30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro... Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente degli Stati Uniti e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!", riferendosi appunto a "Stranamore").

Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro il complottismo (ante litteram!), la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

29 maggio 2009

Il cittadino si ribella (E. G. Castellari, 1974)

Il cittadino si ribella
di Enzo G. Castellari – Italia 1974
con Franco Nero, Giancarlo Prete
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

La città di Genova è scossa da un'ondata di crimini senza precedenti (molto bella la sequenza dei titoli di testa, con un susseguirsi frenetico di furti, effrazioni, rapimenti e sparatorie). Durante una rapina in banca, un tranquillo professionista (l'ingegner Carlo Antonelli) viene preso come ostaggio, umiliato e malmenato dai malviventi prima di essere rilasciato. Sconvolto dall'inerzia della polizia, che sospetta addirittura di collusione con i banditi, decide di indagare in prima persona, intrufolandosi nell'ambiente della criminalità per rintracciare i tre rapinatori. Ci riuscirà con l'aiuto di un giovane ladruncolo, ma attirerà su di sé la vendetta dei criminali e ne seguirà un bagno di sangue. Il secondo poliziottesco di Castellari dopo "La polizia incrimina, la legge assolve" è ovviamente è un film a tema che si iscrive a pieno titolo nel filone del cittadino che sceglie (o è costretto) di farsi giustizia da solo. Ma a differenza del "Giustiziere della notte" o di titoli simili, il protagonista è presentato come debole, maldestro e non privo di lati negativi, un benpensante borghese che si rivela violento e sanguinario quanto i criminali e riceve lezioni morali, di civiltà e di amicizia dal ladro che si sacrifica per lui. La scena in cui il mondo stesso della criminalità si attiva per rintracciare i tre rapinatori, colpevoli di aver attirato troppo l'attenzione della polizia, riecheggia addirittura "M" di Fritz Lang. La compagna del protagonista è Barbara Bach, il commissario è Renzo Palmer, mentre la colonna sonora, come in quasi tutti i film di Castellari, è dei fratelli De Angelis. Buona la regia, con inquadrature curate e un utilizzo espressionistico di ralenti, montaggio e movimenti di macchina.

28 maggio 2009

L'erba del vicino è sempre più verde (S. Donen, 1960)

L'erba del vicino è sempre più verde (The grass is greener)
di Stanley Donen – GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr
**

Visto in divx, con Marisa.

Una coppia di nobili inglesi (Grant e la Kerr), in ristrettezze economiche, ha trasformato il proprio castello in un museo aperto al pubblico. Un giorno, fra i turisti in visita, giunge un miliardario americano (Robert Mitchum) che si innamora della lady, ricambiato. Il marito, senza perdere il suo aplomb britannico, cercherà di riconquistare la consorte con l'aiuto di una vecchia amica (Jean Simmons) e del fedele maggiordomo (Moray Watson). Commedia alla Noël Coward, chiaramente ispirata a un lavoro teatrale (di Hugh Williams e Margaret Vyner), visto che è estremamente verbosa e si svolge (quasi) sempre fra le quattro mura del castello. Mi è parsa un po' scontata e non particolarmente avvincente, a dire il vero, nonostante gli interpreti. Ma probabilmente era da guardare in lingua originale, visto che molti giochi di parole si basano sulle differenze fra l'inglese britannico e americano. Divertenti i titoli di testa, con i protagonisti e la troupe impersonati da alcuni neonati.

27 maggio 2009

L'insolito caso di Mr. Hire (P. Leconte, 1989)

L'insolito caso di Mr. Hire (Monsieur Hire)
di Patrice Leconte – Francia 1989
con Michel Blanc, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto in DVD, con Marisa e Giovanni.

Tratto da un racconto di Georges Simenon e girato con stile lento e calligrafico (cui contribuiscono anche le musiche di Michael Nyman), è un thriller psicologico che ho trovato un po' ostico durante la visione, forse per la caratterizzazione introversa e disturbante del personaggio principale e per la totale assenza di leggerezza e ironia, ma che successivamente ho rivalutato. Il protagonista è un sarto parigino di mezza età, solitario e misantropo, che si invaghisce di Alice, la sua giovane dirimpettaia, e che trascorre le serate a osservarla segretamente dalla finestra. Quando la ragazza se ne rende conto, inizia a sospettare che l'ometto possa essere al corrente di un delitto compiuto dal suo fidanzato Emile e che lei ha aiutato a nascondere: decide così di approcciarlo, approfittando del suo amore per lei... Dietro una superficie tranquilla, la pellicola mette dunque in mostra sentimenti forti e contrastanti: l'amore assoluto di Hire per Alice, quello stereotipato fra Alice ed Emile, e quello interessato e fasullo di Alice per Hire. Poco importa, allora, che la sottotrama gialla sia relativamente prevedibile: quel che conta sono l'atmosfera e lo studio psicologico dei personaggi. Bravi i due attori principali. Nei panni del poliziotto che indaga sul delitto, invece, c'è il kaurismakiano André Wilms.

25 maggio 2009

La moglie del soldato (N. Jordan, 1992)

La moglie del soldato (The crying game)
di Neil Jordan – GB 1992
con Stephen Rea, Jaye Davidson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Jody (Forest Whitaker), un soldato di colore stanziato in Irlanda del Nord, viene sequestrato da un gruppo di terroristi dell'IRA che intendono usarlo come pedina di scambio per chiedere agli inglesi la liberazione di uno dei loro capi. Durante la prigionia Jody stringe amicizia con Fergus, uno dei suoi carcerieri, al quale chiede di recarsi a trovare la sua donna, Dil, dopo che lui sarà stato ucciso. Quando Fergus cerca di tranquillizzarlo ("Non è detto che ti uccideremo"), Jody commenta amaramente: "Non ne potrete fare a meno: è nella vostra natura". E proprio i temi dell'identità e della natura delle persone, esemplificati dalla celebre favola morale dello scorpione e della rana, sono al centro di questo magnifico film, senza dubbio il capolavoro di Neil Jordan, capace di sorprendere, di avvincere e di far riflettere: l'identità di chiunque è infatti complessa e sfaccettata, e per arrivare a comprendere la propria natura è necessario un lungo cammino, una sorta di evoluzione (si pensi alla frase di San Paolo citata da Fergus: "Quando ero bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato grande, non ho più ragionato da bambino..."). Ma se è difficile accettare sé stessi, capire gli altri è ancora più ostico a causa di condizionamenti sociali, ideologici, politici o sessuali: e alla fine di una persona si finiscono col vedere soltanto quegli aspetti che meglio si adattano ai pregiudizi che abbiamo già in partenza. L'osservazione superficiale e schematica porta così a dividere l'umanità, a seconda dei punti di vista, in buoni e cattivi, normali e anormali, perbene e criminali, occupanti e resistenti, tutori dell'ordine e terroristi, vittime e sfruttatori, amanti e amici, uomini e donne, perdendo di vista le sfumature. Eppure Jung affermava che in ogni uomo è presente una parte femminile, e in ogni donna una parte maschile; e lo stesso concetto si ritrova nel simbolo dello yin e dello yang.

Spesso la ricerca della propria identità porta a una strada senza uscita (Jude, interpretata da Miranda Richardson, è ormai così calata nel ruolo di guerrigliera da usare la propria femminilità soltanto al servizio della causa; nonostante sfrutti le proprie forme per attirare Jody in trappola, non si vede più come una donna: "ho cambiato look perché volevo un aspetto più duro"). D'altra parte, le semplici apparenze ingannano: un terrorista omofobico (la scena in cui Fergus deve aiutare Jody a espletare le sue funzioni corporali è fondamentale e anticipatrice!) può rivelarsi un individuo sensibile e aperto, così come una persona fragile, in cerca di identità e di amore ("Uno è appena un po' gentile con me, e sono tutta sua" dice Dil), può esprimere sicurezza e spavalderia dietro vesti particolari e risultare invece invece spersa e spaesata dopo un semplice taglio di capelli e un cambio d'abiti.
Naturalmente il lungometraggio è diventato celebre per l'inaspettato colpo di scena a metà pellicola, al punto da essere ormai un titolo regolarmente citato (al fianco de "I soliti sospetti", "Il sesto senso" e "Fight club") quando si parla di pellicole caratterizzate da un plot twist folgorante. Ma sebbene la sceneggiatura (premiata con l'Oscar) sia costruita in modo tale da arrivare a stupire lo spettatore in quel particolare momento, il film mantiene la propria forza e validità anche se lo si guarda conoscendo già il "segreto" di Dil (che da allora, peraltro, è stato rivelato e spoilerato in numerosi altri film, serie televisive e fumetti).
Il titolo originale della pellicola è quello della canzone che si sente nel film in tre versioni diverse: in quella cantata nel locale da Dil (in realtà da Kate Robbins), in quella originale di Dave Berry su una vecchia musicassetta, e in quella di Boy George nei titoli di coda. Ma la bella colonna sonora comprende anche pezzi come "When a man loves a woman" e "Stand by your man".

22 maggio 2009

Star Trek (J.J. Abrams, 2009)

Star Trek - Il futuro ha inizio (Star Trek)
di J.J. Abrams – USA 2009
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin e Gabriele.

Revisione/reboot di una delle più classiche serie di fantascienza della tv americana, virata in chiave blockbuster, adolescenziale e antifilosofica da un regista-produttore-sceneggiatore di chiaro stampo televisivo (è quello di "Lost", di cui non sono mai riuscito a vedere più di due minuti, e sto esagerando per eccesso). Tolta gran parte della profondità e della suggestione allo scenario e ai personaggi originali, Abrams li "modernizza" e li ringiovanisce (il film racconta del primo incontro e della prima missione di Kirk, Spock & Co.) adeguandoli al gusto del pubblico odierno, con il risultato di farne quasi una parodia involontaria. E come se non bastasse, con la trovata di un viaggio indietro nel tempo da parte dei cattivi (e dello Spock originale, interpretato ancora una volta dall'anziano Leonard Nimoy), crea una biforcazione temporale che di fatto gli consente un "reset" narrativo di tutte le loro avventure, senza dubbio con il solo scopo di poter produrre in seguito una nuova versione della serie classica, cinematografica o – molto più probabilmente – televisiva. Ne risulta un film d'intrattenimento leggero e fracassone che, intendiamoci, si lascia anche guardare con relativo piacere. Ma quello che si guadagna in spettacolarità (gli effetti speciali digitali, comunque, non sorprendono più e testimoniano solo della cospicuità del budget a disposizione) e appeal verso un pubblico più giovane, si perde però in spessore, introspezione e soprattutto gusto per l'esplorazione dello spazio (in barba al titolo della serie), al punto che la celebre frase "Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise...", declamata solo nel finale, sembra quasi fuori posto, visto che la pellicola ha mostrato flirt, battaglie e scontri gerarchici, ma mai curiosità verso l'ignoto, desiderio di conoscenza, avventura, misteri e viaggi "là dove nessuno è mai giunto prima". Insomma, la frase simbolo del film potrebbe benissimo essere "Let's kick some Romulan ass" (pronunciata davvero da uno dei personaggi, non sto scherzando). A questo punto c'era più sincerità in un film grottesco e satirico come "Starship troopers", o più sense of wonder in una parodia dichiarata come "Galaxy Quest", titoli decisamente migliori di questo.

L'inizio della pellicola è disastroso, tra scene madri inutilmente iperdrammatiche (la nascita di Kirk su un'astronave che sta per essere distrutta, con tanto di genitori che non solo non ne conoscevano ancora il sesso ma che in nove mesi non hanno mai avuto il tempo di discutere su quale nome dargli; lo stesso Kirk in versione "bambino ribelle" che guida un'auto d'epoca verso un precipizio e viene arrestato da uno pseudo-Robocop, uscito forse da "Judge Dredd") e sequenze purtroppo immancabili in ogni teen movie liceale che (non) si rispetti (Spock che affronta tre bulletti vulcaniani che lo sfottono perché sua madre è terrestre; la rissa nel bar, prodromo all'assurdo triangolo sentimentale fra Kirk, Spock e Uhura, di cui certo non si sentiva la mancanza!). Poi, quando si sale finalmente a bordo dell'Enterprise, le cose migliorano, ed è anche divertente vedere come gli sceneggiatori (re)introducano uno a uno tutti i membri dell'equipaggio storico in versione "ggiovane", fra gag dall'ingenuità quasi commovente, scazzottate in plancia, dinamiche semplicistiche e caratterizzazioni da barzelletta (vedi Checov o Scott). Ci sarebbe da stendere un velo pietoso, invece, sui cattivi (e sulle loro motivazioni), un gruppo di romulani con l'aspetto da mafiosi russi in trench e con tanto di tatuaggi, che pur possedendo un'arma in grado di creare buchi neri e di far sparire interi pianeti restano con le mani in mano per venticinque anni per poi farsi fregare da una coppia di ragazzini. E non parliamo delle assurdità scientifiche, in quantità decisamente insolita per un film di Star Trek, dove almeno la coerenza interna non era mai mancata e dove la "fanta" non aveva mai preso un tale sopravvento sulla "scienza" (buchi neri la cui attrazione gravitazionale si accende e si spegne a seconda delle esigenze di sceneggiatura; mostri alieni che non sanno muoversi nemmeno nell'ambiente in cui si sono evoluti; persone teletrasportate mentre erano in caduta libera e che perdono – chissà come – la propria energia cinetica; e così via: a proposito, davvero brutto il nuovo effetto grafico e "filamentoso" del teletrasporto). La regia è anonima, ovviamente televisiva, non solo con poche idee e scarsa personalità (difficile ricordare momenti originali o sequenze degne di nota) ma anche confusa (l'abuso della camera a mano durante le scene d'azione serve forse per camuffare il fatto che sulla plancia delle astronavi nessuno abbia le cinture di sicurezza) e mal supportata da una fotografia che spara riflessi ed effetti luminosi e stroboscopici negli occhi dello spettatore dall'inizio alla fine. E anche il cast non lascia una particolare impressione, con interpreti scelti più per la loro somiglianza con gli attori originali che per le capacità recitative (l'unico "vero" attore è Simon Pegg, nella parte di Scott, ma la sua verve comica c'entra come i cavoli a merenda; irriconoscibili invece Winona Ryder ed Eric Bana in ruoli marginali). In conclusione, cosa pensare di questo film? Vogliamo dargli una sufficienza stiracchiata, visto che che comunque come pellicola d'intrattenimento funziona? Diamogliela. Ma nulla di più.

21 maggio 2009

La polizia incrimina, la legge assolve (E. G. Castellari, 1973)

La polizia incrimina, la legge assolve
di Enzo G. Castellari – Italia 1973
con Franco Nero, Fernando Rey
**

Visto in DVD, con Martin.

Il vicecommissario Belli indaga a Genova su una banda di spacciatori di droga, i cui capi si annidano fra gli industriali più ricchi e potenti della città. I gangster non esitano ad ammazzare a sangue freddo i superiori e persino i familiari di Belli, ma questi trova un alleato nel boss di un'altra banda di Marsiglia che usa metodi più "vecchio stile". Considerato uno dei capostipiti del poliziottesco all'italiana, di cui ha contribuito a codificare gli stereotipi, non è altro che un onesto film di genere, piuttosto cruento ma senza particolari motivi di interesse. Se la sceneggiatura non eccelle, il cast però è soddisfacente (James Whitmore dà vita a un caparbio commissario, Duilio Del Prete e Silvano Tranquilli sono i "cattivi" fratelli Griva, mentre Fernando Rey è stato ingaggiato probabilmente per la sua interpretazione di un gangster marsigliese ne "Il braccio violento della legge") e alcune soluzioni di regia anche, come le inquadrature riflesse negli specchi d'acqua o nelle lenti degli occhiali dei cattivi, oltre all'uso cospicuo, nel montaggio, di frasi e immagini in funzione di flashback. Bello anche l'inseguimento iniziale sulle strade della riviera ligure. Fuorviante invece il titolo, visto che di aspetti o temi giudiziari nella sceneggiatura non c'è proprio traccia. La traccia audio del dvd K-storm è piuttosto rovinata.

19 maggio 2009

Il sepolcro indiano (Fritz Lang, 1959)

Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**

Visto in DVD, con Marisa.

Nel secondo episodio del dittico indiano di Lang (che negli Stati Uniti venne distribuito come un unico film, in una versione tagliata, rimontata e intitolata "Journey to the Lost City") proseguono le avventure dell'architetto Harald Berger e della danzatrice Seetha. Catturati dagli uomini del maharaja Chandra, i due amanti sono ricondotti al palazzo di Eschnapur, dove Berger viene imprigionato nelle caverne sotterranee. Il perfido fratello di Chandra, che sta organizzando un colpo di stato, persuade il maharaja a perdonare Seetha e a prenderla in moglie, convinto che il matrimonio con una mezzosangue (il padre della danzatrice era europeo) scatenerà la ribellione del popolo e dei sacerdoti. Nel frattempo la sorella di Berger e suo marito, anch'egli architetto, cercano di scoprire il luogo dove questi è tenuto prigioniero. Gran parte del film, complessivamente meno avvincente del capitolo precedente, si svolge fra cunicoli e tunnel sotterranei, e i protagonisti del primo episodio hanno un ruolo decisamente meno attivo. A parte un paio di scene che riguardano Seetha (quella in cui supplica Shiva di intervenire in suo aiuto, e immediatamente un ragno tesse la sua tela davanti all'imbocco della caverna dove la ragazza si nasconde, convincendo così gli inseguitori che la grotta sia vuota; e la famigerata danza di fronte al cobra velenoso, talmente audace e sensuale da essere stata censurata nella versione italiana), la sceneggiatura si sofferma infatti soprattutto sul maharaja Chandra (il cui personaggio assume nel finale una dimensione spirituale) e sul complotto ai suoi danni. La caverna in cui vengono rinchiusi i lebbrosi ricorda l'esilio sotterraneo degli operai di "Metropolis", mentre la loro fuga e le loro movenze sembrano anticipare quelle degli zombi di Romero. Nel complesso la doppia pellicola intrattiene ma non esalta, anche se sono comunque apprezzabili il fascino ingenuo per l'avventura esotica, la struttura seriale, l'ambientazione in un'India irreale e stereotipata, e le scenografie (tanto quelle "fasulle", come il tempio o le grotte di cartapesta, quanto quelle reali).

La tigre di Eschnapur (Fritz Lang, 1959)

La tigre di Eschnapur (Der Tiger von Eschnapur)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Nel 1921, ancora sconosciuto e a inizio carriera, Lang progettò di realizzare un film di avventure esotiche tratto dal romanzo "Das indische Grabmal" di Thea von Harbou. Stese il copione insieme alla scrittrice (che sarebbe poi diventata sua moglie e sceneggiatrice di fiducia), ma il progetto gli venne tolto dal produttore Joe May che preferì girarlo di persona (la pellicola uscì divisa in due episodi, come si usava spesso a quei tempi). Soltanto nel 1959, alla fine della sua carriera e dopo i tanti bei film realizzati negli Stati Uniti, Lang ebbe l'opportunità di riprendere in mano la storia originale e di farne una versione personale, distribuita come la precedente in due parti, "La tigre di Eschnapur" e "Il sepolcro indiano" (per la cronaca, è da segnalare anche l'esistenza di un primo remake sonoro di Richard Eichberg del 1938, quando Lang era già fuggito dalla Germania nazista). Non stupisce dunque che il dittico langhiano appaia come un film fuori dal tempo, ingenuo e fumettoso con la sua fotografia colorata, i personaggi bidimensionali e i cliffhanger da prodotto seriale, anche se per certi versi anticipa persino il cinema degli anni ottanta (alcune sequenze e le ambientazioni lo fanno sembrare un film di Indiana Jones ante litteram: da notare però che anche il personaggio di Lucas e Spielberg si rifaceva a sua volta all'immaginario dei pulp magazines d'anteguerra). Il protagonista è l'architetto tedesco Harald Berger, invitato in India dal giovane e ricco maharaja di Eschnapur affinché costruisca nuovi edifici nei suoi territori. Durante il viaggio Berger salva la danzatrice Seetha dall'assalto di una tigre selvaggia, e i due si innamorano reciprocamente. Ma anche il maharaja ha messo gli occhi sulla ragazza, e intende sposarla: quando la loro tresca viene scoperta, Berger e Seetha devono fuggire dal palazzo e inoltrarsi nel deserto. Scenografie monumentali (memorabile soprattutto il tempio dove la sensuale Debra Paget danza davanti a un'enorme statua di divinità femminile), scenari esotici, belve feroci, amori immortali, oscuri complotti (il maharaja deve guardarsi da parenti e cortigiani che tramano per usurpare il suo trono): tutto concorre a farne un film godibile e avvincente, benché semplice, ingenuo e certamente lontano dalle vette più alte del cinema langhiano.

17 maggio 2009

Riverworld (K. Skogland, 2003)

Riverworld - Il popolo del fiume (Riverworld)
di Kari Skogland – USA/Canada 2003
con Brad Johnson, Jonathan Cake
*1/2

Visto in divx.

È l'episodio pilota (trasformato poi in tv movie e trasmesso dal canale satellitare Sci Fi) di una serie televisiva mai realizzata, ispirata al bellissimo ciclo di romanzi de "Il mondo del fiume" di Philip J. Farmer. Pessimo però l'adattamento, che banalizza non poco i concetti filosofici di Farmer, ne elimina ogni suggestione (per non parlare della suspense) e vi aggiunge scene d'azione e di combattimento che sembrano uscite da "Xena". Il protagonista, che nei romanzi è Richard Burton (l'avventuriero britannico, non l'attore!), è sostituito da un anonimo e stereotipato astronauta americano con il mascellone, interpretato da un attore mediocre; meno grave invece che il cattivo, anziché Giovanni Senza Terra, sia l'imperatore Nerone (ma stendiamo un velo pietoso sulla verosimiglianza storica del personaggio). Lo scenario ideato da Farmer resta comunque affascinante: tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra, provenienti da ogni epoca, risorgono dopo la loro morte e si ritrovano misteriosamente ringiovaniti sulle rive di un fiume immenso, circondato da montagne invalicabili su un pianeta sconosciuto. Personaggi famosi (Alice Liddell, Samuel Clemens), sconosciuti (un polacco morto ad Auschwitz, un'improbabile – ma sexy – sacerdotessa-amazzone africana) ed enigmatici (un alieno di Tau Ceti, una bambina muta) si alleano per risalire il fiume a bordo di un battello (il film copre più o meno gli eventi dei primi due romanzi, "Il fiume della vita" e "Alle sorgenti del fiume"). Ma nella piatta sceneggiatura molti dettagli non tornano, a partire dalla presenza dei cavalli e dalla rapidità con cui si riformano le varie civiltà, mentre i misteri che caratterizzavano la saga originale vengono appena abbozzati (d'altronde questo avrebbe dovuto essere soltanto un assaggio). Pare che nel 2009 ci sarà un nuovo tentativo di trasformare i romanzi in un prodotto televisivo, con un concept che agli appassionati di serie come "Lost" non dovrebbe dispiacere.

16 maggio 2009

Tra le pietre grigie (K. Muratova, 1983)

Tra le pietre grigie (Sredi serykh kamnej)
di Kira Muratova – URSS 1983
con Igor Shaparov, Oksana Shlapak
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un severo giudice, ossessionato dalla morte della moglie, si trasferisce con i figlioletti in una fatiscente villa di campagna che un tempo era appartenuta a un conte. Attorno alla casa, nei giardini e fra le rovine di un'antica chiesa, si aggira un gruppo di vagabondi, folli e straccioni: fra loro, oltre a ex generali, aristocratici e intellettuali che ormai sopravvivono rubando e mendicando, ci sono anche quelli che un tempo erano i servitori del conte. Vasya, il figlio del giudice, stringe amicizia con il giovane Valek e con la piccola Marusia, una bambina che ben presto si ammala perché "le pietre grigie succhiano la vita". Con lentezza tarkovskiana, la pellicola affronta temi di natura sociale quali il contrasto fra povertà e rispetto della legge, l'onestà e la necessità, la proprietà e il furto, il destino e le differenze di classe, con i bambini pronti a superare le barriere che tengono invece separati i mondi degli adulti. Proprio il piccolo Vasja, che ruba la bambola della sorella per donarla alla febbricitante Marusia, favorirà una sorta di comprensione fra i senzatetto e il giudice, e aiuterà anche il padre a scuotersi dal suo torpore. Girato presso Odessa, il film avrebbe subito forti tagli da parte della censura dell'URSS, al punto che la Muratova ha fatto togliere il proprio nome dai titoli sostituendolo con lo pseudonimo di Ivan Sidorov. Ma oggi la critica alla società sovietica pare meno interessante degli aspetti puramente cinematografici, immagini e atmosfere comprese. Dopo una prima mezz'ora snervante e difficile da seguire, il film cresce di significato e di intensità: però non mi ha lasciato con la voglia di recuperare altri lavori della regista. Belle comunque le scene dove la bambina abbraccia la bambola, con l'una che è quasi una copia dell'altra.

15 maggio 2009

Ultimo domicilio conosciuto (J. Giovanni, 1970)

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu)
di José Giovanni – Francia/Italia 1970
con Lino Ventura, Marlène Jobert
***

Visto in divx, con Marisa.

L'esperto e decorato ispettore Leonetti, trasferito in un commissariato di periferia per aver pestato i piedi a un "potente", e la giovane ausiliaria Jeanne, al suo primo incarico, devono rintracciare in pochi giorni un importante testimone in un processo per omicidio, che si è reso irreperibile da anni e che sembra svanito nel nulla. L'indagine – snervante e minuziosa – andrà a buon fine, ma le conseguenze saranno amare. È il primo film di Giovanni che vedo, su consiglio di Ale: si tratta di un poliziesco insolito, tutto incentrato su una lunga caccia all'uomo in una Parigi caotica e mastodontica che sembra inghiottire le persone e le loro storie senza lasciarne traccia. Più che per la trama gialla, in fondo lineare e schematica (ma il finale dona spessore a tutta la vicenda), la pellicola merita di essere vista per la regia tesa e dettagliata, aiutata da un montaggio efficace; per la bella colonna sonora, che accompagna con ostinazione spostamenti e interrogatori; e soprattutto per la caratterizzazione dei due personaggi principali, antitetici e complementari: il granitico detective è ormai stanco e disilluso, talmente inserito nel sistema da non essere più in grado di ribellarsi alle sue storture, mentre la giovane volontaria, inizialmente ricca di speranze e di entusiasmo, si lascia coinvolgere dal lato più umano dell'indagine ma deve poi fare i conti con la manipolazione e il cinismo della propria professione. Anche per questo motivo, i due – che nel corso dell'indagine si avvicinano gradualmente l'uno all'altra – non potranno che respingersi irrimediabilmente.

13 maggio 2009

State of play (K. Macdonald, 2009)

State of play (id.)
di Kevin Macdonald – USA 2009
con Russell Crowe, Ben Affleck
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Paola.

Un giornalista vecchio stampo del "Washington Globe" (Crowe, ingrassato e trasandato), aiutato da una giovane blogger alle prime armi (la bella Rachel McAdams), indaga sulla morte sospetta della collaboratrice di un politico rampante (Affleck, il meno convincente del cast). Quest'ultimo, legato al reporter da un'amicizia di antica data, sta mettendo sotto inchiesta una potente impresa di sicurezza privata, contractor della difesa statunitense: ma le voci di una sua relazione clandestina con la ricercatrice defunta rischiano di mettere a repentaglio la sua carriera. Thriller vecchio stampo e di buona fattura che si iscrive nel ricco filone del giornalismo americano d'inchiesta (è quasi una versione aggiornata di "Tutti gli uomini del presidente": non a caso qua e là fa capolino la parola Watergate), ispirato a una miniserie televisiva che non avevo mai sentito nominare. Gli attori, chi più chi meno, sono bravi (ci sono anche Robin Wright Penn, la moglie del politico, ed Helen Mirren, l'arcigna caporedattrice), la sceneggiatura scorre senza scossoni, la regia e la fotografia si mettono al servizio della storia. Non mancano riflessioni sul declino del giornalismo tradizionale (il quotidiano cartaceo è in crisi di vendite, mentre il sito web è sulla cresta dell'onda), sullo scontro fra i diversi modi di lavorare del reporter e del blogger, e sugli interessi economici – prima ancora che politici – dietro ai temi della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ma è anche un film privo di guizzi particolari, uno di quelli che piacciono mentre li si sta guardando (e di questi tempi è già qualcosa) ma che non lasciano poi molto a visione terminata. Il suo maggior pregio, in fondo, è quello di non avere grandi difetti.

12 maggio 2009

Il passato è una terra straniera (D. Vicari, 2008)

Il passato è una terra straniera
di Daniele Vicari – Italia 2008
con Elio Germano, Michele Rondino
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Giovane di buona famiglia, a un passo dalla laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e fidanzato con una ragazza perbene, il barese Giorgio conosce a una festa il misterioso e tenebroso Francesco e si lascia trascinare da lui in un mondo più oscuro, fatto di partite a poker, imbrogli, delinquenza, droga, sesso e violenza: un'escalation drammatica che porterà alla luce il suo lato peggiore. Quando tutto sarà tornato normale, però, quell'esperienza sembrerà soltanto una breve parentesi, come un viaggio in una terra straniera "dove le cose si fanno in maniera diversa" (il titolo è una citazione da L. P. Hartley) e che si tende a dimenticare una volta tornati a casa... Tratto da un romanzo di Gianrico Carofiglio, è un noir convincente e parecchio distante dai consueti buonismi del cinema italiano, un film che scava nella psiche del protagonista mostrandone l'insoddisfazione per la propria vita borghese e le pulsioni verso un'esistenza trasgressiva e violenta che l'incontro con Francesco non fa altro che catalizzare. L'amicizia fra i due è intensa e contrastata, fino a raggiungere il punto di rottura. Anche se la corsa di Giorgio verso il baratro si arresta, al contrario di quella dell'amico, al ragazzo manca però un vero riscatto finale: il rientro nei ranghi, con la coda fra le gambe, è motivato dai propri sensi di colpa e non da una crescita interiore, al punto che il fugace incontro in tribunale con la ragazza che gli riporta alla mente la sua vita passata lo lascia scosso e inebetito, come se si trovasse di fronte a un fantasma che sperava di aver rimosso. Bella l'ambientazione, discreti gli attori e buona la confezione.

11 maggio 2009

Eagle shadow fist (Zhu Mu, 1973)

Eagle shadow fist, aka Fist of anger (Ding tian li di)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Wong Ching, Jackie Chan
*

Rivisto in VHS, in inglese.

Da non confondere con "Snake in the eagle's shadow" (il film di Yuen Woo-ping che nel 1978 ha definitivamente lanciato Jackie Chan e il suo kung-fu comico), questa pellicola vede il buon Jackie – all'epoca solo diciassettenne – come semplice comprimario, nonostante sia stata poi ridistribuita in home video facendo credere che ne fosse invece il protagonista. Ambientato durante il periodo dell'occupazione giapponese in Cina, il film racconta di un ex attore del teatro cinese (Wong Ching) che si ribella alle truppe nipponiche che spadroneggiano in un villaggio (e che se la prendono naturalmente con anziani, donne e bambini). Mediocre e noioso sotto tutti i punti di vista, con combattimenti fiacchi benché si faccia grande spreco di sangue finto e di effetti sonori ridicoli, può interessare relativamente soltanto i completisti di Jackie: fra l'altro è una delle pochissime pellicole in cui il nostro muore, e per di più già a metà film.

9 maggio 2009

Un volto nella folla (Elia Kazan, 1957)

Un volto nella folla (A face in the crowd)
di Elia Kazan – USA 1957
con Andy Griffith, Patricia Neal
***1/2

Visto in DVD, con Marisa.

La conduttrice di un programma radiofonico trasmesso da una piccola stazione dell'Arkansas, "Un volto nella folla", scopre il talento di un giovane cantante incarcerato, "Lonesome" ("Solitario") Rhodes, e lo rende protagonista di una trasmissione dove può parlare a ruota libera. Semplice, diretto, spontaneo e senza peli sulla lingua, Rhodes diventa l'idolo degli ascoltatori, prima della sua cittadina e poi di tutto lo stato. Ben presto fa il gran salto in televisione (che in quegli anni stava rapidamente sostituendo la radio nelle preferenze degli americani), trasferendosi a New York come conduttore di uno show tutto suo e affermandosi anche come influente testimonial pubblicitario. Dopo aver accresciuto a livelli smisurati la propria popolarità in tutta la nazione, viene assunto come consulente di un rampante politico di destra che si prepara a lanciare la sua candidatura come presidente degli Stati Uniti. Ma la stessa donna che lo aveva scoperto, Marcia, disgustata dalla sua trasformazione in un ipocrita megalomane (per ambizione ha anche rinunciato al proprio amore per lei, preferendo sposare una giovane majorette), distrugge la sua carriera lasciando volontariamente aperti i microfoni al termine di uno show e facendo in modo che gli spettatori ascoltino quello che lui pensa veramente di loro, ossia che non sono altro che idioti manipolabili con le parole e il carisma. Un film sul potere dei mass media, talmente in anticipo sui tempi che sembra quasi incredibile che risalga al 1957: è ancora attuale e moderno, e se uscisse oggi in molti ci vedrebbero riferimenti diretti a protagonisti della scena politica e pubblica odierna. Non si tratta infatti semplicemente del racconto dell'ascesa e caduta di un personaggio, quanto di un'acuta analisi sul populismo e sul ruolo della televisione e della pubblicità nell'influenzare non solo le opinioni delle persone ma persino i loro sentimenti. Sebbene la sceneggiatura di Budd Shulberg possa in parte ricordare alcuni film di Frank Capra (come "Arriva John Doe") e certi temi erano già apparsi in quegli anni (per esempio ne "La ragazza del secolo" di George Cukor), il concetto di sfruttare il marketing e la tv per condizionare le masse e per fare fortuna in politica non era mai stato presentato al cinema in maniera tanto esplicita e dirompente (a un certo punto Rhodes dice che per conquistare i voti degli elettori non servono programmi e idee ma "slogan pubblicitari, barzellette e belle ragazze": vi ricorda qualcuno?). Griffith era al suo debutto sul grande schermo, prima di fare fortuna – ironicamente – proprio in televisione. Nel cast anche Lee Remick (la giovane moglie di Rhodes, anche lei esordiente), Walter Matthau (lo scrittore intellettuale) e Anthony Franciosa (il manager opportunista).

8 maggio 2009

Arahan (Ryoo Seung-wan, 2004)

Arahan - Potere assoluto (Arahan jangpung daejakjeon)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2004
con Ryoo Seung-beom, Yoon So-yi
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Un poliziotto goffo e ingenuo viene addestrato da un gruppo di anziani maestri di Tai Chi (che dietro l'aspetto dimesso sono in realtà i superstiti dei leggendari Sette Maestri del Taoismo) per sviluppare le proprie capacità latenti, raggiungere l'illuminazione e sconfiggere un loro ex compagno che intende conquistare il potere assoluto e dominare il mondo. Insolito film di arti marziali che sembra quasi un "wuxiapian urbano", caratterizzato da uno strano squilibrio fra la prima parte, decisamente scanzonata e autoironica, e la seconda, che invece lascia più spazio all'azione seria. L'avevo visto anni fa, al MIFED, e ne avevo apprezzato l'ambientazione quotidiana e il tono "scaled down", con i grandi maestri che utilizzano i loro (super)poteri in contesti del tutto prosaici, come la levitazione per cambiare le lampadine, e si guadagnano da vivere con cartomanzia e televendite. Doppiato in italiano, a dire il vero, l'umorismo appare un po' fiacco, mentre resta intatto il fascino da videogioco del combattimento finale. Il protagonista è il fratello del regista, del quale ho già visto anche la divertente tarantinata "City of violence".

6 maggio 2009

Giovani, carini e disoccupati (B. Stiller, 1994)

Giovani, carini e disoccupati (Reality bites)
di Ben Stiller – USA 1994
con Winona Ryder, Ethan Hawke
**

Visto in divx, con Marisa, Monica e Roberto.

Gli amori, le amicizie, le esperienze e le insicurezze di un gruppo di giovani neolaureati, nella Houston degli anni novanta, che si dibattono faticosamente tra lavoretti precari e licenziamenti, speranze e delusioni: il tutto è narrato in modo cinico e frammentario, con uno stile a metà tra la sitcom e il documentario. L'esordio cinematografico di Ben Stiller come regista è piuttosto distante dalla comicità da Saturday Night Live che lo caratterizza ancora oggi. Il film non è brutto, ma a distanza di un decennio appare già datato e un po' noioso, con personaggi che guardano solo al proprio ombelico e sembrano ben poco interessati ad aprirsi al mondo esterno. La cosa più interessante è il cast: Winona Ryder, la vera protagonista della pellicola, è Lelaina, una ragazza che sogna di diventare documentarista, lavora come assistente in un talk show televisivo e nel frattempo riprende con la videocamera la vita dei suoi amici; Ethan Hawke è Troy, cantante in un gruppo rock, incapace di tenersi un lavoro e innamorato da sempre di Elaine; Janeane Garofalo è Vickie, coinquilina di Elaine, commessa in un grande magazzino e terrorizzata dall'idea di avere l'AIDS; Steve Zahn è Sammy, amico di Troy e intenzionato a confessare ai propri genitori di essere gay; Ben Stiller, infine, è Michael, un giovane dirigente di un canale televisivo in stile MTV, l'unico a non far parte inizialmente del gruppo di amici, visto che appartiene di fatto a un altro mondo, quello degli yuppie. Il ritratto della "generazione X" che esce dalla pellicola è cinico e non consolatorio, ma anche troppo filosofico e chiuso in sé stesso per riuscire a coinvolgere quegli spettatori che non hanno già in partenza una particolare affinità con i personaggi e la loro introspezione. Non a caso si fa leggermente più interessante quanto i riflettori si spostano dai problemi esistenziali/lavorativi a questioni più universali come i conflitti amorosi, con il triangolo fra Elaine, Troy e Michael.

5 maggio 2009

Non rimpiango la mia giovinezza (A. Kurosawa, 1946)

Non rimpiango la mia giovinezza (Waga seishun ni kuinashi)
di Akira Kurosawa – Giappone 1946
con Setsuko Hara, Susumu Fujita
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il quinto film di Kurosawa è anche il primo che il regista giapponese ha potuto girare con una certa libertà creativa (sebbene alla censura dei nazionalisti nipponici si fosse sostituita quella degli occupanti americani), e affronta in chiave del tutto individualistica i contrasti del periodo storico-politico immediatamente precedente alla seconda guerra mondiale. La pellicola si apre infatti nel 1933, quando il governo militarista comincia a reprimere i diritti nelle università giapponesi, suscitando la protesta degli insegnanti e degli studenti più liberali. La frivola e superficiale Yukie, figlia di un professore di scienze politiche di Kyoto, è corteggiata da due studenti di suo padre, il socialista Noge e il conservatore Itokawa. Sposerà il primo che però, diventato nel frattempo un dissidente clandestino, verrà arrestato e morirà in prigione. Finalmente con un obiettivo da seguire, quello di vivere una vita "che non possa essere rimpianta", Yukie sceglie di rinunciare alle comodità borghesi e di trasferirsi dai suoceri, una coppia di anziani e poveri contadini emarginati ormai da tutto il loro villaggio, bollati come "la famiglia della spia" e considerati dunque traditori della patria. La forza di volontà della ragazza, che lavora nelle risaie giorno e notte e non si ferma nemmeno di fronte alla distruzione delle coltivazioni da parte degli altri contadini, riuscirà a restituire la dignità ai genitori di Noge e a riabilitare la figura e i valori morali del marito. Nonostante il soggetto "a tema", che in mano a un autore meno abile avrebbe potuto rappresentare una palla al piede, il film riesce a mantenersi fuori dai confini dell'ideologia e ad affrontare la vicenda con spontaneità. Ha i suoi punti di forza nel sincero ritratto della protagonista (interpretata dall'ottima Setsuko Hara, in seguito "musa" di Ozu), una donna che acquisisce gradualmente una coscienza sociale ma che anziché convertirsi in una militante preferisce dedicarsi a un'esistenza semplice e degna di essere vissuta (un concetto, quello dell'automiglioramento, molto giapponese), e nel disinvolto linguaggio cinematografico di Kurosawa, che risalta soprattutto nella seconda parte, dove le potenti immagini che descrivono la dura vita nelle risaie contrastano notevolmente con lo stile più classico della prima. Interessante anche l'uso delle canzoni: i canti spensierati degli studenti sulla primavera lasciano il posto prima a quelli antifascisti e poi alle marce militari, per tornare "apolitici" e disimpegnati nel finale, dopo la fine della guerra.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

3 maggio 2009

A history of violence (D. Cronenberg, 2005)

A history of violence (id.)
di David Cronenberg – USA 2005
con Viggo Mortensen, Maria Bello
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Tom Stall, tranquillo padre di famiglia, sventa una rapina nella tavola calda che gestisce in una cittadina di provincia, uccidendo due pericolosi malviventi e mostrando una freddezza inaspettata. Il fatto lo trasforma in un eroe locale, ma attira anche l'attenzione di alcuni gangster di Philadelphia che credono di riconoscere in lui Joey Cusack, un killer di cui da tempo si erano perse le tracce. E persino la sua stessa famiglia inizia a dubitare della sua reale identità. Tratto da un fumetto di John Wagner e Vince Locke, è il film con il quale Cronenberg solo apparentemente si allontana dalle atmosfere horror e inquietanti dei suoi precedenti lavori. In realtà la tensione, il tema dell'identità e quello dell'assurdo che invade il quotidiano lo rendono perfettamente in linea con la filmografia del regista canadese: semmai è la confezione a essere più mainstream e accessibile anche a un pubblico più vasto. Nonostante il ritmo lento, la pellicola è vivacizzata da improvvisi scoppi di violenza (anche notevole dal punto di vista grafico) che fa di colpo uscire di scena personaggi fino ad allora ben caratterizzati. Rispetto al fumetto originale, la sceneggiatura elimina lunghi e inutili flashback sulla vita precedente del protagonista e amplia invece il focus sui rapporti familiari, vero e proprio filo conduttore del film: Tom/Joey ha abbandonato la sua famiglia "violenta" per dedicarsi a una nuova vita, e la scena finale nella quale torna a casa, incerto su come verrà accolto, è di intensità elevata. Ottimo il cast: fra i "cattivi" spiccano Ed Harris e William Hurt, ma convincono anche la bella Maria Bello (scusate il bisticcio) e il giovane Ashton Holmes, rispettivamente nei panni della moglie e del figlio di Viggo. La bambina piccola (Heidi Hayes) sembra invece una bambola. Con Mortensen, Cronenberg entra subito in sintonia, tanto che l'attore sarà protagonista anche del suo successivo lavoro, "La promessa dell'assassino".

30 aprile 2009

Wolverine (Gavin Hood, 2009)

X-Men Le origini: Wolverine (X-Men Origins: Wolverine)
di Gavin Hood – USA 2009
con Hugh Jackman, Liev Schreiber
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin, Eliana e Gabriele.

I fratelli Jimmy Logan (il futuro Wolverine) e Victor Creed (il futuro Sabretooth) sono mutanti simili a bestie feroci, dotati di affilati artigli e di capacità rigeneranti che li rendono estremamente longevi e quasi invulnerabili. Dopo aver combattuto insieme in tutte le guerre del diciannovesimo e ventesimo secolo, si dividono quando il primo – stufo della lotta e del sangue che invece sembra eccitare sempre di più il secondo – si ritira a fare il boscaiolo nelle foreste canadesi. Ma il perfido militare Stryker lo rintraccia e lo sottopone a un misterioso esperimento, rivestendo il suo scheletro con un metallo indistruttibile, l'adamantio, e trasformandolo così in un'arma micidiale. Come capita spesso con i film Marvel, anche in questo caso ho finito con il godermi la pellicola al di là dei suoi effettivi meriti: essendo stato per molti anni un appassionato lettore dei fumetti della "casa delle idee", il piacere di vedere muoversi sullo schermo i personaggi dell'universo creato da Stan Lee mi porta a giudicare con particolare benevolenza anche lungometraggi che hanno qualche difetto a livello di sceneggiatura. È il caso di questo prequel/spin-off, che termina con la debole trovata di far dimenticare tutto al protagonista: una necessità per riportarlo allo stato in cui lo troviamo nel primo dei tre film degli X-Men (dove ignorava completamente il proprio passato), certamente, ma che avrebbe potuto essere sfruttata in maniera molto più efficace, per esempio cominciando il film con l'ultima scena e narrando tutto il resto in un flashback. La sostanziale linearità della vicenda (che contrasta invece con la tortuosità e la confusione con cui le origini del personaggio sono state raccontate a spizzichi e bocconi negli albi a fumetti) non pregiudica comunque il risultato: si tratta di un film onesto con una discreta regia, buone scene d'azione, belle ambientazioni (è stato girato in Australia e Nuova Zelanda), l'inattesa partecipazione di diversi mutanti (fra gli altri, Blob, Deadpool, Gambit... c'è persino un'apparizione del giovane Ciclope e, nel finale, di un professor Xavier imbarazzantemente ringiovanito) e un protagonista che fa di tutto per soddisfare gli occhi del pubblico femminile. Francamente poteva andare peggio.

29 aprile 2009

Il bandito della casbah (J. Duvivier, 1937)

Il bandito della casbah (Pépé le Moko)
di Julien Duvivier – Francia 1937
con Jean Gabin, Line Noro
***

Visto in divx, con Marisa.

"Vista a volo d'uccello, quella zona che si chiama la casbah domina quasi la vita. Brulicante come un formicaio, è una vasta scalea da cui ogni terrazza è un gradino che scende verso il mare. Tra questi gradini vi sono viuzze tortuose e scure, che sembrano fatte per l'agguato; viuzze che si incrociano, che si accavallano, che s'annodano e si snodano caoticamente, si confondono tra loro come un inestricabile labirinto. In ogni punto, dovunque si vada, scale, salite ripide e sinuose, discese facili alle fughe, portici oscuri saturi di vermi e di umidità, botteghe sospette dove si giuoca ad ogni ora, angoli pieni di silenzio, vie dal nome bizzarro. Vivono in quarantamila, là dove potrebbero stare appena diecimila, quarantamila d'ogni razza, venuti da tutte le frontiere: uomini di origine barbaresca e i loro onesti discendenti, tradizionalisti e per noi misteriosi; arabi, cinesi, zingari, balcanici, nordici, corsi, negri, spagnoli, tunisini... e ragazze, ragazze di tutti i paesi, di tutti i tipi: alte, basse, grasse, senza età, senza forme, abissi di grasso in cui nessuno osa guardare. Le case, bucate da cortili interni, isolate come celle senza tetto e piene di eco, comunicano quasi tutte una con l'altra attraverso le terrazze. Queste terrazze sono dominio esclusivo degli algerini, che ne sono i padroni. Essi scendono lungo quest'ampia scalea, e di gradino in gradino arrivano fino al mare. Infinita, brulicante, misteriosa, tumultuosa, di casbah non ve n'è una, ve n'è cento, ve n'è mille. E in questo dedalo, in questo brulichio, Pépé è il re. E per arrestarlo non basta alzarsi di buon ora."

Con questa introduzione "documentaristica" ci viene presentata la vera protagonista della pellicola, la casbah di Algeri dove si nasconde Pépé, gangster autoritario e dandy romantico, protetto dai suoi seguaci e dalle sue donne, invano ricercato dalla polizia, dominatore assoluto del suo piccolo mondo, di cui però è anche prigioniero. E proprio il desiderio di libertà e la nostalgia per la sua patria d'origine (la Francia) lo tradiranno, quando si innamorerà di una raffinata mantenuta parigina che lo farà precipitare nelle mani dell'amico-rivale ispettore Slimane. Il finale tragico non fece che contribuire all'aura di classica romanticità della pellicola. Precursore e punto di riferimento di almeno tre generi cinematografici che avrebbero spopolato negli anni a venire (il noir, con le sue figure destinate a soccombere di fronte al destino; il dramma romantico di ambientazione esotica alla "Casablanca" – ma scenari di questo tipo si ritrovano anche in film d'avventura alla Indiana Jones; e il realismo poetico, di cui Gabin sarebbe presto diventato il volto per eccellenza), il film ebbe uno strepitoso successo, al punto che Duvivier fu immediatamente chiamato a Hollywood, dove la pellicola venne peraltro rifatta l'anno successivo da John Cromwell ("Algiers", con Charles Boyer e Hedy Lamarr) e nel 1948 da John Berry ("Casbah", con Tony Martin e Peter Lorre). E il personaggio sarebbe entrato nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, come dimostra la parodia napoletana del 1949, "Totò le Moko". Un caldo bianco e nero, gli innumerevoli primi piani (splendida la sequenza il cui lo sguardo del protagonista si sofferma sugli occhi, sul sorriso e... sui gioielli della dama francese), i variopinti comprimari – dal giovane protetto Piero (Pierrot, nella versione originale) al rude complice Carlos, dall'infido informatore Regis (la scena della sua esecuzione, per mano dell'uomo che ha tradito e che muore nello stesso momento, è notevole) alla gelosa zingara Ines, dallo scaltro ispettore Slimane all'aristocratico ricettatore chiamato il Conte (le Grand Père, in originale) – e per l'appunto l'ambientazione, la scenografia e lo stile contano molto più della semplice trama, che non si fonda sulla suspense (tutto "è già scritto", come dice Slimane a Pépé) bensì sull'atmosfera, sulla malinconia per i sogni perduti, sul desiderio di cambiar vita. Suggestiva, a questo proposito, la scena in cui la vecchia cantante Fréhel intona la canzone nostalgica "Où est-il donc?". E anche il realismo si mescola con la finzione della messinscena (celebre la sequenza della discesa finale di Pépé attraverso la casbah, chiaramente proiettata su un fondale): non a caso le stradine e le scale di Algeri furono ricostruite in studio.

27 aprile 2009

Dove sognano le formiche verdi (W. Herzog, 1984)

Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen)
di Werner Herzog – Germania/Australia 1984
con Bruce Spence, Wandjuk Marika
***

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Un geologo che lavora per una compagnia mineraria nel deserto australiano deve interrompere il proprio lavoro perché un gruppo di aborigeni non vuole che il terreno venga devastato dagli esplosivi: quello, sostengono, è infatti il luogo "dove sognano le formiche verdi" e al quale la loro tribù è legata da tempi immemorabili. La causa in tribunale che ne consegue – fondata sulla legge inglese – non può che dar ragione alla compagnia, ma il geologo sarà ormai entrato in contatto con un mondo che non conosceva e questo lo costringerà a ripensare la propria vita...
Con la sua consueta commistione tra fiction e documentario (la vicenda è ispirata a un caso reale), Herzog realizza un film suggestivo, anche se un po' didascalico e "a tema", che parla delle radici ancestrali dell'umanità, dello scontro fra culture e fra i diversi modi di concepire l'esistenza, dell'impossibilità di comunicare (come nel caso dell'aborigeno "muto", chiamato così perché nessuno è in grado di comprendere la sua lingua essendo l'ultimo discendente della propria tribù), del legame indissolubile fra l'uomo e la terra, dall'incompatibilità di determinati individui con la tecnologia occidentale (l'ascensore che si guasta o l'orologio che impazzisce in presenza degli anziani tribali), del ruolo dei canti e dei sogni nel dare forma alla realtà (indimenticabile la scena in cui un gruppo di aborigeni prega all'interno di un supermercato, nel reparto dei detersivi, perché quello è il luogo sacro dove si trovava l'unico albero della regione e dove da millenni gli uomini vanno a "sognare i propri figli"): un film da abbinare alla lettura de "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin. Le formiche verdi (e le loro caratteristiche, illustrate sullo schermo da un bizzarro entomologo) sono frutto della fantasia del regista, che ha preferito inventarsi un animale totemico di sana pianta anziché proporre sullo schermo un mito reale (allo stesso modo in cui gli oggetti sacri della tribù non possono essere mostrati ad estranei, o i nomi dei morti non possono essere pronunciati per diversi anni). Lo spilungone Spence, che assomiglia vagamente a Donald Sutherland, era già apparso nei film della serie "Mad Max".

26 aprile 2009

Quel maledetto treno blindato (E. G. Castellari, 1978)

Quel maledetto treno blindato
di Enzo G. Castellari – Italia 1978
con Bo Svenson, Fred Williamson
**

Visto in divx, con Giovanni.

Ho voluto recuperare questo film per prepararmi adeguatamente all'uscita del prossimo lavoro di Quentin Tarantino, che a quanto pare dovrebbe esserne un (non troppo fedele) remake, o almeno usarlo come fonte di ispirazione. Distribuito negli Stati Uniti con il titolo "Inglorious bastards" (il film di Tarantino si chiamerà invece "Inglourious basterds", con la "e" e una "u" di troppo), è infatti una delle pellicole cult del buon Quentin, da sempre appassionato di cinema italiano anni settanta. La storia, ambientata in Francia durante la seconda guerra mondiale, si incentra su un gruppo di soldati americani composto da disertori, ladri e assassini, in fuga dalla polizia militare: mentre cercano di farsi strada verso il confine svizzero, combattendo sia contro i tedeschi sia contro le proprie stesse truppe, si ritrovano costretti a offrirsi volontari per una pericolosa missione: assaltare un treno sul quale i nazisti stanno trasportando un nuovo tipo di missili balistici V2. Fra scene d'azione, cruente sparatorie e ardite prove di coraggio, gli sbandati "bastardi" si dimostreranno eroi loro malgrado: la squadra, piena di individualità, ricorda a tratti l'A-Team (ma non mancano tocchi di umorismo in stile Gruppo TNT, come nel personaggio nel maneggione italo-americano). Non certo memorabile, ma per fortuna nemmeno sciatto (buona la ricostruzione ambientale, e anche il tedesco parlato dai nazisti è convincente). Nel cast spicca Williamson, popolare attore del filone blaxploitation, mentre l'unica presenza femminile è quella di Debra Berger nei panni di un'infermiera francese.

24 aprile 2009

L'imperatrice Caterina (J. von Sternberg, 1934)

L'imperatrice Caterina (The scarlet empress)
di Josef von Sternberg – USA 1934
con Marlene Dietrich, John Lodge
***

Visto in divx, con Marisa.

All'interno della vasta filmografia dedicata a sovrane e imperatrici (da "La regina Cristina" con Greta Garbo alle recenti pellicole su Elisabetta I con Cate Blanchett), questo film è uno dei più celebrati, e a ragione. La storia comincia quando la giovane principessa prussiana Sofia Federica viene inviata dai genitori in Russia, dove sposerà il futuro zar Pietro III e assumerà il nuovo nome di Caterina II. L'autoritarismo dell'imperatrice madre Elisabetta, la pazzia del marito e gli intrighi della corte russa la trasformeranno da fanciulla ingenua, semplice e innocente, piena di sogni romantici, in una cinica manipolatrice che lotta per la propria sopravvivenza e contemporaneamente per conquistare il potere, portando dalla propria parte l'esercito (fra le cui file si procura numerosi amanti, come il conte Alexei e il capitano Orlov), il clero e il popolo. La pellicola si conclude con la deposizione del folle e crudele Pietro e l'ascesa al trono di Caterina la Grande, destinata a regnare a lungo e a trasformare la Russia in una delle maggiori potenze europee. Liberamente adattato dai diari dell'imperatrice stessa, è un film strabordante, stilizzato e monumentale, dove le vere protagoniste sono le scenografie deliranti ed espressioniste: la reggia di Mosca è infatti sontuosa e barocca, dominata da statue lignee grottesche e inquietanti, da immagini di torture e di scheletri appesi alle pareti, da candele accese che proiettano ombre guizzanti, da porte così pesanti da richiedere una decina di persone per essere aperte, e da saloni cupi e angoscianti come quelli di un castello di vampiri in un film horror. In mezzo a tutto questo, i personaggi sembrano come schiacciati da un destino che pare già scritto e che li plasma secondo la propria volontà (solo così si può spiegare la repentina metamorfosi della protagonista). La colonna sonora prende in prestito numerosi temi da Tchaikovsky (soprattutto dall'ouverture "1812" e dalla Danza slava) ma anche da Mendelssohn e da Wagner; la fotografia, cupa e luminosa al tempo stesso, è perfetta nel rendere l'atmosfera di un paese dove regnano "l'ignoranza, la violenza, la paura e l'oppressione" (come recita una didascalia introduttiva); la produzione è imponente (nei titoli di testa si cita la presenza di oltre "mille comparse"); la Dietrich brilla di luce propria e von Sternberg non nasconde la propria venerazione per la sua attrice, alla bellezza della quale rende giustizia in ogni possibile inquadratura. In un film del genere, naturalmente, la fedeltà alla ricostruzione storica ha poco spazio e ancor meno importanza. La scena in cui Pietro schiaffeggia il prete che chiede la carità, il quale risponde "Questo era per me. E per i poveri?", fa riferimento a un episodio che sarebbe accaduto a San Filippo Neri.

23 aprile 2009

Il quartiere dei lillà (René Clair, 1957)

Il quartiere dei lillà (Porte des Lilas)
di René Clair – Francia 1957
con Pierre Brasseur, George Brassens
***

Visto in divx, con Marisa.

Il povero e pittoresco quartiere dei lillà, alla periferia di Parigi, è messo in subbuglio dai gendarmi che stanno cercando un pericoloso gangster in fuga. Costui si rifugia nell'abitazione dell'Artista, un uomo taciturno che insieme all'amico ubriacone Juju decide di ospitarlo nella propria cantina e di nasconderlo alle forze dell'ordine. Il vecchio Juju, che tutti ritengono un buono a nulla e un egoista, vuole così dimostrare di essere in grado di fare qualcosa anche per gli altri: ma quando il gangster si prende gioco dell'amore della giovane Maria, la cameriera del caffè locale di cui anche Juju è infatuato, qualcosa fra i due si incrina...
Sostenuto da ottime interpretazioni (ci sono anche Henri Vidal e Dany Carrel) e dalle belle canzoni di Brassens alla chitarra, Clair realizza un film romantico e d'atmosfera, molto "old fashioned" e anni trenta, il cui solo difetto risiede forse nel giungere con due decenni di ritardo sulla stagione del "realismo poetico", ignorando le evoluzioni del cinema del dopoguerra (che proprio con la rappresentazione neorealista degli individui ai margini della società aveva raggiunto le vette più alte). La Nouvelle Vague era sul punto di esplodere, con le sue storie girate per la strada, le sue figure sfaccettate e le sue commistioni socio-politiche, eppure Clair si "permetteva" ancora di scrivere e realizzare un film dove tutto ruota attorno ai sentimenti più basilari, le scenografie e le strade sono ricostruite in studio, i personaggi corrispondono a ruoli stereotipati (alcuni, come l'Artista, non hanno nemmeno un nome), le dinamiche che intercorrono fra loro sono semplici ed essenziali. Ne risulta un film gradevolissimo, sia chiaro, ma completamente fuori dal suo tempo (non a caso è difficile dire in che anno si svolga la storia). Molto bella la scena in cui i bambini giocano per strada a riproporre la fuga del gangster inseguito dalla polizia, mentre una voce fuori campo commenta gli eventi leggendo la cronaca di un giornale.

22 aprile 2009

Tandem (Patrice Leconte, 1987)

Tandem (id.)
di Patrice Leconte – Francia 1987
con Jean Rochefort, Gérard Jugnot
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

L'anziano Michel Mortez conduce da oltre vent'anni il programma radiofonico di quiz "La lingua al gatto", trasmesso in diretta dalle piazze delle città di provincia francesi, e deve spostarsi ogni giorno da un paese all'altro su una vecchia automobile in compagnia dell'autista, factotum e tecnico del suono Rivetot: una vita da saltimbanco, senza pause e senza amici, che sta per concludersi forzatamente in seguito alla decisione della stazione radio di interrompere il vetusto programma. Il buon Rivetot vorrebbe tenere nascosta la ferale notizia all'iracondo, depresso ed emotivo Michel, anche perché teme per la sua salute, ma la verità verrà a galla e porrà fine anche al lungo sodalizio fra i due... o forse no? Un piccolo film "on the road", gradevole e divertente nonostante il tono crepuscolare e malinconico, su una coppia di "amici per forza" (che ricordano in qualche modo Don Chisciotte e Sancho Panza: non a caso Rochefort avrebbe dovuto interpretare il personaggio di Cervantes nel film mai realizzato da Terry Gilliam), legati dall'affetto reciproco ma anche dai continui battibecchi e interpretati da due ottimi attori (Rochefort è un po' un habitué delle pellicole di Leconte, Jugnot è un bravo caratterista comico). Nella colonna sonora si sente ripetutamente la canzone "Il mio rifugio" di Riccardo Cocciante, anzi "Richard Cocciante", com'è scritto il suo nome nei titoli di testa.

21 aprile 2009

Kontroll (Nimród Antal, 2003)

Kontroll (id.)
di Nimród Antal – Ungheria 2003
con Sándor Csányi, Eszter Balla
**1/2

Visto in divx, con Marisa, Alberto ed Eva.

Ambientato interamente nei tunnel della metropolitana di Budapest (la seconda metropolitana più antica al mondo dopo quella di Londra, e la prima dell'Europa continentale), è una sorta di "Subway" ungherese che segue le vicende di un gruppo di controllori in borghese guidati da Bulcsú, un uomo che per qualche motivo ha scelto di vivere sottoterra ventiquattr'ore su ventiquattro, senza mai uscire alla luce del sole e all'aria aperta. Lui e i suoi bizzarri amici svolgono a fatica il loro lavoro, alle prese con passeggeri che provano in tutti i modi a non pagare il biglietto, con uno sfuggente vandalo armato di bomboletta spray, con una banda di controllori "rivali", e soprattutto con la costante minaccia di un misterioso individuo incappucciato che spinge i passeggeri sui binari. Fra strani incontri, sogni e simboli, atmosfere bizzarre e allucinate (con echi di Lynch, vedi la ragazza vestita da orso o le strane apparizioni di un gufo), pericolose prove di coraggio con le corse lungo le gallerie e improvvisi attacchi di follia, paranoia o narcolessia, l'insolita pellicola si snoda claustrofobica ma interessante fino al salvifico finale.

19 aprile 2009

Franklyn (Gerald McMorrow, 2009)

Franklyn (id.)
di Gerald McMorrow – GB 2009
con Ryan Phillippe, Eva Green
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Monica e Roberto.

In una metropoli monumentale e gotica, dominata dalle religioni e dove tutti i cittadini sono obbligati per legge a seguire un culto (non importa quale: ci sono anche le manicuriste del settimo giorno e gli adepti delle sacre istruzioni delle lavatrici!), l'eroe mascherato Jonathan Preest (Ryan Phillippe) – unico abitante ateo della città – indaga sull'omicidio di una bambina e contemporaneamente prova a sfuggire ai guardiani dell'inquisizione. Nella "nostra" Londra, invece, l'anziano custode di una chiesa di Cambridge (Bernard Hill) cerca di ritrovare suo figlio David, reduce della guerra in Iraq e misteriosamente scomparso; Emilia (Eva Green), una studentessa ribelle e in crisi depressiva, tenta ripetutamente il suicidio mentre lavora a un personale progetto audiovisivo; e infine il giovane Milo (Sam Riley), abbandonato dalla promessa sposa alla vigilia delle nozze, rintraccia una sfuggente amica d'infanzia di cui è da sempre innamorato. I quattro personaggi sono forse destinati a incontrarsi in un appartamento sulla cui targhetta c'è un semplice e misterioso nome: "Franklyn"... Il quotidiano e il fantasy, la realtà e l'immaginazione, i sogni e gli incubi si intrecciano in un film complesso e stratificato, cupo e bizzarro, che ha ben poco da spartire con l'attuale cinema fantastico hollywoodiano, veloce e adolescenziale: da un lato sembra una versione adulta de "Il ponte di Terabithia" e dall'altro ricorda gli scenari futuristici di Terry Gilliam ("L'esercito delle dodici scimmie", "Brazil"). Per gran parte della pellicola le storie dei diversi protagonisti sembrano procedere separate l'una dall'altra, a parte alcuni vaghi incroci che lasciano comunque il dubbio se si tratti di vicende reali, immaginate (ma da chi?), alternative o parallele. E la sceneggiatura gioca con lo spettatore, proponendogli tanti pezzi di un puzzle che quasi lottano pur di non incastrarsi fra loro, almeno in un primo momento. Alla fine, comunque, tutto tornerà. "Se immagini qualcosa con sufficiente intensità, quella cosa diventerà reale": ma la frase si riferisce ai mondi paralleli, ai sogni da realizzare, alle vie di fuga più disperate, o alla religione? Ottimo il cast. Il regista, esordiente e anche sceneggiatore, ha alle spalle un cortometraggio ("Thespian X") sempre fantascientifico e distopico: che sia un nome da annotarsi e da seguire in futuro?

18 aprile 2009

Gli argonauti (Don Chaffey, 1963)

Gli argonauti (Jason and the Argonauts)
di Don Chaffey – USA/GB 1963
con Todd Armstrong, Nancy Kovack
**

Visto in divx, con Marisa, Alberto, Eva ed Elena.

Per rivendicare il trono di Tessaglia, usurpato dal tirannico Pelia, il coraggioso Giasone si imbarca in un'impresa leggendaria: impadronirsi del mitico Vello d'Oro, custodito nella lontana Colchide. Insieme ai più forti atleti e guerrieri dell'antichità (c'è anche un Ercole brizzolato e molto più umano che divino, dall'aspetto ben diverso da quello dei numerosi peplum di produzione italiana o europea), supererà difficili prove e affronterà molte avventure, aiutato dalla benevolenza della dea Era, prima di giungere a destinazione. Considerato da molti il capolavoro di Ray Harryhausen, mago degli effetti speciali e delle animazioni a passo uno, il film andrebbe effettivamente ricordato quasi solo per i momenti in cui sono di scena le sue creazioni: dalla lotta contro la gigantesca statua di bronzo di Talos alla sequenza in cui il dio del mare sorregge il promontorio permettendo alla nave di Giasone di passare; dallo scontro con le arpie che tormentano il veggente cieco Fineo al combattimento contro un mostruoso idra a sette teste; senza dimenticare, naturalmente, la celebre battaglia contro gli scheletri, una scena che ha richiesto quattro mesi di lavoro per essere girata e che in seguito ha ispirato autori come Sam Raimi ("L'armata delle tenebre") o Peter Jackson. Il resto della pellicola, però, soffre però per il casting non brillante, per la musica invadente, per i personaggi poco approfonditi e per un ritmo che, agli occhi di uno spettatore di oggi, può apparire eccessivamente lento. Senza contare le molte libertà che gli sceneggiatori si sono presi nei confronti del mito originale. Curiosamente la storia si interrompe all'inizio del viaggio di ritorno verso la Tessaglia: forse era previsto un seguito, magari con maggior spazio per il personaggio di Medea?

17 aprile 2009

Salto nel buio (Joe Dante, 1987)

Salto nel buio (Innerspace)
di Joe Dante – USA 1987
con Martin Short, Dennis Quaid
**

Visto in divx, con Marisa, Alberto, Eva ed Elena.

Miniaturizzato nel corso di un esperimento scientifico, il tenente Tuck Pendleton viene iniettato – a bordo di un microsottomarino – non in un coniglio da laboratorio, come previsto, ma nel corpo di Jack Putter, giovane e ipocondriaco commesso di un supermercato. "Guidandolo" dall'interno, lo aiuterà a sfuggire ai cattivi che intendono impadronirsi del segreto della miniaturizzazione, e contemporaneamente lo spingerà ad avere maggiore fiducia in sé stesso. Un film giocattolo, prodotto da Spielberg, che tenta di riproporre in chiave più moderna, divertente e per famiglie l'idea alla base di "Viaggio allucinante". A tratti ci riesce, anche grazie a un buon cast di contorno (su tutti Meg Ryan nei panni della ragazza di Tuck, che aiuta Jack nelle sue avventure e quasi se ne innamora), ai sottintesi psicologici e agli adeguati effetti speciali. Ma manca la suggestione fantastica dell'originale.

16 aprile 2009

Lolita (Stanley Kubrick, 1962)

Lolita (id.)
di Stanley Kubrick – GB 1962
con James Mason, Sue Lyon
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Humbert Humbert, intellettuale europeo trasferitosi per lavoro in una cittadina americana, rimane folgorato dalla bellezza della quattordicenne "ninfetta" Lolita, al punto da sposarne la madre pur di poterle stare vicino. Dopo la morte (accidentale) della donna, si trasferirà con la ragazzina in un'altra città, ma i sospetti, la gelosia e la paranoia gli impediranno di vivere tranquillo insieme a lei. Tratto dal celebre e "scandaloso" romanzo di Vladimir Nabokov (che ha collaborato alla sceneggiatura, peraltro ampiamente rimaneggiata da Kubrick), è il film che ha portato il nome del regista definitivamente all'attenzione della critica e del grande pubblico. Visto l'argomento pruriginoso (ma sullo schermo non ci sono mai scene volgari o sessualmente esplicite, anche se è facile intuire cosa accade fra una dissolvenza e l'altra), Kubrick ha dovuto lottare duramente contro la censura dell'epoca, andando a girare in Inghilterra anziché negli Stati Uniti, innalzando l'età del personaggio (che nel romanzo ha solo dodici anni) ed eliminando alcuni dei passaggi più controversi (in alcune interviste successive, il regista si è lamentato di non aver potuto rendere più evidente l'attrazione erotica fra i due protagonisti). Anche così, tuttavia, la tensione psicologica rimane a livelli alti per tutto il film, mentre la scelta di cominciare la pellicola dal finale del libro (la resa dei conti fra Humbert e il suo "rivale" Quilty) e di narrare il resto attraverso un flashback aggiunge profondità alla seconda parte della vicenda, quella "on the road". Oltre ai due personaggi principali (la Lyon era all'esordio ma poi non ha avuto una carriera brillante, Mason rende bene la caratteristiche del suo personaggio, subdolo, ambiguo, intelligente e autodistruttivo), spiccano le ottime interpretazioni di Shelley Winters nei panni della madre di Lolita e di Peter Sellers (alla sua prima collaborazione con il regista che lo avrebbe poi diretto nel "Dottor Stranamore") in quelli del camaleontico e mefistofelico Clare Quilty. La scelta del cast fu alquanto problematica, visto che molti attori (come Laurence Olivier, cui era stata proposta la parte di Mason) rifiutarono di farsi coinvolgere, dati i temi tabù e l'assenza di personaggi positivi. Indimenticabile la scena (proposta anche all'inizio, sui titoli di testa), in cui Humbert mette lo smalto alle dita dei piedi di Lolita. Il nome del personaggio è entrato poi nel linguaggio comune e ha generato anche diversi neologismi (come "lolicon", da "lolita complex", usato spesso in Giappone).

Le avventure di Peter Pan (aavv, 1953)

Le avventure di Peter Pan (Peter Pan)
di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Ham Luske – USA 1953
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Elena.

Tratto dalla commedia di J.M. Barrie, "Peter Pan" fa parte di quel gruppo di lungometraggi disneyani degli anni cinquanta che – benché non agli stessi livelli dei cinque capolavori degli inizi – hanno contribuito ad affermare la casa di Burbank come leader nel campo dell'intrattenimento a cartoni animati. La trama, pur semplificata, è essenzialmente fedele a quella dell'opera originale, di cui ripropone tutti i personaggi – Peter Pan, il bambino che non vuole crescere; Wendy Darling e i suoi fratellini John e Michael (Gianni e Michele nella versione italiana), che lo seguono dalla Londra vittoriana fino all'isola che non c'è; i Ragazzi Perduti, fedeli seguaci di Peter; la capricciosa fatina Trilli (il cui nome originale, Tinker Bell, è tradotto a volte come Campanellino); il perfido Capitan Uncino e la sua ciurma di pirati, fra i quali spicca il nostromo Spugna; l'affamato coccodrillo che ha ingoiato una sveglia e che segue Uncino come un ombra nella speranza di divorarlo; la principessa indiana Giglio Tigrato – in parte ispirandosi all'iconografia classica e in parte creandone una nuova, destinata a molta fortuna. Anche i principali temi del testo di Barrie sono fortunatamente sopravvissuti alla rielaborazione disneyana: il conflitto fra l'innocenza e la fantasia infantile da una parte (esemplificate da Peter Pan e dal suo desiderio di non crescere mai) e la responsabilità dell'età adulta dall'altra (impersonata soprattutto dal padre di Wendy – il cui interprete, in teatro, recita spesso anche il ruolo di Uncino – ma anche dalla scelta dei bambini, nel finale, di ritornare nel proprio mondo). Oltre al piacere dell'avventura, vissuta quasi sempre come un gioco, ci sono gradevoli e curiose sottotrame romantiche, con la gelosia di Trilli (e delle sirene) nei confronti di Wendy e quella di Wendy stessa nei confronti di Giglio Tigrato: per non parlare di come tutti i personaggi femminili, e in particolare Trilli (che secondo alcune voci dell'epoca, poi smentite, sarebbe stata modellata su Marilyn Monroe!), risultino sexy e spigliati. Rispetto ad altri classici disneyani, le musiche e le canzoni non sono particolarmente memorabili (il brano che mi piace di più è quello iniziale, "You can fly!"). Si tratta dell'ultimo film Disney distribuito dalla RKO prima della fondazione della Buena Vista Pictures, oltre che dell'ultima pellicola in cui i leggendari "nine old men" (i primi e più fedeli collaboratori di Walt) hanno lavorato tutti insieme.

15 aprile 2009

The matador (R. Shepard, 2005)

The matador (id.)
di Richard Shepard – USA/Irlanda 2005
con Pierce Brosnan, Greg Kinnear
**1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Insolita pellicola su un killer professionista sull'orlo di un esaurimento nervoso che, incapace di continuare a svolgere il proprio lavoro (il suo compito è quello di eliminare bersagli selezionati, spostandosi da un capo all'altro del mondo senza mai avere la possibilità di tessere legami o di fermarsi da qualche parte), si rivolge all'unico amico che ha: un impiegato incontrato per caso nel bar di un albergo a Città del Messico e al quale ha confidato tutti i propri segreti, una persona che sembra la sua antitesi, visto che è sposato, razionale, integrato nella società. Non si tratta di un thriller (persino gli omicidi non vengono mai mostrati sullo schermo) ma di una commedia politicamente scorretta – a tratti anche malinconica – sull'amicizia che supera ogni differenza e ogni stile di vita, un film che mostra i lati più fragili e insospettabili di un freddo sicario. Entrambi gli interpreti sono bravi, ma strepitoso è soprattutto Pierce Brosnan, che dimostra ancora una volta tutta la propria versatilità e riesce a dar vita a un personaggio amorale, sociopatico, eccentrico e sessuomane, "cattivo" eppure simpatico, distante anni luce dal self-control britannico del suo James Bond.

14 aprile 2009

Changeling (Clint Eastwood, 2008)

Changeling (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Angelina Jolie, Michael Kelly
**

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Los Angeles, 1928: la centralinista e madre single Christine Collins denuncia l'improvvisa scomparsa del figlioletto Walter. Quando la polizia afferma di averlo trovato, lei nega fermamente che il bambino restituitole sia suo figlio. Per evitare di essere messi pubblicamente in imbarazzo e di dover ammettere il proprio errore, i corrotti vertici delle forze dell'ordine fanno passare la donna per pazza e la internano in un manicomio. Ma grazie alle indagini di un ostinato detective e all'appoggio di un predicatore radiofonico, la verità verrà a galla e lo scandalo travolgerà il capo della polizia. Tratto da una storia vera, il film non mi ha convinto molto: la sceneggiatura (del "fumettaro" J. Michael Straczynski) è forzata e manichea nel dividere i personaggi in assolutamente buoni e assolutamente cattivi, e il comportamento dei poliziotti e dei medici appare francamente esagerato e sopra le righe, lasciando il sospetto che Straczynski si sia preso molte libertà nel romanzare la storia originale, dando inoltre vita a situazioni stereotipate (tutta la parte ambientata nella clinica, per esempio). Ma anche la confezione è troppo ricercata nello stile, soprattutto per quanto riguarda la fotografia e le scenografie d'epoca. Inutilmente lunga, infine, la "coda" del film dopo il rilascio della protagonista dal manicomio. L'interpretazione della Jolie, che nelle scene ambientate nella clinica mentale sembra tornare alle origini (non dimentichiamo che si era fatta scoprire con "Ragazze interrotte") non esalta: molto meglio invece l'ottimo cast maschile. Eastwood (autore anche delle musiche) ha sostituito alla regia Ron Howard all'ultimo momento, e si vede: la pellicola ha ben poco in comune con i suoi lavori recenti. Il titolo, che fa riferimento a una figura del folklore scandinavo e britannico (una creatura fatata che prende il posto di un bambino umano), è forse un po' pretestuoso, visto che in realtà nel film è del tutto assente la dimensione fantastica, simbolica o misteriosa. Per la cronaca, "Changeling" era anche il nome di un personaggio della DC Comics, un giovane mutaforma che faceva parte dei Teen Titans (un albo dei quali è stato il primo lavoro di Straczynski in campo fumettistico).

13 aprile 2009

Ancora vivo (Walter Hill, 1996)

Ancora vivo (Last man standing)
di Walter Hill – USA 1996
con Bruce Willis, Christopher Walken
**1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Per la trama del suo "Per un pugno di dollari", Sergio Leone si era ispirato (senza dichiararlo) a "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa. Walter Hill fa lo stesso (ma segnalando il debito nei credits), trasportando la vicenda fra i gangster negli anni trenta e chiudendo quindi una specie di cerchio, visto che il lungometraggio giapponese era probabilmente influenzato a sua volta dal romanzo "Red Harvest" di Dashiell Hammett (in italiano, "Piombo e sangue"). La storia è quella di un individuo senza nome (nel film, a un certo punto, si fa chiamare John Smith), probabilmente un killer in fuga, che giunge in una cittadina texana non distante dal confine con il Messico dove spadroneggiano due bande di contrabbandieri in lotta fra loro, guidate rispettivamente dall'irlandese Doyle e dall'italiano Strozzi. Alleandosi ora con l'una ora con l'altra, facendo il doppio gioco e provocando sanguinose vendette, il protagonista farà divampare ai massimi livelli la feroce guerra fra le bande, portandole così a distruggersi a vicenda. Girato da Hill con un occhio verso il cinema di Tarantino e uno verso quello di Hong Kong (le sparatorie sembrano uscire da una pellicola di John Woo, con Bruce Willis che impugna due pistole alla volta come Chow Yun Fat), il film è scorrevole, anche se un po' monotono, e può contare su una fotografia che rende con efficacia la calura dell'ambiente e l'aria permeata di sabbia del deserto. Fra i personaggi minori rimangono impressi i due capibanda, le rispettive donne (vere vittime della violenza dei gangster), i pochi abitanti neutrali del villaggio, che in qualche modo aiutano l'opera di repulisti del protagonista (il locandiere, lo sceriffo), e soprattutto Hickey, il braccio destro di Doyle, interpretato da Christopher Walken.

12 aprile 2009

Il marito della parrucchiera (P. Leconte, 1990)

Il marito della parrucchiera (Le mari de la coiffeuse)
di Patrice Leconte – Francia 1990
con Jean Rochefort, Anna Galiena
*1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Sin da quando era soltanto un bambino, Antoine ha sempre sognato di sposare una parrucchiera. Da adulto riesce a realizzare il suo desiderio diventando il marito della bella Mathilde, e da allora la sua vita si svolge quasi interamente fra le mura della sua bottega. Tutti i film che avevo visto finora di Leconte mi erano piaciuti (da "La ragazza sul ponte" a "Il mio miglior amico", passando per "L'uomo del treno" e "Confidenze troppo intime"): questo, invece, non mi ha detto quasi niente, anzi l'ho trovato anche abbastanza noioso. È essenzialmente la storia di una perversione, con personaggi poco approfonditi e soprattutto poco credibili nei loro comportamenti (vedi il finale, per esempio). I due protagonisti non hanno amici, né interessi, né una vita degna di questo nome, e il loro rapporto è proposto sullo schermo in maniera piatta, a malapena ravvivata dall'incontro con alcuni clienti bizzarri e dai momenti in cui Antoine si esibisce in strani balletti con lo sfondo di musiche arabe. Le scene con il protagonista da piccolo, affascinato dalla prorompente parrucchiera della sua infanzia, ricordano naturalmente "Amarcord" di Fellini.

10 aprile 2009

Virgin stripped bare by her bachelors (Hong, 2000)

Virgin stripped bare by her bachelors (Oh! Soo-jung)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2000
con Lee Eun-ju, Jeong Bo-seok
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Soo-jung, assistente del regista indipendente Young-soo e sua compagna occasionale, accetta il lungo corteggiamento del ricco amico Jae-hoon e infine intreccia una relazione clandestina con lui, sorprendendolo però quando gli rivela di essere ancora vergine. La vicenda minimalista, narrata con uno stile che deve molto alla Nouvelle Vague e in particolare a Godard (fotografia in bianco e nero, storia divisa in capitoli con tanto di titoletti e numeri in sovrimpressione sullo schermo, ritmo dilatato, situazioni realistiche, dialoghi che danno l'impressione di essere improvvisati), non è particolarmente interessante in sé ma viene ravvivata dalla trovata che caratterizza in maniera indelebile il film, anche a rischio di un astratto formalismo: la molteplicità dei punti di vista, o per meglio dire dei ricordi e delle percezioni (un aspetto che ha spinto alcuni critici ad avanzare un paragone – forse azzardato – con "Rashomon"). Il titolo internazionale è ispirato a un'opera del surrealista Marcel Duchamp, "The bride stripped bare by her bachelors, even", e proprio come quella la pellicola è divisa in due metà. A un certo punto si ricomincia dall'inizio e riassistiamo agli stessi eventi, visti però dal punto di vista di Soo-jung (mentre all'inizio il protagonista era Jae-hoon). Molti particolari (dialoghi, situazioni, oggetti, stati d'animo) sono però differenti: come in ogni relazione, i due amanti ricordano infatti le cose in maniera diversa e spesso in contraddizione fra di loro. Il tutto dà una patina di maggior realismo alla vicenda, visto che è normale che due persone diverse percepiscano in maniera differente le esperienze comuni, a seconda della propria sensibilità, oppure che tendano a mischiarle e a confonderle nei propri ricordi. Anche la regia contribuisce a questo effetto, variando le inquadrature o capovolgendo i rapporti di campo e controcampo quando deve riproporre i medesimi episodi. E alla fine lascia lo spettatore nel dubbio su come si siano veramente svolti i fatti e sui reali contorni delle personalità dei due protagonisti.

Balls of fury (R. B. Garant, 2007)

Balls of fury (id.)
di Robert Ben Garant – USA 2007
con Dan Fogler, Christopher Walken
**

Visto in DVD, con Albertino.

Randy Daytona, ex bambino prodigio e promessa statunitense del ping pong, caduto in disonore dopo essere stato eliminato ignominosamente durante le olimpiadi di Seul del 1988 e ormai ridotto a umilianti esibizioni in cabaret di quart'ordine, viene reclutato dall'FBI per sgominare l'organizzazione del misterioso criminale Feng, di cui si ignora persino l'identità. Costui, infatti, è un noto appassionato di tennis tavolo, e organizza ogni cinque anni un grande torneo a inviti nel suo quartier generale segreto. Ma per raggiungere il livello di abilità necessario ad attirare la sua attenzione, e ricevere così l'invito, Randy deve affrontare un duro addestramento presso un anziano maestro cinese cieco e la sua affascinante figlia (la snellissima Maggie Q). La pellicola, stupidissima, è un incrocio fra i film demenziali-sportivi tipo "Dodgeball" o "Shaolin Soccer" e quelli di spionaggio e combattimenti a base di tornei segreti come "I tre dell'operazione Drago" o "La prova": l'umorismo è spesso sotto al livello di guardia, ma ci sono comunque alcune chicche che non ne rendono del tutto inutile la visione, prima fra tutte la presenza di Christopher Walken – un attore sempre disposto all'autoparodia – nei panni del cattivo, con costumi davvero improbabili. Non disprezzabile, inoltre, la presenza di alcune graziose fanciulle (oltre a Maggie Q, c'è anche la statuaria Aisha Tyler nei panni della guardiana che elimina a colpi di cerbottana i giocatori sconfitti). Fra le gag migliori, tutte quelle con la bambinetta soprannominata "Il drago".