16 marzo 2008

Haze (Shinya Tsukamoto, 2005)

Haze – Il muro (Haze)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2005
con Shinya Tsukamoto, Kaori Fuji
*

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Un uomo (Tsukamoto stesso) si trova misteriosamente rinchiuso in uno stretto spazio immerso nel buio, forse sepolto sottoterra. Non ricorda come sia finito in quella situazione, sanguina e non sa come uscire: ma presto scopre di non essere solo: c'è anche una donna, con lui. Confuso, noioso, privo di significato: dopo dieci minuti in cui non si capisce nulla di quello accade sullo schermo, ho cominciato a temere che fosse tutto così. Per fortuna, nel finale di questo mediometraggio (dura 48 minuti), le cose cambiano un po', ma resta un'opera che non comunica niente, nemmeno quell'angoscia o claustrofobia che probabilmente l'autore voleva trasmettere. Tsukamoto, che fino a "Vital" nel bene o nel male mi era sempre piaciuto, sta prendendo decisamente una brutta piega (vedi anche "Nightmare detective").

15 marzo 2008

Il mistero Picasso (H.-G. Clouzot, 1956)

Il mistero Picasso (Le mystère Picasso)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1956
con Pablo Picasso, Henri-Georges Clouzot
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

"Pagheremmo moltissimo per sapere che cosa passava per la mente di Rimbaud mentre stava scrivendo Le bateau ivre, o in quella di Mozart mentre stava componendo la sinfonia Jupiter, o per conoscere il meccanismo segreto che guida un creatore nella sua pericolosa avventura. Grazie a Dio, quello che è impossibile per la poesia e la musica è invece possibile per la pittura. Per sapere cosa succede nella mente di un pittore, non abbiamo che da seguire la sua mano".

La frase con cui si apre questo documentario spiega già tutto. Il regista de "I diabolici" ha chiesto a Picasso, immerso nella penombra di un open space, di poterlo riprendere mentre dipinge una serie di quadri e di schizzi: quasi sempre lo schermo è occupato esclusivamente dalla tela sulla quale, come in un film d'animazione, vediamo le figure svilupparsi e prendere forma, tratto dopo tratto. L'occhio segue le linee che lentamente si accumulano sullo spazio bianco, dando forma a figure astratte o a personaggi umani, a nudi di donna e a strani animali, a tori e a toreri. Spesso c'è la curiosità di scoprire a cosa condurranno quei primi tratti ancora informi, altre volte ci si chiede se il dipinto è ormai finito o se il pittore continuerà a lavorarci sopra per aggiungere dettagli o coprire quelli già esistenti. Fra bianco/nero e colore, formato 4:3 o panoramico, musica spagnoleggiante o frammenti di dialogo fra il pittore, il regista e l'operatore (Claude Renoir), il film affascina ed è importante per documentare le fasi intermedie (spesso altrettanto belle e interessanti, se non di più, del risultato finale) di una serie di opere di Picasso. A volte la lavorazione di un dipinto racconta una vera e propria storia, come nel caso del bellissimo e travagliato paesaggio balneare che viene mostrato nel film come ultimo quadro, e che lascia insoddisfatto il pittore.

14 marzo 2008

Muriel, il tempo di un ritorno (A. Resnais, 1963)

Muriel, il tempo di un ritorno (Muriel, ou Le temps d'un retour)
di Alain Resnais – Francia 1963
con Delphine Seyrig, Jean-Pierre Kérien
**

Visto in DVD.

Di solito Resnais mi piace, ma questo film mi ha un po' deluso e anche annoiato. Certo, per quegli anni si trattava di un cinema "di rottura" (Resnais, più che della nouvelle vague, faceva parte del gruppo parallelo della rive gauche insieme ad Agnés Varda, Chris Marker, Alain Robbe-Grillet, ecc., leggermente più anziani e "letterari" di Godard e compagni ma animati dallo stesso spirito iconoclasta verso il cinema dei padri) ma oggi è molto meno interessante. La cosa che risalta di più è il montaggio, frammentato ed estraniante, a volte rapidissimo e a volte che lascia in sospeso situazioni e dialoghi, particolarmente indicato a raccontare la routine quotidiana, al limite dell'insignificante, di personaggi incerti e che vivono di ricordi, i cui comportamenti "presentano degli spazi vuoti, delle assenze, delle lacune". Hélène (la Seyrig), antiquaria e giocatrice d'azzardo, che ha richiamato a Boulogne-sur-Mer la sua anziana fiamma Alphonse, nella vana speranza di riallacciare le fila di una relazione che non era mai cominciata; il suo scostante figliastro Bernard, da poco tornato dalla guerra in Algeria profondamente cambiato e incapace di condurre una vita normale perché ossessionato dal ricordo di Muriel, una ragazza che ha torturato laggiù insieme ai suoi commilitoni, e dal desiderio di documentare la realtà sfuggente con la sua cinepresa; l'ambiguo Alphonse, che fugge da un passato che è intenzionato a nascondere in ogni modo attraverso la menzogna; Françoise, aspirante attrice e donna irrealizzata: la costante mancanza di interazione fra di loro e con la realtà, dovuta ai rimpianti o alla vergogna per il passato e alla paura del futuro, rende il film freddo e poco coinvolgente. Le scene in cui Bernard descrive la tortura, sulle immagini di filmini amatoriali girati con i commilitoni in Algeria, sono le più celebri, e presentano un curioso parallelo con un film recente, "Nella valle di Elah" di Paul Haggis. C'è un piccolo ruolo per Jean Dasté, il protagonista de "L'Atalante", nei panni del contadino con la capra.

13 marzo 2008

Batman (Tim Burton, 1989)

Batman (id.)
di Tim Burton – USA 1989
con Michael Keaton, Jack Nicholson
**

Rivisto in DVD.

Nel 1989, quando uscì questo film, avevo da poco riscoperto il personaggio di Batman. Non ero mai stato un fan dell'uomo pipistrello (da bambino leggevo i fumetti della Marvel, non quelli della DC), ma ero stato appena folgorato dal capolavoro di Frank Miller "Il ritorno del Cavaliere Oscuro". E dunque il film di Tim Burton, che pure rappresentava una pietra miliare nel genere supereroistico (fino ad allora spesso confinato nel ridicolo) e che si sforzava di dare un setting realistico al personaggio affrancandolo dal tono fumettoso della celebre serie televisiva (batmobile e batcaverna ci sono, ma non vengono mai chiamate per nome; Robin, per fortuna, è ancora assente), mi deluse profondamente. Costituiva infatti un passo indietro rispetto alla durezza e alla profondità delle storie di Miller (e di Alan Moore, con "The killing joke"). In più, Michael Keaton come protagonista è una vera e propria palla al piede: poco carismatico come Bruce Wayne e assolutamente privo di fascino come Batman (ma una parte di responsabilità ce l'ha anche il brutto costume di gomma). Alla prima visione, persino Jack Nicholson non mi aveva impressionato più di tanto nei panni del Joker, mentre stavolta lo ho apprezzato molto di più. Gradevole vedere Jack Palance nel breve ruolo del boss Carl Grissom. Fra le cose migliori della pellicola ci sono le scenografie, che fanno di Gotham una città fra il gotico e il futuristico alla "Metropolis", con un setting vagamente da anni trenta che è stato poi ripreso (in maniera anche più efficace) nella serie a cartoni animati "Batman Adventures". All'inizio vengono presentati fin troppi personaggi, alcuni dei quali (il giornalista Knox) inutili, e altri (il commissario Gordon, il procuratore distrettuale Harvey Dent) quasi dimenticati nella seconda metà del film, che si concentra esclusivamente sullo scontro fra Batman e Joker (lo sceneggiatore Sam Hamm introduce l'interessante idea – assente nei fumetti – che ciascuno dei due rivali abbia dato vita direttamente all'altro). Molto spazio ha invece la reporter Vicky Vale (Kim Basinger), inedita "fiamma" di Batman che offre l'occasione per una citazione dell'opera di Miller (il paese di Corto Maltese nel quale ha lavorato come fotografa di guerra, infatti, non è un omaggio a Pratt ma alla miniserie sopra citata). Burton, in ogni caso, non rinuncia ad alcuni tocchi "camp" (le prime pagine dei giornali che roteano, gli aggeggi del Joker, il vandalismo nel museo, gli anchormen televisivi che non si truccano più). Sedici anni dopo, Christopher Nolan gli mostrerà come si fa veramente un bel film su Batman.

11 marzo 2008

Fong Sai Yuk II (Corey Yuen Kwai, 1993)

Fong Sai Yuk II (Fong Sai Yuk juk jaap, aka The Legend 2)
di Corey Yuen Kwai – Hong Kong 1993
con Jet Li, Josephine Siao
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il seguito di "Fong Sai Yuk", realizzato a tempo di record lo stesso anno e dallo stesso staff tecnico, ricomincia dopo si era fermato il primo episodio e ne replica la spettacolarità e l'umorismo. Sai Yuk è entrato a far parte della Red Flower Society, ma deve proteggere il segreto del capo della setta Chan (ossia il fatto di essere il fratello dell'imperatore che sta tentando di detronizzare) dalle mani del traditore Yu. Ancora una volta i maggiori momenti comici sono riservati alla madre di Sai Yuk, mentre il protagonista si trova coinvolto in un delicato triangolo romantico: oltre alla bella Ting Ting (Michelle Li), che aveva conquistato nel primo capitolo, diventa oggetto anche dell'amore della capricciosa Angie (Amy Kwok), figlia del governatore nemico che – manco a dirlo – non trova di meglio che organizzare il solito torneo di arti marziali per scegliere il suo compagno. "Costretto" a partecipare anche questa volta, il mammone Sai Yuk scopre che sconfiggere i rivali è facile, mentre lo è meno fronteggiare l'ira di Ting Ting. Se nella prima parte c'è forse qualche passaggio a vuoto, l'ultima mezz'ora del film è un susseguirsi spettacolare di acrobazie e combattimenti dove l'abilità di Jet Li (seppur aiutato, come al solito, dal wire work) lascia senza fiato, per esempio nel duello fratricida a base di spade contro gli ex compagni della società ribelle, o nello scontro finale in un intrico fra scale e panche.

Fong Sai Yuk (Corey Yuen Kwai, 1993)

Fong Sai Yuk (id., aka The Legend)
di Corey Yuen Kwai – Hong Kong 1993
con Jet Li, Josephine Siao
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È uno dei film che hanno reso grande Jet Li nel suo periodo hongkonghese, uno spettacolo puro, elegantemente diretto e coreografato da un maestro del genere che lo ha realizzato sull'onda del successo riscosso da "Once upon a time in China" di Tsui Hark, il film che aveva dato nuova vita al genere del kung fu mescolandolo con gli stilemi del wuxia. Si tratta di un film prima di tutto "divertente da vedere", che mescola alle fenomenali acrobazie e al wire work una forte dose di umorismo cantonese che, soprattutto nella prima parte, lo apparenta a certe cose che Jackie Chan faceva nei primi anni ottanta e lo mantiene sul terreno dell'avventura e non su quello della ricostruzione storica. Fong Sai Yuk (altro celebre eroe popolare cinese, come il Wong Fei-hung del film di Tsui Hark) è infatti tutt'altro che un eroe senza macchia: abile lottatore, preferisce gironzolare con gli amici a corteggiare ragazze, ad attaccar briga e ad accettare tutte le sfide che riceve piuttosto che aiutare i genitori nel loro negozio di tessuti. Non che l'intrattabile e scatenata madre (una straordinaria Josephine Siao) sia da meno: con grande disperazione del marito, anche lei è una testa calda che non perde occasione per combinare guai. Quando il signorotto del villaggio organizza un torneo di arti marziali per scegliere un marito per sua figlia (la graziosa Michelle Li), Sai Yuk partecipa solo per il gusto di mettere in mostra la propria abilità, ma è sua madre a vincere (travestita da uomo!), dando vita a una serie di esilaranti equivoci e a sottotrame romantiche. Nella seconda metà, il film assume un tono più serio e legato alle vicende storiche: i nostri eroi devono infatti lottare contro i seguaci del perfido imperatore Manchu per difendere la lista segreta degli affiliati alla leggendaria Red Flower Society, un gruppo di ribelli che vorrebbe restaurare sul trono l'antica dinastia Ming. L'umorismo è eccezionale e non mancano assurdità anacronistiche (Sai Yuk a bordo di una rudimentale bicicletta, la madre che si fabbrica occhiali da sole) e riferimenti metacinematografici: Sai Yuk e i suoi amici scelgono come pseudonimi quelli di cineasti come Yuen Kwai stesso, Jeff Lau e Wong Jing (dopo aver esordito con "Wong..." e aver fatto partire la musica di Wong Fei-hung!), e poi afferma che a insegnargli l'inglese è stata proprio l'attrice Josephine Siao! Spettacolari (a dire poco) i combattimenti, come quello fra Jet Li e Sibelle Hu (che piacere rivederla!) che saltano sulle teste degli spettatori, e quello finale sotto il palco dell'impiccagione. E alla fine, la lista dei nomi della società segreta si rivela essere i titoli di coda del film!

10 marzo 2008

Il grande sonno (Howard Hawks, 1946)

Il grande sonno (The big sleep)
di Howard Hawks – USA 1946
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***1/2

Rivisto in DVD.

Insieme a "Il mistero del falco" (realizzato cinque anni prima e dove Bogart interpretava Sam Spade, un altro celebre detective), è il prototipo del genere noir investigativo nonché il film che più ha cementato nell'immaginario collettivo la figura di "Bogey" come poliziotto privato cinico ma romantico, duro ma fragile, fedele ma disincantato. Philip Marlowe è uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema, "occhio privato" onesto e ribelle, non privo di dignità e senso dell'umorismo. Ingaggiato dall'anziano miliardario Sternwood perché trovi chi lo sta ricattando, scopre che nell'intrigo – che è ben più ramificato del previsto e sfocia in una serie di omicidi – sono coinvolte anche le due bellissime e viziate figlie del vecchio, Carmen e Vivien: e con la maggiore, interpretata da una Lauren Bacall che a quel tempo faceva coppia fissa con Bogart (sulla qual cosa il regista gioca sin dai titoli di testa, con la favolosa silhouette dei due che si fumano una sigaretta), scatta il colpo di fulmine. La trama, che segue più o meno fedelmente quella del romanzo di Raymond Chandler (uno dei miei scrittori preferiti), è complessa e convoluta ai limiti dell'intellegibilità, con una caterva di nomi, personaggi e situazioni che si succedono senza fiato. Un aneddoto vuole che sul set nemmeno il regista e gli attori riuscissero a capire che cosa stesse succedendo, tanto da essere costretti a un certo punto a spedire un telegramma a Chandler perché chiarisse chi avesse veramente ucciso l'autista degli Sternwood, o se magari si fosse suicidato: e lo scrittore rispose che non lo sapeva nemmeno lui! Ma naturalmente, facezie a parte, pur trattandosi di un giallo in cui ogni tassello deve andare al posto giusto, quello che conta nel film è l'atmosfera, cupa e morbosa, ravvivata da squarci solari come gli incontri di Marlowe con le tante splendide donnine che lo aiutano nel corso dell'indagine (la libraia, la tassista, le guardarobiere...) e dall'ottima interpretazione dei comprimari che tratteggiano con pochissimi tocchi personaggi minori eppure indimenticabili: Charles Waldron nei panni dell'anziano generale Sternwood, John Ridgely in quelli del losco Eddie Mars, Elisha Cook jr. in quelli dello sfortunato Harry Jones, e ancora Bob Steele (il killer Canino), Louis Heydt (la mezzatacca Joe Brody), Sonia Darrin (l'ambiziosa Agnes), e molti altri. Memorabili anche i dialoghi e le frasi lapidarie, come "In questa città girano troppe pistole e troppo pochi cervelli", o l'ultimo scambio di battute fra i due protagonisti: "Cos'hai che non va?" "Nulla che tu non possa sistemare".

Nota: esiste una versione precedente del film (chiamiamola director's cut), mai uscita nelle sale cinematografiche americane, nella quale la parte di Lauren Bacall era considerevolmente meno ampia. In seguito alla crescente popolarità della diva e alla sua love story con Bogey, i produttori decisero infatti di aumentare il suo spazio sullo schermo e Hawks fu costretto a rigirare intere sequenze (compreso il finale), sacrificando una scena in cui Marlowe ricapitolava tutta la vicenda a beneficio del procuratore generale (e degli spettatori!).

Morirai a mezzanotte (A. Mann, 1947)

Morirai a mezzanotte (Desperate)
di Anthony Mann – USA 1947
con Steve Brodie, Audrey Long
*1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Un camionista, reduce di guerra e fresco di nozze, viene coinvolto da una banda di criminali in una rapina che va male (viene ucciso un poliziotto). I gangster vorrebbero che si accollasse tutta la colpa dell'accaduto per salvare uno dei loro uomini che rischia la sedia elettrica, ma lui preferisce una disperata fuga in compagnia della moglie. Un noir piuttosto ordinario e non molto interessante, nel quale sono da ricordare giusto un convincente Raymond Burr nei panni del cattivo e il gioco di sguardi incrociati nel finale, quando il protagonista e il gangster attendono la mezzanotte (l'ora in cui il secondo ha minacciato di uccidere il primo, come dice il titolo italiano), che sembra anticipare alcune sequenze di Sergio Leone. In quegli anni, sui temi del destino e della fuga, erano usciti film molto più interessanti (a partire da "Detour" di Ulmer). È uno dei rarissimi ruoli da protagonista per Brodie, caratterista confinato di solito in ruoli di contorno. Curiosità: il detective Ferrari è interpretato da Jason Robards Sr., padre del più noto Robards Jr.

9 marzo 2008

Lisa e il diavolo (Mario Bava, 1973)

Lisa e il diavolo
di Mario Bava – Italia 1973
con Elke Sommer, Telly Savalas
**

Visto in DVD, con Martin.

Primo film di Mario Bava che vedo. Lisa, una turista americana, si perde per le strade di una labirintica e arcana Toledo. Dopo aver accettato un passaggio in macchina da alcuni sconosciuti, si ferma con loro in una strana villa dove il tempo sembra essersi fermato e dove avvengono misteriosi omicidi. C'entra forse il mefistofelico maggiordomo che si aggira di notte trasportando angoscianti manichini e che assomiglia al demonio dipinto sulla cattedrale della città mentre porta via i morti? Un horror-thriller dalle atmosfere lugubri e soprannaturali, che a tratti ricorda persino Buñuel (il setting spagnolo, i manichini) o il Corman del ciclo di Poe (Lisa scopre di essere la sosia della defunta moglie del padrone di casa). Peccato che la tensione non salga mai sopra i livelli di guardia per colpa di una trama che gira in circolo e soprattutto di una protagonista inadeguata che non fa nulla se non correre di qua e di là con il volto pensieroso o terrorizzato. Molto meglio i comprimari, a partire dall'anziana matrona Alida Valli e dalla vittima Silva Koscina. Curioso e ironico il ruolo di Savalas, che di tanto in tanto vorrebbe fumarsi una sigaretta ma è costretto dalla padrona a ripiegare sui chupa-chupa (e pare che l'idea di farli succhiare anche a Kojak, nella serie televisiva che sarebbe partita lo stesso anno, sia nata proprio durante le riprese di questa pellicola). Del film esiste anche un'altra versione, intitolata "La casa dell'esorcismo", che il produttore Alfred Leone rimontò per sfruttare il successo del filone de "L'esorcista", e che il regista rifiutò di firmare (sul DVD c'era anche quella, ma non l'abbiamo vista).

8 marzo 2008

Big bang love, Juvenile A (T. Miike, 2006)

Big bang love, Juvenile A (46-okunen no koi)
di Takashi Miike – Giappone 2006
con Ryuhei Matsuda, Masanobu Ando
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il timido Jun e il violento Shiro, entrambi condannati per omicidio, entrano in carcere lo stesso giorno e sviluppano una strana relazione omoerotica, con il secondo che protegge il primo dalle angherie dei compagni. Quando Shiro viene trovato strangolato, Jun se ne addossa la responsabilità. Ma due detective indagano, sospettando invece del direttore del carcere (Ryo Ishibashi, già protagonista di "Audition" e visto in un paio di film di Kitano), che aveva motivi personali per odiarlo.
Takashi Miike è un regista degli eccessi, mai banale e capace di sorprendere sempre, anche se talvolta la sua "cialtroneria" limita parecchio la qualità delle pellicole che realizza. Questo film è decisamente uno dei suoi lavori recenti più interessanti, soprattutto dal punto di vista estetico, e, pur presentando uno stile estremamente personale (ma meno violento del solito), di volta in volta sembra addirittura rifarsi a Jarman, a Fassbinder, a Ozon (per i temi gay e la teatralità della messa in scena, ma anche – nel caso del francese – per i colori vivaci della fotografia), a von Trier (le celle della prigione dipinte sul pavimento come in "Dogville", un'indagine in un'atmosfera malsana come in "L'elemento del crimine"), o a Godard (titoli e cartelli, il ciak in scena ad aprire la pellicola, la decostruzione narrativa). Come capita spesso in un certo tipo di cinema giapponese, però, si fa un po' fatica a entrare nella mente dei personaggi, che appaiono chiusi e distanti, e il coinvolgimento in parte ne risente. Fra rewind e fast forward temporali, fugaci apparizioni di fantasmi e ambienti essenziali od onirici (sia gli interni, che ricordano la pittura astratta o il teatro filmato, sia gli assurdi esterni, con piramidi egiziane e rampe di lancio per missili), il film affascina in maniera insolita, cresce dentro e forse meriterebbe visioni plurime! Il titolo originale significa "4,6 miliardi di anni d'amore", con riferimento all'età dell'universo.

7 marzo 2008

Monkey business (Norman McLeod, 1931)

Monkey business – Quattro folli in alto mare (Monkey Business)
di Norman McLeod – USA 1931
con Groucho, Chico, Harpo e Zeppo Marx
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I quattro fratelli Marx (che in questo film interpretano personaggi senza nome e che iniziano tutti dallo stesso punto di partenza, senza dinamiche preesistenti come quelle che di solito contrappongono la coppia Chico-Harpo a Groucho) si imbarcano come clandestini a bordo di un transatlantico in viaggio dall'Europa agli Stati Uniti. Dopo aver cercato di sfuggire in ogni modo agli ufficiali di bordo, vengono ingaggiati – due per parte – da due gangster che si trovano sulla nave: Chico e Harpo da Joe Helton, bandito "buono" che vuole ritirarsi dal giro (e che – caso unico – ride alle loro gag anziché rimanerne stizzito o esterrefatto); Groucho e Zeppo da Alky Briggs, mobster "cattivo" che vuole ereditare il racket del primo. A complicare le cose, Zeppo si innamora (ricambiato) della figlia di Helton, mentre Groucho (in mancanza della Dumont) corteggia la moglie di Briggs, l'affascinante bionda Lucille (Thelma Todd). Terzo film dei fratelli, ma primo a essere concepito direttamente per il cinema e non tratto da un loro spettacolo teatrale, è cinematograficamente più fluido dei precedenti grazie anche al lavoro di un vero regista, che dirigerà anche il successivo "Horse feathers". Chico resta un po' in ombra, mentre su tutti svetta Harpo in alcuni dei suoi numeri migliori (per esempio quello in cui si trasforma letteralmente in una marionetta del teatro dei burattini per sviare i suoi inseguitori). Memorabile anche il modo in cui tutti e quattro i fratelli cercano di scendere dalla nave facendosi passare per Maurice Chevalier e cantandone i brani (persino Harpo, con l'aiuto di un grammofono!). Non mancano i consueti numeri musicali per Chico e Harpo (che accompagna all'arpa una cantante in "O sole mio"!). Nel finale, dopo che i fratelli hanno svolto il classico ruolo di guastatori alla festa di Joe, Zeppo ha l'onore di uno scontro finale con Alky nel fienile dove questi ha portato la ragazza rapita (mentre Groucho improvvisa una radiocronaca come se si trattasse di un incontro di boxe). Alcuni elementi (il viaggio in nave, i clandestini, la cantante d'opera, il travestimento collettivo) torneranno in "Una notte all'opera".

6 marzo 2008

Il gabinetto del dottor Caligari (R. Wiene, 1920)

Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari)
di Robert Wiene – Germania 1920
con Werner Krauss, Conrad Veidt
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, con cartelli in inglese.

Il manifesto dell'espressionismo tedesco, nonché precursore di molte pellicole con il twist ending (oggi un suo remake potrebbe benissimo essere girato da M. Night Shyamalan), è caratterizzato dalle scenografie sperimentali e pittoriche, deliranti e assurde, fasulle e contorte (case, strade e mobili sono distorti e obliqui come gli animi dei personaggi), da un senso di oppressione e paura che molti, col senno di poi, associarono al futuro avvento del nazismo, e da una storia piena di mistero e di suspense e con un finale memorabile, anche se a uno spettatore di oggi – abituato a tempi più rapidi e colpi di scena molteplici – potrebbe apparire poco intrigante. Il film si regge sulla possibile interpretazione di tutte le vicende (narrate in un lungo flashback) come del semplice frutto della fantasia e della paranoia di un malato di mente, rinchiuso in un manicomio, che sceglie come protagonisti del suo racconto i suoi compagni e il direttore dell'istituto (quest'ultimo naturalmente nei panni del "cattivo"). Proprio la follia del narratore permette di giustificare anche la deformità delle scenografie, trasfigurate dalla sua mente malata. Elementi come l'illusionismo e la magia, la fiera di paese, l'uomo ridotto ad automa e l'ambientazione senza tempo rimandano alla tradizione del racconto fantastico tedesco (alla E.T.A. Hoffmann), ma sottendono anche una critica di tipo politico e sociale. Fra le scene più memorabili ci sono quella in cui il sonnambulo Cesare penetra nella casa della fanciulla per rapirla e quella in cui il malvagio antagonista si aggira per le strade di notte, tormentato dalla sua ossessione di ripercorrere i passi del leggendario mistico Caligari (e attorno a lui compaiono le parole della frase "Du mußt Caligari werden!", "Tu devi diventare Caligari!", che fu voluta dal produttore Erich Pommer come slogan per il lancio dell'opera). Il regista, di origine polacca, realizzò il film (diviso in sei "atti") in sole tre settimane: in origine avrebbe dovuto girarlo il giovane Fritz Lang (Caligari come precursore di Mabuse, oltre che di Hitler?), che rifiutò per altri impegni di lavoro, anche se probabilmente i veri artefici del suo successo furono lo sceneggiatore Carl Mayer e gli scenografi Walter Röhrig, Herman Warm e Walter Reimann della rivista espressionista Der Sturm. La copia che ho visto era virata a colori.

Un uomo in prestito (M. Lehmann, 1996)

Un uomo in prestito (The truth about cats & dogs)
di Michael Lehmann – USA 1996
con Janeane Garofalo, Uma Thurman
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Gradevole commedia romantica di stampo animalista e ispirata al "Cyrano": la protagonista Abby, infatti, è la simpatica conduttrice di un programma radiofonico di consigli veterinari, ma soffre di una carenza di autostima a causa della propria bassa statura. Così, quando un giovane e bel fotografo (Ben Chaplin), rimasto affascinato dalla sua voce e dai suoi consigli, le chiede un appuntamento, lei si descrive come "alta e bionda" e chiede alla propria vicina Noelle, una modella, di prendere il suo posto. Attraverso equivoci e situazioni scontate si giungerà all'immancabile lieto fine. L'affiatamento degli attori e il mestiere di Lehmann tengono a galla il film, anche se alcuni personaggi vengono persi per strada (come il compagno/manager di Noelle e l'amico-assistente di Chaplin, intepretato da Jamie Foxx).

5 marzo 2008

Le più belle truffe del mondo (aavv, 1964)

Le più belle truffe del mondo
(Les plus belles escroqueries du monde)
di Hiromichi Horikawa, Roman Polanski, Ugo Gregoretti, Claude Chabrol, Jean-Luc Godard – Fra/Ita/Ola/Gia 1964
**

Visto in divx, in francese.

Un film a episodi poco accattivante e poco omogeneo per stile (per lo più tendente alla commedia), nel quale spicca in positivo il segmento diretto da Polanski, al suo primo lavoro fuori dalla Polonia. Interessanti anche gli episodi di Godard e Gregoretti. Sui titoli di testa e come introduzione a ogni segmento c'è una canzone, non eccezionale, di Serge Gainsbourg.

Tokyo – "Les cinq bienfaiteurs de Fumiko", di Hiromichi Horikawa, con Mie Hama, Ken Mitsuda (*1/2)
Una ragazza che lavora come intrattenitrice in un locale segue fino a casa un cliente, un anziano musicista, per rubargli la dentiera di platino. Ma scoprirà che era falsa. Horikawa era stato assistente regista di Kurosawa, ma non ha ereditato il talento dell'Imperatore. La protagonista è simpatica, ma il film manda di... "mordente" (ah ah!).

Amsterdam – "La riviere de diamants", di Roman Polanski, con Nicole Karen, Jan Teulings (**1/2)
Una ragazza francese seduce un ricco diplomatico e si finge sua moglie per sottrarre a un gioielliere una preziosa collana di diamanti. Ma evidentemente non le interessava poi tanto, visto che subito dopo la baratta con un pappagallo (!). Ambientato in una Amsterdam cosmopolita e trafficata, dove ogni tanto si intravede la polizia che ripesca un'automobile finita nei canali, è l'episodio più bello, girato in maniera frizzante e con uno stile che il Mereghetti giustamente definisce "svagato e funambolico".

Napoli – "La feuille de route", di Ugo Gregoretti, con Gabriella Giorgelli, Beppe Mannaiuolo (**)
Una prostituta ha ricevuto il foglio di via e sarebbe costretta a tornare al paese natale. Un giovane studente in legge le suggerisce di sposare un vecchietto dell'ospizio per "mettersi in regola". L'idea piace al suo protettore, che sogna di applicarla su grande scala. Ma il vecchietto, che voleva consumare la sua prima notte di nozze, si vendica denunciando i due per adulterio. I toni a metà fra commedia e neorealismo salvano un po' un episodio che forse sarebbe stato più interessante con maggior tempo a disposizione per approfondire i personaggi.

Parigi – "L'homme qui vendit la tour Eiffel", di Claude Chabrol, con Francis Blanche, Jean-Pierre Cassel (*)
Una banda di truffatori, tutti con nasi e baffi finti, vende la torre Eiffel a un tedesco che ha una vera e propria venerazione per il monumento. Una farsa senza stile e senza idee, che sembra la brutta copia di una commedia all'italiana (ricorda infatti la gag della Fontana di Trevi di "Totòtruffa 62"). I personaggi sono soltanto delle macchiette, e le uniche scene belle sono quelle della Torre, che ricordano il documentario "La Tour" di René Clair. Catherine Deneuve ha una particina minuscola e dice solo una battuta (quasi di culto) al suo compagno, uno dei truffatori: "Ti preferisco con un naso finto".

Marrakech – "Le Grand Escroq", di Jean-Luc Godard, con Jean Seberg, Charles Denner (**)
Una giovane reporter americana (che si chiama Patrizia: è lo stesso personaggio di "À bout de souffle"?), in giro per il mondo per fare reportage, documentari e "cinema-verità", si aggira per la medina di Marrakech con una macchinetta per cineriprese e indaga su un misterioso falsario di biglietti di banca, che le spiega le proprie ragioni ("La charité ne pense pas le mal", dalla prima lettera ai Corinzi). Rispetto agli altri episodi, sembra decisamente fuori posto con le sue riflessioni filosofiche sul cinema, la società, la politica e l'economia, tipiche del Godard di quegli anni, e infatti il segmento era stato eliminato dalle versioni del film proiettate in Europa.

3 marzo 2008

Fuga da Alcatraz (Don Siegel, 1979)

Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz)
di Don Siegel – USA 1979
con Clint Eastwood, Patrick McGoohan
***

Visto in DVD, con Martin.

Trasferito nella rocciosa isola che funge da carcere nella baia di San Francisco, il criminale Frank Lee Morris riuscirà ad evadere insieme a due compagni. Poco dopo, la prigione verrà chiusa per sempre. Ispirandosi a una storia vera (i tre evasi furono le prime e le uniche persone a essere mai fuggite da Alcatraz: le loro tracce non furono più trovate, e rimase il dubbio che fossero annegati nella baia), Siegel gira con uno stile asciutto e controllato un film pieno di atmosfera che sembra voler integrare al proprio interno tutti gli stereotipi e gli elementi classici del "prison movie": il direttore crudele che instaura un regime di dura disciplina, la solidarietà fra detenuti, il prepotente che prende di mira il nuovo venuto, l'immancabile periodo trascorso in isolamento. Ma la poca originalità non pesa affatto e anzi rende il film ancora più piacevole e familiare, perché tutto funziona alla perfezione (grazie anche al carisma di Clint) e perché regista e sceneggiatore non vanno mai sopra le righe, al punto da ricorrere molto raramente a scene d'azione o di violenza. Il riferimento cinematografico – mi è sembrato evidente – è "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson, con il quale il film ha in comune la lunga e metodica preparazione dell'evasione e la tesa e muta sequenza della fuga notturna.

2 marzo 2008

Ghost in the shell 2 (M. Oshii, 2004)

Ghost in the shell 2: L'attacco dei cyborg (Kokaku kidotai 2: Innocence)
di Mamoru Oshii – Giappone 2004
animazione tradizionale e al computer
**1/2

Visto in DVD.

Realizzato una decina di anni dopo il primo capitolo e scritto direttamente da Oshii (anziché essere tratto dal secondo volume del manga di Masamune Shirow), "GitS 2" colpisce per la grafica che fonde l'animazione tradizionale (non male) e quella in CGI (che invece non mi ha convinto e mi è sembrata già datata) e per essere il film che più di ogni altro si è avvicinato ai temi e all'aspetto visivo di "Blade Runner": spessissimo, infatti, si leggono paragoni con il capolavoro di Ridley Scott a proposito di pellicole fantascientifiche o cyberpunk: ma mai avevo visto somiglianze così forti come quelle nella prima parte (la migliore) di questo film: toni investigativi da giallo/noir, animali artificiali (il protagonista ha un cane, "clonato, perché quelli originali sono troppo costosi"), androidi che si ribellano, persino l'aspetto della città futuristica. Certo, la cosa non depone molto a favore della sua originalità. La trama vede l'agente Batou della polizia informatica indagare su una serie di misteriosi omicidi commessi da ginoidi, robot di compagnia dalle fattezze femminili che uccidono i loro proprietari per poi autodistruggersi (si citano, al riguardo, le tre leggi della robotica di Asimov). Scoprirà un atroce segreto che lo porterà a interrogarsi (come nell'episodio precedente) sulla natura dell'anima, lo "spirito nel guscio". La prima metà, che come detto sembra un poliziesco, non è male. Nella seconda, invece, la sceneggiatura spinge sulla differenze fra realtà e illusione e la storia si fa più confusa e noiosa. Nel complesso, dunque, un film un po' deludente ma comunque interessante e a tratti affascinante per i temi che tratta. Il protagonista, poi, mi è parso più riuscito rispetto alla Motoko del primo capitolo. A proposito di (poca) originalità, anche Kawai ricicla musiche dal primo episodio, mentre la canzone dei titoli di coda si basa su un brano del Concerto de Aranjuez di Rodrigo. L'abbondante ricorso a citazioni di frasi famose e proverbi da parte dei personaggi mi ha fatto sorridere, perché mi ha ricordato il Sakurambo di "Lamù" (che a dire il vero lo faceva negli episodi diretti non da Oshii ma da Kazuo Yamazaki).

Ghost in the shell (M. Oshii, 1995)

Ghost in the shell (Kokaku kidotai)
di Mamoru Oshii – Giappone 1995
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD.

In una megalopoli futuristica e ipertecnologica, dove convivono uomini e cyborg, il maggiore Motoko Kusanagi e i suoi compagni fanno parte di un'unità speciale che si occupa di crimini informatici e cibernetici. La stessa Kusanagi ha un cervello potenziato e un corpo in gran parte artificiale. E indagando sul "Signore dei pupazzi", un misterioso hacker in grado di introdursi nella mente delle persone manipolandone le azioni come se fossero marionette e che si rivela essere un intelligenza artificiale (un progetto per lo spionaggio industriale diventato consapevole della propria esistenza), il maggiore giunge a interrogarsi sulla natura della propria umanità: un corpo artificiale con un'anima (uno "spirito nel guscio") è ancora un essere umano? Tratto dal manga di Masamune Shirow (dai testi quasi incomprensibili, ma disegnato splendidamente) e diretto da un regista al quale sarò sempre grato per aver realizzato tanti magnifici episodi di "Lamù", è un film che avevo visto una decina di anni fa, alla sua uscita, ma che avevo quasi dimenticato. In effetti, atmosfere cyberpunk e fantapolitiche a parte (hai detto nulla), la trama non è il massimo della memorabilità: devo però dire che rivedendolo, l'ho trovato persino più lucido e chiaro di quanto ricordassi. Pur rimanendo un po' freddo e cerebrale, il lungometraggio riesce ad affrontare in modo non banale temi filosofici "difficili" come quelli dello sviluppo dell'autocoscienza, della manipolazione della memoria, dei rapporti fra realtà e illusione/sogno/fantasia, presenti peraltro da sempre nella filmografia di Oshii (si vedano anche "Beautiful Dreamer" o "Avalon"). In fondo poco differenzia il maggiore Kusanagi dal Signore dei pupazzi, come dimostra il finale. Bellissima e suggestiva la colonna sonora (a base di cori) di Kenji Kawai, che ricorda in parte quella di "Akira". Nel 2004 arriverà un sequel, sempre diretto da Oshii, più complesso ma meno originale.

1 marzo 2008

Oltre il giardino (Hal Ashby, 1979)

Oltre il giardino (Being there)
di Hal Ashby – USA 1979
con Peter Sellers, Shirley MacLaine
***1/2

Visto in divx.

Chance è un anziano giardiniere analfabeta che ha trascorso tutta la propria vita nella residenza del suo datore di lavoro, a Washington. Dopo la morte di questi è costretto ad abbandonare la casa e ad andare alla scoperta di un mondo che conosce soltanto attraverso la televisione (esemplare la scena in cui, di fronte a un teppista in strada, gli punta contro il telecomando nel tentativo di cambiare canale). Entrato per caso in contatto con una delle famiglie più ricche e influenti della città, riscuote le simpatie di tutti e viene creduto un saggio uomo d'affari, profondo e con un gran senso dell'umorismo: i suoi silenzi vengono scambiati per pause di riflessione, e i suoi discorsi sul giardinaggio, la semina e le stagioni per metafore politiche o economiche. E Chance, che non si rende conto di quel che accade intorno a lui, in un irresistibile crescendo diventa addirittura consigliere del presidente degli Stati Uniti, mentre il mistero sul suo passato scatena un caso giornalistico e diplomatico che manda in tilt CIA e FBI.
Un film bello e delicato, talvolta forse poco credibile ma salvato da un humour mai sopra le righe e sorretto dalla magistrale prova di Sellers in quello che è considerato il suo testamento d'attore (è stato il suo penultimo film, e l'ultimo uscito mentre era ancora in vita), che dimostra come un comportamento stupido e vacuo ma abbastanza ambiguo possa essere scambiato per intelligenza e buon senso. Tutti i personaggi vedono in Chance qualcosa che semplicemente non c'è: di volta in volta viene considerato gentile e affabile, freddo e distaccato, abile calcolatore; l'ambasciatore russo crede che lui parli la sua lingua; Ben, l'eminenza grigia che lo ospita nella sua villa (un Melvyn Douglas che vinse l'Oscar), riesce addirittura – grazie alla sua "filosofia" – ad accettare l'idea della propria morte imminente; e sua moglie, la brava Shirley MacLaine, se ne innamora perché convinta di trovarsi di fronte a una spiccata sensibilità (le scene in cui lei tenta pateticamente di sedurlo, mentre lui è manifestamente indifferente, sono eccezionali). L'unico momento in cui sembra mostrare un sentimento "vero" è quando piange dopo la morte di Ben. Nel finale, mentre i funzionari di partito valutano l'opportunità di candidare il giardiniere alla presidenza, lo vediamo addirittura camminare sulle acque: un modo per sottolineare come Chance sembri ormai – anche agli spettatori – più di quello che è davvero? Interessante, nella colonna sonora, l'uso di una versione arrangiata di "Also sprach Zarathustra" quando Chance si accinge, per la prima volta, all'esplorazione dello "spazio" attorno a lui. E interessante anche fare un paragone con "Forrest Gump": quest'ultimo è scemo e dunque saggio; Chance invece è scemo e basta, e la sua saggezza esiste solo nella mente dei suoi interlocutori, che sono portati a vederla anche perché l'uomo che si trovano di fronte sembra rispecchiare i loro preconcetti (come dice la vecchia domestica di colore, se fosse stato nero non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo). "La vita è uno stato mentale" recita l'ultima frase della pellicola, che mi è piaciuta anche se ho avuto l'impressione che – proprio come il suo protagonista – a tratti sembri dire cose più profonde di quanto siano davvero. Ma il film è perfettamente riuscito come satira della politica, dell'economia e di una società americana dove la televisione è onnipresente in ogni stanza.

28 febbraio 2008

Sweeney Todd (Tim Burton, 2007)

Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street
(Sweeney Todd: The demon barber of Fleet Street)
di Tim Burton – USA 2007
con Johnny Depp, Helena Bonham Carter
**

Visto al cinema President, con Hiromi.

Ho sempre pensato che buona parte del fascino dei film di Tim Burton dipendesse dalle colonne sonore di Danny Elfman. E infatti questo musical, che si affida alle non esaltanti melodie dello spettacolo di Broadway da cui è tratto, è privo di quella magica atmosfera che riesce a tenere a galla anche le pellicole meno riuscite del regista. Per fortuna al suo posto a donare spessore al film c'è una certa dose di cattiveria grandguignolesca, soprattutto nel finale, violento, sanguinoso e quasi da tragedia greca. La storia, ispirata a fatti reali, è quella di un barbiere folle che vive nella Londra del diciannovesimo secolo, deciso a vendicarsi (come una sorta di conte di Montecristo) di un giudice corrotto che lo ha condannato ingiustamente ai lavori forzati per sottrargli la moglie e la figlia. Nella sua bottega taglierà la gola ai malcapitati clienti (ma il passaggio dal desiderio di vendetta nei confronti di un singolo individuo alla semplice sete di sangue non è spiegato) e consegnerà i corpi a una complice che li passerà in un tritacarnone gigante e ne farà "i migliori pasticci della città". Il difetto principale della pellicola, oltre alle canzoni che mi sono sembrate tutte uguali e con testi banalotti, è l'assenza di fantasia e ironia, con l'unica eccezione della scena in cui la Carter si immagina la vita al mare in compagnia dell'amato barbiere. Alan Rickman (nei panni del malvagio giudice Turpin), un attore che di solito mi piace molto, non brilla particolarmente. Meglio invece Timothy Spall (il messo) e Sacha Baron Cohen (il barbiere "rivale" Pirelli, finto-italiano e prima vittima di Todd). Nella versione italiana i brani cantati sono stati per fortuna lasciati in inglese con sottotitoli (una delle cose che avevo detestato nel "Fantasma dell'Opera" di Schumacher era stata la scelta di doppiare le canzoni), ma è mancato il coraggio di farlo per l'intero film, anche per il parlato, come invece era stato fatto per "Evita". Ogni volta che si passa dalle voci originali a quelle dei doppiatori (spesso molto diverse!) c'è una caduta di tono. Spiace inoltre l'uso di computer grafica dozzinale, soprattutto all'inizio, nei titoli e nella panoramica della città.

26 febbraio 2008

Rebels of the Neon God (Tsai Ming-liang, 1992)

Rebels of the Neon God (Ch'ing shaonien na cha)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1992
con Lee Kang-sheng, Chen Chao-jung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Piove sulla città, gli scarichi si intasano e i giovani liceali vanno a scuola in moto per poi riversarsi di sera nelle strade illuminate da insegne colorate e nelle sale giochi dove trascorrono le ore davanti a consolle di ogni tipo. Sulla parete campeggia un poster di James Dean: i nuovi "rebels" non sono più senza una causa ma sono devoti al dio del neon. Il primo lungometraggio di Tsai Ming-liang, un mio autore cult, segue per alcuni giorni l'esistenza vuota di alcuni di questi giovani sperduti, senza comunicazione fra loro e soprattutto con i genitori e gli insegnanti. Hsiao-kang, interpretato da un esordiente Lee Kang-sheng (scoperto da TML proprio in una sala giochi: diventerà il suo attore feticcio e sarà il protagonista di tutti i suoi film, interpretando sempre lo stesso personaggio come Jean-Pierre Lèaud nelle pellicole di Truffaut), ha la faccia da bravo ragazzo, è silenzioso, timido e immaturo. Abbandona la scuola all'insaputa dei genitori (il padre fa il tassista, la madre è devota a strani culti esoterici) e osserva da lontano la vita ben più socievole di un altro ragazzo, Ah-tze, che gira in compagnia di un amico a scassinare apparecchi telefonici e può permettersi di approcciare, sia pur goffamente, Ah-kuei, la ragazza di suo fratello. Hsiao-kang, che sembra aver rinunciato a qualsiasi contatto sociale, continuerà la propria ribellione silenziosa vandalizzando la moto di Ah-tze proprio nella notte in cui il ragazzo sta facendo sesso con Ah-kuei. La mattina dopo, dopo aver provato per la prima volta a scambiare qualche parola con Ah-tze, cercherà inutilmente di cambiare vita. Con una fotografia livida e piena di fascino, un'atmosfera avvolgente per il suo andamento realisticamente lento, una colonna sonora ritmica e ossessiva, e una regia che guarda alla nouvelle vague francese ma soprattutto ad Antonioni e Tarkovskij (con il quale condivide l'attrazione per l'acqua e l'umidità), TML esordisce con un film con i fiocchi e uno stile già perfetto, che in seguito "limerà" giusto un po' per renderlo ancora più sobrio ed essenziale.

25 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi (J. ed E. Coen, 2007)

Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2007
con Josh Brolin, Javier Bardem
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Detesto i fratelli Coen. Nutro nei loro confronti una vera e propria avversione: ogni volta che guardo un loro film al cinema ne esco arrabbiato, e di tutta la loro filmografia mi è piaciuto finora un solo titolo, "Il grande Lebowski". Dopo la minestra riscaldata de "L'uomo che non c'era" li avevo inseriti nella mia black list personale e mi ero rifiutato di andare a vedere le loro due opere successive. Viste le critiche positive ricevute da questa, ho deciso di dar loro una nuova possibilità, ma me ne sono già pentito. Che un lungometraggio come questo abbia vinto l'Oscar per il miglior film e la miglior regia si spiega con la mediocrità deprimente del cinema americano degli ultimi anni, che abbia vinto quello per la miglior sceneggiatura non si spiega e basta. E dire che il film, fino a un certo punto, una sufficienza stiracchiata come pellicola tutta azione e sparatorie la poteva anche strappare: ma poi il finale, lento, retorico e fuori posto, affossa tutto il baraccone. La storia è quella di un uomo, Josh Brolin, che trova per caso una valigia piena di soldi nel deserto texano, dove c'è stato uno scontro a fuoco fra una banda di spacciatori di droga messicani e un'altra di compratori americani. Non appena si impossessa della valigia, però, sulle sue tracce si mette un killer psicopatico (Bardem, l'unico personaggio interessante del film) che semina una scia di cadaveri e sfugge al controllo dei suoi stessi mandanti. In fuga, Brolin passa da un motel all'altro, da una città all'altra, fra Stati Uniti e Messico, fino a uno scontro finale completamente anticlimatico del quale i registi pensano bene di non mostrarci nulla. L'assenza della resa dei conti fra i due personaggi, dopo che l'intero film si era incentrato sulla sfida fra predatore e preda, rende irrimediabilmente monco il tutto. In più c'è un inutile sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, che si prodiga in un fumoso discorso che dovrebbe "motivare" in qualche modo il titolo della pellicola. Un film che non diverte, non stupisce, non emoziona, non coinvolge, non fa riflettere (su cosa, poi?) e – come sempre con il cinema dei Coen – lascia semmai col desiderio di riguardarsi qualcuna delle mille pellicole da cui i due fratelli traggono ispirazione a mani basse (per esempio, in questo caso, "Voglio la testa di Garcia" di Peckinpah, "Soldi sporchi" di Raimi oppure qualcuno dei tanti noir anni '40 incentrati su una caccia all'uomo).

Aggiornamento (12/3/08): è interessante cosa ne scrive il mio amico Ernesto, che a differenza di me ha letto il romanzo originale.

24 febbraio 2008

Bambi (David Hand, et al., 1942)

Bambi (id.)
di David Hand, et al. – USA 1942
animazione tradizionale
***

Visto in DVD, con Monica ed Elena.

La nascita di un cerbiatto nella foresta, i suoi primi passi, l'amicizia con il coniglio Tamburino e la puzzola Fiore, l'arrivo dell'inverno, la perdita della mamma (uccisa dai cacciatori), la scoperta dell'amore, lo scontro con un rivale, l'incendio del bosco, il cerchio che si chiude: il quinto lungometraggio disneyano (ultimo della pentalogia di capolavori iniziali) ha uno stile quasi documentaristico, se non fosse per il tipico antropomorfismo della casa di Burbank che in ogni caso non impedisce di tacere su scene crude come appunto quella della morte della madre (ma ormai sono stato rovinato per sempre: questa scena non può non farmi pensare a uno degli episodi più belli e divertenti degli "Animaniacs", quello in cui l'acida scoiattola Vera Peste porta il disperato nipotino a conoscere l'anziana attrice che interpretava la cerbiatta per dimostrargli che era solo un film). Colori, animazioni, musiche ("Pioggerella di primavera"): tutto è talmente classico da andare al di là del bene e del male. Non mancano velleità artistiche (la sequenza della pioggia, per esempio, ricorda certi segmenti di "Fantasia"), didattiche o semplicemente umoristiche. Curiosamente, molti spettatori ricordano soltanto la prima parte del film, quella dove Bambi è ancora piccolo: in effetti la seconda è meno memorabile, anche se non certo meno bella. In certe cose (la presentazione del "principino" agli altri abitanti del bosco, il tema della ciclicità della vita) ha anticipato "Il re leone". Ottima la regia (il combattimento e l'incendio della foresta sono spettacolari), ma anche la sceneggiatura che si basa più sui silenzi che sulle parole (Bambi, in particolare, ne dice ben poche!). Come già in "Biancaneve e i sette nani", il regista David Hand ha supervisionato il tutto, mentre singole sequenze sono state dirette da James Algar, Samuel Armstrong, Graham Heid, Bill Roberts, Paul Satterfield e Norman Wright.

23 febbraio 2008

Shaolin soccer (Stephen Chow, 2001)

Shaolin soccer (Siu lam juk kau)
di Stephen Chow – Hong Kong 2001
con Stephen Chow, Ng Man-tat
***1/2

Rivisto in DVD con Albertino, in originale con sottotitoli inglesi.

Che il film sul calcio più divertente ed emozionante di tutti i tempi sia stato realizzato a Hong Kong, e non in Italia o in Brasile, potrebbe sembrare quasi assurdo: ma quando c'è di mezzo un genio come Stephen Chow è lecito attendersi di tutto, anche un capolavoro fenomenale come questo. Il comico cantonese veste i panni di uno squattrinato esperto di kung fu alla disperata ricerca di un metodo per diffondere le arti marziali fra la gente comune. Dopo aver provato inutilmente a farlo attraverso il canto (in una scena esilarante), l'incontro con un allenatore fallito gli farà venire l'idea di applicare le tecniche dello Shaolin al football. Con l'aiuto dei suoi "fratelli" metterà così in piedi una squadra imbattibile, le cui azioni sul terreno da gioco sono degne di "Holly e Benji" e sfidano ogni legge della fisica, ma dovrà vedersela contro il dopatissimo e corrottissimo Evil Team del perfido Patrick Tse. Premesso che l'unica versione di questo film da vedere è quella cinese (quella internazionale è stata tagliata, quella italiana rovinata da un doppiaggio scandaloso affidato ai calciatori della Roma e della Lazio), "Shaolin Soccer" mescola in maniera straordinaria la comicità demenziale e misogina di Chow con lo spettacolo delle arti marziali (e non manca la satira al proposito!), i temi "seri" del cinema asiatico (la vendetta, il riscatto dalle umiliazioni, il gioco di squadra) con effetti speciali digitali mai usati prima a questi livelli nel cinema di Hong Kong. Innumerevoli i momenti e le situazioni indimenticabili, spesso al limite del surreale: dal portiere che fa il verso a Bruce Lee (stessa tutina gialla, stessi movimenti, stessi urletti) alla strafottenza dei cattivi, dal cameo di Cecilia Cheung e Karen Mok (con baffi e barba finta) alla "specializzazione" dei vari fratelli, che ricorda le pellicole degli Shaw Brothers. Insomma, un film che non mi stancherei mai di rivedere! Fondamentale il personaggio interpretato da Wei Zhao, la timida ragazza dal volto sfigurato che prepara il pane con le tecniche del Tai Chi, che ripara le scarpe malconce del protagonista con le toppe di Hello Kitty e che si trasforma in monaco-portiere nel finale (ma vedendola con la testa rasata, Chow le chiede: "perché ti sei vestita da E.T.?"). La musica roboante ruba un po' da tutto, persino da "Il Re Leone". Molte gag e citazioni (anche da John Woo) e grande sforzo produttivo, ricompensato da un enorme successo: Chow ha preso il posto che un tempo era di Jackie Chan come campione di incassi in Asia e simbolo del cinema popolare hongkonghese. Da questo film in poi, inoltre, ha smesso di realizzare decine di pellicole raffazzonate ogni anno per curarle maggiormente, anche a costo di centellinarne le uscite.

22 febbraio 2008

Clean (Olivier Assayas, 2004)

Clean (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Canada/GB 2004
con Maggie Cheung, Nick Nolte
**1/2

Visto in DVD.

Secondo film di Assayas con Maggie Cheung, dopo "Irma Vep" (nel quale l'attrice hongkonghese, che dal 1998 al 2001 è stata sposata per tre anni proprio con il regista francese, intepretava sé stessa). Qui Maggie è la vedova di un cantante canadese morto per overdose che, pur essendo a sua volta tossicodipendente, cerca di ricostruirsi una vita "pulita" nella speranza di poter riabbracciare il figlioletto che nel frattempo viene custodito dal nonno paterno, un ottimo e misurato Nick Nolte. Permeato dal consueto naturalismo di Assayas (che gradisco parecchio), il film propone personaggi e dialoghi realistici (ma chissà perché quelli in francese e quelli in inglese sono stati doppiati in italiano, mentre quelli in cinese no) ed è ambientato nel mondo della musica alternativa, fra il Canada, Parigi e Londra. Mi piacciono i film dove le conflittualità sono ben presenti ma non vengono esasperate, dove le persone riflettono prima di gridare, dove si è convinti che la gente possa cambiare e c'è sempre qualcuno (come Nolte, in questo caso) che crede nel perdono. Maggie conferma di essere un'attrice a tutto tondo (la sua interpretazione le è valsa il premio come miglior attrice al festival di Cannes) e si esibisce anche in alcuni bei numeri di canto.

21 febbraio 2008

Romanzo criminale (M. Placido, 2005)

Romanzo criminale
di Michele Placido – Italia 2005
con Kim Rossi-Stuart, Stefano Accorsi
*1/2

Visto in DVD.

Avevo sentito parlare bene di questo film come simbolo della rinascita del cinema italiano e in particolare di un genere, quello noir/gangsteristico, che nel nostro paese manca da troppo tempo. E in effetti non si può negare che lo sforzo produttivo sia stato notevole. Ma purtroppo la pellicola non è priva di difetti: la regia senza guizzi, la fotografia perennemente cupa e patinata (con i personaggi sempre in penombra o in controluce), troppi attori bellocci (ci sono anche Riccardo Scamarcio e Claudio Santamaria), una banale colonna sonora a base di canzonette e soprattutto una sceneggiatura che, nonostante la lunghezza a disposizione (quasi due ore e mezza) non riesce a costruire momenti memorabili e alla fine fa rimpiangere i film ben più poveri e ingenui di trent'anni fa. Francesi e americani fanno ancora ottimi film di genere, perché noi italiani dobbiamo accontentarci di pellicole che non sanno rinunciare al poetismo (vedi le scene con i protagonisti da bambini, che fra l'altro pare non ci fossero nel romanzo originale e che siano farina del sacco del regista) e a love story da fiction televisiva? Ispirato alla storia vera della banda della Magliana, racconta la vicenda (come spiega subito la superflua didascalia iniziale) di un gruppo di delinquenti di strada che negli anni settanta partono dalla periferia con il sogno di diventare i signori del crimine di Roma: attraverso rapimenti, spaccio di droga, affari con la mafia e collusioni con i servizi segreti deviati, riusciranno a conquistare un effimero potere, prima che tradimenti e vendette li portino alla sconfitta. Fra gli attori mi è piaciuto molto Pierfrancesco Favino nei panni del Libanese, il capo della banda, ma anche gli altri tutto sommato la cavano bene. Peccato che alcuni personaggi siano stereotipati (su tutti il commissario di polizia interpretato da Stefano Accorsi), incoerenti (Kim Rossi-Stuart) o semplicemente inutili (le due figure femminili, Anna Mouglalis e Jasmine Trinca). Bella l'ambientazione, ma talvolta la parlata romanesca – unita al sonoro in presa diretta – rende incomprensibili i dialoghi. Il film avrebbe anche potuto intitolarsi "La peggio gioventù": proprio come nella pellicola di Marco Tullio Giordana, infatti, la storia personale dei protagonisti si intreccia a più riprese con quella recente dell'Italia (il rapimento di Aldo Moro, la strage di Bologna, la P2), a volte in maniera gratuita, con ampio sfoggio di filmati d'epoca e di repertorio (ma l'esplosione della stazione di Bologna è rifatta, male, in computer grafica). E tanto per far numero, il regista ci mette anche le immagini dell'attentato al papa e della vittoria mondiale dell'Italia nel 1982 (sulle note del "Nessun dorma", alla faccia dell'originalità).

20 febbraio 2008

Il petroliere (Paul T. Anderson, 2007)

Il petroliere (There will be blood)
di Paul Thomas Anderson – USA 2007
con Daniel Day-Lewis, Paul Dano
**

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

Dopo due film interessanti anche se non completamente riusciti ("Boogie Nights" e "Magnolia"), che lo avevano portato all'attenzione generale della critica, e un terzo francamente indifendibile ("Ubriaco d'amore"), l'altmaniano Paul Thomas Anderson (che dedica questa sua nuova pellicola proprio al suo mentore Robert Altman, recentemente scomparso) continua parzialmente a deludermi e a mostrare i soliti difetti che, a questo punto, temo essergli congeniti, soprattutto a livello di sceneggiatura: l'incapacità di sintesi e la smisurata ambizione nel voler affrontare temi larger than life senza avere i mezzi per saperli gestire. Di questo "There will be blood" (no comment sul titolo italiano), che racconta la storia di un rude cercatore di oro nero all'inizio del novecento alle prese con le trivellazioni in una regione popolata da una comunità religiosa bigotta, tormentato da difficili rapporti familiari (un figlio probabilmente non suo, un falso fratellastro) e da una paranoia che va di pari passo con la solitudine, si salvano soltanto gli ultimi dieci minuti: peccato che per goderseli ci si debba prima sorbire due ore e mezzo pesanti, monotone e prive di emozioni, con una sceneggiatura sfilacciata e piena di vicoli narrativi ciechi, dove i personaggi rappresentano soltanto sé stessi, la grande Storia americana è assente e la tensione non monta quasi mai, anche se la regia i suoi buoni momenti li offre. Ma la pellicola, finale violento e "blasfemo" a parte, ha comunque due altri pregi: l'eccellente recitazione di Daniel Day-Lewis (meglio sorvolare invece sul resto del cast, a partire dal ridicolo Paul Dano nei panni del giovane predicatore fanatico) e l'interessantissima colonna sonora, così anti-hollywoodiana, nella quale spiccano sonorità per archi e il terzo movimento del concerto per violino di Brahms.

19 febbraio 2008

Leon (Luc Besson, 1994)

Leon (id.)
di Luc Besson – Francia 1994
con Jean Reno, Natalie Portman
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

"Come ti chiami?" "Leon" "Che nome cazzuto".
Il padre di tutte le bessonate (la madre è Nikita, ovviamente) è un film spettacolare nel quale il regista francese riesce a dar sfogo al proprio altalenante talento nel modo migliore, fra echi di Melville e – soprattutto – di John Woo. All'epoca il cinema di Hong Kong non era ancora così noto e inflazionato come oggi, e dunque molti spettatori – me compreso – trovarono particolarmente originale un film che, rivisto oggi, ne esce forse un po' ridimensionato sul piano stilistico ma continua a rimanere estremamente godibile per quanto riguarda i personaggi e la storia, grazie anche alle interpretazioni di un perfetto Jean Reno (al suo quinto film con Besson), di una giovanissima Natalie Portman (al suo esordio da protagonista) e di un sempre carismatico Gary Oldman (nei panni del cattivo che ascolta Beethoven in cuffia prima di entrare in azione). Ambientato a New York, fra Little Italy e Central Park, il lungometraggio racconta dell'amicizia (che sfocia, almeno da parte di lei, in qualcosa di più) fra una bambina, rimasta orfana dopo che la sua famiglia è stata sterminata in un regolamento di conti, e uno spietato killer italiano che non sa leggere, beve solo latte, ama i vecchi film con Gene Kelly e vive da solo con una pianta. La sceneggiatura alterna sequenze d'azione perfettamente girate a momenti di tenerezza, di vita, di amore fra i due personaggi principali. L'idea venne a Besson mentre stava girando "Nikita", quando si accorse del grande potenziale che aveva il personaggio interpretato in quel film da Jean Reno, al punto da elaborarlo fino a renderlo protagonista di un'intera pellicola.

18 febbraio 2008

Stuart Little (Rob Minkoff, 1999)

Stuart Little (id.)
di Rob Minkoff – USA 1999
con Hugh Laurie, Geena Davis
*1/2

Visto in VHS, con Hiromi.

La famiglia Little decide di adottare un nuovo figlio, ma anziché un bambino sceglie un topo, Stuart, che faticherà non poco a farsi accettare prima dal fratellino e poi – soprattutto – dal gatto di casa. Un simpatico film che mescola personaggi animati ad attori in carne e ossa: nonostante l'insolito cast (soprattutto oggi che Laurie è celebre come Dr. House) e la vena surreale, la pellicola – scritta da M. Night Shyamalan e diretta da uno dei registi de "Il re leone" – non si solleva però al di sopra del classico film per famiglie, pieno di buoni sentimenti e povero di tensione. Meglio la seconda parte, con il gruppo dei gatti "cattivi" (che però stranamente parlano fra loro e con i topi, ma non con gli esseri umani) che dà la caccia al malcapitato topolino.

15 febbraio 2008

L'alibi era perfetto (Fritz Lang, 1956)

L'alibi era perfetto (Beyond a reasonable doubt)
di Fritz Lang – USA 1956
con Dana Andrews, Joan Fontaine
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

È l'ultimo film realizzato da Lang in America, prima del suo ritorno in Europa per il timore che gli studios arrivassero a trasformarlo in un regista di serial, e presenta i temi tipicamente langhiani della colpevolezza e dell'innocenza, della loro relatività e della fallibilità della giustizia umana. Il direttore di un giornale, fermamente contrario alla pena di morte, intende dimostrare che anche un innocente può essere condannato alla sedia elettrica: e per farlo, convince il suo futuro genero a seminare falsi indizi che lo accusino dell'omicidio di una ballerina, assicurandolo che all'ultimo momento lo salverà mostrando le prove della sua innocenza. Ma qualcosa andrà storto. La suspense forse non è al massimo, anche a causa di una sceneggiatura un po' troppo meccanica, ma i molteplici colpi di scena finali che ribaltano gran parte degli assunti iniziali lo rendono un film piuttosto interessante, a metà strada fra il thriller e il courtroom drama. Se oggi se ne facesse un remake con qualche star come protagonista e curando maggiormente il twist ending, si otterrebbe con ogni probabilità un cult movie e magari, visto il tema scottante, si porterebbe a casa anche qualche Oscar.

14 febbraio 2008

Asterix alle Olimpiadi (Forestier, Langmann, 2008)

Asterix alle Olimpiadi (Astérix aux jeux olympiques)
di Fréderic Forestier, Thomas Langmann – Francia 2008
con Clovis Cornillac, Gérard Depardieu
*

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film dal vivo dedicato ai personaggi creati da Goscinny e Uderzo, "Asterix e Obelix contro Cesare", era piuttosto brutto, nonostante Benigni. Il secondo, "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", era invece molto carino, nonostante la Bellucci (merito quasi esclusivamente del geniale Alain Chabat, che lo aveva scritto, diretto e interpretato). Questo terzo, che nell'anno di Pechino 2008 non poteva che essere dedicato alle Olimpiadi, è scadente sotto tutti i punti di vista, e francamente c'era da aspettarselo visto che Chabat è stato esautorato. Battute che non fanno mai ridere, ritmo sotto tono, personaggi insulsi e irriconoscibili, lo spirito di Goscinny completamente assente, un monocorde Alain Delon (che sostituisce Chabat come Giulio Cesare) e Depardieu che "citano" i loro successi precedenti (in particolare "Cyrano" per il secondo), una comparsata di divi dello sport (ma se la coppia Michael Schumacher-Jean Todt e il wrestler Nathan Jones hanno almeno un minimo ruolo nella storia, gli altri – Zinedine Zidane, la tennista Amelie Mauresmo, il cestista Tony Parker – compaiono solo nella sequenza finale, buona giusto per i titoli di coda). Rispetto ai due film precedenti sono cambiati parecchi attori (Asterix in primis: si passa dall'anonimo Christian Clavier al forse più azzeccato Clovis Cornillac), Obelix vede sparire il proprio nome dal titolo, e la sceneggiatura dà molto più spazio a Bruto (Benoît Poelvoorde), l'inetto e traditore figlio di Cesare, che non ai due galli. L'unico spunto interessante, anche se trattato in maniera banale, è quello di considerare la pozione magica come doping, il che impedisce ad Asterix e Obelix di usarla durante le gare. Da segnalare anche stavolta la presenza di alcune "star" italiane: dopo Benigni e la Bellucci, è la volta di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu nei panni dei giudici di gara. Pessimo, come ormai è nella norma, il doppiaggio italiano, in particolare per il personaggio della principessa greca. Nel finale c'è anche un inutile ritorno fuori contesto di Numerobis, l'architetto egiziano di Cleopatra, forse nel tentativo di recuperare un po' dell'umorismo nonsense del secondo film.

13 febbraio 2008

Notte sulla città (J.P. Melville, 1972)

Notte sulla città (Un flic)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1972
con Alain Delon, Richard Crenna
**

Visto in DVD.

Un giovane commissario di polizia, solitario e dai modi spicci, ignora che a capo di un'audace banda di ladri c'è proprio un suo amico, proprietario del locale che frequenta abitualmente e compagno della donna con cui – forse non a sua insaputa – ha una relazione. Maltrattato dalla critica alla sua uscita e rinnegato dallo stesso regista (che in un'intervista dichiarò: "Un flic? Non ho mai girato un film che si chiama Un flic"), in realtà l'ultimo film di Melville non è poi così male. Anche se soffre per personaggi di routine e poco approfonditi (Delon, soprattutto, ma anche Catherine Deneuve nei panni dell'amante/complice/traditrice), può contare su un'atmosfera pensierosa e malinconica e su almeno due sequenze che, per motivi diversi, rimangono fortemente impresse nella memoria: quella della rapina iniziale alla banca, tesa e realistica, con uno scenario inedito e piuttosto impressionante (una cittadina costiera, vuota e desolata per l'inverno, con il vento, la pioggia e le onde del mare che sferzano i marciapiedi), e quella dell'elaborato e implausibile furto sul treno: l'elicottero e il treno sono smaccatamente dei modellini (si vedono persino i fili che sorreggono il velivolo giocattolo!), mentre la calamitona usata dal ladro per girare la chiave nella porta è ai limiti del ridicolo.

12 febbraio 2008

A colpo sicuro

Anche il mio amico Martin, in compagnia del quale vedo gran parte delle pellicole di cui parlo su queste pagine (proprio in questi giorni siamo immersi nella visione dell'epopea di "Heimat 2"), ha infine deciso di dar vita a un blog di cinema. Si chiama A colpo sicuro e si contraddistingue per essere composto da piccole e rapide "pillole" di cinema, con l'intenzione di risultare diverso da tutti i cineblog già esistenti. Dateci un'occhiata!

8 febbraio 2008

I senza nome (J.P. Melville, 1970)

I senza nome (Le cercle rouge)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1970
con Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand
***

Visto in DVD.

"Se due uomini sono destinati a incontrarsi un giorno, inevitabilmente lo faranno in questo cerchio rosso": inizia così, con una finta frase che il Buddha avrebbe pronunciato dopo aver tracciato un cerchio per terra con il gessetto, il penultimo film di Melville (che già aveva fatto ricorso a una finta citazione del bushido per aprire il suo "Frank Costello faccia d'angelo"). I due personaggi che il caso porta a incontrarsi nel cerchio (metaforicamente costituito dai posti di blocco della polizia che delimitano una regione della campagna francese) sono Corey (un baffuto Alain Delon), ex galeotto appena uscito di prigione, e Vogel (Volontè), pregiudicato scappato dal treno che lo stava trasportando in carcere e che si rifugia proprio nel portabagagli dell'automobile del primo. Insieme a un ex poliziotto alcolizzato (un grande Yves Montand, il migliore del cast) tenteranno un audace furto a una gioielleria di Place Vendôme, ma dovranno vedersela con l'ostinato commissario Mattei (Bourvil, al suo ultimo film) che dà loro la caccia in ogni modo. Classico come impostazione, efficace nel mettere in scena "un mondo notturno dominato da figure solitarie", è la summa del polar (il noir poliziesco alla francese) secondo il regista, che affermò di avervi inserito tutte le 19 situazioni 'tipiche' del genere. Proprio 19, sì, non una di più o di meno, che Melville avrebbe catalogato personalmente e che aveva già usato nei suoi precedenti film, ma mai tutte insieme in una sola pellicola. Se Delon è giustamente il personaggio più melvilliano, silenzioso ma attento, che abbandona le foto della sua ex donna (l'unica fugace presenza femminile in un universo maschile) nella cassaforte del socio dopo aver capito di essere stato ormai tradito, Volontè tratteggia in maniera essenziale un sempre imprevedibile killer italiano, Bourvil fa quello che deve fare con la sua faccia da poliziotto e Montand propone una figura tormentata da delirium tremens, allucinazioni e incubi di ragni, topi, insetti e serpenti che lo assalgono sul letto. Ma restano impressi anche i personaggi minori, dal capo della polizia convinto che "tutti gli uomini sono colpevoli: nascono innocenti, ma non dura a lungo", al barman Santi che il commissario tenta ripetutamente di corrompere. Magistrale la lunghissima sequenza muta della rapina notturna (quasi mezz'ora, praticamente in tempo reale).

Pee-Wee's big adventure (Tim Burton, 1985)

Pee-Wee's big adventure (id.)
di Tim Burton – USA 1985
con Pee-Wee Herman, Elizabeth Daily
*1/2

Rivisto in DVD.

Il primo lungometraggio di Tim Burton, nonostante sia stato costretto a utilizzare un personaggio pre-esistente con caratteristiche già definite, mette già in mostra parecchi dei temi tipici del regista e quasi tutte le caratteristiche del suo stile, anche grazie all'aiuto del fidato Danny Elfman (che firma una colonna sonora che giustamente il Mereghetti definisce "felliniana"). Pee-Wee (vero nome: Paul Reubens), infantile e clownesco, era un celebre intrattenitore per bambini degli anni ottanta che qualche anno dopo finì nell'occhio del ciclone per alcuni scandali a sfondo sessuale. Il film segue le sue peripezie e il suo comico viaggio attraverso il midwest degli Stati Uniti alla ricerca della sua preziosa bicicletta rossa, che gli è stata rubata. La ritroverà negli studi della Warner Bros, dove seminerà scompiglio fra i set dei diversi film in lavorazione (compresa una pellicola giapponese con mostri di gomma!). Ma anche la sua avventura, alla fine, verrà trasposta in un film, seppure con notevoli cambiamenti: il suo personaggio, interpretato da James Brolin, diventerà un sexy agente segreto, mentre a Pee-Wee non resterà che una piccola parte da comparsa. Il personaggio non molto simpatico e le gag non troppo originali (riciclano persino Buster Keaton!) non rovinano completamente un film leggero e poco pretenzioso, che però è del tutto dimenticabile e avrebbe ben pochi motivi di interesse se Tim Burton non avesse poi fatto carriera.

7 febbraio 2008

La ragazza che saltava nel tempo (M. Hosoda, 2006)

La ragazza che saltava nel tempo (Toki wo kakeru shoujo)
di Mamoru Hosoda – Giappone 2006
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Gradevole film d'animazione che mescola personaggi e ambientazioni da commedia scolastica adolescenziale con una trama fantastica che non può non ricordare film come "Ricomincio da capo". La giovane Makoto, un simpatico maschiaccio che trascorre i suoi pomeriggi a giocare a baseball con gli inseparabili amici Chiaki e Kosuke, dopo un incidente nell'aula di scienze della scuola scopre di aver acquisito il potere di "balzare" (letteralmente e in maniera spettacolare!) indietro nel tempo per brevi periodi. All'inizio sfrutta la sua capacità solo per divertirsi (rimanere più a lungo al karaoke, mangiare continuamente i suoi piatti preferiti, ottenere buoni voti in classe), ma anche per evitare situazioni imbarazzanti come la dichiarazione d'amore di un amico. Poi, però, le cose si fanno più serie. Pur avendo lo stesso titolo e fondamentalmente la stessa trama del film dal vivo del 1983 (a sua volta tratto da un celebre romanzo di fantascienza che in patria ha dato vita a numerose altre versioni, fra film, tv movie, telefilm e manga), non ne è un remake quanto un sequel con un setting più moderno. L'attivissima ed estroversa Makoto è infatti la nipote della più riflessiva e inquieta protagonista del primo film, che aveva sperimentato la stessa situazione e che qui compare dandole alcuni consigli e facendo un breve riferimento alla sua precedente avventura. Ma le piccole modifiche alla sceneggiatura originale non funzionano del tutto e nel finale la storia presenta alcune svolte improbabili: la rivelazione della vera identità di Chiaki giunge in maniera troppo inaspettata ed è incoerente con la caratterizzazione del personaggio, così come le sue motivazioni sono tutt'altro che entusiasmanti. L'originale, anche se meno dinamico, aveva sicuramente più atmosfera. Belli i disegni e gli sfondi ad acquarello, mentre l'animazione è poco più che televisiva.

Toki wo kakeru shoujo (N. Obayashi, 1983)

Toki wo kakeru shoujo
di Nobuhiko Obayashi – Giappone 1983
con Tomoyo Harada, Ryoichi Takayanagi
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Kazuko, una liceale giapponese che divide il suo affetto fra l'amico d'infanzia Goro (aspirante scienziato che lavora nella fabbrica di soia di famiglia) e il bel compagno Fukamachi (dall'animo romantico e amante dei fiori), si trova a "rivivere" un'intera giornata scolastica e scopre così di aver acquisito la capacità di effettuare piccoli balzi nel tempo. Forse i suoi poteri derivano da una misteriosa sostanza, dal profumo di lavanda, che l'aveva fatta svenire mentre si trovava nel laboratorio di chimica? Un film delicato con atmosfere a metà fra una pellicola di Ozu e un episodio di "Ai confini della realtà", tratto da un romanzo di Yasutaka Tsutsui che già nel 1972 aveva generato una serie tv e che nel 2006 ispirerà un remake/sequel a cartoni animati, "La ragazza che saltava nel tempo" (proprio dopo aver visto quest'ultimo – dove Kazuko compare nelle vesti della zia della protagonista – ho deciso di procurarmi anche l'originale). La fotografia poco vivace e l'ambientazione tutt'altro che moderna (non si vedono praticamente mai automobili, televisori o tecnologie di qualsiasi tipo) donano alla pellicola un fascino d'altri tempi e consentono di basare la storia soltanto sui sentimenti e sulla psicologia dei personaggi. L'introduzione è addirittura in bianco e nero, poi lentamente subentra il colore. La giovane protagonista è molto carina, e forse la scena in cui torna indietro nel tempo balzando giù dalla scogliera ha ispirato gli animatori della versione del 2006, dove il concetto di "salti" temporali viene preso alla lettera. Ho trovato molto simpatici i titoli di coda, con Kazuko che canta una canzone orecchiabile sugli sfondi e sulle location delle principali scene del film.

6 febbraio 2008

Il mistero del falco (John Huston, 1941)

Il mistero del falco (The maltese falcon)
di John Huston – USA 1941
con Humphrey Bogart, Mary Astor
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo film di Huston (anche sceneggiatore), capostipite del genere noir (nonostante fosse già il terzo adattamento cinematografico del romanzo di Dashiell Hammett), archetipo della detective story hard-boiled, passaggio fondamentale nella trasformazione di Bogart da semplice comprimario a più grande star maschile di tutti i tempi: e come se non bastasse, c'è anche l'esordio sullo schermo di Sydney Greenstreet, da subito in coppia con Peter Lorre come farà poi in innumerevoli altri film. Già solo per questo "Il mistero del falco" merita un posto di rilievo nella storia del cinema, senza aggiungere che si tratta anche di un gran film con un finale eccelso, ammantato di tragico e amaro romanticismo: un film che – proprio come la statua del falcone da cui prende il titolo – è composto dalla "materia di cui sono fatti i sogni" (una citazione dalla "Tempesta" di Shakespeare). E dire che doveva trattarsi di un B-movie come tanti: poi Huston impose Bogart alla produzione, al posto del previsto George Raft, e tutto cambiò. L'investigatore privato duro e sardonico, sempre con la battuta pronta, che nasconde dietro una patina di cinismo e di ribellione la sua vera natura romantica e inflessibile, rivoluzionò il cinema introducendo una figura di anti-eroe che regna incontrastata ancora ai giorni nostri. Girato quasi esclusivamente in interni, con un ritmo serrato che non presenta pause o tempi morti e una serie di personaggi memorabili (come la fedele segretaria Effie, alla quale Bogey dice "Sei un uomo in gamba, dolcezza!") e di caratteristi che diventeranno veri e propri habituè del genere (oltre a Bogart, Lorre e Greenstreet c'è anche Elisha Cook jr.), il film vede il protagonista Sam Spade alle prese con la morte improvvisa del suo socio Miles Archer. E mentre indaga sull'omicidio, scontrandosi a più riprese con una polizia per la quale non nutre particolare simpatia, rimane coinvolto nella ricerca di una preziosa statuetta (uno dei più classici esempi di "MacGuffin") da parte di diversi individui e strani avventurieri. C'entra forse la misteriosa donna, dall'apparenza così fragile, che aveva assoldato Archer per pedinare un uomo, a sua volta trovato morto? Su pressione della commissione Hays, Huston dovette eliminare i riferimenti all'omosessualità di alcuni personaggi (anche se Peter Lorre rimane sufficientemente ambiguo). Sam Spade sarà una delle fonti di ispirazione per il Philip Marlowe di Raymond Chandler, che proprio Bogart impersonerà cinque anni dopo ne "Il grande sonno" di Howard Hakws.

5 febbraio 2008

Dracula (Francis F. Coppola, 1992)

Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker's Dracula)
di Francis Ford Coppola – USA 1992
con Gary Oldman, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi, Kinuko, Marcello, Maddalena e Giuseppe.

Di tutte le versioni cinematografiche di Dracula, quella di Coppola è la più fedele al testo originale di Stoker (citato anche nel titolo!), del quale ripropone – ma solo in parte – persino la struttura epistolare. Le scenografie, la fotografia cupa e colorata e le buone interpretazioni di Oldman (un ambiguo Dracula), della Ryder (una tormentata Mina) e di Anthony Hopkins (un sardonico Van Helsing), ma anche il folle Senfield interpretato da Tom Waits, sono le cose migliori di un film che però è tutt'altro che perfetto e a volte si fatica a prendere sul serio. I toni fumettosi e la sceneggiatura sopra le righe, per esempio, non mi hanno mai affascinato particolarmente, e i personaggi minori (come i tre pretendenti di Lucy) rimangono sullo sfondo e sono poco caratterizzati. Completamente anonimo, infine, è Keanu Reeves nei panni di Jonathan Harker. Coppola non esita ad accostare al vampirismo gli abusati temi della cinematografia (le scene a Londra "velocizzate" sono piuttosto carine) e del sesso (soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Lucy, ma anche con l'apparizione delle tre conturbanti vampire fra le quali spicca una Monica Bellucci che non parla e che dunque risulta più che convincente) e sforna un film barocco che parte bene ma che lungo la strada perde interesse, tanto che lo scontro finale con il vampiro si rivela tutt'altro che memorabile.

3 febbraio 2008

Morte a Venezia (L. Visconti, 1971)

Morte a Venezia (Death in Venice)
di Luchino Visconti – Italia 1971
con Dirk Bogarde, Björn Andrésen
***

Rivisto in DVD.

L'avevo visto per la prima volta al liceo, su iniziativa della professoressa di tedesco (insieme al "Danton" di Wajda, i soli due film che ricordo di aver visto a scuola!) ma allora non mi aveva fatto alcuna impressione, né positiva né negativa. Forse non avevo l'età per apprezzarlo, come invece adesso.
Il maturo professor Gustav von Aschenbach giunge al Lido di Venezia, nel 1911, per un periodo di riposo. Mentre in città soffia lo scirocco e si diffonde un'epidemia di colera, sulla quale le autorità tacciono perché "Venezia vive di turismo", Aschenbach rimane affascinato dal giovane polacco Tadzio, che alloggia con la famiglia nel suo stesso albergo. Non si tratta di un amore omosessuale, ma di un'infatuazione per quella bellezza ideale che proprio lui, per tutta la vita, ha cercato di far sorgere dallo spirito con la propria opera di artista anziché ricercarla, con i sensi, nella natura che lo circonda. Aggiungendovi anche alcuni flashback "proustiani" dei momenti lieti e tristi della vita del protagonista, Visconti realizza un film di impronta decisamente mitteleuropea, lento e decadente, freddo e disperato, fatto di sguardi e di silenzi (i due personaggi principali non si scambiano mai nemmeno una parola), con una messinscena affascinante e una scenografia che riporta in vita lo splendore di un'epoca in cui gli alberghi del Lido rappresentavano un microcosmo dell'alta borghesia internazionale, in crisi alla vigilia della prima guerra mondiale. La regia, elegante e raffinata, indugia forse su qualche zoom di troppo. Nel romanzo di Thomas Mann il protagonista era uno scrittore: Visconti lo ha trasformato in musicista perché convinto che l'intenzione originaria di Mann fosse quella di far riferimento a Gustav Mahler, del quale non a caso vengono utilizzati brani della terza e della quinta sinfonia come efficace colonna sonora.

2 febbraio 2008

Il paese incantato (A. Jodorowsky, 1968)

Il paese incantato (Fando y Lis)
di Alejandro Jodorowsky – Messico 1968
con Sergio Kleiner, Diana Mariscal.
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Completamente in bianco e nero e tratto da un testo teatrale di Fernando Arrabal, è stato il primo lungometraggio di Jodorowsky e ne contiene già tutti i pregi e i difetti: immagini visionarie e surreali, situazioni crudeli (al limite del sadomasochismo), misticismo e allegorie, freaks e personaggi circensi, atmosfere felliniane o, meglio ancora, alla Ciprì e Maresco. Fando è un uomo che trasporta su un carretto Lis, una ragazza paralitica che mangia i fiori. I due vanno alla ricerca della leggendaria e mitica Tar, l'unica città scampata alla distruzione che ha reso il resto del mondo un cumulo di macerie. A eccezione della prima scena, l'intera pellicola si svolge in un deserto roccioso dove i due protagonisti incontrano una serie di bizzarri personaggi (compresi i genitori, defunti, di Fando) e dove il comportamento dell'uomo nei confronti di Lis passa in continuazione dalla tenerezza al disprezzo. Nel complesso mi ha detto veramente poco. I debiti del regista si vedono già tutti: dal Buñuel del periodo dadaista (ma almeno il regista spagnolo si è poi evoluto in direzioni molto diverse, mentre "Jodo" sembra incapace di uscire dal nonsense mistico e surreale) a Fellini appunto. Scarsi gli attori (c'è quasi il dubbio che non siano professionisti, però), soprattutto l'attrice che interpreta Lis.