loro figli morti in guerra. Ma l’equilibrio è assai fragile, e l’eco delle rivolte e dei dissidi del mondo esterno rischia di metterlo in discussione: già i primi germi dell’intolleranza religiosa fanno la loro apparizione per dar vita a faide e atti di violenza. Nel tentativo di evitare che la follia divida anche il loro paese, le donne del villaggio fanno davvero di tutto: sabotano l’unico televisore del villaggio affinché non diffonda più notizie che possano scaldare gli animi; assoldano un gruppo di spogliarelliste ucraine perché si stabiliscano nel villaggio per “distrarre” i mariti in modo che pensino ad altro anziché a farsi la guerra; distribuiscono pane e focacce condite con hashish per rendere più saldi i legami di amicizia; nascondono persino la morte di uno dei loro figli pur di evitare un’inutile vendetta; e infine, come ultima risorsa, cambiano religione in modo che in ciascuna casa e in ciascuna famiglia ci sia almeno un rappresentante di una delle due fedi, rendendo impossibile continuare a sentirsi divisi. Nadine Labaki, la regista di “Caramel”, riesce ancora una volta a divertire e a sorprendere con un film corale, colorato e vivace, ma anche sofferto e drammatico, arricchito da canzoni che in certe sequenze lo trasformano in un vero e proprio musical (memorabili la scena iniziale al cimitero e quella della preparazione del cibo drogato). Da paragonare con “La source des femmes” di Radu Mihaileanu, proiettato nella stessa rassegna e dai temi molto simili: tanto quello è un film fasullo, ruffiano e “di plastica”, tanto questo è sincero e pieno di vitalità (oltre a presentare l’amore e il sesso con valenza salvifica e liberatoria, anziché come arma di ricatto e di violenza). Quanto al giudizio complessivo, la pellicola merita mezzo punto in più soltanto per il messaggio che veicola: la vita è più importante della religione.

13 giugno 2011

Sulla strada di casa (E. Corapi, 2011)

Sulla strada di casa
di Emiliano Corapi – Italia 2011
con Vinicio Marchioni, Daniele Liotti
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (rassegna di Cannes).

Alberto, piccolo imprenditore ligure soffocato dalla crisi economica, per arrotondare le entrate accetta di lavorare come corriere per conto di una cosca calabrese. Ma prima della sua partenza per uno di questi viaggi, la sua famiglia viene sequestrata da un altro gruppo di malviventi che minacciano di uccidergli moglie e figli se non consegnerà a loro la merce che deve ritirare. Giunto sul luogo convenuto, scopre che i suoi committenti hanno deciso che questa volta dovrà fungere soltanto da diversivo, e che il vero carico è stato affidato a un secondo corriere: capisce allora che l’unico modo per salvare i propri cari è quello di mettersi alle calcagne di quest’ultimo e di sottrargli in qualche modo la merce… Un buon thriller sul tema dell’uomo comune che rimane coinvolto in una vicenda criminosa e più grande di lui, con una discreta costruzione della suspense (soprattutto negli inseguimenti in automobile e nell’uso del paesaggio, dalle stradine della Calabria ai vigneti dell’astigiano) e un colpo di scena che cambia le carte in tavola prima del finale. Corapi guarda in parte ai poliziotteschi del passato (a tratti vengono in mente road movie d'antan come “Cani arrabbiati”) e sforna un onesto e convinto prodotto di genere, che si lascia guardare con interesse fino alla fine.

Il venditore di miracoli (B. Pawica, J. Szoda, 2009)

Il venditore di miracoli (Handlarz cudów)
di Boleslaw Pawica, Jaroslaw Szoda – Polonia 2009
con Borys Szyc, Sonia Mietielica
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Stefan, con un passato (non ancora superato) di alcolizzato e una recente conversione religiosa, sta per partire dalla Polonia in pellegrinaggio per Lourdes, dove intende portare – dietro compenso – anche le preghiere di altri residenti di case delle cura e di accoglienza che frequenta. Lungo il viaggio scopre però di avere nel furgone due piccoli clandestini, un fratello e una sorella ceceni, che gli chiedono di accompagnarli fino in Francia, dove li attende il padre. Inizialmente ostile, l’uomo finirà con l'affezionarsi ai due ragazzi e farà di tutto per aiutarli, aiutando così anche sé stesso. Un film con molte buone intenzioni, ma che non riesce a decollare. Lo spunto ricorda in parte “L’estate di Kikujiro”, ma la pellicola non ha l’anima, la poesia e l’umorismo che rendevano grande il film di Kitano. Primo premio al Bergamo Film Meeting.

12 giugno 2011

Play (Ruben Östlund, 2011)

Play
di Ruben Östlund – Svezia 2011
con Anas Abdirahman, Sebastian Blyckert
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In una Göteborg piovosa e indifferente, una banda di ragazzini di colore intimidisce i coetanei in un centro commerciale per poi rapinarli dei loro cellulari e di altri oggetti di valore. Il film racconta un piccolo episodio di estorsione con grande cura e con dettagli a volte fin troppo espliciti, ma anche con pacatezza e una certa levità, mettendo sotto la lente d'ingrandimento non solo le tre vittime impotenti ma anche i cinque teppistelli, e mostrando come il mondo dei minorenni protagonisti segua regole proprie e spesso crudeli, che si sviluppano nell'incuranza degli adulti. Girata con uno stile realista, lucido e rigoroso, che si affida a lunghi piani sequenza caratterizzati dalla camera fissa, la pellicola non si fa scrupoli nel mostrare uno cupo spaccato di realtà urbana e affronta temi delicati e attuali (la delinquenza giovanile, l'integrazione degli immigrati, il difficile rapporto dei ragazzi con adulti assenti ma sempre pronti a fare la morale: vedi la scena in cui i ragazzini, rimasti senza denaro e senza telefonino, vengono multati e rimproverati dai controllori perché sono saliti sul tram senza biglietto). Inganni, intimidazione psicologica, violenza e sopraffazione sono le armi dei piccoli delinquenti, verso i quali però non c'è una condanna morale da parte del regista, il cui sguardo è semmai fin troppo distaccato, quasi da documentarista. A tratti fra vittime e soverchiatori c'è anche una sorta di complicità infantile, che non può sfociare nell'amicizia soltanto perché i due mondi dai quali provengono (bianchi e neri, svedesi e immigrati, ricchi e poveri) sono separati da barriere insormontabili, anche se poi gusti e interessi coincidono. E proprio l'incapacità di integrazione sembra essere il dramma della società attuale. Un film che offre molti spunti di riflessione e che, con suo grande merito, lo fa senza gridare e senza volerne semplificare la complessità ingabbiandola in schemi artificiali e scontati, affidandosi invece a un insignificante fatto di cronaca e a piccole pennellate di vita cittadina (i pellerossa che si esibiscono in piazza prima di andare a mangiare al McDonald's, l'inserviente che pulisce i vetri in ufficio, "l'odissea" della culla abbandonata in treno).

La sorgente dell'amore (R. Mihaileanu, 2011)

La sorgente dell'amore (La source des femmes)
di Radu Mihaileanu – Francia 2011
con Leïla Bekhti, Hafsia Herzi
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Stufe di dover percorrere un ripido e pericoloso sentiero di montagna per andare a prendere l'acqua a una lontana sorgente, mentre gli uomini trascorrono la giornata seduti a non fare nulla e a bere il tè, le donne di uno sperduto e desertico villaggio del Maghreb decidono di indire uno "sciopero dell'amore", che perdurerà fino a quando non sarà stata realizzata una conduttura che porterà l'acqua fino alla piazza del villaggio. Mantenere la decisione presa sarà difficile, vista anche la condizione di subalternità delle mogli nei confronti dei mariti nella società islamica, i quali possono ripudiarle o picchiarle a piacere: ma alla fine la forza di volontà avrà il sopravvento sulle tradizioni e sulle ingiustizie. Una commedia sulla battaglia dei sessi in chiave araba/femminista? Da "Train de vie" a "Il concerto", la ricetta del cinema radical chic di Mihaileanu è sempre la stessa: soggetti incentrati su una trovatina simpatica (ispirata, in questo caso, alla "Lisistrata" di Aristofane), tanti (anche troppi) personaggi, un pizzico di ironia, e uno sviluppo scontato e prevedibile. C'è a chi piace questo tipo di cinema ruffiano e insincero, condito da abiti colorati, da canti e da balli, e da filippiche sull'uguaglianza e sui buoni sentimenti con le quali non si può, naturalmente, non essere d'accordo. Ma è troppo facile mettere le mani avanti, spiegando sin dall'inizio che si tratta di una "favola", per giustificare il tono fasullo e irreale della vicenda e le caratterizzazioni manichee di personaggi improbabili. Un film come questo avrebbe valore se fosse stato davvero pensato e realizzato dagli abitanti di quei luoghi (si pensi per esempio alle vette raggiunte dal cinema iraniano, ma anche – per non andare troppo lontano – al ben più interessante "E ora dove andiamo?" della libanese Nadine Labaki, presente a questa stessa rassegna e che offre molti spunti simili), e non "imposto" dall'esterno, da un regista e da una produzione europea, che inscenano uno spettacolino esotico a beneficio esclusivo degli spettatori occidentali, proprio come i balletti per i turisti fatti dalle protagoniste della pellicola.

11 giugno 2011

Atmen (Karl Markovics, 2011)

Atmen
di Karl Markovics – Austria 2010
con Thomas Schubert, Karin Lischka
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciottenne Roman Kogler, cresciuto fra orfanotrofi e riformatori (e dunque mai veramente "libero"), è ora imprigionato in un centro di detenzione giovanile per avere involontariamente ucciso un coetaneo quattro anni prima, in reazione al suo tentativo di soffocarlo per scherzo con la maglietta. Apatico, chiuso e introverso, è in attesa dell'udienza che potrebbe restituirgli la libertà condizionata; e nel frattempo ottiene un permesso per uscire ogni giorno ed andare a lavorare in un mortuario, dove si occupa del trasporto di cadaveri (il che richiede, occasionalmente, anche di prelevarli nelle case, di lavarli e di vestirli: proprio come in "Departures", film con il quale questa pellicola condivide alcuni aspetti ma non certo il taglio narrativo e l'estetica romantica). In difficoltà nei confronti del mondo e della vita ("L'inferno sono gli altri", cita a un certo punto un personaggio), Roman si trova invece a proprio agio con i morti: ma lentamente il difficile rapporto con i colleghi si scioglie nell'amicizia, alcuni brevi incontri (come quello con una ragazza straniera in treno) lo spingono a una maggiore apertura, e soprattutto ha la forza di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato alla nascita (e che, a sua volta, aveva tentato di soffocarlo da piccolo, prima di reinfondere in lui il soffio della vita). Un film dalle scenografie fredde e asettiche e dall'incedere minimalista, ma che affronta temi psicologici che vanno ben oltre la semplice esistenza del protagonista. Il tema del soffocamento (reale o metaforico) e del bisogno di "respirare" è esplicitato dal titolo, che significa appunto "respiro", e si rispecchia in molti particolari del film, che dunque dimostra di essere assai meditato: dal fumo delle sigarette che Roman inala, all'aria che trattiene quando si tuffa in piscina. Eccellenti le interpretazioni, e davvero un buon esordio alla regia per l'attore Karl Markovics.

Le nevi del Kilimangiaro (R. Guédiguian, 2011)

Le nevi del Kilimangiaro (Les neiges du Kilimandjaro)
di Robert Guédiguian – Francia 2011
con Jean-Pierre Darroussin, Ariane Ascaride
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il cinquantenne Michel, appena licenziato – insieme ad altri 19 colleghi – dall'industria portuale di Marsiglia dove era impiegato come operaio ma anche come sindacalista, dopo tanti anni di lavoro e di lotta sociale si trova un po' a disagio a vivere un dorato prepensionamento da piccolo borghese, attorniato dall'affetto della famiglia e dei nipoti. In occasione delle nozze d'argento, parenti e amici donano a lui e alla moglie Marie-Claire una grossa somma di denaro e due biglietti per una vacanza in Africa, ai piedi del Kilimangiaro: ma prima che i due coniugi possano partire, vengono rapinati in casa da una coppia di ladri mascherati. Avendo riconosciuto in uno dei due il giovane Christophe, un operaio che era stato licenziato insieme a lui, Martin lo fa arrestare: ma solo per farsi poi prendere dai sensi di colpa quando scopre che il ragazzo aveva agito per necessità e per mantenere i due fratelli piccoli. Lui e Marie-Claire rinunceranno così al viaggio e accoglieranno a vivere con sé i due bambini. Nonostante la troppa carne al fuoco (il dramma esistenziale, i conflitti familiari e generazionali, il confronto fra coscienza e giustizia sociale), una regia un po' anonima e una sceneggiatura non sempre equilibrata, grazie ai toni leggeri e alle buone interpretazioni il film riesce a mantenersi a galla fino alla fine e risulta una gradevole visione. Filo conduttore della vicenda è un vecchio albo a fumetti dell'Uomo Ragno ("Strange") che era appartenuto a Michel da ragazzo (il protagonista ha sempre sognato di essere un supereroe anche nella vita, impegnandosi nelle battaglie che riguardano i più deboli e indifesi) e che, rubato da Christophe insieme al denaro, permette all'uomo di identificare il colpevole. Il titolo, invece, non si riferisce al racconto di Hemingway (da cui fu tratto un film con Gregory Peck) ma a una bella canzone di Pascal Danel. Nei titoli di coda si rivela l'ispirazione al poema di Victor Hugo "La povera gente".

10 giugno 2011

Melancholia (Lars von Trier, 2011)

Melancholia (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ger 2011
con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg
***1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'ansia, la paura e la depressione, patologie con cui von Trier convive da tempo anche nella vita reale, ritratte attraverso le esperienze di due sorelle alle prese con situazioni quasi speculari e su ordini di grandezza ben distinti: il timore per un cambiamento personale (il matrimonio) e quello per una catastrofe universale (la fine del mondo), in un film dall'estetica curatissima e che anche per contenuti sorprende sotto diversi punti di vista. Dopo un magnifico incipit che consiste in una serie di quadri cinematografici che anticipano quello che verrà (scene notturne viste al rallenti, momenti pittorici, spettacolari immagini di pianeti in collisione) e che viene naturale paragonare alle sequenze di un'altra pellicola in concorso allo stesso Festival di Cannes, "The tree of life" (ma senza la zavorra teosofica del film di Malick), il lungometraggio si presenta nettamente diviso in due parti (peraltro con la stessa ambientazione e gli stessi personaggi). La prima è dedicata a Justine (Kirsten Dunst), che soffre di depressione, e al ricevimento del suo matrimonio con Michael (Alexander Skarsgård), organizzato con grande dispendio di risorse ed energie dalla sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e dal suo compagno John (Kiefer Sutherland) nella loro lussuosa tenuta di campagna. Imprevisti, ritardi (la limousine che fatica a percorrere la strada sterrata e piena di curve) e dissapori familiari fra i genitori divorziati (la madre cinica e scostante è Charlotte Rampling, il padre infantile è John Hurt) fanno da sfondo al terrore di Justine per l’inizio di nuova vita alla quale non si sente pronta o adeguata, e che la spingerà a mandare a monte tutto.

Nella seconda parte, dedicata a Claire e ispirata alle leggende urbane che circolano sul pianeta Nibiru (quello che, secondo le profezie attribuite ai Maya, dovrebbe distruggere il mondo nel 2012), scopriamo che un gigantesco pianeta blu chiamato Melancholia, in precedenza nascosto dietro il Sole, si sta dirigendo verso la Terra. Nonostante gli scienziati dichiarino che non c’è pericolo di collisione, Claire è sconvolta e si lascia prendere dal panico, mentre paradossalmente Justine riesce a mantenere la calma (Von Trier ha dichiarato di aver voluto realizzare il film proprio per mostrare come le persone che soffrono di depressione possano reagire con maggiore lucidità di altre in situazioni estreme). In un’atmosfera di attesa e di sospensione, l’enorme corpo celeste si avvicina sempre più, invadendo il cielo e le coscienze fino a un finale catastrofico di sublime bellezza. Lungo e per certi versi estenuante, il film affascina per l'insolito mix di generi e per la commistione di sensazioni che getta in pasto allo spettatore. È più lineare e meno complesso di "Antichrist", ma – specie nella seconda parte – altrettanto suggestivo. Naturalmente la storia è del tutto implausibile dal punto di vista astrofisico, ma l'intento del regista non era quello di realizzare un disaster movie realistico bensì di indagare la psiche umana di fronte alla fine del mondo. Memorabile l’accompagnamento musicale a base di Wagner, con l'ouverture di “Tristano e Isotta”, che ben si sposa con i riferimenti visivi all’arte romantica (una citazione su tutte: il dipinto “Ophelia” di John Everett Millais). Nel cast anche Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Jesper Christensen e Udo Kier. Kirsten Dunst ha vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione femminile (il ruolo era stato inizialmente pensato per Penélope Cruz, che ha collaborato con il regista all'idea della storia), ma la Gainsbourg non è certo da meno.

Le donne del 6° piano (P. Le Guay, 2010)

Le donne del 6° piano (Les femmes du 6ème étage)
di Philippe Le Guay – Francia 2010
con Fabrice Luchini, Natalia Verbeke
*1/2

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

Siamo a Parigi, nel 1962. Le famiglie dell'alta borghesia francese si affidano a donne spagnole per la pulizia della loro casa, un po' come oggi facciamo noi con le filippine, ma ignorano tutto della loro vita e delle loro difficoltà. Un gruppo di queste domestiche risiede al fatiscente sesto piano di un palazzo dove, ai piani bassi, abitano i metodici coniugi Joubert, attaccati alle loro false convinzioni e ai riti sempre uguali (come l'uovo alla coque del mattino). Ma affascinato dalla nuova donna di servizio, la giovane e bella Maria, il consulente finanziario Jean-Louis entra improvvisamente in contatto con il mondo delle domestiche e finisce col diventarne amico, confidente e paladino, mandando all'aria tutto quello in cui credeva. Un filmetto buonista e facilone, autoindulgente e fintamente edificante, costruito su cliché e personaggi-macchiette e solo lievemente nobilitato da un accenno di riflessione sociale, con in sovrappiù una storia d'amore del tutto superflua. Se nella parte centrale, quella della scoperta di sé stesso da parte del protagonista (che, scacciato di casa dalla moglie, si trasferisce anche lui a vivere in soffitta con "le spagnole"), la commediola guadagna qualche colpo, li perde però tutti nel finale retorico e posticcio. Fra i pochi motivi di interesse, la recitazione di uno spaesato Luchini e di un'ottima Sandrine Kiberlain (la moglie Suzanne). Fra le domestiche, invece, si riconoscono volti almodovariani come Carmen Maura e Lola Dueñas. Nel complesso, una cazzatina degna al massimo di una prima serata su Rai 2.

8 giugno 2011

Cannes e dintorni 2011

Nei prossimi giorni seguirò la rassegna dei film di Cannes che come ogni anno si tiene qui a Milano. Ma il programma, ancora una volta, è piuttosto scarno (tanto che ha dovuto essere rimpolpato con alcune pellicole provenienti dal Bergamo Film Meeting) e a prima vista deludente: mancano del tutto i film asiatici, ovvero che quelli che più mi interessavano (Takashi Miike, Naomi Kawase, Kim Ki-Duk, fra gli altri); e nulla da fare nemmeno per le pellicole di Aki Kaurismäki, Pedro Almodóvar, Nuri Bilge Ceylan, Paolo Sorrentino, Gus Van Sant. Beh, mi consolerò con i "nordici" (Lars von Trier e Nicolas Winding Refn) e i vari francesi, sperando poi di scoprire qualcosa di nuovo e di inatteso.

7 giugno 2011

Nanga Parbat (J. Vilsmaier, 2010)

Nanga Parbat (id.)
di Joseph Vilsmaier – Germania 2010
con Florian Stetter, Andreas Tobias
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

La vera storia dei fratelli Messner, Reinhold e Günther, che nel 1970 furono i primi a salire sul leggendario Nanga Parbat (chiamato "la montagna dei tedeschi" dagli alpinisti teutonici, che tentarono a più riprese di sfidarla) dalla difficilissima parete Rupal, la più alta del mondo (oltre 4500 metri dalla base alla vetta!). Durante la discesa, che i due furono costretti ad affrontare da un altro versante e senza l'attrezzatura adatta, una valanga di neve travolse Günther: e Reinhold (all'epoca solo 26enne e non ancora divenuto celebre come "Re degli 8000": quella fu la sua prima esperienza nell'Himalaya), sopravvissuto per miracolo, venne investito dalle critiche perché molti – a cominciare da Karl Herligkoffer, il medico tedesco che aveva organizzato la spedizione – lo accusarono di aver lasciato solo il fratello durante la salita pur di raggiungere per primo la cima. Per anni continuò a tornare sul Nanga Parbat alla ricerca del corpo di Günther: ma solo trentacinque anni dopo, nel 2005, lo scioglimento dei ghiacci ne riportò alla luce i resti sul versante Diamir, dimostrando che i due fratelli stavano effettivamente scendendo insieme per quella via e mettendo fine alle polemiche. Il film ripercorre la storia di quella spedizione, intervallandola con alcuni brevi momenti dell'infanzia dei due protagonisti in Alto Adige, e si concentra dunque – oltre che sui magnifici scenari delle montagne himalayane – sul rapporto fra i due fratelli, legatissimi sin da bambini ed entrambi grandi appassionati di scalate. Se la storia è appassionante e l'ambientazione è mozzafiato, la realizzazione è didascalica: per darle maggiore spessore ci sarebbe forse voluto un regista con più personalità, per esempio uno come Werner Herzog, con il quale peraltro Reihnold Messner (che in questa occasione ha fatto da consulente) aveva collaborato in "Grido di pietra", altro film sull'alpinismo e sulle sfide estreme dell'uomo alla natura e a sé stesso.

5 giugno 2011

L'uovo del serpente (I. Bergman, 1977)

L'uovo del serpente (Ormens ägg, aka The Serpent's Egg)
di Ingmar Bergman – USA/Germania 1977
con David Carradine, Liv Ullmann
**

Rivisto in divx, con Marisa.

Siamo a Berlino nel 1923, in piena crisi economica e sociale, un'epoca di paura e confusione. L'inflazione è alle stelle (un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi), la povertà, la disoccupazione e il malcontento pure, e i primi germi del nazismo stanno cominciando a nascere (come nell'uovo del serpente, "attraverso la sottile membrana si intravede già il rettile che si sta formando"). L'acrobata ebreo Abel Rosenberg, alcolizzato e rimasto solo dopo l'inspiegabile suicidio del fratello Max, viene accolto insieme a Manuela (già moglie di suo fratello e ora ballerina in un cabaret nonché prostituta part-time) dall'ambiguo medico Hans Vergerus, che offre loro un appartamento e un lavoro nella propria clinica. Ma scoprirà che la catena di delitti e di suicidi che sta funestando la città è provocata proprio dai folli esperimenti di Vergerus su cavie umane. Sullo sfondo del putsch (fallito) di Hitler a Monaco, Bergman realizza – su richiesta del produttore Dino De Laurentiis e senza troppa ispirazione (si trovava in un momento difficile della propria carriera: aveva problemi con il fisco e soffriva di depressione) – un film inquietante e claustrofobico che fonde in sé diversi elementi senza trovare un pieno equilibrio fra le sue tante anime (si passa dal dramma esistenziale all'inchiesta poliziesca, dalla rappresentazione socio-politica del periodo storico a inutili sottotrame romantiche), con un'ispirazione che guarda a Kafka e a Fritz Lang.

Se alla fine il film riesce a trasmettere la sensazione di paura e di cambiamento che caratterizzava quell'epoca (ma forse prendendosi qualche libertà: troppe cose sembrano mostrate o dette "con il senno di poi"), fallisce invece sul piano narrativo, complici anche personaggi poco riusciti: il protagonista Abel, in particolare, è troppo elusivo e distante dallo spettatore. Rimangono più impressi i character di contorno, a cominciare dal proto-nazista Vergerus con i suoi crudeli e folli esperimenti (Heinz Bennent), o l'anziana padrona di casa di Manuela (Edith Heerdegen), ma anche il corpulento ispettore di polizia Bauer (interpretato da uno straordinario Gert Fröbe), che cita esplicitamente "M, il mostro di Düsseldorf" quando dice che il suo collega Lohmann sta lavorando a un caso insolito: Lohmann era proprio il nome dell'ispettore del film di Lang, anche se quest'ultimo si svolgeva nel 1931. Un po' ridicolo, invece, come tutti i personaggi si sentano in dovere di giustificare il fatto di parlare in inglese (in italiano nella versione tradotta) anziché in tedesco. Da notare che il nome Vergerus era già stato utilizzato da Bergman per un personaggio ne "Il volto" (e tornerà a usarlo in "Fanny e Alexander"). Le scenografie sono di Rolf Zehetbauer, che aveva realizzato anche quelle di "Cabaret" con Liza Minelli: ma i due film, pur ambientati nello stesso paese e nello stesso periodo storico (e parlando in fondo dello stesso argomento), hanno stili e anime profondamente diverse. Più che il cabaret dove si esibisce Manuela, comunque, colpisce il labirintico (e kafkiano) archivio della clinica. Dell'atmosfera generale si ricorderanno forse Steven Soderbergh per "Delitti e segreti" e Lars von Trier in certi passaggi della sua trilogia d'esordio (per esempio ne "L'elemento del crimine" ed "Europa").

4 giugno 2011

I bassifondi (Akira Kurosawa, 1957)

I bassifondi (Donzoko)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Bokuzen Hidari, Toshiro Mifune
***1/2

Visto in DVD.

In una fatiscente baracca-dormitorio presso una discarica, di proprietà dell'avido ricettatore Rokubei (Garyiro Nakamura) e della sua intrigante moglie Osugi (Isuzu Yamada), vive un nutrito e variopinto gruppo di poveri, derelitti ed emarginati dalla società: fra questi, il fabbro Tomekichi (Eijiro Tono), che trascura la moglie Asa (Eiko Miyoshi), gravemente malata; il "Principe" (Minoru Chiaki), sedicente ex samurai caduto in disgrazia; un anziano attore alcolizzato (Kamatari Fujiwara), che rimpiange i tempi in cui calcava le scene; la prostituta Osen (Akemi Negishi), perduta in vane illusioni romantiche; l'ex carcerato Yoshisaburo (Koji Mitsui), ora cinico giocatore d'azzardo; la candeliera Otaki (Nijiko Kiyokawa), che vede la sua merce al mercato rionale; e soprattutto il ladro Sutekichi (Toshiro Mifune), amante della padrona di casa (che cerca addirittura di convincerlo ad ammazzare l'anziano consorte) ma in realtà innamorato della sorella minore della donna, l'onesta Okayo (Kyoko Kagawa), perennemente sfruttata e maltrattata dai crudeli parenti. L'arrivo di un misterioso viandante, un vecchio senza nome che si stabilisce per breve tempo nella baracca, recherà momentaneamente sollievo alle sofferenze fisiche e psicologiche di tutti: l'uomo, nel ruolo di confidente, filosofo, ascoltatore e dispensatore di pillole di saggezza, riuscirà a stimolare improbabili sogni di riscatto e di evasione, anche elargendo bugie pietose a chi ha bisogno disperatamente di un sostegno. "Quel vecchio capiva tutto, vedeva dentro le persone", diranno di lui. Ma dopo la sua partenza, il tragico incedere degli eventi riporterà lo sconforto fra gli abitanti del dormitorio. Kurosawa rilegge il dramma realista di Gorkij (da noi noto anche come "L'albergo dei poveri") collocandolo nel Giappone dell'epoca Edo, spogliandolo di ogni accenno di protesta sociale e leggendolo in chiave puramente esistenzialista. Utilizzando praticamente due soli ambienti (il dormitorio e il cortiletto adiacente), e dunque senza rinnegare l'origine teatrale del testo originale, il regista nipponico realizza un desolante affresco sulla "condizione umana", empatizzando con tutti i suoi personaggi ma evitando eccessi di retorica, patetismo e giudizi morali. L'attenzione alla psicologia dei singoli personaggi, anche di quelli minori (cosa che mancava, invece, nella versione del dramma girata da Jean Renoir nel 1936) rende il film un piccolo capolavoro corale, con inaspettati momenti comici che trasfigurano il melodramma in una "tragicommedia dell'assurdo". Memorabili, per esempio, i canti e il balletto che gli ospiti del dormitorio improvvisano mentre bevono sakè o giocano a carte. Grande il cast: fra gli interpreti spicca l'anziano comico Bokuzen Hidari (che era stato il contadino Yohei ne "I sette samurai") nel panni del vecchio viandante. Da notare che si tratta dell'ultimo film di Kurosawa girato nel formato Academy (ovvero in 4:3): dal successivo "La fortezza nascosta", il regista passerà al Cinemascope. L'attenzione verso le fasce più povere ed emarginate della popolazione, peraltro già presente in gran parte delle sue opere precedenti, verrà posta da Kurosawa anche in due film successivi, "Barbarossa" e "Dodes'ka-den", che alcuni critici hanno accumunato a questo in un'ideale "trilogia della miseria".

2 giugno 2011

Cirkus Columbia (D. Tanović, 2010)

Cirkus Columbia (id.)
di Danis Tanović – Bosnia-Erzegovina 2010
con Miki Manojlović, Jelena Stupljanin
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Dopo vent'anni trascorsi in Germania, dove si è arricchito, Divko approfitta della caduta del comunismo (siamo nel 1991) per tornare nel suo villaggio natale in Bosnia-Erzegovina a sfoggiare soldi, automobile e giovane amante, e a sfrattare di casa la moglie e il figlio (con cui non ha rapporti da anni) per insediarvicisi con la sua nuova donna e il suo amatissimo gatto nero portafortuna. Ma ignora che i delicati equilibri su cui si regge la nuova situazione politica stanno per saltare, e che siamo alla vigilia della sanguinosa guerra di dissoluzione della Jugoslavia. A fianco delle tensioni famigliari (l'odio/amore fra Divko e le sue due donne; il rapporto con il figlio Martin, giovane radioamatore) ci sono quelle ben più delicate, e che dividono l'intero paese, fra serbi e bosniaci. Tanović, che già aveva affrontato il tema della guerra nei balcani con sensibilità e umorismo nel suo film d'esordio "No Man's Land", ritorna sull'argomento mantenendo i toni – almeno in superficie – della commedia e guardando in parte a Kusturica (gatti compresi). Il protagonista Miki Manojlović (già visto proprio in molti film del regista serbo, compreso "Underground") assomiglia sempre di più a Walther Matthau. Bravi gli attori, sceneggiatura un po' sfilacciata, ma il finale (con le bombe che esplodono mentre i due innamorati fanno un ultimo giro sulle giostre del "Cirkus Columbia", appunto) commuove e scuote.

1 giugno 2011

The wholly family (T. Gilliam, 2011)

The wholly family (id.)
di Terry Gilliam – Italia 2011
con Nicolas Connolly, Cristiana Capotondi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Una famiglia di turisti americani cammina per le strade e i vicoli di Napoli, dove il bambino rimane talmente affascinato da una statuetta di Pulcinella da rubarla quando i genitori si rifiutano di comprargliela. Di notte la statuetta si animerà, e con l’aiuto di una serie di Pulcinella in carne e ossa lo trasporterà in un viaggio onirico e inquietante fra catacombe, ospedali, ristoranti e sale da ballo. Al risveglio, saprà come riportare la pace fra i litigiosi genitori: e anche la sua famiglia potrà dirsi felice come quelle ritratte dalle figurine del presepe che i venditori espongono per la strada. Parte di una serie di short “sponsorizzati” da una nota marca di pasta per rilanciare l’immagine di Napoli (i film precedenti sono stati realizzati da Pappi Corsicato e Valeria Golino), proiettato nelle sale in abbinamento a "Cirkus Columbia" di Danis Tanovic, questo cortometraggio di 20 minuti può vantare tutta la cattiveria, l’ironia e la visionarietà tipiche di Terry Gilliam. I grotteschi Pulcinella (fra i vari attori spicca Renato De Maria) che offrono piatti su piatti di pasta al piccolo protagonista e che lo guidano in un viaggio notturno alla ricerca dell’armonia famigliare perduta non si dimenticano facilmente. Se nella sequenza del sogno non mancano momenti degni del miglior surrealismo (si pensi al reparto maternità dell’ospedale, con i bambini che nascono dalle uova e il piccolo protagonista che, gettato via dalla madre, va in pezzi come un bambolotto), anche quando ritrae il mondo “reale” l’ex Monty Python non si limita a mostrare gli aspetti più patinati e folcloristici di Napoli ma anche quelli che agli occhi di un inglese o di un americano possono sembrare più sgradevoli o scioccanti (le montagne di spazzatura, l’invadenza anche “fisica” degli abitanti).

29 maggio 2011

Il duello silenzioso (A. Kurosawa, 1949)

Il duello silenzioso (Shizukanaru ketto)
di Akira Kurosawa – Giappone 1949
con Toshiro Mifune, Miki Sanjo
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre sta conducendo una difficile operazione su un soldato ammalato di sifilide, in un ospedale di campo durante la guerra, il giovane medico Kyoji si ferisce accidentalmente un dito con il bisturi e viene contagiato. Tornato in patria al termine del conflitto, non rivelerà il suo dramma a nessuno ma romperà il fidanzamento con l'amata Misao (che dopo averlo atteso a lungo, senza comprendere la ragione del suo cambiamento, si sposerà con un altro uomo) e si batterà affinché l'irresponsabile Nakata, colui che lo aveva infettato e che a differenza di lui si è fatto una famiglia, si sottoponga alle cure. "Il duello silenzioso" è uno dei film meno noti di Kurosawa; e a ragione, verrebbe da dire, perché si tratta di un melodramma non proprio riuscito. Come ne "L'angelo ubriaco", realizzato l'anno precedente (e prima del "Barbarossa" che uscirà nel 1965), il protagonista è un medico umanitario e disinteressato (il film venne realizzato anche per permettere a Toshiro Mifune di cimentarsi con ruoli diversi da quelli che aveva interpretato fino ad allora): ma più che la cura verso gli indigenti e i disperati, al centro della vicenda c'è soprattutto la personale (e appunto "silenziosa") battaglia del protagonista contro una malattia infamante che gli impedisce di vivere appieno una vita normale, costringendolo a reprimere i desideri più intimi, e quasi obbligandolo di fatto a dedicarsi eroicamente ai proprio pazienti ("Se fosse stato felice, sarebbe diventato insensibile. Così invece sta cercando di restituire la speranza a chi è più infelice di lui", commenta la giovane infermiera Rui). Questa, insieme al contrasto fra corpi "impuri" e caratteri "puri" (e viceversa), è forse la miglior intuizione di una pellicola che per il resto soffre per il soggetto debole, schematico e un po' datato (oggi la sifilide è curabile molto più facilmente, e non porta certo alla pazzia come avviene a Nakata), appena ravvivato da personaggi tipicamente kurosawiani come Rui (Noriko Sengoku), l'ex ballerina innamorata del medico che la accoglie con sé dopo che ha tentato il suicidio. Takashi Shimura interpreta il padre di Kyoji, Kenjiro Uemura è Nakata.

28 maggio 2011

40 anni vergine (Judd Apatow, 2005)

40 anni vergine (The 40 Year Old Virgin)
di Judd Apatow – USA 2005
con Steve Carell, Catherine Keener
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Andy, magazziniere in un supermercato di elettronica e collezionista di action figures, è ancora vergine nonostante abbia già compiuto quarant'anni. Quando lo vengono a sapere, i suoi colleghi dapprima lo prendono in giro ma poi si danno da fare in ogni modo affinché l'amico possa vivere la sua prima esperienza. E l'incontro con la coetanea Trish (che a differenza di lui, ha già tre figlie!) gli farà scoprire l'amore. Camuffato da film comico e politicamente scorretto sul sesso, non è altro che il solito elogio dei valori della famiglia e della virtù. Meno volgare del previsto, a tratti divertente, ma anche ricco di stereotipi e luoghi comuni, che per fortuna non sconfinano troppo nel trash o nelle cadute di stile. Nel finale, tutti i personaggi cantano e ballano sulle note della canzone "Aquarius" dal film "Hair". Per alcuni, Apatow (prolifico produttore e sceneggiatore, già collaboratore di Ben Stiller, Adam Sandler e Jim Carrey, qui al suo esordio come regista) è uno dei nomi più importanti nel campo della commedia americana degli ultimi anni: ma visto lo stato in cui versa il genere (come sono lontani i tempi di Lubitsch, Cukor e Wilder!) non ci vuole poi molto.

26 maggio 2011

The tree of life (Terrence Malick, 2011)

The tree of life (id.)
di Terrence Malick – USA 2011
con Brad Pitt, Jessica Chastain
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Una religiosissima famiglia del midwest texano è scossa dalla perdita di uno dei figli. Ai giorni nostri, il primogenito Jack riuscirà a ritrovare la pace interiore e a recuperare il rapporto con la bellezza (interiore ed esteriore) e con i genitori. La sensazione di trovarsi di fronte a pura fuffa new age sorge dopo pochi minuti di pellicola, e per tutte le quasi due ore e mezza di visione sarà difficile liberarsene, nonostante il tentativo di scoprirci dentro chissà quali significati oltre a quelli suggeriti dalla citazione iniziale del Libro di Giobbe. Il documentario in stile Discovery Channel sui dinosauri, che irrompe inatteso dopo qualche scena, e la surreale (e banalissima) sequenza finale con Sean Penn nei panni di un Jack adulto che ritrova i genitori e gli altri personaggi della sua infanzia sulle rive di un immenso mare/limbo (che pare uscito da un pilot de "Il fiume della vita" di Philip J. Farmer) non aiutano di certo. Per fortuna la parte centrale della pellicola, quella che racconta più concretamente l'infanzia del protagonista negli anni '50, offre qualche appiglio al povero spettatore che da un film chiede qualcosa di più che un videoclip di belle immagini e un concentrato teosofico-spirituale di aria fritta. Il difficile rapporto di Jack con un padre severo e dittatore, i suoi tentativi di ribellione, la scoperta della bellezza e delle brutture del mondo, e i giochi con i fratelli e gli altri bambini del vicinato riescono parzialmente a tenere desta l'attenzione, grazie anche al piccolo interprete (Hunter McCracken) e pur con qualche lungaggine di troppo, ma senza dire nulla di veramente originale o sconvolgente. Malick, che per gran parte del film gira fastidiosamente con la camera a mano e in movimento, gioca a fare il Tarkovskij (l'acqua, la memoria) e il Kubrick (negli effetti speciali è coinvolto pure il Douglas Trumbull di "2001"), ma non ha né la profondità psicologica del primo, né il rigore formale del secondo.

24 maggio 2011

I cento passi (M. T. Giordana, 2000)

I cento passi
di Marco Tullio Giordana – Italia 2000
con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Ginevra.

Cento passi dividono la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, boss della mafia che domina a Cinisi, cittadina in provincia di Palermo. Anche se il suo stesso padre Luigi è affiliato alla cupola, il giovane Peppino si oppone a uno stato di cose che sembra immutabile, e fonda un'emittente radiofonica, Radio Out, attraverso la quale grida la sua rabbia e il suo disgusto verso la corruzione e l'omertà. Pagherà il suo impegno civile e politico con la vita: verrà ucciso il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno in cui viene ritrovato a Roma il cadavere di Aldo Moro; e anche per questo motivo, oltre che per la volontà delle forze dell'ordine di chiudere fin troppo rapidamente le indagini, la sua vicenda rischiava di cadere nell'oblio. Così però non è stato, grazie a coloro che lo hanno conosciuto ma anche agli artisti che ne hanno parlato (oltre a questo lungometraggio, va ricordata una canzone dei Modena City Ramblers, anch'essa intitolata "I cento passi"). Insieme al successivo "La meglio gioventù", il film è indubbiamente il capolavoro di Giordana (autore anche della sceneggiatura con Claudio Fava e Monica Zappelli), abilissimo a ricostruire il clima e l'atmosfera di quegli anni, il senso di impotenza e di accerchiamento di fronte alla "piovra" mafiosa, la sete di ribellione di Peppino e dei suoi amici, la militanza comunista, le contraddizioni familiari, il desiderio di libertà e di giustizia in un piccolissimo paese siciliano che probabilmente, se non fosse stato per questa vicenda, il resto del mondo non avrebbe mai sentito nominare. Davvero ottimo Luigi Lo Cascio, al suo esordio sul grande schermo, che sfoggia anche una certa somiglianza con il vero Giuseppe Impastato. Attorno a lui, comunque, brillano tutti gli interpreti: in particolare vanno ricordati Tony Sperandeo nei panni di Tano Badalamenti e Claudio Gioè in quelli dell'amico Salvo, ma anche e soprattutto Luigi Maria Burruano e Lucia Sardo nei ruoli dei genitori di Peppino, personaggi complessi e sfaccettati. Salutato alla sua uscita come una boccata d'aria fresca per il cinema italiano, il film riporta con efficacia l'impegno civile in sala (non a caso viene esplicitamente citato "Le mani sulla città" di Francesco Rosi, che Peppino e i suoi amici guardano nel loro cineforum). Efficace, anche se un po' ruffiana, la colonna sonora, che comprende fra gli altri Janis Joplin, Leonard Cohen e Procol Harum. "Volare" di Domenico Modugno viene invece identificata come "l'inno nazionale di Mafiopoli", il che ha provocato reazioni risentite da parte degli eredi del cantante. In ogni caso, nel finale, sulle immagini del corteo funebre di Peppino, è difficile trattenere le lacrime e l'indignazione (anche perché, nonostante le bandiere rosse e i pugni alzati, come già detto è una pellicola di impegno civile e non di propaganda): e dunque il film centra perfettamente il suo bersaglio.

23 maggio 2011

Belladonna (Eiichi Yamamoto, 1973)

Belladonna (Kanashimi no Belladonna)
di Eiichi Yamamoto – Giappone 1973
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella Francia medievale, una ragazza viene posseduta da un demone (dalla forma "fallica") e diventa una strega: finirà sul rogo. Pellicola sperimentale realizzata dalla Mushi Production di Osamu Tezuka (ma il maestro non è coinvolto nel progetto), dall'animazione minimalista e spesso assente (sono frequenti i disegni fissi, ai quali si sovrappongono voci, musica ed effetti sonori), un character design che guarda al fumetto francese degli anni '60 e '70 (la protagonista ha le fattezze di Brigitte Bardot, ma ricorda anche le varie "Barbarelle") e alla cultura pop degli stessi anni (alcune sequenze particolarmente psichedeliche, come quella dell'accoppiamento con il demone o quella della peste bubbonica, sembrano uscire da "Yellow Submarine" o dai cartoon di Bozzetto). In più c'è una fortissima dose di erotismo, con molte scene di sesso e di violenza, visto che il film faceva parte della serie "Animerama", pellicole rivolte a un pubblico adulto, l'equivalente animato dei contemporanei pink film. Artisticamente ambizioso, anche se in fondo non poi così originale e innovativo, il lungometraggio non centra però il bersaglio e si rivela noioso, pretenzioso e indisponente: fu un clamoroso insuccesso di pubblico e di critica, che forse contribuì al fallimento della casa di produzione. Più che un film, sembra un art book, peraltro senza nemmeno troppa coerenza di stile (ci sono personaggi realistici e altri caricaturali, delicate immagini ad acquarello e altre semplicistiche e schematiche). Una delle ispirazioni dichiarate è il libro illustrato "La Sorcière" (1862) di Jules Michelet.

21 maggio 2011

Scream 4 (Wes Craven, 2011)

Scream 4 (id.)
di Wes Craven – USA 2011
con Neve Campbell, Emma Roberts
**1/2

Visto in divx.

Nell'anniversario dei delitti di Woodsboro, Sidney Prescott fa ritorno nella sua città natale per promuovere il libro che ha scritto, "Fuori dall'oscurità", che testimonia come ha saputo superare i traumi degli eventi che l'hanno coinvolta in passato. Ma anche Ghostface torna inaspettatamente a colpire, replicando la strage precedente: questa volta fra i suoi obiettivi ci sono Jill, cugina adolescente di Sidney, e i suoi amici, personaggi quasi equivalenti a quelli del primo "Scream" (Jill è la nuova Sidney, Trevor il nuovo Billy, Charlie il nuovo Randy, ecc.) ma allo stesso tempo rappresentanti di una generazione internettara (i maniaci agiscono su Facebook, i video vengono caricati su YouTube) con gusti e valori diversi dalla precedente, naturalmente con nuovi miti e nuovi horror preferiti, per i quali tutto è un gioco e Ghostface è addirittura un idolo ("La tragedia di una generazione è lo scherzo di quella successiva"). Realizzato a oltre dieci anni di distanza dal capitolo precedente, il quarto "Scream" (che vede il ritorno di Kevin Williamson alla sceneggiatura) si occupa per l'appunto di remake, ovvero di riletture – non sempre fedeli – dell'originale. Anche i film slasher si devono adeguare alle mutate esigenze: "ci sono ancora delle regole, ma l'inaspettato è il nuovo cliché", bisogna "avere una sequenza iniziale che spacca, usare una regia da video musicale e gli omicidi devono essere ancora più estremi". I moventi del killer, non a caso, sono la fama e la visibilità, concetti più al passo con tempi in cui la differenza fra i cattivi e le vittime non sono più così nette. E poco importa se si trasgredisce la regola principale di un buon remake: "non cambiare l'originale". Da notare che anche le tecnologie sono evolute: ora ci sono applicazioni per smartphone che consentono di imitare la voce di Ghostface (a proposito, questo è il primo film in cui viene usato questo nome anche nella versione italiana) e webcam che consentono di trasmettere online e in diretta tutto quello che si vede ("Se vuole essere innovativo, il killer deve riprendere i suoi omicidi: è una sorta di evoluzione naturale degli psico-horror").

Il tentativo di rinnovare la saga (che molti ormai ritenevano conclusa con il terzo capitolo) riesce forse solo in parte, e il senso di deja vu (peraltro voluto) è forte, ma tutto sommato la pellicola è sufficientemente godibile e divertente. Come sempre si sguazza nei riferimenti metacinematografici, e la sceneggiatura fa riferimento alle nuove tendenze dell'horror (di "Saw" si dice che "fa schifo, non fa paura. È solo sadico, a metà fra splatter e porno. Non interessa a nessuno chi muore, non c'è sviluppo dei personaggi, solo squartamenti e fiumi di sangue"; ma ce n'è anche per lo stesso "Scream": "Un mucchietto di ragazzini logorroici che si mettono a decostruire i film horror... Visto fino alla nausea: le solite metacazzate postmoderne. Andava bene nel 1996". In compenso, "L'alba dei morti dementi" viene apprezzato). Se "Scream" è arrivato al quarto capitolo, "Stab" ("Squartati", la serie di film nei film che a esso si ispira) ha fatto persino di meglio: è già al numero 7 – un (auto)ironico riferimento alla facilità con cui gli horror sfornano seguiti – e il suo livello è evidentemente precipitato sempre più in basso ("Non riesco a crederci, fanno un sequel dopo l'altro e riciclano in continuazione le stesse cazzate..."). Memorabile la tripla sequenza introduttiva, particolarmente elaborata, che trasporta lo spettatore attraverso gli incipit (contenuti l'uno nell'altro!) di "Stab 6", "Stab 7" e finalmente di "Scream 4", senza fargli capire di primo acchito se sta guardando in effetti il film "reale" o le sue meta-derivazioni. Le protagoniste delle tre scene sono rispettivamente Shenae Grimes e Lucy Hale, Anna Paquin e Kristen Bell, e Aimee Teegarden e Brittany Robertson. Sempre restando alla serie di "Stab", si rivela che il primo film era stato diretto da Robert Rodriguez (e se qualcuno lo ritiene improbabile, si ricordi che proprio Rodriguez aveva realizzato "The faculty", per molti versi il film gemello di "Scream", sempre su sceneggiatura di Kevin Williamson) e si rivedono alcune delle scene con Heather Graham. Quanto al resto del cast, tornano naturalmente David Arquette e Courteney Cox nei ruoli di Linus e Gale (il cui matrimonio, dopo dieci anni, è un po' in crisi: come nella realtà!), mentre ci sono numerose new entry: in particolare Emma Roberts (la nipote di Julia), Hayden Panettiere, Rory Culkin, Nico Tortorella. Alison Brie è l'opportunista agente letteraria di Sidney, Marley Shelton la giovane vicesceriffo che scatena la gelosia di Gale, Anthony Anderson e Adam Brody i poliziotti (il primo si chiama Anthony Perkins!) che commentano "i poliziotti di scorta fanno sempre una brutta fine" (regola naturalmente confermata). Manca invece il detective Kincaid: Patrick Dempsey era impegnato in altri progetti e non ha potuto partecipare al nuovo film.

20 maggio 2011

Scream 3 (Wes Craven, 2000)

Scream 3 (id.)
di Wes Craven – USA 2000
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
**1/2

Rivisto in divx.

Il terzo capitolo della saga horror più autoconsapevole e metacinematografica per eccellenza non poteva che svolgersi direttamente a Hollywood, nella mecca del cinema: negli studi della Sunrise è infatti in produzione "Stab 3" ("Squartati 3", in italiano), film conclusivo della trilogia ispirata ai fatti di Woodsboro (inutile dire che "Stab" e "Stab 2", nella finzione della serie, sono l'esatto equivalente di "Scream" e "Scream 2"). Ma stavolta "finzione" e "realtà" procedono di pari passo, visto che il terzo "Stab" non si basa su fatti già accaduti ma finisce col confondersi con gli eventi che riguardano i suoi stessi interpreti: il redivivo Ghostface, infatti, comincia a trucidare gli attori della pellicola nello stesso ordine in cui è prevista la loro morte nella sceneggiatura (il primo a essere eliminato è Cotton Weary; la seconda è un'attricetta interpretata da Jenny McCarthy, guest star d'occasione come Drew Barrymore e Sarah Michelle Gellar nei due film precedenti). Il killer, che lascia sui luoghi del delitto alcune fotografie di Maureen Prescott (la madre di Sidney) da giovane, sta cercando di rintracciare la stessa Sidney, che nel frattempo si è isolata dal mondo e vive sotto falso nome in un ranch sulle colline californiane, lavorando per un call center contro la violenza sulle donne. Richiamata dai delitti, e tormentata dal fantasma della madre, la ragazza si unirà agli amici Gale e Linus (oltre che al giovane detective Kincaid) per svelare i misteri del passato di Maureen e per tentare di scoprire l'identità del misterioso assassino: la sanguinosa resa dei conti avverrà nella villa del produttore John Milton (Lance Henriksen), per il quale Maureen aveva lavorato come attrice di film horror (te pareva!) negli anni settanta.

Anche se oggi è uscito un quarto episodio, all'epoca tutto – compreso il finale per una volta pacificante e rilassato – lasciava intendere che "Scream 3" fosse il capitolo conclusivo della saga di Craven e Williamson (quest'ultimo, impegnato in altri progetti, è accreditato solo come produttore e creatore dei personaggi: la sceneggiatura – più sbilanciata sul versante della satira e della commedia che su quello della violenza – è invece di Ehren Kruger, un cognome che peraltro evoca proprio incubi craveniani), e dunque i personaggi discettano a proposito dei "terzi capitoli di una trilogia". Il cinefilo Randy, ucciso nel film precedente, si ripresenta attraverso un filmato-testamento, registrato su videocassetta, per spiegare agli amici anche questa volta quali sono le regole da rispettare: negli episodi conclusivi delle trilogie, infatti, "si torna all'inizio della storia e si scopre che cose credute vere non lo erano affatto"; inoltre il killer si rivelerà quasi sovrumano, e per eliminarlo non basterà più sparargli o pugnalarlo; infine, chiunque potrà morire: anche il protagonista principale o i comprimari ai quali il pubblico si è più affezionato. Tutto è complicato dal fatto che esistono tre versioni diverse del copione di "Stab 3", dato che i produttori non volevano che il finale finisse su internet. "Tre versioni, tre personaggi diversi che devono morire... Chissà che versione ha letto il killer?".

Eppure, rispetto ai capitoli precedenti, c'è minor tensione: la colpa è forse da attribuire alla crociata contro i film violenti che all'epoca furoreggiava negli Stati Uniti, subito dopo la strage della Columbine High School. Ma i filmmaker si difendono, ripetendo (come in "Scream 2") che accusare la vita di imitare i film non ha senso (semmai è vero il contrario). Ghostface, come previsto da Randy, è più evanescente che mai, un vero e proprio fantasma, dotato fra l'altro dell'incredibile capacità di imitare le voci altrui (attraverso l'apparecchio che in precedenza gli consentiva solo di camuffare la propria voce al telefono). A questo proposito, telefoni e cellulari hanno un ruolo ingigantito, e vengono utilizzati in continuazione. Per gran parte della pellicola Sidney si mantiene defilata e i protagonisti sono Linus e Gale con i loro battibecchi amorosi: sullo schermo formano una coppia proprio come David Arquette e Courteney Cox facevano ormai nella vita: si erano sposati infatti nel 1999, e l'attrice è dunque accreditata come Courteney Cox Arquette. Mentre Liev Schreiber e Jamie Kennedy riprendono brevemente (per l'ultima volta?) i propri ruoli, le new entry del cast comprendono Patrick Dempsey (Kincaid), Parker Posey (Jennifer, che interpreta Gale Weathers in "Stab 3" ed è protagonista di divertenti duetti con la "vera" Gale), Emily Mortimer (Angelina, Sidney in "Stab 3", che sostituisce Tori Spelling) e Scott Foley (Roman, il regista di "Stab 3"). Esilaranti i cameo: su tutti quelli di Jay e Silent Bob (alias Jason Mewes e Kevin Smith), in visita agli studios, e di Carrie Fisher nei panni di Bianca Burnette, un'ex attrice che accusa la stessa Fisher di aver dormito con George Lucas per ottenere la parte della principessa Leia in "Guerre stellari".

19 maggio 2011

Scream 2 (Wes Craven, 1997)

Scream 2 (id.)
di Wes Craven – USA 1997
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***

Rivisto in divx.

Sono passati un paio d'anni dai delitti di Woodsboro: Sidney frequenta ora l'università (il Windsor College) e contemporaneamente aspira a diventare attrice teatrale. Ma nelle sale cinematografiche esce un film ("Stab", in italiano "Squartati") tratto dai fatti del primo "Scream", per la precisione dal libro che Gale Weathers ha scritto sulla vicenda ("Non è soltanto un film, è una storia vera", commentano alcuni spettatori): il suo lancio, oltre a far riaccendere i riflettori dei media sulla ragazza (che ne farebbe volentieri a meno), spinge un misterioso emulo di Ghostface a rinverdirne le gesta. Le prime morti avvengono proprio in un cinema dove si proietta la pellicola (i protagonisti della sequenza introduttiva sono Omar Epps e Jada Pinkett), mentre sullo schermo scorrono le immagini del primo omicidio della storia precedente e gran parte degli spettatori in sala indossa maschere identiche a quella del killer, rendendo così difficile identificarlo. Quando altri delitti si verificano nel campus dove vive Sidney, la polizia e gli amici più vicini alla ragazza (compresi "Linus" Riley e Gale Weathers) si rendono conto che l'assassino sta replicando le azioni del primo killer e realizzando una sorta di personale sequel. E ancora una volta tutti sono sospettati, compresi i superstiti del film precedente: anzi, probabilmente l'assassino è proprio qualcuno legato ai sanguinosi delitti di allora.

Come la loro creatura, anche Wes Craven e lo sceneggiatore Kevin Williamson tornano sul luogo del delitto, realizzando un sequel che parla, naturalmente, di sequel cinematografici e dunque di sé stesso (peccato però che la versione italiana confonda pedestramente il termine sequel con serial, usando il secondo per tradurre il primo: eppure non sono la stessa cosa!). E così i personaggi si lamentano della cattiva qualità dei seguiti ("Il genere horror è stato solo danneggiato dai sequel!"), disquisiscono sui rari casi in cui un secondo capitolo si è dimostrato all'altezza o anche migliore dell'originale (fra i titoli suggeriti figurano "Aliens", "Terminator", "Il padrino", "La casa"...), il movie geek Randy – che ora studia teoria cinematografica – spiega le regole da rispettare nella realizzazione di un sequel horror (più sangue, più morti, scene più elaborate...), e diversi elementi e spunti del primo "Scream" si ripresentano quasi identici (ma con alcune sottili differenze). C'è anche spazio per riflessioni sul possibile influsso negativo dei film violenti sulla società ("I film sono responsabili delle nostre azioni?": scopriremo in effetti che l'assassino intende difendersi in tribunale dando la colpa del suo comportamento proprio a "Stab") e sull'origine della violenza giovanile (è colpa del cinema, della famiglia o della società?). "È il classico caso di vita che imita l'arte che imita la vita".

Naturalmente anche il gioco metacinematografico si fa più sofisticato, grazie alle scene di "Stab" che ripropongono fedelemente sequenze del primo "Scream" (gli attori, ovviamente, sono diversi: Sidney sullo schermo è interpretata ironicamente da Tori Spelling, dopo che Neve Campbell nel film precedente, all'amica che le chiedeva "Se facessero un film su di te, chi farebbe la tua parte?", aveva risposto "Io dico Meg Ryan da giovane. Ma con la fortuna che ho, la farebbero fare a Tori Spelling"; Billy è Owen Wilson, mentre Casey – la prima vittima, Drew Barrymore in originale – è Heather Graham). Alcune delle scene più coinvolgenti, compreso l'intero scontro finale (con la rivelazione dell'identità del killer), si svolgono sul palco di un teatro: è ironico che un film che parli tanto di cinema ambienti le sue scene clou su un set teatrale (dove è di scena una tragedia greca, perfettamente in linea con i temi della vendetta e della morte: e le maschere del coro, impersonificazione dell'arte drammatica classica, ricordano nelle fattezze quella di Ghostface). Ma anche questi sono esempi dell'autoironia di Craven e Williamson (come quando Randy, parlando del film "Stab", lo liquida con un "Me lo vedrò in cassetta"). Fra i tanti tocchi ironici, la preoccupazione del nuovo cameraman di Gale quando scopre che l'operatore nel film precedente era stato sgozzato. Nel cast, che vede il ritorno dei principali attori sopravvissuti nel primo capitolo, ci sono alcune new entry (Sarah Michelle Gellar nel ruolo di Cici, in una scena che rispecchia quella con Drew Barrymore nel film precedente; e ancora Laurie Metcalf, Elise Neal, Jerry O'Connell, Timothy Olyphant, più Lewis Arquette – padre di David – nei panni dello sceriffo) e un maggior spazio per Liev Schreiber nel ruolo di Cotton Weary (che Sidney aveva accusato ingiustamente della morte di sua madre, anni prima, e che nel primo "Scream" era apparso solo di sfuggita).

17 maggio 2011

Scream (Wes Craven, 1996)

Scream - Chi urla muore (Scream)
di Wes Craven – USA 1996
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***1/2

Rivisto in divx.

Nella tranquilla cittadina di Woodsboro, un serial killer mascherato semina il panico fra gli studenti del liceo locale. A essere presa di mira, in particolare, è la giovane Sidney Prescott, la cui madre Maureen era già stata uccisa un anno prima. Già creatore di una delle più fortunate saghe horror di tutti i tempi ("Nightmare"), Wes Craven si conferma un maestro del genere sfornando un intelligente esempio di metacinema che darà vita a sua volta a una nuova e popolare serie (è da poco uscito nelle sale il quarto capitolo) in grado di combinare elementi dello slasher, del giallo e della commedia. Autoreferenziale e autoironico ("Comincia a sembrare un film di Wes Carpenter", dice a un certo punto un personaggio, creando una buffa commistione fra i nomi dei registi di "Scream" e di "Halloween"), non si tratta di una semplice parodia (non cita scene di altre pellicole per prendersene gioco, come invece faranno per esempio i vari "Scary Movie", che proprio di "Scream" sono una degenerazione: e dire che "Scary Movie" era appunto il titolo di lavorazione del film di Craven) ma di un appassionato omaggio allo stesso genere cui appartiene, ovvero il filone dell'horror/slasher anni ottanta e novanta. Ne rilegge gli stilemi e gioca con i suoi cliché (la cittadina di campagna, l'ambientazione scolastica o giovanile, il killer in maschera), ma allo stesso tempo offre suspense, paura e divertimento fino all'ultima scena e riesce a creare situazioni e personaggi terrorizzanti che non sfigurerebbero nella galleria dei più significativi del genere: su tutti spicca naturalmente Ghostface, il killer con cappa nera, coltellaccio e maschera che ricorda l'Urlo di Munch (da cui il titolo del film, che fa riferimento anche alle cosiddette Scream queen, le reginette dei film dell'orrore), la cui vera identità rimane in dubbio fino alla fine, lasciando allo spettatore la possibilità di sospettare di ognuno (d'altronde, come viene spiegato, "c'è una formula standard, una formula semplicissima: sono tutti sospettati!"). La grande novità della pellicola, comunque, è quella di essere ambientata in un "mondo reale", dove i personaggi vedono i film horror e ne conoscono tutti i segreti, i luoghi comuni e gli stereotipi, sapendo dunque come ci si deve comportare in situazioni del genere. Memorabile, per esempio, il momento in cui uno dei personaggi (Randy, commesso in una videoteca ed esperto cinefilo con una passione particolare – inutile dirlo – per le pellicole dell'orrore) enuncia quali sono le "regole per sopravvivere in un film horror": non fare sesso (solo i vergini sopravvivono!), non ubriacarsi o drogarsi, e mai dire "Torno subito".

Craven si era già ampiamente tuffato nel metacinema con "Nightmare: Nuovo Incubo", il settimo film della saga di Freddy Krueger, dove si autocitava e ironizzava su sé stesso e sulla sua creatura: l'intera saga di "Scream" può essere considerata un ampliamento delle idee alla base di quella pellicola. Innumerevoli sono dunque le strizzatine d'occhio cinefile: i personaggi citano film come "Halloween", "Venerdì 13", "Carrie", "La casa", lo stesso "Nightmare" ("Ma solo il primo dava i brividi, i successivi non valevano niente!") e attori (disquisisendo su icone del genere come Jamie Lee Curtis, la scream queen per eccellenza), esprimono concetti metacinematografici ("Tutta la vita è un film, solo che non puoi scegliere il genere"; "Se questo fosse un film horror, sarei il primo sospettato") e derivano per l'appunto le proprie regole di comportamento dagli stessi film di cui sono appassionati, come se la storia che stanno vivendo fosse una sceneggiatura cinematografica ("Non devi mai chiedere 'Chi è?', non li vedi i film dell'orrore? Tanto vale chiedere di morire"). Ma c'è anche spazio per una difesa dell'horror da chi lo accusa di traviare i giovani: "Non dare la colpa al cinema. I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi!". L'intuizione di questo particolare approccio, così come gran parte del merito del risultato finale, è dello sceneggiatore Kevin Williamson, che in seguito ripeterà l'operazione con "The Faculty" di Robert Rodriguez, dove sostituirà al cinema dell'orrore quello della fantascienza degli anni cinquanta. Da notare che il successo di "Scream" contribuirà a ridare vigore e popolarità proprio allo slasher adolescenziale, genere che all'epoca molti davano ormai per finito e che negli anni immediatamente successivi ha ripreso quota con titoli come "So cosa hai fatto" o "Final destination".

Da cult l'incipit con Drew Barrymore nei panni della prima vittima del killer, che le telefona per mettere alla prova la sua conoscenza riguardo agli horror classici ("Come si chiamava l'assassino di Venerdì 13?"), una scena ansiogena e magistrale che sarà a sua volta citata e parodizzata più volte in altre pellicole (compreso gli "Scream" successivi!). Il tema del killer che telefona alle sue vittime prima di ucciderle, fra l'altro, rimarrà uno dei tratti più caratteristici di tutta la serie ("Qual è il tuo horror preferito?", è la sua domanda tipica). Ma tutto il roster dei personaggi di questo primo capitolo è ricchissimo: molti fanno naturalmente una brutta fine, mentre altri riusciranno a sopravvivere e saranno pronti a tornare nei sequel ("Dobbiamo sopravvivere per fare il seguito!", dicono alcuni esplicitamente): a fianco alla protagonista Sidney (Neve Campbell, nel ruolo più celebre della sua carriera) spiccano l'ambiziosa reporter d'assalto Gale Weathers (Courteney Cox) e il vicesceriffo bamboccione Dwight "Linus" Riley (David Arquette), il cui soprannome nella versione originale è "Dewey". Da notare che la Cox e Arquette, conosciutisi proprio sul set di "Scream", si sposeranno nel 1999, esattamente come saranno destinati a fare i loro personaggi: un altro esempio di vita reale che imita la finzione cinematografica. Completano il cast Skeet Ulrich (Billy, il tenebroso boyfriend di Sidney), Rose McGowan (l'amica Tatum), Matthew Lillard (lo sciroccato Stuart), Jamie Kennedy (il nerd Randy) e – in un gustoso cameo non accreditato – Henri Winkler nei panni del preside del liceo di Woodsboro, per ironia della sorte (stiamo pur sempre parlando di Fonzie!) insofferente alle intemperanze dei giovani e protagonista di un'imperdibile gag con il bidello Freddie Krueger. Geniale, nella sua assurdità, la trovata della videocamera che riprende la festa e invia le immagini con un ritardo di 30 secondi, impedendo a chi le guarda di scoprire cosa accade in tempo reale, così come sono al contempo terrorizzanti e comiche le colluttazioni dell'impacciato assassino con le sue vittime, durante le quali si sprecano botte e capitomboli. La colonna sonora di Marco Beltrami è impreziosita da un brano di Nick Cave ("Red right hand") che a sua volta diventerà una costante dell'intera serie.

16 maggio 2011

Source code (Duncan Jones, 2011)

Source code (id.)
di Duncan Jones – USA 2011
con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan
**1/2

Visto al cinema Uci Assago, con Hiromi.

Collegato a una straordinaria e avveniristica apparecchiatura, il pilota di elicotteri militari Colter Stevens ha la possibilità di trasferire la propria coscienza indietro nel tempo e nel corpo di Sean, una delle vittime di un catastrofico attentato terroristico, rivivendo così in continuazione i suoi ultimi otto minuti di vita a bordo di un treno per Chicago. Dovrà cercare di individuare la bomba e l'attentatore: a ogni fallimento, viene rimandato indietro per effetturare un nuovo tentativo. Dopo il suo brillante debutto con "Moon", Duncan Jones (alias Zowie Bowie) continua a frequentare la fantascienza "a sfondo umano" e sforna un altro film interessante, ricco di colpi di scena e di stimolanti suggestioni sull'identità e il destino, che unisce il tema della ripetizione temporale di "Ricomincio da capo" a quello dell'indagine poliziesca nello spazio-tempo di "Deja vu" (ma lo spunto del protagonista che si ritrova in un corpo altrui ricorda parecchio anche la serie televisiva "In viaggio nel tempo", alias "Quantum leap"). Il principio scientifico su cui si basa la vicenda è ovviamente del tutto implausibile, ma se si cominciano a mettere in questione le premesse del film non si va da nessuna parte. Nel finale, però, la pellicola cala di ritmo e perde qualche colpo: alla lunga il meccanismo si fa ripetitivo e il controfinale lieto è forse superfluo (perché la pellicola non è stata fatta terminare al momento del "fermo immagine"? Sarebbe stata una conclusione perfetta). Nel cast, più che Gyllenhaal o la Monaghan, brilla Vera Farmiga nei panni del tenente Goodwin, ufficiale di collegamento fra il protagonista e la sua missione.

14 maggio 2011

The beach (Danny Boyle, 2000)

The beach (id.)
di Danny Boyle – GB 2000
con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Un giovane americano (DiCaprio) in fuga dalla vita quotidiana e familiare, e una coppia di fidanzati francesi (Guillaume Canet e Virginie Ledoyen) che il primo ha conosciuto a Bangkok, scoprono l'esistenza di una spiaggia magnifica e incontaminata su un'isola al largo delle coste delle Thailandia, sulla quale si sprecano leggende e dicerie, e decidono di raggiungerla a nuoto. Peccato che metà dell'isola sia riservata alle coltivazioni di marijuana dei narcotrafficanti del "triangolo d'oro", mentre l'altra metà (quella con la spiaggia) sia già occupata da una comunità di ragazzi che come loro rifuggono dalle ipocrisie della civiltà, della tecnologia e del consumismo. I tre amici si uniscono comunque al gruppo, convinti di aver trovato il paradiso in terra: ma incomprensioni, risentimenti, invidie, passioni e litigi, per non parlare degli attacchi degli squali e delle minacce dei contadini, romperanno l'idillio e porteranno la "comune" alla rovina. Paesaggi da cartolina, suggestioni hippy fuori tempo massimo, atmosfere poco convincenti e sviluppi telefonati: forse il peggior film di Boyle (che era sbarcato a Hollywood sulla scia degli interessanti "Piccoli omicidi fra amici" e "Trainspotting", e che in futuro avrà comunque modo di riscattarsi e persino di vincere un Oscar!), un misto fra "Il signore delle mosche", "Apocalypse now" e la pubblicità di un villaggio vacanze. DiCaprio (in sostituzione di Ewan McGregor, che aveva litigato con il regista), ancora un po' acerbo ma reduce dal grande successo di "Titanic", è fra le cose migliori di una pellicola debole e puerile, che vanta anche interpreti di valore come Tilda Swinton (Sal, la leader della comunità) e Robert Carlyle (Duffy, lo sciroccato che dona a DiCaprio la mappa per raggiungere l'isola), purtroppo al servizio di personaggi piatti e stereotipati (su tutti, i due francesi).

11 maggio 2011

Picnic ad Hanging Rock (P. Weir, 1975)

Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)
di Peter Weir – Australia 1975
con Rachel Roberts, Dominic Guard
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Stefano.

Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse di un college privato dell'entroterra australiano si reca a fare un picnic ai piedi di Hanging Rock, antichissima formazione geologica e vulcanica nello stato di Victoria. In un'atmosfera di impalpabile sospensione (il tempo sembra fermarsi, passato e presente si compenetrano, la natura e gli animali rimangono in osservazione), accade qualcosa di inesplicabile: tre ragazze (la bellissima Miranda e le compagne Irma e Marion) e un'insegnante (l'anziana Miss Craw), attratte da una forza misteriosa, si arrampicano sulla roccia e scompaiono nel nulla. Le ricerche e le indagini della polizia non portano ad alcun risultato: ma una settimana più tardi, il giovane inglese Michael riuscirà in qualche modo a "riportare indietro" una delle ragazze, Irma. L'affascinante film di Weir, uno dei capolavori del suo periodo australiano, pone molte domande allo spettatore senza apparentemente fornire le risposte: il trascendente, l'ignoto e il mistero (perché sia Irma che Michael hanno le medesime ferite sulla fronte e sulle mani?) rimangono impenetrabili a chi non desidera o non è in grado di avvicinarvisi (come, nel film, fa la quarta studentessa, Edith, che sceglie di non attraversare la soglia). Ma una chiave di lettura è fornita dalla bellissima colonna sonora, che oltre alle sonorità inquietanti di Bruce Smeaton (più Bach, Mozart, Tchaikovsky e Beethoven, con l'adagio del concerto per pianoforte n. 5 che Weir riutilizzerà anche in un altro film ambientato in un college, "L'attimo fuggente") contiene temi eseguiti da Gheorghe Zamfir con il flauto di Pan: strumento non certo scelto a caso, visto che Pan era il dio della natura selvaggia, colui che rapiva le ninfe (e al quale erano consacrate le cime dei monti!). Le sue fattezze (corna e zampe di caprone) hanno ispirato nella nostra cultura quelle del diavolo, e difatti Hanging Rock può essere assimilata a una di quelle località, sparse un po' in tutto il globo, che tradizionalmente sono indicate come via d'accesso agli inferi: una voragine che inghiotte le persone (soprattutto le fanciulle: vedi Persefone!) e dove è possibile entrare in contatto – spirituale o fisico – con "l'altro mondo", oppure con la parte di questo mondo che normalmente non è visibile a tutti.

Che stiamo parlando di un "passaggio" lo dimostra anche la collocazione geografica (l'Australia era davvero "un altro mondo" per gli europei, segnatamente per gli inglesi come i protagonisti di questo film; anche se nella pellicola non sono presenti aborigeni – a differenza di un altro film di Weir di questo periodo, "L'ultima onda" – con l'eccezione di qualcuno che si intravede fra coloro che cercano le ragazze, è chiaro il collegamento con le "vie dei canti" e i sogni: lo suggeriscono, per esempio, la visione notturna di Michael che si trova dinnanzi Miranda trasformata in cigno, o il sogno dell'amico Albert in cui la sorella Sara giunge a salutarlo per l'ultima volta) e soprattutto quella temporale (siamo esattamente nel 1900, ovvero nel passaggio da un secolo a un altro). Pan è anche un dio fortemente legato alla sessualità: e dunque quella di queste ragazze, dall'aspetto verginale, vestite di bianco, è una vera e propria iniziazione, un rito di passaggio verso la maturità e l'età adulta. Miranda e le sue amiche vengono "chiamate" dalla natura (e nella natura ci si addentra a piedi nudi, senza il corsetto o vestiti ingombranti), guarda caso a mezzogiorno preciso ("l'ora di Pan"): "C'è un tempo e un luogo giusto perché ogni cosa abbia principio, e fine...". Eppure la ricchezza (anche visiva, oltre che di contenuti) del film sembra suggerire molti altri paralleli: notevole quello, avanzato da Giuliano nel suo blog, con "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll: la ragazza che sparisce in un buco, l'ambientazione vittoriana, gli orologi, la matematica, gli animali, i personaggi e i loro abiti (la direttrice della scuola ricorda davvero, anche nell'aspetto, la Regina di Cuori)... Ma l'intera vicenda può anche essere letta più semplicemente come una metafora del tema della scomparsa: che sia per eventi naturali o violenti, tutti prima o poi sono destinati ad andarsene, e quelli che rimangono devono fare i conti con la loro assenza (Weir ha dichiarato di essere stato molto colpito dalle testimonianze di coloro che avevano perduto i propri cari durante la prima guerra mondiale: e di molti, dispersi in battaglia e la cui sorte è rimasta sconosciuta, hanno inutilmente atteso il ritorno per anni e anni).

L'atmosfera onirica e soprannaturale si tinge dunque di concretezza (il sangue delle ferite, la presenza fisica delle rocce – che sembrano volti umani – e degli alberi, gli sguardi degli animali), la dolcezza e l'eterea figura delle ragazze contrastano con le rigide norme di comportamento dell'epoca vittoriana (della dura disciplina e dell'oppressione fra le quattro mure del college fa le spese soprattutto la fragile e sensibile Sara, orfana e indifesa, che vive in adorazione della compagna Miranda). Anche per questo, nonostante il tripudio di pizzi, abiti bianchi, fiori e poesie, il film non risulta assolutamente melenso, e al posto del sentimentalismo troviamo la suspense e – come abbiamo visto – una continua tensione sessuale (che si tratti di iniziazione o di repressione). A renderlo indimenticabile, oltre alla colonna sonora, ci sono l'eccellente regia, la splendida fotografia (molte sequenze sono incredibilmente pittoriche), i vertiginosi scenari e le intense interpretazioni (magnifica la galleria di volti delle protagoniste: "Miranda è un dipinto del Botticelli", dice l'istitutrice francese). Ai numerosissimi personaggi, anche quelli minori, rendono giustizia molti bravi attori: spiccano, fra i tanti, Rachel Roberts nei panni dell'autoritaria Miss Appleyard, la direttrice del collegio, e Anne Louise Lambert in quelli della bellissima Miranda (nome shakesperiano...), personaggio centrale nonostante compaia solo nella prima mezz'ora di film. Il romanzo originale di Joan Lindsay (e in parte anche il lungometraggio) lasciava intendere che la vicenda narrata fosse tratta da una storia vera, di cui però non vi è menzione nella stampa dell'epoca. Il successo del film (una delle prime pellicole australiane a raggiungere una certa notorietà internazionale) ha dato un forte impulso alla carriera del bravissimo regista. Nel 2018 dal romanzo di Lindsay è stata tratta anche una miniserie televisiva in sei episodi.