14 giugno 2018

Rebecca - La prima moglie (A. Hitchcock, 1940)

Rebecca - La prima moglie (Rebecca)
di Alfred Hitchcock – USA 1940
con Joan Fontaine, Laurence Olivier
***1/2

Visto in DVD.

Una giovane dama di compagnia (Joan Fontaine) conosce a Montecarlo l'aristocratico vedovo Maxim de Winter (Laurence Olivier), di cui si innamora a prima vista. Nonostante le differenze di carattere – lei è semplice e modesta, timida e sensibile; lui è elegante e misterioso, autoritario e tormentato – i due convolano a nozze e si trasferiscono a vivere nella sua dimora in Cornovaglia, il castello di Manderley, dove però la ragazza si trova a disagio sin da subito. E non solo perché non abituata al lusso e alla servitù, ma soprattutto perché ogni cosa nel castello reca con sé il ricordo della prima moglie dell'uomo, Rebecca, morta annegata l'anno prima. A quanto si dice, Rebecca era bella, intelligente, affascinante e perfetta: e al suo confronto la giovane sposina si sente in soggezione, non certo aiutata da una governante, la signora Danvers (Judith Anderson), che nutriva per lei un'adorazione talmente sconfinata da sfociare nell'ossessione... Il primo film americano di Hitchcock (giunto a Hollywood su insistenza del produttore David O. Selznick) è, come il suo ultimo lavoro britannico, un adattamento di un romanzo di Daphne du Maurier. Complesso e articolato, ha un'inquietante atmosfera da favola gotica (incrociando temi da "Cenerentola" e da "Barbablù"), ma passa poi dal melodramma al noir attraverso un paio di twist (la verità sulla morte di Rebecca, la rivelazione del medico nel finale), sfiorando en passant l'horror e il thriller. Eccellente la caratterizzazione dei personaggi, sorretta da due grandi interpreti (in particolare Joan Fontaine, quasi un prototipo della bionda hitchcockiana che vedremo in numerosi altri film), che a un certo punto superano i limiti che sembravano imprigionarli all'interno di stereotipi (la vittima spaurita e insicura, ma pure innamorata e tenace; l'uomo malinconico e tormentato, incapace di dimenticare il primo amore). La chiave di volta della vicenda, naturalmente, sta nella scena forse più magistrale della pellicola, quella della lunga "confessione" di Maxim alla giovane moglie, girata senza far uso di flashback e basata tutta sul racconto a voce di lui. Su richiesta di Selznick (che "battagliò" con Hitchcock per il controllo creativo e il montaggio finale, imponendogli diverse sequenze), la sceneggiatura è assai fedele al romanzo originale, tranne che per un piccolo particolare (l'effettiva responsabilità di Maxim) che è stato necessario modificare per permettere un relativo (e insperato) lieto fine in ossequio al codice Hays. Da notare che in tutta la storia non ci viene mai detto il nome della giovane protagonista, come a volerla completamente lasciare nell'ingombrante ombra di Rebecca (quest'ultima, pur morta, continua a essere chiamata da tutti "la signora de Winter", nonostante il titolo ormai spetterebbe alla nuova sposa). Di contro, l'immagine di Rebecca non ci viene mai mostrata, nemmeno in foto o in ritratto, ed è soltanto descritta a parole. Il lungometraggio ebbe un ottimo riscontro di critica, con undici nomination e due premi Oscar (per il miglior film, l'unico mai vinto da Hitchcock, e la migliore fotografia). Nel cast (quasi interamente britannico) anche George Sanders (l'infido "cugino" di Rebecca), Reginald Denny (Frank, l'amministratore), Gladys Cooper, Nigel Bruce, C. Aubrey Smith e Florence Bates. Il doppiaggio d'epoca "italianizza" il lungo nome del protagonista maschile in Giorgio Fortebraccio Massimiliano "Massimo" de Winter.

13 giugno 2018

Faustina (Luigi Magni, 1968)

Faustina
di Luigi Magni – Italia 1968
con Vonetta McGee, Renzo Montagnani, Enzo Cerusico
**

Visto in divx.

La mulatta Faustina, figlia di una popolana romana e di un militare americano, è sposata con il manesco Quirino, che si guadagna da vivere come tombarolo, trafficando in antichi reperti etruschi. Il loro matrimonio è infelice, e Faustina medita di lasciare l'uomo per fuggire con Elia, mite, spiantato e stralunato musicista di strada... Primo film da regista per Luigi Magni (fino ad allora sceneggiatore), che diventerà poi famoso per tante pellicole ambientate nella Roma ottocentesca e papalina. Qui la collocazione temporale è contemporanea, ma non si direbbe: i personaggi vivono in un mondo fiabesco, onirico e surreale, e si aggirano sullo sfondo di campi incolti e di antiche rovine romane (di cui Quirino in particolare è un cultore). Di conseguenza il film, nel suo vagare ondivago senza un vero focus, ha comunque una particolare identità fatta di filosofia quotidiana romanesca e popolare, continui riferimenti al passato della città, alcuni momenti da barzelletta e il contrasto fra la pragmaticità e l'illusione di poter migliorare la propria condizione (Enea progetta di chiedere aiuto a principi e papi). La McGee (doppiata da Vittoria Febbi), americana, era all'esordio come attrice. Il nome Faustina è quello di diverse mogli di imperatori romani (Quirino stesso si identifica con Scipione l'Africano).

11 giugno 2018

Chi ha incastrato Roger Rabbit (R. Zemeckis, 1988)

Chi ha incastrato Roger Rabbit (Who framed Roger Rabbit)
di Robert Zemeckis – USA 1988
con Bob Hoskins, Christopher Lloyd
***1/2

Rivisto in DVD.

In un mondo in cui i personaggi dei cartoni animati convivono fisicamente con gli esseri umani (e recitano, in qualità di attori, nei film o nei corti a loro dedicati), il detective privato Eddie Valiant viene incaricato di indagare su una possibile tresca di Jessica Rabbit, la formosa moglie del coniglio Roger, star di punta della Maroon Cartoon. Siamo nella Hollywood del 1947 (e dunque i cartoni che si vedono sullo schermo sono quelli americani classici: i Disney dell'epoca d'oro, i Looney Tunes e i personaggi degli esordi). E quando l'industriale Marvin Acme, con cui Eddie aveva sorpreso Jessica in "atteggiamenti intimi" (diciamo così), viene trovato assassinato, i sospetti ricadono naturalmente su Roger... Da un romanzo di Gary K. Wolf, una strepitosa pellicola a tecnica mista – co-prodotta dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg insieme alla Walt Disney (che scelse di distribuirla con l'etichetta Touchstone Pictures perché preoccupata dei contenuti adulti e delle allusioni sessuali nella prima parte del film: in ogni caso il successo fu enorme) – che mescola una trama hard boiled (senza varcare i confini della parodia) con un'infinità di omaggi all'epoca d'oro dell'animazione americana (contribuendo di fatto a riportarla in auge: ne conseguì il Rinascimento Disneyano, a partire dalla "Sirenetta" del 1989, ma anche serie televisive come gli "Animaniacs" e in generale una rinnovata attenzione per autori come Tex Avery o Chuck Jones e personaggi del passato che erano finiti nel dimenticatoio, come Betty Boop). Man mano che la vicenda prosegue, gli elementi noir e torbidi (con notevoli allusioni sessuali quando è in scena Jessica Rabbit) lasciano spazio alla comicità da cartoon: il culmine si raggiunge nel segmento in cui Eddie si reca a Cartoonia (Toontown), la città dei cartoni, e si scopre soggetto alle loro stesse leggi fisiche (occhi in fuori, corpi di gomma, buchi nelle pareti, capitomboli...). E verso il finale si cambia decisamente tono, anche perché lo stesso Eddie – in precedenza ritratto come alcolista e disilluso – si rende conto che per sconfiggere il cattivo è necessario recuperare quel senso dell'umorismo che aveva messo da parte, sostituendolo con la depressione da noir. A insegnargli la filosofia della comicità come arma per superare ogni ostacolo è proprio Roger. A Eddie, che gli dice "Ma allora ti saresti potuto sfilare la mano dalle manette in qualsiasi momento?", risponde "No, non in qualsiasi momento, solo quando faceva ridere". Da segnalare anche la gag del motivetto "Ammazza la vecchia... col flit" (in originale: "Shave and a haircut... two bits").

A livello tecnico (grazie all'animatore Richard Williams), la commistione fra animazione e live action è fenomenale, superiore a ogni altro esempio visto in precedenza, con particolare attenzione all'illuminazione, alle ombre e all'interazione con gli oggetti reali (il tutto in assenza di CGI o di motion capture!). Oltre ai personaggi animati inventati per l'occasione (Roger e Jessica Rabbit, Baby Herman, Benny il taxi, le faine), quelli del passato che appaiono sullo schermo sono innumerevoli: disneyani (Topolino, Minni, Pippo, Paperino, i tre porcellini, Dumbo, il cast di "Fantasia", e molti altri), della Warner Bros (Bugs Bunny, Daffy Duck, Yosemite Sam, Titti e Silvestro, Porky Pig che conclude il film con il classico "That's all, folks"), di Tex Avery (Droopy), di Walter Lantz (Picchiarello), ecc. Alcuni che Spielberg e Zemeckis avrebbero voluto, però, sono assenti per problemi di diritti (come Popeye o Tom & Jerry). Fra i crossover più interessanti: il "duello" al pianoforte fra Paperino e Daffy Duck, e la scena che mostra insieme Topolino e Bugs Bunny. Fra gli attori in carne e ossa, oltre al protagonista Bob Hoskins, spiccano Christopher Lloyd (il giudice Morton, Judge Doom in originale, inventore della "salamoia" con cui è possibile uccidere persino i personaggi animati: Lloyd aveva già lavorato con Zemeckis in "Ritorno al futuro") e Joanna Cassidy (la barista Dolores, vecchia fiamma di Eddie). Mel Blanc, per l'ultima volta nella sua carriera (morirà l'anno seguente), doppia molti characters Warner. Ma il personaggio più celebre della pellicola non è né Roger né Eddie, bensì la "femme fatale" Jessica Rabbit (che, nonostante il cognome, è del tutto umana): le forme esagerate alla Rita Hayworth, la capigliatura alla Veronica Lake, l'espressione alla Lauren Bacall, la voce suadente alla Marilyn Monroe (di Kathleen Turner in originale), l'abito rosso e il numero musicale con cui si presenta (sulle note di "Why Don't You Do Right?", cantata da Amy Irving, allora moglie di Spielberg) la rendono un autentico sex symbol, forse il personaggio animato mainstream più sexy di sempre. Memorabile la sua frase "Non sono cattiva, è che mi disegnano così". Molte anche le citazioni e i rimandi al cinema classico (non solo d'animazione: si pensi alla celebre battuta di Mae West, storpiata in "Hai un coniglio in tasca o sei contento di vedermi?", o al riferimento al coniglio immaginario Harvey). Il titolo del film si scrive senza il punto di domanda finale. Negli anni a seguire, oltre a parlare di un sequel che non sarà mai fatto, vennero realizzati altri corti "Maroon Cartoon" interpretati da Roger e Baby Herman (simili a quello che apre la pellicola).

10 giugno 2018

Bling ring (Sofia Coppola, 2013)

Bling Ring (The Bling Ring)
di Sofia Coppola – USA 2013
con Israel Broussard, Katie Chang, Emma Watson
**1/2

Visto in divx.

Ispirato a una storia vera, e in particolare a un articolo pubblicato su "Vanity Fair" con le interviste ai protagonisti (di cui comunque cambia i nomi), il film racconta la vicenda di un gruppo di adolescenti californiani che, fra il 2008 e il 2009, entravano nelle case delle celebrità dello spettacolo per svaligiarle, portando via abiti, scarpe, gioielli e altri "trofei". Guidati dalla "capobanda" Rebecca (Katie Chang), i ragazzi – Marc (Israel Broussard), Nicki (Emma Watson), Sam (Taissa Farmiga), Chloe (Claire Julien) e occasionalmente altri amici – pianificavano le incursioni verificando su internet che i vip fossero assenti e approfittavano del fatto che le case fossero lasciate incustodite o addirittura aperte. Naturalmente la motivazione non era la ricchezza (i ragazzi provenivano tutti da famiglie più o meno agiate) ma il desiderio di sentirsi parte del mondo dello spettacolo, dell'apparenza e dello sfarzo. Immersa in questa cultura di vanità e vacuità, con personaggi che passano le loro esistenze fra selfie, feste, alcol e droga, la pellicola si snoda in maniera alquanto monotona, ma è tremendamente efficace nel mostrare l'ossessione per la cultura pop e per i suoi idoli, dove quello che conta è più come si appare che non quello che si fa (si parla delle attrici e mai dei loro film). In questo senso, per una volta lo stile leggero e pop della Coppola è funzionale all'ambientazione e ai personaggi. La figura più interessante, comunque, è senza dubbio Marc, l'unico maschio della banda (ma appassionato di moda femminile al pari delle amiche), per il quale l'amicizia di Rebecca (senza alcun connotato sessuale, si badi bene) è l'occasione per conquistare quell'autostima, quella popolarità e quel senso di appartenenza a un gruppo che gli sono sempre mancati. Marc è anche l'unico che mostra una qualche consapevolezza di quello che sta facendo, e che cerca di mettere in guardia Rebecca dai rischi e dal pericolo di essere presi. In un contesto in cui i genitori risultano assenti, distratti o... sciroccati (vedi la madre "new age" di Nicki), gli adolescenti vivono senza progetti e in balia delle mode, del fascino dello star system e del mito di vip altrettanto vuoti (il simbolo per eccellenza ne è Paris Hilton, non a caso fra le più... derubate!).

9 giugno 2018

Solo: A Star Wars story (Ron Howard, 2018)

Solo: A Star Wars Story (id.)
di Ron Howard – USA 2018
con Alden Ehrenreich, Emilia Clarke
**

Visto al cinema Colosseo.

Il passato e le "origini" di Han Solo, il leggendario pilota interpretato da Harrison Ford nella prima trilogia di "Guerre stellari", di cui ci viene raccontata la giovinezza e ci vengono mostrati i primi passi nella carriera da ladro e contrabbandiere, l'incontro con il fedele compagno Chewbacca e il modo in cui è entrato in possesso della sua mitica nave spaziale, il Millennium Falcon (vinto al gioco, come già accennato ne "L'impero colpisce ancora", al collega pirata Lando Calrissian). Nel mezzo, anche il rapporto con Tobias Beckett (Woody Harrelson), capo di una piccola banda di criminali, che lo prende sotto la propria ala protettiva e gli insegna molti trucchi del mestiere (compresi il cinismo e l'arte del tradimento); e l'amore per Qi'ra (Emilia Clarke), compagna d'infanzia e vero motore di tutte le sue arditezze. Ma al di là delle buone sequenze d'azione (l'assalto al treno sul pianeta ghiacciato Vandor, la fuga dalla miniera) e di alcuni (piuttosto scontati, a dire il vero) colpi di scena, si tratta di un film di cui probabilmente non si sentiva il bisogno: il personaggio di Solo era già perfetto e autosufficiente così com'era, con il suo passato tutt'altro che misterioso, i cui brevi accenni nei film precedenti erano già quanto ci bastava per immaginarne le avventure prima del fatidico incontro con Luke Skywalker sul pianeta Tattoine. Un po' come le origini di Darth Vader, con il vantaggio che almeno stavolta non ci sono voluti tre film per rimarcare l'ovvio (ma alcuni fili rimasti in sospeso nel finale, relativi a Qi'ra, lasciano la porta aperta a nuovi sequel). La pellicola ha avuto anche diverse vicissitudini produttive, con i registi designati (Phil Lord e Christopher Miller) licenziati "per divergenze creative" dopo aver quasi terminato le riprese e sostituiti dal più esperto Ron Howard, che ha rigirato il 70% del film. Donald Glover è il giovane Lando Calrissian, Paul Bettany è il boss criminale Dryden Vos, Erin Kellyman la brigantessa ribelle Enfys Nest. La sceneggiatura è del veterano Lawrence Kasdan (già autore di quelle de "L'impero colpisce ancora" e "il ritorno dello Jedi") insieme al figlio Jonathan.

George Lucas sfornava un film di "Star Wars" ogni tre anni (e fra le due trilogie ci ha fatto aspettare anche tre lustri!). Da quando i diritti del franchise sono passati in mano alla Disney, nelle sale – per ovvi motivi commerciali – giunge un film della saga all'anno (e anzi, da "Gli ultimi Jedi" sono passati soltanto cinque mesi!), alternandosi fra capitoli ufficiali e spin-off (come "Rogue One" e come questo) ambientati nel passato. Forse anche per il senso di annacquamento, oltre che per i problemi produttivi di cui sopra, si spiega il primo insuccesso al botteghino di un film di "Guerre stellari" (insuccesso relativo, perché gli incassi sono stati comunque cospicui: ma non sufficienti stavolta a ricoprire i costi). Il vero problema è che il film appare stanco e derivativo, privo di quel feeling "speciale" che univa più o meno tutte le pellicole di Lucas, anche quelle meno riuscite. È il più lontano dai miti di "Star Wars", un'avventura che avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi scenario o universo fantascientifico. Non c'è il minimo riferimento ai Jedi, alla forza, alla magia del mondo lucasiano, nemmeno attraverso brevi accenni (con l'eccezione, nel finale, di un'apparizione a sorpresa di Darth Maul). Inoltre Ehrenreich non ha nulla del carisma naturale di Harrison Ford, e il suo Han Solo non può che sembrare un'imitazione dell'originale. Meglio, invece, altri personaggi: Lando Calrissian, sicuramente, e il suo droide L3-37, dotato di coscienza sociale e che si batte per i diritti dei robot (una buona intuizione poco sviluppata, purtroppo); ma soprattutto Beckett, figura multiforma di pirata, criminale, padre e mentore, a metà strada fra il Long John Silver de "L'isola del tesoro" e un ufficiale di un film sulla seconda guerra mondiale. Per il resto, la pellicola ci rivela che il cognome Solo è un soprannome affibbiato ad Han al momento di arruolarsi nelle truppe dell'Impero, che Chewbacca ha quasi 200 anni, e ci mostra finalmente come il Millennium Falcon abbia potuto percorrere la rotta di Kessel "in meno di 12 parsec" (risolvendo una questione in sospeso sin dal primo "Guerre stellari", visto che il parsec non è un'unità di tempo!).

8 giugno 2018

La caduta di Troia (Pastrone, Borgnetto, 1911)

La caduta di Troia
di Giovanni Pastrone [e Luigi Romano Borgnetto] – Italia 1911
con Giovanni Casaleggio, Jules Vina
**

Visto su YouTube.

Nata appena nel 1905 e inizialmente ispirata a quella francese, l'industria cinematografica italiana fece rapidamente passi da gigante e ben presto (a cominciare da "Gli ultimi giorni di Pompei" nel 1908) si affermò sulla scena internazionale per i suoi film di ambientazione storica ed epica. Questo ambizioso "La caduta di Troia" (in tre rulli, per un totale di circa 30 minuti, quasi tre volte rispetto alla durata media per l'epoca), prodotto dalla Itala Film di Torino, riscosse un enorme successo oltre i confini nazionali: fu accolto con entusiasmo particolare negli Stati Uniti, e consacrò la fama di Giovanni Pastrone, ex contabile che divenne uno dei più importanti registi di quel periodo (sua sarà la regia di "Cabiria" nel 1914, il più grande kolossal italiano dell'epoca del muto). Qui è affiancato alla regia da Luigi Borgnetto, pittore e scenografo. Introdotto da una breve scena in cui si vede Omero stesso, con la lira in mano, in procinto di narrare la vicenda, ci mostra il rapimento di Elena da parte di Paride (con l'aiuto di Venere, che fa fuggire i due amanti con il suo cocchio volante), la disperazione di Menelao, l'assedio dell'esercito greco alle mura di Troia, e soprattutto lo stratagemma del cavallo di legno e la distruzione della città. Se il linguaggio cinematografico è ancora primitivo (le inquadrature sono tutte a campo medio e con camera fissa), la recitazione è rudimentale e i personaggi non hanno caratterizzazione, a colpire sono invece le scenografie sontuose (il giardino di Elena a Sparta, il palazzo di Menelao, le mura di Troia, la flotta greca con le navi ormeggiate) e l'enorme numero di comparse in costume nelle scene di massa e di battaglia (si dice che furono coinvolti 800 attori). Dal punto di vista della produzione e della scenografia, dunque, il film mostra tutte le sue ambizioni. E nonostante qualche passaggio ridicolo (i troiani demoliscono le loro stesse mura per far entrare il cavallo, troppo grande per passare dalla porta: più tardi i guerrieri greci entrano dalla porta demolita, non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di nascondersi nel cavallo!), la storia si fa seguire con interesse e le scene d'azione nel finale, con le colonne di Troia che crollano mentre la città brucia, convincono appieno.

7 giugno 2018

Anita Garibaldi (Mario Caserini, 1910)

Anita Garibaldi
di Mario Caserini – Italia 1910
con Maria Gasperini [Maria Caserini]
**

Visto in divx.

Fra i numerosi film diretti da Caserini per la Cines negli anni 1907-1910, la maggior parte dei quali erano pellicole a sfondo storico o letterario, non mancano lavori di stampo patriottico e risorgimentale. È il caso di questa "Anita Garibaldi", che racconta le vicende congiunte dell'eroe dei due mondi e della moglie (che lo segue in tutte le battaglie) dal primo incontro in Brasile fino alla morte della donna nelle campagne di Ravenna. In mezzo, lo sbarco a Nizza, la difesa di Roma, la ritirata a San Marino e la fuga da Cesenatico a Comacchio. Proprio la varietà delle location (quasi tutto il film è girato in esterni) e l'interessante uso del paesaggio testimoniano il buon livello qualitativo che il cinema italiano aveva saputo raggiungere nell'arco di pochi anni. Ben girate, per esempio, le scene di combattimento, con profondità di campo e numerose comparse. Ottimi anche i costumi, così come in generale l'attenzione ai dettagli storici, il che permette di superare i limiti della pellicola agiografica e anzi dona un tono quasi documentaristico alle vicende. Il film, di una decina di minuti, è diviso in 11 quadri, ciascuno introdotto da una singola didascalia. Anita è interpretata da Maria Gasperini, ovvero Maria Caserini, moglie del regista, mentre non sono riuscito a identificare chi veste i panni di Garibaldi (all'epoca i nomi degli attori non figuravano sempre nei titoli di testa). Ottima la qualità del restauro della Cineteca di Bologna.

6 giugno 2018

Ben Hur (Sidney Olcott, et al., 1907)

Ben Hur (id.)
di Sidney Olcott, Frank Oakes Rose – USA 1907
con Herman Rottger, William S. Hart
*1/2

Visto su YouTube.

Gli abitanti di Gerusalemme si ribellano al dominio di Roma. Per aver ferito accidentalmente un console, il giovane Ben Hur viene arrestato e condannato a lavorare come schiavo ai remi di una galera romana. Ma saprà riconquistare la libertà e sfidare il rivale di sempre, Messala, nella corsa delle bighe... Questo primo adattamento cinematografico del romanzo best-seller di Lew Wallace (seguiranno, fra gli altri, quelli di Fred Niblo del 1925, di William Wyler del 1959 – senza dubbio il più famoso – e di Timur Bekmambetov del 2016) non è particolarmente innovativo dal punto di vista della tecnica o del linguaggio (anche con le didascalie, la storia è quasi incomprensibile se non si conoscono già le vicende; inoltre, la qualità dell'immagine della copia esistente lascia parecchio a desiderare), ed è passato alla storia essenzialmente per motivi extra-filmici. La pellicola, sceneggiata dell'attrice Gene Gauntier, venne infatti girata senza chiedere il permesso agli eredi di Wallace (che era morto due anni prima, nel 1905). All'epoca si trattava di una pratica comune, ma questa volta i detentori dei diritti fecero causa alla casa produttrice per infrazione del copyright. Il processo durò a lungo, ma nel 1911 la Corte Suprema degli Stati Uniti diede torto ai cineasti e segnò così un importante precedente: tutte le case di produzione avrebbero dovuto assicurarsi i diritti di un'opera prima di commissionare una sceneggiatura o di realizzarne una trasposizione cinematografica. Tornando al film in questione, la pellicola dura 15 minuti e vanta nel cast, nel ruolo di Messala, l'attore di film western William S. Hart (che aveva recitato la parte anche a Broadway nel 1899-1900). Vista la breve durata, molti eventi del romanzo sono stati necessariamente tagliati (manca persino l'incontro con Gesù Cristo). La scena clou, naturalmente, è la celebre corsa dei carri, che fu girata su una spiaggia nel New Jersey (con fondali ovviamente dipinti), coinvolgendo i locali vigili del fuoco e i loro cavalli. Olcott, canadese di origine irlandese, divenne uno dei più prolifici registi del cinema muto, realizzando numerosi film fino agli anni venti. La regia, oltre che a lui, è accreditata anche a Frank Oakes Rose (ma vi avrebbe partecipato anche Harry Temple Morey).

4 giugno 2018

Brisby e il segreto di NIMH (Don Bluth, 1982)

Brisby e il segreto di NIMH (The secret of NIMH)
di Don Bluth – USA 1982
animazione tradizionale
***

Rivisto in divx.

La signora Brisby, topolina di campagna rimasta vedova di recente, abita con i quattro figlioletti in una tana in mezzo al prato. Preoccupata perché a breve il contadino della vicina fattoria verrà ad arare la terra, ma impossibilitata a traslocare per via del figlio minore che soffre di polmonite, troverà aiuto in una banda di ratti che vive nei paraggi, debitori nei suoi confronti perché fu proprio suo marito Jonathan ad aiutarli a fuggire dal NIMH, l'istituto di igiene mentale (National Institute of Mental Health) dove sono stati sottoposti a crudeli esperimenti che hanno donato loro l'intelligenza e la capacità di leggere e comprendere il linguaggio umano. Dal romanzo "Mrs. Frisby and the Rats of NIMH" di Robert C. O'Brien, il primo lungometraggio diretto da Don Bluth dopo aver lasciato la Walt Disney per fondare una propria casa di produzione (divenuta famosa negli anni ottanta, oltre che per film come "Fievel sbarca in America", "Alla ricerca della Valle Incantata" e "Charlie - Anche i cani vanno in paradiso", anche per le animazioni per videogiochi come "Dragon's Lair" e "Space Ace"). Solo superficialmente simile a pellicole Disney di quel periodo (segnatamente "Le avventure di Bianca e Bernie" e "Red & Toby nemiciamici", alle quali proprio Bluth aveva collaborato), il film presenta in realtà parecchi spunti innovativi, a cominciare dalla trovata di spiegare – all'interno della storia stessa – il motivo per il quale i topi e i ratti hanno caratteristiche antropomorfe (cioè parlano, indossano abiti, vivono in tane arredate e danno vita a società simili a quella umana): sono stati trasformati dagli esperimenti cui sono stati soggetti in laboratorio. Per il resto, la storia fonde le preoccupazioni "quotidiane", materne e realistiche della signora Brisby (la salute del figlio malato, il rimpianto per la morte del marito) con le vicende, su più larga scala, della colonia dei ratti intelligenti del NIMH, caratterizzate da lotte di potere, atmosfere ed elementi fantasy (il ratto Nicodemus è un vero e proprio stregone: il ciondolo che dona alla signora Brisby le consentirà di usare la magia per salvare la propria casa). Nonostante gli animaletti parlanti, le spalle comiche (la zia bisbetica, il corvo Geremia), lo stile di disegno e di animazione tradizionale (ma di grande qualità artigianale e con discrete velleità artistiche), il film è decisamente più complesso e più cupo di una pellicola media Disney (Bluth volle recuperare l'aspetto gotico e horror presente nei film degli esordi, come "Biancaneve e i sette nani"), tanto che non edulcora e non banalizza temi come quello della morte. La colonna sonora (con la canzone "Flying Dreams") è di Jerry Goldsmith. Nel 1998 è uscito un sequel in home video, senza il coinvolgimento di Bluth, mentre da anni si parla di un remake in live action e computer grafica.

3 giugno 2018

Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson, 2009)

Fantastic Mr. Fox (id.)
di Wes Anderson – USA 2009
animazione a passo uno
**

Visto in TV.

Non potendo sfuggire alla propria natura di animale selvatico, una volpe antropomorfa va a rubare nei pollai dei tre fattori che vivono di fronte alla collina dove ha la tana. I tre, furibondi, daranno la caccia a lui e alla sua famiglia, costringendoli a rifugiarsi sotto terra e a studiare un piano per rendere agli uomini pan per focaccia... Da un libro per bambini di Roald Dahl (pubblicato in Italia con il titolo "Furbo, il signor Volpe"), la prima incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (inizialmente avrebbe dovuto essere una collaborazione con Henry Selick) è una fiaba senza particolari livelli di lettura, fra lezioni di crescita stereotipate e cattivi a una sola dimensione. Gli animali (ai quali, nella versione originale, prestano la voce fior di doppiatori, da George Clooney a Bill Murray, da Meryl Streep a Willem Dafoe) sono simpatici con la loro caratterizzazione semi-umana (fanno tutti lavori "rispettabili", come giornalisti, avvocati, ecc.) e le dinamiche di gruppo, ma nonostante l'umorismo surreale (e alcune scene occasionalmente azzeccate, come l'incontro con il lupo), siamo lontani dalle vette esistenziali dei funny animals alla "Pogo". Nel complesso, un film sopravvalutato (come tutto il cinema di Anderson), che può risultare noioso per i bambini e superficiale (o stupido) per gli adulti. L'animazione è nervosa e rigida. Bella invece la colonna sonora di Alexandre Desplat.

2 giugno 2018

Florentina Hubaldo, CTE (Lav Diaz, 2012)

Florentina Hubaldo, CTE
di Lav Diaz – Filippine 2012
con Hazel Orencio, John Elbert Ferrer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Florentina Hubaldo, che vive nella campagna filippina con il nonno e il padre (il film si svolge nella regione rurale di Bicol), è maltrattata da ques'ultimo, che la fa prostituire, la picchia e la incatena al letto. La sua storia è narrata in parallelo a quella di due giovani, Manoling e Juan, ritornati da poco in campagna, che scavano a lungo nei terreni di proprietà del primo alla ricerca di un fantomatico tesoro. Le due vicende sono collegate, ma scopriremo in che modo (e che sono temporalmente sfasate) soltanto dopo quattro delle sei ore del film: Hector, il fratello maggiore di Manoling, è colui che tempo prima ha accolto nella propria casa Florentina, quando la ragazza è finalmente riuscita a fuggire, e che ora si prende cura della figlia che lei portava in grembo, Loleng, gravemente malata ai polmoni. Curatissimo nella confezione (dall'immagine, con la luminosa fotografia in bianco e nero, al sonoro, con forte attenzione ai rumori ambientali), quello di Diaz è un cinema fatto di tempi dilatati e lentissimi, di long take di svariati minuti (anche oltre la decina) con la camera ferma, di dialoghi rarefatti e di silenzi (non mancano sequenze completamente mute, legate ai sogni o ai ricordi). Allo spettatore è richiesta non solo molta pazienza (anche se, grazie all'approccio naturalista, la lentezza non è snervante bensì quasi rilassante) ma anche la disponibilità ad immergersi completamente nel mondo ritratto, entrandone a far parte in tutti i sensi (al punto che, nelle scene in cui Florentina chiede aiuto, estendendo le braccia fuori dallo schermo, sembra quasi che si rivolga proprio al pubblico). L'esperienza è senza dubbio ripagante, anche se il film – per quanto potente – mi è parso meno ricco di temi rispetto alle altre pellicole del regista filippino che ho visto finora, non giustificando appieno la lunghissima durata (in alcune sequenze si attendono minuti prima che i personaggi compaiano sullo schermo). In mezzo a tanta crudezza non mancano però squarci esistenzialisti (Hector che si interroga sulla natura della violenza e della cattiveria dell'uomo, chiedendosi perché esistano la sofferenza e il dolore e quale sia il significato della vita di Florentina e di sua figlia), surreali (tutta la sottotrama del geco, animale sfuggente cui Juan dà la caccia anziché continuare a cercare il tesoro) o onirici (le figure dei "Giganti", mascheroni di cartapesta usati nelle sagre popolari che la protagonista, dopo aver visto da piccola, continua a incontrare nei propri sogni). La sigla CTE nel titolo sta per encefalopatia traumatica cronica, la malattia degenerativa di cui soffre Florentina (che infatti afferma di avere sempre dolore alla testa) per i ripetuti colpi ricevuti dal padre, e che le cancella progressivamente la memoria: al punto che, nel tentativo di non dimenticare il proprio nome e la propria storia, periodicamente recita a beneficio dello spettatore quel discorso che infine farà a Hector, proprio nell'ultima scena del film, una volta riuscita a scappare.

30 maggio 2018

Shining (Stanley Kubrick, 1980)

Shining (The shining)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1980
con Jack Nicholson, Shelley Duvall
****

Rivisto in DVD.

Jack Torrance (Nicholson), scrittore in cerca di pace e di ispirazione, viene assunto per trascorrere l'inverno – insieme alla moglie Wendy (Duvall) e al figlioletto Danny (Danny Lloyd) – nell'Hoverlook Hotel, un albergo isolato sulle Montagne Rocciose del Colorado, da custodire durante i cinque mesi di chiusura stagionale. Ma l'edificio, che è stato costruito su un antico cimitero indiano, ha qualcosa di sinistro: si tratta dei "residui" spirituali delle tragedie che vi sono accadute nel corso degli anni, che Danny (dotato del potere paranormale della "Luccicanza") riesce a percepire, e che – insieme all'isolamento e alla convivenza forzata – portano Jack verso la follia, spingendolo a voler uccidere la sua stessa famiglia. Da un romanzo di Stephen King (adattato da Kubrick insieme a Diane Johnson), forse il più grande film horror di tutti i tempi, un angosciante viaggio nella pazzia e nella dissociazione mentale, condito da elementi soprannaturali e inquietanti. A cominciare dalla stessa ambientazione: l'albergo è enorme, sinistro, labirintico, caratteristiche rese ancora più terrorizzanti dal suo essere vuoto e isolato. Si pensi agli ampi saloni (come quello dove Jack batte a macchina tutto il giorno), ai lunghi corridoi (percorsi da Danny con il suo triciclo, seguìto da dietro dalla steadicam di Garrett Brown, da poco inventata), ai pattern dei pavimenti di marmo e delle moquette (che richiamano a loro volta il labirinto), per non parlare dell'altro labirinto, quello di siepi che si trova all'esterno dell'hotel, dove sarà ambientato il finale del film. Altro elemento inquietante, presentato sin dall'inizio, sono i poteri paranormali di Danny, lo Shining (o "Luccicanza", appunto), che gli consentono di parlare con il suo "amico immaginario" Tony e gli donano visioni precognitrici (le due gemelline massacrate nell'albergo da un precedente custode, o i torrenti di sangue che fuoriescono dagli ascensori e inondano i corridoi: due fra le immagini più terrorizzanti di sempre). Lo stesso potere lo possiede Dick Hallorann (Scatman Crothers), il capocuoco dell'albergo, che cercherà inutilmente di proteggere Danny e la madre dalla furia di Jack; e probabilmente lo stesso Jack, anche se non se ne rende conto: si spiega così la sua capacità di vedere e interagire a sua volta con i "fantasmi" dell'albergo, dal barman Lloyd (Joe Turkel) al cameriere Delbert Grady (Philip Stone), il custode precedente, che lo assecondano e lo guidano sulla strada della follia. Naturalmente tutto può anche essere letto come una semplice metafora dell'alienazione che spinge un uomo, sotto stress e inconsciamente ostile alla propria famiglia, a sterminarla (i fantasmi sarebbero così "riflessi" della psiche dello stesso Jack): ma non si spiegherebbero i brevi momenti in cui il mondo reale e quello soprannaturale entrano fisicamente in contatto, come l'aggressione a Danny nella camera 237 o quando Grady aiuta Jack a uscire dalla dispensa dove Wendy lo ha rinchiuso.

Forse anche a causa dell'interpretazione di Nicholson, Jack Torrance ci appare da subito poco equilibrato e destinato alla follia: il suo ghigno satanico fa già capolino prima che impazzisca del tutto, e il suo atteggiamento – che si fa via via più irritabile e scontroso, oltre che trascurato fisicamente – denota insicurezza, insoddisfazione, mancanza di autostima, un profondo rancore nascosto verso la moglie e il figlio. Tutto precipita quando l'ispirazione per il suo romanzo non arriva: in una delle scene chiave, Wendy scopre che in tutto il tempo che il marito ha trascorso nel salone a lavorare, ha prodotto centinaia di fogli con una sola frase ripetuta ossessivamente, il proverbio "Il mattino ha l'oro in bocca" (in originale era "All work and no play makes Jack a dull boy": Kubrick scelse personalmente i proverbi da utilizzare per gli adattamenti del film nelle varie lingue, girando appositamente scene alternative che purtroppo non sempre i DVD hanno conservato). La magistrale e perfezionistica regia accentua in ogni modo la sensazione di angoscia e di pericolo imminente: lo fa con le inquadrature, i movimenti di macchina, il montaggio, e persino con le didascalie (che si fanno sempre più minimaliste e specifiche: "Martedì", "4pm"). E quando arriva la neve, che isola l'albergo (mettendo fuori uso i telefoni: la radio e il gatto delle nevi saranno poi sabotati dallo stesso Jack), i protagonisti si ritroveranno prigionieri di loro stessi. Da qui il film procede mescolando due generi: l'horror soprannaturale (con le visioni progressivamente più inquietanti di Danny, come la scritta "Redrum" – "Murder" al contrario, da leggere attraverso lo specchio – sulla porta della stanza) e il thriller (con la minaccia di Jack, munito di accetta, verso Wendy e Danny). Celebre la scena (riprodotta poi sulle locandine) in cui l'uomo, ghignante e sardonico, abbatte la porta del bagno in cui si è rifugiata la moglie, gridando "Sono il lupo cattivo!" (in originale diceva "Here's Johnny!", la frase che ha introdotto per anni lo show televisivo di Johnny Carson). Come detto, anche Jack si lascia influenzare dalle presenze nell'albergo e ha simili visioni: la donna nuda nella vasca (che diventa una vecchia putrefatta), gli ospiti nel salone delle feste, lo stesso Delbert Grady (che gli dice "È sempre stato lei il custode dell'albergo", rivelando come Jack sia intrappolato in un loop temporale, il che spiegherà l'enigmatica inquadratura finale del film, quella che mostra l'uomo in una fotografia scattata nell'albergo nel 1921).

Se queste visioni rappresentano dei "residui" del passato ("Sono come figure dentro un libro, non sono cose vere", si dice Danny), la follia di Jack è invece autentica e il pericolo che Wendy e Danny corrono è reale. La trasformazione di una persona amata in una pericolosa minaccia – e dunque la tematica della violenza domestica – è resa palpabile dallo sguardo terrorizzato e angosciato di Shelley Duvall (protagonista di una prova maiuscola, al pari di Nicholson, per quanto entrambi recitino parecchio sopra le righe), per esempio nella scena in cui l'uomo le si rivolge con ironia ("Wendy, tesoro, luce della mia vita... Non ti farò niente... Soltanto, quella tua testolina te la spacco in due..."), mentre lei cerca di tenerlo a distanza sulla scalinata con una mazza da baseball. Forse per lo shock o per la tensione, nel finale anche Wendy comincia a vedere i "fantasmi" dell'Hoverlook Hotel (l'uomo vestito da cinghiale, quello con la testa spaccata), prima che la pellicola si chiuda con l'inseguimento nel labirinto innevato, dove Danny cerca di sfuggire a un Jack zoppicante ma munito di ascia e dove sfrutta uno dei trucchi tipici delle fiabe, quello di camminare a ritroso sui suoi passi per depistarlo con le impronte. Ottima la versione italiana, con l'adattamento curato da Mario Maldesi: Kubrick stesso si complimentò con Giancarlo Giannini, che doppia Jack Nicholson. La colonna sonora, insolita e originale nella sua qualità spettrale (che ricorda in parte "2001: Odissea nello spazio"), è fondamentale nella costruzione della suspense: oltre che al fido/a Wendy Carlos (insieme a Rachel Elkind), ricorre a brani di Bartók, Ligeti e Penderecki. Il film si apre con il tema gregoriano del "Dies Irae" (lo stesso che si sente nella "Sinfonia fantastica" di Berlioz). La canzone nelle scene della festa è "Midnight, the Stars and You" di Al Bowlly. Naturalmente la pellicola è diventata quasi subito un cult movie, citato e rivisitato in innumerevoli occasioni (da serie animate come "I Simpson" al film "Ready player one" di Spielberg). I suoi tanti enigmi, i misteri e le suggestioni (per dirne una: in alcune scene Danny indossa una maglia con il disegno di un razzo e la scritta "Apollo 11", il che ha alimentato le teorie di complotto secondo cui lo stesso Kubrick sarebbe stato coinvolto nei video dei falsi allunaggi) sono stati sviscerati anche in un bel documentario, "Room 237". Ma al di là di tutto ciò che si è scritto e detto, rimane semplicemente un film ipnotico, affascinante e terrorizzante, quasi perfetto nel suo genere. Ciò nonostante, Stephen King si dichiarò insoddisfatto dell'adattamento del suo romanzo, al punto da supervisionare una nuova versione nel 1997 sotto forma di miniserie tv.

28 maggio 2018

Breve incontro (David Lean, 1945)

Breve incontro (Brief encounter)
di David Lean – GB 1945
con Celia Johnson, Trevor Howard
***

Visto in divx.

Alla stazione di Milford (un sobborgo fittizio di Londra), dove si reca ogni giovedì per fare shopping e andare al cinema, la casalinga annoiata Laura Jesson conosce casualmente il dottor Alec Harvey, giovane medico idealista. Pur essendo entrambi sposati e con prole, fra i due scatta una simpatia che in breve tempo (si incontrano soltanto un giorno alla settimana) si trasforma in un amore così profondo da iniziare a pensare di fuggire insieme. Quando però si rendono conto che quello che era iniziato in modo "così normale, così innocente" potrebbe avere conseguenze serie, i sensi di colpa, la responsabilità e la paura finiscono con l'avere il sopravvento, e i due preferiranno dirsi addio per sempre (lui sceglierà addirittura di partire per l'Africa). L'intera storia è rivissuta da Laura nella propria mente, davanti al marito in salotto, come una sorta di confessione non detta. Quarto frutto della collaborazione di un Lean a inizio carriera con il commediografo Noël Coward (il soggetto è tratto da un suo atto singolo del 1933, "Still Life"), la pellicola vinse il Grand Prix al Festival di Cannes, fu candidata a tre Oscar ed è considerata uno dei migliori film britannici di sempre, per via del suo realismo e del modo delicato in cui colora di poesia la grigia routine e il vissuto quotidiano. L'amore rappresenta per Laura e Alec proprio una via di fuga da un'esistenza banale (non a caso Laura immagina lunghi viaggi all'estero), che comprende anche un matrimonio non certo infelice ma all'insegna della noia e delle convenzioni. Certo, la caratterizzazione dei due protagonisti è assai semplicistica, per non dire quasi assente, mentre i comprimari sono poco più che macchiette: si pensi all'amica pettegola di Laura, o alla barista e al capostazione, al centro di scenette, gag e battibecchi quasi superflui se non per mettere in risalto la purezza e l'intensità della storia d'amore di Laura e Alec in confronto a un mondo frivolo e volgare. Il vero punto è però dato dalla classe sociale. In quanto piccoli borghesi, Laura e Alec sono pesantemente influenzati da schemi e pressioni morali (i proletari, come i suddetti personaggi secondari, si fanno molto meno fisime). A trattenere i due amanti dal consumare il tradimento, dunque, non c'è solo il caso (l'amico di Alec che rientra prima del previsto nella casa dove i due si erano appartati: una scena, fra l'altro, che ispirò "L'appartamento" di Billy Wilder) ma la volontà di non rovinare le rispettive famiglie e i sensi di colpa per dover ricorrere a bugie e sotterfugi. Tanto che Laura prova "vergogna" nel sentirsi più libera e felice quando è in compagnia di Alec. Nel finale, dopo la separazione, la donna avrà persino la brevissima tentazione di suicidarsi buttandosi sotto un treno, come Anna Karenina: ma è solo un attimo, perché non ne avrà il coraggio. In fondo Laura è una Karenina irrisolta, che non soddisfa mai veramente i propri impulsi e che, conclusa l'avventura, torna dal marito per continuare (con qualche rimpianto) la vita di sempre. Nella colonna sonora si sentono ripetutamente estratti dal secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov.

27 maggio 2018

Bambole e botte (Sammo Hung, 1985)

Bambole e botte (Xia ri fu xing, aka Twinkle twinkle lucky stars)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Sammo Hung, Jackie Chan
**1/2

Rivisto in DVD.

Sequel de "La gang degli svitati" nonché terzo film della serie delle "Lucky Stars", se possibile ancora più demenziale, assurdo e anarchico dei precedenti, anche se pure stavolta le scene di combattimento (che vedono protagonisti Jackie Chan, Yuen Biao e lo stesso Sammo Hung) valgono ampiamente la visione. I nostri eroi – Moby (Sammo Hung), Block (Eric Tsang), Cobra (Stanley Fung), Sbingo (Richard Ng) e il giovane Sballo (Michael Miu), che prende il posto del fratello Herb (Charlie Chin) – sono in vacanza in Thailandia insieme alla bella poliziotta Barbara (Sibelle Hu). L'informatore che questa doveva incontrare viene ucciso da tre sicari (il cinese Chung Fat, il giapponese Yasuaki Kurata e l'australiano Richard Norton), ma non prima di aver spedito documenti preziosi a una sua conoscente a Hong Kong, l'attrice Chichi Wang (Rosamund Kwan). Per proteggerla, Chichi – insieme al suo amico John (John Shum, che ritorna dal primo film, sia pure in un ruolo diverso) – viene ospitata nella casa delle Lucky Stars (e rimane vittima dei soliti e ripetuti tentativi di abbordaggio), mentre i poliziotti Thomas (Jackie Chan), David (Yuen Biao) e Wolf (un giovane Andy Lau) cercano di scovare i responsabili... Ottime, come detto, le scene d'azione (il combattimento di Jackie e dei suoi compagni nel magazzino al porto, quello finale di Sammo con Norton e – usando racchette da tennis contro i sai dell'avversario – con Kurata), e anche alcune scene "di tensione" (Rosamund Kwan che si finge cieca di fronte a uno dei killer), mentre le gag e le scene comiche raggiungono livelli di nonsense (l'introduzione con gli eventi storici che "non hanno niente a che fare con questa storia") o di demenzialità preoccupanti (i cinque amici sono ormai dei maniaci sessuali conclamati, e provano ogni sorta di trucco alla Ataru Moroboshi – tunnel sotto la spiaggia, bamboline voodoo, finti incendi in casa – pur di sbirciare le grazie delle ragazze). Per Jackie è l'ultima apparizione in un film delle Lucky Stars. Richard Norton tornerà a battersi con lui in "City Hunter" e "Mr. Nice Guy". Fra i tanti camei, da sottolineare quelli di Michelle Yeoh nei panni dell'istruttrice di judo (messa al tappeto, alquanto incerimoniosamente, da Sammo), Wu Ma (lo stregone che insegna a Sbingo i segreti della magia voodoo), James Tien, Anthony Chan e Billy Lau, più molte "celebrità" (fra cui Wong Jing, Moon Lee, Philip Chan, David Chiang, Deannie Yip) tra la folla che esce dall'ascensore nella scena finale ("Non posso crederci!").

26 maggio 2018

La gang degli svitati (Sammo Hung, 1985)

La gang degli svitati (Fuk sing go jiu, aka My lucky stars)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Sammo Hung, Jackie Chan
**1/2

Rivisto in DVD.

I poliziotti hongkonghesi Thomas (Jackie Chan) e David (Yuen Biao) sono in Giappone sulle tracce di un collega corrotto (Lam Ching Ying) che è fuggito con un bottino di diamanti. Questi viene però protetto dalla Banda dei Ninja, che catturano David. Rimasto solo, Thomas chiede al suo supervisore di inviargli in aiuto i suoi vecchi compagni di orfanotrofio – Moby (Sammo Hung), Cobra (Stanley Fung), Herb (Charlie Chin), Sbingo (Richard Ng) e Block (Eric Tsang) – anche se si tratta di cinque ladruncoli non proprio del tutto affidabili... Pseudo-sequel di "Winners and sinners", è il secondo film della serie delle "Lucky Stars", anche se i personaggi, i nomi e i ruoli sono differenti rispetto all'episodio precedente (ed Eric Tsang sostituisce John Shum, impegnato all'epoca come attivista politico). Pur essendo alquanto disomogeneo (si inizia con un inseguimento in auto e una scena d'azione, si prosegue con gag demenziali per quasi metà film, si torna all'azione e alle arti marziali solo nell'ultima mezz'ora), la pellicola ha certo molto da offrire per i fan di Jackie Chan e di Sammo Hung, protagonisti di diversi combattimenti sopra le righe. Da ricordare, in particolare, le sequenze che vedono Jackie battersi nella casa dei fantasmi di un luna park giapponese mentre è travestito da Arale (sì, il personaggio di "Dottor Slump"). Scene d'azione anche per Yuen Biao e per Sibelle Hu, che interpreta Barbara, la poliziotta incaricata di assistere Moby e la sua banda (rimanendo vittima dei loro scherzi e delle tante trovate al limite del cattivo gusto – e degne di Ataru Moroboshi! – per passare più tempo possibile in sua compagnia), protagonista di un duro scontro con la bodybuilder giapponese Michiko Nishiwaki. Richard Ng, in questo film, cerca inutilmente di affinare i propri poteri di telecinesi. I nomi Thomas, David e Moby rimarranno quelli standard, nel doppiaggio italiano, per il trio Jackie, Biao e Sammo in numerosi film degli anni ottanta.

25 maggio 2018

Winners and sinners (Sammo Hung, 1983)

Winners and sinners (Qi mou miao ji: Wu fu xing)
di Sammo Hung – Hong Kong 1983
con Sammo Hung, Jackie Chan
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo essersi conosciuti in prigione, cinque deliquenti inetti e di piccolo calibro – il ladro di appartamenti Teapot (Sammo Hung), l'attivista politico Curly (John Shum), l'appassionato di paranormale Exhaust Pipe (Richard Ng), il truffatore bellimbusto Vaseline (Charlie Chin) e l'irascibile Larry (Stanley Fung) – decidono di mettersi insieme per cercare di rigare dritto e tenersi fuori dai guai. Insieme alla bella Shirley (Cherie Chung), sorella di Curly di cui tutti sembrano innamorati, danno vita a un'impresa di pulizie. Ma si troveranno casualmente coinvolti nella guerra fra due bande di gangster che si contendono il possesso di matrici per stampare dollari falsi. Primo capitolo (o, se vogliamo, "episodio pilota") di una fortunata serie di film, quella delle "Lucky Stars", che nella vena di altre serie hongkonghesi simili (come "Aces go places", il cui regista Eric Tsang si unirà al cast a partire dal secondo episodio) mescolano in maniera anarchica scene d'azione, combattimenti con le arti marziali, comicità demenziale e slapstick. Oltre che di gag e scenette comiche, i film sono anche ricchi di comparsate di attori celebri: su tutti Jackie Chan, che qui interpreta un poliziotto che si mette sempre nei guai. Da notare che era la prima volta che Jackie recitava in un film di ambientazione contemporanea da quando era diventato una star (a tratti sembra fare le prove generali per "Police story"), ed è anche la prima volta che compare sullo schermo insieme al suo "fratello maggiore" Sammo Hung. Jackie, così come Yuen Biao (qui solo in una breve scena) sarà co-protagonista anche del secondo e del terzo film della serie (doppiati anche in italiano, a differenza di questo), "La gang degli svitati" ("My lucky stars") e "Bambole e botte" ("Twinkle twinkle lucky stars"). Camei o apparizioni anche per Moon Lee, Mars, Tai Bo e Wu Ma. James Tien è il capo dei cattivi. Fra le sequenze da ricordare, l'esibizione acrobatica di Jackie sui pattini a rotelle e la gag in cui Richard Ng pensa di essere diventato invisibile (mentre i suoi compagni guardano in tv Italia-Brasile dei mondiali spagnoli!).

23 maggio 2018

Dogman (Matteo Garrone, 2018)

Dogman
di Matteo Garrone – Italia 2018
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

In una periferia degradata e opprimente, una vera e propria arena sul litorale che ha visto tempi migliori (il film è stato girato nei pressi di Castel Volturno), il piccolo e mansueto Marcello gestisce con passione un negozio di toelettatura per cani. Il suo problema, che è anche quello degli altri commercianti della zona, si chiama Simone: pugile prepotente, bullo, instabile e attaccabrighe, che lo coinvolge in piccoli furti e al quale è però legato da un rapporto di amicizia difficile da scindere. In fondo sono entrambi come dei cani: Simone è quello aggressivo e territoriale, Marcello quello sottomesso e dipendente dal padrone anche di fronte ai maltrattamenti. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca di fine anni ottanta, il caso del "canaro della Magliana", il film è un riuscitissimo ritratto di un personaggio complesso, buono nell'anima e disposto ad accettare (quasi) di tutto pur di vivere quietamente: anche la modesta attività di spaccio di droga (che forse, a ben vedere, finisce con l'esacerbare il problema di Simone, diventato cocainomane) viene svolta con le migliori intenzioni, in particolare quella di integrare i piccoli guadagni nel negozio per potersi permettere le gita fuori porta con la figlia, appassionata di immersioni subacquee (i due sognano di andare alle Maldive o al Mar Rosso: e le sequenze che mostrano padre e figlia che si immergono sembrano quasi appartenere a un altro film, con la loro atmosfera di sogno e di libertà). Marcello è quasi costretto dalle circostanze a diventare un assassino. La macchina da presa di Garrone lo segue continuamente, senza mollarlo mai un istante, spesso riprendendo da vicino il suo volto in primo piano (come nell'intenso finale all'alba): il protagonista, Marcello Fonte, ha vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Oltre a lui e ad Edoardo Pesce (Simone), il terzo personaggio è l'ambiente (magnificamente esaltato sullo schermo dalla fotografia di Nicolaj Brüel), un ex resort turistico sulla spiaggia dimenticato da tutti, trasformatosi nella piazza di un western, dove si vive alla giornata fra sogni di fuga (attraverso il lavoro, il gioco o la delinquenza) e in attesa di un'occasione migliore. E di fronte alle follie e alla violenza degli uomini, i cani sono spettatori curiosi e inermi. Fra tutti i film di Garrone, ricorda in parte "L'imbalsamatore" (peraltro girato negli stessi luoghi) nel mettere in scena individui al margine della società. Come quello, si ispira a un fatto di cronaca reale: lì il protagonista imbalsamava animali morti, qui accudisce animali vivi, ma in entrambi i casi il vero animale si conferma essere l'uomo stesso (indicative le scene in cui Marcello finisce in prigione e in cui Simone viene rinchiuso in una gabbia, proprio come i cani feroci).

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

21 maggio 2018

Brivido di sangue (Po-Chih Leong, 1998)

Brivido di sangue (The Wisdom of Crocodiles, aka Immortality)
di Po-Chih Leong – GB 1998
con Jude Law, Elina Löwensohn
**1/2

Visto in divx.

Giovane e fascinoso medico londinese di origine bulgara, Steven Grlscz (Jude Law) è segretamente un vampiro: una volta al mese ha bisogno di nutrirsi del sangue di una ragazza innamorata di lui (perché di fatto, più che di sangue, si ciba di amore e di emozioni: l'intera vicenda è un'ovvia metafora del rapporto sentimentale o della predazione sessuale). A questo scopo corteggia giovani donne in crisi o che hanno tentato il suicidio, conquistando il loro affetto prima di ucciderle. Ma quando sceglie come prossima vittima la bella Anne Labels (Elina Löwensohn), finisce per innamorarsi a sua volta davvero di lei. E nel frattempo, un ispettore di polizia (Timothy Spall) inizia a indagare sul suo conto... Il titolo italiano cerca di spacciare per un thriller come tanti altri quello che è invece un insolito pastiche horror-romantico, lontano dai cliché, dove le componenti del soprannaturale e del poliziesco passano del tutto in secondo piano rispetto a quelle sentimentali ed esistenziali. La regia elegante (Po-Chih Leong, nato in Gran Bretagna, è di origine cinese e ha lavorato sia in patria che a Hong Kong: e infatti nel film sono molti i riferimenti alle tradizioni e alle leggende del paese asiatico) e la sceneggiatura misurata (da un romanzo di Paul Hoffman) affrontano le tematiche con quiete e realismo, senza eccedere in scene violente o sopra le righe e anzi giocando con le attese dello spettatore (si pensi a come evolvono i rapporti di Steven con Anne o con l'ispettore Healey). Non c'è lotta fra buoni e cattivi ("La linea che divide il bene e il male passa per il cuore di ogni uomo", dice Steven), ma solo dilemmi interiori e relazioni interpersonali. Peccato per un finale deludente, che appare convenzionale e irrisolto. Nella memoria resta il ritratto di un vampiro sui generis, che non presenta nessuna delle caratteristiche tipiche del mostro (non ha denti aguzzi, si riflette negli specchi, non teme la luce solare o i crocifissi), che cataloga le emozioni delle proprie vittime (conservando disegni e appunti in una serie di taccuini), ma soprattutto che cerca l'amore perfetto, soffrendo senza tregua fino a quando non lo troverà.

20 maggio 2018

Cenerentola (Fernando Cerchio, 1949)

Cenerentola
di Fernando Cerchio – Italia 1949
con Lori Randi, Gino Del Signore, Afro Poli
**

Visto in TV.

Il principe Ramiro (Gino Del Signore), in cerca di una sposa, viene informato dal mago Alidoro (Enrico Formichi) che nel castello di Montefiascone, dimora del signorotto Don Magnifico (Vito De Taranto), abita un ragazza pura e virtuosa. Ma Don Magnifico ha tre figlie: Clorinda (Carmen Forti) e Tisbe (Franca Tamantini), le sue favorite, e Cenerentola (Lori Randi, con la voce di Fedora Barbieri), trattata come una serva. Per valutare meglio la loro indole, Ramiro si presenta travestito da scudiero, mentre il suo cameriere Dandini (Afro Poli) si spaccia invece per lui... Il film è una versione filmata dell'opera "La Cenerentola" di Gioacchino Rossini, benché cerchi di riportare la trama più vicino ai binari della favola di Perrault, per esempio trasformando Alidoro in un autentico mago e facendo perdere alla ragazza la famosa scarpetta durante la fuga dal palazzo (rimane comunque anche lo "smaniglio" del libretto rossiniano). Girato in esterni (alla Palazzina di Stupinigi, al Castello di Tolcinasco e al Parco Reale di Monza: gli interni sono invece quelli del Palazzo Reale di Torino), è un adattamento ben fatto e assolutamente gradevole, anche se forse più dal punto di vista musicale che da quello cinematografico: il cast vocale è di buon livello (su tutti spiccano Fedora Barbieri e Afro Poli), anche se i labiali non sono sempre perfetti. Fra le scene più belle, il sogno di Don Magnifico ("Miei rampolli femminini") rappresentato sullo schermo attraverso burattini (da Maria Signorelli). Mi ha colpito il fatto che le due sorellastre non siano brutte, anzi sono particolarmente belle (naturalmente è la bellezza interiore quella che conta, ma spesso gli allestimenti le rendono ridicole anche esteriormente). I tagli e le modifiche allo spartito, fatti evidentemente per ragioni di durata, sono tutto sommato accettabili e non compromettono la comprensione della storia: mancano un paio di arie di Don Magnifico, il secondo atto è stato accorciato e infine – ma questa era una consuetudine dell'epoca – l'aria di Alidoro "Là del ciel nell'arcano profondo" è sostituita dalla meno bella "Vasto teatro è il mondo". Più problematica, semmai, è l'eliminazione di quasi tutti i recitativi, che si portano via gran parte del contesto (il fatto che Don Magnifico sia in rovina, il motivo per cui Ramiro deve cercare moglie, ecc.). Girato nel 1948, il film è stato distribuito nel 1949: ecco perché gli sono attribuite due date differenti.

18 maggio 2018

Il romanzo di Mildred (Michael Curtiz, 1945)

Il romanzo di Mildred (Mildred Pierce)
di Michael Curtiz – USA 1945
con Joan Crawford, Ann Blyth
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Monte Beragon (Zachary Scott), viene ucciso a colpi di pistola nella sua casa sulla spiaggia. Il principale sospettato è Bert Pierce (Bruce Bennett), che era stato il primo marito della vedova Beragon, Mildred (Joan Crawford): secondo i poliziotti avrebbe agito per gelosia e dunque viene incriminato nonostante il maldestro tentativo della stessa Mildred di far ricadere la colpa sul suo ex socio in affari Wally (Jack Carson). Per convincere gli agenti dell'innocenza di Bert, nel corso di un lungo interrogatorio in commissariato Mildred racconta gli ultimi e difficili anni della propria vita: di come si era separata da Bert quattro anni prima per divergenze sul modo di educare i figli; di come, in difficoltà economiche, ha lavorato duramente per mantenere la sua esigentissima primogenita, l'ingrata e viziata Veda (Ann Blyth); di come, partendo da semplice cameriera, è riuscita a diventare proprietaria di un'avviata e prestigiosa catena di ristoranti; e di come, per garantire a Veda il lusso di cui non sembra poter fare a meno, ha accettato di sposare il ricco Beragon pur non amandolo. Qyando arriverà l'alba, anche il nome dell'assassino sarà evidente. Uno dei più celebri e classici melodrammi hollywoodiani, tratto da un romanzo di James M. Cain (ma nonostante la fame dell'autore come autore di gialli e polizieschi, la cornice noir e l'omicidio di Monte sono tutta un'aggiunta dell'adattamento cinematografico, in ossequio al codice Hays e in sostituzione di elementi più torbidi e di natura sociale: il libro era esplicitamente ambientato nell'epoca della Grande Depressione). La regia espressionistica di Curtiz e l'eccellente prova dell'intero cast – quella misurata della Crawford in particolare (che vinse l'Oscar come miglior attrice: la pellicola ebbe in tutto sei nomination) – lo rendono un film vibrante e intenso, ricco di momenti memorabili e di colpi di scena che si dipanano nell'arco di quattri anni (ma la narrazione, come detto, avviene interamente in flashback nel corso di una sola notte). Oltre ai temi sociali (le difficoltà di una madre che deve provvedere da sola alla famiglia; il disprezzo che Monte e Veda rivolgono a chi, come Mildred, lavora per guadagnarsi da vivere), il fulcro del film sta nel rapporto indissolubile e ai limiti del patologico fra una madre troppo disposta a sacrificarsi e una figlia avida e ingrata. Eve Arden è Ida, l'amica e aiutante tuttofare di Mildred. Bello il tema musicale di Max Steiner. Rifatto nel 2011 da Todd Haynes come miniserie televisiva con Kate Winslet.

16 maggio 2018

Made in Hong Kong (Fruit Chan, 1997)

Made in Hong Kong (Heung Gong jai jo)
di Fruit Chan – Hong Kong 1997
con Sam Lee, Neiky Hui-Chi Yim
***

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli.

"Il mondo cambia troppo rapidamente", pensa Autumn Moon (uno strepitoso Sam Lee, al suo debutto sullo schermo), delinquente di strada abbandonato dai genitori (prima dal padre, che si è rifatto una famiglia, e poi, nel corso del film, anche dalla madre) e che si guadagna da vivere lavorando come esattore per conto di un gangster. Significativamente, la pellicola è girata e ambientata proprio nel momento del passaggio di Hong Kong alla Cina: ma il rapporto fra l'ex colonnia britannica e la madrepatria è tutt'altro che idilliaco, e si rispecchia in quello fra i protagonisti del film (tutti assai giovani) e la generazione adulta (in particolare i loro genitori), egoista, avida, assente o noncurante dei loro sentimenti e delle loro necessità. Moon svolge il suo lavoro insieme all'amico Sylvester (Wenders Li), grosso ma ritardato, finito sotto la sua protezione perché bullizzato da tutti. Innamoratosi della sedicenne Ping (Neiky Yim), figlia (solare ma gravemente malata) di una delle debitrici (Carol Lam) della cui riscossione si deve occupare, il ragazzo medita di mettere la testa a posto e addirittura di donarle uno dei propri reni per salvarla. E nel frattempo si scopre anche ossessionato nei suoi sogni notturni da Susan (Amy Tam), una giovane studendessa suicidatasi di recente: Moon non la conosceva, ma è entrato in possesso della lettera che la ragazza ha lasciato alla propria famiglia, e per qualche motivo esita a consegnarla. Come un trio da Nouvelle Vague, Moon, Sylvester e Ping vagano per la città in cerca di risposte. Ma l'ambiente degradato e caotico in cui vivono, la violenza, gli egoismi e il destino stesso cospireranno contro di loro. Girato al risparmio utilizzando spezzoni di pellicole avanzate da precedenti lavori, il film è uno dei primi e più importanti tasselli della filmografia di Fruit Chan, un grido di indipendenza ma anche di amarezza in un momento chiave della storia dell'ex colonia (il titolo denota un certo orgoglio di appartenenza, mentre nel corso della pellicola tutte le volte che si parla della Cina o dei cinesi lo si fa in termini negativi; ironicamente, Fruit Chan è nato in Cina prima di emigrare con i genitori a Hong Kong). In cerca di una redenzione che gli adulti non vogliono concedergli o nemmeno riconoscergli, il protagonista non può che cedere al destino e prendere atto della propria sconfitta. Ma non siamo di fronte a un melò alla Wong Kar-Wai o a un thriller d'azione alla John Woo: come struttura e contenuti la pellicola è incredibilmente libera, espressiva e suo modo poetica, e riflette senza retorica o moralismo su temi come la morte o il suicidio, l'amore e l'amicizia, la caducità della vita e la fragilità dei rapporti familiari (notevole la scena del figlio che uccide il padre nei bagni pubblici).

15 maggio 2018

Bandiera gialla (Elia Kazan, 1950)

Bandiera gialla (Panic in the Streets)
di Elia Kazan – USA 1950
con Richard Widmark, Jack Palance
**1/2

Visto in divx.

Uno straniero (di nazionalità armena, come il regista Elia Kazan), sbarcato da poche ore nel porto di New Orleans, viene assassinato da un gangster (Jack Palance, al suo debutto sul grande schermo) e dai suoi due scagnozzi per un debito di gioco. Analizzando il cadavere, il medico militare Clinton Reed (Richard Widmark) scopre che l'uomo era infetto da peste polmonare: in una corsa contro il tempo, diventa così di fondamentale importanza non solo scoprire da quale nave era sbarcato, ma anche rintracciare tutti coloro con cui è stato in contatto ravvicinato, a cominciare dai suoi killer, prima che il contagio possa diffondersi fra la popolazione. Naturalmente gli assassini faranno invece di tutto per non farsi trovare... Un thriller ad alta tensione con uno spunto insolito e originale e un ottimo cast di caratteristi: al fianco di Widmark, in un rapporto da "buddy movie" (all'inizio si guardano in cagnesco, poi impareranno a rispettarsi a vicenda e a collaborare) c'è il commissario di polizia interpretato da Paul Douglas. Barbara Bel Geddes è la moglie del protagonista, Zero Mostel e Guy Thomajan i complici del gangster. Il titolo italiano si riferisce al segnale che comunica la presenza di una malattia infettiva a bordo di una nave. Kazan gira un film tutto ambientato in un porto (e dintorni) quattro anni prima del capolavoro "Fronte del porto". Interessante anche il ruolo della stampa, di cui viene difesa la libertà ed elogiata l'importanza, anche se in un caso come questo diffondere la notizia dell'epidemia può fare più danni che altro. La sceneggiatura di Edna ed Edward Anhalt vinse l'Oscar. Musica di Alfred Newman.

13 maggio 2018

I giorni del cielo (Terrence Malick, 1978)

I giorni del cielo (Days of Heaven)
di Terrence Malick – USA 1978
con Richard Gere, Brooke Adams
***1/2

Visto in divx.

Nel 1916, dopo aver ucciso senza volerlo un sorvegliante nella fonderia dove lavorava, l'operaio Bill (Richard Gere) fugge da Chicago portando con sé la sorellina Linda (Linda Manz) e la fidanzata Abby (Brooke Adams), che fa passare per sua sorella maggiore. I tre giungono in Texas, dove vengono assunti come braccianti stagionali per la raccolta del grano. Il ricco e giovane proprietario dei terreni (Sam Shepard), che vive da solo e senza famiglia, si innamora di Abby e le chiede di sposarlo. Bill la spinge ad accettare, convinto che l'uomo, gravemente malato, abbia soltanto pochi mesi di vita... Col passare del tempo (il film si svolge nell'arco di un anno, da estate ad estate), però, non solo il padrone non muore ma comincia a sospettare che il rapporto fra fratello e sorella sia più stretto di quanto dovrebbe essere. La resa dei conti avverrà in contemporanea con la natura che si scatena (sotto forma di un'invasione di locuste). Il secondo film di Terrence Malick (anche sceneggiatore), girato cinque anni dopo "La rabbia giovane", ha diverse cose in comune con il precedente, a partire dall'atmosfera astratta e sospesa e dalla voce narrante di una quindicenne (lì Sissy Spacek, qui Linda Manz). E in effetti il punto di vista di una bambina aiuta a spiegare le debolezze nella caratterizzazione dei personaggi (soprattutto il giovane padrone), che appaiono quasi artificiali: le dinamiche dell'amore e della vita adulta sono ritratte attraverso gli occhi di una ragazzina che non le comprende appieno, oppure le semplifica o le schematizza. Certo, questo è il senno di poi, visto che la decisione di aggiungere la voce off fu presa all'ultimo momento, per risolvere problemi di montaggio. Ma dove il film brilla veramente è nell'aspetto visivo, grazie alla regia ariosa di Malick (che punta sui ritmi lenti) ma soprattutto alla splendida fotografia del truffautiano Néstor Almendros (e di Haskell Wexler, che subentrò a metà lavorazione), giustamente premiata con l'Oscar. La qualità pittorica delle immagini, che lo rende uno dei film "esteticamente" più belli di sempre, fa risaltare in maniera indelebile i paesaggi sullo schermo, le distese di campi di grano, i primi piani degli animali (compresi uccelli o insetti), i personaggi immersi nella natura. E la bellezza delle immagini non è fine a sé stessa, visto che riflette la confusione, l'indecisione o i tumulti nell'animo degli esseri umani (l'invasione delle locuste e il successivo incendio nei campi avvengono in contemporanea con l'esplosione delle tensioni e del conflitto fra i due uomini). L'appendice con la fuga in barca sul fiume e la caccia della polizia ricorda il primo lavoro di Malick. Anche se ambientato nel nord del Texas, il film è stato girato in Canada (per la precisione in Alberta). La lavorazione fu problematica, con Malick che sforò budget e tempi (anche per la volontà di girare quasi sempre durante le ore dell'alba o del tramonto), e il non eccelso risultato al botteghino (sommato al fatto che, negli anni a venire, le case di produzione smisero di dare carta bianca ai registi in seguito al flop de "I cancelli del cielo" di Cimino, curiosamente un film dal titolo simile a questo) contribuì a far sì che il regista non girasse un altro film per vent'anni, tornando dietro la macchina da presa soltanto nel 1998 con "La sottile linea rossa". Premio per la regia al Festival di Cannes. La colonna sonora di Ennio Morricone ingloba un tema de "Il carnevale degli animali" di Saint-Saëns. Robert J. Wilke è il caposquadra della fattoria.

12 maggio 2018

La rabbia (Pasolini, Guareschi, 1963)

La rabbia
di Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi – Italia 1963
film di montaggio
**

Visto in divx.

Film diviso in due parti (di circa 50 minuti l'una), ideato dal produttore Gastone Ferranti, che chiese a due intellettuali di tendenze opposte (di sinistra Pasolini, di destra Guareschi) di rispondere alla domanda "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?", attraverso un montaggio di filmati di repertorio, di foto e di spezzoni del cinegiornale "Mondo libero", legati all'attualità o al recente passato, commentati da una coppia di voci fuori campo. Anche se il tema è lo stesso, e non mancano punti di convergenza fra le due metà della pellicola (ma i toni sono spesso critici e polemici, anche se filtrati dalla poesia in un caso e dell'umorismo nell'altro), i risultati sono ben diversi, anche a prescindere dalle idee politiche e sociali. Pasolini ha un'approccio curioso, idealista e sognatore, Guareschi (che inserisce anche alcune sue vignette umoristiche) è pungente e irridente, ma risulta spesso qualunquista, moralista e predicatorio.

Il film di Pasolini (**1/2), nel rispondere alla domanda di Ferranti, sceglie come filo conduttore la "libertà". La scontentezza, l'angoscia, la paura dell'umanità dipendono dalla mancanza di libertà e dal disperato desiderio di ottenerla. Così si spiegano le rivoluzioni (a livello individuale o collettivo), le proteste, le guerre. Le voci narranti di Giorgio Bassani (per la prosa) e di Renato Guttuso (per la poesia) recitano testi dello stesso Pasolini ("Voi, figli dei figli, gridate con disprezzo, con rabbia, con odio "Viva la libertà". E perciò non gridate "Viva la libertà". Se non si grida "Viva la libertà" con amore, non si grida "Viva la libertà"), mentre le immagini, accompagnate dall'Adagio di Albinoni, mostrano immagini della rivoluzione in Ungheria del 1956 (e delle reazioni in tutto il mondo); delle guerre per l'indipendenza in Africa, in India, a Cuba; di scene di spettacolo e di attualità, con dive del cinema (Ava Gardner, Sophia Loren), sindacalisti, politici, religiosi; l'incoronazione della regina Elisabetta II (1952), la convention repubblicana negli USA del 1952, i funerali di papa Pio XII e l'elezione di Giovanni XXIII (1958); si parla di arte (nell'URSS), del mondo contadino, del suicidio di Marilyn Monroe (personificazione della bellezza), delle armi atomiche, della lotta di classe; e con le immagini del volo nello spazio di Juri Gagarin (1961) e delle successive celebrazioni, si termina con una nota di ottimismo per un futuro migliore, dove il progresso potrà unire i popoli in una fratellanza senza guerre.

Il film di Guareschi (*), come filo conduttore, sceglie invece la "vendetta". Per l'autore di Don Camillo (alla sua prima e unica esperienza come regista cinematografico, coadiuvato dalla caporedattrice del "Borghese" Gianna Preda), la scontentezza, l'angoscia e la paura generano odio e desiderio di rivalsa nei confronti degli altri, ma in particolare degli europei, il cui punto di vista è centrale in tutta la narrazione. Con le voci di Gigi Ortuso (narratore "serio") e Carlo Romano (già doppiatore di Don Camillo, narratore "ironico") e una colonna sonora che mescola il twist alla musica sinfonica (in particolare l'Eroica di Beethoven), Guareschi critica la frenesia della vita moderna, l'edonismo e gli eccessi provocati dal miracolo economico, tecnologico ed edilizio. Ma dove da semplice nostalgico e bacchettone diventa davvero inaccettabile, è quando tocca questioni politiche: se ancora si possono condividere alcuni severi giudizi sullo scenario globale post-bellico (il processo di Norimberga, la costruzione del muro di Berlino), lasciano perplessi le condanne reazionarie delle lotte anticolonialiste (qui le differenze fra i due intellettuali sono le più evidenti) e il sarcastico razzismo nei confronti delle popolazioni di colore. I funerali di Giorgio VI (1958) sono l'occasione per lamentare la fine dell'imperialismo europeo. Certo, ne ha anche per gli USA (si cita il caso Chessman, si sbeffeggia Kennedy e la moglie), per la Cina e naturalmente per l'URSS e il comunismo in generale (si mostra la rivoluzione cubana, la morte di Stalin, l'avvento di Krusciov), visto come origine di quasi tutti i mali. E anziché fiducia nel progresso, i viaggi spaziali sono l'occasione per manifestare retoricamente pessimismo e preoccupazione per il futuro: dalle persecuzioni religiose agli esperimenti scientifici "contro natura", fino alla disgregazione della famiglia tradizionale (il matrimonio della trans Coccinelle visto come una "tragica farsa"). Umorismo a parte, sembrano parole di alcuni politici di oggi. E di questo a Guareschi si deve dare atto: il suo segmento – purtroppo – è invecchiato molto meno di quello di Pasolini.

Il film non ebbe molto successo nelle sale, anche perché fu ritirato quasi subito in seguito alle polemiche (in effetti, è facile immaginare come potesse dividere il pubblico: chi avrà apprezzato la prima parte si sarà indignato di fronte alla seconda, o viceversa). Con il senno di poi, c'è da chiedersi che cosa si aspettasse Ferranti. Soltanto dal 2008 (inizialmente la sola parte di Pasolini, poi per intero) è stato restaurato ed è tornato a circolare.

11 maggio 2018

Il mistero della camera gialla (B. Podalydès, 2003)

Il mistero della camera gialla (Le mystère de la chambre jaune)
di Bruno Podalydès – Francia/Belgio 2003
con Denis Podalydès, Pierre Arditi
**

Visto in TV.

Mathilde (Sabine Azéma), figlia del professor Stangerson (Michael Lonsdale), è vittima di un tentativo di omicidio mentre si trova da sola nella sua stanza nella villa del padre, in piena campagna. A indagare sull'aggressione, per capire come è stato possibile per l'assassino entrare e uscire da una stanza chiusa a chiave, ci sono fra gli altri l'ispettore Larsan (Pierre Arditi) e il giovane giornalista Joseph Rouletabille (Denis Podalydès, fratello del regista), che ingaggiano una vera e propria sfida per giungere prima dell'altro alla soluzione. Se l'ispettore sembra sospettare soprattutto di Darzac (Olivier Gourmet), il fidanzato della ragazza, il giornalista – sfruttando la ragione anziché l'intuito – saprà giungere all'autentica verità... Dal romanzo poliziesco del 1907 di Gaston Leroux – forse il più celebre "enigma della stanza chiusa" di tutti i tempi, già portato più volte sullo schermo sin dall'epoca del muto (per esempio da Maurice Tourneur nel 1913, da Marcel L'Herbier nel 1930 e da Henri Aisner nel 1949) – Podalydès trae, più che un giallo, una commedia: gli ingredienti sono tutti al loro posto, ma il tono è leggero e svagato, privo di tensione e difficile da prendere sul serio, e questo va a discapito dell'interesse dello spettatore, più incentrato sugli istrionismi dei personaggi e sulle gag che non sulla reale risoluzione del caso. In effetti, di chi sia l'assassino e su come ha fatto a entrare e uscire dalla stanza non ci importa quasi nulla: soltanto nel finale, quando Rouletabille espone la sua soluzione, la vicenda e i suoi personaggi cominciano ad acquistare spessore. Nel cast anche Claude Rich (il giudice), Jean-Noël Brouté (il fotografo Sainclair), Julos Beaucarne (padre Jacques), Isabelle Candelier (la signora Bernier), George Aguilar (il guardiacaccia indiano). In sovrimpressione sullo schermo compaiono i titoli dei capitoli in cui era diviso il romanzo. Due anni dopo Podalydès adatterà, con il fratello e gli stessi attori, anche il secondo dei romanzi di Gaston Leroux su Rouletabille, "Le parfum de la dame en noir".

9 maggio 2018

L'isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

L'isola dei cani (Isle of Dogs)
di Wes Anderson – USA 2018
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Florian e Sabine.

Nel 2037, in seguito a un'ordinanza del sindaco di Megasaki City (ultimo discendente di una famiglia di samurai che amano i gatti e odiano i cani) e con la scusa di una malattia infettiva (in realtà creata in laboratorio dallo stesso sindaco), tutti i cani della città vengono dichiarati fuorilegge e abbandonati sulla vicina Isola della Spazzatura. Il dodicenne Atari Kobayashi, intraprendente figlio adottivo del sindaco, si reca però sull'isola in cerca del suo cane Spots. Qui verrà aiutato da una banda di cinque cani guidata dal randagio Chief. La seconda incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (dopo "Fantastic Mr. Fox") è un film d'avventura animalista e distopico, ambientato in un Giappone futuristico: gli esseri umani parlano in giapponese, mentre i cani sono doppiati, facendo sì che lo spettatore si identifichi con questi ultimi e non capisca invece le frasi dei loro padroni (tranne alcune singole parole, vale a dire gli ordini come "Seduto!"). La trovata è divertente, e la pellicola è tutto sommato piacevole, anche se si tratta del solito film-giocattolo di Anderson dove la forma sovrasta la sostanza. Ma l'essere stato realizzato in animazione (con uno stile volutamente grezzo, che ricorda certe serie nipponiche a passo uno degli anni sessanta e settanta), l'avere dei cani come protagonisti e appunto la curiosa ambientazione (ricca di stereotipi culturali: è evidente che si tratti di una produzione occidentale) lo rendono di certo più interessante della media. Esilaranti le "risse" fra i cani, realizzate con nuvole di polvere. Fior di attori importanti come doppiatori nella versione originale (Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Yoko Ono fra gli altri). Anderson ha affermato di essere stato influenzato dal cinema di Akira Kurosawa: vista l'ambientazione in una discarica, immagino da film come "Dodes'ka-den" o "I bassifondi", anche se il gruppo di cani (con tanto di eroe riluttante) ricorda "I sette samurai".

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

6 maggio 2018

Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

Humandroid (Chappie)
di Neill Blomkamp – USA 2015
con Dev Patel, Yolandi Visser
**1/2

Visto in TV.

In un futuro prossimo, la polizia di Johannesburg impiega unità robotiche (dette "scout") come supporto alla lotta alla criminalità. Dean, l'ingegnere responsabile della loro programmazione, sviluppa un'intelligenza artificiale che potrebbe dare loro l'autocoscienza, e per sperimentarla la innesta su un'unità scout destinata allo smantellamento (e la cui batteria, non più sostituibile, ha energia soltanto per altri cinque giorni). Sequestrato da una scalcinata banda di rapinatori che intende usarlo come proprio complice, il robot – soprannominato "Chappie" – deve però imparare ogni cosa da zero, proprio come se si trattasse di un bambino da educare. E mentre ognuno gli insegna cose diverse (chi le leggi morali, chi l'amore familiare, chi a combattere o ad atteggiarsi da gangster), nell'arco di pochi giorni attraversa tutte le fasi della crescita: l'apprendimento, la dipendenza dai genitori, l'imitazione, l'obbedienza, la ribellione, l'autodeterminazione e la scoperta di sé. Da "Robocop" ad "A.I." passando per "Corto circuito" e "Ghost in the shell", il terzo film del sudafricano Blomkamp è soltanto all'apparenza meno ambizioso dei due precedenti. In effetti rinuncia ai temi sociali e politici (ma non al consueto mix fra fantascienza e – diciamo così – realismo) ma affronta comunque argomenti di un certo peso: il significato della vita, la coscienza, la differenza fra il bene e il male. Peccato che sia tutto molto meccanico e semplicistico nelle sue svolte, alternando analogie (quella parentale, quella religiosa, quella esistenziale) in maniera più che banale. Eppure, a livello basilare ed empatico, c'è qualcosa di sinceramente accattivante in questo robot tenero e infantile, in continua balia degli altri e della propria fragilità emotiva e tecnologica. Attorno al protagonista (le cui movenze – e la voce nella versione originale – sono quelle dell'attore Sharlto Copley) si muovono però una serie di personaggi con caratterizzazione debole o inesistente. Fra gli attori, anche Sigourney Weaver (il CEO della Tetravaal, l'azienda che produce i robot, il cui nome proviene da un precedente corto di Blomkamp) e Hugh Jackman (il progettista rivale, che vorrebbe sostituire gli scout con il suo nuovo prototipo, una vera e propria macchina da guerra). I gangster Ninja e Yolandi ("Papi" e "Mami" per il robot) sono due rapper sudafricani, che formano il duo Die Antwoord e firmano anche la colonna sonora.

5 maggio 2018

A wife confesses (Y. Masumura, 1961)

A Wife Confesses (Tsuma wa kokuhaku suru)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1961
con Ayako Wakao, Hiroshi Kawaguchi
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A Tokyo, con gran clamore mediatico, si celebra il processo di Ayako Takigawa (Ayako Wakao), una donna accusata di aver ucciso il marito, professore universitario (Eitaro Ozawa) e appassionato alpinista, tagliando la corda che li legava durante un'escursione in montagna e facendolo così precipitare lungo la parete di roccia. Insieme a loro, durante l'arrampicata, c'era anche il giovane Koda (Hiroshi Kawaguchi), collaboratore dell'uomo e, secondo l'accusa, amante della donna, che avrebbe compiuto l'omicidio non soltanto per liberarsi di un marito più anziano di lei, che non amava più e che non intendeva concederle il divorzio, ma anche per intascare la sua assicurazione sulla vita e risposarsi in seguito con il ragazzo... Da un romanzo di Masaya Maruyama (che ricorda per metà un fatto di cronaca e per metà un noir in stile "La fiamma del peccato"), un courtroom drama ad alta intensità che mette in primo piano i sentimenti delle persone (Ayako è effettivamente innamorata di Koda, mentre questi le si affeziona solo per pietà), a costo di sfociare nel melodrammatico, mentre in secondo piano sfiora diversi pregiudizi della società giapponese (la moglie è vista di cattivo occhio dai commentatori non tanto per il possibile omicidio, ma perché, anche se fosse innocente, non ha scelto di morire insieme al marito). Haruko Mabuchi è la fidanzata di Koda, Jun Negami è l'avvocato. Confezione (musica, fotografia e montaggio) da Nouvelle Vague giapponese, la corrente cinematografica cui Masumura può essere apparentato.

3 maggio 2018

La montagna sacra (A. Jodorowsky, 1973)

La montagna sacra (La montaña sagrada)
di Alejandro Jodorowsky – Messico/USA 1973
con Horacio Salinas, Alejandro Jodorowsky
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

In un Messico surreale e apocalittico, un ladro che assomiglia a Gesù Cristo (e come tale viene persino usato come "calco" per fabbricare una quantità spropositata di statue di crocifissi) viene "purificato" e poi addestrato da un santone-alchimista (Jodorowsky stesso): insieme ad altre sette persone, si metteranno in cammino per raggiungere la sommità della "montagna sacra", dove si dice che dimorino nove saggi che governano le sorti del mondo... Vagamente ispirato a "Il monte analogo" di René Daumal, uno dei film più celebri, folli e personali di Alejandro Jodorowsky, che firma regia, sceneggiatura, montaggio, vi recita e collabora anche alle scenografie, ai costumi e alla colonna sonora. Ricca (anzi, grondante) di simboli esoterici o alchemici, di immagini forti (anche se il taglio grottesco e kitsch le rende assolutamente digeribili), di allegorie, di metafore socio-politiche, di scene con animali di ogni genere, la pellicola racconta in teoria un viaggio verso l'ignoto e alla scoperta di sé stessi, talmente densa di (possibili) significati che ogni riassunto o descrizione non le renderebbe giustizia: va vista e basta. La sezione iniziale, che introduce il protagonista, ricorda ancora il precedente lungometraggio dell'autore cileno, "El topo", fra figure grottesche o deformi (il nano), ricostruzioni storiche stranianti (la battaglia fra indios e conquistador riprodotta con rospi e camaleonti) e una generale descrizione di un mondo degradato e in preda al caos, in attesa di un salvatore che lo illumini. Nella parte centrale vengono introdotti i sette partecipanti alla scalata al fianco del ladro, del santone e della sua guardia del corpo: costoro rappresentano i "potenti" della terra (imprenditori, politici, militari, intellettuali, ecc.) che hanno però scelto la via ascetica, e ciascuno di loro è associato a un pianeta del sistema solare. Le loro presentazioni, ricche di un grottesco surrealismo, sono fra le sezioni forse più interessanti del film a livello contenutistico. Infine c'è la lunga scalata alla montagna, con una serie di prove da superare. Il film si conclude con lo svelamento del "trucco" cinematografico: Jodorowsky rivela agli spettatori che si tratta solo di un film, e che è necessario cercare la propria via nella realtà. Una trovata simile a quella che, per motivi ovviamente diversi, farà Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia". Decisamente un film unico nel suo genere, da gustare (o forse da centellinare) in maniera appropriata, come pura esperienza estetica-visiva, senza farsi soverchiare dalla densità di stimoli e di contenuti o della ricerca a tutti i costi di un significato implicito.

2 maggio 2018

La cravate (Alejandro Jodorowsky, 1957)

La cravate, aka Les têtes interverties
di Alejandro Jodorowsky – Francia 1957
con Alejandro Jodorowsky, Denise Brossot
**1/2

Visto su YouTube.

La prima esperienza di Jodorowsky nella regia cinematografica risale a quando aveva 28 anni, si era trasferito a Parigi da quattro ed era assistente del celebre mimo Marcel Marceau. E proprio a una pantomima teatrale, stralunata e poetica, assomiglia questo cortometraggio di 20 minuti, muto (a parte la colonna sonora) e ispirato a un raccconto di Thomas Mann ("Le teste scambiate"). Il protagonista, per conquistare una donna che non lo ama ma che ammira il suo corpo, si reca infatti in un negozio la cui graziosa commessa commercia appunto in teste, consentendo ai clienti di depositare la propria e di prenderne un'altra al suo posto. Colorata e fiabesca, nella vena dei surrealisti francesi (ma ha anche qualcosa che ricorda l'espressionismo tedesco), la pellicola è gradevole e leggera, senza troppe pretese e senza il bagaglio di simboli e di metafore che caratterizzerà la successiva produzione del regista cileno (a partire dal primo lungometraggio, "Il paese incantato", del 1968). In scena, fra gli altri, anche il produttore Saul Gilbert e il comico surrealista Raymond Devos.