28 febbraio 2013

La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957)

La parola ai giurati (12 angry men)
di Sidney Lumet – USA 1957
con Henry Fonda, Lee J. Cobb
****

Visto in TV, con Sabrina.

In un’afosa giornata estiva, al termine di un dibattimento, una giuria popolare si ritira in una piccola aula privata del tribunale di New York per deliberare su un caso di parricidio. Gli indizi e le testimonianze sembrerebbero non lasciare dubbi, e infatti undici dei dodici giurati sono subito pronti, senza alcuna esitazione, a dichiarare colpevole il diciottenne dei bassifondi che è accusato di aver pugnalato il padre che lo maltrattava. Ma uno dei giurati vota invece per l’assoluzione: non perché sia convinto al cento per cento che il ragazzo sia innocente, ma perché ritiene che sussista ancora un “ragionevole dubbio” (di fronte al quale è impossibile emettere un verdetto di colpevolezza) e soprattutto perché, essendoci una vita in gioco (l’imputato, se giudicato colpevole, andrebbe sulla sedia elettrica), pensa che sia giusto discuterne almeno un po’ prima di prendere una decisione frettolosa. Poiché in un caso del genere è necessaria l’unanimità, gli altri undici giurati cercano di convincere il loro compagno delle proprie ragioni: ma durante la discussione, inaspettatamente, sono invece loro che, uno a uno, finiscono col rendersi conto della superficialità, dei pregiudizi o delle ambiguità che potrebbero aver offuscato le proprie conclusioni. A parte le brevi sequenze iniziali e finali, il film si svolge tutto in una stanza, e può dunque essere iscritto a quel particolare genere di “cinema da camera” (che rispetta le unità di luogo, azione e tempo) cui appartengono pellicole come “Nodo alla gola” di Hitchcock o “Carnage” di Polanski. Oltre che una perfetta descrizione delle dinamiche del dibattito, della psicologia sociale e dei meccanismi di “costruzione del consenso” all’interno di un gruppo di persone di età, cultura e origine differente, è anche un caposaldo del cinema giudiziario, sebbene non mostri il processo in sé ma solo la discussione della giuria popolare (che negli Stati Uniti è formata da cittadini comuni, estratti a sorte): la vicenda viene ricostruita pezzo a pezzo, a beneficio dello spettatore, proprio attraverso i commenti dei giurati, che – fra liti, conflitti e ragionamenti vari – fanno emergere pian piano nuovi particolari. Memorabile la caratterizzazione dei dodici personaggi (nessuno dei quali identificato da un nome, a parte quelli interpretati da Fonda e da Sweeney che si scambiano le presentazioni nel finale, ma solo da un numero): si va dal bigotto razzista e pieno di pregiudizi (Ed Begley) al rappresentante che spera solo di concludere la discussione in fretta perché ha in tasca un biglietto per una partita di baseball (Jack Warden), dall’immigrato dell’Europa dell’Est che nutre un’appassionata fiducia nel sistema giudiziario americano (George Voskovec) all’agente pubblicitario che si lascia influenzare continuamente dalle opinioni altrui (Robert Webber), dal presidente della giuria, allenatore di una squadra di football liceale, che cerca a fatica di gestire con equilibrio la discussione (Martin Balsam), al timido impiegato di banca che inizialmente è messo in soggezione dagli altri ma trova poi il coraggio delle proprie idee (John Fiedler), dal freddo e analitico agente di borsa che cerca di considerare i fatti con razionalità (E. G. Marshall), al “tifoso del Baltimora” che proviene a sua volta dai bassifondi e dunque empatizza con il ragazzo (Jack Klugman), dall’imbianchino paziente e rispettoso (Edward Binns) all’anziano saggio e riflessivo (Joseph Sweeney), per finire con le due figure principali, l’antagonista e il protagonista del film: l’esagitato uomo d’affari che – come si scoprirà alla fine – intende condannare il ragazzo per “punire” in qualche modo il suo stesso figlio, fuggito da casa e con il quale aveva un rapporto difficile (Lee J. Cobb), e il coscienzioso architetto (Henry Fonda) che è il primo a nutrire qualche dubbio su come i fatti sono stati ricostruiti e portati in tribunale. Da notare che il film si conclude senza rivelare se il ragazzo imputato sia effettivamente innocente: anzi, probabilmente è colpevole, solo che gli indizi contro di lui non permettono di affermarlo “oltre ogni ragionevole dubbio”, appunto. Tratto da una magistrale sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente pensata per un adattamento televisivo, il film segna il debutto alla regia cinematografica di Sidney Lumet, autore in seguito di altri capolavori (come “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Verrà rifatto quarant'anni dopo, nel 1997, da William Friedkin, con Jack Lemmon e George C. Scott nelle due parti principali.

27 febbraio 2013

Il giovane Toscanini (F. Zeffirelli, 1988)

Il giovane Toscanini
di Franco Zeffirelli – Italia/Francia 1988
con C. Thomas Howell, Elizabeth Taylor
*1/2

Visto in TV.

Romanzatissimo biopic sugli anni giovanili, gli amori e le prime esperienze artistiche del grande direttore d'orchestra Arturo Toscanini (C. Thomas Howell), ambientato nel 1886, quando il musicista aveva solo diciannove anni. Dopo essere stato scartato a un provino alla Scala come violoncellista, Toscanini viene ingaggiato dall'impresario Claudio Rossi (John "Gimli" Rhys-Davies) per una tournée in Brasile. Fra i suoi compiti c'è quello di preparare i cantanti (tra cui l'irraggiungibile Nadina Bulichoff, interpretata da una mediocre Elizabeth Taylor) per una rappresentazione dell'Aida da effettuare al cospetto dell'imperatore Dom Pedro II (Philippe Noiret). Durante il viaggio, Toscanini si innamorerà della giovane suora laica Margherita (Sophie Ward), si prenderà a cuore le sorti dei bambini poveri, otterrà la possibilità di dirigere l'opera dopo che il precedente maestro abbandona il palco in polemica con il resto della troupe, e convincerà anche la Bulichoff a perorare la causa dell'abolizione della schiavitù presso l'imperatore, di cui la diva è l'amante. Un film piatto e melenso sull'intreccio fra musica, amore e vita, che mescola in maniera inconsistente le prime esperienze professionali di Toscanini con una sottotrama a sfondo sociale che c'entra come i cavoli a merenda. Budget a parte, sembra quasi di assistere a una fiction di Rai 1. A poco valgono la fotografia patinata e la regia retorica di Zeffirelli, così come il notevole cast internazionale (ci sono anche Franco Nero, Pat Heywood e Jean-Pierre Cassel, il padre di Vincent), assai svogliato e in gran parte sprecato. L'unico piacere per lo spettatore è dato dalle sequenze dell'Aida mostrate nel finale (la voce della Taylor è quella di Aprile Millo).

24 febbraio 2013

Re della terra selvaggia (B. Zeitlin, 2012)

Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild)
di Benh Zeitlin – USA 2012
con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

La piccola Hushpuppy, una bambina di cinque anni, vive con il padre nelle lagune della Louisiana, nei pressi della "Grande Vasca", come gli abitanti della zona chiamano il bacino di un'enorme diga che di fatto li taglia fuori dal resto del mondo. Quando un uragano (Katrina?) devasta la regione, i due rinunciano ostinatamente ad essere evacuati e si danno da fare per sopravvivere in mezzo all'inondazione insieme a un nutrito gruppo di membri della loro comunità. Una grave malattia del padre costringerà la bambina a confrontarsi e vincere le proprie paure (impersonate da colossali bestie preistoriche, sorta di mammuth giganti che lo scioglimento dei ghiacci del polo ha riportato alla luce) e, forse, a rintracciare la madre che li aveva abbandonati anni prima. Pellicola d'esordio del regista indipendente Benh Zeitlin, che gli è valsa la Camera d'Or a Cannes, il premio della giuria al Sundance Film Festival e ben quattro candidature agli Oscar (quella alla piccola protagonista, la strepitosa Quvenzhané Wallis, è la nomination più "giovane" mai attribuita dall'Academy), oltre al plauso di un entusiasta Barack Obama (che lo ha preferito a "Lincoln" e "Django Unchained"): ha i suoi pregi nella descrizione di un mondo "fuori dal mondo", parallelo alla realtà moderna, povero e semplice ma non avaro di ottimismo, di fascino e di bellezza, e soprattutto in una protagonista che in ogni inquadratura cattura lo spettatore con la sua forza interiore, il suo dinamismo, la sua natura "elementale" e indipendente. Certo, il film è anche molto "americano" nella filosofia (l'autodeterminazione, l'importanza della forza, la negazione dell'infanzia: per superare le difficoltà è indispendabile "mostrare i muscoli") e nei contenuti: mantenersi legati al proprio territorio sembra essere la cosa più importante, anche più della propria sopravvivenza. Scenari, fotografia e suggestioni fantasy lo rendono piacevole, ma si corre facilmente il rischio di sopravvalutarlo. Il titolo italiano stravolge, chissà perché, quello originale (che recita "Le bestie del selvaggio sud", in riferimento agli Auroch, gli animali preistorici che tormentano i sogni di Hushpuppy).

19 febbraio 2013

Dodes'ka-den (Akira Kurosawa, 1970)

Dodes'ka-den (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1970
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitani
***1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

In una baraccopoli alla periferia di Tokyo, fra cumuli di detriti e di spazzatura che fanno da sfondo al parallelo degrado umano e civile, un variopinto gruppo di personaggi porta avanti le proprie vite in maniera corale e intrecciata. Il giovane Rokuchan (Yoshitaka Zushi) trascorre le proprie giornate "guidando" un tram invisibile per le vie del quartiere, producendo con la bocca il rumore del passaggio sulle rotaie (il titolo del film, "Dodes'ka-den", si riferisce proprio all'onomatopea del tram che sferraglia), per il dispiacere e il dolore rassegnato di sua madre (Kin Sugai). I due operai Masuda e Kawaguchi (Hisashi Igawa e Kunie Tanaka), amici e ubriaconi, si scambiano con nonchalance le case e le mogli (Hideko Okiyama e Jitsuko Yoshimura). Un barbone (Noboru Mitani) che abita con il figlioletto (Hiroyuki Kawase) nella carcassa di un'automobile, sogna di costruire una moderna casa con piscina su una collina erbosa: ma i suoi progetti di fantasia andranno in frantumi quando il bambino – che si procurava da mangiare per sé e per il padre, chiedendo avanzi nei ristoranti nei dintorni – morirà per un'intossicazione alimentare. Il tenebroso e taciturno Hei-San (Hiroshi Akutagawa), che vive in isolamento in una baracca metallica, riceve la visita della moglie (Tomoko Naraoka), che aveva ripudiato in seguito a un tradimento: anche se lei è pentita, lui non riuscità a perdonarla. La quindicenne Katsuko (Tomoko Yamazaki), affidata agli zii che l'hanno adottata (Tatsuo Matsumura e Tsuji Mari), viene sfruttata, costretta a lavorare come una schiava (fabbricando fiori di carta) e persino violentata dallo zio, che approfitta di una breve assenza della moglie: in preda a un impulso di follia autodistruttiva, tenterà di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche l'unica persona che la trattava con gentilezza, un garzone del negozio di sakè. Il giovale Ryo (Shinsuke Minami) è sposato con una donna che lo tradisce in continuazione (Yoko Kusunoki), al punto che deve darsi da fare per convincere i propri figlioletti di essere effettivamente il loro genitore (probabilmente non lo è, ma a lui non importa: quello che conta sono i sentimenti che li legano insieme). Il mite impegato Shima (Junzaburo Ban), afflitto da una cospicua serie di tic nervosi, è benvoluto da tutti; così non è per sua moglie (Kiyoko Tange), sgradevole e sgarbata. Ma lui, di fronte agli amici che lo consigliano di cacciarla di casa, la difende appassionatamente. L'anziano artigiano Tamba (Atsushi Watanabe) ha mantenuto buon senso e saggezza anche di fronte alla miseria: convince un energumeno ubriaco a calmarsi (disarmandolo con la frase "Mi sembri stanco, vuoi che prenda il tuo posto?"), offre di propria volontà del denaro a un ladro che era penetrato nella sua abitazione, e riesce – con uno stratagemma – a scoraggiare un uomo che aveva deciso di suicidarsi. Sullo sfondo, un gruppo di donne perennemente intente a lavorare presso una fontana commenta – come un coro – le vicende del quartiere.

Definito dai critici "tragico e trascendente", "Dodes'ka-den" è un film fondamentale, di svolta e di rottura, tanto nella carriera quanto nella vita di Kurosawa. Primo film senza Toshiro Mifune dopo diciassette pellicole consecutive (regista e attore avevano litigato per l'interpretazione troppo solenne fornita da Mifune nel precedente "Barbarossa", che Kurosawa avrebbe voluto ritratto in maniera più umana), primo film a colori (e che colori!), primo film girato in maniera indipendente (e dunque in piena libertà artistica ed espressiva, senza imposizioni da parte dei produttori), primo film realizzato dopo una pausa di ben cinque anni (in precedenza, tra un lavoro e l'altro, non ne erano mai passati più di due). Dopo il successo critico ma il flop commerciale di "Barbarossa", nessun produttore giapponese sembrava ormai disposto a finanziare un nuovo film di un regista che, è vero, aveva sfornato grandi successi come "Rashomon", "I sette samurai" e "Yojimbo", ma che si era anche sempre rivelato un intransigente perfezionista, facendo lievitare parecchio tempi e costi. Alcuni tentativi di lavorare con gli americani non andarono a buon fine (uno di questi progetti, "A trenta secondi dalla fine", verrà realizzato in seguito da Andrei Konchalovsky). "L'imperatore" decise allora di dare vita, insieme a tre altri colleghi (Kon Ichikawa, Koisuke Kinoshita e Masaki Kobayashi), a una casa di produzione indipendente (chiamata "Yonki-no-kai", ovvero "I quattro cavalieri") per poter realizzare ambiziosi progetti senza scendere a compromessi artistici. Il primo fu appunto "Dodes'ka-den", che per la sua coraggiosa scelta di mettere in scena la vita in una bidonville andò incontro a un clamoroso insuccesso: non dimentichiamo che erano gli anni in cui il Giappone si beava di un boom economico senza precedenti. Il fallimento della società e l'ostracismo degli altri produttori portarono Kurosawa sull'orlo della depressione e del suicidio (un tentativo in effetti ci fu, anche se non si sa quanto convinto: è da ricordare, a tal proposito, che anche il fratello maggiore di Akira, Heigo, si era suicidato a trent'anni). Per fortuna il grande regista fu salvato dall'apprezzamento e dalle proposte di lavoro dei suoi ammiratori stranieri, in primis russi e americani, che gli consentirono di realizzare i suoi capolavori successivi ("Dersu Uzala" i russi, "Kagemusha" e "Ran" gli americani) e di trovare così una nuova vitalità e una nuova giovinezza anche in patria ("Sogni", "Rapsodia in agosto" e "Madadayo").

Il film è l'adattamento di alcuni racconti di Shugoro Yamamoto, "scrittore contemporaneo particolarmente attento all'indagine sulla vita e i sentimenti delle classi diseredate". Nel suo libro, "Quartiere senza sole", i racconti erano quindici ed erano ambientati in epoche differenti; Kurosawa ne ha scelti otto e ha deciso di "fonderli insieme", collocandoli tutti nella stessa epoca e nello stesso luogo. Montagne di detriti e di rifiuti a perdita d'occhio, senza un filo d'erba o l'ombra della natura (l'unico albero è secco: "Un albero morto non è più un albero", commenta la moglie di Hei-sam, paragonandolo al marito). L'argomento, l'ambientazione e la struttura della pellicola possono ricordare il precedente "I bassifondi", anche se Kurosawa aveva già raccontato in parecchi suoi lavori la sofferenza e la disperazione degli emarginati ("L'angelo ubriaco", "Vivere", "Barbarossa") e si è sempre distinto per un profondo umanesimo che è forse il vero filo conduttore della sua produzione, persino nelle pellicole epiche (come non ricordare i contadini de "I sette samurai"?). Qui però c'è più astrazione e maggior stilizzazione, che rendono l'affresco ancora più universale. Se l'ambientazione è contemporanea, non è però ben definita: potrebbe svolgersi negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando macerie e povertà erano uno scenario più comune; oppure mostrare come, anche negli opulenti anni settanta del boom economico e in una delle nazioni più ricche e fiorenti del pianeta, potevano esistere oasi di degrado e di infelicità (che portano con sé, di converso, anche violenza, pazzia e psicosi). E pure le scelte artistiche, come l'uso dei colori, ammantano l'affresco di una luce ultraterrena e lo staccano dalla concretezza tipica delle pellicole neorealiste. Non siamo dalle parte di Mizoguchi, nemmeno per un momento. E infatti non tutto è nichilismo e pessimismo: oltre a poveri, disperati, pazzi, schizofrenici e violenti, ci sono anche uomini saggi, benvoluti, equilibrati, compassionevoli, che conservano buon senso e dignità (Shima, Tamba, la zia di Katsuko, il ragazzo del sakè). Tamba, in particolare, ricorda a tratti il pellegrino Tahei de "I bassifondi", quello che insegnava che "ogni essere umano è degno di stima": è lui, per esempio, l'unico a confortare il barbone alle prese con la malattia del figlio (alle comari che gli stanno lontane, temendolo perché irascibile e violento, ribatte: "è solo timido"). C'è poi chi, pure in mezzo alla miseria, sogna un improbabile futuro migliore, almeno con l'immaginazione (il barbone stesso) o con la pazzia (Rokuchan): sono queste forme "creative" (e dunque "artistiche") a impedire loro di vedere lo squallore che li circonda e a consentirgli di sorridere con ottimismo di fronte al dolore e alle incertezze della vita.

Per la prima volta alle prese con i colori, da artista par suo (non dimentichiamo che in gioventù, prima che quella di regista, stava per intraprendere la carriera di pittore) Kurosawa non può che farne un uso espressionistico. Per molti versi la pellicola anticipa "Sogni", e non solo per l'essere un collage di otto differenti storie (che qui si dipanano in parallelo, anziché essere separate l'una dalle altre). La tavolozza a disposizione della fotografia è variopinta e intensa: si va dai colori caldi dei tramonti o delle scene di torbida passione (l'abito di una delle donne alla fontana, il "letto di fiori" sul quale viene violata Katsuko, il rosso e il giallo dei due amici-ubriachi che si scambiano le mogli) ai colori freddi e smorti del dolore e della malattia (su tutti i grigi, i viola e i blu che accompagnano la malattia del bambino e il volto sempre più smunto e "orchesco" del padre, che sembra uscire da un dipinto di Munch o di Van Gogh; ma anche l'atmosfera cupa nella baracca del marito tradito che non riesce a perdonare la moglie). A tratti, appunto, sembra di assistere in anticipo ai segmenti più disperati e macabri di "Sogni". L'episodio-cornice, quello di Rokuchan con il suo tram fantasma, pare invece quasi girato in bianco e nero, a parte naturalmente i colori del cielo, del sole, della luna e delle stelle che circondano il suo vagare nella bidonville. L'espressività delle immagini è accompagnata da quella delle musiche del grande compisitore Toru Takemitsu, che in seguito tornerà a collaborare con Kurosawa realizzando la colonna sonora di "Ran". La durata del film, inizialmente prevista di quattro ore, è stata ridotta in fase di montaggio a circa due ore e mezzo: e chissà che alcuni dei segmenti non siano stati un po' sacrificati. In effetti, non tutti gli episodi presentano la stessa intensità. Di fronte alla drammaticità di alcuni, altri risultano più leggeri, quasi comici (gli amici che si scambiano le mogli), altri spingono forse eccessivamente sul patetico (quello di Ryo e dei suoi cinque figli) e altri semplicemente si limitano a fare da sfondo. In ogni caso, a rendere più ricco e poetico il film, aprendo ampie finestre sul mondo esterno e permettendo allo spettatore di "respirare" oltre i limiti angusti della baraccopoli, ci sono quei magnifici squarci surreali (il tram di Rokuchan, la casa immaginaria del barbone, i tic di Shima) e tante immagini che valgono da sole più di mille parole (le scenografie, le pennellate, i sogni).

14 febbraio 2013

La caduta (Oliver Hirschbiegel, 2004)

La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler (Der Untergang)
di Oliver Hirschbiegel – Germania 2004
con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara
***

Visto in divx, con Sabrina.

Gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino, sotto le cannonate dell’esercito russo che si apprestava a prendere la città, prima del suo suicidio (insieme a Eva Braun) e della fine della guerra. La pellicola, sceneggiata da Bernd Eichinger, si ispira ai libri di storici quali Joachim Fest, nonché alle memorie e alle testimonianze di personaggi che furono testimoni di quegli eventi, come la segretaria personale di Hitler, Traudl Junge (di cui sono mostrati, in apertura e chiusura di film, alcuni spezzoni di un'intervista), e "l'architetto del nazismo" Albert Speer. Per quasi tutto il suo svolgimento il film – cupo e rigoroso nella sua messa in scena, ma capace di coinvolgere e di suscitare profonde emozioni a 360 gradi – non perde di vista l'oggetto di cui intende parlare, a parte il breve controfinale in cui, dopo la morte del Führer, assistiamo alla caduta di Berlino e al destino finale dei personaggi sopravvissuti (una coda forse eccessivamente lunga). Ottime le interpretazioni: a svettare è naturalmente quella superlativa di Bruno Ganz, che si cala in maniera perfetta nei panni di Hitler come forse non aveva fatto mai nessun attore prima di lui. La sua recitazione è da apprezzare soprattutto in lingua originale, vista la cura con cui l'attore (di padre svizzero e di madre italiana) riesce a riprodurre persino l'accento austriaco del Führer. Notevole, comunque, anche l'immedesimazione fisica, per esempio dal punto di vista della mimica o del modo in cui riproduce il tremore della mano (Hitler era stato ferito durante un tentativo di attentato). Non che il ritratto degli altri personaggi risulti meno intenso: dalla Eva Braun che organizza balli e divertimenti anche nel bunker, come in un Titanic che sta affondando, ma che pure rimane a fianco del suo uomo fino a seguirlo nella morte; al fanatismo ferreo e ottuso di Joseph Goebbels; dal terribile atto della moglie di Goebbels, Magda (un'eccezionale Corinna Harfouch), che avvelena i propri figli prima che il bunker cada (in una scena dal fortissimo impatto emotivo); al generale Weidling, che ha il disperato compito di gestire l'ultima resistenza tedesca di fronte all'attacco dei russi; dal colonnello medico Schenk, che si dà da fare per alleviare le sofferenze dei soldati e dei tanti civili durante l'assedio; al piccolo Peter, il bambino che impara a sue spese quanto dolore possa portare la guerra e che alla fine stringe un improvvisato sodalizio con la segretaria Traudl Junge, attraverso i cui occhi osserviamo gran parte degli eventi. Curatissimo nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei dettagli (sia pure romanzati), il film ha infranto diversi tabù in Germania (è stato per esempio uno dei primi a far interpretare Hitler da un attore di lingua tedesca, senza usare immagini di repertorio) e ha suscitato numerose polemiche per aver voluto mostrare Hitler come un essere umano e non solo come un mostro, rivelandone le debolezze e anche i momenti di gentilezza, sia pure all'interno di una personalità disturbata e schizofrenica che passa continuamente da istanti di calma edi rassegnazione ad altri di ira o di veemente desiderio di riscatto, a volte priva di contatto con la realtà (come quando continua ad autoconvincersi che la guerra possa ancora essere vinta). In certi momenti il Führer suscita addirittura compassione. In fondo, nulla sarebbe più sbagliato del pensare che il male del nazismo sia stato qualcosa di estraneo all'animo umano: fingendo che Hitler non fosse un uomo come gli altri, si troverebbe una facile scusa, un "diavolo" sul quale scaricare ogni colpa. Più che la sconfitta di un singolo "mostro", il film vuole invece raccontare la sconfitta di un popolo, se non addirittura dell'intera umanità. Una curiosità: successivamente alla sua uscita, la popolarità della pellicola è cresciuta ulteriormente anche grazie al fatto che su internet circolano numerose parodie di diverse scene (in particolare di quella in cui Hitler fa una sfuriata contro i suoi generali, prima di ammettere finalmente che "la guerra è persa") con sottotitoli che ne alterano i dialoghi e fanno riferimenti a eventi dei giorni nostri, nei campi della politica, dello sport o dell'intrattenimento.

12 febbraio 2013

My rainy days (Yuri Kanchiku, 2009)

My rainy days (Tenshi no koi)
di Yuri Kanchiku – Giappone 2009
con Nozomi Sasaki, Shosuke Tanihara
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

La diciassettenne Rio Ozawa non è certo una studentessa modello: si dedica alla prostituzione o agli appuntamenti dietro compenso ("enjo kōsai"), al bullismo sulle compagne di classe (anche per "vie traverse"), alla manipolazione dei sentimenti altrui, e in generale sembra incapace di stabilire un autentico legame affettivo. Quando però incontra Kouki Ozawa (che curiosamente ha il suo stesso cognome), insegnante universitario di storia con il doppio dei suoi anni, se ne innamora perdutamente; e per lui decide di cambiare vita e di mettere la testa a posto. Ignora però che l'uomo ha i giorni contati per via di un tumore al cervello... Commedia/dramma a sfondo romantico che ha fra i suoi punti di forza la caratterizzazione e l'originalità del personaggio principale, non privo di retroscena scabrosi, e un lieto fine non così scontato. Interessanti anche le sottotrame che coinvolgono le compagne di scuola di Rio, dalla timida Tomoko, che viene risucchiata nello stile di vita dell'amica, alla problematica Naoko, che pur di non perdere il suo affetto compie la scelta più estrema. Punto debole è invece la recitazione poco convincente. Come il regista Yuri Kanchiku, esordiente, anche Nozomi Sasaki è praticamente al suo debutto: si tratta di un'ex modella di lingerie, qui praticamente al suo primo (e finora unico) ruolo di protagonista cinematografica. L'immagine della coppia che condivide un ombrello (che nella pellicola ritorna spesso) è un classico simbolo degli innamorati nel paese del Sol Levante ("Ai ai gasa"). Il film è tratto da un "romanzo per cellulare", una particolare forma di letteratura distribuita ai lettori (o meglio alle lettrici, visto che il target è in gran parte femminile e i soggetti sono spesso romantici) attraverso messaggi di testo sui telefonini: nata in Giappone, si è poi sviluppata in tutto il sud-est asiatico.

8 febbraio 2013

Lincoln (Steven Spielberg, 2012)

Lincoln (id.)
di Steven Spielberg – USA 2012
con Daniel Day-Lewis, Sally Field
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Mentre la guerra di secessione americana è agli sgoccioli, l’appena rieletto presidente Abramo Lincoln cerca in ogni modo di convincere il parlamento ad approvare il tredicesimo emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, quello che abolisce espressamente la schiavitù. Più che un film biografico a tutto tondo, la pellicola di Spielberg sceglie di concentrarsi sugli ultimi mesi della vita di Lincoln, ovvero quelli in cui il presidente – anche con metodi "machiavellici" (il fine giustifica i mezzi: come quando ritarda apposta l’incontro con i rappresentati dei Sud, e dunque il processo di pace, perché teme che senza la guerra verrebbe meno l’appoggio all’emendamento da parte delle frange più estreme della camera) o non proprio legali (la compravendita dei voti dei rappresentanti dell’opposizione) – si batte per realizzare il suo sogno di rendere il paese davvero libero per tutti. Ne risulta un film ingessato e monolitico, proprio come il personaggio che vuole ritrarre, un vero e proprio monumento americano che non può essere incrinato da una sfumatura o da un’ombra di dubbio. Lincoln è rispettosamente osservato dall’esterno, senza lasciare mai che lo spettatore possa penetrare nella sua mente, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni (a parte le brevi scene, pretestuose e tipicamente spielberghiane, in cui è alle prese con la famiglia, ovvero con la moglie e i due figli), mentre eventi e personaggi che lo circondano risultano semplificati o banalizzati sull'altare del tema portante. Opinioni, sentimenti e correnti di pensiero vengono dati per scontati o “filtrati” dal vissuto odierno, senza un’analisi approfondita della situazione storica, assai più delicata e ambigua di quanto si voglia far credere, e senza collocare gli eventi – se non superficialmente – nel loro contesto. La sceneggiatura fa ampio ricorso a frammenti di discorsi, di lettere e di testi attribuiti al presidente, comprese le tante storielle e gli aneddoti che dispensa a piene mani. Ma le interminabili sequenze delle contrattazioni politiche, senza un adeguato “ritorno” emozionale per lo spettatore, rendono la pellicola abbastanza pallosa, pur se è da apprezzare la cura nella ricostruzione storica, nelle scenografie e nei costumi (che belle tutte quelle barbe e quei cappelli a cilindro!). L’assassinio di Lincoln è mostrato “fuori scena”: forse Spielberg non voleva competere con la memorabile sequenza girata nel 1915 da Griffith in “Nascita di una nazione”. L’interpretazione di Daniel Day-Lewis ha riscosso unanimi consensi, ma forse più a causa dell’ottimo lavoro di trucco e della straordinaria rassomiglianza (o immedesimazione) con il personaggio che non a un’effettiva ricchezza espressiva o comunicativa. Personalmente mi ha convinto di più quella, intensa e sofferta, di Tommy Lee Jones nei panni di Thaddeus Stevens, il repubblicano radicale che, ancora più di Lincoln e per motivi anche personali, si batte per l’approvazione dell’emendamento. Nel cast figurano anche James Spader, Tim Blake Nelson, Hal Holbrook, David Straitharn e molti altri. Non granché il doppiaggio italiano: a dare la voce a Lincoln è Pierfrancesco Favino, che però recita in maniera troppo "teatrale" e distaccata, finanche monocorde. Una curiosità: come si può notare, un tempo le posizioni politiche di democratici e repubblicani erano praticamente invertite rispetto a quelle odierne: i primi erano conservatori (e filoschiavisti), i secondi progressisti. Lo dimostra anche il fatto che, esaminando l’andamento dei voti nelle varie elezioni presidenziali, fino agli anni trenta (quando Roosevelt fece svoltare il partito “a sinistra”) e in parte addirittura fino agli anni ottanta, i democratici trionfavano regolarmente al Sud e negli stati più religiosi e integralisti (quelli della “bible belt”) che invece oggi sono appannaggio dei repubblicani (e viceversa).

7 febbraio 2013

Non c'è due senza quattro (E.B. Clucher, 1984)

Non c'è due senza quattro
di E.B. Clucher – Italia 1984
con Bud Spencer, Terence Hill
**1/2

Rivisto in TV.

Il sassofonista Greg Wonder (Bud) e il cascatore Elliot Vance (Terence) vengono assunti da un'agenzia specializzata in sosia di personaggi famosi per sostituire per una settimana, alla vigilia della firma di un importante contratto, i ricchissimi cugini brasiliani João Bastiano e Antonio Coimbra de la Coronilla y Azevedo, ai quali somigliano come due gocce d'acqua. Con il loro comportamento rozzo ed eccentrico porteranno scompiglio nell'ambiente snob dei due cugini, ma scopriranno anche chi è il misterioso individuo che complottava contro di loro. Spencer e Hill tornano a girare un film in Brasile (dopo "Più forte, ragazzi!") e sfornano forse il loro titolo migliore degli anni ottanta: a prima vista potrebbe sembrare un tipico prodotto della fase calante del duo, se non fosse che la trovata di "sdoppiare" i due protagonisti funziona a meraviglia, anche per merito della recitazione ironica e fuori dalle righe dei due attori (soprattutto di Bud Spencer), impagabili in versione sofisticata e leggermente effemminata. Alla fine, ciò che si ricorda di più di questa pellicola non sono certo i momenti in cui il dinamico duo interpreta i suoi classici personaggi, bensì quelli in cui si cala nei panni dei raffinati cugini Coimbra. Come dimenticare, in particolare, battute di Bud come "Non trevi?", "Nel fengo... Siamo finiti nel fengo", "Ah, già... obliavo", "L'unica volta che ho alzato la voce è stata all'età di cinque anni per via di certe fragoline"? Da sottolineare anche la gag, ripetuta fino allo sfinimento, del nome completo dei due cugini (tutti, persino loro in persona, si dimenticano sempre di aggiungere lo "y Azevedo" finale). La trama, comunque, è un po' inconsistente: alla fine si scopre che la vendetta del misterioso avversario non c'entra nulla con il contratto che i due cugini dovevano firmare. E allora perché, per esempio, lo psicanalista cerca di ottenere da Bud (con l'ipnosi) informazioni proprio su quel contratto? Da notare anche alcune scene quasi da commedia sexy (con i... sederi delle ballerine brasiliane), che stonano un po' con il cinema della coppia. Ma forse, avendo scelto di ambientare la pellicola a Rio, si trattava di un pedaggio inevitabile, così come la sequenza ambientata allo stadio. Nella scazzottata finale, grazie a trucchi ottici, possiamo goderci ben due Bud e due Terence contemporaneamente! Nello Pazzafini è "Tango", il killer al servizio dei cattivi (come dice Terence Hill: "Il fatto, caro cugino, che il signore cattivo si faccia chiamare Tango nel paese della Samba, ti fa capire immediatamente che razza di stronzo sia!"), che i nostri ribattezzano "Giocondo" quando gli giocano uno dei loro tiri. La colonna sonora, con la canzone "What's goin'on (in Brazil)", è di Franco Micalizzi.

5 febbraio 2013

Sulle mie labbra (Jacques Audiard, 2001)

Sulle mie labbra (Sur mes lèvres)
di Jacques Audiard – Francia 2001
con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel
***

Rivisto in divx, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Claudia, Francesca, Fausto, Florian, Sabine.

Carla, ragazza sorda e solitaria che lavora come segretaria in un ufficio immobiliare, assume come assistente personale Paul, un giovane ladruncolo appena uscito di prigione. Oltre che per il piacere di avere finalmente un uomo accanto, la donna approfitta dei suoi metodi e della sua spregiudicatezza per prendersi – non sempre in maniera lecita – qualche rivincita nell’ambiente di lavoro (dove i colleghi tendono a isolarla e a ridicolizzarla). A sua volta, Paul sfrutterà la capacità di lei di leggere le labbra per coinvolgerla nel tentativo di “soffiare” la refurtiva a tre malviventi che hanno appena compiuto una rapina in banca. Insolito ed elegante thriller esistenziale che a una prima parte a sfondo “sociale”, tutta ambientata in un contesto lavorativo quotidiano e frustrante, ne fa seguire una seconda dai toni più “polar”, che si dipana nel sottobosco della malavita parigina come un film d’azione. Fondamentale la caratterizzazione dei personaggi, descritti come figure a tutto tondo e piene di luci e ombre (più che una relazione sentimentale – anche se il sottotesto sessuale è sempre presente, e alla fine la storia d’amore si concretizza – entrambi “usano” le capacità dell’altro per il proprio beneficio e il proprio riscatto: persino lei non si fa scrupolo a infrangere la legge). La fotografia è scura e avvolgente, le riprese con la macchina a mano si soffermano spesso e volentieri su primissimi piani e su particolari ravvicinati dei corpi, dei volti e delle mani dei protagonisti, mentre il sonoro gioca con il particolare modo in cui Carla percepisce il mondo intorno a sé (come quando si toglie l’apparecchio acustico per non essere disturbata o infastidita dai rumori che la circondano, affidandosi totalmente agli altri sensi, la vista in primis). Buone e intense le interpretazioni di Emmanuelle Devos (che per questo ruolo ha vinto il premio César) e Vincent Cassel: i due reggono quasi tutto il peso del film sulle loro spalle, lasciando pochissimo spazio ai comprimari (fra i quali spicca Olivier Perrier nei panni dell’assistente sociale di Paul, protagonista di un’insolita sottotrama che lo vede alle prese con la scomparsa della moglie). Il tema della comunicazione attraverso un linguaggio straniero o comunque “diverso” (qui quello dei sordi che leggono le labbra) rimarrà una costante di tutto il cinema di Audiard (si pensi alla musica in “Tutti i battiti del mio cuore” o al dialetto ne “Il profeta”), così come quello dell’handicap (fino al recente, anche se meno riuscito, “Un sapore di ruggine e ossa”).

28 gennaio 2013

King Kong (Peter Jackson, 2005)

King Kong (id.)
di Peter Jackson – USA 2005
con Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Peter Jackson aveva desiderato per tutta la vita di realizzare un remake di “King Kong”, il classico film del 1933 che più di ogni altro, da bambino, l’aveva fatto innamorare del mondo del cinema. E l’occasione si è finalmente presentata dopo il successo della saga de “Il Signore degli Anelli”, quando – forte degli stratosferici incassi e dei numerosi premi vinti con la trilogia tolkieniana (compreso l’Oscar come migliore regista) – ha facilmente trovato uno studio che gli finanziasse il suo progetto più caro. La nuova versione del classico di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack (la terza, visto che già nel 1976 era uscito un primo remake, quello prodotto da Dino De Laurentiis con Jessica Lange come protagonista e gli effetti speciali di Carlo Rambaldi) si basa fedelmente sulla sceneggiatura originale, ma può contare su moderni effetti digitali e sull’incontenibile entusiasmo di Jackson, che non si è certo trattenuto dall’allungare a dismisura le scene ambientate sull’Isola del Teschio, dove i nostri eroi se la devono vedere non solo con lo scimmione gigante ma anche con dinosauri, ragni, insetti e mostri di ogni tipo. Pur divertenti (ma a tratti eccessivamente spinte sul versante del grottesco: vedi la fuga “videogiocosa” dai dinosauri che rotolano lungo la scarpata) e reminescenti del periodo horror del regista (le sequenze con gli insetti giganti), le parti centrali sono soltanto un collante fra quelle che meglio definiscono l’anima del film: l’incipit, in cui – sullo sfondo della grande depressione – l’ambizioso e opportunista regista Carl Denham (Jack Black) e il sensibile sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) scritturano la giovane attrice Ann Darrow (Naomi Watts) e partono per girare un kolossal su una misteriosa isola nemmeno segnata sulle mappe, dove – a loro insaputa – vivono mostri e animali giganti; e soprattutto il finale, in cui la colossale scimmia (realizzata con la tecnica del motion capture a partire dalla recitazione di Andy Serkis, già “interprete” di Gollum nella saga tolkieniana), catturata dall’equipaggio della nave guidata dal capitano Englehorn (Thomas Kretschmann), viene condotta a New York per essere esposta nei teatri di Broadway come un fenomeno da baraccone, ridotta in catene come uno schiavo (mentre un tempo era il “re” della propria isola). Liberatasi, correrà alla ricerca della donna che ha rapito il suo cuore (le scene della scimmia e della Watts che si concedono una passeggiata romantica a Central Park, con tanto di pattinata sul ghiaccio come in ogni film sentimentale che si rispetti, sono al tempo stesso commoventi e grottesche, forse una delle intuizioni migliori della pellicola) e si perderà per causa sua, venendo colpita dagli aerei dopo essere salita in cima all'Empire State Building. “La bella ha ucciso la bestia”, la frase che conclude il film, è la stessa con cui terminava anche la versione degli anni trenta (ma qua e là non mancano diversi altri riferimenti all’originale). Anche se appare a tratti poco equilibrato, tra eccessi di gigantismo, scene d’azione fuori controllo e personaggi non sempre caratterizzati con sufficiente cura (ma anche gli attori non sembrano sempre convinti dei propri ruoli), il film non può che lasciare ammirati per l’amore di Jackson verso un tipo di cinema oggi quasi scomparso: pur attraverso i moderni effetti digitali, si intravede tutto l’affetto per il lato più artigianale e “popolare” della settima arte.

24 gennaio 2013

Ecco l'impero dei sensi (N. Oshima, 1976)

Ecco l'impero dei sensi (Ai no corrida)
di Nagisa Oshima – Giappone/Francia 1976
con Eiko Matsuda, Tatsuya Fuji
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per ricordare Nagisa Oshima, il grande regista della nouvelle vague giapponese da poco scomparso, mi sono rivisto il suo film più celebre, che fece scandalo e riscosse un inatteso successo al Festival di Cannes. Tratto da una storia vera di dipendenza e ossessione sessuale (un caso di cronaca avvenuto nel Giappone del 1936), racconta la vicenda di Abe Sada, ex prostituta che si trasferisce a lavorare come cameriera in una casa di geishe a Tokyo. Innamorata di Kichi, il marito della proprietaria, ne diventerà l’amante e darà vita con lui a un ménage sempre più stretto e intenso, finendo quasi con il vivere di solo sesso. Al culmine della passione, soffocherà l’amante con un fazzoletto: gli taglierà poi i genitali e vagherà per diversi giorni per le strade della città portandoli con sé, prima di essere arrestata. Il fatto destò scalpore nella società giapponese e acquistò un’aura quasi mitica, attirando l’attenzione di scrittori, poeti e cineasti (oltre alla versione di Oshima, da ricordare quella di Noboru Tanaka, “Abesada – L’abisso dei sensi”, del 1975). Assai esplicita visivamente, la pellicola si concentra tutta sul legame sempre più indissolubile fra i due amanti (sono poche le scene che li vedono separati, come quelle in cui Sada si rivolge a un suo vecchio pretendente, il maestro Omiya, interpretato da Kyôji Kokonoe), in un’escalation di amplessi, di estasi sensuale e di giochi erotici ai limiti del sadomasochismo, fino al sacrificio totale (è Kichi stesso che chiede a Sada di strangolarlo, pur di accrescere il suo piacere). Il pregio del film sta proprio nella totale assenza di moralismo e di artificiosità, anche quando tratta del legame fra eros e thanatos (assai radicato nella cultura giapponese): Oshima dà libero sfogo a quella vena naturalista e quasi documentaristica che è uno dei tratti principali del suo cinema e di quello dei suoi colleghi degli anni sessanta (si pensi anche a Shohei Imamura). Notevole la fotografia, con ambienti spogli e minimalisti in cui risalta spesso il colore rosso acceso. La breve sequenza in cui Kichi incrocia un plotone di soldati che cammina in senso opposto è una delle poche che aiutano a collocare la vicenda nel suo adeguato contesto storico, un Giappone che stava per sprofondare nel nazionalismo e nel militarismo, di fronte al quale la scelta dei due protagonirsi di isolarsi dal mondo e di dedicarsi soltanto al piacere dei sensi può non apparire affatto assurda. Koji Wakamatsu è il produttore esecutivo, ma nella produzione è coinvolto anche il francese Anatole Dauman. Solo negli anni novanta, in occasione dell'uscita in home video, il titolo italiano è stato semplificato in "L'impero dei sensi". Avendo voluto mostrare sullo schermo nudità e scene di sesso non simulate, per sfuggire alla censura nipponica Oshima fu costretto a sviluppare e montare la pellicola in Francia (pare che ancora oggi in Giappone sia impossibile vedere il film nella versione non censurata). Processato per oscenità in patria (per aver pubblicato la sceneggiatura!), il regista fece una famosa dichiarazione: “Nulla di ciò che viene mostrato è osceno. Le uniche cose oscene sono quelle che vengono nascoste”.

21 gennaio 2013

Django unchained (Q. Tarantino, 2012)

Django Unchained (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2012
con Jamie Foxx, Christoph Waltz
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel profondo Texas, un paio d’anni prima della guerra civile americana, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie tedesco King Shultz (Christoph Waltz) e si unisce a lui per vendicarsi degli schiavisti che gli hanno portato via la moglie, ora segregata nella tenuta del negriero Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Per la prima volta nella sua carriera Quentin Tarantino realizza esplicitamente un western (“esplicitamente” perché in passato, per esempio in alcune sequenze di “Kill Bill” e di “Bastardi senza gloria”, si era già ispirato a questo genere cinematografico da lui così amato), facendo riferimento diretto al sottogenere del western all’italiana: il nome del protagonista e l’idea di base provengono infatti dal leggendario “Django” di Sergio Corbucci, mentre spunti, situazioni e persino parte della colonna sonora (da Ennio Morricone al tema di “Trinità”) saccheggiano ampiamente la produzione italiana degli anni sessanta e settanta. Ma come sempre, nei film di Tarantino è difficile contare tutte le citazioni che si accumulano strada facendo, anche perché molte di esse si accatastano in maniera random o addirittura superflua. In ogni caso, il regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che “affrontasse l’orribile passato degli Stati Uniti riguardo alla schiavitù”, ma di averlo voluto fare come uno spaghetti western e non un film “serio”. Anche Sergio Leone e soci, a dire il vero, usavano i grandi eventi storici e sociali nei loro film: ma questi rimanevano soltanto sullo sfondo e non sovrastavano, con il loro ingrombrante significato, le vicende degli uomini che di quelle pellicole erano i protagonisti. C’è chi ha scritto che dopo “Kill Bill” il buon Quentin ha smesso di essere uno sperimentatore ed è diventato un autore: proprio per questo, nonostante la sua voglia di stupire con esagerazioni sempre maggiori, è diventato in un certo senso prevedibile. Se non mancano scene e sequenze esilaranti o memorabili, soprattutto nella prima parte (la liberazione di Django da parte di Schultz, il loro primo “lavoro” insieme, la divertentissima scena dei vendicatori incappucciati che anticipano il Ku Klux Klan: “La prossima volta faremo maschere migliori”), dall’entrata in scena di DiCaprio la pellicola sembra ingripparsi e comincia ad arrancare, trascinando la parte centrale troppo a lungo, prima di riprendere il suo ritmo nello scontro finale. E rimane sempre la sensazione che il tema della schiavitù – così come era avvenuto per il nazismo e l’olocausto in “Bastardi senza gloria” – siano per Quentin soltanto un pretesto come un altro per dare libero sfogo alla sua vena citazionista, all’esibizione di violenza fumettosa ed estetizzata (notevoli gli schizzi di sangue finto), alla messa in scena di dialoghi e situazioni talmente assurde e paradossali che dopo un po’ cominciano a stancare. Alcune curiosità: Franco Nero, il Django originale del film di Sergio Corbucci, compare in una breve sequenza nella quale, fra l’altro, discute con Jamie Foxx su come si scriva il suo nome (“La ‘D’ è muta” – “Lo so”). La donna con il volto coperto da un fazzoletto che si intravede più volte insieme agli sgherri di Candie, al punto che lo spettatore si attende su di lei chissà quale rivelazione che invece non arriverà mai, è Zoë Bell, già controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill” e protagonista di “Grindhouse – A prova di morte”. Lo stesso Tarantino ha un breve cameo nei panni di un uomo che esplode a causa di un candelotto di dinamite. Sempre fra gli sgherri di Candie, infine, si riconoscono Tom Savini e Ted Neeley (il Gesù di “Jesus Christ Superstar”!). Nel cast ci sono anche Kerry Washington (la moglie di Django, dal nome tedesco: Broomhilda von Shaft) e Samuel L. Jackson (Stephen, il servitore di Candie). La multiforme colonna sonora contiene anche brani classici (il “Dies Irae” dal Requiem di Verdi, “Per Elisa” di Beethoven suonata con l’arpa), rap e pop. Polemiche in America (prive di senso, visto il contesto) per la troppa violenza del film e per l’eccessivo uso della parola “nigger”.

19 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 2012)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 2012
animazione a passo uno
**

Visto al cinema Odeon.

Ispirandosi al cortometraggio omonimo (ma in live action) che aveva realizzato nel 1984, Tim Burton ne fa un remake (animato a passo uno come "Nightmare Before Christmas" e "La sposa cadavere") che amplia la vicenda originale pur conservandone l'idea di base (una parodia infantile e canina del "Frankenstein" di James Whale, qui tramutata in un omaggio a tutto campo al cinema horror e di mostri). Come nel prototipo, il protagonista Victor – un bambino solitario, appassionato di cinema e soprattutto di scienza – riporta in vita il defunto cagnolino Sparky grazie all'elettricità, scatenando però paure e timori nel vicinato: la situazione peggiora quando anche i suoi compagni di scuola, in competizione fra loro per vincere una gara bandita dall'insegnante di scienze, utilizzano lo stesso metodo per dare la vita a mostri di vario tipo (memorabile, per esempio, la tartaruga gigante in stile Godzilla creata dal ragazzino giapponese). Rispetto all'originale, che come questo era in bianco e nero, manca forse un po' di freschezza, la storia sorprende di meno e anche le citazioni si fanno più esplicite. Apprezzabile comunque l'elogio della scienza, anche se naturalmente non si sfugge dai luoghi comuni dei B-movie (ogni tentativo di piegare le leggi della natura al proprio volere si traduce in un disastro). Buona l'animazione e le caratterizzazioni: fra i personaggi minori, rimangono impressi l'insegnante di scienze (che sembra davvero uscito da un film horror) e il perfido gatto bianco, dallo sguardo veramente inquietante. Nel complesso è una gradevole fiaba dark, superiore alla media della recente produzione di Burton, anche se il corto del 1984 sembrava avere una marcia in più.

18 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 1984)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 1984
con Barret Oliver, Shelley Duvall, Daniel Stern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il piccolo Victor Frankenstein, turbato dalla morte del suo cagnolino Sparky, riesce a riportarlo in vita grazie a esperimenti con l'elettricità. Ma l'animale redivivo semina il panico nel quartiere, e i vicini di casa si coalizzano per distruggerlo. Prodotto dalla Disney e diretto da un Tim Burton a inizio carriera, un anno prima del suo lungometraggio d'esordio ("Pee-Wee's Big Adventure"), questo cortometraggio di circa mezz’ora è un’esplicita parodia del "Frankenstein" di James Whale, di cui riprende quasi ogni sequenza trasfigurandola in chiave canina o infantile, con tanto di fotografia in bianco e nero e citazione finale da "La moglie di Frankenstein" (la cagnolina con le meches). E questo è forse anche il suo principale difetto, visto che il film si basa praticamente su un'unica idea. L'ambientazione nei quartieri suburbani americani, fatti tutti di villette a schiera, ricorda e anticipa quella di altri film burtoniani, come "Edward mani di forbice". Ottimo il cast di contorno, soprattutto per quanto riguarda i genitori di Victor, interpretati da Shelley Duvall e da Daniel Stern. Alcuni elementi (il cimitero degli animali, il laboratorio di Victor in soffitta, la vicina di casa grassa) sembrano anticipare graficamente "Nightmare Before Christmas". Nel 2012 Burton ha preso spunto dal corto per espanderne la storia e realizzare un lungometraggio animato in stop motion con lo stesso titolo.

Vincent (Tim Burton, 1982)

Vincent (id.)
di Tim Burton – USA 1982
animazione a passo uno
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre lavorava alla Disney come animatore, Tim Burton ha realizzato questo breve cortometraggio di sei minuti che costituisce di fatto il suo primo lavoro professionale come regista. Girato a passo uno (la stessa tecnica che sarà alla base di “Nightmare Before Christmas”), il film racconta la storia di Vincent Malloy, un bambino di sette anni che si identifica a tal punto con l’attore Vincent Price da immaginarsi con le sue fattezze in ruoli tragici e tormentati come quelli che lo hanno visto spesso protagonista di pellicole tratte dai racconti di Edgar Allan Poe. Le immagini sono accompagnate un poema in rima, scritto dallo stesso Burton e recitato (nella versione inglese) da Price in persona, colmo di riferimenti a Poe (in particolare a “Il corvo”). Ovviamente, vista l’atmosfera che si voleva ricreare, il breve film è completamente in bianco e nero e le scenografie ricordano lo stile del cinema espressionista tedesco degli anni venti. Suggestivo e inquietante, anticipa temi, elementi e sensazioni che ritroveremo nei lavori migliori di Burton, e può essere letto anche in chiave autobiografica (le fattezze del bambino protagonista, a tratti, ricordano proprio quelle del giovane regista). Vincent Price collaborerà con Tim Burton, suo grande fan, anche in seguito (lo ricordiamo come lo scienziato-creatore di “Edward mani di forbice”).

17 gennaio 2013

Castaway on the Moon (Lee Hae-jun, 2009)

Castaway on the Moon (Kimssi pyoryugi)
di Lee Hae-jun – Corea del Sud 2009
con Jung Jae-young, Jung Ryeo-won
***

Visto in TV, con Sabrina.

Disoccupato, abbandonato dalla fidanzata, pieno di debiti e disgustato dalla vita moderna, il trentenne Kim Seung-geun decide di suicidarsi gettandosi da un ponte nello Han (il fiume che attraversa Seul). Ma la corrente lo porta fino a un’isolotto che sorge in mezzo al fiume e su cui poggia uno dei piloni del ponte. Non sapendo nuotare (e avendo il cellulare scarico), si trova impossibilitato ad abbandonare l’isola e ad avvertire qualcuno della sua presenza: ma dopo l’iniziale disperazione, scopre che vivere da “naufrago” lontano dalla civiltà (anche se in realtà i grattacieli della città sono a breve distanza) gli si addice. La sua presenza sull’isola rimane ignota a tutti tranne che a una ragazza, se possibile ancora più sociofobica di lui. Si tratta della ventenne Kim Jung-yeon, una hikikomori (per usare il termine giapponese che si riferisce a quelle persone che si ritirano dalla vita sociale e si rifiutano anche di uscire dalla propria camera), il cui unico contatto con il mondo esterno coincide con il momento in cui, di notte, osserva la luna con il suo telescopio, sognando di vivere in un luogo dove non c'è altra anima viva. Proprio attraverso la sua lente Jung-yeon scopre l’esistenza di Seung-geun e comincia a seguirne con interesse le vicissitudini, stringendo una sorta di legame empatico a distanza che presto si traduce in una vera e propria corrispondenza (lui scrive sulla sabbia, lei risponde inviandogli messaggi in bottiglia). Opera seconda del regista e sceneggiatore Lee Hae-jun, “Castaway on the Moon” è un film insolito e accattivante, che può contare su uno spunto di partenza assai originale e, pur con uno svolgimento prevedibile, riesce a non “rovinarlo” ma a far riflettere senza qualunquismo – attraverso la bizzarria e l’ironia della situazione – su quel senso di straniamento, di isolamento o di rifiuto del mondo che, soprattutto nei popolatissimi paesi asiatici, è piuttosto comune (non a caso i temi della solitudine e dell'alienazione sono assai frequentati nel cinema dell’estremo oriente, da Taiwan al Giappone). Bravi i due attori e interessante la caratterizzazione dei personaggi, entrambi decisi a vivere da soli e "in rotta" con la società, ma contemporaneamente alla ricerca di un appiglio o di un punto di riferimento: mentre Seung-geun, che si nutre con piante, funghi, pesci e uccelli e ha come unico compagno di conversazione uno spaventapasseri (che svolge un ruolo simile al Wilson del film hollywoodiano “Cast Away”), a un certo punto si pone un’obiettivo che rappresenta per lui la “speranza” (mangiare un piatto di spaghetti che si procurerà da solo, coltivandone le materie prime), Jung-yeon – che in precedenza “viveva” solo virtualmente, ovvero creandosi un profilo fasullo su un social network – di pari passo comincia a vincere la propria paura del mondo esterno e ad avventurarsi in scorribande notturne allo scopo di raggiungere il ponte che sovrasta l’isola del suo “alieno” e recapitargli così i propri messaggi. E alla fine, entrambi scopriranno che l'unico modo per vincere la solitudine è quello di trovare la persona – fosse anche una su un milione – con cui si riesce a comunicare. Il film ha riscosso un grande successo di pubblico in Corea (e non solo) e ha fatto incetta di riconoscimenti in diversi festival (compreso il premio del pubblico al Far East Film di Udine).

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

13 gennaio 2013

Cloud Atlas (Wachowski, Tykwer, 2012)

Cloud Atlas (id.)
di Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer – Germania 2012
con Tom Hanks, Halle Berry, Bae Du-na
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

"Tutto è connesso", recita la frase di lancio di un film affascinante e complesso, che racconta in parallelo sei vicende ambientate in epoche diverse (tre di queste sono state dirette dai fratelli Wachowski – che dai tempi di "Matrix" sono diventati un fratello e una sorella – e tre dal talentuoso Tom Tykwer, il regista tedesco di "Lola corre"), apparentemente scollegate l'una dall'altra ma in realtà unite non solo dal ricorrere di temi ed elementi comuni (la libertà e la schiavitù; la ricerca della verità; il cambio di prospettive; la fuga attraverso l'arte) e di attori (praticamente ogni interprete recita – camuffato in vario modo – in tutti e sei gli episodi) ma anche per il modo in cui, attraverso il tempo e lo spazio, la vita e le azioni di ciascun individuo hanno una diretta influenza su quelle degli altri; e non importa se ciò avviene attraverso i fatti oppure mediante sogni, visioni, percezioni. Al punto che "un unico atto di gentilezza si propaga attraverso i secoli per ispirare una rivoluzione in un lontano futuro". Ed è proprio questo "passaggio di testimone", che può non essere colto se si guarda a un episodio per volta, a rendere più ampio il risultato finale e a mostrare come ogni periodo dell'umanità e ogni azione di un singolo uomo abbia una profonda influenza non solo sul suo presente ma anche sul suo futuro (confutando l'affermazione dell'uomo d'affari del primo episodio, che di fronte al desiderio del suo genero di lottare per l'abolizione della schiavitù, afferma che un tale atto non produrrà nulla e sarà solo una goccia nell'oceano. "Ma l'oceano è fatto di gocce", ribatte lui). Se il sottotesto filosofico e karmico (ci sono di mezzo anche le reincarnazioni) poteva rischiare di appesantire il film, ciò non avviene perché esso è appunto veicolato in maniera naturale e mai pedante: gli autori lasciano che esso fluisca dagli eventi che ci mostrano, senza mai mollare la presa sulla narrazione e riuscendo – cosa più unica che rara – a portare a termine le sei storie con un montaggio serrato che spazia dall'una all'altra, senza smarrire per strada l'attenzione dello spettatore. Merito, oltre che di una buona sceneggiatura (che offre tanti e tali spunti, rimandi, riferimenti e citazioni, da non riuscire a tenerne il conto), anche di un cast davvero fenomenale, di cui parleremo fra poco.

Nel 1849, l'avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) sta attraversando in nave l'Oceano Pacifico per riportare al suocero, un ricco uomo d'affari della California, un lucroso contratto firmato con il proprietario di una piantagione. L'incontro con uno schiavo maori che sogna la libertà e che gli salverà la vita durante la traversata, cambierà ogni sua idea, al punto da spingerlo a ribellarsi al potente suocero. Nel 1936, a Edimburgo, il giovane musicista gay Robert Frobisher (Ben Whishaw) si fa assumere come copista dall'anziano e celebre compositore Vygan Ayrs. Vivendo al suo fianco, troverà l'ispirazione per scrivere a sua volta un capolavoro, il "Cloud Atlas Sextet": ma quando il maestro vorrebbe impadronirsene e pubblicarlo con il proprio nome, minacciando di rivelare al mondo il suo passato non proprio cristallino, Robert lo ferisce e si dà alla fuga, per completare il proprio lavoro in clandestinità prima di suicidarsi. Nel 1973, a San Francisco, la reporter Luisa Rey (Halle Berry) indaga sulle attività clandestine di una potente azienda che opera nel campo dell'energia, spinta da indiscrezioni che le sono state fornite dal fisico nucleare Rufus Sixmith. Quest'ultimo viene ucciso da un misterioso sicario, e anche Luisa si ritrova in pericolo, avendo scoperto che la corporazione, al soldo delle lobby petrolifere, vorrebbe provocare un disastro in un reattore nucleare. Nel 2012, l'editore britannico Timothy Cavendish (Jim Broadbent) viene rinchiuso dal rancoroso fratello in un ospizio per anziani, gestito con il pugno di ferro dalla tirannica infermiera Noakes. Con l'aiuto di un gruppo di arzilli vecchietti, Timothy organizzerà un piano di fuga. Nel 2144, in un mondo distopico e totalitaristico, Somni-451 (Bae Du-na) lavora come "servente" in un ristorante nella megalopoli di Neo Seoul. Come tutti coloro che sono nati "artificialmente" (ossia in provetta, a differenza dei "purosangue" che nascono in maniera naturale), non ha diritti ma solo doveri, e ignora persino che sia possibile una vita diversa. L'incontro con Hae-Joo Chang, membro di un gruppo di ribelli che l'aiuta a fuggire, la porterà a scoprire un nuovo mondo e diventerà l'ispiratrice di una prossima rivoluzione. In un futuro post-apocalittico (i titoli di coda dicono che siamo nel 2321), 106 anni dopo "la caduta" (un cataclisma di origine nucleare), l'umanità ha ormai abbandonato la Terra per trasferirsi su colonie in altri pianeti, lasciando dietro di sé pochi individui che vivono divisi in sparuti gruppi: i "prescelti", privilegiati che vivono in isolamento e hanno conservato la conoscenza della tecnologia, e alcune tribù ridotte a uno stato barbarico e semi-primitivo, in perenne guerra fra loro. Fra queste ci sono gli abitanti della valle dove vive Zachry (Tom Hanks), tormentato da un fantasma misterioso e diabolico. L'arrivo della "prescelta" Meronym, in cerca di un modo di comunicare con le colonie extraterrestri, cambierà il suo mondo.

Il film (formalmente di produzione tedesca, al punto che è stato battezzato dai media "il primo blockbuster della Germania", dimenticandosi di cosucce come "Metropolis"...) è tratto dall'omonimo romanzo del britannico David Mitchell (in italiano pubblicato col titolo "L'atlante delle nuvole"), dove il meccanismo delle "storie contenute in altre storie", come scatole cinesi, era ancora più esplicito ed evidente (ogni vicenda era raccontata, letta o vista dal protagonista della storia successiva). Anche nella pellicola, comunque, ci sono questi collegamenti: Il diario di viaggio di Adam (1849) viene letto da Robert nel 1936 e contribuisce ad ispirare la sua composizione. La musica di Robert viene ascoltata da Luisa nel 1973, che ne legge anche le lettere indirizzate all'amante Rufus Sixsmith, anzi è l'incontro con quest'ultimo in persona a dare il via alla sua indagine. La storia di Luisa – come preannunciato dal suo giovane amico ispanico – diventa un libro, anzi un manoscritto che viene recapitato nel 2012 a Timothy Cavendish, che lo porta con sé nella casa di ricovero. L'avventura di Cavendish, il suo anelito per la libertà (con tanto di citazione da Solženicyn) e la sua ardita fuga si trasformeranno in un film, che sarà visto nel 2144 da Somni-451 e ispirerà il suo animo rivoluzionario. La testimonianza di Somni, infine, tramandata da generazione in generazione, si ammenterà di un'aura religiosa: le tribù barbariche nel 2321 la venereranno come una dea, mentre per i "prescelti" sarà comunque un'importante figura di riferimento. Oltre a quelle intertestuali, sono poi innumerevoli le citazioni, i rimandi e i riferimenti a libri, film, poesie, opere musicali "esterne", molte addirittura esplicite, che arricchiscono le vicende in profondità. Ne cito una su tutte: nel 2012 Cavendish grida, durante la sua ribellione, "Soylent Green is people!", la celebre frase che conclude il capolavoro fantascientifico "2022: i sopravvissuti" di Richard Fleischer con Charlton Heston. Ebbene, la trama di quel film riecheggia in modo impressionante gli eventi che si svolgono a Neo Seoul nel 2144, con tanto di scoperta che i corpi degli umani defunti vengono "riciclati" per produrre il "sapone" di cui sono costretti a nutrirsi.

Acclamata da una (piccola) parte della critica, la pellicola è stata invece male accolta da chi l'ha accusata di essere eccessivamente ambiziosa o addirittura caotica e confusa. A torto: perché seguirla, pur nella sua stratificazione, non è difficile. E non solo perché le varie storie, anche se corrono in parallelo, sono comunque lineari (non ci sono salti temporali, flashback o contorcimenti narrativi), ma anche perché ciascuna di esse ha un proprio look e un proprio tono che la rende diversa dalle altre. E non mancano i punti di riferimento cinematografici: l'episodio del 1973, per esempio, si rifà chiaramente alle pellicole di blaxploitation di quegli anni, come il celebre "Shaft", oppure ai film di fantapolitica e di indagine poliziesca; quello del 2012 è quasi una commedia, dai toni grotteschi e surreali (merito anche della comicità del protagonista, Jim Broadbent), ma con richiami a "Qualcuno volò nel nido del cuculo" (vedi l'infermiera Noakes); il mondo futuristico del 2144 richiama naturalmente "Blade Runner", "Il quinto elemento" ma anche sparute pellicole di SF giapponesi e coreani ("The resurrection of the little match girl"), e così via. Le regie di autori diversi non rappresentano in questo caso un handicap, ma contribuiscono ulteriormente a differenziare fra loro le storie. In ogni caso, bravi sia i Wachowski (che hanno diretto gli episodi più fantascientifici o avventurosi: quelli del 1849, del 2144 e del 2321) che il talentuoso Tykwer (dallo stile più classico, responsabile dei segmenti del 1936, del 1973 e del 2012). Tornando alle citazioni, un riferimento fondamentale – che pochi hanno colto ma che mi sembra evidente – è quello del manga giapponese "Le bizzarre avventure di JoJo" di Hirohiko Araki: il film lo ricorda per le avventure ambientate in epoche diverse ("JoJo" è diviso in varie serie, che partono appunto dall'ottocento per poi proseguire negli anni trenta del novecento, ai giorni nostri, nel futuro, e così via), ma anche per dettagli minori come la voglia a forma di stella (qui una cometa) che è sempre presente sul corpo dei protagonisti delle varie storie... E c'è persino uno "stand"! Mi riferisco, naturalmente, al fantasma che appare a Zachry nell'ultimo episodio, visibile a lui solo, che gli parla e influenza le sue azioni: anche nell'aspetto ricorda certe creazioni grafiche di Araki, con tanto di cappello a cilindro (che peraltro richiama quello indossato da Adam nel primo episodio: un altro ciclo che si chiude!).

Eccezionale – come dicevo – il cast, per varietà e composizione (che bello vedere come l'attrice coreana Bae Du-na, mia beniamina già da diversi anni, sia stata finalmente notata e scoperta anche da Hollywood!) ma soprattutto per la capacità interpretativa (su tutti mi sono piaciuti Halle Berry e Jim Broadbent, ma nessuno sfigura e persino Tom Hanks e Hugh Grant riescono a sorprendere in più occasioni). Come già sottolineato, quasi tutti gli attori ricompaiono in tutti gli episodi: a volte da protagonisti, a volte in piccole parti; a volte camuffati con pesanti trucchi che li rendono quasi irriconoscibili, a volte addirittura in ruoli femminili (gli attori maschi) o maschili (le femmine). Tom Hanks, oltre a Zachry (2321, ma anche nel prologo e nell'epilogo ambientato ancora più nel futuro), è dunque anche il medico avvelenatore nel 1849, il portiere d'albergo nel 1936, l'impiegato che consegna il dossier nucleare a Luisa nel 1973, lo scrittore gangster nel 2012, l'attore che interpreta Cavendish nel film del 2144. Halle Berry, oltre a Luisa Rey (1973), è anche una maori nel 1849, la moglie dell'anziano compositore nel 1936, e soprattutto la "prescelta" Meronym nel 2321. Jim Broadbent, oltre a Cavendish nel 2012, è il capitano della nave nel 1849 e il compositore nel 1936. Jim Sturgess, oltre ad Adam nel 1849, è Hae-Joo Chang nel 2144 e il cognato di Zachry nel 2321. Bae Du-Na, oltre a Somni nel 2144 (in più ruoli, e concedendoci anche una scena di nudo!), è anche la moglie di Adam nel 1849 e la messicana nel 1973. Ben Whishaw, oltre a Robert Frobisher nel 1936, è anche Georgette, la cognata di Cavendish, nel 2012. Ma oltre a questi ruoli ce ne sono tanti altri, ancora più "minori": la visione dei titoli di coda, dove vengono mostrate tutte le "incarnazioni" (è la parola giusta) degli attori, riserva non poche sorprese, visto che in certi casi gli interpreti sono davvero irriconoscibili, soprattutto quando si tratta di personaggi del sesso opposto (ci sarà stato lo zampino, in questa scelta, di Lana Wachowski?). Incidentalmente, la cosa ha anche generato una stupida polemica: un'associazione si è lamentata perché alcuni personaggi di Neo Seoul erano interpretati da attori occidentali "truccati" con gli occhi a mandorla, come ai tempi delle yellowfaces (in particolare Jim Sturgess nei panni di Chang), anziché usare veri attori asiatici. Evidentemente questi sedicenti paladini dei diritti altrui non si sono resi conto che uno degli scopi del film era proprio quello di mostrare, per dirla con le parole dei Wachowski, "la continuità delle anime": tanto che ci sono anche asiatici nel ruolo di occidentali (la suddetta Bae Du-na), neri in ruoli di bianchi (e viceversa), e appunto maschi nel ruolo di femmine (e viceversa).

La stessa varietà di apparizioni vale anche per il cast di contorno, pure questo di notevole livello. Parliamo infatti di Susan Sarandon (il primo amore di Cavendish nel 2012; la sciamana nel 2321; e altro ancora), Hugo Weaving (il suocero di Adam nel 1849; il killer nel 1973; l'infermiera Noakes nel 2012; il fantasma diabolico nel 2321; e altro ancora), Hugh Grant (il boss della corporazione nel 1973; il fratello di Cavendish nel 2012; e altro ancora), James D'Arcy (Rufus Sixsmith sia nel 1936 che nel 1973; l'archivista nel 2144), e inoltre Zhou Xun, Keith David, David Gyasi... Da notare come Hugo Weaving faccia praticamente il cattivo in ogni episodio! Al contrario, altri personaggi (ed ecco perché è giusto chiamarle "incarnazioni") compiono un viaggio karmico attraverso il tempo, alternando vite "positive", "negative" o "neutrali", e portando con sé elementi, luoghi e sensazioni che si ripeteranno lungo lo scorrere del tempo (pensiamo a quante volte vengono citati certi luoghi, per esempio: l'Oceano Pacifico, la California, la Scozia, la Corea...). La gestazione del film è stata lunga e travagliata: l'idea iniziale di adattare il romanzo di Mitchell è stata di Tykwer, che ha poi coinvolto i Wachowski, avendo questi opzionato i diritti del testo. Più volte, per problemi di budget, la produzione ha rischiato di abbandonare il progetto: l'entusiasmo di coloro che erano stati coinvolti, come Tom Hanks, ha contribuito a portarlo avanti. La colonna sonora è stata composta dallo stesso Tom Tykwer (con i suoi soliti collaboratori Reinhold Heil e Johnny Klimek) ed è ricca di fascino: da ricordare soprattutto il brano orchestrale che, nel film, è composto da Robert Frobisher e che riecheggia in tutti gli altri segmenti: anch'esso è protagonista di un "ciclo karmico", visto che dal futuro torna nel passato: Vygan Ayrs lo ode in un sogno ambientato nella "mangeria" del 2144 dove lavora Somni-451. E Luisa Rey afferma di conoscerne già la musica prima ancora di udirla in un disco per la prima volta.... Un'ultima riflessione da fare è quella relativa al linguaggio, soprattutto nei due episodi ambientati nel futuro. La lingua ha evoluzioni, alcune parole mutano di significato e altre si semplificano mentre ne nascono di nuove, ma soprattutto è la grammatica a cambiare, al punto che – pur rimanendo intellegibile – la lingua parlata nel 2144 e soprattutto nel 2321 è profondamente diversa da quella del passato e del presente. Anche in questo si nota la cura nella realizzazione del film (e, per una volta, nell'adattamento italiano).

12 gennaio 2013

I love shopping (P.J. Hogan, 2009)

I Love Shopping (Confessions of a Shopaholic)
di P.J. Hogan – USA 2009
con Isla Fisher, Hugh Dancy
**

Visto in divx, con Sabrina.

Rebecca, giornalista pasticciona e irresponsabile, è una "shopaholic", ovvero una compratrice compulsiva, che non sa resistere ad acquistare abiti e accessori di moda ("Quando compro, è come se il mondo diventasse migliore") e a dar fondo alle proprie carte di credito. A causa di quella che è una vera e propria malattia, si ritrova perennemente indebitata fino al collo, ed è dunque abituata a propinare ogni sorta di scuse e di bugie agli amici e agli addetti per la riscossione dei debiti. Il suo sogno è quello di collaborare alla prestigiosa rivista di moda "Alette", ma nel frattempo trova casualmente un incarico come columnist per un periodico che tratta di finanza e di investimenti, sul quale scrive con lo pseudonimo "La ragazza con la sciarpa verde". I suoi articoli sul mondo del risparmio del credito, che si rivolgono senza peli sulla lingua a un pubblico generalista, fanno scalpore e ottengono un grande successo, il che è paradossale se si pensa che proprio lei è la prima a non saper tenere sotto controllo le proprie finanze. L'amica Suze la spinge a partecipare alle riunioni di un gruppo di compratori compulsivi anonimi, ma la vera molla che la porterà a guarire da questa patologia sarà l'amore per il suo giovane caporedattore. Tratto dal best seller di Sophie Kinsella e diretto con verve dal regista de "Il matrimonio del mio miglior amico", è un film simpatico e frizzante, almeno nella prima parte: la seconda, invece, è più convenzionale e riserva poche sorprese prima dell'inevitabile lieto fine, con tanto di riscatto. In ogni caso, decisamente più ironico e movimentato de "Il diavolo veste Prada". Da segnalare, in chiave surreale, le scene in cui Rebecca parla con i manichini nelle vetrine. Interessante il cast di contorno: i genitori della protagonista sono interpretati da John Goodman e Joan Cusack, la direttrice di "Alette" è Kristin Scott Thomas.

9 gennaio 2013

I sospiri del mio cuore (Y. Kondo, 1995)

I sospiri del mio cuore (Mimi o sumaseba)
di Yoshifumi Kondo – Giappone 1995
animazione tradizionale
***

Visto in divx, con Alberto, Eva ed Elena.

Shizuku, studentessa di terza media, è una gran divoratrice di libri. Quando scopre che tutti i volumi che prende in prestito dalla biblioteca sono stati letti prima di lei da un ragazzo, Seiji Amasawa, comincia a domandarsi che tipo sia. Seguendo un misterioso gatto incontrato in metropolitana, giunge in cima a una collina nei sobborghi della città, dove si trova un vecchio negozio di antiquariato, e stringe amicizia con l'anziano proprietario, il cui nipote si rivela essere proprio Seiji. L'iniziale diffidenza verso il ragazzo si trasforma in amore quando Shizuku rimane ammirata dal suo forte carattere e dalle sue molteplici qualità: suonatore di violino e aspirante liutaio, Seiji progetta di trasferirsi in Italia per studiare a Cremona, la culla della liuteria. Seguendo il suo esempio, la ragazza decide a sua volta di impegnarsi seriamente a fare qualcosa, vale a dire la scrittura di un romanzo: e come protagonista sceglie il Barone, la statua di un gatto antropomorfo che aveva colpito la sua attenzione nel negozio d'antiquariato. I primi turbamenti amorosi, i problemi famigliari (i rapporti quotidiani con i genitori e la sorella maggiore), le amicizie, la scoperta di un mondo più vasto e della responsabilità, sullo sfondo delle vacanze scolastiche e delle giornate estive, sono narrati con grande realismo, sensibilità e delicatezza. Tratto da un manga di Aoi Hiragi, è stato il primo film dello Studio Ghibli a non essere diretto né da Hayao Miyazaki (che ne firma la sceneggiatura) né da Isao Takahata: Yoshifumi Kondo, già loro assistente, ne era considerato il legittimo successore e tutti si aspettavano che ne avrebbe raccolto l’eredità, prendendo le redini dello studio. Kondo però morì tragicamente nel 1998, e questo rimane il suo unico film da regista. Il titolo originale significa "Se tendi l'orecchio". Nella colonna sonora spicca la classica ballata country di John Denver, "Take Me Home, Country Roads", di cui Shizuku redige due traduzioni in giapponese (che nella nostra edizione sono ovviamente in italiano) per il coro della scuola, una più letterale e l'altra invece umoristica ("Concrete Road", che parla del suo quartiere di Tokyo). Decisamente mediocre la versione italiana, purtroppo, con un pessimo adattamento dei dialoghi che manca di naturalezza e che ricorre a espressioni esageratamente ricercate (per esempio, quando il padre vede Shizuku in biblioteca, esclama un bizzarro "Quale rarità!" anziché un più naturale "Che strano!"). Il Barone tornerà in una sorta di spin-off, "La ricompensa del gatto", nel 2002.

31 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (Peter Jackson, 2012)

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato
(The Hobbit: An Unexpected Journey)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2012
con Martin Freeman, Ian McKellen
***

Visto al cinema Arcadia di Melzo (in 3D), con Monica, Roberto, Sabrina e altra gente.

Nel redigere le sue memorie, l'hobbit Bilbo Baggins rievoca l'avventura che l'ha portato per la prima volta fuori dalla Contea, sessant'anni prima degli eventi narrati nella saga de "Il Signore degli Anelli". In compagnia dello stregone Gandalf e di un gruppo di tredici nani, guidati dal principe Thorin Scudodiquercia, era partito per raggiungere Erebor, la Montagna Solitaria, con l'obiettivo di riconquistare il tesoro e il regno che il drago Smaug aveva depredato anni prima. Nel corso dell'avventura, fra le altre cose, Bilbo incontrerà la creatura chiamata Gollum e si impadronirà dell'anello magico che rende invisibili e che sarà al centro della successiva epopea. Dopo lo straordinario successo della trilogia cinematografica imperniata sulle avventure di Frodo, tutti gli appassionati auspicavano un adattamento anche del primo romanzo di Tolkien, pubblicato nel 1937, che ne costituisce l'antefatto (già adattato in animazione in uno special televisivo del 1977). A lungo in lavorazione (avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro, con Peter Jackson "confinato" nel ruolo di produttore, ed essere diviso in due film), alla fine è stato realizzato dallo stesso Jackson, coadiuvato da gran parte dei suoi soliti collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens alla sceneggiatura), e diviso addirittura in tre pellicole. Per rimpolpare la vicenda (il libro è notevolmente più "leggero" rispetto alla trilogia dell'anello, e forse un film solo sarebbe stato sufficiente), Jackson e soci hanno deciso di ricorrere a materiale proveniente da altri scritti tolkieniani (in particolare dalle appendici de "Il Signore degli Anelli") e di esplicitare eventi che nel testo erano solamente sottintesi (la minaccia del Negromante e le riunioni del Bianco Consiglio, ovvero il gruppo dei saggi della Terra di Mezzo, composto – fra gli altri – da Elrond, Galadriel e Saruman). Se alcune di queste scelte possono essere catalogate come fan service (come la ricomparsa di personaggi e attori della prima trilogia), non c'è dubbio che la realizzazione di ben tre film e la presenza nel cast di attori già noti non farà che bene alle casse dei produttori.

Meno epico, più umoristico e "quotidiano" anche nei suoi momenti più avventurosi, "Lo Hobbit" può forse deludere chi, non conoscendo il libro di Tolkien (scritto per i propri figli, e dunque essenzialmente un romanzo per bambini), si attendeva un'evoluzione rispetto a "Il Signore degli Anelli", di cui invece non solo è un prequel ma, di fatto, una versione in scala ridotta, con un ritmo più rilassato e un mood tutto particolare che si traduce quasi in una rimpatriata fra vecchi amici o in un racconto da narrare attorno al fuoco. Naturalmente il fascino della Terra di Mezzo, il vasto e dettagliato mondo immaginario in cui si svolge la vicenda, rimane intatto, grazie alla regia visionaria di Jackson, ai magnifici scenari naturali della Nuova Zelanda, alla cura immessa nei costumi e nelle scenografie, e alla dinamica fotografia di Andrew Lesnie. Si comincia con una narrazione dei retroscena della vicenda, con l'attacco di Smaug a Erebor e la fuga dei nani dalla montagna (nell'occasione si intravede già Thranduil, re degli elfi di Bosco Atro e padre di Legolas, che rifiuta di correre in loro aiuto, esacerbando ulteriormente la rivalità fra elfi e nani). Ma il vero inizio è costituito dalle belle sequenze ambientate nella Contea, con l'incontro fra Bilbo e Gandalf e poi l'arrivo dei nani e i preparativi della quest. Fra le scene cult, l'incontro con i tre troll (meno caricaturale rispetto al testo tolkieniano), la gara di enigmi fra Bilbo e Gollum, la battaglia fra i giganti di pietra nelle montagne, la fuga dalle caverne dei goblin (forse esageratamente "videogiocosa") e la lotta finale con i mannari (qui cavalcati da un gruppo di orchi guidati da Azog, personaggio il cui ruolo è stato accresciuto a dismisura per creare un antagonista riconoscibile per il primo film), con la successiva fuga sul dorso delle aquile che conclude questa prima parte della storia. La colonna sonora di Howard Shore recupera diversi temi de "Il Signore degli Anelli", ma ne aggiunge anche di nuovi: su tutti quello dei nani, la cui melodia è utilizzata anche per la ballata lenta "Misty Mountains" (una delle due canzoni presenti nel film, entrambe cantate dai nani: d'altronde nel libro le poesie che fungevano da "intermezzi musicali" erano numerose).

Bravo Martin Freeman (attore britannico che ricordiamo come Arthur Dent ne "La guida galattica per autostoppisti", Rembrandt nel "Nightwatching" di Peter Greenaway e Watson nel serial televisivo "Sherlock"), la cui recitazione e la cui mimica a tratti ricordano in maniera impressionante quelle di Ian Holm (che ricompare in alcune scene nei panni di Bilbo da anziano); sontuoso come sempre Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio, mentre fanno ritorno Hugo Weaving/Elrond, Cate Blanchett/Galadriel (assistiamo qui per la prima volta a un confronto fra la dama elfica e Gandalf, visto che ne "La compagnia dell'anello" lo stregone era già scomparso quando i nostri eroi giungevano a Lórien), Christopher Lee/Saruman e – nell'incipit – Elijah Wood/Frodo. Andy Serkis torna a vestire "virtualmente" i panni digitali di Gollum, ma si occupa anche di dirigere la seconda unità. Fra le new entry, spiccano Sylvester McCoy (già settimo dottore in "Doctor Who") nella parte di Radagast il Bruno (lo stregone che ha scelto di vivere in simbiosi con la natura, fra piante e animali: nei libri di Tolkien viene a malapena citato, mentre qui ha il suo momento di gloria) e soprattutto Richard Armitage in quella di Thorin Scudodiquercia, vero motore della vicenda. Una scelta azzeccata è stata quella di differenziare notevolmente l'uno dall'altro – dal punto di vista estetico e caratteriale – i tredici nani, che nel libro (a parte alcune eccezioni, come Thorin, Balin e Bombur) rimangono invece indistinti a parte per il nome. Chi temeva di trovarsi di fronte a tredici cloni di Gimli ha dovuto ricredersi: l'unico il cui aspetto assomiglia al nano de "Il Signore degli Anelli" è Glóin, il che è naturale, trattandosi di suo padre. Per il resto, sono tutti diversi (per barbe, nasi, capelli, corporatura, abbigliamento, armi) e a dire il vero non tutti convincenti come nani: alcuni di essi (i più giovani Kili e Fili, ma anche Thorin), a parte la statura, potrebbero benissimo passare per uomini. Oltre che in 3D, il film è uscito nelle sale anche in versione HFR (High Frame Rate, una tecnologia che consente di proiettare 48 fotogrammi al secondo anziché i consueti 24), tutta roba che aggiunge poco o nulla alla visione (anzi, il 3D rende eccessivamente confuse e impastate le scene d'azione, soprattutto nelle carrellate laterali) e di cui si poteva benissimo fare a meno.

29 dicembre 2012

Vita di Pi (Ang Lee, 2012)

Vita di Pi (Life of Pi)
di Ang Lee – USA 2012
con Suraj Sharma, Irrfan Khan
**1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Sabrina, Marco ed Eleonora.

L'indiano Piscine Molitor Patel (che prende il suo bizzarro nome da una piscina di Parigi), detto "Pi", racconta a uno scrittore – giunto da lui in cerca di materiale per un libro – l'incredibile vicenda che lo ha visto protagonista da giovane. Sin da adolescente, nella sua ricerca di spiritualità, era entrato in contatto – oltre che con l'induismo – anche con il cristianesimo e l'islam, finendo con l'abbracciare tutte e tre le religioni. Durante un viaggio per mare verso il Canada con la sua famiglia (il padre, proprietario di uno zoo, aveva deciso di trasferire la sua attività oltreoceano, portando con sé tutti gli animali), la nave su cui era a bordo viene investita da una tempesta e fa naufragio, e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme a Richard Parker, una feroce tigre del bengala. Navigherà in mezzo all'oceano per diversi mesi, sopravvivendo grazie a mille risorse e alla forza di volontà, lottando contro la fame e la sete e cercando in ogni modo di tenere a bada – e in vita – l'animale, prima di approdare sano e salvo sulla terraferma. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel, il film affascina per la bellezza delle immagini (difficile togliersi dalla mente le distese marine e gli straordinari incontri notturni con le meduse o la balena) e la consueta capacità affabulatoria di Ang Lee (che lo ha diretto dopo gli iniziali rifiuti di M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet). Convince meno invece quando vorrebbe emozionare o – peggio ancora – far riflettere sull'esistenza (o meno) di Dio. Agli ufficiali giapponesi della compagnia di navigazione che gli chiedono di raccontare la sua avventura, infatti, Pi fornisce due versioni diverse: quella fantastica e inverosimile che anche noi spettatori abbiamo visto sullo schermo, e una alternativa, più credibile e prosaica, in cui il ragazzo si trova sulla scialuppa in compagnia del cuoco di bordo (interpretato da Gérard Depardieu) e da altri due passeggeri che il cuoco uccide per nutrirsi della loro carne. Al termine del racconto, il ragazzo domanda agli ufficiali quale delle due storie preferiscano. E poiché non è possibile dimostrare quale sia quella vera (né la cosa è rilevante per determinare la causa del naufragio), essi scelgono quella "più bella", ossia quella con la tigre. La fede in Dio, cioè la decisione di credere nella sua esistenza, secondo Pi agisce nello stesso modo: un mito, si sa, ha più fascino rispetto alla cruda realtà dei fatti. Ma il fardello teologico e filosofico, peraltro banalotto, appesantisce un film che dal punto di vista del comparto tecnico è invece un vero gioiellino: ottimi, per esempio, gli effetti visivi (la tigre e gli altri animali sono ovviamente digitali), il cui ampio utilizzo – per non parlare della scelta del 3D – ha portato i geni del marketing a pubblicizzare la pellicola come "Il nuovo Avatar". Curiosamente, proprio la consapevolezza di aver assistito a una finzione cinematografica cancella in parte l'ambiguità del finale (e guarda caso, la seconda versione della storia non viene mostrata per immagini ma soltanto narrata a parole del protagonista).

28 dicembre 2012

L'arco (Kim Ki-duk, 2005)

L'arco (Hwal)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2005
con Jeon Seong-hwang, Han Yeo-reum
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Rivisto in DVD, con Sabrina.

Su un barcone ancorato al largo della costa vivono un vecchio e una ragazza, che lui ha trovato quando era una bambina e che tiene con sé con l'intenzione di sposarla non appena avrà compiuto diciassette anni. Il vecchio si guadagna da vivere portando sulla chiatta (tramite una barca a motore) piccoli gruppi di pescatori, dai quali talvolta è costretto a difendere la ragazza per mezzo del suo arco: con questo è inoltre in grado di "prevedere il futuro" in maniera bizzarra, ossia scagliando frecce contro l'immagine di Buddha dipinta sulla fiancata del barcone mentre la ragazza vi si dondola davanti con un'altalena. Proprio quando il compleanno della ragazza è ormai imminente (e il vecchio ha già acquistato gli abiti per il matrimonio), lei si innamora di un giovane pescatore... Un'ambientazione che ricorda in parte "L'isola" (le piattaforme galleggianti per i pescatori), ma anche "Primavera, estate, autunno, inverno" (il luogo circondato dall'acqua, raggiungibile solo con una barca) e "The birdcage inn", per un film che però non riesce a rivelarsi alla loro altezza: se la scenografia ha il suo fascino e la bellezza delle immagini è innegabile (così come quella della protagonista, acerba e maliziosa al tempo stesso), il simbolismo è alquanto scontato (vedi il finale, con la freccia scagliata in aria – ovvero lo spirito del vecchio – che ricade dal cielo per togliere la verginità alla ragazza), troppi elementi sono buttati lì (l'arco che viene utilizzato anche come strumento musicale), e soprattutto c'è molta "poeticità" gratuita, che spesso si traduce in uno sfoggio di estetica fine a sé stessa, manieristica e non sempre sincera. I due personaggi principali non parlano mai, anche se ovviamente non sono muti.

27 dicembre 2012

Una poltrona per due (John Landis, 1983)

Una poltrona per due (Trading places)
di John Landis – USA 1983
con Eddie Murphy, Dan Aykroyd
***1/2

Rivisto in TV, con Alberto ed Eva.

Per verificare se l'indole di una persona è determinata dalle sue qualità innate oppure se è l'ambiente in cui vive a formarne il carattere, i fratelli Randolph e Mortimer Duke – magnati della finanza e proprietari di un'azienda di consulenza e brokeraggio di Philadelphia – scommettono un dollaro sull'esito di un "esperimento scientifico": scambieranno di posto Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), il loro più valente impiegato (educato nelle migliori scuole, genio della finanza e fidanzato con la loro nipote Penelope), e Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), uno straccione e ladruncolo che vive di truffe ed espedienti. L'esperimento riesce: Valentine si cala perfettamente nel ruolo dello yuppie e dimostra inaspettate doti finanziarie, mentre Winthorpe, accusato di furto e di spaccio di droga, si ritrova abbandonato da tutti e precipita all'ultimo gradino della scala sociale. Ma quando i due scopriranno di essere stati manipolati dai Duke, che per di più hanno l'intenzione di abbandonarli entrambi al proprio destino, uniranno le forze e sapranno vendicarsi. Forse ispirato al romanzo di Mark Twain "Il principe e il povero", il film di Landis è un moderno classico di Natale, riproposto immancabilmente dalla televisione italiana durante le feste, nonché uno dei più celebri film del regista, di Dan Aykroyd (entrambi reduci da "The Blues Brothers" e "vedovi" di John Belushi, che era morto l'anno prima) e soprattutto di Eddie Murphy (a inizio carriera e al suo secondo successo dopo "48 ore"). La caratterizzazione dei personaggi, i calcolati tempi comici (dettati soprattutto dalla contagiosa energia di Murphy), l'acuta analisi sociale, le reminescenze di Preston Sturges tengono a freno l'anarchia narrativa di Landis, che nell'occasione sforna una delle sue migliori regie. Memorabile la scena finale nella borsa valori, a colpi di contrattazioni sul prezzo del "succo d'arancia surgelato": insieme a "Wall Street" di Oliver Stone, la pellicola divenne uno dei simboli degli anni Ottanta reaganiani, un decennio particolarmente contrassegnato dal dilagare del yuppismo e delle speculazioni finanziarie. Geniale, a tal proposito, il doppio senso del titolo originale. Grande cast: oltre ai due protagonisti, brillano Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ophelia, la prostituta che aiuta Winthorpe dopo che questi è caduto in disgrazia (un ruolo che per la prima volta la affrancava dal genere horror, di cui fino ad allora era stata assidua frequentatrice, e che ben prima di "Un pesce di nome Wanda" ne metteva in luce – oltre alle tette! – le qualità comiche), e il veterano inglese Denholm Elliot, il maggiordomo prima di Winthorpe e poi di Valentine. I fratelli Duke sono invece interpretati da due vecchie volpi della commedia americana, Don Ameche e Ralph Bellamy. Paul Gleason è infine Clarence Beeks, l'agente al servizio dei Duke per i lavori sporchi. C'è anche una comparsata, nel finale, per un giovane James Belushi nei panni dell'uomo con il costume da gorilla (a proposito: chissà come mai gli americani a Capodanno si travestono come se fosse Carnevale?). La colonna sonora di Elmer Bernstein saccheggia ampiamente l'ouverture da "Le nozze di Figaro" di Mozart: si veda in particolare l'incipit, dove la melodia mozartiana accompagna la Philadelphia che lavora e che si sveglia al mattino, fino a introdurci nella lussuosa villa di Winthorpe. Una curiosità: nel 2010, quasi trent'anni dopo l'uscita del film, una nuova regolamentazione dei mercati finanziari in America ha preso il nome di "Eddie Murphy rule", proprio perché mira a evitare l'insider trading attraverso l'utilizzo di informazioni governative riservate (come vorrebbero fare i fratelli Duke nel film).