30 settembre 2017

Venezia e Locarno 2017 - conclusioni

Devo ammettere che quest'anno la rassegna mi ha sorpreso positivamente, anche perché le aspettative erano piuttosto basse, vista la quasi totale assenza di registi noti (con poche eccezioni, come Koreeda, Guédiguian e Maoz). Tante belle scoperte, tanti film stimolanti e spiazzanti, che partendo da soggetti o trame non particolarmente originali hanno saputo offrire variazioni sul tema e sviluppi sempre interessanti. Il meglio è giunto dal Medio Oriente, le cui cinematografie si confermano quanto mai in salute: il libanese "L'insulte", i due israeliani "Longing" e "Foxtrot", e l'iraniano "No date, no signature", soprattutto, sono stati ottimi film, fra i migliori di una rassegna che credo abbia ricevuto da parte mia una delle medie voto più alte di sempre. Molto bene anche "Temporada de caza", "La villa", "Les bienheureux" e "Gatta Cenerentola". Nessuna pellicola nettamente sotto la sufficienza: quelle che però ho apprezzato di meno sono state il melodrammatico thriller "Le fidéle", il pretenziosamente poetico "La nuit où j'ai nagé" e il poco coinvolgente biopic "Nico, 1988". In declino, rispetto a una decina d'anni fa, il cinema dell'estremo oriente, per non parlare di quello italiano ("Gatta Cenerentola" è un'eccezione sotto ogni punto di vista). Riguardo ai temi trattati, ne spiccava uno su tutti: il rapporto fra padri e figli, al centro di titoli come "Lola pater", "Foxtrot", "Longing", "Temporada de caza", "Jusqu'à la garde", e volendo anche "La villa", "La nuit où j'ai nagé", "The third murder" e altri ancora. Diversi i film che parlavano di medici e di ospedali ("Disappearance", "No date, no signature", "Les bienheueux") e di processi ed avvocati ("L'insulte", "The third murder", "Jusqu'à la garde"). E molto affrontato anche il tema del passato e della memoria, che fosse individuale o storico-sociale (ancora "L'insulte", "Les bienheureux", "Foxtrot", "La villa", "Nico, 1988", fra gli altri).

28 settembre 2017

The third murder (Hirokazu Koreeda, 2017)

The third murder (Sandome no satsujin)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2017
con Masaharu Fukuyama, Koji Yakusho
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Lo spregiudicato avvocato Shigemori (Fukuyama) deve occuparsi della difesa di un uomo, Misumi (Yakusho), che si autoaccusa di un delitto. Misumi rischia la pena di morte, in quanto recidivo: ha infatti già scontato trent'anni di carcere per altri due omicidi compiuti in gioventù, per i quali era stato condannato dal padre dello stesso Shigemori, che faceva il giudice. Le attuali circostanze del suo nuovo omicidio restano in parte oscure (a cominciare dalle dinamiche e dal movente), ma scoprire la verità non sembra importare davvero a nessuno: non all'imputato, che continua a cambiare versione, incurante delle possibili conseguenze; e nemmeno all'avvocato, che pensa piuttosto a quale sia la strategia migliore per ottenere la sentenza più mite, a prescindere da come sono andati i fatti. Allontanandosi per una volta dai drammi famigliari a lui consueti (ma solo apparentemente: i rapporti di famiglia assumono un'importanza sempre più elevata, man mano che nuovi dettagli vengono alla luce), Koreeda scrive e dirige un legal thriller dal ritmo lento e dilatato e dai toni freddi e cupi, ambientato d'inverno fra una Tokyo ostile e un Hokkaido innevato (la regione dalla quale provengono entrambi i protagonisti). Anche al regista, a ben vedere, non interessa la ricerca della verità (e pensa che non debba interessare nemmeno allo spettatore): il film è tortuoso, sospeso e ambiguo, con personaggi che mentono e fingono di non avere sentimenti (ma lo fanno per eludere le responsabilità oppure, al contrario, per farsene carico?), e le molte alternative si accavallano, tanto che rischia di perdere la presa sullo spettatore, disorientato e lasciato alla deriva in un limbo esistenziale dove non conta più la ricostruzione dei fatti ma solo trovare qualche appiglio in un labirintico gioco di specchi (a proposito: molto bella l'inquadratura nel finale, quando avvocato e imputato discutono separati da un vetro nel quale i loro due volti si riflettono e si sovrappongono), dove i parallelismi sono fin troppi per pensare a una semplice coincidenza (l'avvocato, l'imputato e la vittima hanno tutti e tre una figlia con la quale hanno in qualche modo smarrito il rapporto; e a legare le tre ragazze ci sono elementi particolari come la capacità di fingere (la figlia dell'avvocato "recita" per trarsi fuori dai guai) o la disabilità (tanto quella di Misumi che quella dell'uomo che ha ucciso zoppicano da una gamba). In più, la pellicola intende stimolare en passant riflessioni sul sistema giudiziario, anche se la questione del rapporto fra giustizia e verità è troppo filosofica per colpire appieno nel segno. Nel cast anche Suzu Hirose (la giovane figlia della vittima), Yuki Saito e Kotaro Yoshida.

27 settembre 2017

Nico, 1988 (Susanna Nicchiarelli, 2017)

Nico, 1988
di Susanna Nicchiarelli – Italia/Belgio 2017
con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Patrizia, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Biopic su Christa Päffgen, in arte Nico, modella, cantante e musa dei Velvet Underground, che nel corso degli anni conobbe, fu amica o ebbe relazioni – fra gli altri – con Alain Delon (padre, mai riconosciuto, di suo figli Ari), Brian Jones, Bob Dylan, Andy Warhol, Lou Reed, John Cale, Jim Morrison e il regista Philippe Garrel, prima di intraprendere una carriera solista (nel campo del gothic rock: fu soprannominata "la sacerdotessa delle tenebre" per la voce cavernosa e le sonorità cupe e inquietanti). Susanna Nicchiarelli, al suo terzo film, sceglie però di raccontare soltanto gli ultimi due anni di vita dell'artista (che morì nel 1988 per un malore mentre andava in bicicletta), ovvero quando era ormai lontana dagli eccessi e dalle glorie del passato. Su spinta del suo nuovo manager (Sinclair), intraprende un tour per l'Europa con esiti altalenanti (assistiamo a un disastroso concerto ad Anzio, fra dipendenza dall'eroina e continui dissidi nel gruppo, e a uno clandestino a Praga, ancora dietro la cortina di ferro), cerca di riavvicinarsi al figlio (cresciuto dalla nonna a Parigi e soggetto a diversi tentativi di suicidio) e in generale di rimettere in ordine la propria vita. Il tutto camminando sul ciglio di quell'abisso che descrive nelle sue canzoni, aggrappandosi al poco che gli resta (la musica, il figlio) e girando sempre con un registratore portatile per cercare di ricatturare il suono che la tormenta da una vita, quello della caduta di Berlino durante la seconda guerra mondiale (all'epoca aveva solo 7 anni: curiosamente, morirà l'anno prima del crollo del muro). Anche se il film fa un buon lavoro nel ritrarre Christa/Nico sullo schermo (mescolando interpretazione artistica e ricostruzione storica) e nel metterne in luce le diverse sfaccettature, fra pregi e difetti (il carattere forte ma anche scostante e indisponente, la fragilità di fondo), non riesce a emozionare più di tanto chi, come me, non conosceva il personaggio né la sua musica. Forse anche perché gran parte dei brani che si sentono non sono quelli originali di Nico, ma sono stati reinterpretati dall'attrice danese Trine Dyrholm e dal gruppo Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, che da sempre firma le colonne sonore dei film della Nicchiarelli. In sala era presente la regista.

La villa (Robert Guédiguian, 2017)

La villa
di Robert Guédiguian – Francia 2017
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Quando l'anziano padre Maurice (Fred Ulysse) piomba in stato catatonico dopo un ictus, i suoi tre figli si ritrovano insieme per la prima volta dopo molti anni nella villetta dove lui abitava, in un piccolo ex villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra (il film è stato girato nella calanca di Méjean, presso Marsiglia). Si tratta di Angèle (Ariane Ascaride), attrice teatrale che da vent'anni vive nel rancore per la morte della figlia Blanche, annegata proprio mentre era con il nonno; di Joseph (Jean-Pierre Darroussin), cinico intellettuale e vecchio militante di sinistra, irrimediabilmente geloso della sua giovane compagna Bérangère (Anaïs Demoustier); e di Armand (Gérard Meylan), che a differenza degli altri due non ha mai abbandonato il villaggio costiero, anche per gestire il ristorante che aveva aperto insieme al padre. Ma il paese, un tempo brulicante di vita, è ormai semideserto, per via della crisi economica e dello scarso appeal verso i più giovani (mentre i vecchi muoiono o, addirittura, scelgono di suicidarsi). Tuttavia, il doloroso viaggio nel passato, dopo le prime difficoltà e incertezze, si rivela proficuo per i tre fratelli, che riusciranno a superare i propri traumi e le incomprensioni, scoprendo nuovi amori o nuove ragioni di vita. Una pellicola che forse è la summa di tutto il cinema di Guédiguian: riflessioni nostalgiche sulla famiglia, la società e la politica, con riferimenti all'attualità (ci sono militari che pattugliano le coste in cerca dei migranti che sbarcano clandestinamente) ma anche e soprattutto al passato. Il tutto un po' macchiato, nel finale, da una scontata retorica umanista: tuttavia, la buona costruzione dei personaggi (in alcuni di loro, anche solo per certi tratti, non è difficile immedesimarsi), le ottime interpretazioni e la suggestiva ambientazione (il piccolo villaggio nella baia ricorda diversi paesi della Liguria) lo rendono ben più che gradevole. Alla fine, si resterebbe volentieri un po' più a lungo insieme a loro. Nel cast anche Yann Trégouët (Yvan, il vicino di casa), Jacques Boudet e Geneviève Mnich (i suoi anziani genitori) e Robinson Stévenin (Benjamin, il pescatore che si innamora di Angèle).

Angels wear white (Vivian Qu, 2017)

Angels wear white (Jia nian hua)
di Vivian Qu – Cina 2017
con Wen Qi, Zhou Meijun
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La giovanissima Mia (Wen Qi) lavora in un albergo in una piccola città costiera. Siamo fuori stagione: ma una notte, mentre sostituisce una collega alla reception, giunge in hotel un uomo con due bambine di dodici anni in sua custodia. L'uomo si approfitterà di loro, e l'unica testimone che potrebbe incastrarlo è proprio Mia, che lo vede entrare nella stanza delle bambine grazie alle videocamere di sorveglianza. Ma nel timore di essere licenziata e cacciata via (non ha documenti ed è un'immigrata clandestina), non dice nulla alla polizia... Al secondo film, Vivian Qu intende riflettere sulla donna oggetto (esemplare la gigantesca statua di Marilyn, nella celebre posa di "Quando la moglie è in vacanza", che si erge sulla spiaggia della località balneare) e vittima di una società maschilista, impotente di fronte ai soprusi e alle prepotenze di chi, con la forza o il denaro, è in grado di fare quel che vuole. Le vittime, infatti, non sono soltanto le due bambine – una delle quali, la taciturna Wen (Zhou Meijun), è protagonista della pellicola al pari di Mia: anche se le due non condividono quasi mai la stessa scena, sono legate da oggetti (la parrucca bionda) e da luoghi (la spiaggia, il parco giochi, la statua di Marilyn), oltre che dal tema dell'infanzia negata – ma le donne in generale: si pensi anche alla collega di Mia, la receptionist ufficiale dell'albergo (Peng Jing), sedotta, picchiata e abbandonata dal suo ragazzo delinquente; o all'avvocatessa (Shi Ke) che si prende a cuore il caso di abuso, il cui successo nel portare alla luce la verità viene vanificato dalla corruzione imperante dei potenti. Il film, seppure un po' schematico (anche nella sua simbologia: vedi gli abiti bianchi che dovrebbero rappresentare la purezza, da quelli delle bambine – gli "angeli" del titolo – a quelli delle spose, ma che spesso significano tutt'altro, come nel caso di Marilyn appunto o del vestito che la stessa Mia indossa per prostituirsi nella scena finale, prima per fortuna di una fuga catartica), ha il pregio di esternare con sincerità il suo dolore e il suo pessimismo, fra dilemmi morali (Mia vorrebbe ricattare il responsabile dello stupro delle due bambine) e la mancanza di facili soluzioni.

25 settembre 2017

Temporada de caza (Natalia Garagiola, 2017)

Stagione di caccia (Temporada de caza)
di Natalia Garagiola – Argentina 2017
con Lautaro Bettoni, Germán Palacios
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Espulso per una rissa dalla scuola di Buenos Aires che frequentava, il giovane Nahuel (Bettoni) – ribelle e indisciplinato – viene spedito dal patrigno ad abitare per un periodo di tempo con il suo vero padre, Ernesto (Palacios), che fa il guardacaccia in Patagonia. Il ragazzo mostra molta ostilità verso il genitore, che non ha mai veramente conosciuto, essendosi separato dalla madre quando lui era ancora piccolo. Ma pian piano il legame fra padre e figlio comincerà a forgiarsi, anche per merito delle battute di caccia (e di sorveglianza del territorio) che effettueranno insieme. Gli scenari naturali, selvaggi e remoti della Patagonia fanno da sfondo al racconto del recupero di un legame che sembrava ormai perso per sempre. E invece, passo dopo passo, Nahuel ed Ernesto impareranno a conoscersi meglio: il padre, abbandonati i primi tentativi autoritari di "domare" la ribellione del ragazzo, lo porterà a condividere il proprio mondo (la scena della prima battuta di caccia insieme, in cui l'uomo lascia addirittura che il figlio abbia la possibilità di sparargli contro, è quanto mai fondamentale); Nahuel, dal suo canto, saprà superare la rabbia e i rancori che lo divorano (per la morte della madre, e per essere stato abbandonato dal padre). Gli scenari e il paesaggio di un luogo "ai confini del mondo" fanno il resto, elevando una storia in fondo semplice a simbolo e metafora di un fondamentale passaggio esistenziale (anche la caccia, da sempre momento di crescita, è un'attività simbolica). La regia è inizialmente nervosa, con ampio uso di camera a mano, quasi a riflettere le turbolenze dell'animo del ragazzo: pian piano, anch'essa si placa. Fotografia (plumbea) e recitazione perfettamente adeguate. Curiosamente, trattandosi di una pellicola così incentrata sullo sviluppo di un legame (maschile) fra padre e figlio (da notare il contrasto con le cinque bambine – tutte femmine – che Ernesto ha dal secondo matrimonio), la regista e sceneggiatrice è una donna.

No date, no signature (Vahid Jalilvand, 2017)

No date, no signature (Bedoune tarikh, bedoune emza)
di Vahid Jalilvand – Iran 2017
con Amir Aghaee, Navid Mohammadzadeh
***1/2

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il dottor Nariman (Aghaee), scrupoloso medico legale, urta con l'automobile un motorino, provocando la caduta di un bambino che apparentemente riporta solo qualche escoriazione. La mattina dopo, all'ospedale in cui lavora, scopre però che il bambino, portato lì dalla famiglia, è morto durante la notte. L'autopsia rivela un'intossicazione da botulino, ma il medico non riesce a togliersi l'idea che la vera causa del decesso sia stato proprio l'incidente di cui è responsabile... Complesso dramma sul senso di colpa, con un effetto domino che vede i personaggi lottare con la propria coscienza. Anche il padre del bambino (Mohammadzadeh), infatti, sentendosi responsabile di aver portato a casa della carne avariata, si imbarca in una personale vendetta contro l'uomo che gliel'ha venduta. Il tutto mentre il dottor Nariman chiede l'esumazione della salma per chiarire (almeno a sé stesso), una volta per tutte, cosa è veramente accaduto. Il cinema iraniano ha affrontato spesso i temi della colpa e della responsabilità (fra gli esempi più recenti, mi viene in mente "Melbourne" di Nima Javidi): e qui lo fa con precisione chirurgica, intensità drammatica, fotografia austera e accurata indagine psicologica, trascinando lo spettatore in una tragedia che appare da subito assai complessa e stratificata, venata com'è da dubbi fattuali e da dilemmi morali. E in questa realtà sfuggente e labirintica, con la sua dose di ambiguità, tutte le porte rimangono aperte fino alla fine: i veri giudizi (come la ricerca della verità) sono soprattutto interiori, nell'ambito della propria coscienza. Ottima la regia e gli interpreti.

La nuit où j'ai nagé (D. Manivel, K. Igarashi, 2017)

La nuit où j'ai nagé (Oyogisugita yoru)
di Damien Manivel, Kohei Igarashi – Giappone/Francia 2017
con Kogawa Takara, Kogawa Keiki
**

Visto al cinema Beltrade, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Anziché andare a scuola, un bambino di sei anni si incammina da solo per i paesaggi innevati dell'Hokkaido, con l'intenzione di raggiungere il paese vicino per andare a portare al padre, che lavora al mercato del pesce, il disegno che ha fatto per lui la notte precedente. Una pellicola totalmente senza dialoghi (ma non muta: ci sono musiche e rumori di fondo), su uno spunto semplice e uno scenario quasi da fiaba. Poetica, forse troppo, e sicuramente a rischio di pretenziosità (e di pretestuosità nella scelta di non usare le parole, il che significa mancanza di interazione fra il piccolo protagonista e altri personaggi). Francamente mi sono annoiato, e non bastano immagini e situazioni "carine" (il bambino, i cani, la neve) per fare un film. Fosse stato un cortometraggio, almeno... Tanta essenzialità e il lavoro di sottrazione avrebbero dovuto suggerire anche una durata assai più ridotta (la stessa poesia giapponese, non a caso, favorisce l'haiku più del poema epico). Coproduzione franco-nipponica (come le nazionalità dei due registi), la "Primavera" di Vivaldi nella colonna sonora.

24 settembre 2017

Les bienheureux (Sofia Djama, 2017)

Les bienheureux
di Sofia Djama – Francia/Belgio/Qatar 2017
con Sami Bouajila, Nadia Kaci, Amine Lansari
***

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato ad Algeri nell'arco di una giornata, un film corale per riflettere – attraverso gli sguardi di differenti generazioni – sul tragico passato del paese nordafricano (insanguinato dalla guerra civile), il suo difficile presente (fra i pericoli del terrorismo e la recrudescenza dell'integralismo religioso) e il suo incerto futuro (le cui speranze sono affidate ai più giovani, che sembrano peraltro ancora in cerca di una propria identità, sballottati fra mille contraddizioni). Samir (Sami Bouajila), medico che pratica aborti clandestini, e sua moglie Amal (Nadia Kaci) si recano a trascorrere la serata in casa di amici e poi al ristorante per festeggiare l'anniversario del loro matrimonio. I differenti punti di vista sul loro paese, che a differenza di altri non hanno mai abbandonato nemmeno negli anni più difficili, rischiano di dividerli: la donna, che ha perso ogni speranza in un rapido miglioramento delle cose, vorrebbe che il figlio Fahim (Amine Lansari) lasciasse l'Algeria per andare a studiare in Europa, mentre il marito crede ancora che possa esserci un futuro. Nel frattempo, Fahid bighellona con gli amici Reda (Adam Bessa), che in pieno fervore religioso vorrebbe farsi tatuare sulla schiena una "sura" del Corano, e Feriel (Lyna Khoudri), ragazza ribelle in cerca di autonomia e di libertà, con un tragico passato da dimenticare... Un grande lavoro di scrittura (non a caso la regista e sceneggiatrice, all'esordio, ha studiato letteratura) per una pellicola che riesce a dare voci uniche e credibili a tutti i personaggi, portando alla luce di volta in volta le individualità, le cicatrici nascoste, i sogni e le aspirazioni, le illusioni e la rassegnazione, la rabbia e il desiderio di trasgressione. Il film è infatti sfaccettato, espone diversi punti di vista e mette in scena in problemi e le contraddizioni di un paese che attraversa una fase di profondo cambiamento: in meglio o in peggio, la questione è tutta lì. Ma la cosa certa è che dipenderà dalle nuove generazioni.

Disappearance (Ali Asgari, 2017)

Disappearance (Napadid shodan)
di Ali Asgari – Iran/Qatar 2017
con Sadaf Asgari, Amir Reza Ranjbaran
**1/2

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane coppia di fidanzati, Hamed e Sara, vaga tutta la notte per le strade della città, fra ospedali, pronto soccorsi e cliniche private, con un "problema" da risolvere, conseguente della loro prima esperienza sessuale. Il guaio è che i due non sono sposati, e per sottoporre la diciannovenne Sara a un'operazione servirebbe l'autorizzazione del marito o del padre. E naturalmente la ragazza non vuol far sapere nulla alla famiglia... Un piccolo film focalizzato su un tema decisamente delicato (in Iran, come in molti paesi islamici, arrivare vergini al matrimonio è una questione d'onore: non a caso sono assai frequenti gli interventi di ricostruzione dell'imene). I ragazzi (ai due protagonisti, nella loro odissea notturna, si aggiungono alcuni amici che cercano di aiutarli) si ritrovano sperduti in un mondo che li respinge, vittime di un sistema sanitario che dà un lato sembra efficiente, moderno e organizzato, ma dall'altro segue ancora regole vecchie e conservatrici, che non prendono in considerazione le esigenze delle giovani coppie e le lasciano in balia delle loro insicurezze e paure. E nel frattempo, mentre le strutture ufficiali compiono questo tipo di interventi solo a fronte di fior di documenti, i medici illegali li praticano clandestimante dietro lauto compenso. La scena finale giustifica l'enigmatico titolo.

Le fidèle (Michaël R. Roskam, 2017)

Le fidèle
di Michaël R. Roskam – Belgio 2017
con Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gino, detto "Gigi" (Schoenaerts), rapinatore di banche con un'infanzia difficile, si innamora a prima vista di Bénédicte, detta "Bibi", giovane pilota di auto da corsa. I due si fidanzano, anche se lei ignora la vera attività del ragazzo. Tuttavia, quando questa verrà alla luce (con Gino arrestato e rinchiuso in prigione), il loro amore proseguirà nonostante le difficoltà. Una storia d'amore con contorno di criminalità e di colpi bassi del destino, incardinata sul tema della fedeltà e del reciproco fidarsi (alla cieca?) l'uno dell'altro. La pellicola ha parecchi difetti strutturali: da una storia eccessivamente "costruita" (la mano delle sceneggiatore è tutt'altro che trasparente, e viene messa in luce da numerosi elementi: uno su tutti, la paura dei cani da parte di Gino e tutto quello che ne comporta) a una progressione degli eventi che dà la sensazione di assistere a un telefilm a puntate, come se Roskam non sapesse come concludere la vicenda e fosse dunque costretto a portarla avanti più a lungo del dovuto. Francamente, se la prima parte è anche gradevole, con la doppia vita del ragazzo a fare da filo conduttore, la seconda risulta eccessivamente melodrammatica. Di contro, però, ci sono alcune belle scene (la sequenza della rapina sull'autostrada, per esempio, e anche quella della "fuga" di Gino nel finale), e in generale il tema dell'amore che resiste a ogni avversità (comprese le menzogne), che compensano i difetti congeniti del film. A tratti ricorda alcune pellicole di Jacques Audiard ("Il profeta", "Un sapore di ruggine ed ossa").

23 settembre 2017

Longing (Savi Gabizon, 2017)

Longing (Ga'agua)
di Savi Gabizon – Israele 2017
con Shai Avivi, Assi Levi
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ariel (Avivi), dirigente d'azienda scapolo e di mezza età, scopre all'improvviso che da una sua relazione di vent'anni prima è nato un figlio, Adam, e che il ragazzo è appena morto in un incidente stradale. Pur non avendolo mai conosciuto, si reca nel paese dove vive la madre per partecipare al funerale. E, incuriosito, comincia a incontrare gli amici del figlio, i compagni di classe e tutti coloro che possono descriverglielo. Forse in cerca di una possibilità di redenzione (Ariel non ha mai voluto un figlio, per paura di non essere un padre all'altezza: e adesso vorrebbe imparare a fare il genitore fuori tempo massimo), l'uomo indaga nella personalità di Adam, scoprendone con soddisfazione e orgoglio i pregi e le qualità artistiche, e con perplessità i difetti. Si immedesima in lui e nella sua storia d'amore per l'insegnante di francese, Yael, per poi fare marcia indietro quando scopre che questa passione non era ricambiata. Si intestardisce nella folle idea di organizzare un "matrimonio fra defunti", facendo "sposare" il figlio con un'altra ragazza morta di recente. E rimane sconvolto dal sapere che Adam ha lasciato una fidanzata incinta, e fa di tutto per convincere la famiglia di lei a non farla abortire... Non tutte queste tante (forse troppe) occasioni di riscatto andranno a buon fine, ma Ariel avrà la possibilità di ripensare alla propria vita e rimettere in discussione le proprie scelte. Curioso film che procede per accumulo, passando da una situazione all'altra come se volesse offrire delle variazioni (a volte malinconiche, a volte paradossali) sul tema del lutto e del rapporto fra un padre e un figlio che non sapeva di avere, e che ormai è troppo tardi per conoscere. In mezzo, anche una scena onirica e surreale quasi felliniana. Decisamente interessante e a tratti spiazzante, il che – in questo caso, visto che i temi trattati erano a rischio di banalità – è un notevole pregio.

Candelaria (J. Hendrix Hinestroza, 2017)

Candelaria
di Jhonny Hendrix Hinestroza – Colombia/Cuba 2017
con Alden Knigth, Verónica Lynn
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella Cuba del "periodo especial" (come Fidel Castro definì gli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, quando la dissoluzione dell'Unione Sovietica privò l'isola di gran parte degli aiuti che consentivano ai suoi abitanti di far fronte all'embargo), l'anziana coppia formata da Candelaria (Lynn) e Victor Hugo (Knight) sopravvive con dignità nonostante le difficoltà economiche e materiali. Il casuale rinvenimento di una videocamera, persa da un turista nell'albergo dove Candelaria lavora, porta la coppia a riaccendere la propria vita matrimoniale. I video girati nell'intimità, finiti nelle mani di un ricettatore, faranno faville sul mercato nero: ma la coppia, piuttosto che svendere sé stessa e il proprio amore, preferirà accettare quello che le riserva il destino. Curiosa pellicola romantica su due anziani che riscoprono l'amore dopo gli ottant'anni: oltre ai due personaggi, l'autentica protagonista è L'Avana, con le sue case, le sue strade, i suoi posti di lavoro, la sua musica, i suoi sigari, i suoi abitanti e le grandi difficoltà di un "periodo speciale" di nome e di fatto, finora raramente raccontato al cinema. Fra la povertà e la decadenza c'è energia e vitalità, anche in maniera inaspettata. Il regista è colombiano (notare il misspelling di "Johnny"), ma l'amore per Cuba è evidente da ogni inquadratura, per un film di sentimenti, intimo e delicato, mai sopra le righe anche quando parla di sesso (in questo può ricordare "Harold e Maude").

22 settembre 2017

L'insulte (Ziad Doueiri, 2017)

L'insulte
di Ziad Doueiri – Libano 2017
con Adel Karam, Kamel El Basha
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dal Libano giunge ancora una pellicola sul tema della difficile coabitazione di gruppi etnici o religiosi diversi all'interno dello stesso paese, argomento affrontato molto spesso dal cinema di recente (da "E ora dove andiamo?" a "La donna che canta"). E la didascalia introduttiva, che precisa che le opinioni del regista e dei cineasti non rispecchiano necessariamente quelle del governo libanese, rivela come la questione, a molti anni dalla fine della guerra civile, sia ancora spinosa e delicata. Non a caso: come in tutto il Medio Oriente, in Libano persistono rancori, pregiudizi, intolleranze e astiosità ataviche e viscerali. In questo film, tutto parte da un episodio apparentemente insignificante: ma quella che sembra una banale lite condominiale – sfociata in un pesante insulto – fra l'irascibile meccanico Toni Hanna (Adel Karam) e l'orgoglioso capomastro edile Yasser Salameh (Kamel El Basha), assume connotazioni via via sempre più vaste e pesanti, coinvolgendo dapprima le rispettive comunità (Toni è un militante del partito cristiano, Yasser un profugo palestinese); trasferendosi poi in tribunale, dove a difendere i due protagonisti ci sono rispettivamente il potente avvocato di destra Wajdi Wehbe (Camille Salameh) e la giovane idealista Nadine (Diamand Bou Abboud); e ampliandosi infine a tutto il paese, con proteste nelle strade, vasto spazio sui media, e persino l'intervento dei politici e delle più alte cariche dello stato. Ma proprio quando sembra che l'escalation sia destinata a non avere fine, tirando in ballo ferite nascoste, antichi traumi ed episodi ormai rimossi del tragico passato del paese, i due litiganti scopriranno di avere in comune molto più di quanto credessero. E che i veri motivi alla base della lite non erano certo una grondaia troppo sporgente o qualche parola di troppo... Un film che sorprende man mano che procede, che mescola drammi e sfumature da commedia (i battibecchi fra i due avvocati, che in realtà sono padre e figlia, ricordano quelli di pellicole americane come il classico "La costola di Adamo" con Spencer Tracy e Katharine Hepburn), che sotto la forma del courtroom drama affronta temi sensibili come l'odio razziale, la spirale di vendetta, le atrocità della guerra civile, il tutto mantenendo però il focus sui singoli personaggi con tanto di riflessioni sulla memoria. E proprio dal passato (che va superato ma non dimenticato) e dalle esperienze degli individui, sfrondati dai sovratesti ideologici, potrà nascere la speranza di una riconciliazione. Un film che parte da una piccola storia per lanciare un grande messaggio, decisamente universale (e applicabile a qualsiasi parte del mondo). Magari non particolarmente sofisticato dal punto di vista cinematografico, ma nondimeno perfettamente funzionale ai suoi intenti, e incredibilmente equilibrato nel mostrare le ragioni e le motivazioni di tutti (raggiungendo il culmine con il grido di uno dei due avvocati: "Nessuno ha l’esclusiva sulla sofferenza!"), con una semplicità e un buon senso quasi anacronistico, in ogni caso merce rara oggi nel cinema e nella vita. El Basha ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

21 settembre 2017

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, 2017)

Gatta Cenerentola
di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone – Italia 2017
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Questo film d'animazione (per adulti) è un'originale rilettura della fiaba omonima di Giambattista Basile (una delle tante versioni, precedente anche a quella di Perrault, di un motivo popolare e diffuso in tutto il mondo). La classica storia di Cenerentola si fonde con un'ambientazione napoletana "fuori dal tempo", che presenta al tempo stesso atmosfere retrò (gli abiti, le acconciature) e fantascientifiche (il meraviglioso setting nella nave iper-tecnologica, dove le continue apparizioni di ologrammi simboleggiano i ricordi e il passato che riaffiora). Il mix di trama fiabesca, dramma famigliare, thriller poliziesco (ci sono gangster e detective) e riflessione sulla tecnologia, stranamente, funziona alla perfezione: così come risultano ben dosate l'animazione (in rotoscope?) e l'uso delle canzoni. I personaggi interpretano ruoli trasfigurati (il Re, la Regina, il Principe), e molti di quelli che dovrebbero essere "secondari" (si pensi alla matrigna o anche al re cattivo) sono più approfonditi e caratterizzati psicologicamente della protagonista stessa. Alcune variazioni della storia come la conosciamo dalle tante rappresentazioni che abbiamo visto al cinema o al teatro, per esempio il fatto che le sorellastre siano sei, provengono in realtà proprio dalla versione di Basile. Rak e compagni ci aggiungono tocchi e sfumature personali (una delle sorellastre è un maschio) e temi "moderni" (la malavita e il traffico di droga, il degrado di Napoli, le opportunità perdute). Ottima la confezione; un deciso passo in avanti rispetto al precedente lavoro di Rak, "L'arte della felicità", che non aveva lo stesso spessore. Fra i doppiatori: Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassman. Al lungometraggio era abbinato un corto, "Simposio suino in re minore", dai toni miyazakiani (maiali parlanti, case che camminano), opera di Francesco Filippini.

Jusqu'à la garde (Xavier Legrand, 2017)

Jusqu'à la garde
di Xavier Legrand – Francia 2017
con Denis Ménochet, Léa Drucker
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Antoine e Miriam, divorziati, sono in lotta per l'affidamento del figlio undicenne Julien. Il padre chiede l'affido condiviso, la madre vorrebbe negarglielo perché lo accusa di essere violento. In effetti anche il bambino (così come l'altra figlia Josephine, ormai diciottenne) sembra temere il padre: ne ha ben donde, o è stato solo "plagiato" dalla madre? Per gran parte della sua durata, il film ci lascia nel dubbio, fino a una scena finale quanto mai intensa e drammatica. Al suo esordio come regista, Xavier Legrand mostra uno sguardo attento alle sfumature, sfrondato dall'inessenziale, con una giusta dose di ambiguità iniziale e che poi si focalizza sempre più: fra coniugi rancorosi, bambini spaventati, bugie e sotterfugi, ne risulta uno spaccato di vita drammatico e realistico, anche se amaro e sgradevole. Ottime le prove degli attori (impressionante in particolare Thomas Gioria nei panni del piccolo Julien), forse però esagerato il Leone d'Argento per la miglior regia che ha ricevuto a Venezia. Prima di passare dietro la macchina da presa, Legrand ha avuto trascorsi da attore (aveva esordito da bambino, sul set di "Arrivederci ragazzi" di Louis Malle).

Foxtrot (Samuel Maoz, 2017)

Foxtrot
di Samuel Maoz – Israele/Germania/Francia 2017
con Lior Ashkenazi, Sarah Adler
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

I coniugi Michael (Ashkenazi) e Daphna Feldman (Adler) ricevono all'improvviso la tremenda notizia che loro figlio Jonathan (Yonaton Shiray), soldato di leva, è morto in circostanze non precisate. Naturalmente ne sono distrutti, l'uomo soprattutto... Ma non tutto è come sembra. Con questa "tragedia in tre atti", girata con uno stile personale e interessantissimo, Maoz (già vincitore del Leone d'Oro nel 2008 con "Lebanon", e le cui esperienze passate di soldato hanno evidentemente influenzato fortemente i lavori fin qui realizzati) ha conquistato a Venezia il Gran Premio della Giuria. La pellicola è divisa in tre parti, con la prima e l'ultima – dai toni drammatici e realisti – che mostrano le reazioni dei genitori, e quella intermedia – con un carattere surreale e sospeso, quasi alla Kaurismäki (o addirittura alla Fellini) – ambientata invece presso il posto di blocco nel deserto dove Jonathan svolge il suo lavoro di soldato. Qui, in mezzo al nulla, il ragazzo è protagonista di un segmento quasi da teatro dell'assurdo: il container dove dorme sprofonda nel fango, inclinandosi ogni giorno di più, mentre le poche auto e i cammelli di passaggio rappresentano gli unici momenti di fuga da una routine quasi alienante. Il posto di blocco è chiamato in codice "Foxtrot": ma proprio come il ballo da cui prende il nome, i personaggi e le loro vicende girano fino a tornare al punto di partenza. Emozioni, desideri, dolori e gioie si rincorrono lasciando l'una il posto alle altre, e il passato del padre si rispecchia in quello del figlio e viceversa. Un film sicuramente strano, a più facce, che mescola il dramma alla parabola filosofica, correndo il rischio di scontentare lo spettatore ma offrendogli in cambio una notevole qualità nella messa in scena (la regia è impeccabile e geometrica), nella recitazione (esaltata dai primissimi piani dei volti) e nella sceneggiatura (con un approccio originale e personale ai temi del lutto, della guerra, del rapporto fra padri e figli).

20 settembre 2017

Lola pater (Nadir Moknèche, 2017)

Lola pater
di Nadir Moknèche – Francia/Belgio 2017
con Fanny Ardant, Tewfik Jallab
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Alla morte della madre, il giovane Zino (Jallab) cerca di rintracciare il padre Farid, di cui non ha notizie da venticinque anni. Scoprirà che ha cambiato sesso, e che ora si fa chiamare Lola (Ardant). L'improvviso ritorno del padre nella sua vita sarà difficile, così come accettarlo come tale, nonostante entrambi siano in qualche modo legati alla musica e all'arte (Zino fa l'accordatore di pianoforti, Lola insegna danza del ventre). Due temi forse poco originali (il rapporto fra padre e figlio, la transessualità), che si sovrappongono solo a tratti, per un film assai garbato, che compensa la scontatezza e la prevedibilità con una narrazione misurata e comunque credibile (persino in quel paio di scene che sembrano quasi obblicatorie, ovvero la prima reazione di Zino alla rivelazione di Lola – "Io sono tuo padre", alla "Star Wars" – e il tentato suicidio di questa). La lenta accettazione del ragazzo nei confronti del padre si rispecchia nelle scene con il gatto della madre, che dopo la morte della donna Zino ha preso con sé e di cui inizialmente vorrebbe sbarazzarsi, ma che finisce poi col tenere. Molto rimane sospeso e in superficie, e gli argomenti sono esposti ma mai veramente affrontati, forse anche perché la sceneggiatura si divide fra i due protagonisti, osservandoli dal di fuori anziché scegliere coraggiosamente il punto di vista di uno dei due. In ogni caso, una pellicola delicata e gradevole, ben diretta e recitata: sorprendente, in particolare, la Ardant. Nel cast anche Nadia Kaci (la zia Rachida) e Lubna Azabal (la madre di Zino). Nella colonna sonora spicca un brano di Vivaldi dalla "Andromeda liberata".

Madame Hyde (Serge Bozon, 2017)

Madame Hyde
di Serge Bozon – Francia 2017
con Isabelle Huppert, Romain Duris
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La timida signora Géquil (Huppert), insegnante di fisica dal carattere debole e insicuro, è costantemente derisa e umiliata dagli studenti del suo liceo. Ma un incidente in laboratorio cambierà le cose, rendendola più audace e sicura di sé. In classe saprà farsi rispettare, riuscendo persino a far interessare allo studio e alla sua materia l'alunno più problematico di tutti, Malik (Adda Senani). Di notte, però, andrà in giro per le strade della città trasformata in una vera e propria "donna di fuoco", capace di incenerire chiunque... Strana rilettura de "Il dottor Jekyll e Mister Hyde" al femminile: fra le cose buone c'è la prova della Huppert, eccezionale come al solito; di contro, si fatica un po' a comprendere il senso del film, anche perché il tono semi-comico (con macchiette come Roman Duris nei panni del preside gaffeur) fa a pugni con i temi sociali (le difficoltà degli insegnanti nelle scuole di periferia, l'integrazione, l'importanza dello studio). Per chi già conosce già il testo di Stevenson (già portato molte volte e con mille varianti sul grande schermo) ci sono ben poche sorprese. E l'esposizione (con tanto di soluzione didascalica) di un paio di esercizi di geometria sembra fuori luogo. José Garcia è il marito "casalingo", Guillaume Verdier lo stagista.

19 settembre 2017

Venezia e Locarno 2017

Quest'anno il programma della rassegna dei film provenienti dalla Mostra di Venezia è un po' deludente. E non solo perché manca il vincitore del Leone d'Oro, "The Shape of Water" di Guillermo del Toro (trattandosi di un film hollywoodiano, c'era da aspettarselo: lo recupererò in sala). Sono assenti praticamente tutti i lavori di registi che abitualmente seguo (da Aronofsky a Kitano) ma anche diversi premiati e alcuni dei titoli che hanno riscosso i maggiori plausi della critica (Kechiche e McDonagh in primis). Fra i film in concorso, vedrò almeno i lavori di Koreeda, Maoz e dell'esordiente Legrand. Fra le sezioni collaterali (e fra i film provenienti da Locarno o da altri festival), dovrò pescare un po' "a naso", sperando di scegliere bene.

17 settembre 2017

Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)

Paris, Texas (id.)
di Wim Wenders – Germania/Francia/GB 1984
con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Harry Dean Stanton.

Un uomo esce camminando dal deserto, al confine fra Messico e Stati Uniti. Si tratta di Travis (Harry Dean Stanton), muto e forse smemorato, che da quattro anni era sparito misteriosamente. A recuperarlo, per ricondurlo alla civiltà, si fionda suo fratello Walt (Dean Stockwell), pubblicitario di Los Angeles che nel frattempo, insieme alla moglie Anne (Aurore Clément), ne ha allevato il figlio Alex (Hunter Carson) come se fosse il suo. Anche la moglie di Travis, Jane, non dà infatti più notizie di sé. Una volta rimessolo in sesto, Walt porta il fratello a casa con sé per fargli incontrare suo figlio, che ormai ha quasi otto anni: e nonostante le fatiche iniziali, lentamente l'uomo riesce a recuperare il rapporto con lui. Al punto che quando Travis decide di partire nuovamente, stavolta per rintracciare la moglie, il bambino sceglierà di accompagnarlo. Travis troverà Jane (Nastassja Kinski) a fare la spogliarellista in un peep show di Houston, e i due avranno una lunga conversazione chiarificatrice mentre stanno dai lati opposti di una parete a finto specchio... Da un soggetto di Sam Shepard, con una sceneggiatura improvvisata durante le riprese cui hanno collaborato lo stesso Wenders e L.M. Kit Carson, il padre dell'attore che interpreta il bambino (al momento di iniziare a girare, infatti, lo script era solo a metà), uno dei film più fortunati e popolari del regista tedesco, che gli valse la Palma d'Oro al Festival di Cannes. In esso prosegue e giunge a compimento il suo viaggio alla scoperta degli Stati Uniti, delle sue atmosfere e dei suoi luoghi (anche cinematografici: si pensi a John Ford). Proprio gli ampi spazi dell'America, dai deserti della Momument Valley alle strade sconfinate, dai panorami urbani delle colline di Los Angeles fino ai grattacieli di Houston, sono esaltati dalla fotografia iperrealista e colorata di Robby Müller, ma soprattutto sono abitati da personaggi con una grande umanità e con una storia da raccontare.

I temi del viaggio e del movimento, della ricerca di sé e del rapporto con il proprio passato, tipicamente wendersiani, sono attuati attraverso le relazioni familiari (quelli fra fratelli di Walt e Travis, quelli fra padre e figlio di Travis e Alex – che nella versione originale si chiamava Hunter, come il piccolo attore che lo interpreta – e infine quelli di coppia fra Travis e Jane) e mai soffocati da una bellezza formale (la regia, le inquadrature, i movimenti di macchina, la suddetta fotografia) che semmai incornicia lo struggente racconto. Questo passa dall'avventura on the road al dramma esistenziale, sfuggendo le trappole della retorica e del manierismo anche quando affronta argomenti "rischiosi" come il desiderio di ritrovare un'unità familiare andata perduta: e la caratterizzazione dei vari personaggi, con le loro insicurezze, li rende quando mai vivi e memorabili. La pellicola è facilmente divisibile in tre sezioni, come se si trattasse di tre film diversi, ciascuna con le sue regole e il suo ritmo: quella dell'incontro e del viaggio di Travis con il fratello Walt, quella a Los Angeles del recupero del rapporto con il figlio, e infine quella a Houston della ricerca e del confronto con Jane: la scena clou è naturalmente l'ultima, il lungo colloquio attraverso l'interfono nel peep show, che dura oltre venti minuti e in cui finalmente anche Nastassja Kinski (in precedenza vista solo in foto e nelle brevi scene di un filmino Super8 proiettato a casa di Walt) ha la sua occasione di brillare. È in questa scena, fra l'altro, che veniamo finalmente a conoscenza degli antefatti della vicenda: non attraverso un flashback mostrato sullo schermo, ma solo dai lunghi e intensi monologhi dei due personaggi. Il titolo della pellicola proviene da una località nel Texas in cui i genitori di Travis e Walt si sono conosciuti e in cui Travis ha acquistato un lotto di terreno: a dire il vero è un po' pretestuoso, visto che i personaggi non vi si recano mai e se ne vede uno squallido scorcio solo in fotografia (il che fece infuriare gli abitanti di quella cittadina). Cameo di John Lurie nei panni del gestore del peep show. Molto bella la colonna sonora acustica (con la steel guitar) di Ry Cooder.

16 settembre 2017

Rapsodia per un killer (J. Toback, 1978)

Rapsodia per un killer (Fingers)
di James Toback – USA 1978
con Harvey Keitel, Tisa Farrow
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A Little Italy, Jimmy Angelelli (Harvey Keitel) è schiacciato fra la passione per la musica (equamente divisa fra la classica, che suona al piano, e le canzonette degli anni '50 e '60, che ascolta con il mangianastri portatile che porta con sé ovunque si rechi) e il dovere filiale nei confronti di un padre usuraio (Michael V. Gazzo), per il quale lavora occasionalmente come "esattore". Mentre si prepara per un'audizione come pianista alla Carnegie Hall, si innamora della complicata Carol (Tisa Farrow, sorella minore di Mia) e viene incaricato dal padre di "rimettere al suo posto" un mafioso che non intende restituirgli una forte somma. Opera d'esordio di Toback (la cui carriera come regista non sarà particolarmente fortunata: meglio come sceneggiatore, invece), ispirata ai primi film di Martin Scorsese (cui ruba setting e interprete), un insolito noir urbano con un protagonista che si barcamena a fatica fra personaggi e situazioni volgari (il padre, il mondo in cui sguazza Carol) e aspirazioni alte (l'arte, l'amore, la musica classica). A guidarlo il desiderio di autodeterminazione, le aspirazioni ma anche le insicurezze affettive ("Ho bisogno che tu mi voglia", dice a Carol). Jacques Audiard ne farà un remake nel 2005, "Tutti i battiti del mio cuore", sfrondando e focalizzando di più la sceneggiatura e aggiungendovi (o meglio, riportando in superficie) il fondamentale tema della redenzione. Un esordio comunque interessante, e con un paio di scene notevoli che il regista francese riproporrà quasi identiche (il primo incontro con il padre nel locale, l'audizione fallita: persino il pezzo di Bach che Jimmy suona rimarrà lo stesso). Nel cast anche Danny Aiello, Tanya Roberts e il giocatore di football Jim Brown.

14 settembre 2017

Heat - La sfida (Michael Mann, 1995)

Heat - La sfida (Heat)
di Michael Mann – USA 1995
con Al Pacino, Robert De Niro
**

Visto in TV, con Sabrina.

Al Pacino e Robert De Niro, oltre ad essere i due attori italo-americani più celebri degli anni settanta, protagonisti di tanti capolavori a opera di registi come Scorsese, Coppola e Lumet, sono accomunati nel nostro paese dall'aver avuto per lungo tempo lo stesso doppiatore, l'eccellente Ferruccio Amendola. La curiosità maggiore nel vederli insieme sullo schermo era dunque quella di scoprire a quale dei due Amendola avrebbe dato la voce nella versione italiana. La risposta è a De Niro: Pacino viene invece affidato a Giancarlo Giannini, che comunque l'aveva già doppiato in passato. Quanto al film, l'ho trovato estremamente sopravvalutato (cosa che penso, fra l'altro, di tutto il cinema di Mann). Troppo lungo (quasi 3 ore!), estenuante e noioso, fatica tremendamente a ingranare senza poi ricompensare adeguatamente lo spettatore per l'attesa. Vincent Hanna (Pacino), tenente di polizia nevrotico e ossessionato dal proprio lavoro, indaga su una banda di violenti rapinatori capeggiati da Neil McCauley (De Niro). Questi progetta un ultimo colpo prima di fuggire dal paese e ritirarsi a vita privata: ma il destino vorrà diversamente. Presentato (ancor più dal sottotitolo italiano) come un film imperniato sulla "sfida" fra i due grandi divi, in realtà è un thriller del tutto convenzionale, con una trama stiracchiata e caratterizzazioni prive di complessità (anche se è da apprezzare il retrogusto malinconico: Mann ha dichiarato di essersi ispirato a "Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide" di Jean-Pierre Melville e ad altri polar francesi, anche se in realtà la pellicola è un remake di un tv movie da lui stesso realizzato nel 1989, "Sei solo, agente Vincent"). Le tanto osannate sequenze d'azione (le due rapine e lo scontro finale) fanno rimpiangere sia il cinema degli anni settanta che quello – coevo – di Hong Kong (da salvare la sparatoria in strada), mentre la sfida (intellettuale?) fra guardia e ladro è portata sullo schermo senza particolare originalità e tensione, anche perché gli schemi di ragionamento dei due sono assai simili (le "due facce di una stessa medaglia", commentava già ironicamente Nanni Moretti in "Aprile") e mai si percepisce un reale scontro di personalità. Di fatto, nonostante il dialogo al momento del loro primo incontro (che giunge solo a metà film, e girato con un semplice campo/controcampo), nulla davvero li lega o li divide per tutta la pellicola, a parte (banalmente) lo stare su lati opposti della barricata. A livello di interpretazioni, buono De Niro, particolarmente misurato: non si può dire altrettanto di un Pacino che recita di maniera e fa il verso a sé stesso. Nel resto dell'affollato cast (che comprende anche Tom Sizemore, Wes Studi, Diane Venora, Amy Brenneman, Ashley Judd, Tom Noonan, Hank Azaria, Danny Trejo), nessuno si eleva al di sopra del comprimario (come Val Kilmer o Jon Voight) o della macchietta (come Kevin Gage). Note di demerito particolari, però, vanno agli inutili personaggi femminili, corpi assolutamente estranei nelle vite degli uomini, che infatti – come dice lo stesso De Niro – possono abbandonarle in qualsiasi momento se se ne presentasse la necessità. Della figlia adottiva del poliziotto (Natalie Portman) addirittura lo spettatore si dimentica completamente, fino a quando non riappare nel finale con il suo tentato suicidio. In ogni caso, lo status di cult movie di cui gode il film è dovuto quasi esclusivamente alla coppia di interpreti, che pure condivideranno lo schermo per sei minuti a dir tanto.

12 settembre 2017

The teacher (Jan Hrebejk, 2016)

The Teacher - Una lezione da non dimenticare (Ucitelka)
di Jan Hřebejk – Slovacchia/Rep. Ceca 2016
con Zuzana Mauréry, Peter Bebjak
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina e Chiara.

In una scuola di Bratislava, nella (Ceco)slovacchia dei primi anni ottanta, ancora in pieno regime comunista, giunge una nuova insegnante di letteratura e di russo. Costei, vedova che vive da sola, comincia a farsi fare piccoli favori domestici dai genitori dei ragazzi cui insegna (ciascuno in base alla propria professione: lavoretti e riparazioni in casa, forniture di cibarie, e così via), in cambio di aiuti e "spintarelle" ai ragazzi. I pochi genitori che rifiutano vedono i risultati scolastici dei loro figli crollare inesorabilmente. Ma a rimetterci, paraddosalmente, non sono soltanto gli studenti da lei sfavoriti ma anche quelli avvantaggiati, la cui preparazione scolastica – che non dipende più dai loro meriti nello studio – inizia a decadere... Un piccolo film incentrato su un paradossale caso di "socialismo reale" applicato, con cui la coppia Jan Hřebejk (regista) e Petr Jarchovský (sceneggiatore), sodali da lungo tempo, vuole far riflettere sulla corruzione, l'abuso di potere e i paradossi di un sistema in cui lo scambio di favori a vicenda (qualcosa che apparentemente sembra a fin di bene) finisce col scardinare i reali valori e alterare il benessere delle persone. La struttura narrativa ricorda in parte il classico "La parola ai giurati" di Lumet (l'intera storia è ricostruita durante un'assemblea dei genitori, durante la quale i pochi che si ribellano al sistema cercano di convincere i restanti a unirsi a loro nel firmare un reclamo contro l'insegnante), ma anche il recente film del rumeno Mungiu "Un padre, una figlia" (nell'esplorare i limiti morali di quello che i genitori sono disposti a fare per ottenere vantaggi per i propri figli). Peccato che proprio la figura centrale della vicenda, l'insegnante, sia poco approfondita. È il tipico film in cui l'idea alla base, decisamente interessante, sovrasta l'esecuzione. Gradevole la colonna sonora "da camera" di Michal Novinski. Incomprensibile come l'edizione italiana di un film slovacco abbia il titolo in inglese.

10 settembre 2017

Quella casa nel bosco (D. Goddard, 2012)

Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods)
di Drew Goddard – USA 2012
con Kristen Connolly, Fran Kranz
**1/2

Visto in divx.

Cinque studenti di college si recano a passare il weekend in una casa isolata nel bosco. Qui risveglieranno delle creature misteriose che tenteranno di ucciderli uno a uno. Il solito horror slasher/gore, ispirato ai film di Sam Raimi e Wes Craven? No, perché all'insaputa dei ragazzi, due tecnici in un laboratorio sotterraneo stanno osservando tutto quello che succede, monitorandoli attraverso video e manipolando le loro azioni e l'ambiente circostante: gli stessi mostri con cui hanno a che fare – una famiglia di redneck zombie – sono soltanto una delle molte possibilità dovute alle loro scelte (e che comprendono l'intero campionario delle creature classiche dei film dell'orrore, in tutti i suoi sottogeneri, dai licantropi alle mummie, dai fantasmi ai mostri alieni). Dopo la decostruzione operata da "Scream", non sembrava possibile approcciare il genere horror in maniera nuovamente originale e sorprendente, riutilizzando peraltro cliché e materiale già visto mille volte e i cui meccanismi di base sono ormai irrimediabilmente e scopertamente ben noti allo spettatore. Ci riesce invece questa brillante pellicola, ideata e scritta dal regista insieme a Joss Whedon (anche produttore), che recupera tutte le caratteristiche fondanti del genere e le mescola con una robusta dose di comicità e di cinismo, senza infrangerne le regole ma anzi "giustificandole" e interpretandole alla luce di un disegno più grande, anch'esso classicamente horror (per la precisione, lovecraftiano). Se "Scream" si prendeva gioco dei luoghi comuni degli horror, questo film prova a spiegare il motivo della loro esistenza, senza peraltro mai invadere il territorio della parodia. Molteplici pure le letture: da quella metacinematografica (una forte critica di Hollywood e della sua attività produttiva, che serve a dare in pasto agli spettatori pellicole fatte con lo stampino ma in grado di solleticare i loro istinti; in ogni caso, ce n'è anche per le industrie di altri paesi, quella degli horror giapponesi in primis) e tecnologico-voyeuristica (con echi di Haneke, si pensi a "Funny Games"), alla lettura generazionale (le vittime di questi horror sono sempre adolescenti o giovanissimi, da "sacrificare" per la sopravvivenza degli adulti) e sociale (il laboratorio rappresenta un anonimo posto di lavoro, dove battutine e innocue infrazioni alle regole servono a rompere la banale routine di giornate sempre uguali, mentre le dinamiche fra i colleghi e i rapporti con i capi scorrono su binari meccanici e mondani: qui il contrasto è con la natura edonistica, anarchica e anti-sistema dei giovani protagonisti). I cinque ragazzi – veri stereotipi del genere: il bello è che qui la cosa è ambiamente giustificata – sono interpretati da Kristen Connolly ("la vergine", che come ci aveva insegnato già "Scream" è destinata a essere l'ultima a sopravvivere), Anna Hutchison ("la puttana": lei invece è inevitabilmente la prima a morire), Chris Hemsworth ("l'atleta"), Jesse Williams ("lo studioso") e Fran Kranz ("il buffone"). I tecnici di laboratorio sono Richard Jenkins e Bradley Whitford. Nel finale, cameo a sorpresa per Sigourney Weaver. Goddard, all'esordio come regista, è un collaboratore di Whedon di lunga data (come sceneggiatore).

8 settembre 2017

L'ombra del passato (E. Dmytryk, 1944)

L'ombra del passato (Murder, My Sweet)
di Edward Dmytryk – USA 1944
con Dick Powell, Claire Trevor
**1/2

Visto in divx.

L'investigatore privato Philip Marlowe (Powell) viene incaricato dell'energumento "Toro" Malloy, appena uscito di prigione, di rintracciare Velma, la cantante di cabaret di cui un tempo era innamorato e che sembra ora svanita nel nulla. L'indagine si intreccerà con un'altra, ben più pericolosa, riguardante il furto di una collana di giada e una serie di omicidi di cui proprio Marlowe rischia di essere accusato... Dal romanzo "Addio, mia amata" di Raymond Chandler (che sarà portato sullo schermo anche nel 1975 con Robert Mitchum), un film che per molti versi è la quintessenziale pellicola hard boiled, visto che ne presenta tutti gli ingredienti più (arche)tipici: un protagonista cinico e dalla battuta pronta, torbidi intrighi e misteri da svelare, ricatti e omicidi, una serie di personaggi quanto mai ambigui (come le loro motivazioni) e naturalmente una dark lady capace di tradire chiunque (Helen, interpretata da Claire Trevor). Se pure Powell non ha il carisma di un Humphrey Bogart e non tutti i comprimari riescono a lasciare il segno (da ricordare comunque Otto Kruger nei panni del "cattivo" Amthor, psicologo farlocco e ricattatore, e il wrestler Mike Mazurki in quelli dell'ingenuo "Toro"), la sceneggiatura è abile a riprodurre lo stile secco di Chandler, anche se non sempre ne traduce tutte le emozioni e la sensazione di tragica fatalità. La regia di Dmytryk ha una venatura espressionista, giostra le riprese in ambienti chiusi e gioca con le ombre e le scene notturne, grazie anche alla fascinosa fotografia di Harry J. Wild: memorabile in particolare la sequenza onirica-allucinatoria. Anne Shirley, che interpreta la giovane Ann Grayle, si ritirò dalle scene al termine della lavorazione, smettendo di recitare a soli 26 anni. Il film fu reintitolato "Murder, My Sweet" (al posto dell'originale "Farewell, My Lovely" del romanzo di Chandler) per evitare che il pubblico americano lo scambiasse per un musical (il genere per cui Powell era già famoso all'epoca).

6 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Dunkirk (id.)
di Christopher Nolan – GB/USA/F/NL 2017
con Fionn Whitehead, Cillian Murphy
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Christopher Nolan si dà per la prima volta al genere bellico, raccontando un fondamentale episodio della seconda guerra mondiale, l'evacuazione di Dunkerque (ma perché la versione italiana non ha reintitolato il film con il nome francese della località?), nota anche come Operazione Dynamo, quando nel 1940 centinaia di migliaia di soldati britannici e francesi, riuniti sulla spiaggia e circondati da ogni lato dalle truppe tedesche, furono portati in salvo via mare attraverso la Manica fino alle coste inglesi. La vicenda è raccontata in parallelo attraverso tre linee narrative, dedicate rispettivamente alla terra ("Il molo"), all'acqua ("Il mare") e all'aria ("Il cielo"), che si svolgono rispettivamente nell'arco di una settimana, di un giorno e di un'ora, e che si intersecano solo nel finale. Ma nonostante la grande maestria tecnica, la pellicola ha un problema (peraltro da sempre il tallone d'achille di Nolan): non emoziona. La storia del giovane soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead) che cerca disperatamente di trovare una via di fuga, e quella dei due piloti della RAF (Jack Lowden e Tom Hardy), che sorvolano lo stretto della Manica, si dipanano in maniera meccanica, con svolte prevedibili quando non del tutto convincenti. Solo il segmento della nave civile del pescatore Dawson (Mark Rylance), reclutato dalla marina militare per portare soccorso ai soldati, che con il figlio Peter (Tom Glynn-Carney) e l'amico George (Barry Keoghan) salpa per Dunkerque, raccogliendo durante il tragitto un soldato sotto shock (Cillian Murphy), fornisce qualche "aggancio" emotivo. Per il resto, interessante è il capovolgimento della consueta epica della guerra: qui l'eroismo è tutto dei civili, mentre i militari sono guidati dal puro istinto di sopravvivenza (al punto che, nel finale, alcuni di loro sono in preda alla paura e all'umiliazione per essere "semplicemente sopravvissuti", temendo di essere accolti in patria come sconfitti). Non si tratta però di una pellicola antibellica, anche per colpa della retorica patriottica. Grande spettacolone, con sequenze e inquadrature magistrali (le file di soldati sulla spiaggia, il cielo e il mare visto dagli aeroplani, l'affondamento delle navi), senza una vera anima. L'estrema cura nella precisione matematica della messa in scena non basta a produrre coinvolgimento. Anche perché manca in gran parte il contesto storico e politico della situazione. Interessante la colonna sonora di Hans Zimmer, di intensità continuamente crescente (e che ingloba anche il ticchettio di un orologio), pure se alla lunga rintronante. Apprezzabile la scarnezza dei dialoghi, con lunghe sequenze quasi mute. Nel cast anche Kenneth Branagh (il comandante della marina), James D'Arcy e Harry Styles.

5 settembre 2017

Elegia della vita (Aleksandr Sokurov, 2006)

Elegia della vita - Rostropovich, Vishnevskaya
(Elegiya zhizni. Rostropovich. Vishnevskaya)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2006
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Una delle coppie più celebri del panorama artistico russo, formata dal leggendario violoncellista (e direttore d'orchestra) Mstislav Rostropovich e da sua moglie, la cantante d'opera Galina Vishnevskaya, si racconta in questo bel documentario che fa parte della lunga serie di "elegie" realizzate da Sokurov. Le sequenze di due interviste da parte del regista ai due musicisti nella loro casa-museo di Mosca sono inframmezzate da immagini di repertorio, in particolare della cena di gala per le loro nozze d'oro (si sono sposati nel 1955) e delle prove per un concerto a Vienna nel quale Rostropovich, con la direzione di Seiji Ozawa, interpretò per la prima volta un brano scritto appositamente per lui da Krzysztof Penderecki. A emergere prepotentemente sono le personalità dei due artisti: la semplicità di Rostropovich, la sua pulsione per la musica e per l'arte (evidente sin dai ricordi dei suoi rapporti con maestri e amici come Prokofiev e Shostakovich) ma anche per la libertà (fu amico di dissidenti come Aleksandr Solzhenicyn, che ospitò nella sua casa di campagna quando cadde in disgrazia presso il regime, il che gli costò un lungo periodo di esilio e la perdita della cittadinanza sovietica negli anni settanta); e lo sguardo forte di lei, che risalta sia dalle immagini dei suoi primi ruoli da cantante al Bolshoi sia quando ricorda la tragedia di un figlio morto quando era giovanissima: rimasta sempre e fedelmente al fianco del marito, si occupa ora di scuole di canto e di una fondazione con finalità sociali. Scene delle prove del concerto di "Slava" (così era chiamato affettuosamente il violoncellista) sono montate in alternanza con quelle delle classi di Galina: da entrambi emerge un forte amore per l'arte, la musica e la vita, da cui il titolo del documentario. Rostropovich morirà l'anno successivo alla realizzazione del film, nel 2007; Vishnevskaya, che Sokurov vorrà quello stesso anno come protagonista nel suo "Alexandra", lo seguirà nel 2012.

3 settembre 2017

Space vampires (Tobe Hooper, 1985)

Space Vampires (Lifeforce)
di Tobe Hooper – GB 1985
con Steve Railsback, Mathilda May
*1/2

Visto in divx, per ricordare Tobe Hooper.

Gli astronauti di una navetta dell'ESA, in missione per studiare il passaggio della cometa di Halley, si imbattono in una misteriosa navicella aliena contenente tre corpi umanoidi, in stasi e praticamente perfetti. Portati sulla Terra, questi però si rivelano essere dei "vampiri" extraterrestri, che si nutrono delle energie vitali degli esseri umani. Ne seguirà un'epidemia che metterà a ferro e fuoco le strade di Londra (le vittime dei vampiri alieni, mummificate, diventano infatti a loro volta assetate di energie vitali): ma per fortuna uno degli astronauti sopravvissuti, il colonnello Carlsen (Railsback), ha instaurato un legame mentale con la "space girl" Mathilda May (o forse con le sue tette!). E insieme all'agente speciale Colin Caine (Peter Firth) e allo scienziato Fallada (Frank Finlay) cercherà di arrestare la minaccia. B-movie fantascientifico di produzione britannica (il che spiega perché si svolga a Londra), tratto da un romanzo di Colin Wilson e sceneggiato anche da Dan O'Bannon, è "famigerato" più per la nudità della May che non per altri motivi. È infatti evidentemente girato al risparmio (fu il primo di tre lungometraggi realizzati da Hooper per la Golan-Globus, ovvero l'ex casa di produzione Cannon Films, specializzata in pellicole low budget) e, nonostante il profluvio di effetti speciali (opera di John Dykstra e nemmeno troppo malvagi, per un'epoca antecedente alla CGI), poco accattivante e alquanto derivativo (mescola di tutto, da "Alien" agli zombi di Romero). I fondi vennero a mancare durante la lavorazione, e questo spiega perché alcune importanti svolte della trama non vengono mostrate ma sono raccontate a voce dai personaggi (per esempio, l'uccisione di uno dei vampiri maschi da parte di Fallada). All'epoca, in pieni anni ottanta, il film era probabilmente godibile (pur se nel genere "guilty pleasure"): rivisto oggi, si trascina stancamente e senza offrire particolari brividi. In un ruolo minore (il direttore della clinica) si riconosce un Patrick Stewart non ancora del tutto calvo. Scrausi pure l'adattamento e il doppiaggio italiano, con abuso di termini in inglese senza motivo ("space girl", naturalmente, come tutti chiamano la vampira aliena, ma anche "intergalactic pest", che è pure sbagliato perché peste si dice semmai "plague").