3 ottobre 2008

Sotto gli ulivi (A. Kiarostami, 1994)

Sotto gli ulivi (Zire darakhatan zeyton)
di Abbas Kiarostami – Iran 1994
con Mohamad Ali Keshavarz, Hossen Rezai
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Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Con questo indimenticabile film sull'amore e sull'arte (la sua visione in sala rappresentò il mio primo incontro con Kiarostami e con il cinema iraniano: fu un colpo di fulmine) il gioco di scatole cinesi che caratterizza la trilogia di Koker giunge a compimento: ciascuno dei tre lungometraggi costituisce infatti un elemento di finzione all'interno della "realtà" rappresentata dalla pellicola successiva. "Sotto gli ulivi", infatti, finge di essere il making of di "E la vita continua...", il protagonista del quale, a sua volta, era il regista di "Dov'è la casa del mio amico?". Sullo schermo agiscono dunque contemporaneamente ben due alter ego di Kiarostami: Farhad Kheradmand, protagonista del film precedente che qui deve recitare nella parte di sé stesso, e Mohamad Ali Keshavarz, che nella scena iniziale (rompendo il quarto muro) mette subito in chiaro di essere solo un attore che "interpreta il ruolo del regista del film". La lavorazione di "E la vita continua...", fra le macerie del terremoto del Gilan, trova però un inatteso ostacolo nel delicato rapporto fra due attori (non professionisti: lui è muratore, lei studentessa) di una scena marginale: il giovane Hossein è innamorato di Tahereh, che sullo schermo interpreta sua moglie, e attende da lei una risposta alla sua richiesta di matrimonio. Questa giungerà solo della fine del film, ma noi non la conosceremo mai perché la macchina da presa si terrà pudicamente a distanza, intrattenendoci con un campo lunghissimo nel quale i personaggi si riducono a due puntini visti da lontano: nel frattempo risuonano le note di un concerto di Cimarosa, nella cui gioiosità risiede forse la soluzione al dilemma fornito dal finale aperto. "Sotto gli ulivi" è un film unico nel suo genere, poetico e stimolante, esteticamente gradevolissimo, costruito su soluzioni cinematografiche insolite e coraggiose (la lunga soggettiva dell'automobile guidata dalla signora Shiva, l'assistente del regista; la ripetizione, quasi allo sfinimento, della scena minimalista recitata da Hossein e Tahereh), scenografie intriganti (i cespugli fioriti che costeggiano l'ormai celebre sentiero a zig-zag; la verde collina costeggiata dagli ulivi mossi dal vento, dove pernotta la troupe cinematografica), spunti filosofici o sociali (le ingenue ma profonde riflessioni di Hossein sulla necessità di far sposare i ricchi con i poveri e gli istruiti con gli analfabeti; l'incapacità dei giovani attori di separare il ruolo che recitano dalla realtà), e come tale è godibile anche trascurando l'autoreferenzialità kiarostamiana. Però, tra le righe, offre molto di più: in diverse scene, per esempio, rivediamo Babak e Ahmed Ahmadpur, i protagonisti di "Dov'è la casa del mio amico?", la cui sorte era rimasta in sospeso alla fine di "E la vita continua...": il sollievo nel saperli vivi non può essere colto da chi non ha visto entrambi i film precedenti.

3 commenti:

honeyboy ha detto...

un film bellissimo questo, il mio preferito di kiarostami

Luciano ha detto...

Forse il suo film più bello.

Christian ha detto...

Sicuramente è fra i più belli! Il mio preferito, però, resta ancora "Close-up".