20 giugno 2014

Mommy (Xavier Dolan, 2014)

Mommy (id.)
di Xavier Dolan – Canada 2014
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In un Canada distopico dove per legge i genitori possono abbandonare i figli problematici o con malattie psichiche, la quarantenne madre single Diane (detta "Die") sceglie invece di tenere con sé Steve, ragazzo borderline e incontrollabile che soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività. La vita insieme non è facile, e i due si ritrovano spesso a combattere da soli contro il mondo, anche per la mancanza di un impiego fisso e di una figura maschile di riferimento (ci pensa Steve a tenere lontano i possibili uomini che si avvicinano a Diane); soltanto la vicina di casa Kyla, un'insegnante che ha dovuto prendersi un periodo sabbatico perché un disturbo del linguaggio le impedisce di lavorare, riuscirà in qualche modo a far breccia nelle loro barriere e a donargli un pizzico di speranza. Alla sua quinta regia (la prima senza tematiche gay, e solo la seconda in cui rinuncia a recitare nel ruolo del protagonista), il giovanissimo Dolan dimostra ancora una volta di essere un cineasta maturo, di grande talento, conscio dei propri mezzi, e soprattutto coraggioso: non si spiegherebbe altrimenti la scelta di girare quasi l'intero film in un formato di schermo così insolito, praticamente un quadrato 1:1, non un vezzo fine a sé stesso ma un modo assai efficace per indicare come le difficoltà della vita possano "restringere" le prospettive e lo sguardo che si getta sul resto del mondo. Solo in due brevi momenti di speranza e di felicità condivisa (uno dei quali frutto dell'immaginazione) l'inquadratura si allarga e lo schermo si apre a un'ampia panoramica che permette anche allo spettatore di "respirare" finalmente insieme ai personaggi. La potenza e il dinamismo della regia di Dolan non sono dunque solo formali, ma al servizio di una storia che commuove e di personaggi quanto mai vivi. Se il complesso di Edipo è sempre stato al centro del cinema del giovane cadadese (sin dal suo primo film, "J'ai tué ma mère"), in questo "Mommy" – che già dal titolo gira attorno al rapporto con la figura materna – la vera protagonista è la madre più che il figlio (con cui ha un rapporto diretto e senza filtri), il che rende la pellicola una sorta di personale "Mamma Roma". A Cannes ha vinto il premio della giuria (per molti era addirittura da Palma d'Oro), ex aequo – lui che era il regista più giovane del concorso – con Jean-Luc Godard, il più anziano. Ottimi i tre interpreti (La Dorval faceva già la madre nel primo film, Kyla è Suzanne Clément). Nella colonna sonora spiccano canzoni come "White flag" di Dido, "Wonderwall" degli Oasis e, cantata in italiano da Steve al karaoke, "Vivo per lei" di Andrea Bocelli.

19 giugno 2014

Due giorni, una notte (J. e L. Dardenne, 2014)

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/F/I 2014
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ritornata al lavoro dopo una lunga assenza per depressione, a Sandra – impiegata in una piccola azienda che produce pannelli solari – viene prospettato il licenziamento: sarà reintegrata soltanto se gli altri sedici operai rinunceranno al bonus di mille euro promesso loro a fine anno. La votazione, a scrutinio segreto, avverrà lunedì mattina: la ragazza ha dunque a disposizione tutto il weekend per recarsi da ciascuno dei colleghi e convincerli a rinunciare al prezioso bonus pur di salvare il suo posto di lavoro. Costruito su uno spunto piuttosto semplice, una nuova parabola anti-capitalista (con morale finale) da parte dei fratelli Dardenne sul tema della solidarietà fra lavoratori. Di fronte al "ricatto" dei loro capi, i vari dipendenti devono scegliere come comportarsi, cercando di mettersi l'uno nei panni dell'altro: per alcuni rinunciare al bonus, su cui tanto hanno contato, sarà impossibile; per altri è molto più importante aiutare un'amica e collega. Forse un po' schematico, e di certo trascinato ripetitivamente un po' troppo a lungo (per gran parte del film vediamo Sandra presentarsi dai colleghi uno a uno, mentre insieme a noi spettatori tiene il conteggio dei voti a lei favorevoli e contrari), ma in ogni caso d'impatto (c'è chi ha parlato di una variazione su "La parola ai giurati"): e la regia naturalistica dei Dardenne aiuta a mantenere la tensione fino alla fine e a rendere questo piccolo episodio quanto mai vivo ed umano.

Party girl (Amachoukeli, Burger, Theis, 2014)

Party girl (id.)
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis – Francia 2014
con Angélique Litzenburger, Joseph Bour
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Angélique ha lavorato per tutta la vita come entreneuse in un night club situato sul confine fra Francia e Germania. Quando un cliente di vecchia data le propone di sposarlo, è l'occasione per cambiare vita, mettere finalmente la testa a posto e magari riallacciare i rapporti con i quattro figli (la più giovane dei quali è stata data in affido a un'altra famiglia). Ma i dubbi, le paure, il desiderio di proseguire con la sua vita "notturna" e soprattutto la consapevolezza di non essere innamorata del futuro marito torneranno a tormentarla. Spietato e profondo ritratto di una donna inquieta, troppo vecchia per continuare con la vita che ha sempre condotto (nel cabaret è ormai circondata solo da ragazze più giovani), e combattuta fra il desiderio di avere una casa e una famiglia normali (fare la nonna, essere amata e circondata da figli e nipoti) e l'impossibilità di stare vicino a qualcuno che non ama. I rimpianti, i sogni, il bilancio di una vita: temi impegnativi, e forse non troppo originali, che però vengono portati sullo schermo con grande naturalezza e indubbia sincerità. Ottimi interpreti non professionisti (il film ha vinto a Cannes il premio per il miglior cast) e una fotografia avvolgente per una pellicola "di frontiera" (l'ambientazione lungo il confine non è casuale: persino i dialoghi originali sono metà in francese e metà in tedesco), scritta e diretta insolitamente a sei mani e girata in famiglia.

18 giugno 2014

Sils Maria (Olivier Assayas, 2014)

Sils Maria (Clouds of Sils Maria)
di Olivier Assayas – Svizzera/Francia/Germania 2014
con Juliette Binoche, Kristen Stewart
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte dello scrittore e regista che l'aveva lanciata quando aveva solo 18 anni, l'attrice francese Maria Enders (Juliette Binoche) accetta di recitare in una nuova edizione della piéce teatrale con cui aveva esordito al cinema, una scabrosa storia d'amore: soltanto che ora dovrà interpretare il personaggio più anziano, quello della donna matura che si lascia sedurre e abbandonare da una ragazzina giovane e manipolatrice, il cui ruolo viene invece affidato a una stellina hollywoodiana del momento. Per preparare al meglio la parte, l'attrice si trasferisce nella casa dello scrittore defunto, fra le montagne svizzere (per l'appunto a Sils Maria, nell'Engadina), in compagnia della sua assistente personale Val (Kristen Stewart). Ma fare i conti con sé stessa e con il proprio passato sarà difficile e doloroso. Profonda riflessione sul tempo che passa, sull'importanza di accettare i cambiamenti e su come rispecchiarsi (o meno) nel mondo che ci circonda. A fare da contraltare alla protagonista, più che l'attricetta trasgressiva e iper-paparazzata con cui dovrà lavorare (Jo-Ann, interpretata da Chloë Grace Moretz), c'è la sua giovane assistente: è dal continuo confronto con lei e con la sua visione della vita che Maria imparerà ad affrontare il presente, la propria fragilità e le proprie paure. Ambizioso, colmo di citazioni metacinematografiche e di riferimenti al mondo reale (il "curriculum" di Maria è quasi identico a quello della Binoche, per dirne una), il film affianca alla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi alcune interessanti riflessioni sul rapporto fra l'arte e la vita (vedi le differenti interpretazioni a proposito della piéce teatrale, o i pareri sul cinema commerciale con la pellicola di fantascienza pop che Maria e Val vanno a vedere a Sankt Moritz). Peccato però per un certo eccesso di freddezza e precisione, che a tratti dona alla pellicola il tono di un distante gioco intellettuale e gli impedisce di decollare pienamente (anche se non mancano alcuni momenti lasciati all'immaginazione dello spettatore, vedi la misteriosa scomparsa di Val: che la sua presenza a Sils fosse solo frutto della fantasia di Maria, un modo per restare ancorata alla propria giovinezza?). A proposito, data per scontata la bravura della Binoche, sorprende invece la Stewart, autrice di una prova intensa e convincente. Affascinante l'ambientazione: il titolo della piéce che Marie deve recitare, "Il serpente del Maloja", si riferisce al fenomeno atmosferico delle nuvole che si formano lungo il passo del Maloja, la serpentina che dall'Italia conduce alla bellissima valle dell'Alta Engadina. La pellicola è stata girata in parte anche in Alto Adige (in Val Gardena).

Voce umana (Edoardo Ponti, 2014)

Voce umana
di Edoardo Ponti – Italia 2014
con Sophia Loren
**

Visto al cinema Orfeo (rassegna di Cannes).

Il figlio Edoardo dirige la madre Sophia Loren in questo breve adattamento (25 minuti) di un testo di Jean Cocteau (già interpretato da Anna Magnani ne "L'amore" di Rossellini), sceneggiato insieme a Erri De Luca che ha fatto ampio ricorso al dialetto napoletano. In scena c'è sempre e quasi solo la Loren, nei panni di una donna appena abbandonata dal suo uomo. Siamo a Napoli nel 1950, in una casa signorile, e la donna è al telefono impegnata in una lunga conversazione con lui, con la disperata illusione di farlo tornare a casa. La domestica, come ogni martedì sera, ha preparato la parmigiana (yum!), ma il "Signore" naturalmente non si presenterà. Ricordi del passato (brevi flashback ci mostrano l'incontro fra i due o alcuni momenti felici: lui, di cui non si udrà mai la voce né si vedrà chiaramente il volto, è interpretato da Enrico Lo Verso), dolore, risentimento, speranza, in un lungo monologo telefonico. Confezione patinata, impreziosita dalla fotografia di Rodrigo Prieto e dagli scorci di una Napoli d'antan. Ma francamente, se non fosse per la presenza della quasi ottantenne Loren, i motivi di interesse sarebbero ben pochi.

17 giugno 2014

Il regno d'inverno (Nuri Bilge Ceylan, 2014)

Il regno d'inverno - Winter sleep (Kış uykusu)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2014
con Haluk Bilginer, Melisa Sözen
***1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il benestante Aydin, ex attore di teatro, gestisce un suggestivo albergo scavato nella pietra fra le colline della Cappadocia ed ereditato dai genitori, dove vive con la giovane e bella moglie Nihal e con la sorella Necla. Intellettuale dall'indole bonaria, ma misantropo in fondo all'anima, è apparentemente benvoluto da tutti: progetta da diverso tempo di redigere un saggio sulla storia del teatro turco, e nel frattempo cura una rubrica su un giornale locale ("Voci della steppa") nella quale si ritiene in diritto di pontificare con un certo snobismo sulla vita dei poveri abitanti della valle sottostante (compresi gli inquilini di diverse case di sua proprietà) in ragione della sua cultura e del suo maggior senso estetico. Mentre iniziano a cadere le prime nevi dell'inverno e gli ultimi turisti lasciano l'albergo, le tensioni con la moglie (che pur di trovare una propria ragione di vita si dedica alla beneficenza), con la sorella (a modo suo filosofa e idealista) e con gli abitanti della valle raggiungono un punto di non ritorno. Lungo (oltre tre ore e un quarto) ma rigoroso e avvincente nel suo studio dei personaggi (la caratterizzazione psicologica emerge lentamente attraverso lunghi dialoghi e continui confronti), il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan è finalmente valso al talentuoso regista turco la Palma d'Oro al Festival di Cannes, dopo che con i lavori precedenti aveva già ricevuto due Grand Prix ("Uzak" e "C'era una volta in Anatolia") e un premio alla miglior regia ("Le tre scimmie"). I magnifici paesaggi della Cappadocia, i dialoghi densi ma anche fluidi che mettono a confronto le differenti personalità (la sceneggiatura "cechoviana" è il vero punto di forza della pellicola), lo scavare lentamente nelle psicologie per portare alla luce i rispettivi punti di vista e i difetti presenti in ciascuno di essi (non c'è divisione fra buoni e cattivi, o fra giusto e sbagliato: abbiamo a che fare con personaggi "veri", con tutte le loro ambiguità e sfaccettature, e in cui non è difficile identificarsi) donano un sapore esistenzialista a una vicenda peraltro non priva di metafore (il cavallo selvaggio che Aydin fa catturare per il beneficio dei turisti, e al quale poi sceglie di restituire la libertà; il titolo stesso della pellicola, dove l'inverno è quello dell'anima del protagonista). I personaggi sono mossi da presunzione, rassegnazione, ostinazione e orgoglio (su tutte spicca la scena dell'inquilino moroso che sceglie di bruciare il denaro ricevuto da Nihal come elemosina) e i piccoli episodi della vita di tutti i giorni riflettono, fra le pieghe e le sfumature, la complessità delle loro anime. Alla fine, la riflessione o il pentimento potranno condurre al perdono e alla catarsi (e Aydin potrà cominciare il suo libro). Ottima anche la confezione, come Ceylan ci aveva abituati nei precedenti lavori: da elogiare in particolare l'avvolgente fotografia di Gökhan Tiryaki e la colonna sonora minimalista, che si appoggia sul malinconico secondo movimento della sonata in la maggiore di Schubert.

Jimmy's hall (Ken Loach, 2014)

Jimmy's hall (id.)
di Ken Loach – GB/Irlanda 2014
con Barry Ward, Simone Kirby
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rientrato in patria nel 1932, dopo dieci anni trascorsi in esilio negli Stati Uniti per aver combattuto dalla parte "sbagliata" durante la guerra civile, l'irlandese Jimmy Gralton decide di riaprire la vecchia sala da ballo di campagna che fu costruita anni prima sul terreno della sua fattoria. La sua scelta fa felici i giovani (e non solo) della regione, che hanno finalmente un luogo dove divertirsi che non sia sotto il controllo delle istituzioni (la chiesa cattolica in primis), tanto più che nella sala in questione, oltre a ballare, si organizzano anche corsi di lettura, di poesie, di canto, e persino di pugilato...; ma inevitabilmente si attira gli strali del parroco locale, dei notabili e dei "benpensanti" che vedono di cattivo occhio le idee socialiste di Jimmy e dei suoi amici. La tensione cresce, la politica ci si mette in mezzo, e Gralton finirà con l'essere espulso nuovamente dal paese. Ispirandosi a una storia vera, Loach racconta una vicenda che, se fosse stata trattata con maggior ironia, avrebbe potuto quasi sembrare un episodio della saga di Don Camillo e Peppone. Invece, con il suo solito schematismo (i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall'altra), il regista la rende un pesante atto d'accusa contro chi cerca di limitare la libertà altrui, anche quando si tratta di qualcosa di assolutamente innocuo (canti e danze di campagna). Nella scena in cui Jimmy fa il suo discorso contro i "padroni" e contro il capitalismo, pare quasi rivolgersi al pubblico di oggi: e l'ombra delle Grande Depressione riecheggia quella dell'attuale crisi economica, rendendo la pellicola una metafora della situazione odierna.

16 giugno 2014

Queen & country (John Boorman, 2014)

Queen & country
di John Boorman – GB 2014
con Callum Turner, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Seguito dell'autobiografico "Anni '40" dello stesso regista, di cui riprende il protagonista principale (che allora era un bambino, alle prese con i bombardamenti tedeschi su Londra, e ora è appena diventato maggiorenne). Siamo all'inizio degli anni cinquanta, nel periodo in cui Elisabetta II sale al trono d'Inghilterra e i venti della guerra in Corea si fanno più forti. Il giovane Bill Rohan (Callum Turner), in servizio di leva, è assegnato all'addestramento delle reclute che partiranno per il fronte. Per sopravvivere al "sistema", insieme all'amico Percy (Caleb Landry Jones), ancora più refrattario di lui alla disciplina e irriverente verso le istituzioni, imbastisce una sorta di guerra al proprio superiore, il sergente maggiore Bradley (un grande David Thewlis), che al contrario di loro è dedito all'applicazione del regolamento alla lettera. E nel frattempo si innamora di Ophelia (Tamsin Egerton), misteriosa, sfuggente e tormentata ragazza d'alta classe. Con il suo cinema introspettivo ma ironico, nostalgico ma mai retorico, Boorman torna a lanciare uno sguardo disincantato al passato recente del suo paese. Si scherza e si ride, ma la guerra e le disavventure della vita incombono. Memorabile la casa dove vive la famiglia di Bill, su un'isola in mezzo al Tamigi. La pellicola è impreziosita da un ottimo cast (Vanessa Kirby è la sorella, Sinéad Cusack è la madre, Pat Shortt è il soldato "lavativo" Redmond, Richard E. Grant è il maggiore della caserma), una bella atmosfera retrò e numerose citazioni cinefile d'epoca (i personaggi parlano di Hitchcock, Wilder, Preminger, "Casablanca", e vanno al cinema a vedere "Rashomon" di Kurosawa). E proprio al cinema potrebbe essere legata la futura vita del protagonista, che nel finale vediamo alle prese con una videocamera. L'impressione è che Boorman stia costruendo, appunto in chiave autobiografica, un proprio "Antoine Doinel": vedremo i prossimi sviluppi.

Timbuktu (Abderrahmane Sissako, 2014)

Timbuktu (id.)
di Abderrahmane Sissako – Francia/Mauritania 2014
con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

A Timbuktu, ai confini del deserto del Sahara, arriva un gruppo di ribelli islamici che occupa la città e instaura la legge della sharia: divieto di fare musica, di fumare, di indugiare in qualsiasi forma di svago, di andare in giro con parti del corpo scoperte (per le donne)... La popolazione, rassegnata, ubbidisce, anche se molti a modo loro tenteranno di ribellarsi. Tanti piccoli episodi si dipanano attorno a una trama principale: quella di Kidane, pastore nomade che ha scelto di vivere con la sua famiglia ai margini del deserto, e che uccide senza volerlo il pescatore che gli aveva abbattuto una mucca, rea di essersi avvicinata troppo alle sue reti nel fiume. La denuncia contro il fondamentalismo, i soprusi e le violenze dei fanatici è puntuale e rigorosa, ma è sempre accompagnata da una vena di ironia che sdrammatizza (numerosi i momenti in cui l'estremismo o le ipocrisie dei jihadisti sono messe in ridicolo e portate allo scoperto). E non mancano alcune vette surreali (la partita di calcio giocata senza pallone, che richiama la celebre partita a tennis del "Blow up" di Antonioni).

Thermae Romae II (Hideki Takeuchi, 2014)

Thermae Romae II
di Hideki Takeuchi – Giappone 2014
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Tornano l'architetto romano Lucius e i suoi bizzarri viaggi nel tempo fino al Giappone moderno, per "carpire" i segreti delle terme nipponiche e riproporli nell'Antica Roma. Se possibile, questo secondo lungometraggio tratto dal manga di Mari Yamazaki (che stavolta si identifica in tutto e per tutto nella coprotagonista femminile, Mami) è ancora più kitsch e divertente del primo capitolo, del quale ripropone temi, soggetto, stile e ambientazione. Dopo aver realizzato terme per i gladiatori del Colosseo (ispirandosi a quelle per i lottatori di sumo) e per i bambini (copiando i moderni "acquapark"), per difendere il sogno di pace dell'imperatore Adriano dagli intrighi del Senato Lucius dovrà creare un'utopica città termale senza precedenti, con tanto di "bagni misti". Gag a profusione, anacronismi (voluti), strizzatine d'occhio, il tutto condito con molta ironia, l'umorismo demenziale tipico dei manga e le arie d'opera di Puccini, Leoncavallo e Verdi (a proposito: l'improbabile cantante pavarottiano è qui protagonista a sua volta di una serie di sketch con tutta la sua famiglia!), più – tanto per far numero – brani di Smetana e di Dvořák. E nel finale si sfiora il metacinema (o il metafumetto?). Ancora ottimi, visto che si tratta di un film giapponese (che si solito non brillano per budget) scenografie, effetti e ricostruzione storica: ma quando i personaggi parlano in latino, è meglio tapparsi le orecchie o, magari, riderci sopra!

15 giugno 2014

Lettere di uno sconosciuto (Zhang Yimou, 2014)

Lettere di uno sconosciuto (Guilai, aka Coming home)
di Zhang Yimou – Cina 2014
con Gong Li, Chen Daoming
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Incarcerato durante la Rivoluzione Culturale, l'intellettuale Lu Yanshi torna a casa dopo vent'anni di "riabilitazione" solo per scoprire che la moglie non lo riconosce più. La donna soffre infatti di un raro disturbo mentale, un'amnesia selettiva che le impedisce di ricordare il volto del marito. Con l'aiuto della figlia, e per starle sempre vicino, l'uomo si stabilisce in una casa a fianco di quella della moglie, tentando in tutti i modi di riattivarle la memoria: ma né le immagini (le fotografie di quando era giovane) né i suoni (la musica del pianoforte) riescono a fare il miracolo. Zhang Yimou torna al suo fortunato filone intimista con una pellicola ispirata a un romanzo di Yan Geling (la stessa autrice de "I fiori della guerra", da cui Zhang aveva tratto il suo film precedente). Se l'incipit poteva far pensare anche in questo caso a un dramma a sfondo politico-sociale (fra l'altro il regista aveva già parlato della Rivoluzione Culturale in "Vivere!"), progressivamente invece il film perde le connotazioni storiche e ideologiche per tramutarsi in un'accattivante versione cinese di "Amour" (con echi di "Memento": vedi i bigliettini sparsi per casa), con l'uomo che per anni rimane a vivere al fianco di una donna che non lo riconosce (e alla quale deve presentarsi nuovamente ogni giorno, sempre con una diversa identità) ma che tuttavia continua ad amarlo, al punto da recarsi ogni 5 del mese alla stazione nella speranza di vederlo tornare. E per comunicare in qualche modo con lei, le scriverà false lettere dalla "prigionia". Evidente, a livello di metafora, il tema della rimozione e dell'alterazione della memoria storica: quando il padre era imprigionato, la figlia – indottrinata dal partito – aveva tagliato via con la forbice il suo volto da tutte le fotografie presenti in casa; quando l'uomo ritorna, invece, a sparire in maniera analoga è il suo volto dalla memoria della moglie. Bello e toccante il finale, sotto la neve invernale. A otto anni da "La città proibita" e per solo la seconda volta in quasi vent'anni Zhang torna a collaborare con Gong Li, la sua musa di un tempo, qui autrice di una prova intensa e commovente. Bravi anche Chen Daoming e la giovane Zhang Huiwen nei panni della figlia Dandan, che si esibisce fra l'altro come danzatrice in una rappresentazione del classico balletto dell'era comunista "Il distaccamento femminile rosso".

Tu dors Nicole (Stéphane Lafleur, 2014)

Tu dors Nicole
di Stéphane Lafleur – Canada 2014
con Julianne Côté, Juliette Gosselin
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Rimasta a casa da sola durante un'estata calda e tranquilla (i genitori sono andati in vacanza e le hanno lasciato la villa con piscina tutta per lei), la ventiduenne Nicole trascorre il tempo in compagnia dell'amica Véronique, del fratello Rémi e dei membri della rock band di quest'ultimo, il batterista JF e il bassista Pat. Le giornate si succedono tutte uguali, e anche il progetto di partire con l'amica per un viaggio in Islanda non si concretizzerà. Alla fine, proprio come nei geyser di quell'isola, la pressione accumulata sotto terra finirà con l'esplodere. Girato in un bianco e nero "artistico" e alla Jarmusch, un film esistenzialista dai toni leggeri e a tratti surreali (vedi il bambino "filosofo" che parla con la voce di un uomo adulto), dove per la maggior parte del tempo non sembra accadere davvero nulla. Nicole (come peraltro il fratello) si rivela incapace di portare a termine qualsiasi progetto: le sue giornate sono tutte uguali e noiose, a malapena ravvivate dal lavoro presso un negozio che vende abiti donati in beneficienza, dalle passeggiate notturne per le strade del quartiere (con incontri bizzarri, come l'uomo che gira in auto per far addormentare il bambino), dalle chiacchiere con i membri della banda di Rémi (la simpatia che sia lei che Véronique provano per JF metterà in discussione la loro amicizia), e la sua vita è ben simboleggiata dalla bicicletta con cui si sposta e che rimane perennemente bloccata da una catena difettosa. L'ambiente suburbano è quello della provincia canadese francofona del Quebec.

Catch me daddy (Daniel Wolfe, 2014)

Catch me daddy
di Daniel Wolfe – GB 2014
con Sameena Jabeen Ahmed, Conor McCarron
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Laila, ragazza di origini pakistane fuggita di casa, si nasconde con il suo ragazzo Aaron fra le colline e le squallide cittadine del centro-nord dell'Inghilterra. Alla sua ricerca c'è il fratello Zaheer, insieme a un gruppo di uomini inviati dal vendicativo padre. L'esordio cinematografico del regista di videoclip Daniel Wolfe (scritto insieme al fratello Matthew) è un film cupo e disperato, dalle atmosfere plumbee e dal ritmo lento e dilatato. Se la confezione è accettabile (buona soprattutto la fotografia notturna di Robbie Ryan, ricca di atmsofera) e il cast tutto sommato convince (su tutti spicca il mercenario cocainomane interpretato dal veterano Gary Lewis), il mix fra denuncia sociale e thriller on the road (con echi di "Voglio la testa di Garcia") non funziona del tutto per colpa di una sceneggiatura sfilacciata, che tiene lo spettatore sulle corde eccessivamente a lungo per poi non risolversi compiutamente. Proprio come i suoi personaggi, per lunghi tratti il film sembra non sapere dove sta andando. E le cose "non dette" della prima parte (quasi tutti i personaggi vengono introdotti con una certa ambiguità) non acquisiscono un particolare significato nella seconda. Più si va verso la conclusione della vicenda, più questa perde interesse: e non bastano la violenza e la mancanza di lieto fine ad aggiungere valore all'insieme.

14 giugno 2014

Pride (Matthew Warchus, 2014)

Pride (id.)
di Matthew Warchus – GB 2014
con Ben Schnetzer, George MacKay
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Nella Gran Bretagna del 1984, durante la stagione degli scioperi dei minatori contro il governo Thatcher che minacciava la chiusura delle miniere, un gruppetto di attivisti gay e lesbiche di Londra decide di organizzare un movimento di solidarietà a favore dei minatori ("In fondo abbiamo gli stessi nemici: il governo, i poliziotti e i tabloid"), offrendo in particolare il proprio sostegno economico agli abitanti di un villaggio del Galles. Accolti da questi inizialmente con qualche preclusione, ne conquisteranno pian piano l'amicizia: e l'anno dopo, a sciopero finito, saranno i minatori a sfilare al loro fianco durante il Gay Pride. Ispirata ad eventi reali, scritta dal commediografo Stephen Beresford e diretta da un regista teatrale alla seconda prova cinematografica (ben quindici anni dopo la prima, "Inganni pericolosi"), è una commedia a sfondo sociale nello stile tipicamente britannico di "Grazie signora Thatcher" o "Full Monty", che ha il pregio di divertire e "trascinare" il pubblico senza banalizzare il contesto sottostante (anzi, rivitalizzandolo, all'insegna di un'auspicata "contaminazione" fra impegno militante e vita privata) e soprattutto senza rifugiarsi in scontati luoghi comuni. Certo, in fondo si basa su un'unica idea (quella di due comunità parallele, veri e propri mondi diversi che si incontrano e imparano ad aiutarsi a vicenda), ma supera quelli che potevano essere i limiti del soggetto affidandosi a un numerosissimo roster di personaggi, e dunque offrendo diversi punti di vista: di fatto è un film corale, con decine e decine di protagonisti, ciascuno con il proprio background e i propri problemi personali. A interpretarli c'è un nutrito cast che affianca nomi sconosciuti a vecchie glorie del cinema britannico: dal giovane gay impegnato e di sinistra (Ben Schnetzer) al gallese che ha timore di tornare nel paese da cui è fuggito (Andrew Scott), dal timido ventenne che non ha ancora fatto "coming out" e vive con i genitori (George MacKay) alla simpatica lesbica anti-femminista (Faye Marsay), e ancora Dominic West, Freddie Fox, Joseph Gilgun e, fra i minatori e le loro mogli, Paddy Considine, Jessica Gunning, Bill Nighy, Imelda Staunton e Menna Trussler. Se la Thatcher affermava che "non esiste la società; esistono gli individui, uomini e donne, e poi c'è la famiglia", i protagonisti del film sono convinti del contrario e vogliono dimostrare che l'unione fa la forza. La pellicola nel complesso copre gli eventi di un anno, visto che si apre con la sfilata del 1984 e si conclude con quella del 1985.

13 giugno 2014

Cannes e dintorni 2014

Se la scorsa edizione del Festival di Cannes aveva regalato tanti ottimi film, quella di quest'anno si preannuncia sicuramente meno ricca e interessante. Spero di essere smentito! Fatto sta che da oggi, grazie alla consueta rassegna milanese (che ha corso il rischio di saltare per mancanza di fondi: un grazie, dunque, agli sponsor e ai sostenitori che hanno reso possibile organizzarla), mi vedrò alcune delle pellicole passate di recente sulla Croisette. Innanzitutto la Palma d'Oro, "Winter sleep" del talentuoso Nuri Bilge Ceylan, ma anche i film di Xavier Dolan, Ken Loach, i Dardenne, Assayas, Zvyagintsev e Zhang Yimou. Peccato invece per l'assenza delle opere di Godard, Wenders, Alonso e Östlund.

10 giugno 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (V. Fleming, 1941)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Victor Fleming – USA 1941
con Spencer Tracy, Ingrid Bergman
**

Visto in divx.

Nella Londra vittoriana, il devoto ma eccentrico medico Henry Jekyll (chiamato "Enrico" nel doppiaggio d'epoca, che italianizza tutti i nomi propri) mette a punto una pozione che permette di separare la parte "malvagia" di un uomo da quella "buona". Frustrato dalla lunga assenza della fidanzata Beatrice, che il padre ha portato con sé in un viaggio in Europa, la sperimenta su sé stesso: e nei panni del deforme Hyde si dedica al vizio e ai bagordi. Ma scoprirà che tenere sotto controllo il proprio lato oscuro non è così facile. Il film è praticamente un remake della precedente versione del 1931 con Fredric March, alla quale non aggiunge nulla e di cui ricalca pari pari non solo la struttura ma anche numerose scene. Nei dieci anni trascorsi da allora, però, a Hollywood era entrato in vigore il codice Hays di autocensura: e dunque la nuova pellicola non può che risultare blanda e annacquata se confrontata con quella di Mamoulian. È inoltre molto più moralista (si apre e si chiude con sermoni e preghiere religiose), assai meno estrema (a parte il finale, nel quale Hyde uccide il padre di Beatrice, tutto quello che il mostro fa è procurarsi un'amante e scatenare risse nei locali: altro che "malvagità assoluta"!) e molto meno efficace nel mettere visivamente in scena gli impulsi animaleschi o sessuali che facevano del personaggio interpretato dieci anni prima da March quel capolavoro di caratterizzazione che era. Qui le uniche sequenze degne di nota sono le brevi visioni che Jekyll sperimenta mentre beve la pozione: deludono, invece, gli effetti ottici della trasformazione, resa tramite una banale serie di dissolvenze. Anche Spencer Tracy, stranamente inadeguato e insicuro nei panni di Jekyll e mai terrorizzante in quelli di Hyde, sfigura rispetto al suo predecessore; tanto che March (che era suo amico) all'uscita del film gli spedì un ironico telegramma in cui lo ringraziava per la forte spinta data alla sua carriera dai paragoni che tutti facevano fra le due prove, invariabilmente a favore del primo. Per evitare troppi confronti scomodi, comunque, i produttori acquistarono i diritti del film precedente e tentarono di farne sparire tutte le copie dalla circolazione (per fortuna qualcuna si è salvata dalla distruzione, altrimenti sarebbe diventato un film perduto). Quanto alle due attrici, è curiosa la scelta di assegnare alla sensuale Lana Turner il ruolo della fidanzata perbene e alla pudica Ingrid Bergman quello della prostituta tentatrice (che qui, a dire il vero, è soltanto una cameriera). Nei progetti iniziali, in effetti, era l'esatto contrario: fu proprio la Bergman, stufa di personaggi "buoni", a chiedere l'inversione. Pare che Tracy avrebbe voluto Katharine Hepburn (con cui all'epoca non aveva ancora mai lavorato!) in entrambi i ruoli, a suggerire uno sdoppiamento anche della figura femminile: sarebbe stato interessante. In ogni caso, la Bergman nei panni di Eva, viziosi prima e spaventati poi, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.

8 giugno 2014

City of god (Fernando Meirelles, 2002)

City of God (Cidade de Deus)
di Fernando Meirelles, Katia Lund – Brasile 2002
con Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino da Hora
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Storie di banditi, trafficanti di droga e bambini di strada in una delle più povere e pericolose favelas di Rio de Janeiro, denominata per l'appunto "la città di Dio". Testimone e voce narrante della pellicola, che si ispira ad eventi reali e intreccia come in un mosaico le vicende di numerosi personaggi, dipanandosi per un lungo arco di tempo (dagli anni '60 all'inizio degli anni '80), è Buscapé, uno dei pochi abitanti della favela che cerca di mantenersi onesto in un ambiente dove la criminalità sembra essere l'unico possibile sbocco di tanti giovani e bambini. Quasi un alter ego di Paulo Lins, l'autore del romanzo da cui è tratto il film, il protagonista (ma il termine sovrastima il suo ruolo) aspira invece a diventare fotografo e giornalista: e sarà proprio lui a documentare le dinamiche e le fasi più calde di una guerra fra bande che, in un crescendo inarrestabile, insanguinerà case e strade della "cidade de deus". La regia moderna e folgorante, coadiuvata da un montaggio rapido e da una fotografia ipersatura che varia a seconda del periodo storico (il film è praticamente diviso in tre parti, una per ciascun decennio), guarda in parte a Scorsese ma soprattutto si sposa con una struttura di chiara derivazione post-tarantiniana (compresa la frammentazione cronologica della narrazione, con continue disgressioni, passaggi da un personaggio all'altro, balzi temporali, scritte in sovrimpressione che introducono i vari capitoli, e persino alcune scene ripetute più volte da differenti punti di vista), benché il contesto appaia decisamente più "realistico" e meno fumettoso: siamo più dalle parti della cronaca nera a sfondo sociale che da quelle della narrativa pulp o dall'exploitation, e nonostante l'alto tasso di violenza sono quasi assenti compiacimenti o strizzatine d'occhio per "gasare" gli spettatori. A questa sensazione di realismo (per quanto stilizzato, certo: sarebbe forse meglio parlare di neo-neorealismo) contribuiscono gli attori, praticamente tutti non professionisti o senza esperienza, molti dei quali abitavano davvero nella favela in questione. Interpreti capaci di dare vita a un variopinto gruppo di personaggi che, come i calciatori del loro paese, sono identificati da soprannomi (Ze Pequeno, Mané Galinha, Cabeleira, Marreco, ecc.) anziché dai veri nomi di battesimo, e i cui caratteri fluiscono in maniera naturale dai loro comportamenti e dalle loro azioni. E proprio la violenza non filtrata o edulcorata dalle lenti hollywoodiane, spesso con i bambini come protagonisti (nel ruolo di vittime ma anche di carnefici, nella totale assenza di toni moralistici o educativi) contribuisce alla potenza espressiva della pellicola e al risultato complessivo, quasi un'evoluzione de "I figli della violenza" di buñueliana memoria. Peccato che Mereilles, allora etichettato come regista fra i più promettenti (anche se alla pellicola ha contribuito anche la co-regista, Katia Lund), non si sia più ripetuto in seguito agli stessi livelli.

7 giugno 2014

Vienna di Strauss (Alfred Hitchcock, 1934)

Vienna di Strauss (Waltzes from Vienna)
di Alfred Hitchcock – GB 1934
con Esmond Knight, Jessie Matthews
*1/2

Visto in divx, in lingua originale.

Il giovane Johann Strauss, aspirante compositore, sogna di affrancarsi dall'ingombrante figura del padre, il musicista più celebre di Vienna ma a lui profondamente ostile. Otterrà il successo con il "Bel Danubio blu", valzer composto grazie all'ispirazione della fidanzata Rasi e al sostegno della Contessa Helga. Durante il primo periodo della sua carriera in Inghilterra, Hitchcock ha girato diverse commedie romantiche, melodrammi o pellicole che comunque esulano dai generi a lui più congeniali del thriller e della suspense. Ma questo, tratto da una commedia musicale di due anni prima, è forse il titolo più atipico della sua filmografia (nonché il suo "punto più basso" secondo lo stesso regista, che ricorda di averlo realizzato soltanto perché in quel periodo non aveva altri lavori per le mani). La verosimiglianza storica è un optional (nella realtà, il celebre valzer fu composto quando Strauss padre era già morto da tempo), le fiacche scene romantiche (con il triangolo fra Strauss junior e le due donne) si alternano ad altre che si rifanno alla comicità slapstick (l'incipit con il carro dei pompieri) e la recitazione è altalenante (il protagonista Esmond Knight sembra spesso a disagio: meglio le due controparti femminili – Jessie Matthews e Fay Compton – nonché Edmund Gwenn nei panni del padre). Il tutto in un clima da "operetta" non particolarmente accattivante, anche se alcuni comprimari (come il geloso marito della Contessa) riescono a strappare qualche sorriso. La lavorazione servì comunque a sir Alfred per mettere a punto diverse tecniche legate all'utilizzo della musica in fase di montaggio.

6 giugno 2014

Numero diciassette (Alfred Hitchcock, 1932)

Numero diciassette (Number seventeen)
di Alfred Hitchcock – GB 1932
con John Stuart, Leon M. Lion
**

Visto in divx alla Fogona.

Al calar della sera, incuriosito dal cartello "Vendesi", un uomo entra a visitare una casa abbandonata e diroccata (al numero civico diciassette, come indica il titolo). Vi troverà un cadavere, tanto per cominciare, e rimarrà invischiato in una contorta vicenda a base di detective, gangster e collane di diamanti rubate. Un mystery mediocre e pasticciato, tratto da una commedia teatrale di Joseph Farjeon, che Hitchcock non voleva girare (il copione gli fu imposto dai produttori) ma che pure riserva qualche gradita sorpresa. A partire dall'ironia con cui è condita la prima parte, tutta ambientata sulle scale e i pianerottoli della "casa dei misteri", dove improbabili ed enigmatici personaggi (nessuno dei quali è veramente chi dice di essere) si avvicendano in continuazione, favoriti da una fascinosa atmosfera a base di giochi di ombre proiettati dalle luce delle candele. Ovviamente il morto non è davvero morto, le ragazze piovono dal cielo, un imprevedibile e bizzarro senzatetto si mette in mezzo, e tanti misteri si affastellano progressivamente per poi essere svelati, poco a poco, in una seconda parte che culmina in un finale mozzafiato e ricco d'azione, con l'inseguimento fra un autobus "dirottato" e un treno senza controllo che corre a tutta forza verso il traghetto sulla Manica (furono usati dei modellini, ma il risultato è più che soddisfacente). Peccato per la recitazione non certo eccelsa, la sceneggiatura poco equilibrata e la difficoltà di trovare un personaggio in cui identificarsi (protagonista compreso): la pellicola fu un flop, ma sir Alfred farà tesoro dell'esperienza e ne riproporrà diversi elementi nei film successivi.

4 giugno 2014

Pelle di serpente (Sidney Lumet, 1960)

Pelle di serpente (The fugitive kind)
di Sidney Lumet – USA 1960
con Marlon Brando, Anna Magnani
***

Visto in divx, con Marisa.

Val Xavier (Brando), vagabondo e musicista nei night club di New Orleans, detto "Pelle di serpente" per via della giacca che indossa, giunge in una cittadina rurale del profondo Sud con l'intenzione di rifarsi una vita. Trova un impiego nel negozio gestito da Lady Torrance (Anna Magnani), ma non riuscirà a salvare la donna dall'inferno del suo matrimonio infelice e da un ambiente ostile, razzista e violento. Ardita rilettura del mito di Orfeo ed Euridice, tratta dal dramma "Orpheus Descending" di Tennessee Williams (anche co-sceneggiatore), impreziosita dalla regia di Lumet, dalla fascinosa fotografia in bianco e nero di Boris Kaufman e dall'interpretazione di un Brando al culmine del carisma e della prestanza fisica, qui affiancato da un'intensa Magnani al suo terzo film hollywoodiano e alla seconda collaborazione con Williams dopo "La rosa tatuata" (entrambi i testi, pare, furono scritti dal drammaturgo pensando proprio all'attrice italiana come protagonista). L'origine teatrale della sceneggiatura è evidente dalla preponderanza dei dialoghi, dall'ambientazione circoscritta e dal tipico stile di Williams che, attraverso i drammi e le dinamiche dei suoi personaggi, denuncia il malessere sociale dell'America contemporanea. Diversi (ma non banali) i riferimenti al mito di Orfeo, a partire dalla chitarra da cui Xavier non gli separa mai (che gli è stata donata non da Apollo ma da un grande musicista jazz, il cui suono "incantava" non gli animali ma i procuratori!). Se Brando è un cantastorie affabulatore, affascinante e dai poteri magici, la Magnani è una novella Euridice, "simbolicamente morta" e prigioniera in un inferno fatto di solitudine, violenza e ingiustizia, che si aggrappa al nuovo venuto per ricominciare disperatamente a vivere. È un mondo – come spiega Brando – che si divide in chi compra e chi viene comprato: ma c'è anche un terzo tipo di uomini, quelli sempre in movimento (da qui il titolo originale del film) e che si lasciano trasportare dal vento come gli uccelli. Altra metafora animale è quella del serpente, la cui pelle passa nel finale da Brando a un altro personaggio (la ragazza trasgressiva e ninfomane interpretata da Joanne Woodward). Maureen Stapleton è la "veggente" Talbot, moglie dello sceriffo, mentre Victor Jory è Jabe Torrance, il marito di Lady. Da notare che anche per Brando si trattava del secondo incontro con Tennessee Williams (dopo "Un tram che si chiama desiderio").

3 giugno 2014

Diverso da chi? (Umberto Carteni, 2009)

Diverso da chi?
di Umberto Riccioni Carteni – Italia 2009
con Luca Argentero, Claudia Gerini
*1/2

Visto in divx alla Fogona.

In "una città di destra del nord" (non viene detto, ma è Trieste) il partito di centrosinistra è costretto a candidare come sindaco un giovane militante gay (Argentero), dopo che il vincitore delle primarie, il candidato dal volto rassicurante, è stato messo fuori gioco da un infarto improvviso. Per renderlo più "presentabile" all'elettorato, gli viene affiancata come possibile vicesindaco una "centrista di ferro" (Gerini): tanto lui è progressista e aperto alle differenze, tanto lei è conservatrice e a favore delle famiglie tradizionali. I punti in comune sono pochi e lo scontro sembra inevitabile, con gravi danni sulla campagna elettorale. E invece, nonostante l'ostilità iniziale, i due finiscono con l'andare d'amore e d'accordo: persino troppo, visto che tra loro nasce una relazione sentimentale clandestina che metterà in crisi le rispettive identità e valori. Soggetto (di Fabio Bonifacci) schematico, personaggi costruiti a tavolino e dalla caratterizzazione "disinvolta", situazioni inverosimili, assenza di battute memorabili, per un film che vorrebbe fuggire dai luoghi comuni (l'intento era quello di mettere in scena "la diversità nella diversità" e di denunciare come i pregiudizi possano funzionare anche all'incontrario) ma che paradossalmente vi affonda invece a piene mani. E se la satira politica sullo sfondo è assai superficiale, anche i temi personali o sociali (l'identità sessuale, la famiglia allargata), vero fulcro del film, sono trattati con tale leggerezza da risultare implausibili e rischiando di scontentare un po' tutti. Filippo Nigro interpreta il compagno del protagonista, Francesco Pannofino è il candidato rivale di centrodestra. Confezione mediocre ed esordio alla regia senza guizzi per Carteni.

30 maggio 2014

X-Men: Giorni di un futuro passato (B. Singer, 2014)

X-Men: Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)
di Bryan Singer – USA 2014
con Hugh Jackman, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Bryan Singer torna alla franchise che lui stesso aveva lanciato con i primi due film. E lo fa alla grande, adattando per lo schermo una delle più belle storie degli X-Men dei fumetti, quel "Giorni di un futuro passato" con cui nel 1981 Chris Claremont e John Byrne introdussero i viaggi nel tempo nel già complicato mondo dei mutanti Marvel. La pellicola è un perfetto trait d'union fra la prima trilogia (da cui tornano personaggi e attori come Xavier/Patrick Stewart, Magneto/Ian McKellen, Tempesta/Halle Berry, oltre naturalmente a Wolverine/Hugh Jackman, l'unico finora presente in tutti i sette film sugli X-Men se consideriamo anche le sue due pellicole "a solo") e il bel prequel firmato da Matthew Vaughn, qui co-autore della storia (e dunque largo spazio ai "giovani" Xavier/James McAvoy, Magneto/Michael Fassbender, Bestia/Nicholaus Hoult e Mystica/Jennifer Lawrence). La trama prende le mosse da un cupo futuro in cui le robotiche Sentinelle ideate dallo scienziato Bolivar Trask (Peter Dinklage) hanno scatenato una guerra contro i mutanti, sterminandoli (quasi) tutti. Per salvare la propria specie ma anche l'intero pianeta da un conflitto senza fine, Kitty Pryde (Ellen Page) proietta la coscienza di Wolverine cinquant'anni indietro nel tempo, all'interno del suo corpo più giovane. Qui, nel 1973, Logan dovrà convincere un immaturo Xavier e un impulsivo Magneto ad allearsi per fermare Mystica, il cui tentativo di uccidere Trask innescherà la catena di eventi che porterà alla catastrofe. Come solitamente accade nelle migliori storie degli X-Men, l'azione e la complessità della trama sono al servizio di riflessioni di natura sociale o introspettiva, e i personaggi, con la loro umanità, rimangono sempre al centro della vicenda. In più, è un piacere per i Marvel fan di vecchia data riconoscere qua e là alcuni dei numerosissimi character del mondo mutante: spettacolare, in questo caso, il Quicksilver ancora teenager (interpretato da Evan Peters) che con la sua super-velocità aiuta i nostri eroi a far evadere Magneto dal carcere di sicurezza sotto il Pentagono. Strizzatine d'occhio per i fan dei comics ("Una volta mia madre è stata con uno che controllava i metalli"), riferimenti ai film precedenti (William Stryker), curiosità varie (J.F. Kennedy era un mutante!?) condiscono il tutto.

Nonostante qualche piccolo problema di continuity (lo Xavier del futuro non era morto in "X-Men: conflitto finale"?), la pellicola in un certo senso chiude un cerchio e si rivela come la perfetta conclusione di un mini-ciclo di cinque film, "rimediando" nel finale alle stonature provocate dal deludente episodio di Brett Ratner (Scott e Jean saranno nuovamente utilizzabili), fondendo abilmente le anime della vecchia e della nuova generazione di X-Men (meglio di quanto non avesse fatto l'analogo "Generations" per "Star Trek") e consentendo così alle pellicole successive, a seconda del bisogno, di proseguire sia con il filone mutante del passato che con quello del futuro. A proposito: il controfinale dopo i titoli di coda rivela già cosa ci aspetta nel prossimo film: En Sabah Nur, ovvero Apocalisse. Detto di un cast ben mixato fra grossi calibri e giovani promesse, resta da segnalare la presenza nel roster dei personaggi di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath nel futuro (oltre a Kitty, Colosso e Uomo Ghiaccio), e di Toad, Havok, Ink e Spyke nel passato (soldati durante la guerra del Vietnam). Solo brevi ma graditi cameo nel finale per Rogue/Anna Paquin (che aveva girato molte più scene, poi tagliate in fase di post produzione), Jean/Famke Janssen e Ciclope/James Marsden. E a proposito di cameo: stavolta non c'è Stan Lee, ma in compenso abbiamo Len Wein e Chris Claremont (oltre allo stesso Bryan Singer). Nota per chi pensasse che la trama della storia si ispiri a "Terminator": gli albi originali furono pubblicati tre anni prima dell'uscita del film di Cameron, e dunque semmai è vero il contrario (pare in realtà che le ispirazioni per entrambi siano da far risalire ad alcuni episodi delle serie televisive "Dr. Who" e "The Outer Limits"). Poche ma significative, comunque, le differenze fra il film e il soggetto di Claremont e Byrne: nei comics era Kitty (e non Logan) a viaggiare indietro nel tempo, grazie ai poteri di Rachel Summers (in effetti Kitty non ha mai avuto capacità mentali o telepatiche!): e la destinazione non era il 1973 ma il 1981, ossia il presente di allora. Infine, l'oggetto del tentativo di assassinio di Mystica era il senatore Kelly e non Bolivar Trask.

29 maggio 2014

Serpico (Sidney Lumet, 1973)

Serpico (id.)
di Sidney Lumet – USA 1973
con Al Pacino, John Randolph
**1/2

Visto in TV.

Film ispirato alla vita vera di Frank Serpico, agente italo-americano di New York che si battè contro la corruzione dilagante e organizzata all'interno della polizia. Trasferito da un distretto all'altro, si accorse infatti che quasi tutti i suoi compagni prendevano bustarelle per chiudere un occhio sui traffici criminali della zona, e che le denunce ai superiori cadevano sempre nel vuoto, senza alcun risultato se non quello di calamitarsi addosso le antipatie dei suoi stessi colleghi. Con i toni del docu-drama e l'impeto del film di impegno civile più che quello del cinema di genere, la pellicola di Lumet (subentrato a John G. Avildsen poco prima dell'inizio delle riprese) è uno dei capisaldi del poliziesco urbano dei primi anni settanta e si appoggia alla grandiosa prova a tutto tondo di Al Pacino nei panni di un uomo talmente integro da sembrare un pesce fuor d'acqua in un ambiente marcio e assuefatto all'illegalità ("Chi si fida di un poliziotto che rifiuta una busta?"). Serpico è un detective in borghese e anticonformista, che frequenta il Greenwich Village, porta baffi, barba e capelli lunghi e si veste da hippie: esteriormente a volte sembra quasi una versione realistica del successivo "Monnezza" di Tomas Milian. Proprio l'aderenza alla realtà (la sceneggiatura è tratta dalla biografia di Frank Serpico scritta da Peter Maas) limita paradossalmente il film, rendendolo piuttosto lineare e a rischio di stereotipo (a parte Serpico, non ci sono personaggi caratterizzati con sufficiente profondità), oltre a non farlo mai deviare dal tema principale (anche le brevi disgressioni sulla vita privata del protagonista, vedi le storie d'amore pur inserite con naturalezza e senza forzature, lasciano il tempo che trovano). Grande successo commerciale e nomination all'Oscar per Pacino, che tornerà a lavorare con Lumet due anni più tardi in "Quel pomeriggio di un giorno da cani".

27 maggio 2014

America 1929 (Martin Scorsese, 1972)

America 1929 - Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha)
di Martin Scorsese – USA 1972
con Barbara Hershey, David Carradine
**

Rivisto in DVD.

Negli anni della Grande Depressione, la giovane Bertha Thompson (Barbara Hershey), rimasta orfana, vagabonda per il paese viaggiando come clandestina a bordo dei treni merci. Si innamora di un operaio sindacalista, Bill Shelly (David Carradine), e insieme ad altri compagni in fuga dalla polizia – il giocatore d'azzardo Rake Brown (Barry Primus) e il nero Von Morton (Bernie Casey) – viene spinta dalla circostanze a diventare una rapinatrice, mettendo a segno numerosi colpi ai danni della compagnia ferroviaria. Secondo lungometraggio di Scorsese, prodotto da Roger Corman e ispirato alle memorie della vera "Boxcar" Bertha. A differenza del precedente "Chi sta bussando alla mia porta?", non si tratta di un lavoro personale ma di un film su commissione, che nelle intenzioni sarebbe dovuto appartenere al genere dell'exploitation (sia pure a sfondo sociale) a basso budget di cui Corman era un maestro, in particolare al sottogenere con donne gangster (il produttore era reduce dal successo de "Il clan dei Barker", da lui stesso diretto). Il giovane regista, però (cui furono imposti gli attori e vennero dati soltanto 24 giorni di tempo per realizzare l'intero film), impreziosisce la sceneggiatura non trascendentale con una cura per l'ambientazione, per le inquadrature e per lo sviluppo dei personaggi decisamente fuori dal comune per un B-movie; al punto che John Cassavetes, riconoscendone il talento, suggerì a Scorsese di tornare a dedicarsi a progetti personali (il risultato fu il successivo "Mean Streets"). L'esperienza con Corman fu comunque assai formativa per Scorsese: non soltanto insegnò al regista a destreggiarsi con scadenze o budget ristretti e con condizioni difficili, ma contribuì a dargli quella "esperienza sul campo" che completava la sua formazione da cineasta proveniente dalla scuola del cinema (fra parentesi, altri registi passati per le mani di Corman in quegli anni furono James Cameron e Francis Ford Coppola). Memorabile la scena finale, con Shelly "crocifisso" sui vagoni di un treno. Assurdo e fuorviante il (sotto)titolo italiano. Nel cast, la Hershey è bella e spontanea, mentre il proprietario della ferrovia, Sartoris, è interpretato da John Carradine, padre dello stesso David.

24 maggio 2014

Maps to the stars (David Cronenberg, 2014)

Maps to the Stars (id.)
di David Cronenberg – Canada/USA 2014
con Julianne Moore, Mia Wasikowska
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il titolo ("La mappa delle stelle") non si riferisce agli astri nel cielo ma ai divi di Hollywood, anche se entrambi hanno qualcosa in comune: come la luce delle stelle che giunge fino a noi è quella emessa molti anni prima, e dunque rappresenta una sorta di "fotografia" del passato, allo stesso modo i film ci mostrano le star nel pieno della loro giovinezza e bellezza, incapsulate per l'eternità in una dimensione senza tempo. Sono fantasmi del passato, dunque, proprio come gli spiriti che inspiegabilmente appaiono ai protagonisti di questa misteriosa e ondivaga pellicola di Cronenberg, alle prese con tormenti e contrasti familiari non risolti. Havana Segrand (un'eccellente Julianne Moore con i capelli biondi) aspira a recitare nel remake del film che anni prima rese celebre sua madre, donna da lei sempre detestata, che ha accusato di abusi sessuali e che è perita in un incendio negli anni settanta. Alle fiamme, quando aveva sette anni, è sopravvissuto anche Benji (Evan Bird), attore-bambino modellato evidentemente sul Macaulay Culkin di "Mamma, ho perso l'aereo" (come lui divenuto famoso per un filmetto girato in tenera età e poi con un'adolescenza bruciata troppo in fretta): l'incendio della sua casa fu provocato dalla sorella Agatha (Mia Wasikowska), che ne porta sul corpo ancora le cicatrici e che, dopo essere rimasta in una clinica fino alla maggiore età, torna adesso a Hollywood per rimettersi in contatto con lui, trovando nel frattempo un impiego come assistente personale proprio di Havana. Oltre al fuoco e ai contrasti familiari, a legare fra loro i personaggi ci sono appunto le apparizioni dei fantasmi del passato (la madre per Havana, una fan morta per Benji) nonché le parole di una poesia di Paul Éluard ("Libertà"). Molta la carne al fuoco (nel vero senso della parola!) nella sceneggiatura di Bruce Wagner, da sempre fustigatore di vizi e virtù della mecca del cinema. Qui svela le sue carte poco a poco; ma quando si tirano le fila non tutto convince pienamente: il personaggio di Julianne Moore, in particolare, esce di scena senza una vera risoluzione, mentre il rapporto fra Agatha e Benji (con tanto di rivelazione scioccante sui loro genitori) si dipana fin troppo esilmente lungo le linee del simbolo (mitologico) e della metafora. A fare da contorno "concreto" c'è la solita Hollywood cinica e volgare, dove ricchezza, droga, sesso, invidia e successo tendono a disumanizzare ogni relazione, persino quelle familiari. Fra i tanti riferimenti metacinematografici, da segnalare Carrie Fisher che interpreta sé stessa. Nel buon cast troviamo anche Robert Pattinson (al secondo film con Cronenberg dopo "Cosmopolis": e anche qui c'è una limousine di mezzo), John Cusack e Olivia Williams (i genitori di Benji e Agatha: lui psicologo televisivo e terapista delle star, lei ambiziosa manager del figlio) e Sarah Gadon (la madre di Havana da giovane). Una curiosità: per quanto possa sembrare strano, è il primo film girato da Cronenberg negli Stati Uniti.

23 maggio 2014

L'altra faccia dell'amore (Ken Russell, 1970)

L'altra faccia dell'amore (The music lovers)
di Ken Russell – GB 1970
con Richard Chamberlain, Glenda Jackson
**

Visto in divx.

La vita e l'arte di Pyotr Ilyich Ciajkovskij, filtrate attraverso il suo rapporto con le donne: la madre (vista morire di colera quando era bambino: "era l'unica donna che ricordo di aver amato"), la sorella Sasha (cui lo lega uno speciale rapporto d'affetto), la mecenate Nadežda von Meck (la prima a riconoscere il suo genio e ad aiutarlo, finanziandolo ampiamente e ospitandolo nei propri terreni), ma soprattutto la moglie Antonina, ninfomane romantica e sognatrice che il compositore – a causa della propria omosessualità – non saprà mai soddisfare. Proprio il matrimonio lo condurrà a uno stallo creativo, che spingerà Ciajkovskij ad allontanarsi da Nina e quest'ultima a finire i suoi giorni in un manicomio. Romanzando la vita del compositore russo, ma solo fino a un certo punto (lo sceneggiatore Melvyn Bragg, che ha ampiamente saccheggiato la corrispondenza epistolare fra Ciajkovskij e la von Meck, inserisce molti episodi e aneddoti realmente accaduti, come la lettera ricevuta da Nina proprio mentre si accingeva a comporre l'Evgenij Onegin), Russell fonde immagini e suoni con il suo consueto stile "carico" fino all'eccesso, opulento, vibrante e appassionato ma anche volgare, esagitato, fuori dalle righe. Filo conduttore dell'ambivalente pellicola è la capacità della musica di far sognare: le note delle opere più celebri di Ciajkovskij (il concerto per pianoforte, le sinfonie, i balletti) fanno da colonna sonora a scene in cui i vari personaggi fantasticano, immaginano, ricordano, si immergono in scenari e ambienti senza tempo e limiti, fra set e costumi sontuosi, scenografie quasi zeffirelliane che ritraggono, non senza contraddizioni, la grandeur russa di fine ottocento e i propri tormenti interni. Peccato però che, a furia di calcare la mano, questo misto di fantasticherie e allucinazioni rischi di risultare sensazionalista e grottesco, quando non addirittura irritante e pretenzioso (come nella sequenza che accompagna l'ouverture "1812", verso il finale). Lo stile "eccessivo" non risparmia il personaggio di Ciajkovskij, ritratto come nevrotico, in preda alle proprie ossessioni e a sua volta sempre sull'orlo della follia, senza che si percepisca un barlume di creatività artistica, di spontaneità e di romanticismo. Peggio ancora, alla bellezza delle immagini e della messa in scena si accompagna una narrazione quasi tediosa. Di contro, alcune sequenze isolate (su tutte l'esecuzione del concerto per pianoforte, durante la quale vengono presentati i vari personaggi) brillano di luce propria (musicale, cinematografica ed espressiva). Fra gli attori, a fianco di Chamberlain e della Jackson (Antonina), spiccano Christopher Gable (il conte Anton Chiluvsky, uno per tutti gli amanti di Ciajkovskij) e i caratteristi Kenneth Colley (il fratello Modest) e Max Adrian (Nikolai Rubinstein).

21 maggio 2014

Inizio di primavera (Yasujiro Ozu, 1956)

Inizio di primavera (Sōshun)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1956
con Ryo Ikebe, Chikage Awajima, Keiko Kishi
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Sugiyama, giovane impiegato in una ditta di Tokyo, dà inizio a una relazione clandestina con la collega Kingyo ("Pesce rosso") che mette a repentaglio i rapporti con la moglie, resi già difficili dalle ristrettezze economiche e dalla recente perdita di un figlio. Quando gli viene prospettato un trasferimento in una città di provincia, sceglie di accettare: chissà che non sia l'occasione per ricominciare da capo. Il film più lungo di Ozu (con 144 minuti, supera di tre l'immediatamente successivo "Crepuscolo di Tokyo") è ambientato nel mondo dei salaryman, i colletti bianchi nipponici, a proposito dei quali il regista e lo sceneggiatore Kogo Noda non risparmiano riflessioni amare: di fronte a un impiego fisso e uno stipendio sicuro, che per quanto basso è sufficiente a spingere molti giovani ad aspirare a un lavoro d'ufficio, vengono messi in luce i disagi della vita da pendolare, le scarse possibilità di carriera, l'eterna subalternità ai superiori, le difficoltà di mantenere una famiglia, lo stanco adeguarsi a una grigia routine lavorativa, la rinuncia ai sogni di gioventù o persino a quelli dell'età avanzata. Eppure le alternative non mancherebbero: vedi l'amico che si è messo in proprio e ha aperto un locale, oppure gli ex commilitoni che invidiano Sugiyama per il suo impiego regolare, ai quali lui ribatte che è meglio la loro indipendenza e libertà (per non parlare delle loro competenze specifiche: i salaryman, invece, "non sanno far nulla!"). La vita del protagonista trova risonanza e si riflette continuamente in quella dei colleghi che lo circondano, come se fossero frammenti di un'unica esistenza e condividessero un unico destino: non a caso sono importanti le scene di gruppo, dove tutti hanno a cuore in qualche modo le sorti degli altri. Uno dei colleghi di Sugiyama sta per avere un bambino e non sa se potrà permetterselo ("I bambini vengono sempre prima degli aumenti"); altri smarriscono man mano le illusioni e l'entusiasmo degli inizi. Chi va in pensione scopre di non poter realizzare i sogni di una vita. E quando un amico muore per una brutta malattia, si commenta cinicamente: "È stato fortunato: noi continuiamo a vivere ma non siamo felici".

In questo contesto, risulta quasi pretestuosa la trama principale del film, quella dell'infedeltà coniugale di Sugiyama (con tanto di cliché come il rossetto sulla camicia), che altro non è che l'ultimo tassello di una crisi pre-esistente e con radici più profonde (nemmeno la morte del figlio ha saputo unire marito e moglie), assai più che nel similare "Il sapore del riso al té verde". E come sempre, la riconciliazione ha le sue basi nell'accettazione: di fronte agli ostacoli e ai problemi della vita, la cosa più importante sono i legami familiari, da non spezzare nonostante le difficoltà. Stilisticamente, da segnalare la sequenza della gita domenicale all'isola di Enoshima, in cui Ozu sfrutta – cosa davvero insolita per lui – un movimento di macchina che segue i personaggi mentre camminano lungo la costa. Altri due brevi carrellate mostrano invece il corridoio della ditta in cui Sugiyama lavora, avvicinandosi alla porta del suo ufficio. Ma la vera scena di "rottura" con il suo cinema precedente è quella del bacio fra Sugiyama e Kingyo, assai esplicito (per quanto interrotto da un "inserto", l'inquadratura su un ventilatore, con la stessa funzione narrativa del vaso di "Tarda primavera"). Fra il film precedente, "Viaggio a Tokyo" e questo, sono trascorsi in effetti tre anni (un intervallo così lungo non capitava dai tempi della guerra, e non si verificherà più: le pellicole successive usciranno al massimo a un anno di distanza l'una dall'altra) nei quali le generazioni più giovani avevano cominciato a mostrare insofferenza verso i valori e le abitudini dei propri genitori. Questo valeva anche in campo artistico, con l'affermarsi sulla scena di nuovi registi che mal tolleravano la classicità ingessata degli shomingeki. Di tutto questo c'è traccia nella pellicola di Ozu, che dunque ancora una volta dimostra come il suo sguardo meticoloso e attento sia sempre capace di osservare la società che lo circonda nei più piccoli dettagli e di mostrarne i cambiamenti e le dinamiche. Già negli anni '30 il regista aveva ritratto il mondo dei salaryman: ma quelle erano commedie, ora lo scenario è più realistico e drammatico, una vera critica sociale, per quanto serena e non "arrabbiata" come quelle che avrebbero portato sullo schermo, nei giro di pochi anni, i registi della cosiddetta "nouvelle vague" nipponica. A parte alcuni cameo, Ozu rinuncia curiosamente ai suoi attori-feticcio: dei tre protagonisti, solo Chikage Awajima aveva già lavorato con lui, e nessuno tornerà in seguito.

19 maggio 2014

Si può fare (Giulio Manfredonia, 2008)

Si può fare
di Giulio Manfredonia – Italia 2008
con Claudio Bisio, Anita Caprioli
***

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Milano del 1983, l'ex sindacalista Nello viene mandato a dirigere una cooperativa che ospita malati di mente e altri pazienti usciti sagli ospedali psichiatrici dopo l'approvazione della legge Basaglia. Motivandoli e responsabilizzandoli, riuscirà – non senza fatica – a fargli condurre una vita "quasi" normale. Non tutti ce la faranno (il più fragile ne pagherà il prezzo), ma i risultati saranno abbastanza incoraggianti da spingere altre realtà a seguire la stessa strada. Scritta dal regista insieme a Fabio Bonifacci (autore del soggetto), con un occhio a "L'attimo fuggente" e l'altro a "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (ma dai toni decisamente più leggeri e ottimisti), una pellicola che riesce a fondere l'approccio da commedia con la serietà dei temi trattati, risultando sì favolistica ma anche attenta al contesto sociale e sinceramente commovente. Punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi, a partire dal protagonista. Ostracizzato dai suoi compagni di sinistra perché convinto che in qualche modo si debba "fare i conti" con le leggi del libero mercato, Nello coinvolge i suoi "soci" a dar vita a un'impresa di posatura di parquet, che naturalmente verrà condotta in maniera talmente creativa e artistica da riscuotere un notevole successo. E saprà assegnare a ciascuno il ruolo adatto (chi non fa nulla, per esempio, è perfetto come presidente!). Probabilmente la miglior interpretazione della carriera per Bisio, che pur non rinunciando al suo modo di recitare o al suo personaggio da commedia, riesce a mettersi al servizio della storia fornendo intensità e partecipazione. Attorno a lui c'è un ottimo e nutrito cast di volti noti e di caratteristi del cinema italiano: Anita Caprioli (la fidanzata di Nello), Bebo Storti (l'imprenditore della moda), Giuseppe Battiston (il medico basagliano) e tutto il gruppo dei "matti" (fra cui Giovanni Calcagno, Andrea Bosca, Michele De Virgilio, Daniela Piperno) che danno vita a tante sfaccettature del disagio mentale. Il gruppo "funziona" proprio perché ciascun personaggio è caratterizzato a modo suo. Non mancano le battute fulminanti o da segnarsi sul taccuino ("Siamo matti, mica scemi"; "La pazzia non guarisce per legge"; "Che vuol dire essere di sinistra se non ci si dà una mano?", "Siamo fuori da Tuttocittà! Queste strade non esistono!"), così come le metafore più o meno esplicite ("Quando uno dorme, bisogna svegliarlo!"): il lavoro stesso del parquettista è quello di mettere insieme, con pazienza certosina, tanti frammenti e – nel caso dei nostri amici – gli scarti che altri getterebbero via senza pensarci due volte. Lo sfondo degli anni ottanta consente poi tante divertenti citazioni sulla tv, la musica, la moda dell'epoca: una dei "soci", teledipendente, cita in continuazione personaggi televisivi dell'epoca. Nella colonna sonora spicca appropriatamente "L'isola che non c'è" di Edoardo Bennato. Il titolo non ha nulla a che vedere (se non, forse, l'ispirazione) con "Frankenstein Junior".

16 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono (J. Jarmusch, 2013)

Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive)
di Jim Jarmusch – GB/Germania 2013
con Tom Hiddleston, Tilda Swinton
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

I coniugi vampiri Adam ed Eve (che nomi ingombranti!) sono sposati da secoli ma vivono momentaneamente separati: lui a Detroit, dove si atteggia a recluso musicista underground; lei a Tangeri, dove frequenta un altro membro della propria razza, nientemento che il drammaturgo cinquecentesco Christopher Marlowe (di cui si insinua che abbia scritto le opere attribuite a Shakespeare). Per sopravvivere non assaltano più le giugulari degli esseri umani (anche perché le loro vene sono spesso "contaminate"), ma si procurano sangue direttamente dagli ospedali, tramite medici compiacenti e corruttibili. Spinta da un forte desiderio di rivedere il marito, Eve vola da lui a Detroit, dove vengono presto raggiunti anche dalla sorella di lei, la più "giovane" Ava. Ma questa, incapace di trattenere i propri istinti, li metterà nei guai... I vampiri secondo Jarmusch (come se il tema non fosse fin troppo abusato dal cinema contemporaneo), in una pellicola gotico-romantica che però lascia il tempo che trova, soffocata dal suo stesso estetismo e dalla sua atmosfera poetica e crepuscolare. Fra un eccesso di citazioni snob e un ritmo dilatato e disteso, questi vampiri annoiati e dalle tendenze suicide (Adam si procura, a questo scopo, un proiettile di legno), che nel corso della loro vita hanno frequentato scienziati (Tesla) e artisti (Byron, Schubert) ma che non amano più confondersi con gli esseri umani (che chiamano, disprezzamente, "zombie"), hanno alcune caratteristiche classiche (succhiano sangue, sono immortali, vivono solo di notte, devono essere invitati per entrare in una casa) ma non altre (non si trasformano in nebbia o in animali, non temono più l'aglio, e anche le croci o la religione non sembrano più essere argomento a loro correlato). E in generale il tema del vampirismo sembra un pretesto per imbastire un'atmosfera decadente, morbosa e notturna nel quale muovere personaggi apatici e inerti, che vivono nel passato fra reliquie polverose e oggetti di antiquariato (o modernariato: vedi le chitarre e i dischi di Adam; Eve, però, possiede uno smartphone!), all'insegna di un romanticismo che si fonde con l'esistenzialismo fine a sé stesso. Poche idee, in fondo, e gettate lì quasi a casaccio, senza un filo conduttore: l'amore come punto di riferimento anche a distanza (con tanto di metafora sulla correlazione quantistica), la Detroit abbandonata dopo la crisi dell'auto e del mercato immobiliare, l'esibizione di una cantante libanese in un bar di Tangeri... sono tutte scene che non si collegano fra loro né a nient'altro. A ravvivare la pellicola non bastano alcuni improvvisi tocchi di ironia (il ghiacciolo al sangue!) o la breve parentesi con Ava (Mia Wasikowska) che "movimenta" per una notte l'esistenza dei protagonisti. Tilda Swinton e Tom "Loki" Hiddleston (che ha sostituito all'ultimo momento Michael Fassbender) sembrano perfetti per la parte. John Hurt è Marlowe. Interessante la colonna sonora (Jozef van Wissem).

15 maggio 2014

Angoscia (George Cukor, 1944)

Angoscia (Gaslight, aka Murder in Thornton Square)
di George Cukor – USA 1944
con Ingrid Bergman, Charles Boyer
***

Visto in divx, con Sabrina.

La giovane Paula (Ingrid Bergman, che per questa interpretazione vinse il suo primo Oscar), fresca di matrimonio, torna a vivere nella casa di Londra dove dieci anni prima fu assassinata sua zia Alice, celebre cantante lirica. L'atmosfera macabra del luogo la tormenta ancora, cominciando lentamente a farla impazzire... oppure è quanto cerca di farle credere, per motivi oscuri, il suo manipolativo marito (Charles Boyer)? Remake di un film britannico di Thorold Dickinson del 1940 (a sua volta tratto da un dramma teatrale di Patrick Hamilton del 1938), è un thriller psicologico ambientato in epoca vittoriana e dalle atmosfere ambigue e paranoiche, a metà strada fra i noir di Hitchcock (che, fra l'altro, da un altro testo di Hamilton trasse "Nodo alla gola") e un Polanski ante litteram ("Repulsion"). Per una volta, dunque, Cukor si allontana dalle commedie sofisticate e romantiche che lo hanno reso celebre, ma se la cava comunque benissimo. Per calarsi meglio nel ruolo di una donna che lentamente impazzisce, la Bergman si documentò approfonditamente, al punto da recarsi in un istituto di igiene mentale e studiare a lungo le espressioni del viso e degli occhi di una paziente (e l'anno successivo, in "Io ti salverò", passerà dall'altra parte della barricata!). Nel cast anche Joseph Cotton (il detective che si prende a cuore le sorti di Paula) e una non ancora diciottenne Angela Lansbury (compì gli anni proprio durante le riprese) nei panni della cameriera, nominata all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Il titolo originale si riferisce all'illuminazione a gas, ancora presente nelle strade e nelle case di Londra agli inizi del ventesimo secolo: proprio l'affiocarsi delle fiammelle nelle lampade di casa è l'indizio che permette al detective di risolvere il mistero. Wikipedia spiega che "dal titolo originale 'Gaslight' deriva l'espressione Gaslighting, che indica una forma di violenza psicologica attraverso cui la vittima viene indotta a dubitare della sua percezione della realtà. Tale violenza può consistere in manovre esteriori (come il nascondere o spostare oggetti) o psicologiche. Così facendo, il molestatore fa credere alla vittima di essere colpevole dei maltrattamenti subiti, mostrandosi al contempo compassionevole".

14 maggio 2014

The Green Hornet (M. Gondry, 2011)

The Green Hornet (id.)
di Michel Gondry – USA 2011
con Seth Rogen, Jay Chou
**1/2

Visto in DVD.

Per superare la noia e prendersi a modo suo una rivincita sull'ingombrante genitore, direttore e proprietario di un quotidiano indipendente che si è sempre battuto contro la corruzione e il crimine dilagante a Los Angeles, lo scapestrato Britt Reid decide di diventare un vigilante mascherato. Con l'aiuto del fido Kato, autista, meccanico ed esperto in arti marziali, assume così l'identità di Green Hornet ("il calabrone verde") e si lancia in spericolate scorribande notturne, sfruttando al contempo il giornale per far credere alle bande rivali e all'opinione pubblica di essere a sua volta un criminale. Per la prima volta al timone di un blockbuster d'azione hollywoodiano (ma il progetto risale addirittura al 1997: avrebbe dovuto essere il suo film d'esordio!), Gondry rispolvera un personaggio nato in una serie radiofonica degli anni '30, celebre soprattutto per il telefilm degli anni '60 in cui Bruce Lee interpretava il ruolo della spalla, lo aggiorna all'era di internet e lo rivisita all'insegna dell'ironia e del disimpegno, dando vita a quella che, di fatto, è una parodia del genere supereroistico (tanto da non essere apprezzata da chi, inspiegabilmente, l'ha presa sul serio). Il suo Green Hornet è imbranato, arrogante, egocentrico, e i suoi successi nella lotta al crimine dipendono esclusivamente dalle sofisticate armi e dalle vetture corazzate progettate da Kato (che anche nel combattimento corpo a corpo lo surclassa), benché la spalla preferisca restare nell'ombra e non abbia nemmeno un nome in codice. I toni sono da buddy movie: a un certo punto i due litigheranno per una donna (la segretaria/criminologa Lenore), ma sapranno riconciliarsi prima dello scontro finale. La regia, a tratti confusa ma comunque ricca di idee, si appoggia su una brillante fotografia ma soprattutto su una vivace sceneggiatura (scritta dallo stesso Seth Rogen, insieme a Evan Goldberg), dove le battute rappresentano il vero scheletro di una vicenda che pesca a piene mani dall'immaginario dei comics (d'altronde il Green Hornet originali ha ispirato molti epigoni successivi, a partire da Batman, e si vede). Divertente, fra le altre, la gag metalinguistica generata dal doppiaggio italiano a proposito del nome del protagonista: "Però diciamolo in inglese, è molto più di classe". Colonna sonora da mal di testa. Interessante il cast di supporto: Lenore è interpretata da Cameron Diaz, il padre di Britt da Tom Wilkinson e il caporedattore del "Daily Sentinel" da Edward James Olmos, mentre James Franco fa un divertente cameo all'inizio (il trafficante di droga) e Christoph Waltz ruba la scena nei panni del gangster russo Chudnofsky, che a un certo punto cambia nome in... Bloodnofsky, "per fare più paura"!

12 maggio 2014

Devil's Knot - Fino a prova contraria (A. Egoyan, 2013)

Devil's Knot - Fino a prova contraria (Devil's Knot)
di Atom Egoyan – USA 2013
con Reese Witherspoon, Colin Firth
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

In una cittadina rurale dell'Arkansas, tre bambini di otto anni vengono trovati uccisi nel bosco: le strane modalità del delitto fanno sospettare che possa essersi trattato di un rituale satanico, e dunque le indagini prendono di mira tre adolescenti del luogo appassionati di occulto e di musica Heavy Metal. Nonostante la mancanza di prove, i ragazzi verranno condannati: e solo diciotto anni più tardi la revisione del processo, pur con una formula piena di dubbi, li rimetterà in libertà. Con le modalità del thriller giudiziario, il film racconta un caso di cronaca avvenuto realmente e che colpì molto l'opinione pubblica, generando documentari (la trilogia di "Paradise Lost"), ispirando canzoni e attirando l'interesse di diverse star di Hollywood (fra cui Peter Jackson, che ha prodotto un docu-film sull'argomento, e Johnny Depp, diventato amico di uno dei tre accusati). Egoyan è da sempre a suo agio nel descrivere le inquietudini, le paure e i lutti di una provincia profonda e arretrata, ma il suo non è un ritorno ai vertici de "Il dolce domani": la regia, per quanto adeguata, sembra ormai stanca e senza guizzi, incapace di sollevare l'interesse per una sceneggiatura da tv movie che si trascina con una certa noia, ingabbiata fra la necessità di restare fedele agli eventi che racconta e la tentazione di romanzarli. Quelli che veramente mancano, però, sono i personaggi: sia la Witherspoon (che interpreta la madre di una delle tre vittime) sia Firth (il detective Ron Lax, che si prende a cuore il caso perché contrario alla pena di morte) non riescono a infondere vita in figure stereotipate e molto meno interessanti, per esempio, dei tre ragazzi imputati (James Hamrick, Seth Meriwether e Kristopher Higgins), che avrebbero forse dovuto essere i veri protagonisti della pellicola. Come nella realtà, il film (che si concentra soprattutto sul pressapochismo delle indagini della polizia e sui pregiudizi che avrebbero portato alla prima condanna) si chiude senza dare una risposta sull'identità dell'assassino, ma seminando indizi e dubbi in diverse direzioni. E forse in questo sta quel poco di suggestione che, tutto sommato, lascia allo spettatore.

10 maggio 2014

Chi sta bussando alla mia porta? (M. Scorsese, 1967)

Chi sta bussando alla mia porta? (Who's that knocking at my door)
di Martin Scorsese – USA 1967
con Harvey Keitel, Zina Bethune
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il giovane J.R. (Keitel) vive nella Little Italy di New York, dove bighellona per le strade e i bar con gli amici Joey (Lennard Kuras) e Sally "Gagà" (Michael Scala). Un giorno conosce una ragazza (Bethune) sul traghetto che collega Manhattan a Staten Island, comincia a frequentarla e progetta di sposarla. Ma quando lei gli racconta di essere stata violentata dal suo precedente boyfriend, i suoi valori cattolici vanno in crisi ("Ci sono le battone, e poi ci sono le ragazze. Nessuno sposerebbe una battona, perché non è vergine"). Il lungometraggio d'esordio di Scorsese, girato quando il regista aveva fra i 23 e i 25 anni e interpretato dal suo compagno di corso alla scuola di cinema Harvey Keitel, è una pellicola incredibilmente già del tutto matura sia per stile sia per contenuti, e anticipa per più cose il successivo "Mean streets". Il tema della colpa in senso cattolico (per il complessato J.R. il rapporto con l'altro sesso si risolve in una dicotomia fra Madonna e puttana) si fonde con la vita di tutti i giorni di giovani delinquentelli italo-americani nel tipico scenario urbano newyorkese, mentre la fotografia in bianco e nero (assai sgranata e realista, in particolare nelle scene notturne, quasi da documentario) guarda a Cassavetes o al cinema europeo dell'epoca, e il montaggio frenetico e anti-narrativo (di Thelma Schoonmaker, che rimarrà una collaboratrice abituale del regista) fonde in continuazione il presente con frammenti di ricordi, pensieri o fantasie del protagonista. Se il risultato pare già compiuto, la gestazione del film è stata lunga e travagliata: il progetto iniziale (intitolato "Bring on the dancing girls") risale al 1965, sotto forma di film studentesco per la New York University, e prevedeva soltanto le vicende di J.R. e dei suoi amici che bighellonavano per la città. La pur credibile sottotrama romantica con Zina Bethune fu inserita successivamente, nel 1967, quando la pellicola fu proiettata per la prima volta in pubblico con il titolo "I call first". L'anno successivo, su insistenza del produttore di exploitation Joseph Brenner, Scorsese aggiunse la scena in cui Keitel si immagina in compagnia di una serie di prostitute, e la pellicola uscì nelle sale nel 1969 nella forma e con il titolo attuale (anche se nel 1970 fu brevemente rieditata come "J.R."). La sequenza in questione, con un rapido montaggio di immagini di nudo sulle note di "The end" di Jim Morrison, è comunque solo una delle tante in cui la colonna sonora, tutta a base di canzoni pop anni sessanta, gioca un ruolo importante (Scorsese ha citato Kenneth Anger come fonte di ispirazione per l'uso della musica): da ricordare per esempio anche la scena dello stupro della ragazza, mentre la radio suona "Don’t ask me to be lonely" in maniera frammentata e distorta; e quella conclusiva ambientata in chiesa, fra le statue di Cristo e dei santi, con la canzone "Who's that knocking?" che dà il titolo al film. Col senno di poi, il regista ha messo davvero tanto di suo nel personaggio, a cominciare dalla cinefilia: vedi le discussioni di J.R. sul cinema western (è un fan di John Wayne e di "Sentieri selvaggi"). La donna che cucina nella scena iniziale è Catherine Scorsese, la vera madre di Martin.

7 maggio 2014

Nymphomaniac (Lars von Trier, 2013)

Nymphomaniac (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/UK/D/B 2013
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Charlotte Gainsbourg, l'unica attrice "sopravvissuta" a più di un film con Lars von Trier (è infatti già alla sua terza collaborazione con il regista danese, mentre le varie Emily Watson, Björk, Nicole Kidman, Bryce Dallas Howard e Kirsten Dunst non hanno "retto" oltre la prima prova), interpreta la nifomane Joe, che dopo essere stata ritrovata pesta e sanguinante in un vicolo dal mite e colto Seligman (Stellan Skarsgård) gli racconta – come in un'unica e lunga seduta di psicanalisi, o come davanti a un prete nel confessionale – i retroscena della propria vita "peccaminosa": dalla scoperta della sessualità in età acerba, all'utilizzo di questa per "collezionare" più uomini possibili; dal rapporto con il padre (Christian Slater), che le ha insegnato l'amore per la natura, a quello con Jerome (Shia LeBeouf), l'unico uomo che abbia mai davvero amato; dai tentativi di trovare nuove strade per risvegliare il piacere sessuale, fino alla serie di eventi che l'hanno condotta fin lì. Distribuito nelle sale cinematografiche diviso in due parti (denominate "Vol. I" e "Vol. II", come in "Kill Bill", ma in questo caso più propriamente come due tomi di un romanzo, per la precisione un Bildungsroman), a loro volta divise in "capitoli" (otto in totale, cinque nel primo film e tre nel secondo: 5 e 3 sono numeri ricorrenti), il terzo film della cosiddetta "trilogia della depressione" di LVT (dopo "Antichrist" e "Melancholia") ha apparentemente un solo filo conduttore: la vita sessuale della protagonista. La sua ninfomania è un po' una scelta consapevole e un po' una dipendenza, come quelle dall'alcol o dal fumo, e a tratti sembra quasi un pretesto per imbastire una serie di variazioni sul tema che sfiorano tutti i tipi di perversione sessuale (dal sadomadochismo alla pedofilia, passando per il sesso interrazziale o il lesbismo). Ma Von Trier, lo sappiamo, è un furbone, abituato da sempre a giocare con lo spettatore, a stimolarne le attese e poi a spiazzarlo scompigliando le carte. E con "Nymphomaniac" sembra aver dato il meglio di sé, a partire dalla campagna di marketing e dalle locandine che presentavano il film come estremamente scandaloso, facendo credere di trovarsi di fronte a un "porno d'autore", salvo poi permettere che nelle sale giungesse una versione "censurata e ridotta" (ma cosa potranno aggiungere, a livello di significato, le eventuali scene di sesso che sarebbero state tagliate?). In realtà, come già in "Dogville" e in generale in tutti i film del buon Lars, il vero senso del film sta nei suoi sottotesti, più o meno nascosti: quello religioso (il finale, come ha fatto notare marco c. in un commento sotto questo post, può legare il lungometraggio al precedente "Antichrist", con la donna che torna nel suo ruolo diabolico di corruttrice dell'innocente) o quello sociale (ancora una volta la donna è una vittima della società: Seligman commenta giustamente come il nostro giudizio sulle sue vicende sarebbe diverso se lei fosse stata un uomo e le sue conquiste fossero state femminili).

Nel primo volume la narrazione di Joe è accompagnata – più che da un progressivo approfondimento del personaggio – da metafore talmente esplicite (la pesca alla mosca, la polifonia di Bach) da essere persino illustrate sullo schermo a più riprese. Il risultato ricorda quasi un film di Peter Greenaway: le sovrimpressioni di numeri e di diagrammi, le ricorrenze (i suddetti 5 e 3), gli split screen, le divagazioni colte (Poe, Bach, i numeri di Fibonacci), l'elenco degli amanti (quasi tutti i personaggi – con la notevole eccezione di Jerome – sono indicati soltanto con la lettera iniziale del nome: B, G, H, ecc.) e in generale la "catalogazione" degli episodi della propria vita (episodi significativi ma non "formanti": spesso Joe sottolinea che i vari eventi non l'hanno cambiata e che la sua natura è sempre stata la stessa sin dall'inizio) sono però elementi che in Greenaway sovrastano la storia, spesso solo un pretesto, mentre in questo caso siamo di fronte all'esatto contrario. Nel secondo volume, poi, LVT abbandona gradualmente queste distrazioni (la stessa Joe, dopo l'ennesima divagazione di Seligman, afferma: "Questa è stata una delle sue disgressioni più deboli") e guida lo spettatore più a fondo nel personaggio, che si barcamena fra visioni mistiche, crisi personali e vani tentativi di autoanalisi. Probabilmente il modo migliore per gustarsi "Nymphomaniac" sarebbe quello di guardarlo tutto di fila, visto che più si accumulano i capitoli e gli episodi raccontati e più l'insieme acquista "spessore" e fisionomia: è come se il suo valore fosse "quantitativo", ovvero dato dalla somma delle parti (proprio come Joe sente di aver avuto in fondo un solo amante, la somma di tutti gli uomini che ha conosciuto). Al di là del marketing, la scelta di dividere la pellicola in due parti risulta dannosa (è come interrompere a meta un romanzo, appunto, o un amplesso). La fotografia, in cui dominano il beige e i toni smorti (il quarto capitolo è addirittura tutto in bianco e nero), dona all'insieme un sapore vetusto e polveroso come i libri di Seligman (significativa è anche l'assenza di una precisa collocazione temporale delle vicende). Nella colonna sonora ricorrono il valzer di Shostakovich (già usato da Kubrick nel suo "Eyes Wide Shut") e l'hard rock dei Rammstein. Quanto al comparto attoriale, è da ammirare la prova di Stacy Martin (che interpreta Joe da giovane, e dunque vera protagonista del Vol. I), mentre la struttura episodica del racconto lascia spazio qua e là a numerosi comprimari: nel primo volume spiccano Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Hugo Speer e vari attori danesi (fra i quali Jens Albinus e Jesper Christensen), nel secondo Jamie Bell, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Mia Goth e Willem Dafoe. Le scene di sesso sono simulate, mediante l'utilizzo di controfigure (fra cui attori porno), di protesi e persino di effetti digitali. Fra i ringraziamenti finali, spicca quello a Tarkovskij, del quale non mancano alcune citazioni (l'icona di Rublëv, il titolo "Lo specchio").

6 maggio 2014

Biancaneve (Tarsem Singh, 2012)

Biancaneve (Mirror Mirror)
di Tarsem Singh – USA 2012
con Lily Collins, Julia Roberts
*

Visto in TV, con Sabrina.

Il regista indiano Tarsem Singh firma questa rilettura della favola di Biancaneve con toni da commedia (non a caso Julia Roberts, che interpreta la regina cattiva, è la voce narrante nonché a tratti la vera protagonista) e parecchie modifiche al plot originale: i sette nani sono banditi che rapinano chi passa nella loro foresta, la regina cattiva vuole sposare il principe per motivi economici, questi (Armie Hammer) è un idiota che si lascia ingannare in continuazione, ma soprattutto, nel più puro stile "revisionista" da teen movie del ventunesimo secolo, Biancaneve diventa un'eroina d'azione che combatte i mostri al fianco dei nani, ed è lei a salvare con un bacio il principe dall'incantesimo che l'ha fatto innamorare della regina cattiva, e non il contrario. Stravolgere una fiaba è sempre una cosa negativa, perché i suoi elementi non sono messi lì a caso ma hanno un preciso significato simbolico e psicologico. E dunque questo è il vero difetto di un film che per il resto si basa su una sceneggiatura leggera e superficiale, colma di battute e gag stupide che ne affossano la drammaticità, i contrasti, la cupezza che dalla versione originale dei fratelli Grimm era sopravvissuta persino in quella a cartoni animati di Walt Disney. Fra le poche cose da salvare ci sono sicuramente i costumi di Eiko Ishioka (infatti candidati all'Oscar), in particolare quelli sontuosi indossati dalla regina, ma anche le varie maschere a foggia di animale della festa da ballo, o le corazze delle guardie con elmi che sembrano usciti da "Guerre stellari". Non trascendentali, invece, scenografie e ambienti, di solito un punto di forza delle pellicole di Tarsem, così come il comparto degli effetti speciali: interessante lo specchio magico, collocato in un'altra dimensione che ricorda un atollo del Pacifico, mentre tutto il resto è talmente fasullo (foresta di betulle compresa) da ricordare certi adattamenti televisivi di fiabe dell'Europa dell'est, o al massimo l'epoca in cui Hollywood girava sempre in studio e mai in esterni. Maluccio il cast (la protagonista, figlia di Phil Collins, assomiglia vagamente a Audrey Hepburn, ma francamente non pare destinata a una brillante carriera), dove però spicca Nathan Lane nei panni di Brighton, il factotum della regina. Sean Bean, che appare pochissimo, è il re. Nota di demerito per il "normalizzante" titolo italiano. Curiosità: quasi in contemporanea a questa, nelle sale è apparsa anche un'altra versione in live action, "Biancaneve e il cacciatore", che anziché virare la storia in chiave di commedia ne accentuava i lati più dark e mirava a un target meno infantile.

5 maggio 2014

A.K. (Chris Marker, 1985)

A.K. (id.)
di Chris Marker – Francia 1985
con Akira Kurosawa, Tatsuya Nakadai
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario che mostra Akira Kurosawa e la sua troupe al lavoro durante le riprese del film "Ran". Il cineasta francese Chris Marker (quello de "La jetée"), da sempre affascinato dalla cultura giapponese, era infatti presente sul set alle pendici del Monte Fuji e ha immortalato la lavorazione dell'ultima grande epica kurosawiana come se si trattasse di celebrare un "rito" il cui gran sacerdote, naturalmente, è Kurosawa stesso, attorniato da fedeli collaboratori che lavorano con lui da tantissime pellicole. Assistiamo così alla meticolosità del sensei, alla sua pazienza certosina e ai suoi efficaci "trucchi" di regia (come la celebre abitudine di usare tre differenti macchine per riprendere le scene da più punti); alle lunghe prove con gli attori in costume, dai quali il regista nipponico esige la perfezione fin nelle minime sfumature; alle fatiche delle numerose comparse che indossano le pesanti armature prima delle scene di battaglia; al fascino di uno scenario incantato e magico, con scenografie che conferiscono alla pellicola uno dei suoi tanti punti di forza (da ricordare, per esempio, la scena del campo di grano dipinto d'oro, peraltro poi tagliata al montaggio e dunque non presente nel film); e ancora, riflessioni sparse sui colori, sui cavalli, sulla natura, sul vento e sulla luna. "Il rischio è quello di fregiarci di una bellezza che non ci appartiene", riflette Marker, eppure il suo documentario fa ben più che brillare di luce riflessa del capolavoro di Kurosawa: è la preziosa documentazione di un modo di fare cinema al tempo stesso epico e monumentale (alla sua uscita si trattava del film più costoso mai prodotto in Giappone) e artigianale e umile (sul set tutti si danno una mano, e non c'è compito troppo modesto da non essere svolto personalmente anche dai più alti nella "gerarchia" di comando). Forse non sarà indispensabile per apprezzare la bellezza di "Ran", ma rimane un documentario di notevole interesse per comprendere il segreto di un film memorabile e la grandezza del suo autore. Anche perché Marker si fa spesso da parte, lascia che siano le immagini a parlare, e soprattutto dà allo spettatore la sensazione di trovarsi anche lui sul set, testimone oculare e invisibile di un genio al lavoro.