25 luglio 2009

Buone vacanze!

E dopo queste bellissime pellicole di Herzog e di Kitano, questo blog se ne va in ferie per un mesetto. A differenza dell'anno scorso, quando mi ero concesso un magnifico viaggio in Giappone (e ricordo che alcune foto sono visibili qui), stavolta mi accontenterò della Fogona. Ciao a tutti!

Il silenzio sul mare (T. Kitano, 1991)

Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizukana umi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1991
con Claude Maki, Hiroko Oshima
***1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli, con Marisa e Daniela.

Poetico, delicato, minimalista e riflessivo: il terzo film di Kitano – il primo in cui il regista non recita di persona e in cui si distacca dalle consuete e sanguinose vicende a base di yakuza e poliziotti – spiazza ancora una volta gli spettatori raccontando la storia di una coppia di fidanzati sordomuti alle prese con la passione del ragazzo per il surf. Lui, Shigeru, è un netturbino che un giorno trova una tavola buttata via e decide quasi casualmente di provare a praticare quello sport; lei, Takako, assiste amorevolmente ai suoi progressi guardandolo dalla riva, ripiegando con cura gli abiti che lui lascia sulla spiaggia e incitandolo quando decide di iscriversi a una gara impegnativa. Quasi senza trama e senza dialoghi (già normalmente nei lungometraggi di Kitano si parla poco, figuriamoci in questo!), la pellicola scorre lenta e rilassata ed è ravvivata da alcuni momenti romantici e da deliziosi tocchi umoristici (la scena in cui il ciclista cade improvvisamente dal molo, sorprendendo tanto gli spettatori quanto i personaggi sullo schermo, è geniale), in parte incentrati sulle disavventure di alcuni personaggi minori – inconfondibilmente kitaniani – come i due amici di Shigeru che, dopo averlo preso in giro, ne seguono le orme. Nel finale, in maniera inaspettata vista la sostanziale assenza fino ad allora di momenti drammatici, irrompe una misteriosa tragedia che aggiunge un particolare spessore fatalista all'intera vicenda.

Il mare è un tema ricorrente nelle opere di Kitano, che spesso ama mostrare i suoi personaggi sulla spiaggia o di fronte alle onde. Con questo lungometraggio comincia anche la fondamentale collaborazione con il compositore Joe Hisaishi (già noto per le musiche dei film di Hayao Miyazaki), che realizza una bella colonna sonora nella quale spicca il tema principale, "Silent love". Da segnalare il cameo di Susumu Terajima (quasi un attore feticcio di Kitano) nel ruolo del camionista che dà un passaggio a Shigeru e Takako. Il titolo originale si può tradurre con "Quell'estate, il mare era molto calmo". Il film è noto in occidente anche con il titolo inglese "A scene at the sea", mentre quello italiano è identico a quello di una pellicola di Jean-Pierre Melville ("Le silence de la mer").

24 luglio 2009

Fitzcarraldo (W. Herzog, 1982)

Fitzcarraldo (id.)
di Werner Herzog – Germania/Perù 1982
con Klaus Kinski, Claudia Cardinale
****

Rivisto in DVD, con Giovanni.

"Chi sogna può muovere le montagne."

Un film straordinario, larger-than-life come il suo protagonista, il folle e visionario Brian Sweeney Fitzgerald che gli indios dell'Amazzonia chiamano "Fitzcarraldo" perché non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Inventore e imprenditore dalle mille idee, sempre destinate al fallimento, e grande appassionato di musica lirica, Fitzcarraldo sogna di costruire a Iquitos – minuscolo villaggio sul Rio delle Amazzoni – un teatro dell'opera all'altezza di quello della vicina città di Manaus e in grado di accogliere grandi cantanti europei come Enrico Caruso (la pellicola è ambientata agli inizi del novecento). Per racimolare il denaro necessario, decide di lanciarsi nel commercio del caucciù: e per raggiungere una regione ricca di alberi della gomma e non ancora sfruttata, si imbarca in un'impresa apparentemente assurda: trasportare una nave sopra una collina – con l'aiuto di una tribù di selvaggi che lo credono un dio – per evitare un tratto di fiume infestato da pericolose rapide. Fra splendidi paesaggi e character pittoreschi, presentati allo spettatore con un ritmo lento, languido, onirico e avvolgente come le acque del fiume che trasporta i personaggi, Herzog si dimostra ancora una volta a proprio agio nella descrizione di un uomo che sfida i propri limiti pur di realizzare il suo sogno, e Kinski lo assiste fedelmente donando al personaggio l'energia necessaria per renderlo indimenticabile, un vero e proprio simbolo della forza di volontà che si batte contro gli ostacoli posti sul suo cammino dalla natura selvaggia e dalla società umana (come i ricchi signori della gomma che lo deridono per il suo idealismo). La virtù di Fitzcarraldo sta nel fatto di non essere alla ricerca di una ricchezza personale, bensì di essere spinto dal desiderio di condividere con tutti (persino con il suo maiale, al quale intende riservare una poltrona di velluto nel palco principale!) la propria passione per la musica. L'unica persona che lo sostiene incondizionatamente sin dall'inizio è la sua donna, la tenutaria del bordello locale (una splendida Cardinale), che gli fornisce i fondi necessari per acquistare la nave e dare così inizio all'avventura.

Inizialmente Herzog aveva pensato a Jason Robards per il ruolo principale (ed era prevista anche una parte per Mick Jagger!), ma poi si è rivolto nuovamente al suo "miglior nemico", quel Kinski che sul set di "Aguirre" aveva dovuto minacciare con un fucile pur di fargli portare a termine le riprese. Anche durante "Fitzcarraldo" i rapporti fra i due, a quanto pare, furono accesissimi, al punto che alcuni indios avrebbero approcciato il regista offrendosi di uccidere l'attore per conto suo! Più tardi Herzog ha commentato così: "Avevo ancora bisogno di Kinski per alcune scene, così ho declinato l'invito. Ma ho sempre rimpianto di aver perso quell'opportunità". Sul film e sulla sua lunghissima lavorazione (quasi quattro anni!) circolano comunque numerose altre leggende e dicerie, compreso quella secondo cui diversi indios sarebbero morti di fatica durante le scene in cui la nave (che pesava oltre trecento tonnellate) viene trasportata su per la montagna con un rudimentale sistema di corde e paranchi. In realtà nessuno morì durante le riprese, anche se è vero che ci furono diversi incidenti (il direttore della fotografia si ferì la mano sulle rapide, un membro della troupe venne morso da un serpente velenoso e gli fu amputato il piede, un altro rimase ferito nell'atterraggio del suo aereo). La pellicola (ispirata a una storia vera) consentì a Herzog di vincere a Cannes il premio per la miglior regia.

23 luglio 2009

Harry Potter 6 (D. Yates, 2009)

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince)
di David Yates – USA/GB 2009
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Alfredo.

Non lascia certo l'impressione di aver assistito a un buon film, questo sesto capitolo delle avventure del giovane mago: lungo, noioso e sostanzialmente inutile tranne l'ultima mezz'ora, l'unica parte in cui viene fatta avanzare la storia. La sottotrama del titolo (quella relativa al misterioso "principe mezzosangue", ex alunno di Hogwarts un cui libro di testo – accuratamente annotato – consente ad Harry di eccellere nel corso di Pozioni) non soltanto è del tutto marginale, come in fondo era anche nel romanzo, ma nell'adattamento cinematografico viene ulteriormente ridotta (la rivelazione finale sull'identità del "principe", quando arriva, non comunica assolutamente nulla) e serve soltanto per consentire al protagonista di avvicinarsi al professor Lumacorno (Jim Broadbent: unica novità di rilievo nel cast), anziano docente che si attornia di una cerchia di pupilli e allievi brillanti: eppure Harry, per la sua natura di "prescelto", non avrebbe certo avuto problemi ad attirare l'attenzione del professore. E se proprio vogliamo dirla tutta, a cosa serviva metterci tanto impegno per recuperare il ricordo di Lumacorno sull'intenzione del malvagio Voldemort di creare sette Horcrux (oggetti nei quali riporre un frammento della propria anima, in modo da proteggerla e diventare di fatto immortale), quando il preside Silente ne era al corrente sin dall'inizio, visto che parte alla loro ricerca e riesce (chissà come) a rintracciarne uno? Dove il film sembra invece giocare qualche buona carta è nella caratterizzazione dei personaggi, particolarmente felice – paradossalmente – proprio nei "tempi morti" della prima parte, quando si sofferma su amicizie e relazioni sentimentali fra adolescenti: siamo comunque a livelli appena sufficienti, e la mediocre recitazione di Radcliffe non giova di certo alla causa (la migliore fra i giovani attori, come sempre, è Emma Watson; la più simpatica è Evanna Lynch nei panni della sciroccata Luna). La regia di Yates continua a non brillare e a non stupire, nemmeno in una sequenza chiave come quella dello scontro finale nella Torre dell'Astronomia. Forse è eccessiva anche la fotografia digitalizzata, che pure dona un certo fascino onirico ad alcune particolari scene (come i ricordi del passato di Voldemort). Nel complesso, anche se forse non è il più brutto, si tratta sicuramente del film meno "magico" e interessante di tutta la serie.

22 luglio 2009

Avvenne domani (René Clair, 1944)

Avvenne domani (It Happened Tomorrow)
di René Clair – USA 1944
con Dick Powell, Linda Darnell
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Uno dei più belli, se non il migliore, fra i lavori americani di Clair. Come in un episodio di "Ai confini della realtà", assistiamo a una vicenda fantastica calata radicalmente nel quotidiano: un giovane e ambizioso reporter riceve in esclusiva ogni sera, dall'anziano archivista del quotidiano dove lavora, il giornale del giorno dopo. Inizialmente lo sfrutta per realizzare formidabili scoop, potendo essere sempre presente sul luogo dove si verificano importanti avvenimenti; in seguito pensa bene di sfruttare i risultati delle corse dei cavalli per racimolare un po' di denaro facile; infine si rende conto con orrore che nella prima pagina del giornale è riportata anche la notizia della sua stessa morte... Il regista francese dirige con tono lieve e aggraziato una sceneggiatura scorrevole e ricca di colpi di scena, ispirata a un racconto di Lord Dunsany e ambientata a inizio secolo. L'ottimo Jack Oakie, nei panni del falso veggente italiano Cigolini (che nell'edizione nostrana diventa rumeno), fornisce il necessario comic relief, mentre Linda Darnell è la sua affascinante nipote, della quale il protagonista si innamora. I temi universali della pellicola (il desiderio di conoscere il futuro, i pericoli a esso collegati, l'impossibilità di sfuggire al proprio destino) la rendono piacevole e accattivante anche a distanza di tempo. Il film ha ispirato, fra le altre cose, un bell'albo di Dylan Dog (il numero 40, "Accadde domani").

Calamari wrestler (M. Kawasaki, 2004)

Calamari wrestler (Ika resuraa)
di Minoru Kawasaki – Giappone 2004
con Osamu Nishimura, Kana Ishida
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Monica, Roberto, Marco ed Elena.

Il giovane lottatore Taguchi ha appena conquistato il titolo nazionale della federazione Super Japan Pro Wrestling, quando all'improvviso sul ring sale un... calamaro gigante che lo sfida e gli strappa la cintura! Comincia da qui un film che sembrerebbe seguire il classico schema delle pellicole sportive (allenamenti, sfide, rivincite, momenti di difficoltà e vittoria finale) se non fosse per la demenziale trovata di metterci un cefalopode come protagonista. Il bello è che tutti i personaggi, a parte un primo attimo di sbigottimento, accettano la cosa senza particolari problemi ("È un preconcetto delle menti mediocri pensare che i calamari possano vivere solo in acqua"): e dunque vediamo il calamaro che viene intervistato dai giornalisti, che va a fare la spesa, che si allena (in un tempio buddista!) e che ha una storia d'amore con una ragazza che ha riconosciuto in lui il suo ex fidanzato, con tanto di momenti strazianti e strappalacrime. L'invertebrato, dall'aspetto tenero e incazzoso allo stesso tempo, è interpretato da un attore in un evidente costume di gomma (una lunga tradizione del cinema nipponico, per fortuna – a quanto pare – non accantonata con l'arrivo delle tecniche digitali), e lo stesso vale per i suoi successivi rivali, un lottatore-piovra e un pugile-crostaceo. Girato con pochi mezzi e ancor meno senso del ridicolo, è naturalmente un film da gustare a cervello spento, senza badare alla qualità di regia e recitazione e senza spirito critico (uno dei personaggi, a proposito di un plot twist nel finale, ha persino il coraggio di commentare "È difficile da spiegare razionalmente"). Oltre che ai fan del cinema trash, ha tutto per piacere anche agli appassionati di wrestling, del quale non è solo una parodia ma anche un sentito omaggio: nel personaggio di Godozan, per esempio, si può riconoscere il leggendario Rikidozan, la prima star nipponica della disciplina. Lo stesso regista ha realizzato in seguito altri film su animali umanizzati (un genere in cui si può inserire, volendo, anche "Porco rosso"), come "Executive Koala" o "Crab Goalkeeper".

21 luglio 2009

L'isola misteriosa (Cy Endfield, 1961)

L'isola misteriosa (Mysterious Island)
di Cy Endfield – USA/GB 1961
con Michael Craig, Herbert Lom
**1/2

Visto in divx.

Durante la guerra civile americana, cinque uomini (tre soldati nordisti, uno sudista e un corrispondente di guerra, in fuga da un campo di prigionia confederato a bordo di un pallone aerostatico) e due donne (nobili inglesi scampate a un naufragio) si ritrovano su una misteriosa isola vulcanica, caratterizzata da una natura mostruosa e abitata da creature di dimensioni abnormi. I protagonisti si adattano lentamente a una vita da Robinson Crusoe: dimenticano le passate divergenze, affrontano granchi, polli preistorici, api e piovre giganti, e fanno infine la conoscenza del Capitano Nemo, che si è rifugiato con il Nautilus in una grotta sottomarina... Se la fedeltà al celebre romanzo di Jules Verne (il terzo della trilogia comprendente anche "I figli del capitano Grant" e "Ventimila leghe sotto i mari") non è sempre garantita, lo è però il divertimento, visto che la pellicola può contare su un ritmo senza soste, su una bellissima ambientazione e soprattutto sui superbi effetti speciali di Ray Harryhausen, che anima a passo uno e con la consueta abilità tutta una serie di animali giganti (senza dimenticare scene spettacolari come l'affondamento della nave pirata, il crollo della città sottomarina e l'eruzione vulcanica). Anche il cast, dove spicca Lom nei panni del Capitano Nemo, non delude, così come la regia di Cy "Zulu" Endfield.

20 luglio 2009

Grido di pietra (W. Herzog, 1991)

Grido di pietra (Schrei aus Stein)
di Werner Herzog – Germania/Francia/Canada 1991
con Vittorio Mezzogiorno, Donald Sutherland
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Uno spregiudicato giornalista sportivo (Sutherland) organizza una sfida fra uno scontroso e affermato alpinista, che ha già conquistato tutti gli "ottomila", e un giovane arrampicatore acrobatico: quale dei due raggiungerà per primo l'inaccessibile vetta del Cerro Torre, in Patagonia? Basandosi su un'idea di Reinhold Messner (ispirata a sua volta alla supposta ascensione compiuta da Cesare Maestri nel 1959), Herzog realizza un interessante film che, se da un lato può contare su un'affascinante ambientazione (è stato girato nei luoghi reali), dall'altro presenta alcuni punti deboli nel ritmo e nella sceneggiatura (è l'unica pellicola di finzione di Herzog che il regista non ha scritto personalmente: anche per questo motivo ha confessato di non "sentire" il film come suo). Rispetto alla prima volta che l'avevo visto, diversi anni fa, questa volta comunque mi è piaciuto di più e ho apprezzato l'atmosfera di attesa e la lunga preparazione – anche mentale – prima della scalata. Gli manca forse un personaggio folle, ambizioso e visionario come quelli interpretati da Klaus Kinski: non a caso, più che il protagonista "Roccia" Hinerkofler (un Mezzogiorno arcigno e solitario), quello che rimane maggiormente impresso è il vagabondo (interpretato da Brad Dourif) sciroccato e innamorato di Mae West che afferma di essere già salito in cima alla montagna, da lui battezzata "Mangiadita" perché durante la scalata ha perso quattro dita della mano destra. La presenza di una donna contesa fra i due scalatori (la bella Mathilda May), può invece spingere a considerare il film come una versione alpinistica de “Il grande blu” di Luc Besson.

18 luglio 2009

Una gallina nel vento (Y. Ozu, 1948)

Una gallina nel vento (Kaze no naka no mendori)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Shuji Sano
***

Visto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

La guerra è finita da qualche anno ma Shuji, il marito della giovane Tokiko, risulta ancora disperso. La ragazza vive con il figlioletto Hiroshi in una stanza in affitto, e deve fare i conti con la crisi economica e la cronica mancanza di risorse. Quando il bambino si ammala di colite, pur di racimolare il denaro necessario al suo ricovero Tokiko è costretta ad accettare una proposta della tenutaria Orie e di prostituirsi per una sera nella sua casa. Pochi giorni dopo il marito ritorna: dopo l'iniziale felicità, Tokiko non può fare a meno di confessargli la propria colpa. Inizialmente Shuji reagisce male e, pur comprendendo le ragioni della moglie, si dimostra incapace di perdonarla; ma dopo aver fatto visita alla casa di appuntamenti di Orie e aver conosciuto un'altra ragazza, Fusako, anch'essa costretta dalla povertà a vendere il proprio corpo, inizia a cambiare atteggiamento. Dopo un aspro confronto, i due coniugi decidono di mettere una pietra sul passato.

La seconda pellicola girata da Ozu nel dopoguerra è un melodramma piuttosto atipico per lui, colma com'è di situazioni aspre e di scene forti (per esempio il litigio fra Shuji e Tokiko nel quale l'uomo spinge la donna giù dalle scale, forse la sequenza più "violenta" mai apparsa in un film del regista giapponese). Forse questo si spiega con il fatto che non si tratta di una sceneggiatura originale ma di un adattamento da un romanzo di Shiga Naoya, il cui intreccio peraltro è stato ridotto all'osso. Risulta chiaro, comunque, il messaggio che Ozu rivolge a un paese ancora scosso dalla conclusione della guerra: meglio dimenticare gli errori del passato e cominciare a pensare seriamente al futuro e alla ricostruzione, una filosofia in linea con quella dell'accettazione serena del proprio destino che diventerà sempre più il cardine delle opere del regista. Molto bello, come sempre, lo scenario che circonda i personaggi, in questo caso composto da baracche di legno sovrastate da un immenso acquedotto e dalle molte gru che testimoniano dei numerosi cantieri aperti in città. Fra le scene migliori c'è quella di Shuji nella casa di appuntamenti in compagnia di Fusako, mentre dalle finestre aperte giungono i canti innocenti degli alunni di una scuola elementare. La pellicola appare quasi divisa in due parti: la prima, incentrata esclusivamente su Tokiko, è dominata da toni cupi e da una fotografia scura; la seconda, dove la macchina da presa segue invece prevalentemente Shuji, è più illuminata e contrastata. In ogni caso si tratta di un film minore e "di passaggio": dalla pellicola successiva, "Tarda primavera", comincerà la collaborazione fissa con lo sceneggiatore Kogo Noda e l'ultima fase della carriera di Ozu, forse meno acclamata nell'immediato (d'altronde anche in Giappone stava per esplodere la nouvelle vague) ma oggi più celebre e rinomata.

17 luglio 2009

Il chi è di un inquilino (Y. Ozu, 1947)

Il chi è di un inquilino (Nagaya shinshiroku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1947
con Choko Iida, Hohi Aoki
***

Visto in DVD, con Marisa, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

È il primo film realizzato da Ozu dopo la guerra. Nel 1942, al termine della lavorazione di "C'era un padre", il regista aveva subito messo in cantiere una serie di progetti legati al tema bellico, senza però superare mai la fase della sceneggiatura. E nel 1943 era stato nuovamente arruolato e inviato a Singapore con il compito di realizzare una pellicola di propaganda (da lui stesso distrutta nel 1945, all'arrivo delle truppe britanniche). Tornato in patria solo nel 1946 dopo aver trascorso alcuni mesi in un campo di prigionia inglese, si rimette al lavoro realizzando questo film, che stilisticamente non sembra molto diverso da quelli precedenti anche se il clima post-bellico traspare in maniera evidente dall'ambientazione nel quale si svolge la vicenda, fra piccoli artigiani che si adattano a qualsiasi lavoretto pur di sopravvivere e orde di ragazzini orfani o abbandonati che si radunano lungo i fiumi o (come nella scena finale del film) al parco di Ueno, attorno alla celebre statua di Saigo Takamori.

Al centro della pellicola c'è proprio un bambino che un uomo, impietosito, trova per strada e porta con sé nel quartiere dove abita, sperando di trovare qualcuno che se ne prenda cura. Nessuno pare però aver voglia di ospitarlo, e alla fine il ragazzino viene sistemato in casa di Otane, un'anziana vedova che lo accoglie malamente e non vede l'ora di sbarazzarsene. Pian piano però la donna comincia ad affezionarsi al bimbo, che risveglia in lei istinti materni. Proprio quando ormai si immagina una vita lunga e felice al suo fianco, il padre si rifà vivo: il bambino non era stato abbandonato ma si era soltanto smarrito. Nonostante la cornice possa sembrare drammatica e (neo)realista, i toni del film sono leggeri, a tratti persino umoristici, e movimentano una trama forse un po' prevedibile. Da sottolineare alcune sequenze girate in esterni e in campo lungo: su tutte, quella in cui Otane e il bimbo (che non ha nome: Otane e gli altri adulti lo chiamano semplicemente "bambino") camminano lungo la spiaggia, con lei che cerca ripetutamente di cacciarlo via come se fosse un animale. Il piccolo è una versione più semplice e innocente dei protagonisti di precedenti pellicole di Ozu, come quelli interpretati da "Tokkan kozo" (Tomio Aoki). Il film è noto anche con i titoli "Note di un inquilino galantuomo" e "Rendiconto di un buon inquilino".

16 luglio 2009

Il settimo viaggio di Sinbad (N. Juran, 1958)

Il settimo viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad)
di Nathan Juran – USA 1958
con Kerwin Mathews, Torin Thatcher, Kathryn Grant
**1/2

Visto in divx.

La graziosa principessa Parisa, promessa sposa di Sinbad, è stata rimpicciolita dal perfido mago Sokurah: per farla tornare alle sue dimensioni originali, il coraggioso eroe è costretto a recarsi su un'isola abitata da mostruosi e colossali ciclopi. Liberamente ispirato ai racconti de "Le mille e una notte" (ci sono lampade magiche con tanto di genio, giganteschi uccelli Roc e diversi altri mostri o incantesimi), questo film d'avventura è uno dei migliori esempi dell'arte del grande animatore Ray Harryhausen, alla sua prima pellicola a colori, che dà vita a tutta una serie di mostri (oltre al ciclope spiccano una magnifica donna-serpente e un gigantesco drago incatenato a guardia del castello del mago) e di effetti speciali (la principessa miniaturizzata, le lisergiche apparizioni del genio, Sinbad che combatte contro uno scheletro in una scena che verrà poi sviluppata e ampliata ne "Gli argonauti") che, pur nella loro irrealisticità (peraltro voluta: lo scopo era quello di meravigliare lo spettatore, non di confondergli le idee), strappano ammirazione e meraviglia. Diversi episodi sembrano richiamare le avventure di Ulisse (i ciclopi, la necessità di tapparsi le orecchie per non sentire il richiamo dei demoni che fanno naufragare le navi), mentre con ogni probabilità la pellicola ha costituito una notevole fonte di divertimento e di ispirazione per il giovane Peter Jackson (che si è ricordato dell'aspetto visivo delle grotte sotterranee, dei ponti di pietra, della lampada che precipita nel fiume di lava, e dell'isola popolata di mostri al momento di girare "Il Signore degli Anelli" e "King Kong"). Nel complesso il film è sicuramente uno dei più piacevoli del suo genere, forse ingenuo ma dal ritmo serrato e senza tempi morti, divertente anche perché non pretenzioso nonostante le notevoli ambizioni dal punto di vista tecnico. Buona anche la colonna sonora di Bernard Herrmann. La parte ambientata a Bagdad, con i suoi colori da favola, mi ha ricordato a tratti il quasi contemporaneo dittico indiano di Fritz Lang (anche la scena in cui il mago si esibisce davanti al vizir lanciando un incantesimo sulla dama di compagnia della principessa è simile a quella analoga con il fachiro che si vedrà ne "La tigre di Eschnapur").

15 luglio 2009

Hand of death (John Woo, 1976)

Hand of death (Shao Lin men)
di John Woo – Hong Kong 1976
con Dorian Tan, James Tien
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Un discepolo del tempio di Shaolin, perseguitato dai Manchu insieme ai suoi compagni dopo la distruzione del monastero, parte in missione per vendicarsi di un perfido traditore passato al nemico. Lungo la strada troverà alcuni alleati, fra i quali un giovane fabbro (Jackie Chan) e uno spadaccino vagabondo (Paul Chang). Per molti versi un ordinario gongfupian vecchio stile, il film è degno di nota non soltanto per la regia di John Woo – ai tempi ancora lontano dal diventare il guru dell'heroic bloodshed – ma anche per la presenza contemporanea dei "tre fratelli" Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao in ruoli minori: Sammo, in particolare, spicca come uno degli sgherri del cattivo, con tanto di grossolana dentatura finta; Yuen Biao, oltre a fare lo stuntman, è invece il soldato che viene trafitto da una freccia, mentre Woo stesso compare nel ruolo del giovane studioso che gli eroi devono portare in salvo. La pellicola è di impostazione piuttosto tradizionale ma si lascia guardare con piacere grazie anche ai numerosi combattimenti (coreografati da Sammo Hung) che, pur nello stile "rigido" dei film degli Shaw Brothers, vivacizzano soprattutto la parte finale. Da sottolineare anche il tema musicale, molto ritmato, di Joseph Koo (il futuro compositore della colonna sonora di "A Better Tomorrow"). Il protagonista (Dorian Tan) è abbastanza anonimo, non male invece il cattivo (James Tien). Il film è noto anche con il titolo "Countdown in kung fu".

14 luglio 2009

Coraline e la porta magica (H. Selick, 2009)

Coraline e la porta magica (Coraline)
di Henry Selick – USA 2009
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni.

Coraline, spigliata bambina dai capelli azzurri, si trasferisce con la famiglia in una vetusta dimora su una collina isolata e fangosa. La casa, i dintorni e i vicini sono grigi e noiosi, mentre i genitori sembrano avere ben poco tempo da dedicarle. Attraverso una misteriosa porticina sul muro, però, la ragazzina scopre però un passaggio verso un'altra dimensione dove le persone hanno bottoni al posto degli occhi e – soprattutto – ogni cosa appare più accattivante e colorata: i suoi "altri" genitori, per esempio, sono premurosi e vivaci, e tutti sembrano farsi in quattro per intrattenerla e farla divertire. Dietro tante meraviglie, tuttavia, si nasconde una trappola, e il sogno si tramuta presto in un incubo angosciante... Una gradevole fiaba dark e visionaria, diretta dal regista di "Nightmare before Christmas" (ormai un vero specialista dell'animazione di pupazzi a passo uno), tratta da un racconto di Neil Gaiman (l'autore di "Sandman") e ovviamente ispirata ad "Alice nel paese delle meraviglie" (c'è persino un gatto che svanisce dietro i rami degli alberi!), con il grande pregio di essere uno dei rari prodotti fantasy-horror di qualità rivolto a un pubblico infantile, grazie al giusto dosaggio di elementi terrorizzanti e meravigliosi, anche se a tratti forse un po' noiosetta per un adulto abituato a sviluppi più complessi e meno prevedibili. Bello il character design, affascinanti gli scenari (l'aspetto visivo è senza dubbio la cosa migliore del film) e ottima l'animazione, mentre sul 3D (l'ho visto con i famigerati "occhialini") c'è da fare un discorso a parte.

L'effetto tridimensionale non mi è sembrato aggiungere granché al film, che probabilmente mi sarebbe piaciuto allo stesso modo (se non di più!) anche nella versione in 2D. In effetti sono piuttosto scettico su questa tecnologia, che continuo a reputare sopravvalutata, non necessaria e poco coinvolgente, oltre che – in certi casi – persino fastidiosa. E fra l'altro non ho notato particolari miglioramenti tecnologici rispetto al passato. Certo, la tridimensionalità degli ambienti può aggiungere qualcosina a film incentrati solo sull'azione e l'avventura (l'effetto è quello di trovarsi all'interno di un'attrazione di un parco di divertimenti), ma non può che avere una minimissima parte nella buona riuscita o meno di una pellicola, la quale continuerà a dipendere soprattutto dai contenuti, dalla storia e dai personaggi. Per capire se si tratta di uno strumento utile anche alla creatività degli autori, e non solo agli interessi dei produttori e degli addetti del marketing, bisognerà probabilmente attendere – a fine anno – il primo film in 3D di un grande regista, vale a dire "Avatar" di James Cameron, e vedere l'uso che ne farà lui.

11 luglio 2009

Legittima difesa (H.-G. Clouzot, 1947)

Legittima difesa (Quai des Orfèvres)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1947
con Bernard Blier, Suzy Delair
***1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il timido ma gelosissimo Maurice non sopporta che la provocante moglie Jenny accetti le avance dell'anziano, ricco e viscido Brignon, e minaccia in pubblico di ucciderlo. Si procura maldestramente un alibi e si reca in casa dell'uomo, convinto di trovarlo in compagnia della moglie: invece il vecchio è già stato ucciso. Un ostinato poliziotto, naturalmente, sospetterà proprio di lui. Girato dopo alcuni anni di ostracismo perché il suo film precedente, "Il corvo", era stato accusato di propaganda antifrancese e antiborghese (era stato prodotto durante l'occupazione tedesca), questo lungometraggio dai toni noir (ma non mancano tocchi di commedia e di tragedia, abilmente dosati e conditi con uno stile secco ed essenziale) dà l'opportunità a Clouzot di difendersi direttamente sullo schermo, mostrando come accuse e giudizi troppo frettolosi possano rivelarsi ingannevoli. Straordinaria la caratterizzazione dei personaggi, tutti dotati di lati oscuri o moralmente ambigui: dal pianista Maurice, timido ma vendicativo, alla cantante Jenny, esuberante e disinibita; dall'ispettore Antoine (Louis Jouvet), caparbio e con un figlioletto di colore a carico "portato dalle colonie, insieme alla malaria", alla fotografa Dora (Simone Renant), amica dei coniugi e segretamente lesbica. Ma lo stesso vale per gli scenari e gli ambienti dove si muovono i protagonisti: il mondo dell'editoria musicale e quello del teatro d'avanspettacolo, la società rispettabile e quella più malfamata, l'ambiente sordido delle fotografie erotiche e quello severo e burocratico della procura vengono ritratti senza sconti, con tutta la loro misoginia, il grigiore, le contraddizioni e le ipocrisie. Eppure gli stessi mondi sono anche pieni di uomini e donne sensibili e profondi, che si amano, si odiano, si tradiscono e si proteggono a vicenda, intrappolati in ruoli sociali (il marito e la moglie, l'amante e l'amica, il padre e il figlio, il poliziotto e l'indagato) che spesso stanno loro un po' stretti. Se "Il corvo" e "I diabolici" avevano forse maggior suspense, "Legittima difesa" è sicuramente il film di Clouzot dove la sua descrizione dell'umanità raggiunge i livelli più alti.

8 luglio 2009

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, 2005)

Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s'est arrêté)
di Jacques Audiard – Francia 2005
con Romain Duris, Niels Arestrup
***

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane Tom Seyr è uno scontroso speculatore edilizio senza scrupoli, che non si fa problemi a compiere violente incursioni notturne per "liberare" gli appartamenti che gli interessano dagli occupanti abusivi. Ma il suo stile di vita cambia improvvisamente quando gli si prospetta la possibilità di fare un audizione come pianista: l'amore per la musica classica, trasmessogli dalla madre scomparsa (che era una concertista), torna così a far capolino, anche se sembra difficile conciliarlo non solo con gli impegni di "lavoro" ma anche con i tanti problemi di natura personale che lo affliggono: aiutare il suo problematico padre a chiudere i conti in sospeso con un losco trafficante russo, e coprire le scappatelle coniugali di un suo socio, della cui moglie è segretamente innamorato. Un gran bel film sul potere salvifico dell'arte (della musica, nella fattispecie), che – come ne "Le vite degli altri" – si rivela capace di stimolare una crescita interiore e di portare luce e umanità anche nelle esistenze più squallide e disperate. Al terzo film di Audiard che vedo (dopo "Sulle mie labbra" e "Un prophète"), mi sembra ormai evidente quanto il regista sia particolarmente interessato – oltre che ai temi fondamentali della redenzione e del cambiamento – a quello del linguaggio e della ricerca di un idioma comune in grado di superare le barriere etniche o sociali (belle, per esempio, le sequenze in cui Tom prende lezioni di pianoforte dall'insegnante cinese, con la quale non è in grado di scambiare che pochissime parole e con cui comunica – oltre che con la musica – attraverso gli stati d'animo). Duris offre una memorabile e intensa interpretazione, mentre Audiard dirige con eleganza e fermezza, confermandosi un regista estremamente interessante anche se poco prolifico. Curiosamente anche suo padre Michel Audiard era un regista, e questo spiegherebbe come mai nei suoi lavori le relazioni fra padri e figli (reali o "adottivi") siano così importanti. Il ritratto psicologico del protagonista è assai curato e la macchina da presa, di fatto, non lo abbandona per un solo istante, senza però che questo vada a discapito della partecipazione o del coinvolgimento emotivo dello spettatore. Alcune note: il film sarebbe ispirato a una pellicola americana con Harvey Keitel, "Rapsodia per un killer" ("Fingers", 1978) di James Toback; i brani al pianoforte che si sentono nel film (in particolare la toccata in mi minore di J. S. Bach) sono stati eseguiti dalla sorella del protagonista, la concertista Caroline Duris.

7 luglio 2009

Come Dio comanda (G. Salvatores, 2008)

Come Dio comanda
di Gabriele Salvatores – Italia 2008
con Alvaro Caleca, Filippo Timi
**

Visto in divx, con Marisa.

Il quattordicenne Cristiano cresce – fra amore e rabbia – nell'amicizia e nel culto del padre neonazista (della madre non ci viene detto nulla), del quale assorbe le idee e gli insegnamenti: scrive così in un tema scolastico la sua ammirazione per Adolf Hitler (senza consegnarlo all'insegnante, però), si appassiona alle armi da fuoco, si dimostra incline alla violenza, manifesta odio verso "neri, ebrei, froci e immigrati" e condivide con il genitore persino l'introversione e l'isolamento. Se il padre ha infatti come unico amico Quattroformaggi, un ritardato mentale che un tempo era suo collega di lavoro, anche il figlio rifugge a scuola da ogni amicizia. Ma quando, in una notte di pioggia, il ragazzo trova l'uomo in coma in mezzo ai boschi con il cadavere di una ragazza violentata al suo fianco, non può che pensare che il colpevole del delitto sia proprio lui. Eppure nasconde accuratamente le prove, occulta il cadavere e ripulisce il padre prima di portarlo in ospedale. Quando scoprirà che invece il genitore era innocente, il sollievo sarà grande. La catartica scena finale, in cui il figlio confessa al padre (che ritiene ancora privo di conoscenza, ma non lo è) tutti i sensi di colpa per averlo "naturalmente" ritenuto un criminale, acquista un particolare valore liberatorio, come testimoniano le lacrime di entrambi. Proprio la conclusione dona significato e accresce il valore di un film che per il resto, durante la visione, non mi è sembrato particolarmente efficace, anche perché molti aspetti dei protagonisti e della trama sono davvero poco credibili, a partire dalla loro natura di fascisti in segreto ("Le cose che ci diciamo non le devi dire a nessuno!", dice il padre al figlio) e dalle contraddizioni di un Timi che da un lato manifesta odio verso gli immigrati e gli sfruttati, dall'altra se la prende con gli arricchiti (l'uomo con il SUV) e i "padroni" (il proprietario della cava). La parte centrale, quella che si svolge di notte sotto la pioggia, è poi eccessivamente lunga, noiosa e confusa. Buoni gli attori, compreso Elio Germano nella parte di Quattroformaggi, mentre è odioso il personaggio dell'assistente sociale interpretato da Fabio De Luigi. Il film è tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, che ha collaborato alla sceneggiatura.

6 luglio 2009

La rimpatriata (D. Damiani, 1963)

La rimpatriata
di Damiano Damiani – Italia 1963
con Walter Chiari, Francisco Rabal
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Cinque amici quasi quarantenni si ritrovano nella Milano del boom economico (ma c'è già chi dice "qui costruiscono, costruiscono, ma il miracolo economico è già finito, ce ne accorgeremo..."): quattro di loro hanno fatto fortuna (avvocati, medici, imprenditori edili), mentre il quinto, Cesare, lavora in un piccolo cinema di periferia. Eppure è proprio a lui, eterno fanciullo e da sempre il collante del gruppo, che gli altri si rivolgono per trascorrere insieme una serata spensierata. "Il Cesarino", infatti, ha la fama di abile intrattenitore e procacciatore di ragazze, e l'intento del gruppo è proprio quello di trovare della compagnia femminile e di divertirsi – per una volta – stando lontano dalle mogli asfissianti e dalle preoccupazioni lavorative. Dietro le battute e gli scherzi di un tempo, si nascondono però insoddisfazioni e frustrazioni. Tutte le grandi amicizie nascondono vittime e scheletri nell'armadio, e ogni personaggio si ritroverà a fare i conti con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Un bel film ambientato "tutto in una notte", semisconosciuto e da riscoprire, che anticipa pellicole come "Il grande freddo" e che funziona molto bene grazie alla sceneggiatura in continuo movimento e alle ottime prove degli attori (che vengono un po' da tutta Europa: oltre al buñueliano Rabal, gli altri "amici" sono Paul Guers, Riccardo Garrone e Mino Guerrini, mentre le donne sono Letícia Román, Dominique Boschero, Mimma Di Terlizzi, Tiziana Frada e Jacqueline Pierreux; c'è anche una parte piccola ma significativa per Gastone Moschin, ma naturalmente il mattatore resta Walter Chiari, che interpreta praticamente sé stesso aggiungendo però molta tristezza al suo istrionismo). La carriera di Damiano Damiani, autore di diversi film "impegnati" negli anni '60 e '70, si è praticamente conclusa con la prima miniserie tv "La piovra". Recentemente è caduto piuttosto in basso, visto che ha fatto quasi solo fiction televisive e soprattutto ha diretto il film più brutto che io abbia visto in vita mia, "Alex l'ariete" (e non capisco come un regista con un briciolo di dignità non abbia deciso di firmarlo con uno pseudonimo).

Young tiger (Zhu Mu, 1973)

Young tiger, aka Police woman (Ru jing cha)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Charlie Chin, Yuen Qiu
*

Visto in VHS, in inglese.

Questo film (noto anche come "Rumble in Hong Kong") viene spesso pubblicizzato come un film di Jackie Chan. E in effetti, a differenza del contemporaneo e quasi omonimo "The young tiger" di cui ho scritto un mesetto fa, il buon Jackie è sì presente ma non è affatto il protagonista della pellicola: è anzi l'antagonista, per la precisione il principale sgherro di una gang di criminali. Con tanto di gigantesco finto neo che gli sfregia il volto (una caratteristica fisica tipica dei "cattivi" dei film di Hong Kong), commette ogni sorta di nefandezza e perseguita un tassista per recuperare una borsa (contenente foto compromettenti) che una ragazza ha lasciato nella sua vettura prima di morire. Ma il tassista si alleerà con una donna poliziotto, sorella della vittima, per sgominare la banda. Anonimo, noioso, recitato male e a tratti ridicolo, il film ha ben pochi motivi di interesse: persino i combattimenti non sono nulla di speciale, con Jackie che deve trattenere i propri colpi per farsi sconfiggere facilmente dall'eroe. La versione che ho visto era doppiata in maniera pedestre (lo spezzone in cui il capo della gang spiega i suoi piani è stato addirittura lasciato in cantonese!) ed era pure in full screen.

5 luglio 2009

Little Odessa (James Gray, 1994)

Little Odessa (id.)
di James Gray – USA 1994
con Tim Roth, Edward Furlong
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Nonostante "I padroni della notte" non mi fosse piaciuto particolarmente, il magnifico "Two Lovers" mi ha spinto a recuperare i precedenti film di Gray, a cominciare da questo primo lungometraggio, ambientato (come praticamente tutti i suoi lavori) nel microcosmo degli ebrei di origine russa trapiantati a New York. Tanto nello stile quanto nei contenuti la pellicola mostra già molte caratteristiche dei lavori successivi, a cominciare dall'attenzione verso le relazioni famigliari. Il protagonista è Joshua, un spietato killer che viene incaricato di eliminare un uomo a Little Odessa, il quartiere di Brooklyn dov'era cresciuto e che ha abbandonato da tempo. Tornatovi clandestinamente (il boss locale, infatti, gli ha giurato vendetta perché ha ucciso suo figlio), Josh rientra così in contatto con i membri della propria famiglia che non vedeva da anni: il padre (Maximilian Schell), con il quale ha un difficile rapporto; la madre (Vanessa Redgrave, un po' sprecata), in fin di vita per un tumore al cervello; e soprattutto il fratello minore Reuben (Furlong, che quattro anni dopo avrebbe interpretato un ruolo simile in "American History X"), cui è invece legato da una forte amicizia fatta di ammirazione e rispetto reciproco. Grazie anche a una buona regia e a una fotografia scura e ombrosa, il film riesce a fondere abilmente i contrasti esistenziali fra i personaggi con la sottotrama criminale, che non viene eccessivamente drammatizzata. Ma i toni cupi e il ritmo blando sono esacerbati da un finale senza speranza, forse un po' troppo pessimista e affrettato. Ottimo Tim Roth, più misurato del solito.

4 luglio 2009

Ho sposato una strega (R. Clair, 1942)

Ho sposato una strega (I married a witch)
di René Clair – USA 1942
con Fredric March, Veronica Lake
**

Visto in DVD, con Martin.

Reincarnatasi dopo 270 anni, una strega vorrebbe tormentare il discendente del puritano che l'aveva fatta bruciare sul rogo: ma per sbaglio è lei stessa a bere il filtro d'amore destinato a lui e ad innamorarsene... Il secondo film americano di Clair è una commedia romantica condita da elementi fantastici: ma anche se alcune situazioni e alcuni tormentoni sono divertenti (come l'interminabile matrimonio del protagonista, continuamente interrotto, o il suo trionfo alle elezioni da governatore dove riceve il 100% dei voti – anche quello del suo avversario! - a causa delle magie di lei), la pellicola nel complesso mi è parsa deboluccia, con una trama esile e scontata e soprattutto personaggi assai superficiali. Nonostante la bellezza della Lake, che in questo film sfoggia (per la prima volta?) la celebre pettinatura che le copre l'occhio destro, anche il lato romantico della vicenda lascia un po' a desiderare: lei si innamora perché beve il filtro, lui... non si sa bene perché, visto che cambia atteggiamento nei suoi confronti da un momento all'altro, senza spiegazioni. Fra i due attori, inoltre, sembra esserci poca alchimia o affiatamento: pare infatti che sul set si sopportassero a malapena. La regia di Clair non aggiunge nulla di particolare, così come gli effetti speciali decisamente artigianali (per lo più sovrimpressioni e sbuffi di fumo).

3 luglio 2009

After life (Hirokazu Koreeda, 1998)

After life (Wandaafuru raifu)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1998
con Arata, Erika Oda
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tutte le persone, non appena muoiono, si ritrovano per una settimana in un edificio, dove – con l'aiuto di alcuni "consiglieri" – devono scegliere un ricordo particolarmente felice fra tutti quelli della propria vita. Tale episodio verrà "ricostruito" e filmato su un set cinematografico: solo a quel punto le anime potranno "proseguire", dimenticando ogni cosa e portando con sé solo quel determinato ricordo. Un soggetto bizzarro e un'ambientazione che può ricordare un episodio di "Ai confini della realtà" per un film nel quale gli elementi soprannaturali sono raccontati come se si trattasse di qualcosa di assolutamente normale, con uno stile a volte addirittura da documentario: a una lunga serie di interviste ai defunti segue la difficile fase della scelta e della ricostruzione dei loro ricordi (con scene che ricordano quelle dei "making of" di un film). Il luogo dove si svolge la vicenda ha l'aspetto di una struttura statale o scolastica in disuso e un po' trasandata; l'intera procedura è assai burocratica, con tanto di scadenze fisse; la ricostruzione cinematografica dei ricordi – scenografie ed effetti visivi compresi – è decisamente artigianale (niente computer graphics!); e per chi è indeciso nella scelta ci sono a disposizione le videocassette che contengono tutti i momenti della propria vita (un anno in ogni nastro!). Il ruolo degli consiglieri è simile a quello di uno psicanalista che aiuta il paziente a scavare nella propria memoria per identificare gli episodi che meritano di essere ricordati. Più tardi si scoprirà che questi stessi addetti – ognuno con la propria storia – vengono reclutati fra coloro che non hanno saputo (o voluto) scegliere e che pertanto non sono stati in grado di "partire". Particolarmente curioso e significativo è il parallelo fra il cinema e la memoria (i defunti possano abbandonare definitivamente questo mondo solo dopo aver visionato il loro ricordo trasposto su pellicola). Tra riflessioni sulla vita, la morte, i ricordi e la perdita, ci si ritrova naturalmente a pensare cosa faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione dei personaggi, a quale ricordo ci attaccheremmo, sapendo che sarebbe poi l'unica cosa che rimarrebbe di noi...