17 agosto 2012

La moglie del fattore (A. Hitchcock, 1928)

La moglie del fattore (The Farmer's Wife)
di Alfred Hitchcock – GB 1928
con Jameson Thomas, Lillan Hall-Davis
*1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Dopo il matrimonio della figlia, un fattore vedovo decide che è giunto anche per lui il momento di risposarsi. Con l'aiuto della fedele domestica Araminta stila così un elenco delle possibili pretendenti, tutte donne vedove o zitelle del circondario che però, per una ragione o per l'altra, lo respingono. Alla fine scoprirà che la compagna ideale per lui è proprio quella che ha già in casa e che si prende cura di lui, e cioè la servizievole domestica. Meccanico e noiosetto, è decisamente un lavoro minore nella filmografia di Hitchcock, senza particolari guizzi o i tipici marchi di fabbrica del regista britannico: di suspense ce n'è ben poca, visto che sin dall'inizio è evidente che nessuna delle donne nella lista sarà quella giusta per il nostro eroe. Il tema del passaggio "sociale" del protagonista da un ruolo rispettabile a quello di emarginato è poi accennato solo per un attimo, nella sequenza in cui è deriso da tutto il villaggio dopo i suoi goffi approcci non andati a buon fine. E c'è anche una punta di misoginia (la domestica non si offende a essere chiesta in moglie come ultima di una lista, e solo dopo che l'uomo è stato respinto dalle altre). La messa in scena è classica, quanto basta per un dramma familiare riflessivo e intimista, a parte la lunga e inutile sequenza della festa, con goffi tentativi di umorismo non proprio british, gran parte dei quali riguardanti il servitore Ash (il caratterista Gordon Harker, presenza ricorrente nei film muti di Hitchcock: era l'allenatore in "Vinci per me!" e sarà il padre della protagonista in "Tabarin di lusso"). Si salvano le buone prove degli interpreti, segnatamente del protagonista Jameson Thomas, e l'ambientazione nel villaggio rurale, che a tratti ricorda quasi Dreyer. Proprio all'aspetto scenografico del film si appigliarono critici illustri come Rohmer e Chabrol per salvare la pellicola: "Quello che ha interessato in The Farmer's Wife", scrissero infatti, "è stato certamente il décor, la campagna gallese... Il clima della vita rurale ingelse, all'inizio del secolo, è stato reso con grande precisione".

16 agosto 2012

Vinci per me! (Alfred Hitchcock, 1927)

Vinci per me! (The Ring)
di Alfred Hitchcock – GB 1927
con Carl Brisson, Lilian Hall-Davis
**1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Il pugile dilettante "One Round" Jack (chiamato così perché sconfigge tutti gli avversari entro la prima ripresa) si guadagna da vivere esibendosi nelle fiere di paese, fra giostre e imbonitori, battendosi contro chiunque accetti di affrontarlo. Ma trova pane per i suoi denti quando gli si presenta davanti Bob Corby, campione australiano dei pesi massimi, che lo sfida per farsi bello agli occhi di Nelly, cassiera del baraccone e fidanzata di Jack. Nonostante la pesante sconfitta, Jack viene assoldato dal manager di Bob come suo sparring partner: peccato che anche Nelly – nel frattempo diventata sua moglie – subisca il fascino del campione e finisca col lasciare il marito per correre da lui. Più per vendicare l'affronto che per riconquistarla, Jack arriverà a sfidare Bob sul ring: ma durante l'incontro decisivo, proprio Nelly – che fra un round e un altro si presenta inaspettatamente al suo angolo – gli darà le forze e l'energia per vincere. La boxe è sempre stata lo sport cinematografico per eccellenza, e anche il grande "Hitch" – in uno dei suoi primi film muti – sceglie di rendergli omaggio, sovrapponendo al tema dello scontro sul ring quello per la conquista di una donna. Non particolarmente originale a livello di trama, la pellicola è ravvivata da una certa maestria registica, che si esprime attraverso l'uso di sovrimpressioni (la gelosia di Jack, che gli fa immaginare la moglie mentre amoreggia con il rivale), trucchi ottici, distorsioni, e una serie di fortunate invenzioni narrative (come la "scalata" di Jack nei titoli dei cartelloni, man mano che il suo cammino verso la sfida al titolo procede). Da sottolineare la scena in cui il protagonista attende inutilmente che la moglie torni a casa per brindare a una delle sue vittorie, e nel frattempo lo champagne già versato nei bicchieri perde tutte le bollicine. L'attrazione della ragazza nei confronti dell'amante è simboleggiata dal bracciale a foggia di serpente che lui le regala (il serpente, sin dalla Bibbia, è il simbolo della tentazione!), mentre il titolo originale gioca sui due significati della parola "ring": anello (di fidanzamento) e quadrato in cui si battono i pugili.

28 luglio 2012

Barbarossa (Akira Kurosawa, 1965)

Barbarossa (Akahige)
di Akira Kurosawa – Giappone 1965
con Yuzo Kayama, Toshiro Mifune
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Siamo ai primi dell'ottocento: l'orgoglioso e giovane medico Yasumoto, che ha appena completato gli studi e ambisce a diventare un importante dottore alla corte imperiale, deve trascorrere controvoglia un periodo di tirocinio in un ospedale pubblico di Edo. La struttura, quasi un lazzaretto riservato ai malati più poveri o considerati incurabili, è gestita con il pugno di ferro e metodi fuori dall'ordinario dal primario Kyojo Niide, chiamato da tutti "Barbarossa" per via della folta barba rossiccia (lui stesso si presenta con questo nome). Inizialmente ostile al superiore e deciso a non sottomettersi alle sue "bizzarrie", col tempo Yasumoto si rende conto che dietro l'apparente arroganza di questi si cela un uomo che opera con disinteresse, abnegazione e sensibilità, le cui azioni sono tutte indirizzate verso l'obiettivo ultimo di aiutare la gente (anche e soprattutto i disperati o quelli che non possono pagare le cure), e che le regole da lui imposte nella struttura (come l'obbligo per i medici di indossare un'umile e ruvida divisa) sono basate sul puro buon senso. Convinto che "la medicina non appartiene a nessuno: è del popolo" (Yasumoto gli è prezioso anche perché a Nagasaki ha avuto accesso ai trattati dei dottori olandesi: all'epoca la conoscenza della medicina occidentale non era liberamente diffusa), e che "dietro le malattie c'è la povertà, l'ignoranza e l'infelicità", Barbarossa – che spesso si comporta più da psicologo che da medico: "visita i corpi degli ammalati ma al contempo si avvicina alla loro anima" – diventa per il giovane apprendista un vero e proprio maestro di vita, aiutandolo a entrare in contatto con gli aspetti fondamentali del suo mestiere (compresa la morte, quando gli impone di assistere un paziente nei suoi ultimi istanti di vita) e a riscoprire l'umiltà e la profonda umanità che alberga in sé stesso, il che gli consentirà di risolvere anche i suoi conflitti personali e di rappacificarsi con la sua famiglia.

Oltre alla vicenda principale, il film (che dura ben tre ore) dedica ampio spazio alle storie collaterali di numerosi pazienti, vittime di terribili esperienze dalle quali non sempre escono vincitori: notevoli, in particolare, gli episodi della "donna mantide", una ragazza fatta segregare dal proprio padre per le sue tendenze omicide, conseguenza dei traumi subiti in passato; dell'anziano Tokusuke, che muore senza poter riabbracciare la figlia e i tre nipotini, vittime a loro volta di una triste vicenda familiare; e del carpentiere Sahachi, che prima di morire racconta l'emozionante storia del suicidio della propria moglie. Ma lo spazio maggiore, quasi l'intera seconda metà del film, è dedicato alla giovane Otoyo (Terumi Niki), una ragazzina schizofrenica che Barbarossa e Yasumoto salvano dal bordello dove veniva sfruttata e maltrattata e accolgono nella clinica, riuscendo faticosamente a ottenere la sua fiducia e a restituirle la speranza e la gioia di vivere. Otoyo stessa (personaggio probabilmente ispirato alla Nelly del romanzo di Dostoevsky "Umiliati e offesi") stringerà poi amicizia con il piccolo Chobo, "il topino", un ladruncolo che ruba cibo dalla cucina dell'ospedale e che per sfuggire alla miseria tenterà il suicidio con la sua intera famiglia. In mezzo a tante storie tragiche, per fortuna non tutte senza lieto fine, risaltano ancora di più gli sforzi di Barbarossa e del suo staff per aiutare gli ammalati e le persone in maggior difficoltà (e, in contrasto, la rudezza con cui il medico tratta i suoi pazienti più ricchi e crapuloni, come il principe Matsudaira). Ultimo film di Kurosawa in bianco e nero, la pellicola – tratta in parte da un romanzo di Shugoro Yamamoto – è parente de "I bassifondi" nel ritrarre gli emarginati e gli strati più poveri della società, all'insegna di un umanesimo che nei lavori del regista nipponico si sposa sempre con l'esistenzialismo. Il lungometraggio segna anche l'ultima collaborazione di Kurosawa con Toshiro Mifune (mettendo fine a un sodalizio che proseguiva ininterrottamente dal 1948, anno de "L'angelo ubriaco", per un totale di 16 film). Il regista non approvò l'interpretazione troppo granitica e solenne data da Mifune al personaggio di Barbarossa, che avrebbe voluto più misurato e "umano", dotato di quell'umiltà e quella modestia tipica di altri "maestri" kurosawiani (dal Kambei de "I sette samurai" a Dersu Uzala): forse ci sarebbe voluto un attore come Takashi Shimura. Mifune, invece, dà vita a un personaggio eroico e sempre sicuro di sé (anche quando si autocritica, sembra che non parli sul serio), che in una sequenza fa persino a pugni e usa le arti marziali contro un gruppo di malviventi. In ogni caso, un character vivace e indimenticabile. I genitori di Yasumoto sono invece interpretati da due classici attori di Ozu e di Mizoguchi: Chishu Ryu e Kinuyo Tanaka.

25 luglio 2012

Susanna (Howard Hawks, 1938)

Susanna (Bringing Up Baby)
di Howard Hawks – USA 1938
con Cary Grant, Katharine Hepburn
***1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il timido paleontologo David Huxley (Grant), in procinto di sposarsi e alla disperata ricerca di un finanziamento per il proprio museo, viene coinvolto dalla svagata e capricciosa ereditiera Susan (Hepburn, la “Susanna” del titolo italiano) in una serie di guai senza fine, soprattutto a causa di un leopardo addomesticato, Baby, che è stato inviato alla ragazza dal fratello, cacciatore in Africa, e che deve essere trasportato fino alla fattoria di famiglia nel Connecticut. A complicare le cose si aggiungono una zia impicciona, un cagnolino che trafuga un prezioso osso di dinosauro, una fidanzata da sposare e un altro leopardo fuggito dallo zoo (a differenza di Baby, tutt’altro che mansueto). Se si dovesse eleggere il film che più di ogni altro esemplifica cos'è la "screwball comedy", ovvero quel particolare sottogenere di commedia romantica all'insegna del ritmo incalzante, delle situazioni eccentriche e della "guerra fra i sessi", non pochi sceglierebbero proprio questa pellicola. Fra gag e sottili allusioni sessuali imposte dal codice Hays (i dialoghi frizzanti della prima parte, la scena al ristorante in cui si strappano gli abiti, il travestitismo di Grant), eventi che si concatenano l’uno nell’altro in maniera sublimamente lineare, il comportamento stravagante e sopra le righe della Hepburn che ignora o travalica le leggi e le regole sociali (esilarante la sua performance, nell’ufficio dello sceriffo, quando si cala nei panni di una poco di buono), gli equivoci e gli scambi di persona, e ovviamente il classico tema dello scontro fra due personaggi che, attraverso peripezie di ogni tipo, finiranno con l’innamorarsi, il film si snoda con pochi attimi di tregua (giusto le ripetute scene della caccia al leopardo nella seconda parte si dilungano un po’ troppo) fino all’immancabile – e “catastrofico” – lieto fine. Meravigliosi i due interpreti (ma ottimi anche i comprimari, da Charles Ruggles a May Robson) e indimenticabili i due animali: il leopardo Baby, che si calma soltanto udendo la canzone “I can’t give you anything but love, Baby”, e il cagnolino George (Skippy, ovvero l'Asta de "L'uomo ombra"), che Grant insegue in continuazione nella speranza di recuperare il suo prezioso osso. Il film ebbe scarso successo alla sua uscita (contribuendo alla momentanea fama della Hepburn come “box office poison”, anche se al contempo la liberò dalla gabbia dei “drammoni melodrammatici” lanciandola verso la commedia sofisticata) ma venne rivalutato in seguito, fino a conquistare un posto di prestigio nella storia della commedia cinematografica americana. Da vedere, se possibile, in lingua originale: il ridoppiaggio italiano altera infatti i dialoghi (per esempio eliminando quello che passò alla storia come il primo utilizzo sullo schermo della parola "gay" nel senso di omosessuale, quando Grant – interrogato sul perché indossi una vestaglia femminile – sbotta in un "Perché sono diventato gay tutto d’un tratto!") e appiattisce il tono generale, riducendo il divertimento.

23 luglio 2012

A walk through H (P. Greenaway, 1978)

A Walk Through H: The Reincarnation of an Ornithologist
di Peter Greenaway – GB 1978
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.


Con l'aiuto di 92 mappe di varia provenienza e affidabilità, un anonimo ornitologo (il narratore del film) ripercorre il viaggio da lui compiuto da una città all'altra di un paese immaginario ("H"). La voce narrante – che descrive le diverse mappe e racconta aneddoti ed episodi a loro legati – si sovrappone ai disegni cartografici (opera dello stesso Greenaway), spesso confusi o di ambigua lettura, e occasionalmente a immagini di uccelli osservati in volo o a terra. Più che il percorso da compiere o il territorio da attraversare, alla fine – nello spirito di Borges – sono le mappe stesse (appese come tanti quadri in una galleria d'arte) il vero scenario del viaggio: tanto che l'inquadratura non è mai statica e la macchina da presa si muove lungo le cartine, seguendone i sentieri e isolandone i particolari. Mediometraggio (40 minuti) inventivo e surreale, senza attori (tranne che nella scena finale), forse ispirato in parte a "Le città invisibili" di Calvino. Prodotto dal British Film Institute, è il punto d'arrivo della lunga serie di corti realizzati dal regista negli anni '70 e per molti versi anticipa il più complesso "The Falls". Ci si trovano infatti molti elementi che diventeranno una vera ossessione per Greenaway: il numero 92, la tendenza a catalogare ed enumerare luoghi, persone, eventi ed oggetti, il tema del volo, personaggi immaginari come Tulse Luper (alter ego del regista, qui ipermenzionato ispiratore del viaggio, nonché guida e manipolatore del protagonista) e il suo "rivale" Van Hoyten (guardiano dei gufi allo zoo di Amsterdam, che sta compilando un catalogo degli uccelli migratori dell'emisfero nord, ma che Tulse Luper "brucerà" sul tempo). La musica è di Michael Nyman.

21 luglio 2012

Ricomincio da tre (M. Troisi, 1981)

Ricomincio da tre
di Massimo Troisi – Italia 1981
con Massimo Troisi, Fiorenza Marchegiani
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina.

Il timido e irrequieto Gaetano lascia Napoli per Firenze, dove spera di "ricominciare da tre" ("Tre cose mi sono riuscite nella vita, perché devo perdere pure queste?"). Qui sarà raggiunto dall'invadente amico Lello (Arena) e si innamorerà della bella Marta, infermiera in un istituto di igiene mentale e scrittrice a tempo perso, con la quale sceglierà di crescere un figlio forse non suo (memorabile la gag – che chiude il film – sul nome da dare al bambino: corto, come Ugo, e non lungo, come Massimiliano, altrimenti "crescerà scostumato"). Il folgorante esordio (anche alla regia) di Massimo Troisi, già attore teatrale e televisivo, fa conoscere anche al cinema un nuovo talento della comicità napoletana, che innesta temi esistenzialisti su uno sfondo al tempo stesso realista e surreale (vedi gli esercizi di telecinesi), contemporaneo e astratto, con dialoghi talvolta ai limiti della commedia dell'assurdo. L'utilizzo di un dialetto assai stretto rende forse poco comprensibile parte dei dialoghi a un'ampia fetta di pubblico, ma ha il pregio di favorire la spontaneità e la naturalezza degli interpreti (anche se il lavoro di scrittura sottostante c'è e si vede: non siamo di fronte a improvvisazioni ma a una vera sceneggiatura – opera dello stesso Troisi in collaborazione con Anna Pavignano – che scava a fondo nelle psicologie e negli atteggiamenti dei personaggi). Gaetano, già goffo e impacciato di suo, si trova di fronte a una serie di caratteri eccentrici e caricaturali (dai pazzi del manicomio dove lavora Marta, a figure come l'amante della zia o il dottore tedesco che cura Lello dopo la caduta in bicicletta; o ancora, dal cugino americano Frank, che lo conduce con sé come predicatore porta a porta, allo sventurato "Robertino", vessato e recluso in casa dalla madre bigotta) di fronte ai quali la sua personalità risalta ancor di più come libera e sincera. Ma anche Marta, moderna e indipendente, potrebbe sembrare fin troppo sofisticata per lui: e difatti lo mette di fronte a dilemmi morali e a questioni di gelosia per le quali Gaetano è decisamente impreparato. Efficaci le gag verbali, spesso costruite su un crescendo a partire da uno spunto minimale (come quella su San Francesco, alla cui logorrea nei confronti degli animali si dovrebbe persino la migrazione degli uccelli!); e non mancano i tormentoni (ogni volta che Gaetano dichiara di venire da Napoli, per esempio, viene creduto un emigrante; a un certo punto lui sbotta: "Qui pare che i napoletani non possono viaggiare, possono solo emigrare!"). Grande successo di pubblico (oltre 600 giorni di programmazione nelle sale!) e di critica (due David di Donatello, per il miglior film e il miglior attore). La colonna sonora è di Pino Daniele. Il papà di Gaetano (che attende perennemente un miracolo che gli faccia ricrescere l'arto) è interpretato dal vero padre dell'attore, Lino Troisi.

18 luglio 2012

L'appartamento (Billy Wilder, 1960)

L'appartamento (The apartment)
di Billy Wilder – USA 1960
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Paola, Ginevra, Eleonora, Marco, Sabrina.

Nella speranza di essere promosso a un incarico più prestigioso, l’umile C.C. Baxter (Jack Lemmon), impiegato come contabile in una grande ditta di assicurazioni, si garantisce la benevolenza dei propri superiori prestandogli il suo appartamento, a turno, come pied-à-terre per le scappatelle con le loro amanti. Ma quando uno dei dirigenti (Fred MacMurray) vi porterà la ragazza dell’ascensore (Shirley McLaine) di cui anche lui è innamorato, e questa tenterà il suicidio dopo essersi resa conto che l’uomo la sta ingannando, Baxter se ne prenderà cura e troverà la forza di ribellarsi, a scapito anche dell’ambita promozione. Pellicola geniale, multiforme e stratificata, con una struttura narrativa lineare, personaggi magistralmente caratterizzati (e interpretati in maniera perfetta) e un ritmo che non scade mai, giustamente premiata con l’Oscar per il miglior film (più altre quattro statuette, fra cui regia e sceneggiatura). È considerata una delle vette della pur ricchissima filmografia di Billy Wilder (autore anche dello script, insieme al solito I.A.L. Diamond): dietro gli stilemi della commedia romantica c’è un'impronta di forte satira contro l'ipocrisia e l'arrivismo, le difficoltà di stringere rapporti sociali e il malessere della vita cittadina (gran parte dell’azione si svolge durante le festività natalizie e di capodanno, ma il sottofondo è amaro e malinconico). I due protagonisti sono vittime della società (proprio "vittima" è l'espressione con la quale a un certo punto un personaggio – la moglie del medico – si riferisce alla MacLaine), usate per i propri comodi da ipocriti "uomini di potere" che rubano loro le cose più preziose (l'intimità del domicilio, l'illusione di un amore sincero), ma anche delle proprie stesse debolezze (che il regista sottolinea in maniera quasi spietata), ovvero il servilismo e l'arrivismo di lui, l'ingenuità e la fragilità di lei. Se non ci fosse il lieto fine, sarebbe un film davvero triste. L’ispirazione per il soggetto sarebbe stata fornita a Wilder dalla sceneggiatura di Noël Coward per il film “Breve incontro”: ma il progetto fu a lungo messo da parte, perché il codice Hays rendeva difficile realizzare una storia essenzialmente basata sul tema del tradimento coniugale. Indimenticabile la MacLaine con i capelli corti e la divisa da ascensore, così come Lemmon che scola gli spaghetti con una racchetta da tennis (o che attende che termini la pubblicità per vedersi un film in televisione) e le buffe partite a ramino fra i due protagonisti. Da ricordare, nel cast, anche Jack Kruschen nei panni del dottor Dreyfuss, il medico di origine tedesca convinto che Baxter – suo vicino di pianerottolo – conduca una vita sconsiderata, e Joyce Jameson in quelli della bionda che abborda Baxter nel bar a Capodanno. Fra i dirigenti che approfittano dell’appartamento di Baxter spiccano Ray Walston e David Lewis. L’art director Alexandre Trauner utilizzò diversi trucchi del mestiere (come la prospettiva forzata) per rendere al meglio le dimensioni dell’enorme ditta di assicurazioni in cui lavora il protagonista. Fra i locali dell'azienda e l’appartamento di Baxter, gli ambienti stessi in cui si muovono i personaggi assurgono al rango di coprotagonisti. Una curiosità: si tratta dell’ultimo film completamente in bianco e nero ad aver vinto l’Oscar come migliore pellicola (fino a “The Artist” nel 2012; “Schindler List”, che vinse nel 1994, conteneva alcune sequenze a colori).

17 luglio 2012

La leggenda del pianista sull'oceano (G. Tornatore, 1998)

La leggenda del pianista sull'oceano
di Giuseppe Tornatore – Italia/USA 1998
con Tim Roth, Pruitt Taylor Vince
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Nato nei primi giorni del ventesimo secolo e abbandonato ancora in fasce su un transatlantico in servizio fra l’Europa e l’America, Danny Boodman T. D. Lemon Novecento – come viene battezzato dal macchinista che lo adotta (fondendo insieme il suo stesso nome, la scritta sulla scatola che conteneva il neonato e un omaggio al nuovo secolo che stava cominciando) – trascorrerà tutta la propria vita a bordo della nave, senza mai scendere a terra e senza mai farsi registrare all’anagrafe. A bordo si guadagnerà da vivere come pianista: la sua incredibile abilità con la tastiera gli procurerà fama e onori, che però rifuggirà (“La mia musica non va dove non sono io”, risponde al discografico che vorrebbe mettere in commercio un’incisione delle sue esibizioni). Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua storia sarà narrata attraverso una serie di flashback dall'amico Max Tooney, trombettista americano che è convinto che Novecento si trovi ancora a bordo del transatlantico, ormeggiato in un porto inglese e destinato ormai alla demolizione. Tratto da un monologo teatrale di Alessandro Baricco intitolato per l’appunto “Novecento” (ma era francamente impensabile mantenere per la pellicola lo stesso titolo, già usato da Bernardo Bertolucci per il suo epico affresco contadino), il film è una coproduzione italo/americana sontuosa e patinata, con un cast internazionale. A differenza però dei film del citato Bertolucci, che potrebbero essergli paragonati per ambizione, confezione e scala produttiva, quello di Tornatore risulta meno “personale” e più colmo di romanticismo poetico, con poca attenzione al realismo, alla verosimiglianza della narrazione (alcune scene, pur belle e anzi forse le migliori del film, spiccano per l’aspetto “cartoonistico”: si pensi alla “danza” del pianoforte durante la tempesta, o alla sfida virtuosistica con Jelly Roll Morton, “l’inventore del jazz”, quasi una parodia dei duelli western), alla denuncia sociale (il ritratto degli emigranti che vanno a cercare fortuna in America, così come quello della vita a bordo della nave, è fin troppo idilliaco) o alla ricostruzione storica (dei grandi eventi del ventesimo secolo non si fa menzione, se si eccettuano un paio di fugaci riferimenti alla seconda guerra mondiale). E anche il finale, a ben vedere, ha poco senso: dopo che Novecento è rimasto da solo (per anni?) sulla nave in disuso, sceglie di morire lasciandosi esplodere insieme a essa perché ha capito che non potrebbe mai adattarsi alla vita sulla terraferma (“La terra è una nave troppo grande per me”): ma perché non trasferirsi semplicemente su un’altra imbarcazione? In ogni caso, non è sul piano del realismo che andrebbe giudicato un film che è prima di tutto una fiaba e poi una metafora della vita attraverso i temi del viaggio e dell’arte. E da questo punto di vista non delude, anche se in fondo la sua ragion d’essere risiede più nella confezione che nei contenuti: da sottolineare a questo proposito la fotografia, le scenografie e soprattutto la colonna sonora di Ennio Morricone, con un tema principale (quello che Novecento si fa ispirare dalla visione di una bella ragazza, interpretata dall’attrice francese Mélanie Thierry) semplice e dolce.

16 luglio 2012

Un sogno per domani (Mimi Leder, 2000)

Un sogno per domani (Pay it forward)
di Mimi Leder – USA 2000
con Haley Joel Osment, Kevin Spacey, Helen Hunt
**

Visto in TV, con Sabrina.

Stimolato da un compito assegnato in classe dall’insegnante di scienze sociali (ideare un metodo per cambiare in meglio il mondo), il sensibile undicenne Trevor (Haley Joel Osment, appena reduce da "Il sesto senso") escogita una sorta di catena di Sant’Antonio composta da “buone azioni”: chi riceve un favore dovrà ricambiare aiutando a sua volta, e in maniera del tutto disinteressata, altre tre persone sconosciute. Il generoso meccanismo si propagherà per tutto il paese, fino a quando un giornalista – “risalendo” all’indietro la catena dei favori – rintraccerà il bambino e lo intervisterà, contribuendo a diffondere ancora di più la sua idea. Fra coloro che ne beneficeranno, tra gli altri, ci saranno anche la madre di Trevor (Helen Hunt) e il suo insegnante (Kevin Spacey), che troveranno l’uno nell’altra un conforto alle rispettive solitudini. Idealistico e ottimista, un film ad alto rischio di retorica: i buoni sentimenti non mancano, il meccanismo narrativo è farraginoso e la filosofia di fondo può sembrare innovativa giusto agli americani, così assuefatti a una società individualista e menefreghista (non a caso la pellicola si svolge a Las Vegas, località “antisociale” per eccellenza) da trovare insolita o addirittura “eroica” l’idea di mostrarsi gentili con gli sconosciuti (non più di tre, però, mi raccomando!). Ma le discrete prove degli interpreti (su tutte quella di Spacey, nei panni di un uomo ferito e vulnerabile; ma bene anche la Hunt, madre alcolizzata e spogliarellista, e Jim Caviezel, il barbone che per primo sperimenta la generosità di Trevor), il valore dello spunto di partenza (di fatto l’idea del bambino consiste nel dar vita a un “social network” offline) e un finale non del tutto lieto (al quale peraltro non sono mancate critiche) valgono almeno una visione. Il titolo originale della pellicola, “Pay it forward”, ribalta il “Pay it back” con cui di solito si definisce l’atto di restituire – per gratitudine o per senso del dovere – un favore a chi l’ha fatto.

15 luglio 2012

Two weeks notice (Marc Lawrence, 2002)

Two weeks notice - Due settimane per innamorarsi (Two weeks notice)
di Marc Lawrence – USA 2002
con Sandra Bullock, Hugh Grant
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Un’avvocatessa impegnata nel sociale, abituata a battersi per le cause perse (come il salvataggio di un centro comunitario a Coney Island, minacciato da una speculazione immobiliare), viene assunta proprio dal ricco e affascinante miliardario la cui società è coinvolta nel progetto di demolizione. Naturalmente, nonostante le differenze di vedute e la fama di playboy di lui, finirà con l’innamorarsene. Commedia romantica prevedibilissima e senza guizzi, che ha i suoi unici punti a favore nella buona alchimia fra i due protagonisti e nel ritmo vivace di una sceneggiatura che però elargisce ben poche battute o momenti memorabili. Gli spunti potenzialmente interessanti del soggetto (il contrasto politico fra lei, ambientalista e di sinistra, e lui, arricchito e privo di coscienza sociale) sono sviluppati all’acqua di rose, mentre la mancanza di invenzioni cinematografiche o di comprimari degni di nota (non si può infatti considerare tale la “rivale”, sia in amore che sul lavoro, interpretata da Alicia Witt) lo rendono un film appetibile soltanto per i fan dei due interpreti.

The pet – La sottomissione di Mary (D. Stevens, 2006)

The pet – La sottomissione di Mary (The Pet)
di D. Stevens – USA 2006
con Pierre Dulat, Andrea Edmondson
*

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo aver perso l’amato cane, un riccone decide di sostituirlo “allevando” una ragazza (consenziente) come se fosse un animale domestico: nuda, con collare e guinzaglio, obbligo di dormire in gabbia, e così via. Il soggetto di partenza (sul tema del ‘pet play’) sarebbe stato anche interessante, ma l'esigenza di sviluppare la trama a ogni costo porta ben presto il film in tutt’altre direzioni: l’erotismo (quel poco che c’era) si perde per strada quando la sceneggiatura vira in una sottotrama sul traffico illegale di esseri umani e di donatori di organi, dalla quale la pellicola ha tutto da perdere. Regia, recitazione e confezione tecnica, in ogni caso, sono sotto il livello di guardia.

12 luglio 2012

The way back (Peter Weir, 2010)

The Way Back (id.)
di Peter Weir – USA 2010
con Jim Sturgess, Ed Harris, Colin Farrell
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Marisa, Candida e altri.

Era da tempo (da “Master and commander” del 2003, per la precisione) che non usciva un nuovo film di Peter Weir, regista fra i più grandi degli ultimi quarant’anni. E per di più arriva nelle nostre sale con qualche stagione di ritardo, indice della scarsa fiducia dei distributori in una pellicola di non facile impatto (nonostante la presenza di attori di nome), il cui argomento (la fuga di un gruppo di prigionieri da un gulag siberiano e il loro lungo cammino per tornare a casa), l’incedere lento e lo stile cinematografico d’altri tempi potrebbero forse tenere lontani gli spettatori più giovani. Ispirato a un celebre resoconto (quello di Sławomir Rawicz, pubblicato negli anni cinquanta) della cui attendibilità si è recentemente cominciato a dubitare (per stare sul sicuro, Weir si è avvalso della consulenza storica della giornalista Anna Appelbaum), il film si svolge nel 1941, quando numerosi polacchi furono rinchiusi nei gulag staliniani dopo l’invasione sovietica della Polonia in risposta a quella tedesca. Fra questi c’è Janusz, condannato come “spia” in seguito a una confessione estorta alla moglie. Approfittando di una tempesta di neve, l’uomo riesce a evadere in compagnia di quattro compatrioti, ai quali si aggiungono un prigioniero americano (Ed Harris), ovvero uno dei non pochi statunitensi che avevano cercato fortuna in Russia dopo la Grande Depressione; una ragazza (Saoirse Ronan); e un urka (Colin Farrell), ovvero un criminale russo (nei gulag ladri e banditi godevano di privilegi rispetto ai prigionieri politici e venivano lasciati “spadroneggiare” dalle guardie, perché a differenza di quelli non erano considerati “nemici del popolo”). La fuga a piedi verso la libertà si trasformerà in un viaggio lunghissimo: in quasi un anno, dirigendosi sempre verso sud e combattendo contro il freddo, la fame e la sete, gli uomini percorreranno oltre 6.000 chilometri (evitando accuratamente villaggi e centri abitati per non correre il rischio di essere riconsegnati ai sovietici), dapprima attraverso le foreste e le steppe siberiane, poi lungo le coste del lago Baikal fino alla Mongolia, quindi nelle aride distese di sabbia del deserto dei Gobi, e infine attraverso le vette himalayane del Tibet fino all’India. Con un soggetto simile, è ovvio che il tema tanto caro a Weir del rapporto fra l’uomo e l’ambiente circostante (qui rappresentato da una natura estrema, che sa essere al contempo ostile o fornire acqua e cibo nel momento del bisogno) sia costantemente al centro della pellicola, forse più che in ogni altro suo film. Di fronte a esso passano in secondo piano anche le relazioni fra i personaggi, legati fra loro soltanto dall’obiettivo comune, quello della sopravvivenza: persino il loro passato conta poco (alcuni, come l’americano Smith, sono assai reticenti al proposito). Ciò nonostante, le figure emergono con vigore e personalità, grazie anche agli ottimi interpreti: meritano una particolare menzione l’intenso Ed Harris (che per Weir aveva già recitato in "The Truman Show") e il sorprendente Colin Farrell (nel ruolo della "simpatica canaglia"). Il regista australiano si prende i tempi giusti per descrivere il lungo cammino, le fatiche e le sofferenze dei fuggitivi, stimolando ai massimi livelli il coinvolgimento di uno spettatore che, se ricettivo e disposto a partecipare, si ritrova quasi a vivere insieme ai personaggi tutte le difficoltà del viaggio. All’anelito per la libertà e al desiderio di sopravvivere in ogni modo si sovrappongono i temi della colpa e del perdono, visto che sono proprio queste le motivazioni che spingono almeno due dei personaggi principali (Janusz e Smith) a proseguire nel cammino e a non cedere di fronte alla fatica e alle difficoltà: Janusz, in particolare, non potendo tornare “indietro” a casa perché la sua patria è occupata dai Sovietici, continuerà ad andare “avanti”, ossia a camminare per il mondo fino a quando, dopo il crollo del Comunismo, potrà riabbracciare la moglie (“Solo io posso perdonarla”, spiega). Eccezionali gli scenari naturali (non a caso, cosa insolita per una pellicola di fiction, fra i produttori c’è National Geographic), solida la regia che non perde mai la presa sulla materia trattata e non si concede divagazioni di gusto hollywoodiano, anche perché può contare su una sceneggiatura senza sbavature.

10 luglio 2012

Alice non abita più qui (M. Scorsese, 1974)

Alice non abita più qui (Alice doesn't live here anymore)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Ellen Burstyn, Kris Kristofferson
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte improvvisa di un marito violento e che non amava, Alice Hyatt prende con sé il figlio Tommy (Alfred Lutter), lascia la cittadina del New Mexico dove abitava e si mette in viaggio con l’intenzione di raggiungere Monterey, in California, il luogo dove aveva vissuto felicemente in gioventù. Durante il percorso sarà costretta ad alcune tappe forzate per guadagnare il denaro necessario per proseguire il cammino: a Phoenix riuscirà a farsi assumere come cantante in un piano bar, ma un altro uomo violento e inaffidabile (Harvey Keitel) la costringerà a ripartire; a Tucson, dove si ridurrà a fare la cameriera in un bar di quart’ordine (il Mel’s Diner), si innamorerà invece del proprietario di una fattoria (Kris Kristofferson) e, dopo alcuni alti e bassi, sceglierà di rimanere con lui. Appassionante spaccato di vita “on the road” sul tema del cambiamento e sulle difficoltà di una vedova (con figlioletto vivace al seguito) nel ricostruirsi una nuova esistenza, fra sogni di gioventù e speranze di un futuro migliore, disillusioni e l’impossibilità di stare senza un uomo. Si tratta del quarto film di Scorsese ma anche del suo primo lavoro hollywoodiano dopo tre pellicole indipendenti (il film è prodotto dalla Warner Bros, studio con cui la Burstyn aveva appena girato “L’esorcista”). Fu proprio l’attrice, che desiderava fare un “diverso tipo di film, con una storia vista da una prospettiva femminile”, a scegliere il copione e a chiedere di lavorare con un regista “giovane e nuovo”. Il nome di Scorsese le venne suggerito dall’amico Coppola, e il regista accettò di buon grado di dirigere il film come risposta a quei critici che dopo "Mean Streets" lo accusavano di saper fare solo film "maschili". Il titolo è ispirato a una canzone degli anni trenta, così come “datate” sono molte delle canzoni che fanno parte della colonna sonora. Oltre alla viva e vibrante atmosfera di fondo, che fortunatamente non sfocia mai nel melodrammatico o nella soap opera (nonostante l'ironico incipit in stile retrò e alla Douglas Sirk), rimane impressa la fotografia iperrealista, dai toni accesi e – soprattutto nella prima parte – virati sul rosso e sui colori caldi. Ellen Burstyn vinse l’Oscar per la miglior interpretazione femminile. Diane Ladd è l'estroversa e sboccata Flo, una delle colleghe di Alice al bar, mentre Audrey, il “maschiaccio” amico di Tommy, è interpretata da una dodicenne Jodie Foster, che due anni dopo farà sensazione in un altro film di Scorsese, “Taxi Driver”. Dal film fu tratta anche una serie televisiva, la sitcom “Alice”, durata per ben nove stagioni.

8 luglio 2012

Profumo di donna (Dino Risi, 1974)

Profumo di donna
di Dino Risi – Italia 1974
con Vittorio Gassman, Alessandro Momo
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane attendente Giovanni "Ciccio" Bertazzi (Momo) riceve l'incarico di accompagnare il capitano in pensione Fausto Consolo (Gassman) in un viaggio in treno da Torino a Napoli. Ma ignora che l'uomo – rimasto cieco e senza un braccio in seguito a un incidente – ha progettato, una volta giunto a destinazione, di uccidersi insieme a un suo collega, cieco a sua volta. Nel corso delle varie tappe del viaggio – Genova, dove Fausto si intratterrà con una prostituta (Moira Orfei), e Roma, dove farà visita a un cugino prete – il legame fra il capitano e il suo giovane accompagnatore si farà sempre più stretto; a Napoli sarà invece un’ostinata ragazza, Sara (Agostina Belli), a far breccia nel cuore dell’uomo e a farlo desistere dal suo proposito di chiudersi in sé stesso, rifiutare ogni aiuto e rinunciare alla vita. Come nel successivo remake hollywoodiano (“Scent of a woman”, del 1992, con Al Pacino), quasi tutto il “peso” del film si regge sulle spalle dell’attore protagonista, qui un superbo Gassman che dà vita a un personaggio carismatico ed eccentrico, esuberante e sgarbato, che nasconde la depressione e la tristezza di vivere dietro a un comportamento sopra le righe che soltanto la giovane Sara, innamorata di lui sin da bambina, riesce a “leggere” in maniera positiva. Privo della vista, Fausto si affida agli altri sensi (e soprattutto all’olfatto) per godere di quello che ritiene essere il principale piacere della vita, ovvero le donne. Nel cast, comparsata per Alvaro Vitali (il barista). Bel tema musicale di Armando Trovajoli. La sceneggiatura (di Dino Risi e Ruggero Maccari) è ispirata a un romanzo ("Il buio e il miele") di Giovanni Arpino.

6 luglio 2012

Il cammino per Santiago (E. Estevez, 2010)

Il cammino per Santiago (The Way)
di Emilio Estevez – USA/Spagna 2010
con Martin Sheen, Deborah Kara Unger
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Dopo che il figlio (Emilio Estevez) è rimasto vittima di un incidente sui Pirenei proprio nel primo giorno del suo cammino verso Santiago de Compostela, un anziano oftalmologo americano (Martin Sheen) decide di compiere il pellegrinaggio al suo posto, portando con sé una cassetta con le sue ceneri. Lungo la strada, che inizialmente intendeva percorrere in totale solitudine e spinto solo dall'ostinazione, farà amicizia con compagni occasionali (un estroverso olandese che spera di dimagrire, una scostante americana in fuga da un marito violento, un bizzarro scrittore irlandese in cerca di ispirazione) e imparerà a conoscere meglio anche sé stesso e la propria vita: è questo, in fondo, il vero senso del pellegrinaggio (al di là di ogni motivazione religiosa o salutista). Se come film in fondo non è niente di speciale (trama semplice e senza guizzi, personaggi caratterizzati banalmente, una struttura episodica che raramente “cattura” lo spettatore), avendo a mia volta affrontato l’anno scorso un tratto del cammino (purtroppo non tutto: ma spero prima o poi di tornare a completarlo) devo ammettere che mi ha fatto piacere rivedere quei luoghi sullo schermo. Ho inoltre apprezzato il tentativo di rappresentare, senza un’eccessiva drammatizzazione hollywoodiana e tutto sommato anche con sufficiente realismo e assenza di retorica, alcune delle caratteristiche che fanno del pellegrinaggio verso Santiago un’esperienza unica: ottocento chilometri a piedi e con zaino in spalla attraverso campi, altopiani, paesi e città, lungo una via battuta sin dal medioevo e che ancora oggi è percorsa da migliaia di persone ogni anno, di tutte le età e le nazionalità, e per i motivi più disparati. La pellicola è nata tutto in famiglia: Estevez, infatti, è figlio di Martin Sheen anche nella vita reale, e l’idea del film è sorta dopo che Sheen e il nipote Taylor (figlio di Estevez) avevano percorso il cammino nel 2003.

3 luglio 2012

Una storia vera (David Lynch, 1999)

Una storia vera (The Straight Story)
di David Lynch – USA 1999
con Richard Farnsworth, Sissy Spacek
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Paola e Ilaria.

Per far visita al fratello Lyle, reduce da un infarto e con cui non parla da oltre dieci anni, l'anziano e malandato Alvin Straight decide di percorrere le 240 miglie che lo separano da lui (attraverso gli stati dello Iowa e del Wisconsin) a bordo di un tagliaerba: non possiede infatti la patente, a causa dei suoi problemi di vista e di deambulazione, e "sente" di dover compiere il viaggio da solo. Lungo il percorso, effettuato con estrema lentezza, bivaccherà sotto le stelle, farà diversi incontri interessanti (fra gli altri: una ragazza scappata di casa perché incinta e un'automobilista che continua a investire cervi "che escono dal nulla") e sperimenterà la solidarietà altrui. Bizzarro road movie che celebra la calma e la forza di volontà, oltre che i valori morali e il desiderio di riconciliazione del protagonista (che trasudano anche dalle conversazioni con il vecchio reduce di guerra e con il prete). Come hanno fatto notare diversi critici, è curioso il contrasto fra la "lentezza" con cui procede il viaggio di Alvin e la teorica esigenza di arrivare a destinazione il più presto possibile, viste le condizioni del fratello e la propria vecchiaia. Nel complesso si tratta di un oggetto davvero particolare all'interno della filmografia di Lynch (che lo ha definito come il suo film "più sperimentale"): pacato e riflessivo, lontanissimo dalle atmosfere inquietanti e oniriche dei suoi altri lavori, è l'unico del quale il regista non ha scritto la sceneggiatura, nonché l'unico distribuito dalla Walt Disney (e senza restrizioni di pubblico). Come rivela il titolo italiano – quello originale è invece un gioco di parole sul nome del protagonista, visto che Straight significa "diritto, retto" – si tratta di una storia accaduta davvero (nel 1994, quando Alvin aveva 73 anni). La pellicola è stata girata lungo il percorso realmente effettuato da Straight, e le riprese (cosa insolita durante la lavorazione di un film) sono state effettuate in stretto ordine cronologico. Bella la colonna sonora di Angelo Badalamenti. Fondamentale l'interpretazione di Richard Farnsworth (a sua volta gravemente malato per un tumore alle ossa che gli paralizzava le gambe: durante le riprese non doveva fingere di camminare con le stampelle), morto suicida l'anno successivo all'età di 80 anni. Il fratello di Alvin, Lyle, che appare solo nella scena finale, è interpretato da Harry Dean Stanton, mentre Sissy Spacek è la figlia con qualche disabilità mentale.

30 giugno 2012

Anatomia di un rapimento (A. Kurosawa, 1963)

Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1963
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai, Tsutomu Yamazaki
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Il ricco industriale Gondo (Mifune) sta per concludere l'affare della vita: per non essere estromesso dal consiglio di amministrazione della sua società, ha ipotecato ogni proprietà e ha radunato abbastanza denaro da acquistare la maggioranza delle azioni. Ma prima che possa chiudere l'accordo, riceve una terribile telefonata: qualcuno ha rapito suo figlio Jun e chiede un forte riscatto. Gondo si dichiara subito pronto a pagare: la salvezza del figlio vale infatti più del denaro o dell'azienda. Presto, però, si scopre che il rapitore ha sbagliato persona: non ha rapito Jun ma un suo compagno di giochi, Shinichi, figlio di un semplice autista. Ciò nonostante il criminale non modifica la sua richiesta, e Gondo si ritrova di fronte a un terribile dilemma morale: sacrificare tutto ciò che possiede per salvare il bambino di un altro? Già la prima tesissima mezz'ora (ambientata tutta in una sola stanza, il soggiorno della villa di Gondo) sarebbe bastata a qualsiasi altro regista per dar vita a un film memorabile, ma Kurosawa va persino oltre. La sezione centrale della pellicola diventa un police procedural con i fiocchi, nel quale assistiamo alle lunghe e meticolose indagini del commissario Tokura (Nakadai) e dei suoi uomini alla ricerca del rapitore: viene esaminato ogni dettaglio e seguita ogni possibile pista per ricostruire dove il bambino è stato tenuto prigioniero e dove si nasconde il colpevole, fino alla sua identificazione. Nella parte conclusiva, infine, il rapitore – lo studente di medicina Takeuchi (Yamazaki) – viene pedinato dai poliziotti (al porto, nei locali e nel quartiere dei derelitti di Yokohama) per coglierlo in flagrante mentre cerca di eliminare i complici che potrebbero incriminarlo. Ispirato a un romanzo di Ed McBain ("Una grossa somma") ma anche a un fatto reale di cronaca, il ventiduesimo film di Kurosawa – realizzato quattrordici anni dopo il suo primo approccio al genere con "Cane randagio" – è un giallo serratissimo che rappresenta al contempo una parabola umanista sul bene e il male, sul denaro e l'avidità, sul delitto e sull'integrità morale, e in cui si capovolgono diversi luoghi comuni: per una volta il ricco è il "buono" e il povero è il "cattivo". Il titolo originale, che significa "Fra cielo e inferno", si riferisce al limbo in cui vivono i personaggi: Gondo, nella sua villa che domina la città dall'alto, e Takeuchi, che dai bassifondi sviluppa un odio per il ricco industriale (non vuole solo il suo denaro, ma anche umiliarlo e ridicolizzarlo davanti all'opinione pubblica), si confronteranno soltanto nel finale, quando "vittima" e "carnefice" si troveranno l'uno di fronte all'altro durante il colloquio in carcere. Più che McBain, sembra quasi che Kurosawa avesse in testa ancora Dostoevsky! Toshiro Mifune, con la solita recitazione intensa e nervosa, dà vita a un personaggio ricco di sfumature: inizialmente ritratto come un cinico "squalo" della finanza (il suo motto è "uccidere o essere uccisi"), mostra poi la sua umanità quando decide di sacrificare il proprio patrimonio, anche perché in qualche modo si sente responsabile dell'accaduto. La notizia, diffusa sui giornali, gli varrà il plauso e il rispetto di tutti (contro le aspettative del rapitore), tanto che persino uno dei poliziotti commenterà: "Non ho mai avuto simpatia per i ricchi, forse perché sono nato povero, ma quell'uomo è realmente ammirevole". Una bella differenza rispetto ai dirigenti corrotti che il regista aveva ritratto tre anni prima ne "I cattivi dormono in pace". Memorabile la sequenza – anche questa di grande tensione – ambientata sul treno, quando Gondo deve consegnare il riscatto al rapitore, così come la scena in cui il fumo rosso che esce dalla ciminiera dell'inceneritore (il colore è dipinto sui fotogrammi in bianco e nero, un "effetto speciale" che oltre a ricordare il cinema delle origini rappresenta il primo utilizzo della policromia in un film di Kurosawa!) darà agli investigatori la traccia decisiva per identificare il colpevole. Nella curiosa colonna sonora, fra i brani che si sentono alla radio ci sono "La trota" di Schubert e una versione strumentale di "'O sole mio".

28 giugno 2012

Quando la moglie è in vacanza (B. Wilder, 1955)

Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch)
di Billy Wilder – USA 1955
con Tom Ewell, Marilyn Monroe
***1/2

Rivisto in DVD, con Eleonora e Ilaria.

Rimasto da solo durante l’estate nell’afosa Manhattan, dopo aver spedito in villeggiatura la moglie e il pestifero figlioletto, il redattore Richard Sherman si lascia tentare dalla possibilità di un’avventura extraconiugale con un'affascinante vicina di casa, la "ragazza del piano di sopra" (il personaggio non ha nome: nella sceneggiatura è indicata semplicemente come "the girl"). Irriverente satira sull’infedeltà matrimoniale (il titolo originale significa "il prurito del settimo anno" e si riferisce al periodo di tempo dopo il quale – secondo gli psicologi – ogni matrimonio comincia a usurarsi), tratta da una commedia scritta tre anni prima da George Axelrod per Broadway (il cui interprete Tom Ewell venne scritturato anche per l’adattamento cinematografico), è una delle pellicole più celebri con Marilyn Monroe, quella in cui l’attrice incarna il suo personaggio più tipico e iconico: la bionda bella e svampita, che seduce gli uomini quasi senza accorgersene. Fenomenale nella sua leggerezza e fisicità, Marilyn farebbe girare la testa a chiunque: figuriamoci a uno come Sherman, che vive già di suo nel mondo dei sogni (sono numerose le sequenze in cui la sua immaginazione gli fa fare voli pindarici, in cui si vede come un irresistibile dongiovanni o, al contrario, immagina che sia la propria consorte a tradirlo durante la villeggiatura), perennemente incerto se rimanere fedele alla moglie o cedere alla tentazione di una scappatella con la nuova vicina, e che pensa che per conquistarla bastino l'aria condizionata nell'appartamento, un bicchiere di champagne e soprattutto le romantiche note del secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov (Marilyn, invece, preferisce le “tagliatelle”, un brano facilissimo da suonare con solo due dita). Dall’incipit che azzarda un paragone fra il comportamento degli antichi abitanti di Manhattan (gli indiani) e quelli odierni, passando per una serie di trovate indimenticabili (la semplicità e l’ingenuità di Marilyn che tiene la biancheria intima nel frigo; il lavoro stesso di Sherman, che consiste in “erotizzare” le copertine di grandi classici della letteratura per renderli più appetibili a un pubblico in cerca di emozioni), il film è una collezione di momenti divertenti, leggeri e sbarazzini, molti dei quali si prendono gioco dell’ipocrisia e della morale dell'epoca e della censura cui Hollywood era soggetta (e che si riflette nel fatto che l’affaire fra Sherman e la ragazza non va a buon fine). Va però ricordato soprattutto per la più celebre scena con Marilyn come protagonista, entrata a pieno diritto nella cultura popolare: quella in cui lo spostamento d’aria provocato da una carrozza della metropolitana, passando sotto una grata, le solleva la gonna. Curiosamente, durante questa scena, nell’inquadratura Marilyn non si vede a figura intera: l’immagine che circola in giro (in cui la bionda cerca inutilmente di tenere già il vestito) è stata scattata sul set dal fotografo di scena Matty Zimmerman della Associated Press. L’abito bianco indossato dall’attrice in quell’occasione è diventato a sua volta una celebrità come uno dei costumi più popolari di tutta la storia del cinema. Da notare che a un certo punto Tom Ewell esclama, a proposito della ragazza che si nasconde nel suo appartamento, “Forse è Marilyn Monroe!”: mi chiedo se la battuta fosse presente anche nella commedia originale (all’epoca Marilyn iniziava a essere già nota), dove però il ruolo della ragazza era interpretato da un’altra attrice, Vanessa Brown.

25 giugno 2012

Cannes e dintorni 2012 - conclusioni

Come si era già detto da più parti, l'ultima edizione del Festival di Cannes non ha offerto veri capolavori, e questo si è riflesso anche nella rassegna milanese. Il vincitore della Palma d'Oro ("Amour" di Michael Haneke), pur essendo un buon film, non mi è parso alla stessa altezza del precedente lavoro del regista austriaco ("Il nastro bianco"). E nulla di ciò che ho visto in questi giorni sembrerebbe destinato a lasciare il segno. L'unica pellicola che si è stagliata (e anche piuttosto nettamente) al di sopra delle altre è stato l'affascinante affresco notturno di Nuri Bilge Ceylan, "C'era una volta in Anatolia": ma guarda caso, proveniva dal Festival dell'anno scorso e non da quello del 2012. Per il resto, meritano comunque una segnalazione i film di Ulrich Seidl ("Paradise: Love") e di Tony Kaye ("Detachment"). Interessanti, ma con qualche riserva, quelli di Michel Gondry ("The We and the I") e di Cristian Mungiu ("Beyond the Hills"). Delusione per Audiard ("De rouille et d'os") e per le "Relazioni pericolose" cinesi. Divertente il giapponese "Thermae Romae", e tutto sommato anche il consueto giocattolo di Wes Anderson ("Moonrise Kingdom"): insieme al documentario kubrickiano "Room 237", hanno rappresentato i pochi momenti di allegria in una rassegna permeata da atmosfere cupe e tragiche, dai temi della malattia e del disagio giovanile (ben tre erano i film ambientati attorno a una scuola!). C'è da dire che forse il caldo afoso ha inciso sul mio scarso gradimento complessivo. Il peggio? Difficile salvare qualcosa nel pretenzioso Carlos Reyagdas ("Post tenebras lux") e nel ricattatorio coreano "Silenced".

24 giugno 2012

Oltre le colline (C. Mungiu, 2012)

Oltre le colline (După dealuri)
di Cristian Mungiu – Romania 2012
con Cosmina Stratan, Cristina Flutur
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alina e Voichiţa sono due ragazze cresciute insieme all'orfanotrofio: ora la prima ha trovato un lavoro in Germania, mentre la seconda è entrata in un piccolo convento ortodosso sulle colline. Nel tentativo di convincere l'amica – di cui è innamorata – a lasciare il convento e partire con lei, Alina soggiorna temporaneamente a sua volta nel monastero: ma il suo temperamento irascibile e impaziente turba quel luogo di pace e di preghiera, mettendo in subbuglio la già difficile vita (non immune da sacrifici e problemi economici) della comunità formata dalle monache e del pope ortodosso (che le ragazze, come in una famiglia, chiamano "papà": e il tema della famiglia ricorre continuamente nella pellicola, come nella scena in cui Alina torna a visitare i suoi "genitori" adottivi, che hanno già preso un'altra ragazza per sostituirla e fare i lavori in casa). Resasi conto che ormai Voichiţa "ha Dio nel cuore" e che non intende seguirla, Alina si farà prendere da una furia sempre più violenta e distruttrice, tanto da essere considerata "indemoniata". Dopo "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni", Mungiu racconta un'altra storia di dolore e sofferenza femminile, ispirata a un episodio avvenuto realmente (un caso di esorcismo, con conseguenze tragiche, in un monastero in Moldavia) all'insegna del contrasto fra fede e amore (più che Alina, resa cieca dai suoi desideri e incapace di accettare la realtà, la vera protagonista e vittima della vicenda è Voichiţa, che ama sinceramente l'amica – anche se "in maniera diversa rispetto al passato" – e soffre per lei). Lo stile austero del regista (sobri piani sequenza, assenza di musica) si sposa bene con l'ambientazione (l'angusto e spartano monastero di campagna) e con l'ottima prova delle protagoniste (premiate a Cannes). Peccato, però, che il film risulti inefficace nel comunicare qualcosa allo spettatore: il conflitto fra fede e amore non è risolto, le intenzioni rimangono confinate in uno sterile esercizio di estetica cinematografica pura ed essenziale, e persino lo scenario così fuori dal mondo e dal tempo finisce col repellere ogni significato anziché catalizzarne uno universale. Insomma, Bresson era un'altra cosa. In una pellicola complessivamente cupa, spicca almeno una scena assai divertente: quella in cui, per preparare Alina alla confessione, le viene letto l'elenco numerato di tutti i possibili peccati.

23 giugno 2012

Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Love (Paradies: Liebe)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Margarethe Tiesel, Peter Kazungu
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Teresa, viennese di mezza età, parte per una breve vacanza esotica sulle spiagge del Kenya. Le amiche conosciute durante il soggiorno, ben più "navigate" di lei, la introducono alla pratica del turismo sessuale, incitandola a prendersi come amante uno dei numerosi giovani e aitanti indigeni che si offrono alle villeggianti straniere in cambio di denaro. Dapprima incerta e titubante, vittima di aspiranti "gigolò" che intendono solo approfittare del suo portafoglio, si farà lentamente prendere la mano e da sfruttata (patetica e in cerca di amore e tenerezza) diventerà sfruttatrice senza scrupoli (adescando anche chi, come il timido impiegato dell'albergo, non vorrebbe concedersi a certe pratiche ma essendo in condizioni di inferiorità non può opporre un netto rifiuto). Primo capitolo di una trilogia incentrata sulle vacanze dei vari membri di una stessa famiglia in luoghi "paradisiaci" (gli episodi successivi saranno "Paradise: Faith" e "Paradise: Hope", dedicati rispettivamente alle missioni religiose e ai campi per dimagrire), il film affronta un tema finora poco frequentato dal cinema, quello appunto del turismo sessuale al femminile. Lo sfruttamento (in atto da ambedue le parti, a dire il vero), il razzismo strisciante e il substrato colonialista vengono portati efficacemente sullo schermo attraverso una serie di scene difficili da dimenticare (le file di sdraio con i turisti bianchi a prendere il sole, separati da un cordino – e da uno spiegamento di poliziotti – dal resto della spiaggia dove i neri sono in piedi e in attesa che qualcuno dei visitatori si azzardi a fare un passo verso di loro; le spoglie stanze in case dei quartieri poveri, dedicate esclusivamente agli incontri occasionali fra i rappresentanti di due mondi mai così distanti; le ipocrite frasi "d'amore" che le anziane donne e i giovani neri si scambiano per ammantare di un fasullo romanticismo la cruda realtà). La regia di Seidl mette il tutto in risalto lasciando che la sua camera voyeuristica si soffermi sui corpi vecchi e grassi delle turiste (durante le sue passeggiate Teresa è quasi sempre ripresa impietosamente da dietro), sull'imbarazzo o l'audacità dei vari approcci, sulla stupidità degli spettacoli di ballo e danza messi in scena dagli animatori dell'albergo. E il forte equilibrio nella descrizione del fenomeno, di cui si mostrano tutte le sfaccettature, fa paragonare il film a un'altra recente pellicola "turistica" austriaca ("Lourdes" di Jessica Hausner).

22 giugno 2012

Detachment (Tony Kaye, 2011)

Detachment – Il distacco (Detachment)
di Tony Kaye – USA 2011
con Adrien Brody, Sami Gayle
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso, e al contempo così presente al mondo", recita la frase di Albert Camus da cui proviene il titolo del film. Anche il professor Barthes (un sofferto e intenso Adrien Brody) la pensa così: chiamato a insegnare come supplente in un problematico liceo di periferia, frequentato dai "peggiori elementi del distretto", per svolgere al meglio il suo ruolo si presenta ormai privo di sentimenti da ferire o da offendere, quasi anestetizzato dalle durezze della vita. Il suo cinismo, la sua disillusione e i suoi modi spicci gli consentono di non lasciarsi coinvolgere dalla spirale di pessimismo e di negatività che circonda invece i suoi colleghi, docenti e consulenti scolastici lasciati soli nel lavoro come nella vita. E apparentemente gli forniscono pure uno scudo contro i suoi tormenti interiori (ricordi d'infanzia, problemi personali e famigliari). Anche lui, però, sarà costretto a prendere atto del proprio fallimento: il suo breve passaggio come supplente lascerà poche tracce, e come gli altri insegnanti continuerà a essere percepito come una "non persona". Con uno stile da cinema indipendente e un realismo quasi documentaristico, ma senza rinunciare ad attori di fama hollywoodiana (oltre a Brody ci sono, fra gli altri, James Caan, Lucy Liu e Marcia Gay Harden), il regista pubblicitario Tony Kaye realizza un film sulla scuola e sulle problematiche degli studenti osservate dal punto di vista degli educatori, colmo – come il precedente "American History X" – di filosofia nichilista e apocalittica e che non offre facile soluzioni o improbabili riscatti finali. "Ogni insegnante, a un certo punto, crede di poter fare la differenza", si sente dire all'inizio. Ma quelli come Barthes hanno perso da tempo questa illusione, di fronte a ragazzi senza alcun interesse o ambizione (tranne quei pochi che invece, proprio per la loro acuta sensibilità, sono destinati a soffrire o addirittura a spingersi fino al suicidio), a burocrati che non si rendono conto della reale situazione della scuola, a genitori assenti (esemplare la scena dell'incontro con gli insegnanti, disertata da tutti) oppure violenti e oppressivi. Persino Barthes rifiuta inizialmente di fare da padre a Erica (Sami Gayle), la giovanissima prostituta che ha salvato dalla strada e accolto temporaneamente in casa sua, mentre d'altro canto cerca a fatica di insegnare ai suoi alunni il libero pensiero e la forza dell'immaginazione contro le imposizioni del marketing e le idee assimilate. Un po' di retorica (nei dialoghi fra studenti e insegnanti), qualche banalità (tutta la sottotrama con la baby prostituta) e un eccesso di riflessioni metafisiche appesantiscono però un film che per l'argomentro trattato avrebbe meritato di meglio, soprattutto a livello di scrittura (alcune scene, come quella in cui Barthes sclera con la collega che l'ha visto abbracciato a una delle sue studentesse, vanno davvero troppo sopra le righe). Kaye sovrappone elementi – ricordi del protagonista, disegni infantili sulla lavagna, divagazioni con altri personaggi che però risultano sacrificati rispetto alla trama principale, arditi accostamenti fra gli sfoghi degli insegnanti e i discorsi di Hitler – che aggiungono poco al quadro generale e finiscono con accrescere la confusione, incrementando il "distacco" emotivo dallo spettatore, al quale alla fine il messaggio arriva talmente amplificato da perdere in efficacia.

20 giugno 2012

Room 237 (Rodney Ascher, 2012)

Room 237
di Rodney Ascher – USA 2012
documentario
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

“Shining” di Stanley Kubrick è uno dei massimi capolavori del genere horror, ma non solo: come per tutti i lavori del regista americano, la ricchezza di temi, contenuti e dettagli ha spinto critici e spettatori a leggerlo in chiave differente, uscendo cioè dai confini del semplice “film di paura” per tentare di cogliervi metafore o significati più vasti e profondi. Questo bizzarro documentario – il cui sottotitolo è “Un’indagine su Shining in nove parti” – espone alcune di queste interpretazioni. Diciamo subito che non è da prendere sul serio: è vero che Kubrick, noto per la sua maniacalità e l’attenzione ai dettagli, non lasciava nulla al caso; ma pensare che ogni singolo oggetto o elemento che si vede sullo schermo servisse per lanciare un messaggio allo spettatore sembra davvero esagerato. Solo in questo modo si possono avallare alcune delle sconcertanti ipotesi avanzate da sedicenti studiosi o critici: da quella che si tratti di una sorta di “confessione” di Kubrick a proposito del suo coinvolgimento nella falsificazione dello sbarco sulla Luna (una teoria cospirazionista piuttosto diffusa, infatti, afferma che il regista di “2001: Odissea nello Spazio” avrebbe girato in studio tutti i materiali che documentano l’allunaggio; lo rivelerebbe, fra le altre cose, il maglioncino con la scritta “Apollo 11” indossato dal piccolo Danny in una scena topica del film) all’idea che l’intera pellicola sia una denuncia del genocidio degli indiani d’America da parte dell’uomo bianco; dalla convinzione che il film parli in realtà dell’Olocausto, a quella secondo cui “Shining” è una lettura moderna dei miti greci (e segnatamente di quello del Minotauro: da qui il labirinto). Alcune di queste ipotesi sono suggestive, e non mancano di fondamento, ma complessivamente siamo di fronte a un semplice gioco: con la ricchezza di elementi che il film fornisce, non sarebbe difficile costruire teorie alternative che puntino in qualsiasi altra direzione; lo dimostra il fatto che ognuno dei critici può leggere gli stessi dettagli in maniera diversa. Divertente e ben assemblato (anche attraverso spezzoni di altre celebri pellicole, di Kubrick e non), alla fine “Room 237” lascia un po’ il tempo che trova e brilla soprattutto di luce riflessa: ma è sempre bello (ri)vedere le immagini del film sul grande schermo, scoprire tanti dettagli che a una prima visione possono sfuggire, accorgersi dei numerosi “errori di continuità” (molti dei quali probabilmente voluti) e sentirsi suggerire nuove modalità di visione di un capolavoro (come quella di guardarlo proiettato al contrario e sovrapposto). Alla fine, non si può non essere d’accordo con chi azzarda un’analogia con la fisica quantistica: l’osservatore modifica l’oggetto osservato.

19 giugno 2012

Moonrise Kingdom (Wes Anderson, 2012)

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom)
di Wes Anderson – USA 2012
con Jared Gilman, Kara Hayward
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nel 1965, sull’isola di Penzance nel New England, due dodicenni trascurati e incompresi intraprendono un’ardita fuga d’amore: si tratta dell’orfano Sam, scappato dal locale campo scout estivo, e di Suzy, figlia maggiore di una coppia di avvocati che abitano presso il faro dell'isola. Lui è il meno popolare della truppa, lei è depressa e senza amici: troveranno conforto l’uno nell’altra e si dichiareranno amore eterno (unendosi anche in matrimonio in una parodistica cerimonia). Verranno però inseguiti dallo sceriffo (Bruce Willis), dal capo scout (Edward Norton), dai genitori di Suzy (Bill Murray e Frances McDormand) e da un’attivista dei servizi sociali che minaccia di rinchiudere Sam in riformatorio (Tilda Swinton), il tutto mentre sta per avvicinarsi un tifone dalla forza inaudita. Wes Anderson (un regista che proprio non riesco ad amare) non rinuncia agli elementi che contraddistinguono il suo cinema artificioso e macchiettistico (personaggi eccentrici, famiglie disfunzionali, una comicità ingessata, tanta "carineria" e uno stile grafico retrò che si ispira a Burton e Tarantino). Almeno stavolta la natura di “film-giocattolo” è resa meno fastidiosa dal tono fiabesco e vacanziero, nonché dal fatto che i protagonisti siano due bambini: quando sono in scena loro, la pellicola si fa seguire con piacere e richiama quegli esili romanzi d’avventura per adolescenti di cui proprio la giovane Suzy è appassionata. Velo pietoso, invece, sui personaggi adulti (mi chiedo spesso come attori di una certa caratura – oltre ai citati, nel ricco cast c'è anche Harvey Keitel – possano accettare parti così ridicole: l'unico che ne esce decentemente è l'inossidabile Bruce Willis). L’invadente colonna sonora di Alexandre Despiat è integrata da brani di Benjamin Britten e Hank Williams (oltre che da una canzone di Françoise Hardy).

18 giugno 2012

Post tenebras lux (C. Reygadas, 2012)

Post tenebras lux (id.)
di Carlos Reygadas – Messico 2012
con Adolfo Jiménez Castro, Nathalia Acevedo
*1/2

Visto al cinema Apollo, in lingua originale (rassegna di Cannes).

Una famiglia (padre, madre e due bambine piccole) si trasferisce a vivere in aperta campagna. Il rapporto fra marito e moglie non va benissimo, e l’uomo – ossessionato dalla pornografia – rimane vittima di un’aggressione da parte di El Siete (“Sette”), uno sbandato che si guadagna da vivere con lavoretti non sempre legali e che aveva tentato di svaligiargli la casa: ma saprà perdonarlo, aiutandolo a rintracciare a sua volta la propria famiglia. Il cinema di Reygadas non è certo facile e lineare: lo spettatore è chiamato a districarsi in una successione di scene lunghe e criptiche, che solo in parte presentano un collegamento fra loro (alcune sembrano davvero avulse dal resto: la sequenza con gli scambisti nella sauna, l’incontro di rugby, la riunione di famiglia). Si fatica a trovare un filo conduttore che vada oltre una pretenziosa collezione di esperienze, sogni, desideri o fantasie personali. Il film è infatti da leggere in chiave semiautobiografica (non a caso le due bambine – Rut ed Eleazar – sono interpretate dalle figlie stesse di Reygadas). Questo tipo di approccio può essere soddisfacente se ci si lascia “catturare” dalla ragnatela di immagini e dalla suggestione dei possibili significati (si pensi a Tarkovskij, a Lav Diaz o a certe cose – non tutte – di Lynch); fallisce miseramente quando – come in questo caso – si ha la sensazione di assistere al semplice montaggio di sequenze in libertà (o, peggio, ai filmini delle vacanze) di un regista senza idee che si limita ad accatastare materiale sperando che sia poi lo spettatore a connettere il tutto al posto suo. Certo, è innegabile la bellezza di alcune sequenze (come quella d’apertura, con la bambina piccola – scopriremo poi che si tratta di un sogno – che si aggira sul campo, fra le pozzanghere, in mezzo agli animali che corrono, mentre il sole tramonta e lentamente cala il buio), pur distorte da curiose scelte stilistiche (il filtro sulla telecamera, che dona alle immagini un fastidioso “effetto lente”). Ma è troppo poco, anche perché a tratti la pellicola scade invece nel ridicolo involontario, soprattutto quando cerca di proporre grossolane suggestioni soprannaturali (il demonio rosso, il finale in cui un personaggio si stacca la testa con le mani). Difficile da condividere la decisione di assegnargli a Cannes il premio per la miglior regia, un riconoscimento peraltro in linea con le assurde Palme d’Oro regalate negli ultimi due anni ad altri film su questa falsariga, lo “Zio Boonmee” di Weerasethakul e "The Tree of Life" di Malick.

Dangerous liaisons (Hur Jin-ho, 2012)

Dangerous liaisons (Wiheomhan gyangye)
di Hur Jin-ho – Cina 2012
con Jang Dong-gun, Zhang Ziyi, Cecilia Cheung
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ambientando “Le relazioni pericolose” di Pierre de Laclos nella Shanghai degli anni ’30, un periodo in cui la Cina era il crocevia di più culture ma anche in preda a forti disordini politici (si cita l’occupazione giapponese in Manciuria, si mostrano le influenze europee sulle classi più agiate o aristocratiche), il regista coreano Hur Jin-Ho (quello di “Christmas in August”) compie un’operazione che avrebbe potuto dare risultati interessanti. E invece il film fatica a decollare, anche perché lo stile è estremamente calligrafico e patinato, come conferma anche la scelta di un cast di stelle “internazionali”: il divo coreano Jang Dong-gun interpreta l'intrigante playboy Xie Yi-fan; la cinese Zhang Ziyi è la sua “virtuosa” cugina Du Fen-yu, che lui scommette di riuscire a sedurre in breve tempo, finendo però con l’innamorarsene; e l'hongkonghese Cecilia Cheung è Mo Jie-yu, la spregiudicata donna d’affari che chiede a Xie di conquistare la giovane vergine Bei-bei per vendicarsi di un amante che l’ha tradita. Come nel testo originale, chi manipola e gioca con i sentimenti altrui finirà con il perdere tutto: ma nella cultura cinese alcuni concetti e valori morali (il peccato, per esempio) hanno significati e pesi diversi che nella nostra, e dunque la forza “scandalosa” della vicenda ne risulta annacquata, risolvendosi in un melodramma quasi convenzionale. Anche per questo motivo, nonostante la novità dell’ambientazione e la cura tecnica, nel complesso questa versione non aggiunge nulla a quelle che sono state fatte in precedenza (da notare che una versione asiatica già esisteva: “Untold Scandal”, girata in Corea nel 2003).

17 giugno 2012

The We and the I (Michel Gondry, 2012)

The We and the I
di Michel Gondry – USA 2012
con Michael Brodie, Teresa Lynn
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

È l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive: gli alunni di un liceo del Bronx escono dalla classe e prendono d'assalto il bus che li porterà a casa, attraversando tutta la città. Durante il viaggio ridono e scherzano, disturbano gli altri passeggeri, fanno scherzi pesanti, si offendono e si umiliano, progettano le imminenti vacanze, organizzano una festa, si scambiano pettegolezzi, discutono di problemi sentimentali e di amicizia... Ambientata interamente nel bus e caratterizzata da un estremo realismo (i nomi di tutti i personaggi sono gli stessi dei loro interpreti, il che suggerisce che si tratti di attori non professionisti a cui è stato chiesto di "recitare sé stessi": tutti sono bravissimi, comunque), una pellicola che offre uno spaccato di vita giovanile e che ritrae umori, sentimenti e personalità di un "branco" di teenager della periferia newyorkese. Gli scherzi crudeli e l'insensibilità diffusa di quando sono in gruppo lascia progressivamente spazio, man mano che l'autobus si svuota mentre la corsa procede, a momenti di raccoglimento e a una conversazione più "seria" e personale: quando rimangono in pochi si passa da "Noi" all'"Io", escono i veri sentimenti e vengono al pettine tutti i nodi di una storia assai corale e frammentata. L'ottima regia di Gondry (autore anche della sceneggiatura, benché – come detto – c'è il sospetto che ai ragazzi sia stata lasciata molta libertà) tiene sempre ogni cosa sotto controllo e si concede giusto un paio di divagazioni videoclippare.

Thermae Romae (Hideki Takeuchi, 2012)

Thermae Romae (id.)
di Hideki Takeuchi – Giappone 2012
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Che cosa hanno in comune gli antichi romani e i moderni giapponesi? La cultura delle terme! Il protagonista di questa bizzarra pellicola, tratta da un manga di Mari Yamazaki, è Lucius Modestus, architetto al servizio dell'imperatore Adriano (siamo nel secondo secolo dopo Cristo). Questi, convinto che per il bene dell'impero sia essenziale aiutare i cittadini a ritemprare il corpo e lo spirito, lo incarica di costruire per lui delle terme mai viste prima. Attraverso un misterioso varco che collega le thermae romane con gli onsen giapponesi, Lucius compie incredibili viaggi nel ventunesimo secolo, da cui prende ispirazioni e idee per ricreare a Roma delle terme simili a quelle nipponiche. E conquisterà l'amore della giovane Mami, aspirante disegnatrice di manga che lo eleggerà come "eroe" carismatico, protagonista ideale della sua opera d'esordio. Superato lo shock di vedere un attore con gli occhi a mandorla recitare nella parte di un antico romano che parla in latino e veste la toga, e l'assurdità di una trama incentrata su viaggi nel tempo attraverso vasche da bagno e stazioni termali (uno spunto, fra l'altro, che ricorda un paio di episodi di "Lamù"), rimane un film divertente e autoironico, per quanto sia essenzialmente una stupidaggine. In ogni caso la ricostruzione storica e l'attenzione ai dettagli sono più curate che in blockbuster hollywoodiani come "Il gladiatore". Non mancano curiosi spunti di approfondimento sociale: Lucius che afferma "nessuno ama le terme come noi romani" ma che poi si cruccia per aver copiato, senza alcun slancio creativo, le idee della "tribù dei volti piatti" (il che è ironico, visto che spesso sono i giapponesi a essere stati accusati di copiare le idee altrui); Adriano che intende "dominare gli altri popoli con la cultura, e non con la forza"; i romani che ammirano il "lavoro di squadra" dei giapponesi. La colonna sonora, un po' scontata a dire il vero, è a base di brani d'opera (di Verdi e di Puccini): impagabile il cantante simil-Pavarotti che intona le arie durante i "viaggi" di Lucius.

Silenced (Hwang Dong-hyeuk, 2011)

Silenced (Do-ga-ni)
di Hwang Dong-hyeuk – Corea del Sud 2011
con Gong Yoo, Jeong Yu-mi
*

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il giovane insegnante d'arte In-ho si trasferisce nella cittadina di Mujin, perennemente avvolta dalla nebbia, per lavorare in un istituto privato frequentato da bambini sordomuti. Ben presto però scopre che gli alunni – molti dei quali sono orfani o con problemi famigliari o psicologici, e assai chiusi in sé stessi – vengono regolarmente maltrattati e sono persino vittime di abusi sessuali da parte del preside e degli insegnanti. Con l'aiuto di un'attivista per i diritti umani, l'eccentrica Seo Yu-jin, denuncerà i responsabili e li porterà (a fatica, trattandosi di "pilastri" della società e della chiesa locale) in tribunale: ma giustizia non sarà fatta. Fra bambini dagli occhi lucidi, cattivi ghignanti e corrotti, burocrati ottusi e insensibili e tanto manicheismo, un film che gioca tutte le carte del sensazionalismo e dei colpi bassi per indignare lo spettatore e ricattare il suo coinvolgimento emotivo. Siamo dalle parti delle fiction italiane, solo con una miglior confezione (nella prima metà, quella ambientata nella scuola, pare quasi di essere immersi in atmosfere horror). Non aiuta di certo, poi, un protagonista inespressivo e inadeguato.

16 giugno 2012

Un sapore di ruggine e ossa (J. Audiard, 2012)

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os)
di Jacques Audiard – Francia/Belgio 2012
con Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Lui, Ali, è un ex pugile giunto in Costa Azzurra con il figlioletto di cinque anni – che sembra essere l'ultimo dei suoi pensieri – per rifugiarsi dalla sorella e cercare lavoro (prima come buttafuori in una discoteca, poi come sorvegliante notturno). Lei, Stéphanie, è un'addestratrice di orche in un parco acquatico, cui vengono amputate le gambe dopo un incidente. La coppia che formano si basa dapprima solo sull'amicizia, il conforto reciproco e il sesso: ma alla lunga arriverà anche l'amore. Con un film di estrema fisicità (si mostrano corpi feriti o mutilati; feroci combattimenti a mani nude – Ali entra in un circuito di lotte clandestine in stile "Fight Club" – e torride scene di sesso; per non parlare della sequenza più bella, quella in cui Ali porta Stéphanie a nuotare e ad immergersi in un mare illuminato dal sole al tramonto), Audiard racconta la storia dell'incontro di due personaggi soli e chiusi in due "prigioni" esistenziali: lui (incapace di esprimere i propri sentimenti) in quella di una vita senza scopi e senza prospettive, fatta di relazioni e di rapporti occasionali, di indifferenza verso il figlio e le persone che gli stanno attorno, di ricerca del brivido e del rischio per puro "divertimento"; e lei in quella della malattia, in fuga da una vita infelice (di cui l'esibizionismo in discoteca e la crisi del rapporto con il precedente compagno non erano che prodromi) e alla disperata ricerca di nuova forza e di una nuova stabilità. Ma rispetto ai lavori precedenti del regista francese, il film (dedicato a Claude Miller, scomparso da poco) non convince appieno: molti sono gli snodi forzati, gli elementi dispersivi (non casualmente: la pellicola è tratta da una raccolta di racconti, "Rust and Bone" del canadese Craig Davidson), i passaggi melodrammatici (come il licenziamento della sorella, l'incidente del bambino sul ghiaccio, Stéphanie che diventa il manager di Ali durante gli incontri clandestini) messi lì senza un adeguato approfondimento oppure inseriti ad hoc per "pilotare" la vicenda nella giusta direzione e poi dimenticati (lo stesso handicap di Stéphanie, cui poi si rimedia con delle protesi di metallo, cessa di avere peso nella vicenda da metà film in poi). Bravi i due protagonisti. Nel cast c'è anche il belga Bouli Lanners nei panni di Martial, il barbuto mentore di Ali.

15 giugno 2012

C'era una volta in Anatolia (N. B. Ceylan, 2011)

C'era una volta in Anatolia (Bir zamanlar Anadolu'da)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2011
con Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdoğan
***1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Tre auto si muovono a fari accesi nell'oscurità, sulle strade sterrate delle colline e delle desolate campagne dell’Anatolia centrale (ci troviamo nella remota provincia di Kirikkale), attraversando campi arati o incolti, piantagioni di ulivi e villaggi sperduti. A bordo – fra gli altri – ci sono il commissario Nuci (Yılmaz Erdoğan), il medico Cemal (Muhammet Uzuner) e il procuratore Nusret (Taner Birsel), che scortano due fratelli arrestati per omicidio: uno di questi, Kenan (Fırat Tanış), ha promesso di condurli fino al luogo dove è sepolto il cadavere della loro vittima, ma non ricordandosi con precisione la località finisce per costringere gli uomini della scorta a una lunga odissea notturna, che terminerà soltanto all’alba. Più che un poliziesco sui generis, un film corale e di grande fascino ed atmosfera, costruito attorno a un minuscolo fatto di cronaca (di cui peraltro non tutto ci viene rivelato), che ritrae un nucleo di figure complesse e sfaccettate in un forte crescendo narrativo e cinematografico. La sceneggiatura cesella con lievi tocchi le psicologie dei numerosi personaggi, rinchiusi in una sorta di limbo o sul ciglio di un abisso: ad alcuni è dato giusto qualche breve “momento di gloria” (l’autista Arap, il comandante militare, lo stesso sospettato Kenan), mentre altri (il commissario, il procuratore, il medico) assurgono al ruolo di veri protagonisti: tutti hanno un doloroso passato da raccontare – o magari da tenere segreto – e un difficile presente da vivere, e le loro storie personali si inseriscono con grande naturalezza all’interno della vicenda comune. Molti i dialoghi che si sovrappongono nel corso della notte: si parla o si filosofeggia di futilità (lo yogurt di bufala, il nuovo cimitero del villaggio, gli strumenti in dotazione all’ospedale), di lavoro, di problemi famigliari (malattie, matrimoni, morti, divorzi); si fanno battute ("Così non si entra nell'Unione Europea!"), ci si vanta di assomigliare a Clark Gable, affiorano malumori, frustrazioni, rimorsi, sensi di colpa ("In fin dei conti, chiunque si suicidi lo fa per punire qualcun altro"). E mentre la notte è sferzata dal vento, dai lampi, dalla pioggia e dalla tempesta, non mancano gli squarci soprannaturali: fa pensare a Tarkovskij, per esempio, la scena del cane del morto (un pastore tedesco) che si ripresenta sulla fossa dove è stato sepolto il suo padrone, come un messaggero che collega il mondo dei vivi con quello dei defunti. Se dobbiamo trovare un difetto a un film nel complesso assai riuscito, è probabilmente l’eccessiva lunghezza (quasi due ore e mezza): l’ultima parte, quella che ci conduce fino all’autopsia, poteva forse essere un po’ sforbiciata. Ma è evidente che Ceylan, da vero artista, non può essere imbrigliato e ha realizzato il suo film inserendovi tutti gli spunti che gli provenivano da varie direzioni (da Tarantino a Cechov, per non parlare del titolo che scherza con l’epica alla Sergio Leone). Fra le tante scene memorabili, brilla di luce propria – è davvero il caso di dirlo! – quella in cui la figlia del sindaco porta il tè agli uomini che attendono nell’oscurità, illuminando con la lanterna e la propria presenza “angelica” l’ambiente e l’animo dei presenti. Tutti rimangono colpiti da lei, e Kenan addirittura vede il fantasma dell’uomo ucciso. Magnifica, come sempre nei lavori del regista turco, la fotografia, qui rivolta soprattutto alla resa dei paesaggi notturni (con quelle luci – così abbaglianti – delle vetture che illuminano la strada). Fra gli interpreti spicca l’intenso Uzuner nella parte del medico, carico di malinconici segreti, che nel finale si concede un profondo sguardo in camera. Una possibile lettura che mi è sorta in mente mentre vedevo il film, probabilmente nemmeno pensata o voluta dal regista, è cristologica: gli uomini che si muovono a bordo delle tre vetture sono in tutto tredici (i due arrestati, il commissario e un agente, il procuratore e il suo assistente, il medico, i due militari, i due uomini con le pale, i due autisti); e Kenan, che si autoaccusa del delitto (quando è evidente che è stato commesso dal fratello ritardato), è un Cristo che si sacrifica per espiare le colpe altrui: unico con i capelli lunghi e la barba, al momento dell’arresto viene insultato dalla folla che gli tira addosso anche delle pietre; se si aggiungono la sua affermazione di essere il “padre” anche del figlio della sua vittima, l’apparizione soprannaturale del morto, la visione “angelica” della figlia del sindaco, l’ambientazione medio-orientale (i campi pietrosi e gli ulivi) e le varie tappe del viaggio notturno che configurano una sorta di “via crucis”, direi che le suggestioni in tal senso non mancano!

14 giugno 2012

Amour (Michael Haneke, 2012)

Amour (id.)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Austria 2012
con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Due anni dopo “Il nastro bianco”, Haneke torna a vincere la Palma d’Oro a Cannes con un altro film forte e terribile, anche se stavolta il dramma è tutto intimo e personale, senza risvolti politico-sociali: e questo, forse, limita un po’ la pellicola, così austera e minalista, incentrata su un unico tema e ambientata interamente fra le quattro mura di un appartamento (se si eccettua l’incipit al concerto e una breve sequenza in cui i paesaggi dei dipinti appesi alle pareti sembrano quasi prendere vita, donando “ariosità” all’ambiente). Haneke gira con il consueto rigore e lo sguardo privo di compiacimento, impietoso anche quando parla di amore: un amore pieno di sofferenza e di dolore, che trova la sua misura proprio nella tragedia che i due protagonisti devono affrontare. Georges (un intenso Trintignant) e Anna (Emmanuelle Riva, che torna protagonista di un grande film oltre cinquant’anni dopo “Hiroshima mon amour”) sono un’anziana coppia colta e benestante, la cui vita è messa a dura prova dall’improvvisa malattia di lei: operata per un’occlusione alla carotide, rimane paralizzata e costretta su una sedia a rotelle. Georges le promette che non la farà mai ricoverare in un istituto di cura e la accudisce personalmente in casa, accettandone la sofferenza e affrontando coraggiosamente le difficoltà della rapida progressione di una malattia che renderà la donna sempre più dipendente e meno autosufficiente. In un crescendo angosciante e crudele, osserviamo il progressivo “spegnimento” di Anne, un tempo brillante insegnante di pianoforte, che pian piano perde ogni capacità di movimento e l’uso della parola. Alternando momenti di sconforto (“Non c’è ragione per continuare a vivere”) ad altri di ostinata lotta per la vita, il film esprime in maniera diretta e coinvolgente i temi della malattia e della vecchiaia, del suicidio e dell’eutanasia, fra echi di Buñuel e di Polanski (la sequenza del piccione che entra nell’appartamento, il sogno di Georges, l’ostinazione con cui i due si “chiudono” al mondo esterno e persino alla propria figlia, interpretata da Isabelle Huppert). “All’origine della sceneggiatura”, ha dichiarato il regista, “c’è un fatto avvenuto realmente che mi aveva molto colpito. Questo film è l’illustrazione del patto che mia moglie e io ci siamo fatti se a uno di noi capitasse qualcosa del genere”. A Cannes vincono spesso film così: realisti, cupi, opprimenti, claustrofobici (penso ai lavori di Mungiu o dei Dardenne). Una porta viene lasciata aperta giusto nel finale: il destino di Georges non è rivelato, se non attraverso la sequenza “onirica” in cui esce di casa. Il brano suonato al concerto da Alexandre (l’ex allievo di Anne) è l’Impromptu op. 90 n. 1 di Schubert (ma nel film si sente anche il n. 3, più una Bagatelle di Beethoven).

13 giugno 2012

Cannes e dintorni 2012

Anche quest'anno è giunto il momento di seguire la rassegna dei migliori film del Festival di Cannes da poco concluso. A partire da oggi (si comincia con "L'amour" di Haneke, vincitore della Palma d'Oro), mi guarderò – fra le altre – le pellicole di Audiard, Mungiu, Reygadas e Gondry... (mancano purtroppo Garrone, Kiarostami, Loach, Resnais, Vinterberg, Bertolucci, Miike e Akin...). La rassegna prevede anche alcuni film provenienti dal Bergamo Film Meeting, dal Far East Film Festival di Udine (un coreano e un giapponese che sembrerebbero interessanti) e vari titoli in anteprima (fra cui gli ultimi lavori di Tony Kaye e Nuri Bilge Ceylan). Speriamo bene!

10 giugno 2012

Mystic Pizza (Donald Petrie, 1988)

Mystic Pizza (id.)
di Donald Petrie – USA 1988
con Annabeth Gish, Julia Roberts
*1/2

Visto in TV.

Nella cittadina portuale di Mystic in Connecticut, popolata da un’ampia comunità di origine portoghese, tre ragazze che lavorano come cameriere nella locale pizzeria sognano un futuro diverso e vivono le loro prime storie romantiche: Kat (Annabeth Gish), aspirante studentessa di astronomia, fa da babysitter per il figlio di un affascinante uomo sposato, di cui si innamora; la sua disinibita sorella Daisy (Julia Roberts) riesce a conquistare un rampollo dell’alta borghesia; mentre la minuta Jojo (Lili Taylor) si sente troppo giovane per sposare il suo storico fidanzato Bill (Vincent D’Onofrio). Fra pressioni individuali, sociali e religiose, non tutte le vicende andranno a buon fine: in compenso, la pizzeria verrà visitata da un celebre gastronomo che ne parlerà in televisione con toni entusiastici. Un filmetto che, a parte la bella ambientazione e il mood anni ottanta, non offre granché di interessante: piccoli drammi minimalisti per tre vicende di coming-of-age che non prendono mai quota, anche perché la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale (fa parzialmente eccezione solo Jojo, il personaggio che sfida i cliché e coinvolge maggiormente lo spettatore). Buona, comunque, la prova delle tre (allora sconosciute) protagoniste. Di lì a poco, la Roberts sarebbe diventata una star (a partire da “Pretty Woman”), la Taylor avrebbe continuato ad apparire in interessanti pellicole indipendenti (fra cui “Arizona Dream”), mentre la Gish, a parte alcune comparsate televisive, sarebbe finita nel dimenticatoio. Minuscola parte per un Matt Damon al debutto (è il ragazzino che mangia l’aragosta). La pizzeria al centro della storia esiste davvero, ed è ormai divenuta un’attrazione turistica.

5 giugno 2012

La bella e la bestia (J. Cocteau, 1946)

La bella e la bestia (La belle et la bête)
di Jean Cocteau – Francia 1946
con Josette Day, Jean Marais
***

Visto in divx, con Marisa.

Tratto dalla fiaba resa celebre dalla versione di Jeanne-Marie Leprince di Beaumont, un film romantico, raffinato e sontuoso che negli anni a venire è diventato un importante punto di riferimento per il modo di riprodurre al cinema le suggestioni magiche e favolistiche: evidenti, per esempio, le influenze esercitate sulla versione animata della stessa fiaba prodotta dalla Disney nel 1991 (a livello visivo, ma non solo: si pensi al personaggio di Gaston, modellato sullo Splendore/Avenant del film di Cocteau, o alla scelta di chiamare “Bella” la protagonista). Nel doppio ruolo della “Bestia” (dietro un pesante trucco che gli dona fattezze feline) e appunto di Splendore, lo spasimante umano di Bella, c'è Jean Marais, amante e “musa” di Jean Cocteau: nel finale, quando la maledizione viene spezzata, i due personaggi si scambiano d’aspetto. Meravigliosi i costumi, la fotografia (di Henri Alekan), gli scenari e le location, in particolare il castello del mostro dove braccia e mani spuntano dalle pareti per reggere le lampade, volti umani sono incastonati nei mobili, le porte si aprono da sole: una “umanizzazione” di oggetti e arredi che assume tratti inquietanti ma mai terrificanti. Le scenografie, barocche ed eleganti, sarabbero ispirate – fra le altre cose – alle incisioni di Gustave Dorè e ai dipinti di Jan Vermeer. A differenza della fiaba originale (e della versione Disney), non viene rivelata esplicitamente la natura e l'origine della maledizione del mostro, ma tutti gli altri elementi (il padre di Bella che, rubando una rosa dal giardino del castello, scatena l'ira della Bestia; la ragazza che per salvare il genitore – a differenza delle sue sorelle egoiste – accetta di prendere il suo posto e di trasferirsi a vivere con il mostro; l'amore che nasce lentamente fra i due e che superà la barriera delle apparenze fisiche; lo specchio incantato e altri oggetti magici) sono presenti e concorrono, insieme all'atmosfera onirica e ipnotica, al suggestivo risultato finale. La sottotrama di Splendore e del fratello di Belle che si introducono nel castello con l’intenzione di uccidere la Bestia e sottrargli i suoi tesori è invece un’aggiunta di Cocteau. Nel 1994 Philip Glass ha composto un’opera ispirata direttamente al film, di fatto una colonna sonora alternativa a quella di Georges Auric.

4 giugno 2012

Ice Princess (Tim Fywell, 2005)

Ice Princess - Un sogno sul ghiaccio (Ice Princess)
di Tim Fywell – USA 2005
con Michelle Trachtenberg, Hayden Panettiere
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Impegnata in una ricerca di fisica applicata, necessaria per essere ammessa ad Harvard, la giovane Casey (Michelle Trachtenberg) si iscrive a un corso di pattinaggio artistico sul ghiaccio. Grazie ai suoi studi, sia le sue compagne che lei stessa miglioreranno notevolmente le proprie prestazioni in gara. E presto Casey si renderà conto che il suo sogno è proprio quello di diventare pattinatrice, e non intraprendere la carriera accademica cui la destinava la madre femminista (Joan Cusack). Il percorso inverso sarà invece scelto dall’amica Jennifer (Hayden Panettiere), che la madre-allenatrice (Kim Cattrall) sognava campionessa a ogni costo e che invece preferirà lo studio. Teen movie a sfondo sportivo prodotto dalla Disney, lanciato pochi mesi prima delle Olimpiadi di Torino 2006: senza particolari guizzi, è reso in parte interessante dal rapporto fra le protagoniste e le rispettive madri che proiettano in loro le proprie aspirazioni (i padri sono invece del tutto assenti, così come altre figure maschili – se si eccettua un accenno di love story fra Michelle e il fratello di Jennifer). La rivale Zoey è interpretata da una vera pattinatrice, Juliana Cannarozzo. Una curiosità: il commentatore televisivo della gara finale è Brian Boitano, olimpionico americano reso celebre, cinematograficamente parlando, da una canzone del film di “South Park” (“What would Brian Boitano do?”).