31 marzo 2011

I sette samurai (A. Kurosawa, 1954)

I sette samurai (Shichinin no samurai)
di Akira Kurosawa – Giappone 1954
con Takashi Shimura, Toshiro Mifune
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli

Il film più famoso di Akira Kurosawa (e, forse, dell'intera cinematografia giapponese) è un affresco epico e avventuroso ambientato nel sedicesimo secolo, all'epoca delle guerre civili, quando orde di briganti giravano per il paese saccheggiando gli inermi villaggi di contadini abbandonati a sé stessi dalla mancanza della legge e dalla latitanza di un potere centrale. Proprio per difendersi da una di queste razzie, i poveri abitanti di uno sperduto villaggio di montagna decidono di assoldare (cosa mai vista prima!) un gruppo di samurai, i quali – messo da parte l'orgoglio, e in cambio soltanto di un pugno di riso – si batteranno con coraggio e lealtà, sacrificando le proprie vite per proteggere i contadini dall'assalto dei banditi. Nella versione originale di oltre tre ore (e non in quella ridotta di un terzo che per lungo tempo è circolata in occidente, in cui manca gran parte della sezione centrale, ossia quella in cui i samurai organizzano la difesa del villaggio e soprattutto imparano a conoscere meglio – ma la cosa è reciproca – i contadini), la pellicola è un capolavoro assoluto del cinema mondiale per ricchezza di temi e varietà di registri narrativi, sostanza e forza drammatica, cura formale (molte scene hanno un incredibile impatto pittorico), chiarezza della messa in scena, vigore ritmico, naturalezza nella descrizione dei personaggi (senza rinunciare alla profondità psicologica), analisi sociale, con momenti di forte epicità come di sfrontata comicità, eroismo e tragicità, elementi di sorpresa, suspence, eccitazione, passione, filosofia, simpatia ed empatia, e persino struggenti vicende amorose, diatribe picaresche, orgogliose prove di forza, inaspettati insegnamenti zen, contrasti fra esigenze individuali e collettive, manifestazioni di solidarietà e naturalmente superbe scene di battaglia.

La pellicola si apre con la scena in cui uno di contadini, origliando di nascosto, apprende che un numeroso gruppo di banditi a cavallo ha intenzione di attaccare il villaggio subito dopo il raccolto dell'orzo. Gli abitanti del paese si riuniscono e discutono sul da farsi: arrendersi, fuggire o battersi? È il vecchio capovillaggio a suggerire ai compaesani di recarsi in città e di assoldare qualche ronin (i samurai senza padrone) per organizzare una tenace difesa. A chi obietta dicendo: "I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!", il vecchio risponde: "Ci sono anche samurai che hanno fame!". In un'epoca di caos e di disordine, infatti, molti guerrieri il cui signore feudale è stato sconfitto vagano ormai senza lavoro e senza prospettive (e molti di essi si trasformano a loro volta in banditi: più tardi scopriremo che i contadini custodiscono le armature di alcuni che hanno provato ad attaccare da soli il villaggio e sono stati sconfitti). La prima parte del film è dedicata alla formazione del gruppo dei sette samurai che difenderanno il villaggio: il primo ad accettare l'incarico (dopo che diversi guerrieri, sprezzanti, hanno rifiutato la proposta) è il saggio ed esperto Kambei, al quale si affiancano il coraggioso Gorobei, il fedele Shichiroji, il bonario Heihachi, l'abilissimo Kyuzo, il giovane Katsuhiro (che ha eletto Kambei a proprio maestro) e infine il bizzarro Kikuchiyo.

A parte gli ultimi due, il motivo che spinge i samurai a mettere a rischio le proprie vite in una missione senza gloria né guadagno non è soltanto la dedizione a una causa umanitaria o la compassione nei confronti di chi li ha assoldati, ma anche un desiderio più o meno inconscio di sacrificarsi per espiare le colpe "storiche" della propria classe nei confronti dei contadini, da sempre sfruttati e umiliati. A questo si aggiunge l'amarezza esistenziale per il proprio fallimento (Kambei afferma di essere stato sconfitto in tutte le battaglie cui ha partecipato) e la voglia di dimostrare ancora una volta, forse l'ultima, il proprio valore. Due casi a parte, come detto, sono quelli del giovane Katsuhiro, per il quale l'impresa è una tappa fondamentale della propria formazione, e soprattutto del "folle" Kikuchiyo, che si atteggia a samurai senza esserlo veramente (scopriremo infatti che si tratta del figlio di una famiglia di contadini, rimasto orfano dopo un attacco di briganti simile a quello che minaccia ora il villaggio) e che dunque fa da "mediatore" fra le due classi sociali, aiutandole a comprendere l'una le ragioni e lo stile di vita dell'altra. Sfrontato e impacciato allo stesso tempo, furbo e ingenuo, vanesio e generoso, il multiforme Kikuchiyo infonde continuamente leggerezza e comicità al film e ne è uno degli elementi più riusciti: non a caso (e grazie anche all'interpretazione dinamica e "scimmiesca" di quello straordinario attore che è Toshiro Mifune) si tratta del personaggio che si stampa in maniera più indelebile nella memoria degli spettatori.

Prima della battaglia contro i briganti, che occupa l'ultimo terzo del film, c'è tempo per molti episodi e numerose sottotrame, diverse delle quali sono legate ai contadini. Il film è stato ingiustamente accusato (soprattutto da alcuni critici giapponesi di sinistra) di rappresentare la loro classe sociale in maniera subalterna rispetto a quella dei guerrieri: "Al contrario dei samurai, i contadini sono descritti come un insieme, non con delle personalità distinte. Servili, furbi, codardi, tonti al punto da far ridere". Questo non è affatto vero (e probabilmente chi lo ha scritto aveva visto la versione breve del film, dove in effetti il ruolo centrale degli abitanti nel villaggio è assai sacrificato). Basti pensare a personaggi come il cupo Rikichi (Yoshio Tsuchiya), che da subito si dimostra uno dei contadini più decisi a battersi contro i banditi, come se non avesse nulla da perdere. Scopriremo la ragione del suo dolore segreto solo a film avanzato, nella drammatica sequenza dell'incursione notturna nel covo dei briganti, ovvero che la sua giovane moglie è stata rapita dai banditi (e, per la vergogna, sceglierà la morte piuttosto che tornare dal marito). O come Manzo (Kamatari Fujiwara), che avendo una figlia giovane (Shino, interpretata da Keiko Tsushima) appare più preoccupato di proteggere lei dai samurai che non il villaggio dai banditi: costringe la ragazza a tagliarsi i bei capelli lunghi, la tiene segregata in una capanna fuori dal paese, e infine le si scaglia contro quando scopre che si è concessa a Katsuhiro: nel suo caso, la diffidenza di classe si esplicita in maniera particolare. O ancora Mosuke (Yoshio Kosugi), che abita in una delle tre case più distanti dal resto del villaggio, giudicate "sacrificabili" da Kambei perché la loro difesa impedirebbe di proteggere adeguatamente tutte le altre. Dopo aver tentato una timida ribellione contro i samurai, invitando alcuni compagni a rifiutare di battersi in difesa del villaggio, proprio Mosuke si dimostrerà fra i più coraggiosi nella lotta, avendo compreso come le esigenze della comunità contadina debbano prevalere su quelle individuali. O come il vecchio Gisaku (Kokuten Kodo), che abita nel mulino e che sceglie di morire laggiù, in silenzio, nel luogo dove è sempre vissuto. Ma il contadino che rimane più impresso e al quale è dedicato maggior spazio è Yohei (interpretato da quella straordinaria maschera di attore che è Bokuzen Hidari, che ritroveremo nei panni del vecchio viandante in un altro film di Kurosawa, "I bassifondi"): è il più timoroso, il più patetico, il più prudente, ma anche quello che maggiormente si lega ai samurai e in particolare a Kikuchiyo, che piangerà la sua morte nel finale in maniera non meno intensa che quella dei suoi compagni.

Naturalmente i sette samurai non sono da meno come caratterizzazione. Kambei (Takashi Shimura), loro guida e capo morale, ci viene subito presentato come un uomo saggio e sensibile, di grande ingegno (per liberare un bambino tenuto in ostaggio, si traveste da monaco e riesce così ad avvicinarsi alla baracca dove il bandito si era rifugiato: si tratta di un episodio ispirato a un aneddoto sulla vita di Ise-no-kami, leggendario maestro di spada del cinquecento). La sua modestia risalta dal modo in cui continuerà a passarsi la mano sulla testa rasata per tutta la pellicola. Katsuhiro (Isao Kimura) è invece il più giovane del gruppo: ha eletto Kambei come suo maestro, ammira da lontano Kyuzo, si pone nei confronti dell'avventura con l'atteggiamento di chi deve imparare. Il suo personaggio veicola infatti uno dei temi principali del film (e di tutto il cinema di Kurosawa sin dalla sua pellicola di esordio, "Sanshiro Sugata"), ossia quello del rapporto fra maestro e allievo e dell'iniziazione alla vita, che si esplicita non solo attraverso le battaglie ma anche nella storia d'amore con Shino. Memorabile, nella prima parte del film, le scene in cui Kambei gli ordina di compiere degli agguati (con un bastone da calare sulla zucca!) ai samurai da invitare a unirsi all'impresa, per mettere alla prova le loro qualità di guerriero. Shichiroji (Daisuke Kato) è una vecchia conoscenza di Kambei, essendo già stato suo luogotenente in numerose battaglie: disinteressato e fedele, si mette ancora una volta al servizio dell'amico. Appare come il più professionale del gruppo, e anche per questo è forse quello che si fa notare di meno. È uno dei soli tre samurai (insieme allo stesso Kambei e a Katsuhiro) a sopravvivere alla battaglia.

Kyuzo (Seiji Miyaguchi), lo spadaccino taciturno, è schivo, nobile e ascetico: è colui che più degli altri segue gli insegnamenti del bushido come sono descritti nell'Hagakure, il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo. La parola hagakure significa "nascondersi dietro una foglia", e infatti fra le virtù del samurai (parola che a sua volta significa "colui che serve") spicca quella di mantenersi sempre modesto e umile: ne vediamo un esempio nella scena in cui Kyuzo si introduce nell'accampamento nemico per sottrarre ai banditi un fucile (eh già, perché i nemici hanno tre armi da fuoco, che i mercanti portoghesi avevano da poco introdotto nel paese del Sol Levante: e curiosamente, i samurai che cadranno in battaglia durante il film saranno tutti colpiti da un proiettile e non da una spada). Quando ritorna, consegna l'arma a Kambei e si rimette subito in disparte per riposarsi, suscitando la forte ammirazione di Katsuhiro. Più tardi Kikuchiyo tenterà un'impresa simile, che risulterà una caricatura della precedente. Gorobei (Yoshio Inaba), l'arciere, è un abile stratega ed è il secondo in comando dopo Kambei nella difesa del villaggio: è lui a ideare gran parte delle fortificazioni e a supervisionare l'addestramento dei contadini. Il gioviale Heihachi (Minoru Chiaki) è forse meno abile degli altri, ma con il suo buonumore, le sue risate e la sua forza di volontà tiene sempre alto il morale dei compagni. Cuce personalmente quella che diventerà la bandiera del gruppo (un drappo con sei cerchi per i samurai, un triangolo per Kikuchiyo, e un ideogramma per i contadini) e che, per ironia della sorte, sventolerà per la prima volta in occasione della sua sepoltura: sarà infatti il primo a cadere. Di Kikuchiyo (Toshiro Mifune), infine, che si autoimpone con ostinazione al fianco degli altri guerrieri, ho già scritto: da ricordare comunque ancora la scena in cui salva un neonato dall'incendio del mulino, dopo che la sua famiglia è stata sterminata, e confessa piangendo a Kambei: "Questo sono io, è quello che è successo a me", ammettendo una volta per tutte di non essere affatto un samurai: cosa che non impedirà ai compagni di considerarlo uno di loro (come suggeriva d'altronde già il titolo del film) e di seppellirlo nel finale con la propria spada accanto agli altri guerrieri caduti.

In origine, la sceneggiatura prevedeva la presenza di soli sei samurai, e Toshiro Mifune avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Kyuzo. Ma Kurosawa e i suoi collaboratori, come ha spiegato lo stesso Mifune in un'intervista, si resero presto conto che "sei samurai seri erano noiosi: c'era bisogno di un personaggio che fosse più fuori di testa", e così venne introdotta la figura di Kikuchiyo. Il regista diede addirittura a Mifune la libertà creativa di caratterizzare il personaggio, improvvisandone movimenti e comportamento, per renderlo più imprevedibile e accentuare la differenza con gli altri sei. La lavorazione del film (che il regista si rifiutò di dirigere negli studi della Toho, preferendo location esterne nella penisola di Izu, convinto che "la qualità dei set influenza la qualità delle performance degli attori") fu lunga e travagliata, resa anche difficile dalle pessime condizioni climatiche. Con una mossa astuta, Kurosawa girò per ultima la scena della battaglia finale, costringendo così i produttori ad allargare i cordoni della borsa: non si poteva certo lasciare il film incompleto! Per molti anni, "I sette samurai" rimase la pellicola più costosa mai realizzata in Giappone, ma fu anche uno straordinario successo di pubblico e di critica, tanto in patria quanto all'estero, al punto che fioccò subito un remake in chiave western ("I magnifici sette" di John Sturges). Fra le innumerevoli innovazioni che ha introdotto, pare che figuri qui per la prima volta l'immagine dell'orda di nemici che si presentano alla vista scavalcando la cresta della collina (nella scena in cui Kikuchiyo li vede avvicinarsi al villaggio).

Oltre che per la ricchezza dei contenuti, il film è assolutamente pregevole anche dal punto di vista formale. Il grande dinamismo delle scene d'azione e della concitata e violenta battaglia conclusiva, con i guerrieri immersi nel fango e bagnati dalla pioggia, è rafforzato dall'utilizzo di una tecnica che diventerà uno dei marchi di fabbrica di Kurosawa: l'utilizzo di tre macchine da presa in contemporanea, per filmare l'azione da più parti e da più punti di vista, realizzando – in sede di montaggio – sequenze estremamente fluide e di grande impatto drammatico ed emotivo. Anche per questo, il lungometraggio è diventato un punto di riferimento per tante produzioni successive, non solo orientali ma anche – e soprattutto – occidentali. Alcuni critici l'hanno definito il "primo action movie moderno", quello che ha introdotto concetti come l'anti-eroe riluttante o la presentazione del gruppo di protagonisti man mano che esso viene formato. Due parole, infine, sulla vigorosa colonna sonora di Fumio Hayasaka, che si è ispirato alla musica sinfonica occidentale (all'orchestrazione ha collaborato Masaru Sato), com'è evidente dal ricorso ripetuto a un riconoscibile tema conduttore. La celebre frase di Kambei dopo la fine della battaglia, di fronte alle tombe dei quattro compagni uccisi ("Anche questa volta abbiamo perso... I veri vincitori sono i contadini, soltanto loro"), chiude degnamente – venandola di toni crepuscolari – una pellicola che fonde alla perfezione drammi individuali e collettivi all'interno di una prospettiva storica. Uscito mentre Stati Uniti e Unione Sovietica contrapponevano le proprie ideologie in piena guerra fredda, il lungometraggio giapponese illustra agli spettatori una possibile terza via all'insegna della solidarietà fra i gruppi sociali, del confronto fra la "cultura delle armi" e quella della terra, del superamento delle barriere di classe. Altro che un semplice film di samurai!

14 commenti:

Marco (Cannibal Kid) ha detto...

embè, capolavoro!
grande grande toshiro mifune

Giuliano ha detto...

hai ragione a sottolineare il fatto che molte critiche cinematografiche, anche di quelle ben fatte, sono ormai superate. Non tutte: ma da quando esiste il dvd ci siamo resi conto di quanti tagli sono stati fatti, e penso anche a Bergman (per i film degli anni '50, tagliatissimi, è stato quasi come vederli per la prima volta), ma anche a Ran di Kurosawa, che visto al cinema mi aveva lasciato molto perplesso, anche perché conoscevo bene il Re Lear: in versione integrale, invece, tutto riprende senso.
Una questione annosa...

Comunque sia, è con film come questo che tutto il sistema del giudizio a stelline ti scappa di mano!!
:-)
(quante gliene diamo, otto, dieci, dodici?) (venti?)

Anonimo ha detto...

Visto che vado di fretta, per ora, mi limito a concordare sul fatto che si tratti di un immenso capolavoro della filmografia mondiale. Domani leggerò con attenzione tutta la recensione.

Ale55andra

Christian ha detto...

Marco: Mifune è sempre un grande, e questa è una delle sue interpretazioni più memorabili!

Giuliano:
Viva le edizioni integrali su dvd, infatti! ^^
Negli anni cinquanta i tagli erano davvero frequentissimi: molti film di Kurosawa ne hanno sofferto: vedi anche "L'idiota".
Con le stelline ultimamente sono un po' a disagio... Ne farei anche a meno, ma sono utili a sintetizzare un giudizio.

Ale55andra: Su questo film credo che sia difficile essere in disaccordo! ^^ A presto!

stampa foto ha detto...

Bellissimo film!

curiositizen ha detto...

Capolavoro assoluto. Mi riprometto sempre di rivederlo ma la durata mi obbliga spesso a rimandare l'appuntamento. Ottima analisi del film, complimenti!

ciao, c.

Lakehurst ha detto...

stupendo. esteticamente impeccabile, dinamicissimo e godibile come pochi altri. sono 3 ore che passano senza sforzo e alla fine delle quali ci si sente orfani

Christian ha detto...

Stampa: Uno dei migliori di tutta la storia del cinema! ^^

Curiositizen: È uno di quei film che andrebbe rivisto periodicamente...

Lakehurst: Concordo: sono tre ore che volano, e alla fine se ne vorrebbe ancora! ^^

MonsierVerdoux ha detto...

direi che hai scritto abbastanza :)
film davvero straordinario, lunghissimo ma mai pesante, e poi i combattimenti con la spada sono davvero realistici (rido ogni volta che vedo quei duelli che durano minuti, nella realtà quado due maestri si contrano il duello finisce in pochi secondi, proprio come nei film di Kurosawa).

Christian ha detto...

Infatti! ^^
Un aneddoto che dimostra quanto Kurosawa abbia lavorato per ottenere realismo dagli attori (Mifune a parte, al quale aveva lasciato carta bianca): incredibilmente l'attore che interpreta Kyuzo, lo spadaccino provetto, non aveva mai preso in mano una spada prima di girare questo film, e ha dovuto sottoporsi a un duro addestramento prima di iniziare a girare.

missile ha detto...

Ottima analisi Christian, il fatto che di un film simile si parli da decenni, siano stati scritti fiumi di parole e che ogni volta(e in ogni epoca) si trovi qualcosa che lo renda attuale o inquardabile sotto diverse angolazioni, dimostra in maniera inequivocabile che si tratta di un capolavoro immenso, senza tempo, per non parlare dei numerosi lavori che ha ispirato fino ai giorni nostri.

Christian ha detto...

Senza dubbio: continua ad appassionare e a fornire spunti di riflessione anche a distanza di anni!

Guchi ha detto...

uno dei miei film preferiti del mio regista preferito!

Christian ha detto...

Idem! ^^