30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

29 giugno 2017

La ragazza del dipinto (Amma Asante, 2013)

La ragazza del dipinto (Belle)
di Amma Asante – GB 2013
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Inghilterra, fine Settecento. La mulatta Dido Belle (Gugu Mbatha-Raw), figlia illegittima di un ufficiale della marina britannica, viene adottata dal prozio William Murray (Tom Wilkinson), conte di Mansfield e primo giudice del regno, nella cui casa viene educata e cresciuta in compagnia della cugina Elizabeth (Sarah Gadon). Nonostante il colore della sua pelle, che le impedirà di essere completamente introdotta in società e accettata dalla nobiltà inglese, saprà lottare per la propria dignità e autodeterminazione, e troverà l'amore in John Davinier, giovane avvocato che si batte per l'abolizione del commercio di schiavi, proprio mentre Lord Mansfield è chiamato a giudicare su uno spinoso caso che riguarda questo argomento. Patinato drammone storico a sfondo sociale e romantico, decisamente retorico e privo di sottigliezze, dove il messaggio sovrasta ogni ambizione artistica. Si salvano (in parte) la ricostruzione storica e i costumi, mentre la qualità della recitazione è garantita dalla presenza di alcune vecchie volpi (Wilkinson, ma anche Emily Watson e Miranda Richardson). La pellicola, oltre che al reale caso giudiziario della nave Zong, è ispirata a un ritratto del 1779 (realmente esistente) delle due cugine Dido ed Elizabeth, della cui vera vita si sa però ben poco. La regista tornerà su temi simili nel successivo "A United Kingdom".

27 giugno 2017

Vaghe stelle dell'Orsa... (L. Visconti, 1965)

Vaghe stelle dell'Orsa...
di Luchino Visconti – Italia 1965
con Claudia Cardinale, Jean Sorel
**1/2

Visto in divx.

La bella Sandra (Claudia Cardinale), in compagnia del marito americano Andrew (Michael Craig), torna nella sua casa di famiglia a Volterra per l'inaugurazione di un parco pubblico dedicato alla memoria del padre (morto nei campi di concentramento durante la guerra). Il suo ritorno dopo diversi anni e l'incontro con i personaggi del passato, ma soprattutto con il fratello Gianni (Jean Sorel), giovane e scapestrato aspirante scrittore, riaccende turbolente tensioni e rievoca ricordi e segreti all'insegna dell'ambiguità: sui due fratelli gira(va)no infatti voci di un rapporto fin troppo stretto, che Gianni intende rinfocolare raccontando in un romanzo autobiografico gli anni della propria adolescenza... Il tutto mentre la madre (Marie Bell) è ricoverata in preda alla follia, e il secondo marito di lei, l'avvocato Gilardini (Renzo Ricci), ha un rapporto a dir poco conflittuale con i due fratelli. Torbido dramma familiare, dalle atmosfere cupe e morbose, curiosamente uscito nello stesso anno in cui Bellocchio realizzava il suo "I pugni in tasca" (con cui ha diverse similarità, anche se il milieu sociale qui è ovviamente diverso). La regia elegante e la buona prova degli attori sono sovrastate da una sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico ed Enrico Medioli) ambiziosa ma poco ariosa, che gioca a fondere il passato con il presente (la scelta di Volterra come ambientazione, con la sua eredità "etrusca", non è casuale) per esprimere quei temi della decadenza e della morte che caratterizzano gran parte del cinema di Visconti. Il titolo, naturalmente, è ispirato alle "Ricordanze" di Leopardi. Come colonna sonora c'è il Preludio, corale e fuga per pianoforte di César Franck. Leone d'Oro a Venezia, forse per compensare la precedente mancata attribuzione a "Rocco e i suoi fratelli".

26 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017 - conclusioni

Una rassegna di basso livello e con pochi guizzi, quella che si è appena conclusa. Si salvano, com'era prevedibile, i lavori di Zvyagintsev (forse il migliore) e Haneke, peraltro accomunati dal tema del disagio e dagli echi "politici" e pessimisti. Note di merito anche a "The rider", "Patty Cake$", "Nothingwood" e "Le Redoutable" (ebbene sì, sono uno dei pochi a cui il film su Godard non è dispiaciuto: forse perché non mi sono fatto problemi a vedere dissacrata e presa in giro l'icona della Nouvelle Vague). Per il resto, poche novità e tanta pretenziosità, soprattutto (come al solito) da parte dei francesi. Visto l'andazzo degli ultimi tempi, ho evitato accuratamente i film italiani. La palma di film peggiore fra quelli visti se la giocano "Bushwick" e "Les fantômes d'Ismaël": ma date le ambizioni del film di Desplechin (quello di Netflix non è nulla più che un thriller d'azione), la affibbierei senza alcun dubbio a quest'ultimo. Fra i temi ricorrenti, il mondo dello spettacolo (ben tre titoli con registi come protagonisti: "Le Redoutable", "Nothingwood" e "Les fantômes d'Ismaël"; due sulla musica: "How to talk to girls at parties" e "Patty Cake$"; e uno sul rodeo: "The rider") e le famiglie separate o in frantumi (da "Happy end" a "Loveless", passando per "L'amant d'un jour" e "Patty Cake$"). E poi la malattia ("The rider" e "120 battements per minute" su tutti).

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

23 giugno 2017

Les fantômes d'Ismaël (A. Desplechin, 2017)

Les fantômes d'Ismaël
di Arnaud Desplechin – Francia 2017
con Mathieu Amalric, Marion Cotillard
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La stabilità emotiva di Ismaël (Amalric), regista che sta tentando di scrivere un film di spionaggio sulla vita di un fantomatico fratello diplomatico, è messa a dura prova quando Carlotta (Cotillard), la moglie che misteriosamente era sparita più di vent'anni prima e che ormai era stata dichiarata morta, ricompare all'improvviso nella sua vita, mettendo a soqquadro anche la sua relazione con la nuova compagna Sylvia (Charlotte Gainsbourg). A questo si aggiungono gli incubi che lo tormentano con regolarità, al punto che l'uomo preferirebbe smettere del tutto di dormire (una cosa che ha in comune con il fratello/alter ego, protagonista della sua pellicola). Nonostante il cast di primo livello (i personaggi del "film nel film", il fratello Ivan e la sua fidanzata Arielle, sono interpretati rispettivamente da Louis Garrel e Alba Rohrwacher) e la potenzialità del tema trattato, quello dei "fantasmi" del passato (che si tratti di amori, di parenti, di ricordi o di emozioni), il nuovo lavoro del pretenzioso Desplechin è un vero pasticcio. Non si salva praticamente nulla: dialoghi atrocemente melodrammatici, personaggi odiosi (la più stronza è senza dubbio Carlotta), confusione stilistica, macchinosità narrativa (con l'alternanza fra la storia di Ismaël e quella raccontata nel suo film), situazioni irrisolte e finale inconcludente. Il regista francese, che mette decisamente troppa carne al fuoco, continua anche a scomodare Joyce (oltre a un personaggio chiamato Dedalus, nome ricorrente nei suoi film, c'è pure un Bloom) ma provoca nello spettatore solo fastidio (perlomeno non indifferenza, visto che non mancano momenti in cui si vorrebbe entrare nello schermo per prendere a calci i personaggi).

22 giugno 2017

120 battiti al minuto (R. Campillo, 2017)

120 battiti al minuto (120 battements par minute)
di Robin Campillo – Francia 2017
con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois
**

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Francia di Mitterrand (siamo nei primi anni novanta), gli attivisti di Act-Up Paris – un gruppo che si batte per i diritti dei malati di AIDS, molti dei quali sieropositivi a loro volta – si esibiscono in spettacolari azioni dimostrative affinché aumenti la consapevolezza della malattia (siamo in un periodo in cui l'AIDS, nella percezione pubblica, era ancora ignorato, rimosso o collegato esclusivamente alle comunità di omosessuali e tossicodipendenti). E così, fanno pressioni sul governo affinché realizzi campagne informative più efficaci e su ampia scala; irrompono nelle scuole per distribuire opuscoli sull'educazione sessuale e chiedere che vengano installati distributori di preservativi; partecipano alle sfilate del Gay Pride con slogan e volantini sul tema della malattia; ma soprattutto, attaccano le multinazionali farmaceutiche che procedono troppo a rilento nella ricerca e nella distribuzione dei primi farmaci antiretrovirali. Un film corale nella stessa vena de "La classe" (alla cui sceneggiatura Campillo, frequente collaboratore di Cantet, aveva partecipato), anche se da un certo punto in poi si comincia a focalizzare su uno dei personaggi, il franco-cileno Sean (Nahuel Pérez Biscayart), che viene seguito nell'avanzare della sua malattia e fino alla morte. Intensa e ben recitata da un cast di attori giovani e poco noti (fra i quali Arnaud Valois, Antoine Reinartz e Adèle Haenel), la pellicola ha il classico limite di quelle opere che sono sovrastate dal loro stesso messaggio: a tratti sembra un film di propaganda, se non un vero e proprio pamphlet, con i personaggi che anziché discutere fra loro stanno in realtà parlando allo spettatore, e una sceneggiatura che si premura di toccare prima o poi tutti i punti chiave relativi all'argomento. Non aiuta un'eccessiva lunghezza e il fatto che, in un certo senso, il film giunga in ritardo: i tempi in cui l'informazione sull'AIDS era carente o costellata di pregiudizi sono infatti passati (anche se di recente l'allarme sulla malattia è passato in secondo piano) e sarebbe stato forse meglio un approccio più documentaristico o storicizzato. Alla fine, l'aspetto più interessante della pellicola è quello di mostrare, dall'interno e da vicino, come funzionano le dinamiche di un movimento attivista (politico o antagonista che sia, a prescindere dall'argomento trattato), portando in primo piano le discussioni fra i membri, le ideologie più o meno radicali, la divisione pratica dei compiti, l'organizzazione delle azioni dimostrative, le amicizie e le rivalità all'interno del gruppo.

21 giugno 2017

Patty Cake$ (Geremy Jasper, 2017)

Patty Cake$
di Geremy Jasper – USA 2017
con Danielle Macdonald, Bridget Everett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Patricia Dumbrowski (Danielle Macdonald), ragazza sovrappeso che lavora part-time in un bar di periferia nel New Jersey, ha un sogno segreto: quello di diventare una ricca e affermata superstar del rap, proprio come il suo idolo OZ (Sahr Ngaujah). Insieme all'amico indiano Jheri (Siddharth Dhananjay), e grazie alle basi musicali dell'outcast satanista Basterd (Mamoudou Athie) e alla complicità dell'amata nonna (Cathy Moriarty), metterà insieme una band e realizzerà un demo. Nonostante il suo talento, dovrà scontrarsi con la dura realtà: ma saprà conquistare l'autostima (al suo lamento "Non sarò mai qualcuno", la nonna le risponde: "Tu sei già qualcuno"), oltre a trovare il coraggio di esprimere sé stessa (anche passando dall'identità "aggressiva" di Killa P. a quella, più in pace con il mondo e le persone che la circondano, di Patty Cake$) e recuperare il rapporto con la madre Barb (Bridget Everett), che in gioventù aveva aspirato a un'analoga carriera di cantante. Su un canovaccio forse poco originale, fra losers e sogni di riscatto, un tipico film da Sundance Festival che ha le sue carte migliori in una protagonista ottimamente caratterizzata (interpretata con energia e passione dalla brillante Macdonald), che si barcamena in un ambiente fatto di irrisioni, frustrazioni, rapporti famigliari più o meno solidi e lavori precari. Il regista e sceneggiatore, esordiente, è anche autore della musica e delle canzoni. Mitiche le scene in cui Patty e il suo gruppo (compresa la nonna sulla sedia a rotelle!) attraversano le "porte dell'inferno" per andare ad incidere i loro brani. Pur non amando il rap, i film che ho visto finora sull'argomento (penso anche a "8 mile") mi sono decisamente piaciuti.

20 giugno 2017

Happy end (Michael Haneke, 2017)

Happy end
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2017
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quasi tredicenne Eve (Fantine Harduin), dopo aver "avvelenato" la madre divorziata con un'overdose delle sue stesse pasticche per la depressione, viene accolta dal padre Thomas (Mathieu Kassovitz) a vivere con lui e la sua nuova moglie Anaïs nella villa di famiglia a Calais. Nella grande casa abitano anche la sorella di Thomas, Anne (Isabelle Huppert), che guida con il pugno di ferro l'impresa di costruzioni fondata dal padre Georges e gestisce le relazioni sentimentali come se si trattasse di rapporti d'affari; il figlio di questa, l'inetto Pierre (Franz Rogowski), che la madre continua a trattare con condiscendenza nonostante sia direttore dei lavori dell'azienda; e lo stesso Georges (Jean-Louis Trintignant), anziano e malato, che tenta più volte e inutilmente il suicidio. Raccontando le dinamiche di una famiglia disfunzionale, anche attraverso una serie di metafore (le mura del cantiere che crollano senza preavviso, proprio come gli argini che dovrebbero tenere insieme la famiglia; il cane che azzanna la figlia dei domestici, emblema dell'aggressività interna al nucleo casalingo), Haneke presenta allo spettatore un'allegoria dell'Europa: l'ambientazione a Calais non è certo casuale, e la scena in cui Pierre invita dei migranti al banchetto per il fidanzamento della madre è emblematica (vengono collocati in un tavolo a margine: non sono loro il vero problema, ci dice il regista), così come il modo in cui le diverse generazioni reagiscono ai sintomi e alle avvisaglie della crisi: c'è chi ne è consapevole (in particolare i due "estremi": la piccola Eve e l'anziano Georges) e chi no, chi si attende da un momento all'altro che la situazione esploda e chi continua con la vita di prima, fra noncuranza, insensibilità o egoismo (Anne che "sacrifica" il figlio pur di ottenere un prestito, lo stesso Pierre che si rifugia nel bere e nell'autocommiserazione, Thomas che prosegue la sua tresca segreta con l'amante virtuale, protetto da una nuova password). Poco importa dunque se il regista sembra ripetersi e tornare su argomenti che aveva già affrontato abbondantemente in passato, al punto che la pellicola riecheggia numerosi suoi lavori precedenti. Il tema del suicidio e dell'eutanasia ricorda naturalmente "Amour", dal quale fra l'altro proviene il personaggio di Trintignant (si tratta idealmente di un sequel). Il fatto che la bambina registri video con il suo cellulare per documentare la realtà che la circonda ci fa pensare a "Benny's video" e a "Niente da nascondere". Le chat erotiche e i desideri di trasgressione di Thomas riportano ovviamente a "La pianista". La lettura politica e la presenza sullo sfondo di migranti e rifugiati che vivono quasi in parallelo con l'esistenza borghese dei protagonisti (si pensi anche ai domestici di casa) rimanda a "Storie" e ancora a "Niente da nascondere". E in generale, la freddezza, il malessere e il disagio esistenziale, anche e soprattutto all'interno di una famiglia apparentemente agiata e benestante, sono ubiqui in tutto il cinema del regista austriaco sin dal suo bel film d'esordio, "Il settimo continente". La pellicola è diretta con la consueta maestria, ma lo spettatore forse fa un po' di fatica, soprattutto all'inizio, nel collegare i vari fili del racconto. In ogni caso, al giorno d'oggi quello di Haneke è un cinema indispensabile e necessario per come sa mettere in scena la crisi dei rapporti umani e sociali nel panorama europeo: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

19 giugno 2017

Bushwick (C. Murnion, J. Milott, 2017)

Bushwick
di Cary Murnion, Jonathan Milott – USA 2017
con Brittany Snow, Dave Bautista
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La studentessa Lucy (Snow) esce dalla metropolitana a Bushwick, quartiere di Brooklyn a New York, per trovarsi di fronte a immagini apocalittiche: le strade sono messe a ferro e fuoco da un misterioso esercito, fra esplosioni, proiettili vaganti, cecchini e distruzione. Con l'aiuto dell'ex marine Stupe (Bautista), lei e sua sorella Belinda cercheranno di sopravvivere e di raggiungere una zona sicura. Prodotto da Netflix e girato tutto in lunghi piani sequenza come se fossimo in tempo reale (con abilità, certo, ma è il tipico sfoggio di tecnica fine a sé stessa: per di più, non è affatto difficile individuare i punti di "cesura" digitale fra le diverse sequenze), non è un film ma un lungo videoclip colmo di scene di generica guerriglia urbana che fanno il verso a videogiochi tipo "Doom" o "Call of Duty". Anche se a metà pellicola veniamo a conoscenza del perché sta accadendo tutto questo (una nuova guerra civile, innescata dalla volontà secessionista del Texas e di altri stati del Sud), le ragioni del conflitto e le sue conseguenze non vengono poi approfondite. E pur accettandone le (scarse) premesse, svolte e sviluppi sono senza senso, per non parlare del comportamento e delle decisioni di personaggi con caratterizzazione assente, incoerente (Lucy) o tardiva (Stupe). Che cosa ci facesse un film del genere a Cannes, a parte la "celebrazione" di nuove forme distributive, giustamente criticate da alcuni addetti ai lavori (la pellicola non uscirà in sala ma sarà disponibile solo in tv on demand), resta un mistero.

How to talk to girls at parties (J. C. Mitchell, 2017)

How to talk to girls at parties
di John Cameron Mitchell – GB/USA 2017
con Alex Sharp, Elle Fanning
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nell'Inghilterra del 1977, il giovane Enn (Alex Sharp) e i suoi amici Vic e John sono grandi appassionati di musica punk, ribelli anticonformisti ma senza successo con le ragazze. Per conquistarne qualcuna si imbucano a una festa, ignorando che le persone lì presenti sono in realtà misteriosi alieni in gita turistica sulla Terra. L'ingenuo Enn si innamorerà dell'eccentrica Zan (Elle Fanning) e trascorrerà con lei le successive 48 ore... Tratta da un racconto breve di Neil Gaiman, un'insolita commedia che mescola due universi all'apparenza inconciliabili, quello scatenato e anarchico del punk e quello new age ispirato alla fantascienza e alle religioni orientali. Ma proprio dal confronto fra i due opposti, all'insegna del motto "evoluzione o morte" (se i giovani punk celebrano l'autodeterminazione e l'uccisione metaforica dei padri, la società degli alieni prevede al contrario che i genitori divorino letteralmente i propri figli per dare vita a un ciclo identico al precedente), può nascere qualcosa di nuovo, un elemento inedito che permetta a ciascuna delle parti di superare l'immaturità e progredire nel proprio percorso. Bizzarro e ricco d'inventiva (a tratti può ricordare altre commistioni britanniche come "La fine del mondo" o "FAQ about time travel"), se nella prima parte il film è carico di energia folle e dissacrante, nel finale si fa più scontato, e nonostante l'eccentricità dei personaggi e delle situazioni, il messaggio in fondo è banalotto: non è certo un nuovo "Rocky Horror Picture Show", e anche come omaggio al punk non raggiunge i livelli di "We are the best!". Assai interessante, comunque la rappresentazione degli alieni, divisi in sei colonie (che originalmente erano sei razze distinte) caratterizzate da nomi, colori e funzioni psicologiche, biologiche o sociali ben determinati (e che corrispondono in tutto e per tutto ai chakra principali della medicina ayurvedica: dall'incontro fra Enn e Zan nascerà il settimo chakra, quello del cuore, in precedenza mancante). Nicole Kidman interpreta la "regina del punk" Boadicea.

Nothingwood (Sonia Kronlund, 2017)

Nothingwood
di Sonia Kronlund – Francia 2017
con Salim Shaheen, Qurban Ali Afzali
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In Afghanistan (la cui quasi inesistente industria cinematografica è da lui ribattezzata Nothingwood, perché a differenza di Hollywood o di Bollywood non ci sono soldi, né risorse, né professionisti), Salim Shaheen è un popolarissimo attore, regista e produttore, idolo delle folle ed eroe di giovani ed anziani. Protagonista di oltre cento film, per lo più scalcinati B-movie d'azione con evidenti influenze del cinema indiano (a partire dai balli e dalle canzoni in playback), è un misto fra Jackie Chan (o meglio Sammo Hung, vista la stazza!) e Bud Spencer, e realizza i suoi film in giro per il paese, incurante dei pericoli e della guerra (col sorriso sulle labbra, si dichiara più volte pronto anche a morire in nome dell'arte). In questo documentario, la regista francese Sonia Kronlund segue lui e la sua troupe (costituita da pochi amici e parenti) mentre è impegnato nelle riprese di una pellicola autobiografica per raccontarne l'esuberante personalità, l'entusiasmo stakanovista, la comica rozzezza cinematografica ma anche lo sconfinato e contagioso amore per il cinema. Salim Shaheen è un personaggio larger-than-life, che in un paese martoriato da decenni di conflitti di ogni tipo (dall'invasione sovietica al regime dei talebani, dagli attacchi terroristici alla guerra civile) porta avanti quel sogno di recitare e di cantare che aveva sin da bambino e dona così gioia e ispirazione al suo popolo. Ben più di una semplice curiosità, l'interessante documentario della Kronlund (che da quindici anni fa la reporter in Afghanistan) mostra en passant allo spettatore gli spettacolari scenari delle zone più remote del paese (compresa una visita ai Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani), presenta alcune testimonianze del recente passato e mette in luce le contraddizioni di una società fortemente maschilista. Le poche attrici non sono certo ben considerate, al punto che nella troupe di Shaheen c'è persino un attore effemminato, Qurban Ali Afzali, per interpretare all'occorrenza le parti femminili (anche Qurban è un personaggio eccentrico e provocatorio, che indossa il burqa in trasmissioni televisive che parlano dei diritti delle donne). La stessa Kronlund è accettata da Shaheem e dal suo entourage non soltanto perché straniera ma anche perché, come le dice lui stesso scherzando, "tu non sei una donna, sei un uomo!". E a proposito di contraddizioni: impagabile l'intervista all'ex combattente che rivela come persino fra i talebani, nonostante il divieto di guardare film, ci fossero numerosi fan di Salim.

18 giugno 2017

Il mio Godard (M. Hazanavicius, 2017)

Il mio Godard (Le Redoutable)
di Michel Hazanavicius – Francia 2017
con Louis Garrel, Stacy Martin
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo il successo di "The Artist", Hazanavicius ci riprova con un'altra pellicola a sfondo metacinematografico. Stavolta sceglie di raccontare un periodo della vita di Jean-Luc Godard, focalizzandosi sugli anni del suo periodo "maoista" (dal 1967 al 1969, caratterizzati da un crescente impegno politico e rivoluzionario) e ispirandosi alle memorie di Anne Wiazemsky ("Un anno cruciale"), l'attrice che il regista conobbe sul set de "La cinese" e che sposò quasi immediatamente. Il tono scelto è quello della comemdia, con forti dosi di ironia: a parte le numerose gag (come il tormentone degli occhiali rotti), Godard è ritratto come un uomo arrogante, confuso, ai limiti del sociopatico, e l'impressione è quella che Hazanavicius, schierandosi con il punto di vista di Anne (osservatrice spesso silenziosa degli eccessi del suo uomo), intenda volutamente prenderlo in giro. In effetti il mito di Godard non ne esce bene: incapace di scindere il proprio mondo fra cinema e politica, in preda al fervore rivoluzionario di quegli anni (di cui sono rievocati tanti episodi chiave: dalle proteste studentesche del 1968 al boicottaggio che fece annullare il festival di Cannes), Godard appare come un pesce fuor d'acqua che non si trova a proprio agio con nessuno e finisce per bisticciare con tutti, dai suoi spettatori e ammiratori ai giornalisti, dai colleghi (come Bernardo Bertolucci) agli studenti che protestano nelle strade e nelle università. E presto anche il suo rapporto con Anne va in crisi, quando lei accetta di recitare ne "Il seme dell'uomo" di Ferreri contro il suo volere. Hazanavicius gira con uno stile che scimmiotta quello di Godard stesso e della Nouvelle Vague: dai titoletti che dividono il film in capitoli (parodiando i titoli di svariati film di JLG) alle lunghe carrellate, dai momenti in cui i personaggi guardano in macchina per recitare celebri aforismi godardiani sull'arte e la politica, a trovate come quella dei sottotitoli che rivelano cosa pensano realmente i protagonisti durante un dialogo insignificante o quella che volge in negativo l'inquadratura. Altre gag sono invece chiaramente metacinematografiche: Garrel che dice "Io non sono Godard, ma un attore che interpreta Godard", o i due protagonisti, completamente nudi, che criticano quei registi che inseriscono nei loro film scene di nudo del tutto ingiustificate dal contesto. Molti anche i riferimenti culturali: JLG porta Anne al cinema a vedere film di ogni tipo: musical americani, western italiani (si ode un famoso scambio di battute da "Il buono, il brutto, il cattivo") e capolavori del muto (splendida la scena in cui i due, sussurrando fra loro, di fatto "doppiano" una scena de "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer). Naturalmente in Francia non hanno gradito questa dissacrazione di un mito ("Ma Godard non è Dio. Godard è come il capo di una setta, e io sono agnostico", ha commentato Hazanavicius), e in effetti la pellicola in parte fallisce nel rappresentare la complessità dell'autore, rendendolo una macchietta li cui estremismo lo mette in balia di sé stesso e degli eventi (a volte sembra quasi di trovarsi in un film di Nanni Moretti!). Ma comunque è assai divertente, ricca di spunti nonché ben recitata da due attori simpatici (e belli), e con una colonna sonora dove spicca "Azzurro" di Celentano (!), oltre a Strauss ("Im Abendrot") e Carosone. Il titolo originale (che significa "Il formidabile") è il nome di un sottomarino nucleare che simboleggia il microcosmo isolato in cui si richiude il protagonista ("Così va la vita a bordo del Redoutable").

The rider (Chloé Zhao, 2017)

The rider
di Chloé Zhao – USA 2017
con Brady Jandreau, Tim Jandreau
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In convalescenza dopo una grave ferita alla testa in seguito a una caduta durante un rodeo, il giovane Brady, cowboy del Sud Dakota, teme di non poter più tornare a fare quello che gli sta maggiormente a cuore: cavalcare. Opera seconda di una regista di origine cinese (ma trapiantata ormai stabilmente negli Stati Uniti: il suo film, girato con evidente maestria, appare americano al cento per cento, a partire dall'argomento trattato), un toccante western contemporaneo sui sogni infranti e il desiderio di tornare a galla. A mettere un freno alla volontà e alle illusioni di Brady di esibirsi nuovamente nei rodei non ci sono solo i responsi medici, i problemi fisici (ha una mano semiparalizzata) e le pressioni familiari (vive con il padre, in perenni guai finanziari, e la sorella minore, autistica ma piena di gioia di vivere), ma anche il riflesso di sé stesso che vede nel suo miglior amico, Lane Scott, che un incidente simile al suo ha reso una larva umana e che va spesso a trovare in ospedale. E l'amore per la natura e per i cavalli selvaggi (con i quali ha un'affinità indescrivibile) gli farà comprendere di essere diventato ormai come quei puledri che, rimasti azzoppati, devono essere abbattuti, perché non possono più fare quello per cui sono nati: cavalcare liberi nella prateria. Un film che forse parte lento ma che poi si rivela coinvolgente, drammatico e al tempo stesso antidrammatico nelle sue scelte stilistiche, che al tempo stesso omaggiano il genere western (si pensi alle cavalcate di Brady in solitaria) e rievocano il cinema d'autore indipendente, e che si focalizza su un ambiente tratteggiato con evidente affetto e su un personaggio a suo modo indimenticabile. Ad aggiungere valore, il fatto che quasi tutti gli attori, non professionisti ma bravissimi, hanno in effetti interpretato sé stessi: Brady Jandreau è un vero cowboy (il film si basa sulla sua storia), suo padre e sua sorella sono i suoi veri famigliari, così come sono autentici gli altri partecipanti ai rodeo (compreso Scott), il che dona al film un tono semidocumentaristico. Non a caso è piaciuto molto a Werner Herzog. A Cannes ha vinto la sezione "Quinzaine des Réalisateurs".

L'amant d'un jour (Philippe Garrel, 2017)

L'amant d'un jour
di Philippe Garrel – Francia 2017
con Esther Garrel, Louise Chevillotte
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Gilles (Éric Caravaca), professore universitario di filosofia, ha una tresca con Ariane, una delle sue studentesse. Quando sua figlia Jeanne, mollata dal fidanzato, si presenta a casa sua in cerca di ospitalità, fra le due ragazze – che sono coetanee – nasce un'amicizia che porta a confidenze e segreti repiproci... Philippe Garrel, come sempre, gira come se fossimo ancora negli anni sessanta e in piena Nouvelle Vague: bianco e nero, voce narrante fuori campo (femminile e letteraria), attenzione al mondo degli adolescenti ribelli. Negli ultimi tempi, se non altro, sembra avere imparato a fare film corti, meno ambiziosi e meno noiosi per lo spettatore. Questo, pur gradevole, è però esilissimo e innocuo, infila una serie di banalità (dette da personaggi banali) sull'amore e l'infedeltà e, nonostante l'interessante spunto iniziale, non va da nessuna parte e lascia il tempo che trova. Lo salvano l'atmosfera retrò e la freschezza del volto di Louise Chevillotte, che interpreta la lentigginosa Ariane. Anziché il figlio Louis, questa volta Garrel fa recitare la figlia Esther (nel ruolo di Jeanne).

17 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017

Oggi parte qui a Milano la rassegna dei film presentati all'ultimo Festival di Cannes. Naturalmente intendo vederne il più possibile, ma purtroppo quest'anno il programma è ridotto e molto deludente: ci sono soltanto quattro dei film che erano in concorso (quelli di Haneke, Hazanavicius, Zvyagintsev e Campillo), mancano dunque la Palma d'Oro ("The Square" di Ruben Östlund) ma anche pellicole che mi sarebbero interessate molto come quelle di Ozon, Lanthimos (questa addirittura era stata annunciata ma poi tolta dal programma!), Akin, Bong, Coppola. Fra i titoli fuori concorso spiccano i lavori di Mitchell e Desplechin, più numerosi altri film provenienti dalla "Quinzaine des Réalisateurs".

16 giugno 2017

Fanfan la Tulipe (Christian-Jaque, 1952)

Fanfan la Tulipe (id.)
di Christian-Jaque – Francia/Italia 1952
con Gérard Philipe, Gina Lollobrigida
**1/2

Visto in divx.

Nella Francia del Settecento, il giovane, audace e scapestrato Fanfan (Gérard Philipe, doppiato da Nino Manfredi nell'edizione italiana) si arruola dell'esercito del re Luigi XV per sfuggire al matrimonio con una contadina, adescato anche da Adeline (Gina Lollobrigida), che sotto i falsi panni di una zingara gli ha predetto che farà fortuna, si coprirà di gloria e sposerà nientemeno che la figlia del re. Intenzionato a far avverare la profezia, Fanfan non tarderà a mettersi nei guai, anche se le sue prodezze gli guadagneranno i favori della marchesa di Pompadour (Geneviève Page), che gli affibbierà il soprannome "La Tulipe". E fra duelli, amori, fughe, rapimenti, scaramucce e intrighi di corte, e grazie alla sua abilità di provetto spadaccino, vincerà praticamente da solo la guerra dei sette anni contro i prussiani e conquisterà l'amore non della principessa Henriette ma della stessa Adeline. Scanzonata (sin dalla voce narrante) avventura di cappa e spada, ispirata a un personaggio nato da una canzone popolare del 1819 e poi protagonista di opere teatrali, feuilleton e film (il primo è del 1925, un altro remake – "Il tulipano d'oro" – è uscito nel 2003; questa comunque, premiata anche a Cannes per la miglior regia, è la versione più famosa). I toni sono leggeri, la storia non è mai presa sul serio (nemmeno quando c'è di mezzo la guerra), e se la pellicola può apparire oggi un po' datata (ma all'epoca fu un enorme successo di pubblico), nondimeno è da apprezzare per la densità delle vicende narrate, per l'elogio dell'amicizia e per la simpatia dello sfrontato protagonista, che si prende gioco di tutto e di tutti (autorità comprese). Marcel Herrand è Luigi XV, Olivier Hussenot l'amico Tranche-Montagne ("Spaccamonti"), Noël Roquevert l'infido Fortebraccio.

14 giugno 2017

Arrietty (Hiromasa Yonebayashi, 2010)

Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento
(Karigurashi no Arrietty)
di Hiromasa Yonebayashi – Giappone 2010
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

La piccola Arrietty (piccola per davvero: è alta pochi centimetri!) è una "Prendinprestito", un esserino che vive con i genitori sotto il pavimento e dietro le intercapedini di una vecchia villa di campagna, sottraendo di nascosto piccoli oggetti agli esseri umani che vi abitano. I tre Prendinprestito si sono così allestiti una vera e propria dimora in miniatura, con tutte le comodità. Quando nella villa giunge Sho, un ragazzo malato e in attesa di essere operato al cuore, la curiosa Arrietty non può fare a meno di essere vista da lui: una grave imprudenza, perché quando i Prendinprestito si fanno scoprire dagli umani sono costretti ad abbandonare la casa in cui vivono e a trasferirsi altrove. Sho, tuttavia, si mostra amichevole con la ragazzina, aiutando persino lei e la sua famiglia a sfuggire alla cattura da parte della signora Haru, la governante della casa, ostinata cacciatrice di "gnomi". Tratto dai racconti di Mary Norton che avevano già ispirato "I rubacchiotti" di Peter Hewitt, un film gradevole, leggero, avventuroso e malinconico, che Hayao Miyazaki ha soltanto sceneggiato, lasciando la regia all'esordiente Yonebayashi, uno dei più promettenti fra i giovani autori dello Studio Ghibli. Esemplare nella sua commistione fra favola moderna (gli esserini che vivono in segreto nelle case degli umani, sottraendo gli oggetti, ricordano tante creature del folklore di ogni epoca), critica al consumismo (il "riciclo" di cose che non servono più), coming-of-age (per la quattordicenne Arrietty si tratta delle prime escursioni nel mondo esterno) e invito alla convivenza pacifica (un invito raccolto non solo dai due protagonisti ma, per esempio, anche dal gatto di casa), il film è graziato come al solito da atmosfere, disegni e animazioni di ottima qualità. Non scontato nemmeno il finale. Pur essendo ambientata in Giappone, l'anima della pellicola è decisamente europea: non soltanto per il materiale di partenza, ma anche per la colonna sonora "celtica", opera della cantante francese Cécile Corbel.

12 giugno 2017

Heart of the sea (Ron Howard, 2015)

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick
(In the Heart of the Sea)
di Ron Howard – USA 2015
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker
*1/2

Visto in TV.

Nel 1850, in cerca di ispirazione per il suo nuovo libro, Herman Melville (Ben Whishaw) si reca al porto di Nantucket per parlare con l'anziano Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), che trent'anni prima era stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio della baleniera Essex. Inizialmente riluttante, Nickerson finisce col raccontare allo scrittore tutta l'avventura: di come la nave su cui si era imbarcato come mozzo – guidata dal capitano George Pollard (Walker) e dal primo ufficiale Owen Chase (Hemsworth) – fu distrutta da una gigantesca balena bianca e di come l'equipaggio, a bordo delle scialuppe di salvataggio, dovette ricorrere al cannibalismo pur di sopravvivere in mare aperto. Non è la storia di Moby Dick, ma quella (realmente accaduta: fu raccontata nelle memorie, fra gli altri, degli stessi Chase e Nickerson) cui Melville si ispirò in parte per il suo capolavoro. Howard la trasforma in un action movie hollywoodiano (c'è addirittura un'esplosione!) senza particolare spessore, che sfiora soltanto marginalmente temi chiave come la sfida dell'uomo a sé stesso o alla natura. La sceneggiatura affastella luoghi comuni e la caratterizzazione dei personaggi è piatta: gli unici con un po' di spessore sono i due arroganti ufficiali Pollard e Chase, in perenne rivalità fra loro, il primo un novellino proveniente da una famiglia di grande tradizione marinaresca, il secondo un esperto navigatore bollato da tutti come "campagnolo". Regia senza qualità, incapace di rendere avvincenti persino le scene di caccia in mare aperto (anche perché quasi tutto è girato in studio o in CGI). Si salva la seconda parte, quella successiva al naufragio, che mostra le privazioni dell'equipaggio e la lotta per la sopravvivenza. Nel cast anche Cillian Murphy (il secondo ufficiale) e Tom Holland (Nickerson da giovane).

11 giugno 2017

Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)

Rullo di tamburi (Drum Beat)
di Delmer Daves – USA 1954
con Alan Ladd, Charles Bronson
**

Visto in TV.

Da quando gli indiani hanno sterminato la sua famiglia, Johnny MacKay (Alan Ladd) è diventato un acerrimo cacciatore di pellerossa. Ma il presidente Grant in persona lo incarica di condurre le trattative di pace con i ribelli Modoc che, guidati dall'arrogante Capitan Jack (Charles Bronson), sono usciti dalla riserva e richiedono più terra, minacciando la sicurezza dei coloni. Pur riluttante, Johnny accetta l'incarico e promette che porterà la pace senza far uso delle armi. Ma nonostante le sue buone intenzioni, un incidente scatenerà la guerra e sarà necessario l'intervento dell'esercito. Ispirato a personaggi e fatti reali (il conflitto contro i Modoc del 1872-1873 in Oregon e California), un western storico, solido ma senza particolari guizzi, con cui Daves prosegue il suo tentativo (iniziato nel 1950 con "L'amante indiana") di "umanizzare" i nativi americani facendoli uscire, almeno in parte e per quanto gli era concesso, dagli stereotipi di selvaggi. Qui, a parte il complesso e riuscito personaggio di Jack, ci sono indiani cattivi ma anche indiani buoni, come i fratelli Manok e Toby (Anthony Caruso e Marisa Pavan), capi tribù che sostengono Johnny nelle sue trattative. Toby, addirittura, contende l'amore del protagonista alla bianca Nancy (Audrey Dalton). Quello di Jack fu uno dei primi ruoli di rilievo per Charles Bronson, che aveva appena assunto il suo nome d'arte. Nel cast anche Robert Keith (il postiglione), Elisha Cook Jr (il commerciante rinnegato) e Richard Gaines (il medico pacifista). Bellissimi gli scenari in esterni, che donano al film epicità e un ampio respiro.

10 giugno 2017

L'intervallo (Leonardo Di Costanzo, 2012)

L'intervallo
di Leonardo Di Costanzo – Italia 2012
con Alessio Gallo, Francesca Riso
*1/2

Visto in divx.

Il diciassettenne Salvatore, venditore ambulante di granite alla periferia di Napoli, viene incaricato dai camorristi locali di sorvegliare la quindicenne Veronica, rinchiusa all'interno di un edificio fatiscente e abbandonato. La giovane ha evidentemente commesso uno sgarbo verso qualcuno, ma Salvatore ignora di cosa si tratti. Costretti a condividere lo stesso spazio per un'intera giornata, fra i due ragazzi – dopo l'iniziale ostilità – si stabilisce un legame empatico. Opera prima del documentarista Di Costanzo, un "piccolo film" esile e banalotto, girato praticamente con due soli personaggi (se si eccettuano le brevi comparsate del padre di Salvatore e dei camorristi all'inizio e alla fine), che vorrebbe offrire una riflessione poetica sulla gioventù, sui rapporti sociali e sulle costrizioni in territorio criminale, fra metafore sulla "natura" (gli uccellini in gabbia che non vogliono fuggire nemmeno con la porta aperta, la cagna che va a partorire i cuccioli da sola) e suggestioni quasi fiabesche (la cantina allagata, le storie di fantasmi, la magia della pioggia), mantenendo al tempo stesso un appiglio sulla realtà e la quotidianità (ma l'uso del dialetto napoletano stretto rende quasi incomprensibile la visione senza sottotitoli). La sceneggiatura appare forzata in più punti nelle dinamiche di interazione fra i personaggi, e con i suoi dialoghi banalmente ingenui non riesce mai a far salire l'interesse per la vicenda. Anche la regia non "respira", con la macchina da presa sempre attaccata ai personaggi. Ne risulta un film tutt'altro che scorrevole, la cui visione (nonostante la brevità) è quasi estenuante: siamo ben lontani dalla grazia e dalla leggerezza, per esempio, de "La schivata" di Kechiche, o dagli approfondimenti psicologici e culturali di "Io e te" di Bertolucci (uscito nello stesso anno). Deludente anche il finale, che non dona una risoluzione adeguata al senso di attesa che aveva permeato tutto il film.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

6 giugno 2017

L'uomo con la macchina da presa (D. Vertov, 1929)

L'uomo con la macchina da presa (Chelovek s kino-apparatom)
di Dziga Vertov – URSS 1929
senza attori professionisti
***1/2

Visto su YouTube.

Figura atipica di teorico del cinema sovietico, Vertov propugnava l'importanza di ritrarre sullo schermo "la vita per come è", aborriva i film di finzione (in favore dei documentari) e aspirava a rinnovare il linguaggio cinematografico, separandolo completamente da quello del teatro e della letteratura. "L'uomo con la macchina da presa" è senza dubbio il suo capolavoro: girato a Kiev, Kharkov, Mosca e Odessa, mostra un'intera giornata (dall'alba al tramonto) durante la quale un cameraman (Mikhail Kaufman, fratello minore di Vertov e direttore della fotografia) riprende la brulicante vita delle persone che gli stanno intorno: passanti, operai, lavoratori di ogni genere, impegnati nelle loro frenetiche attività. Siamo in una città moderna, dove si muovono fiumane di persone, mezzi pubblici (tram soprattutto), automobili, navi, e dove a fianco del lavoro c'è spazio anche per lo sport (numerose le sequenze di atleti in movimento), lo svago e il divertimento (bagnanti sulla spiaggia, spettatori al cinema, giocatori di scacchi, una serata in birreria) e persino per frivolezze e vanità (ragazze che si truccano o vanno dal parrucchiere). Il montaggio rapidissimo (opera della moglie del regista, Elizaveta Svilova) dona alla pellicola un ritmo indiavolato e rende quasi obbligatorio vederla accompagnata da una bella colonna sonora ritmata (come quella dela Cinematic Orchestra nel link a YouTube che riporto sopra). Alla vena realista e documentarista se ne affianca una sperimentale (la didascalia introduttiva, l'unica di tutto il film, ribadisce come Vertov sia "alla ricerca di un nuovo linguaggio"), in chiave sia tecnica che – soprattutto – creativa, e una qualità surreale, anche attraverso effetti ottici e animazioni (celebri quelle che riguardano proprio la macchina da presa: all'inizio il cameraman diventa minuscolo e si posiziona sopra un'altra cinepresa, mentre nel finale si staglia gigantesco sull'intera città; in un'altra sequenza, la stessa cinepresa si anima e si muove da sola, come un robottino).

Ricco di idee e di inventiva, il film è importante anche come documento della vita di tutti i giorni in una grande città dell'URSS alla fine degli anni Venti, di cui mostra la crescente industrializzazione (fabbriche, macchinari, ingranaggi in movimento) ma anche i lavori tradizionali (barbieri, filatrici, tipografi, centraliniste, minatori, addetti agli imballaggi che confezionano scatole di sigarette in una sequenza che ricorda "Tempi moderni" di Chaplin). Il cameraman, che trasporta la sua macchina da presa un po' ovunque (spesso a sprezzo del pericolo, come quando si avvicina a riprendere i lavori di una diga o segue un'auto in corsa a bordo di un'altra auto), cattura ambienti e scorci cittadini, oggetti e dettagli, persone e animali, veicoli e mezzi pubblici, contadini e grandi folle in movimento, fabbriche e luoghi di lavoro. Ci mostra piccoli episodi (la ragazza che si sveglia e si veste prima di uscire: una sequenza chiaramente inscenata, a dimostrazione che Vertov non era contro l'allestimento in sé, purché si conservasse l'effetto del realismo), scene di massa (navi che salpano, cortei e ritrovi), emergenze quotidiane (vigili del fuoco o ambulanze in corsa), storie umane ed emozioni (matrimoni, divorzi, nascite, funerali). E ancora: bambini alle giostre, una lunga sequenza di vari atleti (lanciatori, saltatori, fantini, piloti, tuffatori, nuotatori, ginnasti, pesisti, giocatori di calcio o di basket) mostrati al rallentatore, come negli studi del movimento dei pionieri del cinema. Nel circolo dei lavoratori (in quella che un tempo era una chiesa) ora si legge il giornale o si gioca a scacchi e a dama. Al luna park si tira a segno su sagome di "fascisti". Si ascolta la radio, si balla o si suona con strumenti improvvisati. Si ride. Il ritmo è frenetico, la vista scorre rapida e senza sosta. Nel finale, ambientato in un cinema dove viene proiettata la pellicola ripresa dal nostro cameraman, tutto si mescola e si fonde insieme, con effetti ottici di sovrimpressione e split screen. La regia contribuisce con soggettive, carrelli, inquadrature ardite, indugia sui volti interessati e divertiti degli spettatori, in un montaggio alternato con le immagini di vari mezzi in rapido movimento.

Contenuto e stile vanno dunque di pari passo. Vertov non si limita a riprendere e a documentare la realtà, ma vi si tuffa dentro, la "manipola" attraverso la scelta delle inquadrature (da varie posizioni e angolazioni, soggettive e prospettiche, dal di sotto e dal di sopra), le tecniche di ripresa (camera fissa, carrelli, panoramiche, effetti ottici e visivi), ma soprattutto il montaggio, rapido e alternato, ricorrendo alle tecniche più disparate: slow motion, velocizzazioni, dissezioni, sovrimpressioni, fermi immagine (che "bloccano" per un attimo il movimento mentre la montatrice è impegnata nel taglio e nella giunzione della pellicola fisica) e primissimi piani (celebre l'occhio umano che si fonde con la macchina da presa stessa, a suggerire un'unione fra l'uomo e il suo strumento che permette di godere del meglio di entrambi). "L'elogio dell'occhio meccanico – scrive Pietro Montani – non è, come nel futurismo italiano, pura e semplice apologia della macchina, ma si giustifica a partire da un principio conoscitivo: il Kinoglaz (cineocchio) può far vedere l'invisibile, può mettere in forma la rete di rapporti che collega le cose nel loro movimento e dunque fornisce un'immagine della realtà più completa proprio perché non la rispecchia ma la ricostruisce, la riorganizza". E a proposito di fusioni, come detto il film si conclude proprio "fondendo" insieme le immagini riprese dal nostro cameraman, i volti dello spettatori, la montatrice stessa al lavoro, e l'occhio del cineasta nella cinepresa. Tutto assume un nuovo significato. Dopo aver toccato l'apice con questo lavoro, le fortune di Vertov comincieranno a declinare e il regista verrà progressivamente marginalizzato nel suo stesso paese. Il cinema stava ormai prendendo strade diverse (e quello di finzione diventerà la sua forma dominante, come testimoniava nell'URSS stessa il successo della "Corazzata Potemkin" di Ejsenstein), ma l'eredità di Vertov non andrà perduta: ne ritroveremo frammenti nei cineasti più disparati, sperimentali o meno (si pensi a Buñuel, Godard, Marker, Greenaway o Herzog).

4 giugno 2017

Lars e una ragazza tutta sua (C. Gillespie, 2007)

Lars e una ragazza tutta sua (Lars and the Real Girl)
di Craig Gillespie – USA/Canada 2007
con Ryan Gosling, Emily Mortimer
***

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa, Monica e Sabrina.

Lars (Gosling) ha seri problemi di socializzazione, nonostante i tentativi di amici e parenti (in particolare della cognata Karin, moglie di suo fratello Gus) di farlo uscire dal suo guscio. Tutti si stupiscono, dunque, quando annuncia di essersi trovato una fidanzata. Lo stupore aumenta quando scoprono che Bianca non è altro che... una bambola a grandezza naturale. Preoccupati per la sua salute mentale, Gus e Karin lo fanno visitare da una psicologa, che suggerisce a tutti di assecondarlo. E l'intero villaggio si mobilita così per dare il benvenuto a Bianca e integrarla nella vita della comunità. Sarà poi lo stesso Lars, quando si sentirà finalmente pronto a dare il via a una relazione con una ragazza vera, a "concludere" la messinscena... Commedia insolita e originale, garbatissima e (a suo modo) romantica, che tratta il tema della solitudine e del disagio psichico in maniera leggera ma senza banalizzare l'argomento e senza ricorrere ad esasperazioni melodrammatiche o scontati cliché. Merito anche della recitazione, mai sopra le righe, di un Gosling timido e baffuto e di un brillante cast di contorno (Paul Schneider è il fratello, Emily Mortimer la cognata, Patricia Clarkson la psicologa e Kelli Garner la collega di lavoro). Anche se il film è di produzione americana (la storia si svolge in un paesino del Wisconsin), i nomi dei personaggi (il protagonista si chiama Lars Lindstrom) e l'ambientazione "nordica" (tutta la vicenda è collocata durante un nevoso inverno, con il disgelo finale che assume ovviamente una valenza metaforica) fanno pensare a una sceneggiatura di origine o influenza scandinava. La sceneggiatrice Nancy Oliver, al debutto, ha ricevuto una nomination agli Oscar.

2 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta (H. Koreeda, 2016)

Ritratto di famiglia con tempesta (Umi yori mo mada fukaku)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2016
con Hiroshi Abe, Kirin Kiki
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Visto al cinema Anteo, con Sabrina.

Il quarantenne Ryota Shinoda (Hiroshi Abe), scrittore con un solo libro alle spalle (uscito quindici anni prima) e fanatico del gioco d'azzardo, ha deluso tutte le aspettative che erano state fatte su di lui, in particolare quelle della madre Yoshiko (Kirin Kiki), ora vedova, e dell'ex moglie Kyoko (Yoko Maki). Per pagare a questa gli alimenti per mantenere il figlio Shingo, si barcamena lavorando per un'agenzia di investigazioni private, non esitando a tradire o ricattare i suoi stessi clienti. Ma il denaro, che finisce spesso in scommesse, non sembra bastare mai: e Ryota sfrutta il proprio lavoro anche per spiare il nuovo fidanzato dell'ex moglie, che tuttora ama gelosamente. A tenere ancora unita la famiglia, almeno in parte, è proprio l'anziana Yoshiko, cui Shingo è molto affezionato. Proprio a casa sua, in una sera di tempesta, il bambino e i genitori si ritrovano a cena mentre sta per arrivare un tifone che li costringerà a passare la notte ancora una volta tutti insieme. E l'esperienza, se non altro, riporterà un po' di pace, comprensione e serenità nel loro legame, accrescendo fra l'altro il senso di responsabilità paterna di Ryota e la capacità di perdonare di Kyoko. Il film più – dichiaratamente – autobiografico di Koreeda, regista da sempre attento a descrivere le dinamiche famigliari e i rapporti fra padri e figli o fra mariti e mogli (e in questo è il degno erede di Ozu), sconta forse alcuni difetti, a partire dalla lentezza e da una certa banalità di fondo, risultando paradossalmente meno incisivo proprio perché troppo naturalistico, attento a rispecchiare la realtà e i ricordi, e a caratterizzare i personaggi (il protagonista in particolare) con un'eccessiva ridondanza. Se il rapporto con la madre è vivacizzato dalla brillante prova di Kirin Kiki, quelli con la moglie e con il figlio seguono un certo schematismo e prevedibilità. Meglio invece gli episodi marginali, gli incontri di Ryota con i suoi clienti, il rapporto con l'amico/collega, le puntate alle corse di ciclismo: è qui (come nel contesto ambientale, fatto di luoghi ordinari e case popolari) che si ritrova il cinema giapponese (e di Koreeda) che preferisco, quello minimalista e delle piccole cose, dove il messaggio vien fuori in modo naturale e si instilla in uno spettatore pronto ad accoglierlo o ad immedesimarsi (cosa in fondo non difficile). La famiglia di Ryota è infatti una come tante altre, fra amore, rancori, rimpianti e piccoli screzi, tenuta insieme dai ricordi e da un presente in comune. Nel cast anche Satomi Kobayashi (la sorella), Sosuke Ikematsu (il collega) e Lily Franky (il boss). Un film senza dubbio gentile e piacevole, ben diretto e recitato: ma sugli stessi temi, a parer mio, Koreeda ha fatto ben di meglio in passato, e in particolare in "Still walking", dove peraltro erano presenti molti degli stessi attori.

1 giugno 2017

Gli uomini della terra selvaggia (D. Daves, 1958)

Gli uomini della terra selvaggia (The Badlanders)
di Delmer Daves – USA 1958
con Alan Ladd, Ernest Borgnine
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Visto in TV.

Appena uscito dalla prigione di Yuma dopo aver scontato un'ingiusta condanna per rapina, lo scaltro ingegnere minerario Peter Van Hoek, detto "L'Olandese" (Alan Ladd), progetta di vendicarsi rubando per davvero un'ingente quantità di oro grezzo dalla miniera dove un tempo lavorava. Coinvolgerà nel suo piano due complici: l'ex allevatore John McBain (Ernest Borgnine), uomo impulsivo ma di buon cuore che ha conosciuto in carcere, e l'artificiere messicano Vincente (Nehemiah Persoff). Il colpo, nonostante le molte difficoltà logistiche, andrà bene: i guai cominceranno quando il ricettatore al quale i tre si sono rivolti cercherà di ingannarli per tenere il bottino per sé... Rilettura di "Giungla d'asfalto" in chiave western, ispirata allo stesso romanzo di W.R. Burnett al quale si era rifatto John Huston e ambientata nei distretti minerari dell'Arizona alla fine dell'ottocento. Nonostante il buon cast e la solida regia di Daves, non tutto però funziona al meglio. Il meccanismo della rapina nei tunnel della miniera (anche se avvincente) è implausibile, ma soprattutto il lieto fine rende la vicenda molto più ordinaria e ne cancella completamente il valore di apologo morale sull'avidità e il riscatto. Katy Jurado è la prostituta messicana di cui si innamora McBain (al termine delle riprese, lei e Borgnine si sposarono veramente).