9 ottobre 2008

I racconti del cuscino (P. Greenaway, 1995)

I racconti del cuscino (The pillow book)
di Peter Greenaway – GB/Olanda/Francia 1995
con Vivian Wu, Yoshi Oida, Ewan McGregor
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Rivisto in DVD.

Ho voluto rivedermi questo lungometraggio per ricordare l'attore Ken Ogata, scomparso qualche giorno fa, protagonista di molte pellicole di Shohei Imamura e che qui interpreta il ruolo del padre di Nagiko.

Fondendo insieme "le ossessioni per il corpo e per la calligrafia, i piaceri della sessualità e della letteratura", questo bellissimo film (una delle pellicole esteticamente più gradevoli di Greenaway) prende spunto dal celebre testo di Sei Shōnagon, dama di corte imperiale del Giappone dell'undicesimo secolo e contemporanea di Shikibu Murasaki. I suoi "racconti del cuscino" erano un diario intimo nel quale l'autrice riversava i propri pensieri, compilava liste ed elenchi di "cose che fanno palpitare il cuore" e raccontava delle sue numerose avventure galanti. La giovane Nagiko, protagonista della pellicola, cresce con il culto di quel libro – che le veniva letto dalla zia sin da quando era piccola – e della scrittura, anche perché il padre, a ogni suo compleanno, le impartiva una "benedizione" disegnandole con l'inchiostro ideogrammi giapponesi sul volto e sulla pelle. Una volta adulta e diventata una modella (c'è un bel parallelo fra lo sfarzo dell'antica corte imperiale e le moderne sfilate), la ragazza si mette alla ricerca di un amante che sia abile tanto nell'arte erotica quanto in quella calligrafica, e che possa usare la sua pelle come carta per sempre più raffinati esercizi di scrittura. Forse lo troverà nel giovane inglese Jerome, ma il tradimento e la gelosia glielo porteranno via. Si vendicherà infine del malvagio editore omosessuale che aveva ricattato suo padre e che ha profanato il corpo di Jerome utilizzando la sua pelle per farne un diario intimo "definitivo", ossessionandolo con una serie di tredici racconti, ciascuno dei quali scritto sul corpo di un uomo differente. Il film, ricco e complesso, si avvale di una tecnica già sperimentata ma che qui esplode in tutta la sua efficacia: l'utilizzo di frame con spezzoni e filmati paralleli che si sovrappongono all'inquadratura principale. In questo modo lo spettatore può seguire contemporaneamente tre linee di racconto (quella che mostra la vita di corte di Sei Shōnagon, quella che parla dell'infanzia di Nagiko e quella ambientata nel presente), ciascuna con un approccio cinematografico differente (ambientazione teatrale e camera bassa alla Ozu, bianco e nero e penombra, colori forti e fotografia vivace) e condita da una colonna sonora ad hoc (musica tradizionale, brani popolari di inizio novecento – come la bellissima canzone cinese "Rose, Rose, I Love You" di Lee Yao, la stessa che veniva cantata da Anita Mui nel film "Miracles - The canton godfather" di Jackie Chan! – e moderno techno-pop giapponese: ma non mancano un paio di suggestive canzoni francesi). Le ossessioni di Greenaway ci sono tutte: la morte, il sesso, la catalogazione, l'arte. E non si erano mai sposate così bene.

4 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

amo greenaway a fasi alterne: moltissimo e pochissimo. questo è tra i film che mi piacciono (anche se trovo irresistibile Il cuoco, il ladro sua moglie e l'amante).

Christian ha detto...

Ti confesserò che anch'io, che lo amo moltissimo, ho trovato indigeste alcune pellicole (come "Lo zoo di Venere"). Ma ho l'impressione che il giudizio sui suoi film dipenda molto dalle condizioni in cui li si guarda.

Luciano ha detto...

I film di Greenaway mi piacciono tutti ma alcuni più di altri. Questo ad esempio è un film che denota tutte le capacità artistiche del regista pittore. Un film che è anche un opera d'arte multimediatica (cinema, pittura, scittura) e molto di più. Tecnicamente perfetto si lascia guardare sorprendendoti visione dopo visione.

Christian ha detto...

Sì, è proprio vero: la varietà di temi ma soprattutto di stili lo rendono una delle sue opere più affascinanti!