18 aprile 2013

L'infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)

L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
di Orson Welles – USA 1958
con Charlton Heston, Orson Welles
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Paola, Marco, Eleonora, Ginevra, Florian e Sabine.

Una bomba fa esplodere l'auto di un ricco industriale, proprio sul confine fra Messico e Stati Uniti. A indagare è il detective americano Hank Quinlan (Orson Welles), con il collega messicano Mike Vargas (Charlton Heston) a fare da osservatore. I due non potrebbero essere più diversi: al primo interessa soltanto mandare in galera l'assassino, anche a costo di falsificare le prove, mentre per il secondo è fondamentale soprattutto rispettare la legge. Lo scontro fra i due poliziotti finisce per coinvolgere anche la moglie di Vargas, Susan (Janet Leigh), che viene sequestrata da Joe Grandi (Akim Tamiroff), capo della banda che Vargas sta mandando sotto processo in Messico... Da un mediocre romanzo giallo di Whit Masterson ("Badge of Evil": pare che Welles avesse chiesto ai produttori lo script peggiore che avessero a disposizione, in modo da dimostrare di essere in grado di trarre un bel film da qualsiasi materiale) un capolavoro del cinema noir, considerato da molti critici come il canto del cigno del genere ("l'epoca d'oro" del noir classico, in effetti, va dai primi anni quaranta ai tardi anni cinquanta). Ai tempi Welles era caduto in disgrazia presso i produttori hollywoodiani e da una decina di anni lavorava per lo più in Europa (sfornando, fra l'altro, capolavori come "Othello"): la possibilità di tornare alla regia (e alla sceneggiatura) gli venne data per insistenza dello stesso Charlton Heston (che qui interpreta il protagonista messicano, con un pesante trucco che sarà oggetto di ironia anche a distanza di anni, come in un celebre scambio di battute in "Ed Wood"). Welles ne approfittò per riunire molti tecnici (dall'operatore Russell Metty al truccatore Maurice Siederman) e attori (Akim Tamiroff, Joseph Cotten) con cui aveva collaborato in passato. Alcuni ruoli furono dati ad amici che venivano a trovarlo sul set (ed ecco spiegati i camei di Zsa Zsa Gabor e soprattutto di Marlene Dietrich, la cui parte – quella della chiromante Tanya – fu girata in un solo giorno ma crebbe a tal punto che è proprio lei a pronunciare la frase finale della pellicola, una sorta di epitaffio per Quinlan: "Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era un grand'uomo"). Joseph Calleia, amico di lunga data di Welles, interpreta Menzies, il fedele collega di Quinlan, mentre Dennis Weaver è il guardiano notturno, mentalmente disturbato, del motel in cui viene rinchiusa Susie (tutta la sequenza dell'albergo sembra anticipare "Psycho", che Alfred Hitchcock avrebbe girato solo due anni dopo, guarda caso sempre con Janet Leigh come protagonista femminile). A riprese terminate, però, i produttori rimontarono il materiale già girato da Welles, eliminarono alcune scene o le sostituirono con altre fatte dirigere da Harry Keller, nell'intento di rendere più chiari alcuni passaggi della trama. Quando vide il risultato, il regista scrisse un celebre "appunto" di 58 pagine su come migliorare il montaggio finale. Non tutti i suoi suggerimenti vennero accolti, e il film uscì (pubblicizzato come un B-movie) nella versione voluta dallo studio. Nel 1978 la pellicola venne rieditata in una versione più lunga, ma solo nel 1998 uscì finalmente la cosiddetta "director's cut" che accoglieva gran parte dei suggerimenti di Welles (non tutte le scene da lui girate poterono però essere recuperate): fra questi, l'eliminazione dei titoli di testa, la presenza dei rumori ambientali nella sequenza iniziale e il montaggio parallelo delle vicende di Vargas e Susie.

Il film si apre con quello che è probabilmente il piano sequenza più celebre e citato di tutta la storia del cinema. Comincia con la ripresa ravvicinata di una bomba, tenuta in mano da un misterioso individuo che la innesca e poi la colloca in un'automobile, appena prima che un uomo e una giovane donna bionda salgano a bordo (da notare anche la corsa del misterioso attentatore, di cui si vede solo l'ombra proiettata su un muro). L'auto con la bomba si dirige verso la barriera doganale, per entrare negli Stati Uniti: lungo il suo tragitto si ferma più volte, per far passare il traffico o i pedoni, fra i quali ci sono anche Vargas e Susie, freschi sposini. La macchina da presa sale in cielo per oltrepassare un palazzo, si aggira rasoterra fra la folla e il traffico, si muove in orizzontale e in verticale con grande maestria. E nel frattempo la tensione sale, perché noi spettatori sappiamo che l'esplosione avverrà da un momento all'altro: anche la bionda sull'auto ne avverte l'imminenza ("Ho un ticchettio nella testa"), ma lo scoppio si verificherà solo quando la vettura avrà passato la frontiera, e in corrispondenza con il bacio fra Vargas e Susie. Menzionato e omaggiato in numerose pellicole (da "I protagonisti" di Robert Altman a "Boogie Nights" di Paul T. Anderson, da "Il fantasma del palcoscenico" di Brian De Palma a "Breaking News" di Johnnie To), questo sfoggio di abilità registica non è affatto fine a sé stesso, visto che mette in moto la vicenda e contemporaneamente presenta i personaggi principali, ed è graziato dalla colonna sonora di Henry Mancini, il cui ritmo richiama proprio il ticchettio della bomba. Ma il resto del film non è da meno, e alterna momenti sublimi (i duetti con la Dietrich, sempre ripresa in primissimo piano) ad altri forse imperfetti (la sottotrama di Susie nel motel si trascina francamente un po' a lungo). Il suo cuore, naturalmente, più che il protagonista Vargas è il personaggio di Hank Quinlan (d'altronde, da sempre nei noir i veri protagonisti sono i cattivi e i perdenti): laido e corrotto capitano di polizia, grasso a dismisura, provato nel fisico e nell'animo, ossessionato dal passato (la moglie fu assassinata e lui non riuscì a far condannare l'omicida), ex alcolizzato e ora goloso di dolci, razzista (non si contano le frecciate contro i messicani), costretto dalla zoppia a camminare con un bastone, interpretato da un Welles che anche nella vita reale cominciava a essere fortemente sovrappeso e a soffrire problemi di salute (qui, comunque, è spesso inquadrato dal basso per accentuare il girovita, o da vicino per metterne in risalto il sudore e lo sporco). Al contrario di Vargas, Quinlan non ha alcun rispetto per la legge; e anziché alla deduzione, nelle indagini si affida solo alle sue "intuizioni", che si rivelano peraltro infallibili: anche se le prove che utilizza per incastrare gli assassini sono false, riesce sempre e comunque a individuare il vero colpevole. In questo modo la lotta fra i due si innalza rispetto al "semplice" scontro fra una canaglia e un idealista: diventa una battaglia fra giustizia e legalità, dove in fondo ciascuno dei due contendenti ha le sue ragioni, e il male si confonde con il bene. Anche lo scenario di frontiera in cui Vargas e Quinlan si aggirano è altrettanto confuso e ambiguo: si tratta di un mondo caotico e abitato da criminali, spogliarelliste, chiromanti, bande di drogati, che vivono fra topaie, discariche di rifiuti e alberghi equivoci, mirabilmente reso dalla fotografia in bianco e nero che accentua le ombre e le ruvidità, e da una regia barocca, stilizzata ed espressionista che ricorre spesso a inquadrature sghembe o dal basso, a sottolineare come anche l'azione non sia mai lineare. Proprio l'ambientazione "di confine" si rispecchia nei rapporti fra i personaggi: siamo in una sorta di "terra di nessuno" fra due paesi così vicini e legati fra loro, eppure così diversi e ostili l'uno con l'altro, che a volte riescono ad amarsi (Vargas e Susie) e a volte si scontrano irrimediabilmente (Vargas e Quinlan).

14 aprile 2013

20th Century Boys 3 (Yukihiko Tsutsumi, 2009)

20th Century Boys: la nostra bandiera (20-seiki shonen: saishu-shi - Bokura no hata)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2009
con Toshiaki Karasawa, Etsushi Toyokawa
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Il capitolo conclusivo della saga tratta dal manga di Naoki Urasawa si svolge nel 2017, ovvero nel "terzo anno dell'era dell'Amico", e vede finalmente il ritorno di Kenji, di cui si erano perse le tracce alla fine del primo film. Con l'aiuto degli amici di un tempo, o almeno di quelli sopravvissuti fino ad ora, si introduce in una Tokyo post-apocalittica, isolata dal resto del mondo e ultra-militarizzata, per affrontare l'Amico, il misterioso individuo che sta progettando lo sterminio dell'intera umanità ispirandosi ai suoi ricordi e ai giochi di quando era bambino. Nella speranza di sorprendere, almeno in parte, anche i lettori del fumetto, l'adattamento cinematografico ha modificato alcuni punti chiave della vicenda: fino all'ultimo si rimane incerti sull'identità del cattivo (sarà la stessa che nel manga oppure no?), e questo rende il terzo capitolo almeno un po' più godibile dei precedenti, oltre che più compatto e meno dispersivo (è stata eliminata del tutto la sottotrama del "secondo Amico", che offriva spunti interesssanti ma complicava forse eccessivamente una vicenda già intricata di suo). C'è anche da dire che gli ultimi volumi del fumetto (questo terzo film copre gli albi dal 16 al 24) soffrivano per il "trascinarsi" troppo a lungo della trama, e da questo punto di vista la pellicola riesce almeno in parte a porre rimedio a uno dei pochi difetti dell'opera di Urasawa. Anche per questo, mi sento di reputarla come la migliore delle tre. In ogni caso la conclusione lascia alcuni spunti irrisolti (non assistiamo all'incontro fra Kanna e sua madre, per esempio) e non rende giustizia a molti personaggi (uno su tutti, Sadakiyo, uno dei character più interessanti del manga, qui praticamente assente). Nel complesso, a trilogia terminata, permane una certa delusione, e non solo (come era avvenuto nel caso di "Watchmen") perché il materiale di partenza era di qualità tale che ogni adattamento men che buono sarebbe parso inadeguato. Nonostante l'elevato budget a disposizione (si parla di 6 miliardi di yen, una cifra notevolissima per il cinema giapponese, che di solito non produce blockbuster), non si sfugge dall'impressione di aver assistito a un prodotto di serie B dal punto di vista cinematografico. Forse una serie televisiva sarebbe stato lo sbocco ideale per un adattamento di questo manga, permettendo di dosare meglio ritmo e narrazione (e rendendo più accettabili regia, recitazione ed effetti speciali non eccelsi). Da salvare sicuramente la colonna sonora, che oltre alla title song (il classico dei T-Rex) può contare sulla bella canzone acustica di Kenji, "Bob Lennon", che in questo ultimo capitolo è possibile sentire in più versioni e ha pure un ruolo importante nella storia.

13 aprile 2013

20th Century Boys 2 (Yukihiko Tsutsumi, 2009)

20th Century Boys: l'ultima speranza (20-seiki shonen: dai 2 sho - Saigo no kibo)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2009
con Airi Taira, Etsushi Toyokawa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Le vicende del secondo film della trilogia si svolgono principalmente nel 2015 e vedono come protagonista Kanna, la nipote di Kenji, ormai cresciuta. Dopo il "capodanno di sangue" del 2000, le cui responsabilità sono state fatte ricadere su Kenji e i suoi amici (additati come terroristi e ora morti o dispersi), l'Amico è diventato il personaggio più importante e carismatico del paese. Ma Kanna lotta per ristabilire la verità, mentre i piani del cattivo prevedono addirittura la sua trasformazione in una figura divina. Il film ha gli stessi difetti del primo capitolo, con vicende che si affastellano troppo rapidamente (impedendo di approfondire diverse tematiche o anche semplicemente di far "montare" l'attesa e la tensione) e personaggi introdotti e "spesi" prima che lo spettatore possa cementare un legame empatico con loro, in positivo o in negativo (per esempio Sadakiyo o Yamane). Si cominciano a notare però diverse modifiche rispetto al manga originale, forse perché la pellicola copre un numero maggiore di volumi (dal 6 al 15) e dunque, dovendo condensare più eventi, si è scelto di operare qualche taglio e qualche cambiamento: non c'è, per esempio, la rivelazione della "prima" identità dell'amico (chi ha letto il manga sa di cosa parlo), ed è molto ridimensionata tutta la parentesi della realtà virtuale che riproduce il periodo (1969-1971) in cui i protagonisti erano bambini, uno degli elementi di maggior fascino della storia di Urasawa, così incentrata sulla nostalgia e il rimpianto per l'età infantile. Continuo a trovare ottimo il casting: peccato che la recitazione, tranne che in alcuni casi, lasci abbastanza a desiderare.

11 aprile 2013

20th Century Boys 1 (Yukihiko Tsutsumi, 2008)

20th Century Boys: l'inizio della fine (20-seiki shonen: honkaku kagaku boken eiga)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2008
con Toshiaki Karasawa, Takako Tokiwa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Nel 1969, quando erano bambini, Kenji e alcuni amici della scuola elementare si inventarono per gioco una storia in cui un'organizzazione malvagia avrebbe cercato di conquistare il mondo. Nel 1997, da adulti, scoprono che il misterioso guru di una setta (chiamato "l'Amico" e dal volto mascherato), sta mettendo in atto proprio quei piani che loro avevano immaginato, e si fregia del simbolo ideato a quei tempi. Che si tratti di uno dei loro compagni di gioco? Dal bellissimo fumetto di Naoki Urasawa, un adattamento cinematografico in tre parti (questo primo film "copre" i primi cinque volumi del manga) che, pur vantando una notevole fedeltà al materiale di partenza, non gli rende certo giustizia. Regia e attori sono da prodotto televisivo, e anche se il lavoro di casting non è per nulla da disprezzare (quasi tutti gli interpreti assomigliano parecchio alle loro controparti disegnate), come qualità complessiva sembra di assistere a un telefilm, anzi al riassunto condensato di qualche decina di puntate di un telefilm! A livello di trasposizione non si è voluto rinunciare quasi a nulla dell'intricatissimo plot, e dunque episodi ed eventi sono tutti fatalmente compressi: per chi non abbia già letto il fumetto, è facile perdersi nella miriade di personaggi, di accadimenti, di piccoli dettagli (nessuno dei quali è insignificante: si tratta di un vero puzzle di indizi, flashback e rivelazioni che si incastrano fra di loro), al punto che molti colpi di scena risultano anticlimatici e tanti particolari rischiano di andare perduti o sottovalutati nel marasma di informazioni fornite. Con il manga era possibile fermarsi, tornare indietro a rileggere una pagina, procedere con il ritmo che si desiderava e "assorbire" così ogni dettaglio prima di procedere al capitolo successivo. Qui invece, con gli episodi che si succedono senza pausa, manca persino il tempo di caratterizzare in maniera soddisfacente i tanti personaggi principali, figuriamoci quelli secondari. Peccato, perché gli spunti offerti dalla trama sono parecchi e non certo banali: l'alternanza fra i ricordi d'infanzia, ammantati di nostalgia ma anche offuscati dal tempo, e la triste quotidianità del presente; il giocare con i cliché dei manga stessi (pistole laser, robot giganti, organizzazioni criminali) che, quando diventano realtà, rivelano tutta la loro natura fasulla e artificiale; la grande umanità dei tanti personaggi (a partire proprio da Kenji, rocker mancato che ha dovuto mettere da parte sogni e ambizioni per lavorare nel negozio di famiglia e badare a Kanna, la figlia della sorella fuggita misteriosamente di casa) che si ritrovano a "fare gli eroi" in un mondo che rifiuta l'eroismo e favorisce invece l'arrivismo (la setta dell'Amico si ricicla in un partito politico, e vince pure le elezioni!); il senso e il valore dell'amicizia e della stessa parola "amico"; il tutto innestato in un thriller ad alta tensione, visto che sulla possibile identità dell'Amico si specula a più riprese (il mistero, naturalmente, non si risolverà che nell'ultimo episodio). Da notare che manca la scena iconica dei personaggi che vengono ricevuti e premiati alle Nazioni Unite, mentre vengono anticipate alcune sequenze ambientate nel 2015 (diminuendo di fatto la tensione durante l'attacco del robot nel capodanno del 2000: sappiamo già che il mondo non finirà). Il titolo dell'opera proviene dalla canzone rock "20th Century Boy" dei T-Rex.

9 aprile 2013

Il responsabile delle risorse umane (Eran Riklis, 2010)

Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager)
di Eran Riklis – Israele 2010
con Mark Ivanir, Noah Silver
**

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Alex e Sabrina.

Una giovane immigrata rumena, che lavorava come operaia in un grande panificio industriale di Gerusalemme, perde la vita in un attentato terroristico. Accusato da un giornalista di non avere a cura le sorti dei propri lavoratori, e nel tentativo di evitare un danno alle publiche relazioni del panificio, il responsabile delle risorse umane dell'azienda accetta di accompagnare la salma fino in patria e di assicurarsi che abbia un degno funerale. Le cose si complicano quando il figlio della donna, un giovane sbandato, pretenderà che il funerale si svolga nello sperduto villaggio di montagna dove vive la nonna, a mille chilometri dalla capitale. Tratto dall'omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, e diretto dal regista de "La sposa siriana" e "Il giardino di limoni", un film che non mantiene appieno tutte le promesse. Dopo una prima parte incoraggiante, quella ambientata in Israele, con la presentazione dell'interessante protagonista (senza nome, come praticamente tutti i personaggi della pellicola tranne curiosamente la donna morta), delle indagini sull'operaia scomparsa, dei suoi conflitti di coscienza e dei suoi stessi problemi familiari, una volta trasferitisi in Romania il film si trasforma in un road movie surreale come tanti, fra scenari desolati e personaggi eccentrici (vengono alla mente "Ogni cosa è illuminata" e "Silent souls"), con il gruppo che attraversa il paese trasportando la bara prima su un vecchio furgone e poi su un mezzo corazzato, fino allo sperduto villaggio di contadini dove il corpo dovrebbe essere sepolto. Mancano però incisività e un vero motivo d'interesse, e i semi piantati nella prima metà del film non germogliano mai (l'unico spunto nuovo è quello del rapporto del protagonista con il ragazzo ribelle, il cui sviluppo è in ogni caso prevedibile).

7 aprile 2013

Last Action Hero (John McTiernan, 1993)

Last Action Hero - L'ultimo grande eroe (Last Action Hero)
di John McTiernan – USA 1993
con Arnold Schwarzenegger, Austin O'Brien
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il dodicenne Danny è un grande appassionato di film d'azione e in particolare della serie di "Jack Slater", con protagonista Arnold Schwarzenegger. Invitato dall'anziano proiezionista Nick ad assistere in anteprima al nuovo "Jack Slater IV", grazie a un biglietto magico (donato anni prima a Nick dal mago Houdini) il bimbo si ritrova "risucchiato" all'interno del film, in grado di interagire con il suo eroe e con la trama. Le cose si complicheranno quando, per mezzo dello stesso biglietto, il "cattivo" del film fuggirà nel mondo reale (un luogo dove "anche i cattivi possono vincere"), costringendo Danny e Jack Slater a seguirlo. Geniale parodia metacinematografica del genere degli action movie, che gioca a prendere in giro proprio quelle pellicole su cui Schwarzy, il regista John McTiernan e lo sceneggiatore Shane Black hanno costruito la loro fama: a essere particolarmente presi di mira, per esempio, sono film come "Die Hard" o "Arma letale". Nonostante le molte trovate geniali, fu un clamoroso flop al box office e ottenne anche scarso successo di critica, cosa che ho sempre trovato ingiusta, come se gli spettatori e i critici non avessero compreso fino in fondo l'autoironia della pellicola e si siano dimostrati incapaci di distinguere l'originale dalla parodia (anche perché in fondo, a parte le esagerazioni, il "film nel film" non è poi così diverso dalle tante pellicole fracassone uscite veramente al cinema in quegli anni: si pensi alle "battutacce" e ai numerosi cliche, per esempio nelle scene degli inseguimenti, dove ogni automobile che esce di strada esplode regolarmente, e l'immancabile musica di Michael Kamen – che proviene diegeticamente dallo stereo portatile dello stesso Slater – fa il verso a sé stessa: che differenza con le scene ambientate nello "squallido" e cupo mondo reale, dove piove sempre e non tutte le donne sono supermodelle!). O forse era stata sovrastimata la cultura cinefila richiesta, che spazia da "Amadeus" (di fronte a F. Murray Abraham, Danny mette in guardia Jack: "Ha ucciso Mozart!") a Bergman (la morte de "Il settimo sigillo", che esce dalla proiezione nel finale, è interpretata da Ian McKellen), da Laurence Olivier (impagabile il suo "Amleto" rifatto da Schwarzenegger – "Essere o non essere? Non essere!" – e presentato, nella classe di Danny, da Joan Plowright, che di Olivier fu la terza moglie) a Humphrey Bogart (che compare in versione "rimasterizzata"!). Per non parlare dei riferimenti al mondo dei cartoni animati (dalla ditta ACME, che produce dinamite e altri aggeggi, al "gatto animato" che interagisce con gli esseri umani come in "Chi ha incastrato Roger Rabbit": ma tutte le scene d'azione sono così ricche di improbabili capitomboli da ricordare più un cartoon che un film dal vivo). In più, l'elemento fantastico è parente di quello dei film di Frank Capra o Renè Clair (il vecchio proiezionista ricorda l'anziano giornalista di "Avvenne domani", il riferimento a Houdini è un rimando agli anni venti e trenta). Le strizzatine d'occhio sono veramente tantissime: da Sylvester Stallone che – nel mondo di Slater, dove Schwarzy non esiste – è il protagonista di "Terminator", ai riferimenti ad "E.T." (Danny che vola in bici), dai camei nel film (Sharon Stone, Robert "T-1000" Patrick) e nella "realtà" (James Belushi, MC Hammer, Damon Wayans, Chevy Chase, Timothy Dalton, Jean-Claude Van Damme) alle gag con il "vero" Schwarzenegger e la moglie Maria Shriver che lo rimprovera di fare troppa pubblicità alle sue catene di ristoranti. Nell'occasione Schwarzy prende ripetutamente in giro sé stesso (come quando utilizza a sproposito la sua celebre battuta "I'll be back"; ma proprio questo film genera una nuova catch-phrase ad effetto: "Madornale errore!"). Fra le trovate indimenticabili, il malvagio Benedict (Charles Dance) con i suoi occhi di vetro intercambiabili e la scena dei cani ("Attento! Sono addestrati"). Nel ricco cast, anche Anthony Quinn (il mafioso Tony Vivaldi), Tom Noonan (lo Squartatore), Mercedes Ruehl (la madre di Danny) e Bridgette Wilson (la figlia di Slater).

6 aprile 2013

Letto a tre piazze (Steno, 1960)

Letto a tre piazze
di Steno – Italia 1960
con Totò, Peppino De Filippo
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Visto in TV, con Sabrina.

Nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio, Amalia (Nadia Gray) e Giuseppe (Peppino) scoprono che il precedente marito di lei, Antonio (Totò), presunto morto da vent'anni e dato per disperso durante la campagna di Russia, è ancora vivo e ha fatto ritorno a casa. Mentre i due uomini si scontrano a più riprese per stabilire chi sia il legittimo consorte della signora (che a sua volta cerca di fare chiarezza nel proprio cuore), nella dimora si instaura un insolito "ménage à trois" che provoca guai a non finire, anche perché i due mariti non perdono occasione per screditarsi a vicenda. Classica commedia costruita su un bizzarro spunto di partenza e poi affidata in via esclusiva, e col pilota automatico, alla verve della coppia comica Totò/Peppino. Si ha quasi l'impressione che gli sceneggiatori (fra i quali Lucio Fulci, che in un primo momento avrebbe anche dovuto dirigere la pellicola) non sappiano come portare avanti la storia, che si snoda attraverso gli esilaranti e svariati duetti dei due contendenti, negli ambienti più disparati (la scuola femminile dove Peppino insegna lettere, la località di montagna – ricostruita in studio – dove il trio si trasferisce per cambiare aria, il locale notturno dove si esibisce la soubrette/escort Angela Luce). Memorabile il Totò reduce, che dorme vestito e con il ritratto di Stalin appeso sopra il letto perché "in Russia facciamo tutti così, sono abituato, sennò non mi addormento". Cristina Gajoni è Prassede, la giovane cameriera con il fidanzato geloso.

31 marzo 2013

The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975)

The Rocky Horror Picture Show (id.)
di Jim Sharman – GB/USA 1975
con Tim Curry, Susan Sarandon
****

Rivisto in DVD, con Paola e Sabrina.

Una coppia di fidanzatini "perbene" e repressi, Brad e Janet, si ritrova con l'auto in panne sotto la pioggia mentre sta attraversando un bosco, e chiede ospitalità nel castello dove è in corso una bizzarra convention "transilvana". Il padrone di casa, Frank N. Furter, scienziato extraterrestre bisessuale che sta per dar vita nel proprio laboratorio a una "creatura" (un uomo biondo e muscoloso, chiamato Rocky), li trascinerà in un vortice di sesso e di piaceri sfrenati. Tratto dal musical "The Rocky Horror Show" di Richard O'Brien, è il cult movie più cult di tutta la storia del cinema, al punto che ancora oggi, a quasi quarant'anni dalla sua uscita (quando fu inizialmente ignorato), viene regolarmente proiettato in alcuni cinema selezionati di tutto il mondo con la partecipazione "attiva" degli spettatori (che si vestono come gli attori, rispondono alle loro battute e ricostruiscono dal vivo le scene del film). La trama, che in superficie omaggia tante classiche pellicole di horror e fantascienza degli anni trenta e degli anni cinquanta (a partire dal "Frankenstein" di James Whale), è in realtà solo una scusa per mettere in scena un inno alla liberazione sessuale e alla trasgressione vissuta in chiave salvifica, all'insegna della scoperta di sé e dell'autodeterminazione. Figlia della rivoluzione sessuale di quegli anni, la filosofia del film è riassumibile in una delle strofe più celebri, quella che recita "Don't dream it, be it!" (Non sognatelo, siatelo!"). Nel cast spiccano Tim Curry nei panni di Frank N. Furter, parodistico dottor Frankenstein in guêpière e tacchi a spillo, e una giovanissima Susan Sarandon in quelli di Janet Weiss, mentre il suo fidanzato Brad Majors è Barry Bostwick. Richard O'Brien, autore della sceneggiatura e delle musiche, è il maggiordomo gobbo Riff Raff, Patricia Quinn è sua sorella, la domestica Magenta (entrambi, come Frank, alieni transilvani). Completano il gruppo Nell Campbell (indicata come Little Nell nei credits) nei panni della "groupie" Columbia, seguace di Frank; Peter Hinwood in quelli di Rocky; il rocker Meat Loaf, che interpreta il biker Eddie; Jonathan Adams, nel ruolo di Everett Scott, professore di scienze di Brad e Janet, rivale di Frank e zio di Eddie; e infine Charles Gray, che è il misterioso "criminologo" che narra agli spettatori l'intera storia. Da notare che nella versione teatrale Meat Loaf interpretava sia Eddie che il dottor Scott. Bellissima la colonna sonora, ricca di canzoni memorabili come "Science Fiction/Double Feature" (sorta di ouverture che cita nel testo decine e decine di film e b-movie di horror e fantascienza, da "Ultimatum alla Terra" a "L'uomo invisibile", da "King Kong" a "Pianeta proibito") o "Time Warp" (lo scatenato ballo a base di "spinte pelviche", con tanto di schemi e illustrazioni su come danzarlo adeguatamente). "Science Fiction" è cantata da O'Brien, ma le labbra rosse che si vedono sullo schermo (raffigurate anche sull'iconica locandina del film) sono di Patricia Quinn. E in effetti a teatro la canzone è di solito eseguita proprio dall'attrice che recita nel ruolo di Magenta, vestita però da usherette. Gag, citazioni e riferimenti metacinematografici si sprecano (sono citate, per esempio, quasi tutte le case di produzione hollywoodiane dell'epoca, con particolare risalto all'ormai defunta RKO, produttrice del "King Kong" con Fay Wray). Nel 1981 Sharman e O'Brien hanno realizzato uno pseudo-sequel, "Shock Treatment", tutto ambientato in uno studio televisivo.

29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri (P. Almodóvar, 2013)

Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2013
con Javier Cámara, Cecilia Roth
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A bordo di un aereo di linea diretto dalla Spagna in Messico, ma costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di trovare una pista libera per un atterraggio di emergenza a causa di un carrello in avaria, i piloti e gli assistenti di bordo (tutti gay) cercano di distrarre come possono i passeggeri della prima classe (quelli della seconda sono stati invece addormentati con un sonnifero). La trama principale e le storie personali si intrecciano fra loro in maniera più o meno comica, dando vita ad una farsa ad alta quota che a tratti sembra quasi una versione spagnola e d'autore di pellicole come i vari "aerei più pazzi del mondo" di Jim Abrahams e dei fratelli Zucker. Almodóvar in persona, in alcune interviste, ha voluto definirla come "una commedia molto, molto leggera", peraltro nella stessa vena bizzarra e surreale di altre opere da lui dirette, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (se lì c'era il gazpacho drogato, qui c'è l'Agua de Valencia allungata con la mescalina). Fra eccessi a base di sesso, droga, rock'n'roll (imperdibile l'esibizione canora, con tanto di balletto, dei tre steward sulle note di "I'm so excited" delle Pointer Sisters), amoralità senza pudori, dialoghi scoppiettanti, vicende improbabili e personaggi macchiettistici, il divertimento non manca di certo, anche se alla resa dei conti si rivela un po' fine a sé stesso (nonostante ci sia chi ha parlato di "metafora" della situazione socio-politica della Spagna odierna, con la classe economica sedata mentre i piloti girano a vuoto e in classe business ne combinano di tutti i colori). Mancano invece le sorprese: le varie storie dei singoli passeggeri sono abbastanza prevedibili e si concludono tutte immancabilmente con il lieto fine (il banchiere in fuga che si riconcilia con la figlia, l'escort sadomaso che si innamora del killer assoldato per ucciderla, la sensitiva vergine a causa dei suoi poteri che trova infine l'amore). Nel ricco cast, che comprende tanti habitué del regista come Javier Cámara, Cecilia Roth, Lola Dueñas, Paz Vega, Blanca Suárez e Carmen Machi, da segnalare la comparsata iniziale dei due attori hollywoodiani che proprio da Almodóvar furono lanciati (Antonio Banderas, doppiato in maniera impagabile, e Penélope Cruz). Interessante il titolo, in cui è possibile scambiare fra loro sostantivo e aggettivo.

22 marzo 2013

Sette anni

Giunto al suo settimo compleanno, questo blog ha ospitato negli ultimi dodici mesi le recensioni di 162 film (l'anno scorso erano stati 179), per un totale che sale a 1738. I film rivisti sono stati 44, le prime visioni 118. Le pellicole viste al cinema sono state 49 (di cui 25 nelle rassegne di Cannes e Venezia), quelle a casa 106, più 7 film visti in aereo. Quest'anno i registi più rappresentati sono stati Alfred Hitchcock e Takeshi Kitano, ciascuno con sei pellicole; seguono Akira Kurosawa con 4, Jean Cocteau e Kim Ki-duk con 3.

Nessuna novità particolare da segnalare al layout, ma ne ho approfittato per fare un po' di "pulizia" nel blogroll, spostando – sia pure a malincuore – i link di blog che non sembrano più attivi (ovvero in cui non sono stati pubblicati nuovi post da almeno un anno) in una nuova sezione, chiamata appunto "Blog non più attivi?". Il punto interrogativo sottende la mia speranza che i loro proprietari tornino prima o poi a postare, e i link li mantengo perché i loro archivi possono essere comunque interessanti da consultare.

P.S. A proposito di numeri, date un'occhiata a questo post che ho pubblicato sul mio altro blog, "Il club di Groucho".

20 marzo 2013

Viva la libertà (Roberto Andò, 2013)

Viva la libertà
di Roberto Andò – Italia 2013
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina.

L'ingessato politico Enrico Oliveri (Servillo), segretario della principale coalizione di sinistra ("il maggior partito di opposizione"), in crisi nei sondaggi e nella leadership, abbandona Roma e si rifugia in incognito a Parigi, ospite di una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi). Visto il momento delicato ed essendo il politico irreperibile, il suo assistente Andrea (Mastandrea) decide di sostituirlo con un sosia, ovvero il fratello gemello Giovanni (sempre Servillo), scrittore e filosofo reduce da una casa di cura psichiatrica. Il comportamento e le dichiarazioni eccentriche di Giovanni (senza compromessi o peli sulla lingua) galvanizzano la gente e fanno riguadagnare consensi a lui e al partito, mentre nel frattempo a Parigi anche Enrico riesce a ritrovare sé stesso, le passioni che lo muovevano in gioventù (su tutte il cinema, arte basata sulla finzione non meno della politica) e persino l'amore. Tratto da un romanzo ("Il trono vuoto") dello stesso regista, un film dai toni vagamente surreali e tutto incentrato su un tema, quello del "doppio", già abbondantemente sfruttato sul grande schermo e in letteratura (a partire, ovviamente, da "Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde" di Stevenson), cui si innesta quello del "fool" shakesperiano. È evidente che i due fratelli Enrico e Giovanni (che sin da giovani si scambiavano identità e fidanzate, come i gemelli di "Inseparabili" di Cronenberg) rappresentano le due metà opposte di uno stesso individuo: se viene a mancare la parte istintiva, i sentimenti, la "follia", si diventa un arido politico (di sinistra!); se viene a mancare la razionalità e il controllo, si diventa pazzi. Lo scambio di ruoli, invece, fa bene ad entrambi e li aiuta prima a riconoscere e poi a riconquistare la parte di sé perduta. Quando Enrico è pronto a tornare, infatti, Giovanni si fa da parte e "sparisce" letteralmente nel nulla (su una spiaggia, come in "Sotto la sabbia" di Ozon): in un certo senso viene "riassorbito" dal fratello (che nella scena finale ne manifesta alcuni comportamenti). Nonostante la grande prova "doppia" di Servillo (da notare che i due fratelli non compaiono mai insieme nella stessa scena), al film manca però qualcosa per sollevare le proprie tesi e i propri simboli oltre la soglia della banalità. Soprattutto la seconda parte porta avanti la vicenda con il pilota automatico, senza riservare sorprese o sviluppi degni di nota. Ai personaggi di contorno (a cominciare da quello interpretato da Mastandrea) manca il culmine dell'evoluzione, mentre la riflessione politica, nel migliore dei casi, pecca di ingenuità e di ottimismo. Le dichiarazioni di Giovanni non sono in realtà nulla di trascendentale o di rivoluzionario: sono "soltanto" sincere, chiare e dirette. Davvero semplicità e passione sarebbero sufficienti, in una paese come l'Italia, a guadagnare il favore degli elettori (cosa di cui spesso la sinistra si è illusa?). E davvero basta ballare il tango con la cancelliera tedesca, giocare a nascondino con il Presidente della Repubblica o citare una poesia di Brecht davanti agli elettori per raggiungere il 66% nei sondaggi? Curioso notare come diversi personaggi facciano riferimenti a protagonisti reali della scena pubblica e politica: il "viscido" rivale De Bellis, definito "elefante della politica", è ovviamente D'Alema (con tanto di baffetti); il dirigente che afferma "bisogna dare alla gente quel che vuole" (cui Andrea replica "La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare") è forse modellato su Renzi; l'anziano ideologo del Pci è probabilmente Ingrao; mentre lo stesso Oliveri, più che Bersani, ricorda Veltroni (con tanto di amore giovanile per il cinema; da sottolineare anche la battuta sull'arredamento della sede elettorale, che richiama il suo famoso loft). La colonna sonora saccheggia a più riprese l'ouverture de "La forza del destino" di Verdi (ma le citazioni verdiane, nell'anno del bicentenario, non finiscono qui: per dirne una, lo pseudonimo con cui il filosofo Giovanni pubblica i suoi libri è Ernani). Michela Cescon è la moglie di Enrico, Anna Bonaiuto è la collega di partito, la bella Judith Davis è la ragazza francese con cui Enrico ha un flirt.

19 marzo 2013

In compagnia dei lupi (Neil Jordan, 1984)

In compagnia dei lupi (The Company of Wolves)
di Neil Jordan – GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

Una ragazzina che abita in una casa nel bosco sogna di vivere in un villaggio medievale di contadini e di trovarsi alle prese con un branco di lupi mannari. La sua storia è inframmezzata dalle favole che le racconta la nonna, anche queste in tema. Tratto da alcuni racconti di Angela Carter (contenuti nell'antologia "La camera di sangue"), che ha contribuito all'adattamento cinematografico (ispirandosi anche a una versione radiofonica precedente), il film è una rivisitazione in chiave gotica e quasi horror della fiaba di Cappuccetto Rosso nella versione di Charles Perrault (anche se non mancano, qua e là, accenni ad altre celebri favole, da Biancaneve a la Bella Addormentata nel Bosco, ad Alice). Inevitabili, e anzi preponderanti, le suggestioni psicanalitiche e le allusioni al tema dello sviluppo della sessualità: la pellicola fa riferimento a più riprese al passaggio all'età adulta, con i lupi mannari che insidiano e in fondo attraggono la bambina che si addentra da sola nel bosco, pur messa in guardia dai genitori e dalla nonna sul "male" che alberga negli stranieri, ovvero negli uomini adulti. Simboli ed elementi come il colore rosso, il sangue sulla neve o i corpi che si trasformano, d'altronde, parlano chiaro. Ambigua e fascinosa l'atmosfera onirica (come detto, tutta la vicenda è in realtà sognata dalla protagonista), con la trasfigurazione dell'infanzia (i giocattoli abbandonati nel bosco, gli animali) e lo sviluppo delle prime pulsioni adulte (il rossetto, lo specchio), ammantate da una sorta di realismo magico che a tratti ricorda certe pellicole dell'est europeo (Švankmajer, Jireš: il film è particolarmente debitore a "Le fantasie di una tredicenne" di quest'ultimo). Non eccelsi gli effetti speciali (siamo nell'era pre-digitale): le trasformazioni degli uomini in lupi, per esempio, risultano inferiori a quella vista tre anni prima ne "Un lupo mannaro americano a Londra". Nel cast, anche Terence Stamp e Stephen Rea (habitué, quest'ultimo, del regista).

18 marzo 2013

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Jon Avnet, 1991)

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Fried Green Tomatoes)
di Jon Avnet – USA 1991
con Kathy Bates, Mary Stuart Masterson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una casa di riposo per anziani, dove si è recata per fare visita alla scontrosa zia del marito, la casalinga Evelyn (Kathy Bates) fa conoscenza con la gioviale Ninny (Jessica Tandy), che le racconta – a più riprese – la storia dell'amicizia fra Idgie (Mary Stuart Masterson) e Ruth (Mary-Louise Parker), due donne che avevano vissuto negli anni trenta del Novecento in un paesino dell'Alabama ormai abbandonato, Whistle Stop, dove gestivano un caffé-ristorante. Tratto da un romanzo di Fannie Flagg (co-sceneggiatrice insieme al regista e a Carol Sobieski), una doppia storia di amicizia al femminile all'insegna dell'anticonformismo, dell'indipendenza e dell'emancipazione, con la narrazione che si alterna fra il racconto di Ninny e le scene ambientate nel presente (in cui la timida e infelice Evelyn impara ad acquistare fiducia in sé stessa), anche se non sempre il meccanismo del flashback risulta efficace. Pur scontando una confezione patinata e un po' ruffiana, la pellicola cattura l'attenzione dello spettatore e si lascia vedere con piacere. La parte più interessante è sicuramente quella ambientata nel passato, grazie soprattutto al personaggio di Idgie, "maschiaccio" ribelle, indipendente e dal carattere forte, che seguiamo attraverso vicende di ogni genere (la morte del fratello cui era legatissima; le scorribande di gioventù, fra treni e case da gioco; l'affetto per Ruth, che giunge a "salvare" da un matrimonio infelice; la gestione del caffé, che diventa il punto di riferimento per tutto il villaggio grazie a ricette culinarie come quella che dà il titolo alla pellicola; la ribellione alla prepotenza maschile e al razzismo dilagante verso i neri). Attorno a loro, vita, nascite, morti, e un gruppo di personaggi coloriti e caratteristici del profondo sud di inizio secolo (il vagabondo, lo sceriffo, il reverendo, i domestici neri, i razzisti del Ku Klux Klan...). Da notare che l'adattamento cinematografico ha scelto di mettere in ombra alcuni degli elementi più scabrosi del romanzo da cui è stato tratto (il cui titolo completo è "Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe"), riducendo ai minimi termini il sottotesto lesbico del rapporto fra Idgie e Ruth, ed eliminando la scena dell'eutanasia di Ruth da parte della domestica di colore. Il film termina lasciando nel dubbio lo spettatore sulla reale identità dell'anziana Ninny, con il sospetto che si tratti di Idgie in persona. Ottime le quattro protagoniste. Nel cast, anche Chris O'Donnell (il fratello di Idgie) e Gailard Sartain (il marito di Evelyn).

17 marzo 2013

L'ultimo boy scout (Tony Scott, 1991)

L'ultimo boy scout (The last boy scout)
di Tony Scott – USA 1991
con Bruce Willis, Damon Wayans
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Joe Hallenbeck (Willis), un tempo un brillante agente dei servizi segreti (che in un'occasione aveva anche salvato la vita al Presidente degli Stati Uniti), è caduto in disgrazia e si guadagna da vivere come detective privato. Assunto come guardia del corpo da una spogliarellista (Halle Berry, allora sconosciuta), non riesce a salvarle la vita: ma indagando insieme a Jimmy (Wayans), fidanzato della ragazza e campione di football la cui brillante carriera si è a sua volta interrotta (è stato messo fuori squadra per uso di droghe), scoverà i responsabili e manderà all'aria il loro tentativo di corrompere un importante politico per legalizzare le scommesse clandestine nello sport professionistico. Scatenato action movie che il fratello di Ridley Scott dirige con polso e talento (si tratta indubbiamente di uno dei suoi film migliori), interpretato da un ispirato Willis che ben tratteggia un personaggio alcolizzato, malinconico e con seri problemi famigliari (la moglie lo tradisce con il suo miglior amico, la figlia tredicenne lo odia) ma che, nonostante tutto, non rinuncia all'etica e alla propria integrità (tanto da meritarsi, da parte di Jimmy, il nomignolo che dà il titolo alla pellicola): in poche parole, una rilettura del "perdente" di tante pellicole noir del passato. Ma il vero punto di forza del film, oltre alle violente e spettacolari scene d'azione (con il climax nello stadio da football), è rappresentato dalla sceneggiatura di Shane Black, un vero fiorilegio di battute e di dialoghi cinici e sarcastici. Non a caso Black è autore anche degli script della serie di "Arma letale" e di "Last Action Hero", tutte pellicole che hanno contribuito a smitizzare l'eroe d'azione, rendendolo irreale e autoironico, meno propenso a prendersi sul serio e più incline a sparare risposte taglienti nella vena dei film di Sergio Leone o dei fumetti dell'Uomo Ragno. Nella scena finale, Joe spiega a Jimmy questa filosofia: "Siamo negli anni novanta, non basta più tirare un cazzotto a qualcuno, bisogna prima dire una frase ad effetto". Buono il cast di contorno: Taylor Negron è il cattivo, Chelsea Field la moglie di Joe, Danielle Harris sua figlia.

15 marzo 2013

Il lato positivo (David O. Russell, 2012)

Il lato positivo (Silver Linings Playbook)
di David O. Russell – USA 2012
con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Sabrina.

Reduce da otto mesi di ricovero in un ospedale psichiatrico (gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare dopo un improvviso scatto d'ira in seguito alla scoperta del tradimento della moglie Nikki), Pat Solitano si ritrova senza casa e senza lavoro. Torna dunque ad abitare dai genitori e manifesta una nuova filosofia di vita, all'insegna dell'ottimismo e della ricerca del "lato positivo" di ogni cosa. Nonostante tutti gli suggeriscano di voltare pagina, è convinto di poter riallacciare i rapporti con la moglie, che nel frattempo si è trasferita, dimostrandole di essere cambiato e di meritare dunque il suo "perdono". Ma a cambiarlo davvero sarà l'incontro con Tiffany, giovane vedova che dopo la morte del marito è diventata sessuomane e sociopatica: i due parteciperanno insieme a una gara di ballo, e gli sforzi per portare avanti questo progetto – che implica responsabilità, collaborazione e autodisciplina – li faranno non solo trovare un nuovo equilibrio psicofisico, ma anche innamorare. Una gradevole commedia romantica ed esistenzialista, ben scritta (la sceneggiatura si ispira a un romanzo di Matthew Quick) e recitata (notevoli i comprimari, su tutti Robert De Niro nel ruolo del padre di Pat, appassionato tifoso della squadra di football dei Philadelphia Eagles, schiavo delle superstizioni e delle scommesse; ma ci sono anche Jacki Weaver, Chris Tucker, Julia Stiles, John Ortiz, Shea Whigham e Anupam Kher), che però non sfugge alla prevedibilità e all'immancabile lieto fine di ogni classico film romantico o di riscatto, con il culmine nella gara di ballo che sancisce la vittoria finale su più fronti. Se durante la visione riesce a divertire e ad intrattenere per un paio d'ore, una volta terminata non lascia la sensazione di aver assistito a qualcosa di particolarmente profondo, e francamente le otto nomination agli Oscar (con una sola statuetta vinta, quella assegnata a Jennifer Lawrence come miglior attrice) sono esagerate. Interessante comunque la caratterizzazione del protagonista, che pensa di dover essere "perdonato" dalla moglie e non vede invece le responsabilità di lei. Macchiettistici gli altri personaggi (dallo psicanalista che si trasforma a sua volta in uno scatenato tifoso di football, ai vari amici di Pat). Il titolo originale fa riferimento al quaderno delle tattiche di gioco (Playbook) delle squadre di football, per l'occasione con i bordi delle pagine argentati (Silver Linings) come le buone intezioni di cui è foderata la nuova "strategia di vita" di Pat.

12 marzo 2013

Close up (Abbas Kiarostami, 1990)

Close Up (Nema-ye Nazdik)
di Abbas Kiarostami – Iran 1990
con Hossain Sabzian, Hossain Farazmand
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Eleonora, Paola, Marta, Sabrina.

Spacciandosi per il celebre regista Mohsen Makhmalbaf (ai tempi reduce dal successo de “Il ciclista”, e in seguito autore di “Viaggio a Kandahar”), un operaio disoccupato (Hossein Sabzian) conquista l'amicizia dei membri di una ricca famiglia di Teheran, gli Ahankhah, e inizia a frequentarli assiduamente, suggerendo di usare la loro casa come set per il suo prossimo film e promettendo anche un ruolo da attore a uno dei figli. Scoperto e arrestato, ammette la truffa ma spiega anche di non aver avuto cattive intenzioni o secondi fini, se non quello di "vivere" nel ruolo che aveva sempre desiderato. Kiarostami ha avuto l'idea di realizzare un film sulla vicenda dopo aver letto la notizia su un giornale. Il risultato è una vertiginosa “riflessione sul potere del cinema”, come l’ha definito Nanni Moretti nel suo cortometraggio “Il giorno della prima di Close Up”; il film più metacinematografico della cinematografia più metacinematografica di tutte, quella iraniana (basti pensare a titoli come “Lo specchio”, “Pane e fiore”, “Sotto gli ulivi” o “Salaam Cinema”); il capolavoro “filosofico” (più che neorealista) del regista; ma anche molto altro (una profonda indagine sull'identità, per esempio, o sull'ossessione per l'arte). A parte le scene del processo, che sono reali (ma Kiarostami era presente con una sua telecamera per riprendere l’udienza, e tutti ne erano consapevoli), il resto è stato ricostruito con l’aiuto degli stessi protagonisti del fatto, che dunque interpretano sé stessi. In poche parole, Sabzian recita nel suolo di sé stesso che recita nel ruolo di Makhmalbaf: come credergli, allora, quando afferma “In questo momento non sto recitando?”. Oltre a lui, però, anche gli altri attori sono contemporaneamente "veri" (interpretano sé stessi, ripropongono ciò che è successo realmente) e "fasulli" (si tratta comunque di una messa in scena): tutti recitano una parte, anche quando in realtà non lo fanno, come in una sorta di "falso documentario". Per questo motivo "Close Up" (il titolo significa "primo piano", "inquadratura ravvicinata": ma non sempre i dettagli si distinguono meglio da vicino!) è un complesso intreccio fra realtà, finzione e metacinema, con tanto di messa in scena spoglia ed essenziale, e persino di "finti" tempi morti – come nella sequenza della lunga attesa dell'autista del taxi davanti alla villa della famiglia Anankhah (con l'interminabile inquadratura della lattina che rotola lungo la strada) – o "finti" problemi tecnici (l'audio che va e viene nella celeberrima scena finale, quella in cui Sabzian e il "vero" Makhmalbaf viaggiano in motorino per le strade di Teheran; da notare che la stessa "trovata" dell'audio difettoso sarà riproposta da Jafar Panahi ne "Lo specchio"). Molto interessante anche il sottotesto sociale, che illustra la forza del cinema e l'importanza che questa forma d'arte investe per ampi strati della popolazione, non importa se si tratta di poveri (come Sabzian) o di benestanti (come gli Ahankhah): per tutti il cinema è una fonte di sogni, di speranze, un modo per allargare la propria visione del mondo e per ampliare i propri orizzonti, anche al punto di ingannare o di lasciarsi (consapevolmente?) ingannare. A un certo punto, alcuni membri della famiglia affermano addirittura di aver presto compreso di trovarsi di fronte a un truffatore, ma di aver continuato a far finta di crederci pur di permettere agli altri parenti (come la madre, per esempio) di proseguire a vivere nel loro sogno. In un paese pieno di difficoltà contingenti (pur ricchi, anche i figli degli Ahankhah hanno problemi nel trovare un lavoro; entrambi sono laureati in ingegneria, ma il maggiore si è adattato a lavorare in un panificio mentre il secondo è disoccupato), l'idea di diventare sia pure per un breve momento un attore o un regista può essere molto allettante: e chissà come i vari personaggi hanno reagito alla richiesta di Kiarostami, quando ha proposto loro di realizzare davvero un film sulla loro vicenda. Nota a margine: divertente l'incipit con il giornalista con il mito di Oriana Fallaci (il film precede di oltre dieci anni l'attentato delle Twin Towers e l'uscita de "La rabbia e l'orgoglio", ovviamente).

11 marzo 2013

Il giorno della prima di Close Up (N. Moretti, 1996)

Il giorno della prima di Close Up
di Nanni Moretti – Italia 1996
con Nanni Moretti
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Paola, Marta, Sabrina.

Un breve documentario in cui Nanni Moretti racconta, in prima persona, la giornata in cui al suo cinema “Nuovo Sacher” di Roma debutta la pellicola iraniana “Close Up” di Abbas Kiarostami (di cui si intravede una sola scena, quella finale). Con la sua autoironica puntigliosità e una maniacale attenzione ai dettagli, Nanni controlla al millimetro le dimensioni dei flani pubblicati sui quotidiani, verifica l’assortimento dei sandwich offerti nel bar del cinema e la disposizione dei libri in vendita nell'atrio della sala, si assicura che la cassiera fornisca al telefono le giuste indicazioni e che “invogli” all’ingresso i clienti che si mostrano riottosi verso un film con i sottotitoli, suggerisce al proiezionista un impercettibile aggiustamento del quadro (“Alza di mezzo quarto di punto... alza di quel poco che io non mi accorga che tu hai alzato”), e infine, prima di andare a dormire, si accerta che il film sia piaciuto e paragona gli incassi a quelli delle altre sale della città (che proiettano blockbuster come “Il re leone” o "Il mostro"). Come sempre Moretti mette in scena tutto sé stesso e riesce a ritrarre la passione estrema per il cinema vista, per una volta, non dal lato della domanda (lo spettatore) ma da quello dell’offerta (l'esercente della sala cinematografica).

6 marzo 2013

Tempesta di ghiaccio (Ang Lee, 1997)

Tempesta di ghiaccio (The Ice Storm)
di Ang Lee – USA 1997
con Kevin Kline, Joan Allen
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Agli inizi degli anni settanta, in una cittadina del Connecticut, due famiglie dell’alta borghesia vivono una crisi su più livelli. Ambientato in un periodo tumultuoso della storia americana, fra mutamenti politici (in televisione imperano Nixon e il caso Watergate), sociali (è l’epoca della rivoluzione sessuale, degli scambi di coppia e del libero consumo di droghe) e generazionali (l’incomunicabilità fra genitori e figli, le cui esperienze scorrono su binari paralleli), il quinto film di Ang Lee (alla sua seconda regia “occidentale”, dopo “Ragione e sentimento”) è un ritratto profondo ed esistenzialista del malessere “privato” dell’America, scritto da James Schamus (lo sceneggiatore di fiducia di Lee) a partire da un romanzo di Rick Moody. Il sedicenne Paul Hood (Tobey Maguire) torna a casa dal college per trascorrere in famiglia il giorno del Ringraziamento. Il padre, Ben (Kevin Kline), tradisce la moglie Elena (Joan Allen) con l’amica Janey Carver (Sigourney Weaver). Elena, dal suo canto, soffre di depressione e ha inclinazioni cleptomani simili a quelli dell’altra figlia, la quattordicenne Wendy (Christina Ricci), una ribelle in piena tempesta adolescenziale che sta cominciando a scoprire e a sperimentare il sesso con i due figli dei Carver, il curioso e intelligente Mikey (Elijah Wood) e l’apatico e distruttivo Sandy (Adam Hann-Byrd). Noia e disillusione fra gli adulti, confusione e paura fra i ragazzi, portano le due famiglie sull’orlo della catastrofe (esemplare la mancanza di comunicazione fra genitori e figli, perfettamente rappresentata dalla scena in cui Ben prova inutilmente a intavolare un discorso sul sesso con il figlio Paul). Tutti i nodi verranno al pettine nella notte in cui la pioggia e le temperature gelide daranno origine all’insolita “tempesta di ghiaccio” che dà il titolo alla pellicola. Ma la tragedia finale, che si riflette nella gelida indifferenza della natura, potrà forse servire a scuotere almeno in parte le loro coscienze (con il riavvicinamento, finalmente, dei membri della famiglia Hood). La collocazione temporale è rafforzata dall’inserimento nel film di elementi storici, sociali e culturali (Nixon in tv, il film “Gola profonda”, un albo dei “Fantastici Quattro” che Paul legge come metafora del ruolo della famiglia, un manifesto di “Jesus Christ Superstar”, la musica di Frank Zappa e David Bowie). Grandioso il cast, fra attori affermati che danno vita a interpretazioni intense e sofferte (Kline, Allen, Weaver) e giovani promesse che negli anni a venire dimostreranno tutte le loro potenzialità (Ricci, Wood, Maguire, più Katie Holmes e David Krumholtz). L’ottima colonna sonora gioca con le sonorità degli anni settanta, mentre la fotografia di Frederick Elmes contribuisce a creare la giusta atmosfera. E poi c’è la regia di Lee, lucida, con un’ottima direzione degli attori e un fermo controllo sulla materia trattata, a dimostrazione di un talento davvero versatile.

5 marzo 2013

Segnali dal futuro (Alex Proyas, 2009)

Segnali dal futuro (Knowing)
di Alex Proyas – USA 2009
con Nicolas Cage, Chandler Canterbury
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1959, per l’inaugurazione di una scuola elementare, viene seppellita una “capsula del tempo” destinata a essere aperta cinquant’anni dopo. Al suo interno sono collocati alcuni disegni con cui gli studenti immaginano come sarà il futuro. Ma un’alunna, Lucinda, anziché un’immagine realizza un’inquietante lista di numeri. Nel 2009, alla riapertura della capsula, la lista finisce nelle mani di Caleb, figlio di Jonathan (Nicolas Cage), un insegnante di astrofisica al MIT. Questi si rende presto conto che le cifre rivelano le date, le coordinate geografiche e il numero di vittime dei maggiori incidenti avvenuti nel corso degli ultimi anni: e le ultime tre catastrofi indicate dal foglio (l’ultima delle quali di proporzioni globali) devono ancora verificarsi… Un thriller paranormale realizzato dal regista de “Il corvo” e “Dark City” nella vena di M. Night Shyamalan, con annessa catastrofe finale e suggestioni fra il fantascientifico e il soprannaturale (gli esseri che inviano i “segnali” ai bambini sono alieni oppure angeli?). A tratti la tensione è notevole e le suggestioni horror sembrano funzionare, ma in più punti il film perde credibilità per via di una sceneggiatura che pare costruita a tavolino per portare avanti la vicenda e di un finale in cui non tutto torna. Lo scienziato che va in crisi di fronte a eventi che suggeriscono un universo deterministico, con tanto di riavvicinamento alla religione, non può certo suscitare simpatia, e Cage fa poco per renderlo credibile e umano. L’idea della capsula del tempo e delle previsioni che si avverano ricorda il manga “20th Century Boys” di Naoki Urasawa. Solo un vezzo d’autore il sofisticato piano sequenza in cui il protagonista si trova coinvolto in un incidente aereo sull’autostrada. Nella colonna sonora di Marco Beltrami spiccano brani classici (“I pianeti” di Holst, l’Allegretto della settima sinfonia di Beethoven).

28 febbraio 2013

La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957)

La parola ai giurati (12 angry men)
di Sidney Lumet – USA 1957
con Henry Fonda, Lee J. Cobb
****

Visto in TV, con Sabrina.

In un’afosa giornata estiva, al termine di un dibattimento, una giuria popolare si ritira in una piccola aula privata del tribunale di New York per deliberare su un caso di parricidio. Gli indizi e le testimonianze sembrerebbero non lasciare dubbi, e infatti undici dei dodici giurati sono subito pronti, senza alcuna esitazione, a dichiarare colpevole il diciottenne dei bassifondi che è accusato di aver pugnalato il padre che lo maltrattava. Ma uno dei giurati vota invece per l’assoluzione: non perché sia convinto al cento per cento che il ragazzo sia innocente, ma perché ritiene che sussista ancora un “ragionevole dubbio” (di fronte al quale è impossibile emettere un verdetto di colpevolezza) e soprattutto perché, essendoci una vita in gioco (l’imputato, se giudicato colpevole, andrebbe sulla sedia elettrica), pensa che sia giusto discuterne almeno un po’ prima di prendere una decisione frettolosa. Poiché in un caso del genere è necessaria l’unanimità, gli altri undici giurati cercano di convincere il loro compagno delle proprie ragioni: ma durante la discussione, inaspettatamente, sono invece loro che, uno a uno, finiscono col rendersi conto della superficialità, dei pregiudizi o delle ambiguità che potrebbero aver offuscato le proprie conclusioni. A parte le brevi sequenze iniziali e finali, il film si svolge tutto in una stanza, e può dunque essere iscritto a quel particolare genere di “cinema da camera” (che rispetta le unità di luogo, azione e tempo) cui appartengono pellicole come “Nodo alla gola” di Hitchcock o “Carnage” di Polanski. Oltre che una perfetta descrizione delle dinamiche del dibattito, della psicologia sociale e dei meccanismi di “costruzione del consenso” all’interno di un gruppo di persone di età, cultura e origine differente, è anche un caposaldo del cinema giudiziario, sebbene non mostri il processo in sé ma solo la discussione della giuria popolare (che negli Stati Uniti è formata da cittadini comuni, estratti a sorte): la vicenda viene ricostruita pezzo a pezzo, a beneficio dello spettatore, proprio attraverso i commenti dei giurati, che – fra liti, conflitti e ragionamenti vari – fanno emergere pian piano nuovi particolari. Memorabile la caratterizzazione dei dodici personaggi (nessuno dei quali identificato da un nome, a parte quelli interpretati da Fonda e da Sweeney che si scambiano le presentazioni nel finale, ma solo da un numero): si va dal bigotto razzista e pieno di pregiudizi (Ed Begley) al rappresentante che spera solo di concludere la discussione in fretta perché ha in tasca un biglietto per una partita di baseball (Jack Warden), dall’immigrato dell’Europa dell’Est che nutre un’appassionata fiducia nel sistema giudiziario americano (George Voskovec) all’agente pubblicitario che si lascia influenzare continuamente dalle opinioni altrui (Robert Webber), dal presidente della giuria, allenatore di una squadra di football liceale, che cerca a fatica di gestire con equilibrio la discussione (Martin Balsam), al timido impiegato di banca che inizialmente è messo in soggezione dagli altri ma trova poi il coraggio delle proprie idee (John Fiedler), dal freddo e analitico agente di borsa che cerca di considerare i fatti con razionalità (E. G. Marshall), al “tifoso del Baltimora” che proviene a sua volta dai bassifondi e dunque empatizza con il ragazzo (Jack Klugman), dall’imbianchino paziente e rispettoso (Edward Binns) all’anziano saggio e riflessivo (Joseph Sweeney), per finire con le due figure principali, l’antagonista e il protagonista del film: l’esagitato uomo d’affari che – come si scoprirà alla fine – intende condannare il ragazzo per “punire” in qualche modo il suo stesso figlio, fuggito da casa e con il quale aveva un rapporto difficile (Lee J. Cobb), e il coscienzioso architetto (Henry Fonda) che è il primo a nutrire qualche dubbio su come i fatti sono stati ricostruiti e portati in tribunale. Da notare che il film si conclude senza rivelare se il ragazzo imputato sia effettivamente innocente: anzi, probabilmente è colpevole, solo che gli indizi contro di lui non permettono di affermarlo “oltre ogni ragionevole dubbio”, appunto. Tratto da una magistrale sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente pensata per un adattamento televisivo, il film segna il debutto alla regia cinematografica di Sidney Lumet, autore in seguito di altri capolavori (come “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Verrà rifatto quarant'anni dopo, nel 1997, da William Friedkin, con Jack Lemmon e George C. Scott nelle due parti principali.

27 febbraio 2013

Il giovane Toscanini (F. Zeffirelli, 1988)

Il giovane Toscanini
di Franco Zeffirelli – Italia/Francia 1988
con C. Thomas Howell, Elizabeth Taylor
*1/2

Visto in TV.

Romanzatissimo biopic sugli anni giovanili, gli amori e le prime esperienze artistiche del grande direttore d'orchestra Arturo Toscanini (C. Thomas Howell), ambientato nel 1886, quando il musicista aveva solo diciannove anni. Dopo essere stato scartato a un provino alla Scala come violoncellista, Toscanini viene ingaggiato dall'impresario Claudio Rossi (John "Gimli" Rhys-Davies) per una tournée in Brasile. Fra i suoi compiti c'è quello di preparare i cantanti (tra cui l'irraggiungibile Nadina Bulichoff, interpretata da una mediocre Elizabeth Taylor) per una rappresentazione dell'Aida da effettuare al cospetto dell'imperatore Dom Pedro II (Philippe Noiret). Durante il viaggio, Toscanini si innamorerà della giovane suora laica Margherita (Sophie Ward), si prenderà a cuore le sorti dei bambini poveri, otterrà la possibilità di dirigere l'opera dopo che il precedente maestro abbandona il palco in polemica con il resto della troupe, e convincerà anche la Bulichoff a perorare la causa dell'abolizione della schiavitù presso l'imperatore, di cui la diva è l'amante. Un film piatto e melenso sull'intreccio fra musica, amore e vita, che mescola in maniera inconsistente le prime esperienze professionali di Toscanini con una sottotrama a sfondo sociale che c'entra come i cavoli a merenda. Budget a parte, sembra quasi di assistere a una fiction di Rai 1. A poco valgono la fotografia patinata e la regia retorica di Zeffirelli, così come il notevole cast internazionale (ci sono anche Franco Nero, Pat Heywood e Jean-Pierre Cassel, il padre di Vincent), assai svogliato e in gran parte sprecato. L'unico piacere per lo spettatore è dato dalle sequenze dell'Aida mostrate nel finale (la voce della Taylor è quella di Aprile Millo).

24 febbraio 2013

Re della terra selvaggia (B. Zeitlin, 2012)

Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild)
di Benh Zeitlin – USA 2012
con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

La piccola Hushpuppy, una bambina di cinque anni, vive con il padre nelle lagune della Louisiana, nei pressi della "Grande Vasca", come gli abitanti della zona chiamano il bacino di un'enorme diga che di fatto li taglia fuori dal resto del mondo. Quando un uragano (Katrina?) devasta la regione, i due rinunciano ostinatamente ad essere evacuati e si danno da fare per sopravvivere in mezzo all'inondazione insieme a un nutrito gruppo di membri della loro comunità. Una grave malattia del padre costringerà la bambina a confrontarsi e vincere le proprie paure (impersonate da colossali bestie preistoriche, sorta di mammuth giganti che lo scioglimento dei ghiacci del polo ha riportato alla luce) e, forse, a rintracciare la madre che li aveva abbandonati anni prima. Pellicola d'esordio del regista indipendente Benh Zeitlin, che gli è valsa la Camera d'Or a Cannes, il premio della giuria al Sundance Film Festival e ben quattro candidature agli Oscar (quella alla piccola protagonista, la strepitosa Quvenzhané Wallis, è la nomination più "giovane" mai attribuita dall'Academy), oltre al plauso di un entusiasta Barack Obama (che lo ha preferito a "Lincoln" e "Django Unchained"): ha i suoi pregi nella descrizione di un mondo "fuori dal mondo", parallelo alla realtà moderna, povero e semplice ma non avaro di ottimismo, di fascino e di bellezza, e soprattutto in una protagonista che in ogni inquadratura cattura lo spettatore con la sua forza interiore, il suo dinamismo, la sua natura "elementale" e indipendente. Certo, il film è anche molto "americano" nella filosofia (l'autodeterminazione, l'importanza della forza, la negazione dell'infanzia: per superare le difficoltà è indispendabile "mostrare i muscoli") e nei contenuti: mantenersi legati al proprio territorio sembra essere la cosa più importante, anche più della propria sopravvivenza. Scenari, fotografia e suggestioni fantasy lo rendono piacevole, ma si corre facilmente il rischio di sopravvalutarlo. Il titolo italiano stravolge, chissà perché, quello originale (che recita "Le bestie del selvaggio sud", in riferimento agli Auroch, gli animali preistorici che tormentano i sogni di Hushpuppy).

19 febbraio 2013

Dodes'ka-den (Akira Kurosawa, 1970)

Dodes'ka-den (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1970
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitani
***1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

In una baraccopoli alla periferia di Tokyo, fra cumuli di detriti e di spazzatura che fanno da sfondo al parallelo degrado umano e civile, un variopinto gruppo di personaggi porta avanti le proprie vite in maniera corale e intrecciata. Il giovane Rokuchan (Yoshitaka Zushi) trascorre le proprie giornate "guidando" un tram invisibile per le vie del quartiere, producendo con la bocca il rumore del passaggio sulle rotaie (il titolo del film, "Dodes'ka-den", si riferisce proprio all'onomatopea del tram che sferraglia), per il dispiacere e il dolore rassegnato di sua madre (Kin Sugai). I due operai Masuda e Kawaguchi (Hisashi Igawa e Kunie Tanaka), amici e ubriaconi, si scambiano con nonchalance le case e le mogli (Hideko Okiyama e Jitsuko Yoshimura). Un barbone (Noboru Mitani) che abita con il figlioletto (Hiroyuki Kawase) nella carcassa di un'automobile, sogna di costruire una moderna casa con piscina su una collina erbosa: ma i suoi progetti di fantasia andranno in frantumi quando il bambino – che si procurava da mangiare per sé e per il padre, chiedendo avanzi nei ristoranti nei dintorni – morirà per un'intossicazione alimentare. Il tenebroso e taciturno Hei-San (Hiroshi Akutagawa), che vive in isolamento in una baracca metallica, riceve la visita della moglie (Tomoko Naraoka), che aveva ripudiato in seguito a un tradimento: anche se lei è pentita, lui non riuscità a perdonarla. La quindicenne Katsuko (Tomoko Yamazaki), affidata agli zii che l'hanno adottata (Tatsuo Matsumura e Tsuji Mari), viene sfruttata, costretta a lavorare come una schiava (fabbricando fiori di carta) e persino violentata dallo zio, che approfitta di una breve assenza della moglie: in preda a un impulso di follia autodistruttiva, tenterà di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche l'unica persona che la trattava con gentilezza, un garzone del negozio di sakè. Il giovale Ryo (Shinsuke Minami) è sposato con una donna che lo tradisce in continuazione (Yoko Kusunoki), al punto che deve darsi da fare per convincere i propri figlioletti di essere effettivamente il loro genitore (probabilmente non lo è, ma a lui non importa: quello che conta sono i sentimenti che li legano insieme). Il mite impegato Shima (Junzaburo Ban), afflitto da una cospicua serie di tic nervosi, è benvoluto da tutti; così non è per sua moglie (Kiyoko Tange), sgradevole e sgarbata. Ma lui, di fronte agli amici che lo consigliano di cacciarla di casa, la difende appassionatamente. L'anziano artigiano Tamba (Atsushi Watanabe) ha mantenuto buon senso e saggezza anche di fronte alla miseria: convince un energumeno ubriaco a calmarsi (disarmandolo con la frase "Mi sembri stanco, vuoi che prenda il tuo posto?"), offre di propria volontà del denaro a un ladro che era penetrato nella sua abitazione, e riesce – con uno stratagemma – a scoraggiare un uomo che aveva deciso di suicidarsi. Sullo sfondo, un gruppo di donne perennemente intente a lavorare presso una fontana commenta – come un coro – le vicende del quartiere.

Definito dai critici "tragico e trascendente", "Dodes'ka-den" è un film fondamentale, di svolta e di rottura, tanto nella carriera quanto nella vita di Kurosawa. Primo film senza Toshiro Mifune dopo diciassette pellicole consecutive (regista e attore avevano litigato per l'interpretazione troppo solenne fornita da Mifune nel precedente "Barbarossa", che Kurosawa avrebbe voluto ritratto in maniera più umana), primo film a colori (e che colori!), primo film girato in maniera indipendente (e dunque in piena libertà artistica ed espressiva, senza imposizioni da parte dei produttori), primo film realizzato dopo una pausa di ben cinque anni (in precedenza, tra un lavoro e l'altro, non ne erano mai passati più di due). Dopo il successo critico ma il flop commerciale di "Barbarossa", nessun produttore giapponese sembrava ormai disposto a finanziare un nuovo film di un regista che, è vero, aveva sfornato grandi successi come "Rashomon", "I sette samurai" e "Yojimbo", ma che si era anche sempre rivelato un intransigente perfezionista, facendo lievitare parecchio tempi e costi. Alcuni tentativi di lavorare con gli americani non andarono a buon fine (uno di questi progetti, "A trenta secondi dalla fine", verrà realizzato in seguito da Andrei Konchalovsky). "L'imperatore" decise allora di dare vita, insieme a tre altri colleghi (Kon Ichikawa, Koisuke Kinoshita e Masaki Kobayashi), a una casa di produzione indipendente (chiamata "Yonki-no-kai", ovvero "I quattro cavalieri") per poter realizzare ambiziosi progetti senza scendere a compromessi artistici. Il primo fu appunto "Dodes'ka-den", che per la sua coraggiosa scelta di mettere in scena la vita in una bidonville andò incontro a un clamoroso insuccesso: non dimentichiamo che erano gli anni in cui il Giappone si beava di un boom economico senza precedenti. Il fallimento della società e l'ostracismo degli altri produttori portarono Kurosawa sull'orlo della depressione e del suicidio (un tentativo in effetti ci fu, anche se non si sa quanto convinto: è da ricordare, a tal proposito, che anche il fratello maggiore di Akira, Heigo, si era suicidato a trent'anni). Per fortuna il grande regista fu salvato dall'apprezzamento e dalle proposte di lavoro dei suoi ammiratori stranieri, in primis russi e americani, che gli consentirono di realizzare i suoi capolavori successivi ("Dersu Uzala" i russi, "Kagemusha" e "Ran" gli americani) e di trovare così una nuova vitalità e una nuova giovinezza anche in patria ("Sogni", "Rapsodia in agosto" e "Madadayo").

Il film è l'adattamento di alcuni racconti di Shugoro Yamamoto, "scrittore contemporaneo particolarmente attento all'indagine sulla vita e i sentimenti delle classi diseredate". Nel suo libro, "Quartiere senza sole", i racconti erano quindici ed erano ambientati in epoche differenti; Kurosawa ne ha scelti otto e ha deciso di "fonderli insieme", collocandoli tutti nella stessa epoca e nello stesso luogo. Montagne di detriti e di rifiuti a perdita d'occhio, senza un filo d'erba o l'ombra della natura (l'unico albero è secco: "Un albero morto non è più un albero", commenta la moglie di Hei-sam, paragonandolo al marito). L'argomento, l'ambientazione e la struttura della pellicola possono ricordare il precedente "I bassifondi", anche se Kurosawa aveva già raccontato in parecchi suoi lavori la sofferenza e la disperazione degli emarginati ("L'angelo ubriaco", "Vivere", "Barbarossa") e si è sempre distinto per un profondo umanesimo che è forse il vero filo conduttore della sua produzione, persino nelle pellicole epiche (come non ricordare i contadini de "I sette samurai"?). Qui però c'è più astrazione e maggior stilizzazione, che rendono l'affresco ancora più universale. Se l'ambientazione è contemporanea, non è però ben definita: potrebbe svolgersi negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando macerie e povertà erano uno scenario più comune; oppure mostrare come, anche negli opulenti anni settanta del boom economico e in una delle nazioni più ricche e fiorenti del pianeta, potevano esistere oasi di degrado e di infelicità (che portano con sé, di converso, anche violenza, pazzia e psicosi). E pure le scelte artistiche, come l'uso dei colori, ammantano l'affresco di una luce ultraterrena e lo staccano dalla concretezza tipica delle pellicole neorealiste. Non siamo dalle parte di Mizoguchi, nemmeno per un momento. E infatti non tutto è nichilismo e pessimismo: oltre a poveri, disperati, pazzi, schizofrenici e violenti, ci sono anche uomini saggi, benvoluti, equilibrati, compassionevoli, che conservano buon senso e dignità (Shima, Tamba, la zia di Katsuko, il ragazzo del sakè). Tamba, in particolare, ricorda a tratti il pellegrino Tahei de "I bassifondi", quello che insegnava che "ogni essere umano è degno di stima": è lui, per esempio, l'unico a confortare il barbone alle prese con la malattia del figlio (alle comari che gli stanno lontane, temendolo perché irascibile e violento, ribatte: "è solo timido"). C'è poi chi, pure in mezzo alla miseria, sogna un improbabile futuro migliore, almeno con l'immaginazione (il barbone stesso) o con la pazzia (Rokuchan): sono queste forme "creative" (e dunque "artistiche") a impedire loro di vedere lo squallore che li circonda e a consentirgli di sorridere con ottimismo di fronte al dolore e alle incertezze della vita.

Per la prima volta alle prese con i colori, da artista par suo (non dimentichiamo che in gioventù, prima che quella di regista, stava per intraprendere la carriera di pittore) Kurosawa non può che farne un uso espressionistico. Per molti versi la pellicola anticipa "Sogni", e non solo per l'essere un collage di otto differenti storie (che qui si dipanano in parallelo, anziché essere separate l'una dalle altre). La tavolozza a disposizione della fotografia è variopinta e intensa: si va dai colori caldi dei tramonti o delle scene di torbida passione (l'abito di una delle donne alla fontana, il "letto di fiori" sul quale viene violata Katsuko, il rosso e il giallo dei due amici-ubriachi che si scambiano le mogli) ai colori freddi e smorti del dolore e della malattia (su tutti i grigi, i viola e i blu che accompagnano la malattia del bambino e il volto sempre più smunto e "orchesco" del padre, che sembra uscire da un dipinto di Munch o di Van Gogh; ma anche l'atmosfera cupa nella baracca del marito tradito che non riesce a perdonare la moglie). A tratti, appunto, sembra di assistere in anticipo ai segmenti più disperati e macabri di "Sogni". L'episodio-cornice, quello di Rokuchan con il suo tram fantasma, pare invece quasi girato in bianco e nero, a parte naturalmente i colori del cielo, del sole, della luna e delle stelle che circondano il suo vagare nella bidonville. L'espressività delle immagini è accompagnata da quella delle musiche del grande compisitore Toru Takemitsu, che in seguito tornerà a collaborare con Kurosawa realizzando la colonna sonora di "Ran". La durata del film, inizialmente prevista di quattro ore, è stata ridotta in fase di montaggio a circa due ore e mezzo: e chissà che alcuni dei segmenti non siano stati un po' sacrificati. In effetti, non tutti gli episodi presentano la stessa intensità. Di fronte alla drammaticità di alcuni, altri risultano più leggeri, quasi comici (gli amici che si scambiano le mogli), altri spingono forse eccessivamente sul patetico (quello di Ryo e dei suoi cinque figli) e altri semplicemente si limitano a fare da sfondo. In ogni caso, a rendere più ricco e poetico il film, aprendo ampie finestre sul mondo esterno e permettendo allo spettatore di "respirare" oltre i limiti angusti della baraccopoli, ci sono quei magnifici squarci surreali (il tram di Rokuchan, la casa immaginaria del barbone, i tic di Shima) e tante immagini che valgono da sole più di mille parole (le scenografie, le pennellate, i sogni).

14 febbraio 2013

La caduta (Oliver Hirschbiegel, 2004)

La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler (Der Untergang)
di Oliver Hirschbiegel – Germania 2004
con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara
***

Visto in divx, con Sabrina.

Gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino, sotto le cannonate dell’esercito russo che si apprestava a prendere la città, prima del suo suicidio (insieme a Eva Braun) e della fine della guerra. La pellicola, sceneggiata da Bernd Eichinger, si ispira ai libri di storici quali Joachim Fest, nonché alle memorie e alle testimonianze di personaggi che furono testimoni di quegli eventi, come la segretaria personale di Hitler, Traudl Junge (di cui sono mostrati, in apertura e chiusura di film, alcuni spezzoni di un'intervista), e "l'architetto del nazismo" Albert Speer. Per quasi tutto il suo svolgimento il film – cupo e rigoroso nella sua messa in scena, ma capace di coinvolgere e di suscitare profonde emozioni a 360 gradi – non perde di vista l'oggetto di cui intende parlare, a parte il breve controfinale in cui, dopo la morte del Führer, assistiamo alla caduta di Berlino e al destino finale dei personaggi sopravvissuti (una coda forse eccessivamente lunga). Ottime le interpretazioni: a svettare è naturalmente quella superlativa di Bruno Ganz, che si cala in maniera perfetta nei panni di Hitler come forse non aveva fatto mai nessun attore prima di lui. La sua recitazione è da apprezzare soprattutto in lingua originale, vista la cura con cui l'attore (di padre svizzero e di madre italiana) riesce a riprodurre persino l'accento austriaco del Führer. Notevole, comunque, anche l'immedesimazione fisica, per esempio dal punto di vista della mimica o del modo in cui riproduce il tremore della mano (Hitler era stato ferito durante un tentativo di attentato). Non che il ritratto degli altri personaggi risulti meno intenso: dalla Eva Braun che organizza balli e divertimenti anche nel bunker, come in un Titanic che sta affondando, ma che pure rimane a fianco del suo uomo fino a seguirlo nella morte; al fanatismo ferreo e ottuso di Joseph Goebbels; dal terribile atto della moglie di Goebbels, Magda (un'eccezionale Corinna Harfouch), che avvelena i propri figli prima che il bunker cada (in una scena dal fortissimo impatto emotivo); al generale Weidling, che ha il disperato compito di gestire l'ultima resistenza tedesca di fronte all'attacco dei russi; dal colonnello medico Schenk, che si dà da fare per alleviare le sofferenze dei soldati e dei tanti civili durante l'assedio; al piccolo Peter, il bambino che impara a sue spese quanto dolore possa portare la guerra e che alla fine stringe un improvvisato sodalizio con la segretaria Traudl Junge, attraverso i cui occhi osserviamo gran parte degli eventi. Curatissimo nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei dettagli (sia pure romanzati), il film ha infranto diversi tabù in Germania (è stato per esempio uno dei primi a far interpretare Hitler da un attore di lingua tedesca, senza usare immagini di repertorio) e ha suscitato numerose polemiche per aver voluto mostrare Hitler come un essere umano e non solo come un mostro, rivelandone le debolezze e anche i momenti di gentilezza, sia pure all'interno di una personalità disturbata e schizofrenica che passa continuamente da istanti di calma edi rassegnazione ad altri di ira o di veemente desiderio di riscatto, a volte priva di contatto con la realtà (come quando continua ad autoconvincersi che la guerra possa ancora essere vinta). In certi momenti il Führer suscita addirittura compassione. In fondo, nulla sarebbe più sbagliato del pensare che il male del nazismo sia stato qualcosa di estraneo all'animo umano: fingendo che Hitler non fosse un uomo come gli altri, si troverebbe una facile scusa, un "diavolo" sul quale scaricare ogni colpa. Più che la sconfitta di un singolo "mostro", il film vuole invece raccontare la sconfitta di un popolo, se non addirittura dell'intera umanità. Una curiosità: successivamente alla sua uscita, la popolarità della pellicola è cresciuta ulteriormente anche grazie al fatto che su internet circolano numerose parodie di diverse scene (in particolare di quella in cui Hitler fa una sfuriata contro i suoi generali, prima di ammettere finalmente che "la guerra è persa") con sottotitoli che ne alterano i dialoghi e fanno riferimenti a eventi dei giorni nostri, nei campi della politica, dello sport o dell'intrattenimento.

12 febbraio 2013

My rainy days (Yuri Kanchiku, 2009)

My rainy days (Tenshi no koi)
di Yuri Kanchiku – Giappone 2009
con Nozomi Sasaki, Shosuke Tanihara
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne Rio Ozawa non è certo una studentessa modello: si dedica alla prostituzione o agli appuntamenti dietro compenso ("enjo kōsai"), al bullismo sulle compagne di classe (anche per "vie traverse"), alla manipolazione dei sentimenti altrui, e in generale sembra incapace di stabilire un autentico legame affettivo. Quando però incontra Kouki Ozawa (che curiosamente ha il suo stesso cognome), insegnante universitario di storia con il doppio dei suoi anni, se ne innamora perdutamente; e per lui decide di cambiare vita e di mettere la testa a posto. Ignora però che l'uomo ha i giorni contati per via di un tumore al cervello... Commedia/dramma a sfondo romantico che ha fra i suoi punti di forza la caratterizzazione e l'originalità del personaggio principale, non privo di retroscena scabrosi, e un lieto fine non così scontato. Interessanti anche le sottotrame che coinvolgono le compagne di scuola di Rio, dalla timida Tomoko, che viene risucchiata nello stile di vita dell'amica, alla problematica Naoko, che pur di non perdere il suo affetto compie la scelta più estrema. Punto debole è invece la recitazione poco convincente. Come il regista Yuri Kanchiku, esordiente, anche Nozomi Sasaki è praticamente al suo debutto: si tratta di un'ex modella di lingerie, qui praticamente al suo primo (e finora unico) ruolo di protagonista cinematografica. L'immagine della coppia che condivide un ombrello (che nella pellicola ritorna spesso) è un classico simbolo degli innamorati nel paese del Sol Levante ("Ai ai gasa"). Il film è tratto da un "romanzo per cellulare", una particolare forma di letteratura distribuita ai lettori (o meglio alle lettrici, visto che il target è in gran parte femminile e i soggetti sono spesso romantici) attraverso messaggi di testo sui telefonini: nata in Giappone, si è poi sviluppata in tutto il sud-est asiatico.

8 febbraio 2013

Lincoln (Steven Spielberg, 2012)

Lincoln (id.)
di Steven Spielberg – USA 2012
con Daniel Day-Lewis, Sally Field
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Mentre la guerra di secessione americana è agli sgoccioli, l’appena rieletto presidente Abramo Lincoln cerca in ogni modo di convincere il parlamento ad approvare il tredicesimo emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, quello che abolisce espressamente la schiavitù. Più che un film biografico a tutto tondo, la pellicola di Spielberg sceglie di concentrarsi sugli ultimi mesi della vita di Lincoln, ovvero quelli in cui il presidente – anche con metodi "machiavellici" (il fine giustifica i mezzi: come quando ritarda apposta l’incontro con i rappresentati dei Sud, e dunque il processo di pace, perché teme che senza la guerra verrebbe meno l’appoggio all’emendamento da parte delle frange più estreme della camera) o non proprio legali (la compravendita dei voti dei rappresentanti dell’opposizione) – si batte per realizzare il suo sogno di rendere il paese davvero libero per tutti. Ne risulta un film ingessato e monolitico, proprio come il personaggio che vuole ritrarre, un vero e proprio monumento americano che non può essere incrinato da una sfumatura o da un’ombra di dubbio. Lincoln è rispettosamente osservato dall’esterno, senza lasciare mai che lo spettatore possa penetrare nella sua mente, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni (a parte le brevi scene, pretestuose e tipicamente spielberghiane, in cui è alle prese con la famiglia, ovvero con la moglie e i due figli), mentre eventi e personaggi che lo circondano risultano semplificati o banalizzati sull'altare del tema portante. Opinioni, sentimenti e correnti di pensiero vengono dati per scontati o “filtrati” dal vissuto odierno, senza un’analisi approfondita della situazione storica, assai più delicata e ambigua di quanto si voglia far credere, e senza collocare gli eventi – se non superficialmente – nel loro contesto. La sceneggiatura fa ampio ricorso a frammenti di discorsi, di lettere e di testi attribuiti al presidente, comprese le tante storielle e gli aneddoti che dispensa a piene mani. Ma le interminabili sequenze delle contrattazioni politiche, senza un adeguato “ritorno” emozionale per lo spettatore, rendono la pellicola abbastanza pallosa, pur se è da apprezzare la cura nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei costumi (che belle tutte quelle barbe e quei cappelli a cilindro!). L’assassinio di Lincoln è mostrato “fuori scena”: forse Spielberg non voleva competere con la memorabile sequenza girata nel 1915 da Griffith in “Nascita di una nazione”. L’interpretazione di Daniel Day-Lewis ha riscosso unanimi consensi, ma forse più a causa dell’ottimo lavoro di trucco e della straordinaria rassomiglianza (o immedesimazione) con il personaggio che non a un’effettiva ricchezza espressiva o comunicativa. Personalmente mi ha convinto di più quella, intensa e sofferta, di Tommy Lee Jones nei panni di Thaddeus Stevens, il repubblicano radicale che, ancora più di Lincoln e per motivi anche personali, si batte per l’approvazione dell’emendamento. Nel cast figurano anche James Spader, Tim Blake Nelson, Hal Holbrook, David Straitharn e molti altri. Non granché il doppiaggio italiano: a dare la voce a Lincoln è Pierfrancesco Favino, che però recita in maniera troppo "teatrale" e distaccata, finanche monocorde. Una curiosità: come si può notare, un tempo le posizioni politiche di democratici e repubblicani erano praticamente invertite rispetto a quelle odierne: i primi erano conservatori (e filoschiavisti), i secondi progressisti. Lo dimostra anche il fatto che, esaminando l’andamento dei voti nelle varie elezioni presidenziali, fino agli anni trenta (quando Roosevelt fece svoltare il partito “a sinistra”) e in parte addirittura fino agli anni ottanta, i democratici trionfavano regolarmente al Sud e negli stati più religiosi e integralisti (quelli della “bible belt”) che invece oggi sono appannaggio dei repubblicani (e viceversa).

7 febbraio 2013

Non c'è due senza quattro (E.B. Clucher, 1984)

Non c'è due senza quattro
di E.B. Clucher – Italia 1984
con Bud Spencer, Terence Hill
**1/2

Rivisto in TV.

Il sassofonista Greg Wonder (Bud) e il cascatore Elliot Vance (Terence) vengono assunti da un'agenzia specializzata in sosia di personaggi famosi per sostituire per una settimana, alla vigilia della firma di un importante contratto, i ricchissimi cugini brasiliani João Bastiano e Antonio Coimbra de la Coronilla y Azevedo, ai quali somigliano come due gocce d'acqua. Con il loro comportamento rozzo ed eccentrico porteranno scompiglio nell'ambiente snob dei due cugini, ma scopriranno anche chi è il misterioso individuo che complottava contro di loro. Spencer e Hill tornano a girare un film in Brasile (dopo "Più forte, ragazzi!") e sfornano forse il loro titolo migliore degli anni ottanta: a prima vista potrebbe sembrare un tipico prodotto della fase calante del duo, se non fosse che la trovata di "sdoppiare" i due protagonisti funziona a meraviglia, anche per merito della recitazione ironica e fuori dalle righe dei due attori (soprattutto di Bud Spencer), impagabili in versione sofisticata e leggermente effemminata. Alla fine, ciò che si ricorda di più di questa pellicola non sono certo i momenti in cui il dinamico duo interpreta i suoi classici personaggi, bensì quelli in cui si cala nei panni dei raffinati cugini Coimbra. Come dimenticare, in particolare, battute di Bud come "Non trevi?", "Nel fengo... Siamo finiti nel fengo", "Ah, già... obliavo", "L'unica volta che ho alzato la voce è stata all'età di cinque anni per via di certe fragoline"? Da sottolineare anche la gag, ripetuta fino allo sfinimento, del nome completo dei due cugini (tutti, persino loro in persona, si dimenticano sempre di aggiungere lo "y Azevedo" finale). La trama, comunque, è un po' inconsistente: alla fine si scopre che la vendetta del misterioso avversario non c'entra nulla con il contratto che i due cugini dovevano firmare. E allora perché, per esempio, lo psicanalista cerca di ottenere da Bud (con l'ipnosi) informazioni proprio su quel contratto? Da notare anche alcune scene quasi da commedia sexy (con i... sederi delle ballerine brasiliane), che stonano un po' con il cinema della coppia. Ma forse, avendo scelto di ambientare la pellicola a Rio, si trattava di un pedaggio inevitabile, così come la sequenza ambientata allo stadio. Nella scazzottata finale, grazie a trucchi ottici, possiamo goderci ben due Bud e due Terence contemporaneamente! Nello Pazzafini è "Tango", il killer al servizio dei cattivi (come dice Terence Hill: "Il fatto, caro cugino, che il signore cattivo si faccia chiamare Tango nel paese della Samba, ti fa capire immediatamente che razza di stronzo sia!"), che i nostri ribattezzano "Giocondo" quando gli giocano uno dei loro tiri. La colonna sonora, con la canzone "What's goin'on (in Brazil)", è di Franco Micalizzi.

5 febbraio 2013

Sulle mie labbra (Jacques Audiard, 2001)

Sulle mie labbra (Sur mes lèvres)
di Jacques Audiard – Francia 2001
con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel
***

Rivisto in divx, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Claudia, Francesca, Fausto, Florian, Sabine.

Carla, ragazza sorda e solitaria che lavora come segretaria in un ufficio immobiliare, assume come assistente personale Paul, un giovane ladruncolo appena uscito di prigione. Oltre che per il piacere di avere finalmente un uomo accanto, la donna approfitta dei suoi metodi e della sua spregiudicatezza per prendersi – non sempre in maniera lecita – qualche rivincita nell’ambiente di lavoro (dove i colleghi tendono a isolarla e a ridicolizzarla). A sua volta, Paul sfrutterà la capacità di lei di leggere le labbra per coinvolgerla nel tentativo di “soffiare” la refurtiva a tre malviventi che hanno appena compiuto una rapina in banca. Insolito ed elegante thriller esistenziale che a una prima parte a sfondo “sociale”, tutta ambientata in un contesto lavorativo quotidiano e frustrante, ne fa seguire una seconda dai toni più “polar”, che si dipana nel sottobosco della malavita parigina come un film d’azione. Fondamentale la caratterizzazione dei personaggi, descritti come figure a tutto tondo e piene di luci e ombre (più che una relazione sentimentale – anche se il sottotesto sessuale è sempre presente, e alla fine la storia d’amore si concretizza – entrambi “usano” le capacità dell’altro per il proprio beneficio e il proprio riscatto: persino lei non si fa scrupolo a infrangere la legge). La fotografia è scura e avvolgente, le riprese con la macchina a mano si soffermano spesso e volentieri su primissimi piani e su particolari ravvicinati dei corpi, dei volti e delle mani dei protagonisti, mentre il sonoro gioca con il particolare modo in cui Carla percepisce il mondo intorno a sé (come quando si toglie l’apparecchio acustico per non essere disturbata o infastidita dai rumori che la circondano, affidandosi totalmente agli altri sensi, la vista in primis). Buone e intense le interpretazioni di Emmanuelle Devos (che per questo ruolo ha vinto il premio César) e Vincent Cassel: i due reggono quasi tutto il peso del film sulle loro spalle, lasciando pochissimo spazio ai comprimari (fra i quali spicca Olivier Perrier nei panni dell’assistente sociale di Paul, protagonista di un’insolita sottotrama che lo vede alle prese con la scomparsa della moglie). Il tema della comunicazione attraverso un linguaggio straniero o comunque “diverso” (qui quello dei sordi che leggono le labbra) rimarrà una costante di tutto il cinema di Audiard (si pensi alla musica in “Tutti i battiti del mio cuore” o al dialetto ne “Il profeta”), così come quello dell’handicap (fino al recente, anche se meno riuscito, “Un sapore di ruggine e ossa”).