30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
****

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

28 ottobre 2016

Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016)

Doctor Strange (id.)
di Scott Derrickson – USA 2016
con Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Un altro personaggio dei fumetti Marvel sbarca sul grande schermo. A questo giro è la volta del Dottor Strange, il leggendario "maestro delle arti mistiche" creato negli anni sessanta da Steve Ditko (e dal solito Stan Lee, che si concede il consueto cameo nei panni del passeggero di un autobus, intento a leggere ridacchiando "Le porte della percezione" di Huxley). A differenza dei suoi colleghi supereroi, Strange (interpretato da un ottimo Cumberbatch) non combatte le minacce fisiche ma quelle di natura mistica, come demoni ed entità provenienti da altre dimensioni, aiutato dalla propria conoscenza dell'occulto e da artefatti magici come l'Occhio di Agamotto e la Cappa della Levitazione. Il film di Derrickson ne racconta le origini, ambientandole ai giorni nostri. Neurochirurgo abile e brillante ma anche arrogante ed egocentrico, il dottor Stephen Strange perde l'uso delle mani dopo un incidente stradale. Nel tentativo di guarire, dopo aver provato tutto ciò che la scienza aveva da offrire, si reca fino in Tibet per incontrare l'Antico (Tilda Swinton: curiosa ma azzeccata scelta di casting), "stregone supremo" della Terra, che gli aprirà le porte di una realtà più grande, svelandogli i segreti della magia e aiutandolo a liberare il proprio "corpo astrale". Insieme al fido Wong (Benedict Wong) e al conflittuale Mordo (Chiwetel Ejiofor), Strange sventerà i piani del ribelle Kaecilius (Mads Mikkelsen) e della sua banda di zeloti, che intendevano consegnare il pianeta al demone Dormammu. E dopo la morte dell'Antico, si insedierà a New York, nella tradizionale dimora al Greenwich Village, come guardiano e protettore della Terra. I temi del misticismo orientale sono piegati alle esigenze di un film d'azione, e la pellicola è in parte formulaica, non scevra dai cliché supereroistici – a partire dalla "crescita" del protagonista, che impara ad affrontare le proprie responsabilità – e con personaggi di contorno poco sviluppati: tanto la donna amata da Strange, la dottoressa Palmer (Rachel McAdams), quanto (soprattutto) il cattivo Kaecilius, per esempio, hanno una caratterizzazione piuttosto piatta. Ma il tutto è riscattato da un sense of wonder che non viene mai meno e da un apparato visivo che lascia più volte a bocca aperta, con effetti speciali sempre al servizio della storia. Memorabili gli scenari che fanno da sfondo ad alcuni combattimenti, dalla città di New York deformata nella "dimensione specchio", con i palazzi che si ripiegano su sé stessi (e che ricordano "Inception"), al tempo che si riavvolge o che addirittura si ferma durante lo scontro ad Hong Kong, per non parlare della psichedelica "dimensione oscura" di Dormammu. La magia è rappresentata visivamente attraverso cerchi luminosi e forme geometriche, che ricordano non poco le tavole di Ditko. Buona anche la colonna sonora di Michael Giacchino, anche se il tema principale assomiglia un po' troppo a quello di Harry Potter. Ci si diverte, e per una volta non si ha l'impressione di aver assistito a una puntata di un telefilm, ma a un film vero e proprio. Anche perché i collegamenti con l'Universo Cinematico Marvel sono pochi: a parte la scena extra durante i titoli di coda (dove vediamo Strange entrare in contatto con Thor, preannunciando così il suo coinvolgimento nei futuri film della Casa delle Idee), si citano di sfuggita gli Avengers e si rivela che l'Occhio di Agamotto è una delle gemme dell'infinito. Nel complesso, dunque, siamo di fronte a una delle migliori pellicole Marvel, se non la migliore, della recente ondata.

26 ottobre 2016

Baci rubati (François Truffaut, 1968)

Baci rubati (Baisers volés)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Rivisto in DVD.

Riformato dal servizio militare per "instabilità di carattere" (si era arruolato in seguito alla delusione d'amore con Colette), Antoine corteggia la ritrosa Christine (Claude Jade) e si dedica a una serie di mestieri, sempre con scarso successo: guardiano notturno in un albergo, pedinatore per un'agenzia di investigazioni private, commesso in un negozio di scarpe (ma è una copertura, frutto del lavoro precedente) e riparatore di tv a domicilio. Il terzo capitolo delle (dis)avventure di Antoine Doinel, dopo "I quattrocento colpi" e il cortometraggio "Antoine e Colette", è un film episodico e a tratti comico, che Truffaut dirige con leggera svagatezza, in un periodo in cui i cineasti francesi erano "distratti" dall'affaire Langlois (il direttore della Cinémathèque Française, sollevato dal governo dal suo incarico e poi reinsediato in seguito alle forti proteste degli intellettuali: a lui sono dedicate le immagini di apertura). A differenza dell'amico Godard, per il quale il cinema stesso diventa sempre più uno strumento di lotta politica, Truffaut invece sembra voler tenere separato il discorso artistico da quello militante, alienandosi così le simpatie dei critici di sinistra (che lo accusavano di fare pellicoli "borghesi") ma riconquistando coloro che, dopo "Jules e Jim", lo avevano visto allontanarsi da quel delicato discorso sui sentimenti che aveva caratterizzato la prima fase della sua carriera. In effetti, all'apparenza "Baci rubati" è un film romantico (a partire dalla canzone di Jean Trenet "Que reste-t-il de nos amours?", da un cui verso prende il titolo) che prosegue il racconto di un'educazione sentimentale. Antoine, impulsivo e ingenuo, vive nel mondo dei sogni mentre la realtà gli sfugge (quando recita allo specchio il proprio nome e quello delle donne che ama, li ripete ossessivamente finché non perdono di significato). Esemplare l'infatuamento per Fabienne (Delphine Seyrig), la splendida moglie del proprietario del negozio di scarpe (Michel Lonsdale): lui la vede come una creatura irraggiungibile (sembra uscita da "Il giglio della valle" di Balzac), lei cerca inutilmente di metterlo in guardia ("Non sono un'apparizione, sono una donna"). In realtà il film è la cronaca di un passaggio fondamentale: la rinuncia ai sogni di gioventù in favore di un'esistenza banale, insignificante e conformista, come si prospetta il matrimonio con Christine. Come collante della pellicola, ci sono una serie di scenette e di avventure semi-comiche che vanno dallo slapstick al grottesco: il pedinamento del prestigiatore, la reazione del cliente gay (e l'intervento del dentista del piano di sotto per calmarlo), la finta assunzione di Antoine nel negozio di scarpe (con la prova del confezionamento del pacco), i vari pedinamenti incrociati, la dichiarazione finale dello sconosciuto che segue Christine (che pure, nella sua follia, è più accorata e appassionata di quanto sarà mai capace di fare Antoine). E non dimentichiamo gli eventi casuali (la morte del detective), significativi (le visite alle prostitute, con le quali Antoine sfoga il desiderio sessuale represso dai continui rifiuti di Christine) o apparentemente insignificanti (gli incontri con personaggi del passato, quali la stessa Colette con marito e neonata, o l'amico sceneggiatore fallito) che contribuiscono al flusso quotidiano della vita. Da notare che uno dei libri che Antoine legge mentre lavora all'albergo è "La sirène du Mississipi" di William Irish, dal quale Truffaut trarrà il suo film successivo (in italiano "La mia droga si chiama Julie").

24 ottobre 2016

L'uomo del west (W. Wyler, 1940)

L'uomo del west (The Westerner)
di William Wyler – USA 1940
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

In una cittadina del Texas dove la legge non è ancora arrivata, l'autoproclamatosi "giudice" Roy Bean (Walter Brennan), proprietario del locale saloon, fa il buono e il cattivo tempo, appoggiando le ragioni degli allevatori di bestiame nella loro continua faida contro gli agricoltori e le famiglie di coloni che vorrebbero stabilirsi nella regione e recintare le terre destinate ai pascoli. I soprusi, i processi sommari e le maniere spicce dell'eccentrico Bean indispettiscono Cole Harden (Gary Cooper), pistolero di passaggio che interrompe il proprio viaggio verso la California per provare a portare la pace fra le due fazioni, spinto anche dall'affetto verso la giovane Jane (Doris Davenport), figlia di una famiglia di coltivatori. Sfruttando l'ossessione del giudice per l'attrice teatrale inglese Lillie "Jersey Lily" Langtry (Lilian Bond), di cui si finge conoscente, Cole gli strappa la promessa di destinare parte del terreno agli agricoltori: ma Bean non intende mantenere la parola e ordina ai suoi uomini di incendiare i raccolti dei coloni per costringere ad andare via... Ispirato a personaggi storicamente esistiti (Bean e Lily), il film ha il pregio di mettere in scena un conflitto (quello fra contadini e allevatori di bestiame) che ha caratterizzato a lungo il Texas e i territori di frontiera degli Stati Uniti negli anni dopo la Guerra Civile. Da notare come il contrasto fra coltivatori e cowboy si rispecchi in quello fra il "nomade" Cole e la "sedentaria" Jane (come la storia insegna, sarà quest'ultima ad avere la meglio). Se il tono del film non è sempre coerente (si passa da momenti decisamente comici, come la scena del "processo" di Cole e in generale tutta la parte dell'ossessione del giudice per Lily, ad altri assai drammatici, come la sequenza dell'incendio), la cosa migliore è il rapporto di amicizia-rivalità che si instaura fra i due protagonisti maschili, che non viene a mancare nemmeno durante e dopo la resa dei conti finale nel teatro dove Lily si esibisce (con le sedie vuote perché il giudice ha comprato tutti i biglietti pur di non dividere l'esperienza con nessuno). Premio Oscar a Brennan (il terzo in cinque anni) come miglior attore non protagonista.

22 ottobre 2016

Funny games (Michael Haneke, 1997)

Funny Games (id.)
di Michael Haneke – Austria 1997
con Susanne Lothar, Ulrich Mühe
***1/2

Rivisto in divx.

Giunti nella loro casa sul lago per trascorrere una breve vacanza, i membri di una famiglia (padre, madre e figlioletto) vengono sequestrati da due misteriosi giovani che intendono ucciderli senza apparente motivo. Il film più scioccante e disturbante di Haneke (e ce ne vuole, visto che gli altri non sono certo delle passeggiate) può sembrare a prima vista semplicemente un torture horror che precorre un filone che avrà particolare successo negli anni a venire ("Saw", "Hostel"): al punto che dieci anni più tardi, su richiesta degli americani, lo stesso Haneke ne realizzerà un remake in lingua inglese del tutto identico, scena per scena. In realtà si tratta una controversa e provocatoria riflessione meta-cinematografica sui temi della violenza, della sua rappresentazione nelle opere di finzione e del grado di coinvolgimento del pubblico, che pur facendo il tifo per i "buoni" e disapprovando le azioni dei "cattivi", non può fare a meno di assistervi e prova persino piacere nel guardarle. A questo proposito, la pellicola rompe frequentemente il "quarto muro": uno dei due aguzzini, Paul, guarda occasionalmente in camera, strizzando l'occhio agli spettatori e rivolgendoci la parola. Paul pare consapevole di trovarsi in un film e di doverne rispettare alcune regole, come quella di prolungare la suspence o di concedere alle vittime una possibilità di fuga per rendere le cose più interessanti. In altri momenti, invece, le sovverte completamente, come nella celeberrima scena del telecomando con cui, letteralmente, riavvolge indietro il film che stiamo vedendo per cambiare qualcosa che è già accaduto e far prendere alla storia una piega differente. Nel finale, il dialogo fra i due ragazzi a proposito dei diversi gradi di finzione (la realtà che si osserva in un film è "vera" quanto quella del mondo reale?), chiarisce qual era l'intento "moralista", se vogliamo, di Haneke: mettere lo spettatore di fronte alle proprie colpe, quelle di ricercare la violenza nei media come se si trattasse di qualcosa di "innocuo" o addirittura di divertente, senza rendersi conto che tutto ciò che si vede è in qualche modo reale. Da questo punto di vista, il film si può dire perfettamente riuscito: la tensione è ai massimi livelli, la sofferenza dei personaggi è quasi insostenibile e le immagini sono brutali e angoscianti (anche se gran parte della violenza rimane fuori dall'inquadratura). Nella colonna sonora, particolarmente disturbante è l'uso dell'heavy metal (di John Zorn) che interrompe, sui rossi titoli di testa, la rilassante musica classica che la famiglia stava ascoltando in macchina. Susanne Lothar e Ulrich Mühe, che interpretano i due coniugi, avevano già lavorato con Haneke ne "Il castello". Arno Frisch e Frank Giering, i due torturatori, hanno aspetto (abiti e guanti bianchi) e modi di fare (ambiguamente gentili) che ricordano la gag di "Arancia meccanica": ma i personaggi sono forse ispirati al caso (vero) di Leopold e Loeb. Il titolo fa riferimento al carattere "ludico" delle torture perpetuate da Peter e Paul, che comprendono giochi, indovinelli, scommesse, conte e filastrocche, per non parlare delle continue variazioni del proprio nome (Tom e Jerry, "Ciccia") e background.

21 ottobre 2016

La fine di San Pietroburgo (V. Pudovkin, 1927)

La fine di San Pietroburgo (Konec Sankt-Peterburga)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1927
con Ivan Šuvelev, Aleksandr Ċistjakov
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Spinto dalla fame, un giovane contadino lascia la campagna per cercare lavoro a San Pietroburgo. Qui entrerà in contatto con i rivoluzionari che si ribellano allo sfruttamento degli operai da parte dei padroni delle fabbriche. E nel 1917, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, parteciperà all'assalto al Palazzo d'Inverno che consegnerà il potere ai soviet. Commissionato per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, "La fine di San Pietroburgo" è il secondo film, dopo "La madre" e prima di "Tempeste sull'Asia", della celebre trilogia di Pudovkin sul tema della presa di coscienza sociale. L'attenzione è decisamente incentrata più sul contesto storico e politico che non sulle vicende individuali del protagonista: come tale, la pellicola affascina visivamente, grazie a immagini potenti e comunicative, all'uso di luci e ombre, e naturalmente al montaggio (l'elemento chiave nel cinema di Pudovkin e in generale in quello sovietico dell'epoca), ma risulta assai semplicistica nella trama, smaccatamente propagandistica, e nella caratterizzazione dei personaggi, che non hanno nemmeno un nome e servono solo a rappresentare delle categorie sociali (le grandi masse vittime del potere, i rivoluzionari che guidano alla libertà, i capitalisti sfruttatori). A restare impressi sono invece scenari e ambienti: la città di San Pietroburgo, all'inizio, è dominata dalla grandiosità delle statue equestri degli zar, dai palazzi, dalle chiese con i tetti d'oro, dai camini da cui esce il fumo delle fabbriche (che si contrappongono ai mulini a vento delle campagne). Il montaggio, come detto, risalta per la sua rapidità in alcune sequenze chiave (l'irruzione nell'ufficio del padrone della fabbrica) o per gli accostamenti (le battaglie al fronte durante la guerra sono intervallate con scene degli uomini d'affari che speculano al mercato azionario). I cartelli riportano frasi, slogan e singole parole a caratteri cubitali. L'ultimo recita: "San Pietroburgo è morta, lunga vita a Leningrado". Ma sarebbe sbagliato bollare il film solo come propagandistico e celebrativo: in Pudovkin l'umanismo non viene mai meno, e lo dimostrano sequenze – più efficaci di qualsiasi slogan – come quella finale, in cui la donna in cerca del marito divide il proprio cibo con i soldati stanchi, affamati o feriti dopo la battaglia. In precedenza, nella rievocazione degli eventi storici, c'era stato spazio anche per un accorato messaggio antibellico (la guerra che devasta le campagna e distrugge le vite "in nome dello zar, della patria e del denaro"; e persino i soldati tedeschi non sono descritti come nemici ma come vittime, a loro volta, degli interessi dei potenti). Il film è stato restaurato nel 1969 con l'aggiunta di una colonna sonora.

19 ottobre 2016

Pat Garrett e Billy Kid (Sam Peckinpah, 1973)

Pat Garrett e Billy Kid (Pat Garrett & Billy the Kid)
di Sam Peckinpah – USA 1973
con Kris Kristofferson, James Coburn
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Un tempo amici, i pistoleri Pat Garrett e William Bonney (meglio noto come Billy the Kid) si ritrovano su lati opposti della barricata quando Garrett (James Coburn) accetta di diventare sceriffo in una cittadina del New Mexico, mentre Billy (Kris Kristofferson) continua la sua vita da fuorilegge. La loro rivalità mette in luce una profonda dicotomia ideologica: l'accettare che i tempi cambiano ("Questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con esso", afferma Pat) e il voler ostinatamente continuare a battersi per la libertà e contro il sistema ("Si è venduto ai proprietari terrieri che cercano di mettere recinti in questo mondo", dice Billy dell'amico). Se il vecchio Garrett rappresenta la testa e il ragionamento, colui che comprende quando il mondo di un tempo è ormai giunto al termine, Billy è invece l'istinto e il cuore, incapace di rinunciare al proprio modo di vivere, che nel momento della fuga sceglie di tornare indietro perché non è disposto a tollerare le malefatte degli allevatori. La sceneggiatura di Rudy Wurlitzer, destinata inizialmente alla regia di Monte Hellman, si ispira ad eventi reali (pur con qualche concessione alla verità storica, soprattutto riguardo l'età dei personaggi) entrati ormai nel mito: ma nelle mani di Peckinpah dà il via a una riflessione fatalista, lirica e poetica sull'amicizia e il tradimento in un mondo dove la morte è sempre dietro l'angolo. Nonostante il ritmo lento e rilassato, non mancano momenti di improvvisa violenza, come nella scena della fuga di Billy dalla prigione di Lincoln. La lavorazione della pellicola fu particolarmente difficile, anche per gli standard di Peckinpah, che si scontrò a più riprese con James Aubrey, presidente della MGM. Questi, incaricato di rimettere a posto i conti della casa di produzione, mal tollerava le bizze del regista (che spesso si presentava ubriaco sul set: risale a questo periodo la famosa frase "Non posso dirigere se sono sobrio") e gli sforamenti di tempo e di budget. Alla fine delle riprese, Aubrey tolse il girato dalle mani di Peckinpah e fece uscire nelle sale una versione tagliata e rimontata, che si rivelò un fiasco. Soltanto nel 1988 è stata resa disponibile una "director's cut" che corrisponde all'anteprima montata secondo le disposizioni del regista (nel 2005 è uscita in DVD un'ulteriore versione che combina le due precedenti con alcune scene inedite). Nel cast figurano nomi e caratteristi di spicco: Jason Robards, Slim Pickens, Katy Jurado, L.Q. Jones, Jack Elam, Richard Jaeckel, Chill Wills, Harry Dean Stanton, John Beck, oltre a piccoli ruoli per gli stessi Wurlitzer e Peckinpah. Memorabile la colonna sonora di Bob Dylan (che recita anche nella parte di Alias, giovane seguace di Billy), che comprende una delle sue canzoni più celebri: "Knockin' on Heaven's Door".

18 ottobre 2016

RRRrrrr!!! (Alain Chabat, 2004)

RRRrrrr!!! (id.)
di Alain Chabat – Francia 2004
con Maurice Barthélemy, Jean-Paul Rouve
*1/2

Visto in divx.

Nel 35.000 avanti Cristo, all'età della pietra, la tribù dei Capelli Sporchi è in guerra con quella dei Capelli Puliti per il possesso dello shampoo. Disperato, il capo dei Capelli Sporchi manda la propria figlia Ghi (Marina Foïs) a infiltrarsi fra i nemici, per sedurre uno di loro (Pierre-François Martin-Laval) e sottrargli il prezioso segreto. Nel frattempo, due misteriosi omicidi danno il via a un'indagine poliziesca, la prima della storia... Alla sua terza regia, l'ex comico dei "Nuls" Alain Chabat, diventato col tempo anche attore serio (almeno fino a un certo punto), torna alle origini con una farsa demenziale e cartoonistica, colma di umorismo nonsense (a partire dall'incipit, con le didascalie sulla guerra del Vietnam), spesso assai semplice (i membri della tribù dei Capelli Puliti si chiamano tutti Pietro o Pietra) e a volte francamente stupido (tutti gli animali hanno le zanne da mammut). Il risultato è divertente solo a tratti, anche perché il canovaccio di fondo (quasi ogni cosa che fanno i protagonisti è fatta "per la prima volta", e la loro ingenuità si fonde con l'anacronismo delle situazioni in maniera simile a quanto accadeva nella striscia a fumetti "B.C.") non solo non è particolarmente originale ma pure un po' ripetitivo. Il cast è formato dagli attori della compagnia teatrale Les Robins des Bois, ma in ruoli minori si riconoscono lo stesso Chabat (il guaritologo), Jean Rochefort e Gérard Depardieu (i capi della tribà dei Capelli Sporchi).

16 ottobre 2016

Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi
(Lo and Behold - Reveries of the Connected World)
di Werner Herzog – USA 2016
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Daniela.

Dopo tanti documentari su luoghi, fatti e personaggi remoti o ai margini della nostra civiltà, Herzog si occupa di un argomento che invece è ormai quanto di più vicino e presente intorno a noi, nella vita di tutti i giorni: internet. Non lo fa con una tesi da dimostrare, un discorso da portare avanti o un approccio didattico, ma spinto dalla pura curiosità di esplorare un mondo che si è ormai sovrapposto a quello reale e minaccia di prenderne il posto (già ora lo influenza in maniera pervasiva, dall'economia alla politica: si dice che se le telecomunicazioni venissero bloccate all'improvviso, per esempio a causa di un enorme brillamento solare, la nostra civiltà potrebbe non sopravvivere). Diviso in dieci capitoli, il documentario è esaustivo ed equilibrato: esamina gli aspetti positivi e quelli negativi della rete (fra questi ultimi: la dipendenza, gli abusi, i problemi sociali, la criminalità), ne ripercorre le origini (con interviste ai "pionieri") e il presente, e prova a immaginarne il futuro (molte le ipotesi sui possibili sviluppi, in particolare quelli legati alla robotica e all'IoT, l'internet delle cose). Certo, alcuni argomenti restano fuori (i social media, per esempio) e a volte si va fuori tema (i robot che giocano a calcio), ma a rendere affascinante il documentario c'è il fatto che, nonostante l'argomento, esso non perde mai di vista la dimensione umana: quello che internet può fare per le persone, nel bene e nel male, ha sempre la precedenza sui discorsi puramente tecnici o scientifici. Forse perché è l'opera di un cineasta settantacinquenne, che ben si ricorda di come era il mondo prima dell'avvento della rete. Fra i momenti più memorabili, quelli in cui Herzog da semplice intervistatore passa a interagire con le persone che stanno parlando: come quando, davanti a Elon Musk, si dichiara disposto ad andare personalmente su Marte e a restarci (non che ci fossero dubbi!).

14 ottobre 2016

Lo svitato (Carlo Lizzani, 1956)

Lo svitato
di Carlo Lizzani – Italia 1956
con Dario Fo, Franca Rame
**

Visto in divx, per ricordare Dario Fo.

La carriera cinematografica di Dario Fo, sicuramente meno ricca e fortunata di quella teatrale, avrebbe dovuto prendere il via con questa pellicola decisamente atipica nell'ambito della commedia all'italiana e che segna il suo primo ruolo da protagonista (aveva già avuto una piccola parte in "Scuola elementare" di Lattuada). Il suo insuccesso spingerà l'attore (qui anche collaboratore al soggetto e alla sceneggiatura, oltre che aiuto regista) verso altre strade, anche se occasionalmente continuerà a collaborare con il cinema (da "Musica per vecchi animali" di Stefano Benni alla voce prestata nei film d'animazione di Enzo D'Alò). "Lo svitato" è un tentativo di portare sullo schermo il tipo di comicità burlesca, fisica prima che verbale, che caratterizzava un certo cinema americano (il paragone con Jerry Lewis sorge immediato, ma il protagonista ha anche qualcosa di Chaplin o di Tati). Fo interpreta Achille, un giornalista tuttofare, sempliciotto e dall'animo candido. Convinto che per avere successo sia necessario "fabbricarsi" le notizie, viene coinvolto dal "maneggione" Gigi (Leo Pisani) nel furto di alcuni cani di razza che devono partecipare a una mostra, sostituendoli con dei randagi. Ma le cose non andranno come previsto... Sullo sfondo di una Milano ancora divisa fra modernità (i cantieri con cui si apre la pellicola) e tradizione, e di cui si riconoscono molti luoghi caratteristici (l'Arena, il Castello Sforzesco, l'Arco della Pace e il Parco Sempione), il film racconta inoltre l'illusione sentimentale di Achille, innamorato prima della bella ginnasta Elena (Giorgia Moll) e poi dell'appariscente soubrette Daina (Franca Rame), già compagna di Gigi. Se nella costruzione del personaggio, grazie alla sua mimica e all'espressività, Fo ha sostanzialmente successo, la trama risulta sfilacciata e disordinata e la pellicola soffre per la mancanza di un vero focus, al punto che in corso d'opera modifica direzione più volte (si pensi al capovolgimento dei ruoli femminili: all'inizio la Moll è la ragazza ingenua e pura, oggetto dell'affezione di Achille, mentre la Rame è solo una "bellona" sullo sfondo; da un certo punto in poi, cambia tutto). Fra le scene cult, da ricordare quella in cui Franco Parenti è il "Mostro della via Emilia", gangster che "si è fatto da solo" e che vorrebbe vendere le proprie memorie al giornale dove lavora Achille.

13 ottobre 2016

Il terzo uomo (Carol Reed, 1949)

Il terzo uomo (The third man)
di Carol Reed – GB/USA 1949
con Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles
***

Visto in divx.

Nella Vienna dell'immediato dopoguerra, semidistrutta e divisa in settori governati dalle varie forze di occupazione, lo scrittore di romanzi pulp Holly Martins (Cotten) cerca di scoprire la verità sull'amico Harry Lime, apparentemente morto in un incidente stradale (ma le testimonianze sull'accaduto si contraddicono, per esempio sulla presenza sul posto di un misterioso "terzo uomo") e accusato dalla polizia di gestire un lucroso traffico di medicinali sul mercato nero. Da una sceneggiatura di Graham Greene (che ne ricavò anche un romanzo), un noir cinico e affascinante, reso celebre soprattutto dall'interpretazione di Orson Welles nei panni di Lime, personaggio sardonico e mefistofelico, la cui comparsa a metà del film (memorabile la scena del gattino che ne rivela la presenza sotto il portone) trasforma quello che era un semplice giallo a sfondo spionistico in un torbido intrigo sui temi dell'amore e dell'amicizia. A Welles si deve anche la battuta più famosa della pellicola, quella con il quale il personaggio giustifica la propria natura malvagia ("In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù"), che l'attore aggiunse di proprio pugno a margine della sceneggiatura. Alida Valli (che nei titoli di testa è accreditata con il solo cognome, una trovata del produttore David O. Selznick "per farla sembrare ancora più esotica") interpreta Anna, l'amante di Harry di cui si innamora anche Holly (ma per tutto il film lei sembra non ricordarsi nemmeno il suo nome, e lo chiama costantemente – e freudianamente – come l'amico). A proposito: nel romanzo di Greene il protagonista si chiamava Rollo, e in effetti Anna osserva che Holly è un nome "ridicolo" per un uomo (guarda caso, anche il regista Carol Reed porta un nome che solitamente è considerato femminile). Nella versione italiana, in ogni caso, il nome è storpiato in Alga Martin. La regia, aiutata dalla fotografia di Robert Krasker (che rievoca l'espressionismo tedesco), premiata con l'Oscar, ricorre a inquadrature sghembe e giochi di luci e ombre per dar vita a una Vienna cupa, maestosa e decadente, popolata da personaggi ambigui e infidi, dove il pericolo è dietro ogni angolo e dove amici e nemici si confondono. Bello il finale, con la fuga di Lime attraverso i cunicoli sotterranei e le fognature. Sicuramente è il film più "wellesiano" fra quelli non diretti da lui (al punto da lasciar sospettare che il coinvolgimento dell'attore sia stato maggiore di quanto dichiarato). Greene aveva previsto un lieto fine, suggerendo che Holly e Anna si mettessero insieme, ma il regista e il produttore lo ritennero troppo artificiale. Celebre anche la colonna sonora, composta e suonata da Anton Karas con la cetra austriaca (Zither, strumento al quale è dedicata anche l'inquadratura nei titoli di testa): il tema principale divenne popolarissimo all'istante ed è ancora oggi uno dei motivi cinematografici più noti al grande pubblico.

12 ottobre 2016

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, 1997)

The Small Town (Kasaba)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1997
con Emin Toprak, Mehmet Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna l'esordio di Nuri Bilge Ceylan è praticamente autobiografico. Il soggetto è del padre Mehmet Emin Ceylan, presente anche come attore, così come la madre Fatma e il nipote Emin Toprak: e proprio ai due genitori è dedicata la pellicola. Girata in bianco e nero con un ritmo lento e contemplativo, più che raccontare una storia intende descrivere un ambiente, al tempo stesso sociale e naturale, quello del piccolo villaggio dell'Anatolia dove il regista è cresciuto e dove vive la sua famiglia. È un tuffo nei ricordi, nelle riflessioni, nella rievocazione del passato e nell'osservazione del rapporto fra l'uomo e la natura (evidente soprattutto nelle scene con i due bambini, Ali e Asiye, dal cui punto di vista è narrata tutta la vicenda). Il film è diviso in quattro parti, ambientate nelle diverse stagioni. La prima riporta alla memoria una fredda e pigra giornata d'inverno a scuola, fra buffi eventi (una scivolata sul ghiaccio, uno studente che arriva in ritardo e ricoperto di neve) e piccole umiliazioni (la merenda, portata da casa, andata a male). La seconda mostra i due bambini giocare nel prato e nel bosco, alla scoperta della natura, degli animali e della crudeltà (Ali che capovolge la tartaruga). Nella terza, un picnic di famiglia sotto le stelle, i due bambini sono testimoni dei complessi discorsi degli adulti sulla vita, la morte, il passato e le difficili scelte da compiere: l'irrequieto Saffet (Toprak), nipote del regista, è appena tornato da militare, e come il suo padre ormai defunto si sente fuori posto a casa, ma al tempo stesso condivide con lo zio (che dopo alcune esperienze all'estero ha scelto di tornare nel villaggio) il senso di appartenenza alla comunità (e a quella stessa società, fondata sulla famiglia, le cui regole venivano recitate dagli alunni a scuola nella prima sequenza). Il nonno, dal canto suo, rievoca molti episodi della sua lunga vita. Infine, il film si conclude con una scena casalinga, che ondeggia fra sogno e realtà. Il tutto ricorda a tratti Tarkovsky, ma pone anche le basi per le pellicole successive di Ceylan, che indagheranno in maniera sempre più profonda i rapporti fra gli uomini e la società in cui vivono. L'affascinante fotografia (con le sue belle immagini in bianco e nero) e l'intensità degli interpreti (non tutti professionisti, come detto), concorrono alla riuscita di un'opera prima insolita e interessante, anche se forse più nelle singole sequenze che nell'insieme.

10 ottobre 2016

Alla ricerca di Dory (Andrew Stanton, 2016)

Alla ricerca di Dory (Finding Dory)
di Andrew Stanton [e Angus McLane] – USA 2016
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Di tutti i comprimari del fortunato "Alla ricerca di Nemo", il più riuscito ed amato dagli spettatori era senza dubbio Dory, il pesce chirurgo con problemi di memoria che aiutava il protagonista Marlin a ritrovare suo figlio. Non stupisce dunque che proprio lei sia stata promossa al rango di title character di questo sequel, che giunge tredici anni dopo la pellicola originale. Il canovaccio rimane lo stesso (è la storia di una ricerca), e anche il tema trattato non cambia (il rapporto fra padri e figli). Si capovolgono però le parti: questa volta è la figlia (Dory) a lanciarsi alla ricerca dei suoi genitori Charlie e Jenny, dopo essersi "ricordata" di averli perduti (o di essersi perduta lei?) quando era piccola. I pochi frammenti di memoria che emergono a fatica la faranno risalire fino in California, il suo luogo di nascita, all'interno di un parco acquatico aperto al pubblico. Qui la ricerca avrà fine grazie all'aiuto di numerosi amici come il polpo cinico e mimetico Hank, lo squalo balena Destiny, il beluga Bailey, i leoni marini Fluke e Rudder. Come spesso capita, i film della Pixar sono costruiti su più livelli: a quello dell'azione e del divertimento, rivolto al pubblico infantile (le avventure, gli ostacoli da superare, le scene d'azione sopra le righe come – nel finale – quella in cui il polpo guida un camion!), si affianca una seconda lettura, apprezzabile più dagli spettatori adulti. In questo caso è il tema dell'handicap, già presente nel film originale (la pinna atrofica di Nemo) ma stavolta ancora più centrale, visto che la perdita di memoria a breve termine di Dory viene sottolineata in continuazione (rendendo a tratti la sceneggiatura persino ripetitiva) e vi si allude ironicamente anche con la scelta della canzone sui titoli di coda (una cover di "Unforgettable"). Peraltro, Dory non è l'unico personaggio che deve imparare a convivere con una disabilità: Hank è privo di un tentacolo, Destiny è miope, Bailey è convinto di non sapere più usare le proprie capacità di ecolocalizzazione, per non parlare di animali evidentemente sciroccati o disadattati (l'anatra Becky, il leone di mare Geraldo). E senza mai risultare retorico, il film riesce a essere profondamente edificante. Fra un'avventura e l'altra, e mentre veniamo a conoscenza dell'origine di quasi tutti i tratti salienti che caratterizzavano Dory nel primo film (l'ottimistica filosofia di vita, la canzone "Zitto e nuota", la convinzione di saper parlare il "balenese"), quasi non ci si rende conto che in tutta la pellicola non c'è un solo "cattivo", o almeno non un cattivo tradizionale: i pericoli vengono semmai dagli esseri umani, che si tratti dei responsabili dell'inquinamento dei fondali marini (dove si ritrovano rottami di auto, confezioni di plastica, in generale acque sporche e torbide) o di bambini incauti che vogliono accarezzare i pesci nelle vasche del parco acquatico. Nell'edizione italiana Licia Colò dà la voce (e il nome) all'annunciatrice dell'istituto oceanografico (in originale si trattava di Sigourney Weaver). Nella scena dopo i titoli di coda, ritroviamo Branchia e gli altri pesci fuggiti dall'acquario del dentista nel primo film. Alla proiezione in sala è abbinato il corto "Piper", su un uccellino che deve superare la paura delle onde del mare.

8 ottobre 2016

Alla ricerca di Nemo (Andrew Stanton, 2003)

Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo)
di Andrew Stanton [e Lee Unkrich] – USA 2003
animazione digitale
***

Rivisto in divx.

Il pesce pagliaccio Marlin vive sulla grande barriera corallina con il figlio Nemo, l'unico sopravvissuto (quando era ancora un uovo) all'attacco di un predatore: per questo motivo Marlin è estremamente protettivo nei suoi confronti, al punto da impedirgli di allontanarsi da solo. Ma quando Nemo, proprio il primo giorno di scuola, viene "rapito" da un sommozzatore, che lo porta con sé in superficie per metterlo nel suo acquario, Marlin dovrà vincere le proprie paure e affrontare l'oceano per andare alla ricerca del figlio. Lo aiuterà la pesciolina Dory, che nonostante soffra della perdita di memoria a breve termine (come in "Memento"!) si rivelerà una grande alleata e lo guiderà fino a Sydney. Qui, infatti, il sommozzatore ha portato Nemo nell'acquario del suo studio di dentista, dal quale il pesciolino proverà a scappare con l'aiuto degli altri pesci tropicali presenti (fra i quali il "veterano" Branchia, che progetta continuamente arditi piani di fuga). Il quinto lungometraggio della Pixar (nonché il primo di Stanton, che aveva già co-diretto "A Bug's Life" e che dirigerà "Wall-E"), è uno dei titoli più popolari della casa di John Lasseter. A fianco dei temi del viaggio, dell'avventura e della ricerca, come nella migliore tradizione della Pixar, ne affronta in seconda lettura altri più sensibili: il rapporto fra padre e figlio, con Marlin che imparerà a essere meno protettivo nei suoi confronti e a lasciarlo libero di crescere e di affrontare il mondo esterno (anche confrontandosi con altre modalità di approccio alla vita, per esempio quelle delle tartarughe: "Quando sono pronti, lo sai anche tu"), nonché a superare le proprie paure e ad avere fiducia negli amici. Altro tema è quello del superamento del proprio handicap (la pinna atrofica per Nemo, i problemi di memoria per Dory), con i quali si può vivere e convivere. Nutritissimo il cast di personaggi (tanti, troppi, quelli da ricordare: dallo squalo Bruto, che si sforza di non mangiare gli altri pesci, al pellicano Amilcare, che aiuta Marlin a raggiungere Nemo, passando per la tartaruga "giamaicana" Scorza, per le belle ma terribili meduse, per i vari pesci – più o meno "schizzati" – prigionieri dell'acquario. Eccezionale il comparto tecnico: il fondo marino e gli ambienti "acquatici" non erano mai stati resi così bene graficamente in CGI. Enorme successo al botteghino (con tanto di boom di richieste di pesci pagliaccio negli acquari: evidentemente la trama del film non ha insegnato molto...) e Oscar come miglior film d'animazione (il primo di una lunga serie per la Pixar): nel 2016 è arrivato l'inevitabile sequel, "Alla ricerca di Dory". Sui titoli di coda c'è "La mer" di Trenet cantata in inglese da Robbie Williams. Fra le piccole citazioni, da ricordare la colonna sonora "hitchcockiana" nei momenti in cui compare Darla, la nipotina del dentista alla quale è destinato come regalo il piccolo Nemo.

6 ottobre 2016

The assassin (Hou Hsiao-Hsien, 2015)

The assassin (Cike nie yinniang)
di Hou Hsiao-Hsien – Taiwan/Cina/HK 2015
con Shu Qi, Chang Chen
*1/2

Visto al cinema Palestrina.

La giovane Nie Yinniang (Shu Qi), addestrata fra le montagne all'arte della spada da una monaca taoista (Fang-Yi Sheu), torna in patria con il compito di assassinare il cugino Tian Ji'an (Chang Chen), governatore militare della provincia di Weibo che si ribella all'autorità della corte imperiale. Ma non avrà il cuore di portare a termine la missione, anche perché proprio Tian era stato il suo promesso sposo. HHH ha impiegato oltre cinque anni di lavoro per adattare un racconto popolare cinese del nono secolo dopo Cristo (ambientato al tempo della dinastia Tang). Il regista taiwanese si è sempre contraddistinto per un cinema più attento alla forma che ai contenuti, e la tendenza raggiunge qui forse il suo apice. L'aspetto visivo è senza dubbio affascinante: costumi, scenografie e paesaggi naturali mozzano il fiato per la loro bellezza, e la contemplazione è favorita dal ritmo lento e ieratico e dalla regia elegante e misurata (quantomeno curiosa, però, la scelta del formato 4:3). Ma la struttura narrativa è confusa, imperfetta o, nel migliore dei casi, enigmatica: e manca del tutto il coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi, anche perché i loro comportamenti sono presentati senza motivazioni o appigli (a parte il vago contesto storico, riassunto brevemente all'inizio della pellicola). Pertanto, nonostante i tanti elogi ricevuti dalla critica, si rimane annoiati e delusi di fronte a un film che getta nel mix un po' di tutto ma senza approfondire nulla e lasciando irrisolti molti fili: intrighi militari, politici, sentimentali, arti marziali e persino magia nera. È comunque sempre un piacere rivedere sullo schermo la bellissima Shu Qi, anche se stavolta non ha occasione di mostrare il suo sorriso. Premio per la regia al Festival di Cannes. Interessante la colonna sonora di Lim Giong. Il doppiaggio italiano lascia inspiegabilmente delle parole in inglese ("Lord Tian").

4 ottobre 2016

Fuocoammare (Gianfranco Rosi, 2016)

Fuocoammare
di Gianfranco Rosi – Italia 2016
con Samuele Caruana, Pietro Bartolo
**

Visto in TV, con Sabrina, Daniela, Domenico e Roberta.

Documentario che segue – in parallelo – gli arrivi delle imbarcazioni cariche di migranti africani al largo delle coste di Lampedusa e la vita quotidiana degli abitanti dell'isola, che non sembra toccata dai drammatici eventi che accadono a poca distanza da loro (che "l'occhio pigro" del piccolo Samuele, protagonista principale di queste sezioni, sia una metafora della "cecità selettiva" di molti europei nei confronti di questa tragedia?). Come in "Sacro GRA", l'altro documentario che aveva reso celebre Rosi (vincendo il Leone d'Oro a Venezia), il regista non segue un filo narrativo preciso ma lascia che la macchina da presa documenti la realtà attorno a sé come farebbe un naturalista. Gli episodi apparentemente insignificanti che riguardano gli abitanti dell'isola (mamme e nonne che cucinano, un deejay di una radio locale che trasmette canzoni e dediche, i pescatori al lavoro o preoccupati per il maltempo, e soprattutto il piccolo Samuele che si fabbrica una fionda, gioca con un amico, va a "caccia" di uccelli, studia inglese a scuola – un segnale di speranza per un'apertura al mondo? – e cerca di vincere il proprio mal di mare) fanno da contrappunto alle immagini tragiche degli sbarchi dei migranti e alle testimonianze di coloro che li soccorrono (toccante, in particolare, quella del medico Pietro Bartolo). È come se fossimo tutti sulla stessa barca, dice Rosi: soltanto che alcuni non se ne accorgono. Stilisticamente, in quanto docu-drama, il film è quasi diviso in due: le scene con i lampedusani sembrano prevalentemente "ricostruite" con attori che interpretano sé stessi, mentre quelle con i migranti – decisamente intense – sono catturate dalle videocamere in guisa di reportage. Nel complesso il film ha il merito di affrontare un argomento d'attualità in modo sincero e non ricattatorio, lasciando allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. Orso d'Oro al Festival di Berlino, e candidatura italiana ai premi Oscar. Il titolo proviene da una canzone che ricorda i bombardamenti delle navi nel porto di Lampedusa durante la seconda guerra mondiale, con le fiamme e i razzi di segnalazione che tingevano il mare di rosso.

3 ottobre 2016

Distretto 13 - Le brigate della morte (J. Carpenter, 1976)

Distretto 13 - Le brigate della morte (Assault on Precinct 13)
di John Carpenter – USA 1976
con Austin Stoker, Darwin Joston
***

Rivisto in DVD.

Proprio la sera del suo definitivo smantellamento, la stazione di polizia di Anderson – un sobborgo di Los Angeles isolato e in preda alla delinquenza – viene presa d'assalto da una banda di criminali, che intendono vendicarsi dell'uomo che ha ucciso uno di loro e che si è rifugiato nell'edificio. A sostenere l'assedio, senza alcuna possibilità di chiamare aiuto o rinforzi (i telefoni sono stati staccati e la luce tagliata), ci sono soltanto il tenente Bishop (Austin Stoker), fresco di nomina e al primo incarico, la coraggiosa segretaria Leigh (Laurie Zimmer) e due prigionieri in fase di trasferimento che si trovavano momentaneamente nelle celle, uno dei quali è il condannato a morte Napoleone Wilson (Darwin Joston). Il secondo lavoro di un Carpenter già maturo e padrone del mezzo cinematografico, nonostante il bassissimo budget a disposizione, è esplicitamente debitore al film "d'assedio" per eccellenza, il classico "Un dollaro d'onore" (nei titoli di testa, come montatore, è accreditato "John T. Chance", ovvero il nome del personaggio interpretato da John Wayne nel western di Hawks: il montaggio fu in realtà realizzato dallo stesso Carpenter, pure sceneggiatore, regista e autore delle musiche!) ma rievoca anche "L'alba dei morti viventi" di Romero (gli assalitori sono come gli zombie, mostri soprannaturali e assetati di sangue). Che comunque si tratti di un vero e proprio western urbano lo rivela anche il titolo originale dello script: "The Anderson Alamo". Realizzato come pellicola di exploitation (il che spiega l'alto tasso di violenza, la presenza di un protagonista di colore e... il maglioncino di Laurie Zimmer), colpisce più volte allo stomaco (la scena della morte della bambina presso il carretto dei gelati suscitò parecchie controversie, ma non è affatto gratuita e anzi è fondamentale nel mettere in moto l'azione) e tiene con il fiato sospeso fino alla fine, senza disdegnare analisi sociali (il ruolo della polizia nella società) e costruendo caratteri indimenticabili con pochissime pennellate (su tutti Napoleone Wilson, con il tormentone sul significato del suo nome, la cui spiegazione viene continuamente rinviata, e quello della continua richiesta di una sigaretta). I "difensori" del distretto, nonostante le diverse origini (poliziotti o criminali) sono tutti accumunati dal coraggio e della volontà di lottare non soltanto per difendere sé stessi ma anche per proteggere gli altri ("E tutto per un uomo che non conosciamo neanche, che non sappiamo cos'ha fatto e che non ci dirà neanche grazie"). Alcuni elementi (la delinquenza irrazionale e fuori controllo, la "Banda del Voodoo" che fa giuramenti di sangue e intende portare a termine la propria vendetta senza alcuna pietà e a costo anche della vita) anticipano film come "Fuga da New York" (sempre di Carpenter) e "I guerrieri della notte". Tony Burton è Wells, il secondo prigioniero; Martin West è il padre della bambina uccisa; Charles Cyphers è Starker, l'agente incaricato di trasferire Wilson. Nel 2005 è stato fatto un remake con Laurence Fishburne ed Ethan Hawke, ma già nel 2001 lo stesso Carpenter ne aveva realizzato una rivisitazione in chiave fantascientifica ("Fantasmi da Marte").

2 ottobre 2016

Eccezzziunale... veramente (C. Vanzina, 1982)

Eccezzziunale... veramente
di Carlo Vanzina – Italia 1982
con Diego Abatantuono, Stefania Sandrelli
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Nel film che lo consacra come attore comico, Abatantuono riporta sullo schermo la figura del "terrunciello", ingenuo, ignorante e sgrammaticato, che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera (anche teatrale), declinandola però in tre diversi personaggi. Seguiamo così le storie parallele di tre tifosi di calcio, rispettivamente del Milan, dell'Inter e della Juventus. Il capo ultras rossonero Donato, soprannominato "Il ras della Fossa", si innamora di Loredana (Stefania Sandrelli), fidanzata del rivale interista Sandrino, e cerca di nascondere alla ragazza (che odia il calcio) la propria passione per il Milan. Il nerazzurro Franco, vittima di uno scherzo degli amici (Massimo Boldi, Teo Teocoli, Ugo Conti), crede di aver vinto al Totocalcio e si indebita fino al collo. Per rimediare, i quattro pianificheranno la corruzione di un arbitro. Il camionista bianconero Tirzan, pur di seguire la sua squadra anche in una trasferta europea, si offre di guidare il tir di un collega: ma a Parigi gli ruberanno il camion. Tre episodi di qualità diseguale (quello dello juventino è senza dubbio il meno riuscito), costellati di tormentoni ("Viuleeeenza!") e battute più o meno divertenti, con spalle e macchiette che fanno da contorno alla comicità grezza ma dirompente di Abatantuono. E proprio il carisma e l'energia dell'attore, che canta anche la celebre title song, tengono a galla un film che dal punto di vista cinematografico è piuttosto carente, da ascrivere a pieno diritto in quella deriva trash e televisiva che la commedia all'italiana aveva preso agli inizi degli anni ottanta. Proprio in questo periodo, fra l'altro, apparvero tutte insieme numerose commedie a tema calcistico ("L'allenatore nel pallone", "Il tifoso, l'arbitro e il calciatore", "Paulo Roberto Cotechiño..."): insolito che non fosse accaduto già prima in un paese, come l'Italia, dove il pallone è sempre stato al centro dell'attenzione popolare. Diventato un film di culto (anche grazie ai numerosi passaggi televisivi), nel 2006 Vanzina e Abatantuono ne realizzeranno un sequel non certo all'altezza. Curiosità: nel progetto originale, poi mofidicato, il film avrebbe dovuto comprendere quattro episodi con protagonisti Carlo Verdone, Massimo Troisi, Roberto Benigni e Diego Abatantuono (con i primi tre, verosimilmente, tifosi della Roma, del Napoli e della Fiorentina). Nella realtà, sia Abatantuono che i suoi tre amici "interisti" (Boldi, Teocoli e Conti) sono tifosi del Milan.

1 ottobre 2016

Sopralluoghi in Palestina (P. P. Pasolini, 1964)

Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Pier Paolo Pasolini, Andrea Carraro
**1/2

Visto in DVD.

Documentario sul viaggio che Pasolini, insieme all'amico prete Don Andrea, ha compiuto nel 1963 in Israele in cerca delle location e delle scenografie più adatte per girare il suo film "Il vangelo secondo Matteo". Il sopralluogo si rivelerà però deludente: da un lato la modernità del nuovo stato (i grattacieli di Nazareth, le casette "come in Svizzera", le strade e i capannoni, i paesaggi troppo contemporanei) e dall'altro le ridotte "dimensioni" dei luoghi della Bibbia (il Giordano è un umile fiumiciattolo, le colline sono aride, brulle e spelacchiate, le distanze in generale sono minuscole rispetto al significato che evocano) lo porteranno a decidere di girare il suo film invece in Italia. E in effetti, le poche volte che si trova di fronte a paesaggi e scenari che non soffrono dei difetti succitati, il suo commento è spesso che "assomigliano" a certi luoghi dell'Italia meridionale, come le campagne della Calabria o della Puglia. Pasolini, in cerca di un mondo arcaico che semplicemente non esiste più, comprende pian piano che i veri luoghi biblici non sono quelli reali ma quelli trasfigurati, nel corso dei secoli, dall'arte e dalla fede. Sono luoghi dello spirito e dell'immaginario, e in quanto tali è perfettamente lecito "ricostruirli" altrove, superando così le difficoltà di carattere logistico (compresa quella di trovare comparse locali con i volti adatti). "Devo trovare una Betlemme che sia un surrogato di Betlemme", commenta quando, alla fine del suo viaggio, raggiunge il luogo dove tutto ha avuto inizio. Il documentario (con la voce narrante di Pasolini che dà del tu allo spettatore: o forse si rivolgeva al produttore Alfredo Bini?) non è dunque la cronaca di un sostanziale fallimento, ma dell'acquisizione di una nuova consapevolezza. Per brevi momenti, forse scoraggiato dagli scarsi risultati della sua ricerca, il regista si lascia "distrarre" dalla sua vena di indagatore delle tendenze sociali (vedi l'intervista agli abitanti del kibbutz). Come colonna sonora, anticipando le scelte effettuate per il film vero e proprio, si odono alcune cantate di Bach.