27 febbraio 2014

Macbeth (Roman Polanski, 1971)

Macbeth (id.)
di Roman Polanski – GB/USA 1971
con Jon Finch, Francesca Annis
***

Rivisto in DVD.

Il guerriero scozzese Macbeth, al quale tre streghe hanno preannunciato l'ascesa al trono, si impegna per far avverare la profezia, rendendosi colpevole di efferati delitti. Ciò che più colpisce in questo adattamento della tragedia shakesperiana è la concretezza palpabile della messa in scena, del tutto priva di quella "artificialità" tipica del palcoscenico e anche di tante versioni cinematografiche di opere teatrali. Merito soprattutto dell'ambientazione quasi barbarica voluta da Polanski e delle sue location "povere" ma di grande qualità visiva: le highlands battute dal vento, le brughiere desolate, i castelli rocciosi, i cortili, la terra e la pietra, dove si snoda una una vicenda archetipica e ancestrale di ambizione, tradimento e di morte. E poi c'è la violenza: il sangue copioso sullo schermo, con teste mozzate, carneficine e un tono cruento, cupo e opprimente che molti critici hanno collegato direttamente allo stato d'animo del regista (si trattava del primo film girato dopo il massacro della moglie Sharon Tate da parte di Charles Manson: significativa, al riguardo, l'intensità emotiva della scena in cui gli sgherri di Macbeth trucidano la moglie e il figlio di Macduff). Polanski riesce anche ad evitare le "trappole" del confronto con le grandi versioni cinematografiche che l'avevano preceduto (quelle di Welles e di Kurosawa), realizzando un film che vive di vita propria. Pur non sacrificando la fedeltà al testo di partenza, l'adattamento (opera del regista stesso, in collaborazione con il critico teatrale Kenneth Tynan) utilizza le immagini per costruire qualcosa di nuovo e dare ulteriore e ambiguo significato ad alcuni personaggi minori: si pensi a Ross, sviluppato ben oltre il suo ruolo originario e trasformato in un machiavellico opportunista; o a Donalbain, il figlio minore di Re Duncan, che nel finale si reca presso l'antro delle streghe, come a suggerire che il ciclo della violenza non avrà mai fine. Tutto questo senza però aggiungere ulteriori battute a quelle previste da Shakespeare, le cui parole risuonano sullo schermo con alternanza fra il parlato e il pensato (i soliloqui sono rappresentati, in maniera assai naturalistica, con la voce fuori campo), sostenute dalle recitazioni intense e credibili di un cast di attori in gran parte britannici: oltre a Jon Finch nel ruolo di Macbeth e a Francesca Annis in quello di sua moglie, ci sono Martin Shaw (Banquo), Terence Bayler (Macduff), John Stride (Ross) e Nicholas Selby (Duncan). Degna di nota anche la colonna sonora, firmata dal gruppo progressive Third Ear Band. Il film fu prodotto da Hugh Hefner (sì, quello di "Playboy"!), dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato di finanziarlo.

25 febbraio 2014

L'uomo nel mirino (Clint Eastwood, 1977)

L'uomo nel mirino (The Gauntlet)
di Clint Eastwood – USA 1977
con Clint Eastwood, Sondra Locke
**

Visto in TV.

Il poliziotto Ben Shockley (Eastwood) viene incaricato di scortare da Las Vegas a Phoenix una prostituta, "Gus" Mally (Locke), che dovrà testimoniare in un processo contro il capo della polizia Blakelock (William Prince), accusato di collusioni con la mafia. Ma questi farà di tutto per impedire che i due giungano a destinazione, scatenando contro di loro l'intero corpo di polizia dell'Arizona. Poliziesco on the road piuttosto convenzionale e prevedibile, con un soggetto stereotipato e implausibile al tempo stesso: si salva per la viscerale interpretazione di Clint, per una sottile ironia di fondo (gli scommettitori clandestini di Las Vegas che "quotano" il mancato arrivo della testimone al processo, dandola 100 a 1) e per il visionario finale in cui l'autobus corazzato con a bordo i due protagonisti viaggia per le strade deserte di Phoenix ed è preso di mira da centinaia di poliziotti che lo crivellano di colpi (pare che in tutta la pellicola siano stati sparati diecimila proiettili, allora un record degno di figurare persino nel Guinness dei Primati). Shockley, nonostante il coraggio e l'eroismo, è ritratto come un personaggio mediocre, alcolizzato (numerosi i product placement di una nota marca di whisky) e che non brilla per intelligenza (ci mette un bel po' a capire quello che è evidente a tutti gli altri, compresa la prostituta, ovvero che la "mela marcia" è il suo capo). La Locke, al secondo film con Eastwood dopo "Il texano dagli occhi di ghiaccio", era al tempo la compagna di Clint. La locandina originale, che mostra il protagonista in una posa eroica alla "Conan il barbaro", è opera di Frank Frazetta.

22 febbraio 2014

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

12 anni schiavo (12 Years a Slave)
di Steve McQueen – USA/GB 2013
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel 1841, il violinista di colore Solomon Northup, che vive libero con la sua famiglia nello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo in Louisiana, dove lavorerà nelle piantagioni di cotone per dodici anni prima di riottenere la libertà. Tratto da una storia vera (Northup scrisse nel 1853 un libro sulla sua odissea, dal quale John Ridley ha adattato la sceneggiatura), un monumentale affresco storico sul tragico fenomeno della schiavitù negli Stati Uniti prima della guerra di secessione (letto però in chiave personale e individualistica), con il quale il talentuoso regista britannico Steve McQueen debutta a Hollywood con grande successo. Ben nove, infatti, le candidature all'Oscar, con molte probabilità di portare a casa la statuetta per il miglior film: un po' troppo, forse, per un'opera terza che mi è parsa inferiore alle prime due e che, al netto della potenza del tema narrato, delle ottime interpretazioni e dell'elevato tasso tecnico della realizzazione, risulta in realtà priva di evoluzione, di sfumature e di una vera profondità. A parte il protagonista, con il quale lo spettatore è chiamato a identificarsi, gli altri personaggi e in generale il mondo attorno a lui sono infatti descritti in termini manichei o puramente utilitaristici: basti pensare al carpentiere abolizionista canadese interpretato da Brad Pitt, che assomiglia più a un espediente narrativo che a un vero personaggio. In generale, anche se i vari schiavisti che si passano la "proprietà" di Solomon nel corso degli anni sono differenti l'uno dall'altro (chi più buono, come Benedict Cumberbatch, e chi più cattivo, come l'eccezionale Michael Fassbender, già protagonista dei primi due lavori di McQueen e senza dubbio il migliore del cast), mancano autentici dilemmi morali; e la sceneggiatura non fa mai il salto di qualità. Ordinaria anche la colonna sonora di Hans Zimmer, impreziosita però da alcuni splendidi blues e spiritual cantati dai neri durante il lavoro nelle piantagioni. Il regista sfoggia comunque al meglio le proprie capacità tecniche, dando vita a sequenze di grande impatto: su tutte, la scena in cui Solomon è costretto a frustare la giovane schiava Patsey (Lupita Nyong'o), girata in un lungo e unico piano sequenza. Paul Giamatti è il mercante di schiavi, Paul Dano il lavorante razzista, Sarah Paulson la moglie di Fassbender.

20 febbraio 2014

What women want (Nancy Meyers, 2000)

What Women Want - Quello che le donne vogliono (What Women Want)
di Nancy Meyers – USA 2000
con Mel Gibson, Helen Hunt
**

Visto in TV.

A causa di un bizzarro incidente domestico, Nick Marshall (Gibson), creativo pubblicitario maschilista e dongiovanni, si scopre in grado di percepire nella propria testa i pensieri delle donne ("Se gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, lei ora può parlare il venusiano", gli spiega una psicologa). E quello che all'inizio sembrava un incubo si rivela un dono piovuto dal cielo, perché gli consente di fare carriera ("rubando" le idee alla collega-rivale Darcy McGuire, più in sintonia con il target da conquistare), di sedurre ogni ragazza (cogliendo il momento giusto per farsi avanti) e in generale di rendersi popolare con le donne (fingendosi sensibile e attento alle loro esigenze e preoccupazioni). Ma anche di migliorare la propria indole, stringendo così un vero rapporto con la figlia teenager Alex (Ashley Johnson) e scoprendosi sinceramente innamorato di Darcy (Helen Hunt). Costruita su uno spunto semplice e simpatico, un'innocua commedia romantico-fantastica che recupera (e aggiorna agli anni duemila) il tema dello scontro fra i sessi che aveva fatto la fortuna dei classici sofisticati di Cukor e delle screwball comedy di Hawks. Geniale l'idea di ambientare la pellicola nel mondo delle agenzie pubblicitarie, i cui creativi, per avere successo, devono proprio cercare di entrare nella mente del loro pubblico. Peccato solo che il ritmo e il brio della prima parte finiscano lentamente con l'esaurirsi nella seconda, quando il film cessa di sfruttare lo spunto fantastico di partenza e sfocia nella più convenzionale commedia romantica di stampo hollywoodiano. Comunque buona (e autoironica) la prova di Gibson, che balla con un appendiabiti sulle note di Sinatra (tutta la colonna sonora è a base di classici anni '50) e si fa la ceretta depilatoria alle gambe nel tentativo di "calarsi nella psicologia femminile". Nel cast anche Marisa Tomei (la ragazza del caffè), Alan Alda (il capo dell'agenzia pubblicitaria) e Bette Midler (la psicologa). Nel 2011 è uscito un remake cinese con Andy Lau e Gong Li.

18 febbraio 2014

Scott Pilgrim vs. the world (E. Wright, 2010)

Scott Pilgrim vs. the World (id.)
di Edgar Wright – USA 2010
con Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead
***

Visto in DVD, con Sabrina.

Bassista ventiduenne di Toronto che suona in una scalcinata band (i Sex Bob-omb), Scott Pilgrim abita con un coinquilino omosessuale e frequenta una liceale cinese. Ma quando incontra la misteriosa Ramona Flowers, letteralmente la ragazza dei suoi sogni, se ne innamora perdutamente: peccato però che, per conquistarla, dovrà prima sconfiggere – uno dopo l'altro, come in un videogioco a livelli – i suoi sette malvagi ex fidanzati. Dall'omonimo fumetto indie del canadese Bryan Lee O'Malley, un divertente film comico-adolescenziale pieno di trovate e riferimenti geek, debitore formalmente all'immaginario dei comics (le onomatopee visibili sullo schermo, il montaggio rapido e "a stacchi") e della musica rock (qui e lì, come nella sottotrama della "guerra fra bande", rievoca persino "Bill & Ted") ma soprattutto dei videogame, con alert e punteggi in sovrimpressione, effetti sonori, dinamiche dei combattimenti (all'insegna delle arti marziali o di super-poteri mistici) presi di petto dai vecchi giochi arcade e dalle successive evoluzioni dei fighting game per console (per non parlare di "Super Mario Bros."). Il tutto al servizio di personaggi simpatici (sì, persino i cattivi più sbruffoni!), di una storia tutto sommato lineare (al punto che l'intera sovrastruttura videoludica potrebbe essere una semplice metafora per dar forza al messaggio principale: "Se ami qualcuno, o qualcosa, devi combattere per averlo") e che procede in un crescendo irresistibile che tuttavia non tradisce lo spirito dei teen movie a sfondo romantico. Anche la regia assai creativa di Wright ("L'alba dei morti dementi", "Hot Fuzz") fa la sua parte, giocando con gli effetti speciali ma utilizzandoli sempre nel giusto contesto. Se si sta al gioco, si passa dal contagioso all'entusiasmante, anche perché i momenti surreal-demenziali (si pensi a come Scott sconfigge alcuni dei suoi rivali, su tutti l'attore di film d'azione o il cantante vegano) non distraggono dalla trama principale ma vi si integrano perfettamente, proprio come le gag di fine striscia in un fumetto a continuazione. Si tratta, in fin dei conti, di un ottimo esempio di come ibridare con efficacia in un film gli elementi delle subculture di massa. Bravi tutti i giovani attori (Michael Cera è Scott; Mary Elizabeth Winstead è Ramona, dai capelli cangianti; Kieran Culkin – fratello di Macaulay – è Wallace, il coinquilino gay; Ellen Wong è Knives Chau, la cinesina fidanzata con Scott), con qualche volto noto qua e là (Chris Evans, Brandon Routh, Jason Schwartzmann).

17 febbraio 2014

Fiamma d'amore (A. Hitchcock, 1931)

Fiamma d'amore (The skin game)
di Alfred Hitchcock – GB 1931
con Edmund Gwenn, Phyllis Konstam
**

Visto in divx.

Fra gli Hillcrest e gli Hornblower, due potenti famiglie del countryside inglese, c'è una forte rivalità, dovuta non soltanto alle differenze di classe (i primi appartengono al ceto nobile, i secondi alla nuova borghesia arricchita) ma anche e soprattutto ai diversi punti di vista sui temi sociali e ambientali. Gli Hillcrest sono tradizionalisti e conservatori, gli Hornblower progressisti e rampanti: se i primi puntano alla conservazione del territorio, i secondi auspicano l'urbanizzazione delle campagne. Il dissidio fra i genitori mette a repentaglio anche la simpatia fra i figli, che non riescono a superare le rispettive diffidenze. Lo scontro raggiunge il suo culmine quando il signor Hornblower manifesta l'intenzione di acquistare la tenuta confinante con quella dei rivali per ingrandire le proprie fabbriche. Non essendo riuscita a impedirglielo, la signora Hillcrest gioca la carta del ricatto, minacciando Hornblower di rivelare a tutti il passato poco limpido di sua nuora, una ragazza che in gioventù lavorava come "accompagnatrice" di uomini impegnati in cause di divorzio. La vicenda sfocerà in un inevitabile finale tragico. Poco amato dai critici della nouvelle vague (Rohmer e Chabrol lo definirono "Il più brutto film che Hitchcock abbia mai firmato") e dal regista stesso (che non amava parlarne, anche perché non era stato lui a scegliere il soggetto), il film – tratto da un'opera teatrale di John Galsworthy, l'autore della "Saga dei Forsyte" – in realtà non è poi così terribile: certo, non brilla particolarmente né per la recitazione né per la regia (sir Alfred non si preoccupa di ravvivare più di tanto le lunghe sequenze dense di dialoghi, tranne che con qualche intenso primo piano: fra le poche scene degne di nota c'è quella dell'asta, mostrata per lo più in soggettiva dal punto di vista del banditore), ma i contenuti sono decisamente interessanti, anche in prospettiva storico-sociale, e la molta carne al fuoco (oltre all'ambiguità che impedisce di definire chiaramente chi sia il buono e chi il cattivo) tiene desta l'attenzione fino alla fine.

16 febbraio 2014

Omicidio! (Alfred Hitchcock, 1930)

Omicidio! (Murder!)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Herbert Marshall, Norah Baring
**

Visto in divx.

Un'attrice di teatro, Diana Baring (Norah Baring), è accusata di aver ucciso una collega che faceva parte della stessa compagnia itinerante. Le prove contro di lei sono schiaccianti: ma al processo, nella giuria chiamata ad emettere il verdetto, c'è anche Sir John Menier (Herbert Marshall), a sua volta attore affermato e di grande profilo, che crede all'innocenza della ragazza e comincia una personale indagine per scoprire il vero colpevole. Tratto dal romanzo "Enter Sir John" di Clemence Dane e Helen Simpson, il terzo film sonoro di Hitchcock è una delle poche opere nella prima parte della sua filmografia a presentare le caratteristiche che diventerrano in seguito il suo marchio di fabbrica: il mistero, la suspense e il tema dell'innocente accusato ingiustamente. Vero e proprio whodunit costruito sulla ricerca dell'identità dell'assassino, il film soffre però per una certa mancanza di sottigliezza a livello di sceneggiatura, tanto nella caratterizzazione dei personaggi quanto nel modo di dipanare l'intreccio, che viene risolto in maniera improvvisa e non del tutto convincente. Dinamica invece la regia, che esibisce numerose idee soprattutto a livello di montaggio, ed è debitrice (in particolare nelle scene in esterni) alle atmosfere dell'espressionismo tedesco. La lunga sequenza con i dodici membri della giuria che dibattono sull'omicidio, riuniti in camera di consiglio, prefigura in più aspetti "La parola ai giurati" di Sidney Lumet. Interessante anche la scena dell'interrogatorio agli attori della compagnia, mentre entrano ed escono di scena, dietro le quinte della commedia che stanno recitando. Il motivo dell'intreccio fra l'arte teatrale e la vita ricorre in continuazione, con Sir John convinto che la vita debba fornire spunti all'arte e che quest'ultima debba essere usata per analizzare i fatti della vita. Da sottolineare la natura "ambigua" di Handel Fane (Esme Percy), l'attore che recita vestito da donna: nel doppiaggio italiano viene definito "un diverso", lasciando intendere una sua omosessualità, mentre la versione originale (a causa della censura) celava questo aspetto usando il termine "half-caste", suggerendo cioè che il suo grande segreto fosse quello di essere un mezzosangue. Il bravo Marshall ("Mancia competente") tornerà a lavorare con Hitchcock ne "Il prigioniero di Amsterdam". Nel cast anche Edward Chapman e Phyllis Konstam nei panni dei buffi coniugi Markham, rispettivamente direttore di scena e attrice nella stessa compagnia della vittima e della sospettata, che aiutano Sir John nelle sue indagini. Contemporaneamente alla versione inglese, Hitch ne girò anche una con attori tedeschi (protagonista Alfred Abel), intitolata "Mary" e uscita l'anno seguente.

14 febbraio 2014

La morte cavalca a Rio Bravo (S. Peckinpah, 1961)

La morte cavalca a Rio Bravo (The Deadly Companions)
di Sam Peckinpah – USA 1961
con Brian Keith, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in TV.

Da cinque anni un ex sergente nordista (Brian Keith) è alla ricerca del disertore sudista (Chill Wills) che durante la guerra civile l'aveva quasi scotennato. Proprio quando lo ha trovato, fingendo di volersi unire a lui e al suo compagno Billy (Steve Cochran) per rapinare una banca, deve mettere da parte i suoi propositi di vendetta perché nel corso di una sparatoria ha involontariamente ucciso un bambino: roso dai sensi di colpa, si offre di accompagnare la madre (Maureen O'Hara), che intende seppellirlo a fianco del padre, scortandola attraverso il pericoloso territorio Apache. La pellicola d'esordio di Sam Peckinpah è un western vecchio stile sui temi della vendetta e del perdono, a basso budget e privo della violenza improvvisa e stilizzata che caratterizzerà le opere successive, ma comunque dotato di alcuni pregi: su tutti, la caratterizzazione psicologica dei protagonisti, con Keith nel ruolo dell'antieroe senza nome che non si toglie mai il cappello (per non mostrare la cicatrice dello scotennamento) e che deve destreggiarsi fra l'odio e i sensi di colpa, e un'ottima Maureen O'Hara nei panni di una donna forte ed orgogliosa, vittima delle circostanze ma desiderosa di una vita migliore. Ma anche i due personaggi minori, l'infido dongiovanni Billy e soprattutto il sudista Turkey, che sogna di diventare il governatore di una piccola repubblica indipendente, lasciano qualcosa allo spettatore. L'esordio alla regia cinematografica del grande Sam (fino ad allora soltanto sceneggiatore) fu dovuto al suggerimento di Keith, che aveva lavorato con lui nella serie televisiva "The Westerner". La pellicola venne pesantemente manipolata al montaggio dal produttore Charles B. Fitzsimons, fratello della O'Hara (la lotta per ottenere il director's cut rimarrà purtroppo una costante di tutta la carriera del regista), ma a tratti i temi (se non la mano) di Peckinpah riescono a emergere.

12 febbraio 2014

Minority report (S. Spielberg, 2002)

Minority Report (id.)
di Steven Spielberg – USA 2002
con Tom Cruise, Colin Farrell
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

In un futuro non troppo lontano (2054), la nascita di tre individui dotati di poteri di preveggenza (i "precog") ha reso possibile la creazione di un'unità speciale di polizia, la pre-crimine, che arresta i potenziali criminali prima ancora che questi compino i loro delitti. Le basi etiche di un tale meccanismo sono discutibili, ma poiché la pre-crimine ha di fatto azzerato il tasso di omicidi nell'area di Washington, si sta valutando se estenderne la giurisdizione a tutti gli Stati Uniti. L'agente John Anderton (Cruise), capitano e fervente sostenitore della pre-crimine, si scopre un giorno accusato a sua volta: i precog annunciano infatti che entro poche ore ucciderà a sangue freddo un uomo di cui al momento non conosce nemmeno l'esistenza. Braccato dai suoi stessi compagni, si dà alla fuga nel tentativo di dimostrare la propria innocenza... Tratto da un breve racconto di Philip K. Dick, un thriller d'azione con cui Spielberg dimostra di trovarsi ancora perfettamente a suo agio con la fantascienza, sfornando una delle sue migliori pellicole del decennio, che funziona perfettamente tanto dal punto di vista del giallo quanto da quello "filosofico" (i temi sono quelli della predeterminazione e della libera scelta: conoscendo già il proprio futuro, sarà possibile cambiarlo?). E questo nonostante qualche leggera sbavatura nella sceneggiatura (l'ondivaga caratterizzazione dell'osservatore del dipartimento di giustizia, interpretato da Colin Farrell) o alcuni buchi narrativi (come si può pensare di estendere la pre-crimine a tutto il paese, visto che esistono soltanto tre precog?). Ben equilibrata fra scene d'azione e momenti di introspezione, la pellicola abbina il tentativo di costruire un futuro credibile anche dal lato tecnologico e scenografico (da ricordare, a questo proposito, i computer "trasparenti" che vengono manovrati con i movimenti delle mani in 3D; ma anche il design delle automobili, o la diffusione capillare delle scansioni ottiche che consentono anche pubblicità personalizzate per i passanti o per chi entra nei negozi) con l'ottima gestione delle sequenze di pura tensione (il protagonista che si fa operare agli occhi per nascondere la propria identità, l'irruzione dei piccoli ragni robotici alla sua ricerca). Il titolo del film, che significa "Rapporto di minoranza", fa riferimento ai casi in cui uno dei tre precog prevede un delitto in maniera diversa dagli altri due, lasciando intendere che possano esistere delle ramificazioni alternative nel futuro. Anche se Spielberg non rinuncia alla sua ossessione per i valori famigliari, facendo del trauma del protagonista (che ha perso un figlio in tenera età) il cardine della caratterizzazione del personaggio (ma c'è da dire che tale sottotrama è anche fondamentale in chiave narrativa), quest'ultima è comunque arricchita da elementi tutto sommato inconsueti per un blockbuster hollywoodiano, come la tossicodipendenza, per quanto sui generis. L'impronta spielberghiana è evidente anche nel lieto fine, a spettro forse un po' troppo ampio, che "annacqua" in parte il messaggio distopico di Dick: non che il film, peraltro, puntasse le sue carte sull'approfondimento del contesto sociale, che rimane solo uno sfondo su cui imbastire un robusto thriller che non tradisce le premesse di base. Il cast comprende anche Samantha Morton (Agatha, una dei tre precog), il veterano Max von Sydow (il mentore del protagonista), Kathryn Morris (la moglie) e, in ruoli minori, Peter Stormare (il medico) e Tim Blake Nelson (il guardiano della prigione). La colonna sonora di John Williams si rifà a quelle di Bernard Herrmann, focalizzandosi più sull'aspetto noir che su quello fantascientifico, ed è rimpolpata da molti brani di musica classica (in particolare la sinfonia "Incompiuta" di Schubert, che si ode mentre Anderton opera al computer).

11 febbraio 2014

Twin dragons (Ringo Lam, Tsui Hark, 1992)

The twin dragons (Shang long hui)
di Ringo Lam e Tsui Hark – Hong Kong 1992
con Jackie Chan, Maggie Cheung
**1/2

Rivisto in TV.

In questa classica commedia degli equivoci, Jackie Chan interpreta il doppio ruolo di due gemelli separati alla nascita. Uno, John Ma, cresciuto ed educato negli Stati Uniti, è diventato un celebre direttore d'orchestra; l'altro, Boomer, vissuto nei bassifondi di Hong Kong, è ora un pilota clandestino ed esperto in arti marziali. Quando John torna ad Hong Kong per esibirsi in un concerto, i due entrano a contatto, dando il via a un'inevitabile serie di scambi di persona. A un certo punto Boomer si ritroverà a dirigere sul palco mentre John dovrà affrontare i gangster che hanno un conto in sospeso con il fratello... Costruita su uno spunto vecchio come il cinema (da "Non c'è due senza quattro" a "Inseparabili"), una pellicola forse carente dal punto di vista dei combattimenti (visto che manca un avversario vero e proprio) ma ravvivata sul piano comico-romantico da un Jackie in gran forma e dalle due interpreti femminili, la splendida Maggie Cheung (al suo quinto film con Jackie, dopo i tre "Police Story" e il secondo "Project A") e la conturbante Nina Li Chi (che nel mondo reale è la moglie di Jet Li), ciascuna delle quali si innamorerà del Jackie "sbagliato", credendo che si tratti dell'altro. L'umorismo è a tratti quello demenziale delle commedie hongkonghesi degli anni ottanta, ma non mancano trovate interessanti, come quando i movimenti o le sensazioni di uno dei gemelli influenzano l'altro, anche a distanza. Ringo Lam ha diretto per lo più le scene d'azione (in particolare il lungo combattimento finale nella fabbrica dove si testano le automobili, con il continuo passaggio fra le due camere caratterizzate dal caldo e dal freddo), mentre Tsui Hark si è occupato di quelle a sfondo comico-romantico (ovvero tutta la sezione centrale della pellicola). Kirk Wong è il gangster che provoca lo scambio dei bambini, Teddy Robin è l'amico di Boomer. Moltissimi i cameo di attori e registi hongkonghesi: si va da John Woo (il prete) a Lau Kar-Leung (il medico), da Wong Jing (il curatore "alternativo") ad Eric Tsang (l'uomo che parla al telefono), da Sylvia Chang e James Wong (i genitori dei gemelli) a Mabel Cheung (la madre adottiva di Boomer), fino agli stessi registi Ringo Lam e Tsui Hark (due dei meccanici che giocano a carte).

10 febbraio 2014

100 gradi sotto zero (R.D. Braunstein, 2013)

100 gradi sotto zero (100 Degrees Below Zero)
di R.D. Braunstein – USA 2013
con Jeff Fahey, Sara Malakul Lane
*

Visto in TV.

Una serie di eruzioni vulcaniche minaccia di coprire di polvere i cieli dell'Europa, dando il via a un lungo periodo glaciale. Una coppia di ragazzi americani cerca di fuggire da una Parigi fredda e innevata, prima che sia troppo tardi. Più che un B-movie, uno Z-movie: sfornato dalla famigerata casa di produzione The Asylum, specializzata in film horror e catastrofici a basso costo, si tratta di una pellicola realizzata senza mezzi (e fin qui, pazienza) ma anche senza idee, e che spreca letteralmente il tempo del malcapitato spettatore. Non si contano scene o momenti privi di senso, errori di continuità, situazioni ripetute o irragionevoli, mancanza di tensione o di climax... Tutto è a livelli imbarazzanti: la recitazione (come siano stati coinvolti due attori di "nome" come Jeff Fahey e John Rhys-Davies è un mistero), la sceneggiatura, le caratterizzazioni, gli effetti speciali (si fa per dire), la regia (ci sono video amatoriali su YouTube curati meglio). Da salvare – per ragioni puramente "estetiche" – solo la protagonista (la modella Sara Malakul Lane) che per tutto il film, incurante del freddo, indossa una magliettina senza maniche. Le scene a Parigi sono state girate in realtà a Budapest (di cui sono visibili alcuni celebri palazzi).

9 febbraio 2014

La coniglietta di casa (Fred Wolf, 2008)

La coniglietta di casa (The House Bunny)
di Fred Wolf – USA 2008
con Anna Faris, Emma Stone
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Cacciata dalla lussuosa Playboy Mansion per le macchinazioni di una "collega" gelosa, la coniglietta Shelley trova rifugio in un college universitario, dove si stabilisce nella casa di una delle "sorellanze", per la precisione quella frequentata dalle ragazze meno popolari del campus. Ne ribalterà le sorti, insegnando loro come attirare i ragazzi, come organizzare feste strabordanti e, di conseguenza, come ottenere le nuove iscrizioni necessarie per evitare lo scioglimento della casa. Dagli autori de "La rivincita delle bionde", un'altra pellicola glamour-demenziale che gioca con gli stereotipi della bionda bella e stupida, e che è a lungo indecisa se rivolgersi a un pubblico maschile (nella prima parte del film) o femminile (nel finale). A salvare lo show è la scoppiettante Anna Faris, che si conferma ancora una volta un'attrice comica di prim'ordine. Il resto è pura routine, nonostante qua e là non manchi il divertimento: ma siamo ben lontani dai livelli di un "Animal House" al femminile. Hugh Hefner, il guru di "Playboy", recita nella parte di sé stesso.

7 febbraio 2014

Il dubbio (John Patrick Shanley, 2008)

Il dubbio (Doubt)
di John Patrick Shanley – USA 2008
con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman
***

Visto in TV, con Sabrina.

Nell'America post-kennedyana degli anni sessanta, in una scuola cattolica del Bronx, l'anziana e rigida suora Aloysius (Meryl Streep) si convince che il sacerdote, l'espansivo padre Flynn (Seymour Hoffman), riservi morbose "attenzioni speciali" a uno dei giovani alunni (che, tra l'altro, è l'unico bambino di colore ammesso a scuola) e inizia a fargli una guerra spietata per convincerlo ad abbandonare la comunità. I suoi sospetti sono fondati, affinati da anni di esperienza e di lotta contro gerarchie (maschili) che si proteggono a vicenda per insabbiare i casi di pedofilia, oppure si tratta di pregiudizi verso un prete che – a differenza di lei – cerca di stare più vicino ai ragazzi, dando loro amicizia e sostegno, nel tentativo di comprenderli a fondo anziché intimidirli o spaventarli? Dubbio contro certezza, metodi progressisti contro conservatorismo, educazione moderna e permissiva contro regole e disciplina; il tutto condito da metafore fino troppo evidenti (quelle che padre Flynn esplicita nei suoi sermoni) contro la mancanza di fede, la maldicenza e l'ipocrisia: nonostante un soggetto a forte rischio di melodramma, la calibrata sceneggiatura (dello stesso Shanley, che ha adattato un proprio dramma teatrale) ha il merito di non varcare mai la soglia del sensazionalistico ma di mantenersi sempre su un tono intimo e sufficientemente ambiguo, estendendo tale ambiguità a tutti i personaggi (non c'è spazio per le caratterizzazioni manichee viste in altri film simili, tipo "Philomena"), seminando il dubbio anche nella mente dello spettatore (chiamato a giudicare più sulla base di simpatie e affinità di pensiero che non su prove effettive: la "verità" rimane elusiva) e affrontando questioni morali e al tempo stesso assai "concrete", intelligentemente calate in un contesto storico-sociale ben preciso (siamo, fra l'altro, negli anni del Concilio Vaticano II). E lungo la strada, coadiuvata dalla straordinaria recitazione degli interpreti, sforna almeno due o tre scene memorabili, come il serrato colloquio a tre fra Flynn, Aloysius e la giovane suora James (Amy Adams); il drammatico dialogo fra sorella Aloysius e la madre del bambino (Viola Davis); e il confronto finale fra la suora e il prete. Proprio il comparto attoriale, alla resa dei conti, si rivela il vero punto di forza della pellicola: tutti e quattro gli attori, protagonisti di prove intense e ricche di sfumature, sono stati candidati all'Oscar (la Davis per una sola scena!), con la Streep forse una spanna sopra gli altri.

6 febbraio 2014

La pericolosa partita (Pichel, Schoedsack, 1932)

La pericolosa partita (The most dangerous game)
di Irving Pichel, Ernest B. Schoedsack – USA 1932
con Joel McCrea, Leslie Banks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il conte Zaroff, esule dalla Russia ed appassionato cacciatore di ogni specie di animale vivente, si è ritirato a vivere su un'isola privata nei Caraibi, dove sfoga la sua passione dando la caccia alla "preda più pericolosa" di tutte: l'uomo. Sfrutta infatti i numerosi naufragi che avvengono nelle acque circostanti, piene di scogli insormontabili, per procurarsi le "vittime" designate. Tratto da un racconto breve di Richard Connell che tornerà più volte a ispirare il cinema (basti ricordare la pellicola d'esordio di John Woo a Hollywood, "Senza tregua", con Jean-Claude Van Damme), un classico del genere pulp, prodotto da Schoedsack e Merian C. Cooper, i registi di "King Kong". E con il film sullo scimmione ha parecchio in comune, a partire dagli attori di contorno (Fay Wray, Robert Armstrong), gran parte della troupe e persino numerosi set (quelli della "giungla", che venivano impiegati solo di notte perché di giorno erano usati appunto per le riprese di "King Kong"). Il tema della caccia all'uomo per sport è onnipresente sin dalle prime scene del film, quando al protagonista Joel McCrea, provetto cacciatore newyorkese a bordo dello yacht che lo condurrà suo malgrado sull'isola, viene chiesto come si sentirebbe se si trovasse al posto delle tigri che solitamente affronta nelle sue battute, e lui risponde: "Non mi capiterà mai. Il mondo si divide in cacciatori e prede, e io sono un cacciatore". Viscerale e forse ingenuo, il film ha comunque un suo fascino divertente e sinistro, oltre a rappresentare archetipicamente il tema narrativo del conflitto. E il personaggio del cattivo, il conte Zaroff (interpretato alla perfezione da un Leslie Banks che nella versione originale sfoggia un magnifico falso accento russo), si staglia memorabile come uno dei malvagi più interessanti nella storia dei B-movie.

4 febbraio 2014

Il giardino dei Finzi-Contini (V. De Sica, 1970)

Il giardino dei Finzi-Contini
di Vittorio De Sica – Italia 1970
con Lino Capolicchio, Dominique Sanda
***

Visto in divx, con Eleonora, Marta, Esther, Beatrice, Francesca e Fausto.

Nella Ferrara del 1938, l'inasprirsi delle leggi razziali sotto il fascismo non sembra toccare più di tanto la serenità della ricca famiglia ebrea dei Finzi-Contini, che nella loro villa circondata da un immenso giardino – da cui escono raramente – continuano a ricevere le visite di amici e conoscenti. Fra questi c'è il giovane Giorgio (Lino Capolicchio), ebreo della media borghesia cittadina, innamorato della raffinata ed enigmatica Micol (Dominique Sanda), che però non ricambia il suo affetto. I turbamenti amorosi di Giorgio andranno di pari passo con il deterioramento del clima sociale e politico, fino a quando anche la gabbia dorata dei Finzi-Contini non sarà più in grado di proteggere la famiglia dalla deportazione. Tratto dall'omonimo romanzo di Giorgio Bassani (che non volle essere coinvolto nell'adattamento), il film racconta in modo originale e intimista il dramma degli ebrei italiani appartententi alle classi sociali più elevate, dapprima illusi che nel proprio paese non si potessero raggiungere i livelli di persecuzione della Germania nazista (esemplare la scena in cui Giorgio, in visita al fratello che si è trasferito a vivere in Francia, viene improvvisamente a conoscenza dei campi di concentramento tedeschi), e poi costretti a un brusco risveglio quando era ormai troppo tardi. All'inizio, infatti, i disagi sembrano essere di poco conto (espulsi dal circolo del tennis, gli amici di Micol ed Alberto si ritrovano nella loro villa a giocare fra loro), poi si fanno via via più opprimenti (il padre di Giorgio perde il lavoro, il ragazzo non può più studiare in biblioteca o addirittura laurearsi, cosa che invece la ricca e privilegiata Micol riesce comunque a fare), e infine si sfocia nella guerra e nel disastro completo. La Sanda era apparsa quello stesso anno anche ne "Il conformista" di Bertolucci, un altro film che raccontava la vita sotto il fascismo. Nel cast anche Helmut Berger (Alberto, il fratello di Micol), Fabio Testi (Giampiero, l'amico milanese) e Romolo Valli (il padre di Giorgio), mentre un giovane Alessandro D'Alatri interpreta Giorgio da bambino in alcuni flashback. Il ritmo lento e la recitazione impostata (che lo differenziano a livello formale dai capolavori del periodo neorealista di De Sica, avvicinandolo invece ai vari Antonioni, Visconti e Bertolucci di quegli anni) non rendono il film necessariamente datato, bensì contribuiscono a creare quell'atmosfera un po' sospesa e irreale che ben descrive le illusioni e la passività dei personaggi in un contesto sociale che a sua volta doveva certamente sembrare irreale a chi ci viveva (spingendo Micol e la sua famiglia a un isolamento sempre più stretto). E l'esperienza del regista gli consente di evitare ogni trappola "intellettuale", fondendo invece mirabilmente le due anime della narrazione (i drammi amorosi e "privati" di Giorgio con quelli a più ampio spettro dovuti al fascismo). La pellicola valse al settantenne De Sica il suo quarto Oscar per il miglior film straniero (un record che condivide con Federico Fellini), nonché l'Orso d'Oro a Berlino.

3 febbraio 2014

Wolverine: L'immortale (J. Mangold, 2013)

Wolverine: L'immortale (The Wolverine)
di James Mangold – USA 2013
con Hugh Jackman, Tao Okamoto
*1/2

Visto in divx.

Dopo la morte di Jean Grey (avvenuta in "X-Men: Conflitto finale"), che ritorna continuamente nei suoi sogni, Logan/Wolverine si è ritirato a vivere come un selvaggio fra le montagne canadesi. Viene convinto a tornare in azione dalla giovane Yukio, che lo conduce con sé fino in Giappone per dire addio a Yashida, vecchia conoscenza di Logan sin dai tempi della seconda guerra mondiale (gli salvò la vita durante il bombardamento di Nagasaki) e malato terminale. Yashida, divenuto un potente industriale, si offre di donare a Wolverine l'unica cosa che potrebbe renderlo uguale a tutti gli altri esseri umani: la capacità di invecchiare e di morire. Il secondo film "a solo" del mutante con gli artigli dopo quello delle sue origini si rifà al celebre ciclo di storie "giapponesi" di Chris Claremont (e Frank Miller), portando sulla scena personaggi come Mariko e Shingen Yashida, e nemici come Viper e il Silver Samurai. L'ambientazione nipponica dona alla pellicola un mood particolare e diverso da quelle precedenti, ma non può risollevare più di tanto una trama che si sviluppa senza alcun guizzo, costruita sull'unica idea di mettere il protagonista in difficoltà perché temporaneamente privato dei suoi poteri di guarigione (e nel finale perde anche i suoi artigli di adamantio). Ben sviluppata invece la love story di Logan con Mariko (impagabile la scena in cui i due, in fuga dalla yakuza, sono costretti a rifugiarsi in un "love hotel") e interessanti alcune sequenze d'azione, come il duello sul tetto del treno-proiettile. Buono anche il cast di contorno, in particolare sul versante femminile, che vede la bella Tao Okamoto nei panni di Mariko, Rila Fukushima in quelli di Yukio (per entrambe si tratta praticamente del debutto sullo schermo) e Svetlana Khodchenkova in quelli della perfida Viper, mentre Famke Janssen riprende il suo ruolo di Jean Grey nei sogni di Logan. Hiroyuki Sanada ("The twilight samurai") è Shingen, il malvagio padre di Mariko. Nella scena durante i titoli di coda, il professor Xavier e Magneto mettono in guardia Wolverine dal possibile arrivo delle Sentinelle (un teaser per l'imminente "X-Men: Giorni di un futuro passato").

31 gennaio 2014

The killer (John Woo, 1989)

The killer (Diexue shuangxiong)
di John Woo – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Danny Lee
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre sta portando a termine un contratto, il killer Ah Jong (chiamato Jeffrey nella versione internazionale e interpretato dal solito, carismatico Chow Yun-fat, l'attore feticcio di Woo) ferisce involontariamente agli occhi una cantante (Sally Yeh), che perde la vista. Roso dai sensi di colpa, medita di abbandonare la professione: non prima però di accettare un ultimo incarico per procurarsi il denaro necessario a un delicato trapianto di cornee per la ragazza, che nel frattempo ha cominciato a frequentare (tenendole nascosta la propria identità). Ma il gangster della triade che gli ha commissionato il lavoro, anziché consegnargli il denaro pattuito, intende farlo eliminare. E nel frattempo sulle sue tracce si mette il giovane detective Li Ying (o Danny, interpretato da Danny Lee), dai modi spicci e non proprio benvoluto dai suoi superiori. Fra il sicario e il poliziotto (che si chiamano a vicenda con i soprannomi "Topolino" e "Dumbo") nasce un'insolita amicizia, essendo entrambi in lotta contro un sistema che, a differenza loro, non rispetta i codici d'onore. Dopo il successo dei primi due "A Better Tomorrow" e la rottura con il produttore Tsui Hark, John Woo si rimette in gioco scrivendo e dirigendo quello che diverrà il più celebre e rappresentativo fra i capolavori da lui realizzati a Hong Kong. Più che un semplice action movie, è un noir melodrammatico, tragico e struggente, sui temi a lui cari dell'eroismo e dell'amicizia virile: elementi che – sostenuti anche da uno stile ormai maturo e folgorante, tanto nelle sequenze d'azione quanto in quelle più riflessive – lo sollevano al di sopra di un soggetto, tutto sommato, di maniera. Se in patria non riuscì a replicare la fortuna dei due film precedenti, fu invece notato subito in occidente, dove verrà idolatrato da registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese e Luc Besson, che ne faranno una delle loro fonti di ispirazione, e spianerà la strada di Woo verso una carriera hollywoodiana non proprio felice.

Debitore di classici come "Frank Costello faccia d'angelo" di Jean-Pierre Melville e "Mean Streets" dello stesso Scorsese (ma anche di tanti western, come "Duello al sole" di King Vidor – di cui evoca la sequenza finale, quella in cui i due protagonisti strisciano a terra l'uno verso l'altro – o i lavori di Sam Peckinpah e Sergio Leone), il film ha comunque una sua identità ben precisa, tanto dal punto di vista formale (la fotografia espressionista di Peter Pau, che colora gli ambienti di rosso o di altre tinte; i ralenti che mettono in risalto la fisicità o i sentimenti dei protagonisti, nonché la tensione dei momenti che precedono le scene d'azione; le celebri sparatorie, violentissime, interminabili e impeccabilmente coreografate, ma anche dotate di un senso del ritmo, di una concretezza e di una fisicità tali che lo spettatore "percepisce" quasi in prima persona il peso di ognuna delle innumerevoli pallottole che vengono scaricate; le scenografie, insolite per un film d'ambientazione urbana hongkoghese, come la chiesa in restauro dove si rifugia Jeffrey, dalle sale piene di candele e colombe bianche che diventeranno da qui in poi elementi iconici della filmografia del regista; e pure la colonna sonora al vibrafono di Lowell Lo) quanto da quello dei contenuti (l'eroismo, l'amicizia, la sensibilità, il rispetto delle regole, la colpa e la redenzione, in contrasto con il tradimento, la viltà, la rinuncia: sono questi, e non la semplice divisione fra bene e male, i paletti fra i quali si muovono i tormentati personaggi di Woo). D'altronde, è nella stessa natura del genere "Heroic bloodshed" quello di essere caratterizzato da storie di gangster e poliziotti impegnati in sparatorie all'ultimo sangue e vincolati da amicizie trasversali, generate più da codici d'onore che dai propri ruoli sociali. Da sottolineare lo scambio di sguardi fra Jeffrey e Jenny al momento dell'ingresso del killer nel locale, che prelude non solo al loro futuro rapporto ma anticipa il tema della perdita della vista. Jeffrey e Danny, invece, si terranno sotto tiro numerose volte in un mexican standoff la cui simmetria è messa in risalto con un montaggio di campi e controcampi che colloca i due in posizioni esattamente sovrapponibili nelle rispettive inquadrature. Il titolo originale significa "Due proiettili eroici". Sally Yeh intona anche la bella title song. Fra i comprimari, Shing Fui-on è il cattivo boss della triade, Kenneth Tsang (il tassista in ABT) è il compagno poliziotto di Danny, Paul Chu Kong è il collega-amico di Jeffrey che si sacrifica per lui.

29 gennaio 2014

The wolf of Wall Street (M. Scorsese, 2013)

The Wolf of Wall Street (id.)
di Martin Scorsese – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'ascesa e la caduta di Jordan Belfort, broker indipendente e senza scrupoli che negli anni novanta si arricchì a dismisura vendendo agli investitori le azioni di società-spazzatura (le cosiddette "penny stock") attraverso una struttura truffaldina creata ad hoc, la Stratton Oakmont. Definito dalla rivista "Forbes" come "il lupo di Wall Street", il suo unico motto era "togli i soldi dalle tasche del tuo cliente e mettili nelle tue", e la sua vita si svolgeva all'insegna di feste scatenate a base di sesso, droga ed eccessi di ogni tipo. E proprio come i party dei personaggi sullo schermo (fuori da ogni regola tanto nella vita privata quanto sul luogo di lavoro), anche questa pellicola sulla distorsione del mito americano della ricchezza e del successo è strabordante, sfacciata e irriverente, oltre ad avere molto in comune con alcuni lavori precedenti di Scorsese: come in "The Aviator", racconta la vita di un personaggio unico e carismatico, che costruisce un impero dal nulla; come in "Casinò", descrive il "dietro le quinte" di un complesso meccanismo per produrre soldi a scapito dei gonzi (scegliendo di non mostrare mai, invece, quello che c'è dall'altro lato del telefono, ovvero i risparmiatori o gli investitori truffati); come in "Quei bravi ragazzi", infine, mette al centro della narrazione un'organizzazione criminale i cui componenti sono legati da vincoli di amicizia e fedeltà (soltanto alla fine, costretto dalle circostanze, Jordan sceglierà di collaborare con l'FBI per smantellare la stessa struttura che aveva creato, e finirà per "riciclarsi" come speaker motivazionale per insegnare come si vende qualsiasi cosa). Anche l'ottimo DiCaprio (sarà la volta buona per l'Oscar?) torna a riproporre un personaggio bigger-than-life come aveva già fatto in passato (il citato "The Aviator", "Il grande Gatsby"): in effetti fu proprio DiCaprio a insistere perché la Warner si accaparrasse i diritti delle memorie di Belfort (vincendo la "concorrenza" di Brad Pitt e della Paramount). Se la sceneggiatura di Terence Winter si limita ad accatastare e mostrare sullo schermo gli eccessi dei personaggi, senza approfondirne le cause o scavare nel loro malessere come invece faceva per esempio (e a modo suo) "Spring breakers", il buon Scorsese si mette al servizio della storia e del suo interprete aggiungendo qualche tocco qua e là da grande regista (sono numerose le scene che restano impresse, da quella in cui Donnie, il collega-amico del protagonista interpretato da un grande Jonah Hill – da notare che tutti i nomi di persone reali, a parte quello di Belfort, sono stati cambiati – si mangia il pesciolino di un malcapitato impiegato, a tutta la sequenza – in un certo senso metaforica – in cui Jordan, "imbambolato" da una dose massiccia di metaqualone, striscia a terra verso la sua Lamborghini bianca). Nel resto del cast si segnalano Matthew McConaughey come il primo boss di Belfort, colui che lo introduce allo stile di vita "senza freni" dei broker di New York; Margot Robbie è la bionda moglie Naomi, il regista Rob Reiner è il padre-consigliere, Kyle Chandler è l'agente dell'FBI, Jon Favreau è l'avvocato Riskin (ispirato a Ira Sorkin, l'avvocato di Bernard Madoff) e Jean Dujardin (già protagonista di "The Artist") è il banchiere svizzero. Una curiosità: secondo chi si è premurato di contarle (ed escludendo i film pornografici nonché un documentario su questo preciso argomento), "The wolf of Wall Street" è il film con il maggior numero di volte in cui viene usata la parola "fuck" nella storia del cinema (569), battendo il precedente primatista, "Summer of Sam" di Spike Lee, che si era fermato a 435.

27 gennaio 2014

L'uomo del banco dei pegni (S. Lumet, 1964)

L'uomo del banco dei pegni (The pawnbroker)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Rod Steiger, Jaime Sánchez
***

Visto in divx.

Sol Nazerman (un monumentale Rod Steiger), professore universitario ebreo di origine tedesca, sopravvissuto all'Olocausto e ad Auschwitz, gestisce ora uno scalcinato banco dei pegni nel quartiere newyorkese di Harlem. Le esperienze passate lo hanno reso misantropo e impermeabile alle emozioni: svolge il suo lavoro in maniera fredda e spenta, anestetizzato e privo di qualsivoglia empatia nei confronti di coloro che lo circondano: i poveracci che si affidano al suo negozio, i gangster che lo sfruttano per riciclare denaro, una donna che cerca di scuoterlo dal suo torpore, il giovane apprendista portoricano che vuole imparare il mestiere per tagliare i ponti con i delinquenti che un tempo frequentava. Forse sente la "colpa di essere vivo", come lo accusa il genitore di un suo compagno che invece nei lager è morto; forse ha perduto ogni fede in Dio e ogni rispetto per l'umanità, come rivela al suo apprendista; o forse ha semplicemente deciso di "liberarsi di ogni emozione" nella speranza di rimuovere così anche i ricordi della perdita della sua famiglia. Ricordi che però, con rapidissimi flashback (notevole il montaggio), cominciano a tornargli davanti agli occhi sempre più di frequente, scuotendo la sua corazza e mandandolo in crisi. Primo film americano a trattare il tema dell'Olocausto dal punto di vista di un sopravvissuto e soprattutto il trauma successivo a quegli eventi (nonché, curiosità di costume, primo film hollywoodiano contenente scene di nudo – le tette della prostituta – a essere approvato sotto il regime del codice Hays), racconta la tragedia di un uomo prima ancora che quella di un popolo (di cui quasi tutti gli altri personaggi sono all'oscuro o non conoscono i dettagli: non sono pochi coloro che chiedono con curiosità al protagonista cosa significhi il numero che ha tatuato sul braccio). Lo stile (soprattutto riguardo ai flashback) è evidentemente debitore della Nouvelle Vague francese, tanto da essere stato paragonato ad alcuni lavori di Alain Resnais ("Hiroshima mon amour", "Notte e nebbia"), anche se l'uso degli ambienti (dal negozio in cui Nazerman ha scelto di "seppellirsi", perennemente immerso nell'ombra e chiuso da grate come quelle di una prigione, alle strade e ai ponti di uno dei quartieri più malfamati della città), resi ancora più grigi ed opprimenti dalla fotografia in bianco e nero, è invece tipicamente americano. Brock Peters è il gangster con cui Sol è in affari, mentre – non accreditato – Morgan Freeman fa la sua prima (piccola) apparizione sullo schermo.

25 gennaio 2014

Il toro (Carlo Mazzacurati, 1994)

Il toro
di Carlo Mazzacurati – Italia 1994
con Diego Abatantuono, Roberto Citran
***

Visto in divx.

Licenziato dalla cooperativa zootecnica dove aveva lavorato negli ultimi anni, Franco (Diego Abatantuono) decide di rifarsi "rubando" Corinto, il toro da monta più prezioso dell'allevamento, con l'intenzione di portarlo clandestinamente oltre confine per venderlo a un'azienda ungherese. In compagnia dell'amico Loris (Roberto Citran), intraprende così un lungo e difficile viaggio attraverso l'Europa: dal nord-est italiano in crisi economica, fra precariato, licenziamenti e malessere diffuso, ai paesi dell'ex Jugoslavia, colmi di profughi di guerra fuggiti dai conflitti nei Balcani, fino a un'Ungheria in preda a un forte cambiamento e alle dinamiche del post-comunismo, fra rese dei conti e l'avvento della globalizzazione (le imprese, un tempo statali, vengono privatizzate e vendute agli stranieri). Premiato con il Leone d'Argento per la regia al Festival di Venezia, è uno dei film più noti e ispirati di Carlo Mazzacurati, regista scomparso da poco. Se lo sfondo sociale anticipa parecchi temi che al cinema verranno sempre più frequentati negli anni successivi, il meccanismo del road movie consente al regista di mostrare con efficacia le vicende personali dei due protagonisti, la loro amicizia messa alla prova dalle avversità, e la forte presenza – simbolica e metaforica – del gigantesco e silenzioso toro nero, dagli occhi mansueti ed espressivi, anche lui "lavoratore" sfruttato (come Franco e Loris) da un meccanismo produttivo che pare non avere mai il tempo di fermarsi e di riflettere su sé stesso. Tempo e riflessione che invece i due protagonisti troveranno fra i campi innevati dell'Ungheria (assai evocative le scene delle mandrie di bovini sotto la neve) e forse in una chiesetta isolata, dove una preghiera – come in una favola – riuscirà ad evocare un lieto fine inatteso e insperato. Ottime e intense le interpretazioni di Abatantuono e Citran (la coppia perfetta: estroverso il primo, introverso il secondo), piccole parti per Alberto Lattuada (il proprietario dell'allevamento), Marco Paolini (il lavoratore licenziato), Marco Messeri (il "trafficone") e Ugo Conti, mentre Gera Zoltan è Sandor, l'ex direttore della fattoria ungherese, e Mirta Zecevic è Maria, la contadina slava. Sui titoli di coda c'è la canzone "Naviganti" di Ivano Fossati. Nota: forse non è un caso che, nella mitologia greca (il nome "Corinto" è quasi un segnale), la storia di Europa – il personaggio da cui prende nome il nostro continente – è legata proprio alla presenza di un toro.

22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

20 gennaio 2014

Orizzonte perduto (Frank Capra, 1937)

Orizzonte perduto (Lost horizon)
di Frank Capra – USA 1937
con Ronald Colman, Jane Wyatt
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935, mentre il mondo comincia a essere sconvolto da venti di guerra, il diplomatico britannico Robert Conway (Ronald Colman) fugge dalla Cina in rivolta a bordo di un aereo. Il velivolo, su cui si trovano anche il fratello di Conway, George (John Howard), un paleontologo (Edward Everett Horton), un uomo d'affari ricercato per bancarotta fraudolenta (Thomas Mitchell) e una cinica americana, malata terminale (Isabel Jewell), si schianta però fra le montagne, in una regione inesplorata dell'Himalaya. I passeggeri, sopravvissuti all'impatto, scoprono che fra le vette innevate si nasconde una vallata calda e fertile, Shangri-La, i cui abitanti hanno dato vita a una vera e propria utopia: non esistono guerre o conflitti di nessun tipo, né tantomeno crimini, denaro o persino malattie (la durata della vita è prolungata, in una sorta di eterna giovinezza), e l'idilliaca esistenza si dipana all'insegna della moderazione, del baratto e della serenità. Il pacifista Conway si trova perfettamente a suo agio in un luogo del genere (e si innamora anche di una ragazza del posto), così come pian piano fanno i suoi compagni; tutti tranne George, più pragmatico e realista, che invece non vede l'ora di tornare in patria... Film epico ed epocale, tratto da un romanzo di James Hilton, è forse il più ambizioso (e costoso) lungometraggio della carriera di Frank Capra, una pellicola che dietro l'appartenenza al genere avventuroso non si sforza di nascondere i suoi intenti idealisti, con il risultato che il film si focalizza troppo sui temi e poco sulla storia o i personaggi (la cui caratterizzazione è fin troppo semplice e monodimensionale). Inoltre, proprio una delle cose più belle, i set così ricchi e sontuosi (i palazzi di Shangri-La, in stile art decò, sono moderni e opulenti, e valsero allo scenografo Stephen Gosson un meritato premio Oscar), stonano un po' con il messaggio che predica uno stile di vita "semplice e moderato". Commovente però il finale, con il faticoso ritorno di Conway al suo "paradiso perduto" e ritrovato.

La lavorazione fu lunga e problematica: pare che Capra volesse girare a colori, ma fu costretto a scegliere il bianco e nero perché le immagini di repertorio dell'Himalaya a sua disposizione erano tutte in monocromia. Avendo sforato il già cospicuo budget previsto (per non parlare del tempo per le riprese), il film causò una mezza crisi finanziaria alla Columbia Pictures e incrinò i rapporti fra il regista e il produttore Harry Cohn, nonché quelli con lo sceneggiatore Robert Riskin (che aveva collaborato con Capra in gran parte dei suoi lungometraggi precedenti). La versione completa durava circa sei ore, e inizialmente si pensò di distribuirla al cinema divisa in due parti; in seguito, però, Capra la ridusse a tre ore e mezza, rigirando anche alcune scene, e in previsione dell'uscita Cohn la tagliò ulteriormente fino a due ore e dodici minuti. Lo scarso successo al box office spinse poi i produttori ad eliminare altri quattrodici minuti di girato: pesantemente rimaneggiato, il film è oggi disponibile in DVD in una versione restaurata dove però alcune parti (ormai perdute) sono presentate sotto forma di fotogrammi fissi, essendo stato recuperato solo l'audio. Colman, protagonista indiscusso, è attorniato da una serie di caratteristi (Horton, Mitchell...) che fanno del loro meglio per dare una qualche personalità a personaggi decisamente sacrificati e poco sviluppati. Nel resto del cast, anche Sam Jaffe (il "grande saggio", in originale "High Lama"), Jane Wyatt (la donna di cui Robert si innamora), Margo (la "russa" Maria) e H.B. Warner (il vecchio Chang). Da notare che al film (e al libro di Hilton) si sono ispirati diversi autori disneyani, in particolare Carl Barks (la memorabile "Zio Paperone e la dollarallergia"), Romano Scarpa ("Topolino nel favoloso regno di Shan-Grillà") e Rodolfo Cimino (specializzatosi proprio in storie sul tema della vallata sperduta dove una popolazione vive in armonia, lontana dalle guerre e dai conflitti del "mondo civile", peraltro ricorrente nella narrativa e nei fumetti d'avventura della prima metà del ventesimo secolo).

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

12 gennaio 2014

Giunone e il pavone (A. Hitchcock, 1930)

Giunone e il pavone (Juno and the Paycock)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Edward Chapman, Sara Allgood
**

Visto in divx.

Il "capitano" Boyle, scansafatiche ed ubriacone che in realtà non ha mai visto il mare ed è refrattario a ogni tentativo di cercare lavoro, vive con la famiglia in un modesto appartamento di Dublino (siamo nell'Irlanda scossa dalla guerra civile per l'indipendenza) e trascorre le sue giornate a battibeccare con la moglie Juno, a bighellonare con il compagno di bevute "Joxer" Daly e a pavoneggiarsi delle imprese passate. Nonostante la sua mancanza di iniziativa e le difficoltà economiche, le cose sembrano mettersi bene per la famiglia quando il giovane avvocato Bentham, fidanzato della figlia Mary, annuncia che è in arrivo per loro una cospicua eredità da parte di un lontano cugino. I Boyle si montano la testa e cominciano a far spese senza pensare alle conseguenze: scopriranno più tardi, però, che l'eredità non esiste. E non è tutto: Bentham ha messo incinta Mary ed è fuggito, mentre l'altro figlio Johnny viene accusato dai partigiani irlandesi di essere una spia. Tratto da un popolare dramma teatrale di Sean O'Casey, il secondo film sonoro di Hitchcock (il primo a nascere come tale, visto che "Ricatto" fu sonorizzato quando la lavorazione era già iniziata) affronta temi sociali, sfiora argomenti come la politica, la morale e la religione, ed è ambientato interamente – con pochissime eccezioni, fra cui la scena iniziale al pub – fra le quattro mura del piccolo appartamento dove vivono i Boyle. La mano del regista si vede ben poco, e sir Alfred non si concede praticamente nessun vezzo d'autore (da segnalare giusto alcuni long shot, come il prolungato piano sequenza sul volto del figlio Johnny mentre è in corso il funerale dell'uomo che ha tradito), mentre il flusso dei dialoghi procede senza un attimo di pausa: è un film assai "parlato", che peraltro ondeggia – fra un "atto" e l'altro – da commedia a tragedia, mostrando scenette di vita famigliare degne di una strip comica che culminano in un climax fin troppo melodrammatico, e perdendo forse per strada qualcuno dei tanti fili intrecciati. La Allgood vestiva i panni della saggia matrona Juno (che si contrappone alla stupidità del marito, come in una fiaba di Esopo) anche nella versione teatrale. Da segnalare, in positivo, la prova di diversi interpreti, da John Laurie nei panni del tormentato Johnny a Sidney Morgan in quelli del caratterista "Joxer".

10 gennaio 2014

A spasso con Daisy (B. Beresford, 1989)

A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy)
di Bruce Beresford – USA 1989
con Morgan Freeman, Jessica Tandy
*

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Georgia degli anni cinquanta, l'anziana e ricca vedova ebrea Daisy Werthan (Jessica Tandy), maestra in pensione impossibilitata a guidare, è costretta dal figlio (Dan Aykroyd) ad assumere uno chauffer, il nero ed analfabeta Hoke Coburn (Morgan Freeman). Questi ha il compito di portarla in giro: in sinagoga, dai parenti, a fare la spesa, ecc. Inizialmente ostile all'idea, con il passare del tempo la testarda Miss Daisy inizia ad abituarcisi e a stringere amicizia con l'uomo, nonostante le differenze di razza e di ceto sociale. E il loro rapporto, che si snoda per un arco di venticinque anni, si intreccia con l'evolversi della società nel profondo sud dell'America. Tratta da una pièce di Broadway, una delle pellicole più insulse e meno meritevoli fra tutte quelle che hanno mai vinto l'Oscar per il miglior film, che attraverso due personaggi dall'evoluzione quasi inesistente vorrebbe affrontare – ma di fatto le sfiora soltanto, con un trattamento all'acqua di rose – questioni sociali come il razzismo e l'integrazione, limitandosi giusto a citare una volta Martin Luther King. La regia è anonima, la ricostruzione storica è assai mediocre (lo scorrere degli anni si intravede a malapena), la colonna sonora di Hans Zimmer è ricattatoria, ma il difetto principale della pellicola è il ritmo piatto e noioso: la struttura episodica non si concede mai un climax o un picco, e l'andamento uniforme e sempre uguale mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Nota di demerito per lo "sbarazzino" titolo italiano, che – chissà perché – elimina il "Miss" dal nome di Daisy (fino alla fine, invece, Hoke si rivolge a lei con deferenza).

8 gennaio 2014

Cars 2 (John Lasseter, 2011)

Cars 2 (id.)
di John Lasseter [e Brad Lewis] – USA 2011
animazione digitale
**

Visto in TV.

Forse le idee cominciano a scarseggiare, o forse anche alla Pixar (ormai legata a doppio filo alla Disney) hanno scoperto che buoni personaggi e buone ambientazioni possono essere sfruttate per più di un film, dando ufficialmente vita a delle franchise. E così, dopo quello che a lungo era rimasto come un caso isolato ("Toy Story 2"), ecco che Lasseter e soci hanno iniziato a offrire al pubblico sequel (e prequel) dei loro titoli più popolari: si comincia con "Cars 2", che sarà poi seguito da "Toy Story 3", da "Monster University" e dall'imminente "Alla ricerca di Dory". Questa volta il protagonista non è Saetta McQueen, auto da corsa impegnata in una sfida di velocità con il rivale italiano Francesco Bernoulli, bensì il suo scalcinato amico Carl Attrezzi, detto "Cricchetto". Quella che era la spalla comica del film precedente si ritrova invischiata in una vicenda di spionaggio internazionale, affiancando una coppia di agenti segreti inglesi che indagano su misteriosi sabotaggi ai danni delle automobili da corsa che usano carburanti alternativi. Le prime sequenze della pellicola, che mostrano la spia Finn McMissile in azione (in puro stile James Bond), lasciano pensare che si tratti di una parodia, e che magari stiamo osservando un "film nel film" guardato dai nostri eroi, un po' come l'incipit di "Toy Story 2" si rivelava un videogioco. Invece è tutto "vero", e la sceneggiatura porterà Saetta, Cricchetto e gli altri amici in giro per il mondo, con McQueen impegnato su circuiti di diverse città (Tokyo, l'italiana Portocorse – un incrocio fra Portofino e Montecarlo! – e Londra) mentre il carro attrezzi è al centro dell'intricata trama principale. Il divertimento non manca, gli stereotipi internazionali "rivisitati" in chiame automobilistica pure (i cliché su giapponesi, francesi, italiani e inglesi si sprecano: a Tokyo ci sono lottatori di sumo, sushi e wasabi, macchinette distributrici e water tecnologici; a Parigi, mimi, baguette e torri Eiffel; in Italia, piazze con monumenti, famiglie numerose, rubacuori e cibo buono; a Londra, Big Ben, la guida sul lato sbagliato della strada, Bobbies e guardie reali), così come le strizzatine d'occhio (chi è appassionato di automobili si divertirà certamente a riconoscere marche e modelli esistenti, ciascuno associato a un personaggio adeguato: dalle utilitarie giapponesi alle vetture da corsa o da rally, dalla vecchie Topolino alle raffinate auto del controspionaggio inglese, dal Papa – con tanto di Papamobile – alla regina Elisabetta, per finire con i mafiosi che ovviamente sono vecchi "catorci", pieni di malanni e spesso d'oltrecortina), la morale è ovviamente presente (l'elogio dell'amicizia, del coraggio, dell'essere sé stessi, ecc.), quello che forse manca è una seconda chiave di lettura. Solo entertainment, dunque, sia pure ai massimi livelli tecnici (che non è poco). In ogni caso, è stato il primo film Pixar non baciato dalla fortuna critica.

6 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 2 (David Yates, 2011)

Harry Potter e i doni della morte - parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 2)
di David Yates – USA/GB 2011
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**

Visto in divx.

L'ottavo e ultimo film di Harry Potter, seconda parte della vicenda raccontata nel settimo volume della saga di J.K. Rowling, presenta il tanto atteso scontro finale fra il protagonista e la sua nemesi, Lord Voldemort. La battaglia – perché di una vera e propria guerra si tratta, con tanto di caduti anche fra le fila dei buoni (tutti personaggi minori, non preoccupatevi!) – si svolge, come doveva essere, fra le mura della scuola di magia di Hogwarts, luogo che aveva fatto da sfondo quasi esclusivo alle prime sei avventure e che spiccava invece per la sua assenza nel film precedente. In effetti, il tono di quest'ultimo capitolo è distante anni luce da quelli passati: niente lezioni, niente "vita scolastica", niente Quidditch, niente più intrighi e sotterfugi ma uno scontro solenne e risolutivo, in cui tutti i nodi vengono al pettine. Se Yates si conferma un regista di uniforme mediocrità anche nel mettere in scena un finale di tale portata, i pregi del film (comunque migliore della parte 1) stanno nella fedeltà al testo di partenza e nell'aver saputo chiudere con coerenza una trama di largo respiro che la Rowling aveva progettato sin dall'inizio, seminando numerosi indizi nei capitoli precedenti (non sempre colti dai cineasti che ne realizzavano gli adattamenti: a loro parziale discolpa, si ricordi comunque che i film sono stati messi in cantiere quando gli ultimi volumi dovevano ancora essere scritti, e dunque quando i retroscena di alcuni personaggi, anche di primo piano, non erano ancora noti). Se il ruolo dei "doni della morte" nell'economia della storia si rivela marginale (e il mantello dell'invisibilità ce lo siamo scordato?), e molti retroscena sono bellamente omessi (quelli sulla famiglia di Silente, per esempio), fra una scena di battaglia e l'altra si scopre finalmente perché il cattivo era indissolubilmente legato ad Harry, oltre a venire a conoscenza del vero piano del preside e della reale fedeltà del professor Piton. Quest'ultimo, personaggio pivotale e probabilmente il più complesso della serie, è un po' sacrificato sullo schermo rispetto alle pagine dei libri, ma può contare sull'interpretazione di quello che è forse il miglior attore del cast (Alan Rickman): la sua parabola, che sin dal primo capitolo è legata a quella – quasi speculare – di Silente, dona nel complesso profondità all'intera vicenda, che se avesse dovuto appoggiarsi soltanto sulla personalità del protagonista Harry non avrebbe fatto molta strada.

Visto che siamo giunti alla fine, dopo undici anni di film (dal 2001 al 2011), mi pare giusto trarre anche un consuntivo sull'intera saga cinematografica, che nel complesso è stata deludente: i film peggiori sono stati sicuramente il secondo, il sesto e il settimo, mentre i migliori (leggi: gli unici che si stagliano oltre la sufficienza) mi sono parsi il terzo e il quinto. E non a caso: "Il prigioniero di Azkaban" è stato il solo che ha potuto contare su un grande regista (Alfonso Cuarón), mentre "L'ordine della fenice" è stato l'unico non sceneggiato da Steve Kloves, scrittore la cui attività cinematografica consiste essenzialmente solo nell'adattamento di libri... cosa che fa pure male, in maniera piatta e letterale. Apprezzabile l'andamento in crescendo dei toni, da quelli più infantili dei primi capitoli a quelli più cupi degli ultimi (caratteristica riflessa dai libri), peccato che non sempre la caratterizzazione dei personaggi andasse di pari passo. Capitolo attori: scegliere tre bambini di 10-12 anni e sperare che "crescessero bene" nella successiva decade era certo un azzardo, ma sin dal primo film era parso evidente che Radcliffe sarebbe stato il punto debole dell'intera operazione. Meglio la Watson e (mi costa un po' dirlo) un Grint che negli ultimi capitoli è andato in crescendo. Eccezionale invece il cast di supporto, in tutti i sensi (almeno i personaggi adulti: per Draco e gli altri ragazzi, invece, vale lo stesso discorso fatto per i tre protagonisti): Ralph Fiennes, Michael Gambon, David Thewlis, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Maggie Smith e via dicendo, fino al già citato Alan Rickman, erano delle garanzie, per non parlare di quelli apparsi praticamente in un solo episodio (da Kenneth Branagh a Jim Broadbent, da Emma Thompson a Gary Oldman, da Brendan Gleeson a Imelda Staunton). Bene, è finita: ciao Harry, la tua versione cinematografica non mi mancherà.

4 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 1 (David Yates, 2010)

Harry Potter e i doni della morte - parte 1 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 1)
di David Yates – USA/GB 2010
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto in divx.

Quando è stato annunciato che l'ultimo capitolo delle avventure di Harry Potter sarebbe stato diviso in due parti, tutti avevano già capito che si trattava soltanto di una mossa commerciale, un modo per incassare due volte il prezzo del biglietto. Giunti ormai alle battute conclusive della saga (sin dall'inizio prevista in sette volumi dalla sua autrice J.K. Rowling), era ovvio che la Warner Bros. avrebbe cercato di spremerla fino all'ultima goccia, forte del fatto che basta mandare in sala un film con il nome "Harry Potter" nel titolo per riscuotere incassi elevati a prescindere dalla qualità del film stesso (come dimostrato dalle pellicole precedenti). Per di più, il settimo e conclusivo volume era anche il meno indicato per un'operazione di questo tipo, visto che per gran parte di esso – e soprattutto nella prima parte – non succede essenzialmente nulla. Come risultato abbiamo un film fatto di tempi morti e di ritmi rilassati, il che paradossalmente non è nemmeno un male, visto che per una volta (accadeva in parte anche nel sesto film, a essere onesti) c'è spazio e tempo per tratteggiare meglio i personaggi senza lasciarsi sopraffare da scenografie ed effetti speciali. Peccato solo che da un regista come Yates e da tre attori come i nostri ex bambini (impressionante soprattutto la piattezza di Radcliffe: ora che è cresciuto lo possiamo dire) non si possa pretendere nulla di particolarmente profondo. Primo film della saga non ambientato nella scuola di Hogwarts, primo quasi senza effetti speciali (avevo definito il sesto capitolo come quello meno "magico" di tutti, ma questo lo supera di gran lunga), con una sceneggiatura che mostra per quasi tutto il tempo gli ormai diciassettenni Harry, Ron ed Hermione vagare per la Gran Bretagna, alloggiando in tenda fra boschi e brughiere, alla ricerca degli Horcrux (i sette manufatti in cui il cattivo Voldemort ha nascosti i frammenti della propria anima), in un'atmosfera di accerchiamento e paranoia (il nemico si è impadronito del potere, ha preso il controllo di Hogwarts e ha piazzato i suoi seguaci persino al Ministero della Magia), senza poter contare più su nessuno (il preside Silente – del quale peraltro si cominciano a intravedere i lati oscuri – è morto, come ci viene ricordato in continuazione; gli altri alleati sono perseguitati o resi impotenti), i ragazzi devono fare tutto da soli... e non è che facciano molto, a essere sinceri, in una pellicola che consiste essenzialmente nel "prendere tempo" in attesa del film conclusivo (e che, nonostante questo, risulta quasi incomprensibile per i "non adepti" per il modo in cui sono snocciolati nomi ed eventi del passato). Dal piattume generale ci si risolleva un po' nel finale, quando vengono finalmente introdotti (con una bella sequenza animata) i "doni della morte" che danno il titolo all'episodio e che si riveleranno fondamentali nel seguito. Insomma, l'impressione è che si sia trattato solo di un inutile antipasto in attesa della portata principale. Persino la Warner Bros. deve averla pensata in questo modo, visto che il film era stato annunciato in 3D (sarebbe stata una novità per la serie) ma poi è uscito nelle sale in sole due dimensioni, rimandando il 3D alla parte 2, girata contemporaneamente a questa e uscita pochi mesi dopo. Fra le new entry di prestigio da segnalare (anche se appaiono solo in una manciata di scene) Bill Nighy nei panni del ministro Rufus Scrimgeour, Rade Šerbedžija in quelli di Gregorovitch, e Rhys Ifans in quelli di Xenophilius Lovegood (il padre di Luna).

3 gennaio 2014

Ragazze vincenti (Penny Marshall, 1992)

Ragazze vincenti (A league of their own)
di Penny Marshall – USA 1992
con Geena Davis, Tom Hanks
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1943, con i giocatori professionisti impegnati al fronte durante la seconda guerra mondiale, la federazione americana di baseball decise di organizzare un campionato tutto al femminile per riempire gli stadi e tenere desta l'attenzione del pubblico. Il film ne racconta i retroscenza focalizzandosi su una delle squadre, le Rockford Peaches, guidate in panchina da Jimmy Dugan (Tom Hanks, in una delle sue migliori interpretazioni), ex campione costretto al ritiro da un infortunio al ginocchio, alcolizzato e inizialmente scettico sulla qualità del gioco delle ragazze. Ma queste, a partire dalla stella Dottie Keller (Geena Davis), saranno capaci di sorprenderlo, aiutando al tempo stesso anche lui a risalire la china. Semplice ed efficace nel mettere in scena le dinamiche interne al gruppo (su tutte, l'amicizia-rivalità fra Dottie e la sorella Kit, interpretata da Lori Petty, che sceglierà di giocare per una squadra avversaria) e buono nella ricostruzione storico-ambientale, il film è però scolastico nella regia, soffre per una debole caratterizzazione dei personaggi (monodimensionale in alcuni casi, inesistente in altri) ed è condito dalla consueta retorica dei film sportivi (appena attenuata dal fatto che si tratta di una storia vera: più che la vittoria a tutti i costi – vedi il finale – le ragazze cercano lo spirito di gruppo, la solidarietà e l'auto-affermazione). Finale nostalgico ambientato negli anni novanta, in cui le protagoniste invecchiate presenziano all'apertura della sezione dell'Hall of Fame a loro dedicata. Nel cast anche Bill Pullman (il marito di Dottie) e, fra le giocatrici, Madonna.

1 gennaio 2014

Philomena (Stephen Frears, 2013)

Philomena (id.)
di Stephen Frears – GB 2013
con Steve Coogan, Judi Dench
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Cresciuta in un orfanotrofio irlandese, la giovane Philomena fu costretta a separarsi da suo figlio poco dopo la sua nascita, quando il bimbo venne "venduto" dalle suore – a sua insaputa e senza il suo consenso – a una coppia benestante in cerca di adozione. Soltanto cinquant'anni dopo, con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith, la donna partirà per l'America nella speranza di ritrovarlo. Tratto da una storia vera (è liberamente ispirato al libro-reportage scritto da Sixsmith), un film "a tesi" che il regista ha voluto rendere più "gradevole" oscillando di continuo fra la denuncia delle condizioni in cui vivevano le ragazze – di fatto segregate – nei conventi cattolici dell'Irlanda del dopoguerra (celebre il caso "Magdalene", peraltro citato di sfuggita) e i toni da commedia leggera on the road con cui si descrive il viaggio di Philomena e Martin a Washington. L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. E anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore. Vero punto di forza del film sono invece i due interpreti, il brillante Steve Coogan (anche co-sceneggiatore e produttore) e l'intensa Judi Dench.

26 dicembre 2013

Regalo di Natale (Pupi Avati, 1986)

Regalo di Natale
di Pupi Avati – Italia 1986
con Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono
***1/2

Visto in TV, con Marisa.

A Bologna, nella notte di Natale, quattro amici di lunga data (Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman) si ritrovano dopo parecchi anni per giocare a poker in una lussuosa villa fuori città. L'intenzione è quella di spennare un "pollo" di passaggio, un bizzarro e ricco industriale dai modi eccentrici (lo straordinario Carlo Delle Piane, premiato a Venezia come miglior attore): ma non tutto è come sembra, e nel corso della nottata verranno alla luce vecchi rancori e nuovi retroscena. Uno dei film più celebri e belli di Avati, che innesta sul tema dell'amicizia – costante di gran parte del cinema italiano – una riflessione amara e malinconica sul fallimento, la solitudine e la discontinuità fra passato e presente, per non parlare dell'abile costruzione della suspense legata alla partita a poker: la posta si alza vertiginosamente man mano che il gioco procede, fino al punto di non ritorno, con tanto di colpo di scena finale. Se la sceneggiatura asciutta e precisa (dello stesso Avati) è efficace nello scavare a fondo nei personaggi (Franco è il proprietario di un cinema di Milano, l'unico del gruppo che ha fatto fortuna; Ugo è un conduttore di scalcinate televendite su una tv locale; Lele è un giornalista e critico cinematografico fallito, con una passione per John Ford; Stefano è il gestore di una palestra gay), attraverso l'unità di tempo e d'azione (a parte i brevi incipit che presentano i personaggi e alcuni flashback che illustrano le ragioni della rivalità tra Franco e Ugo – per colpa di una donna, ovviamente, interpretata da Kirstina Sevieri – quasi tutta la pellicola è ambientata al tavolo da gioco) riesce a mescolare abilmente commedia e dramma. Fu grazie a questo film che Abatantuono cominciò ad abbandonare lo stereotipo del "terrunciello" e a farsi apprezzare anche come attore drammatico. Musiche di Riz Ortolani. Con un seguito nel 2004, "La rivincita di Natale".

24 dicembre 2013

The family man (Brett Ratner, 2000)

The Family Man (id.)
di Brett Ratner – USA 2000
con Nicolas Cage, Téa Leoni
**

Visto in divx, con Sabrina.

Jack Campbell (Nicolas Cage), ricco broker finanziario con un lussuoso appartamento a Wall Street, il lavoro come unica priorità e una donna diversa ogni notte, è convinto di non aver null'altro da chiedere alla vita. Proprio alla vigilia di Natale, per dimostrargli che ha torto, una misteriosa entità (Don Cheadle) gli mostra cosa sarebbe accaduto se tredici anni prima avesse scelto di sposare la sua fidanzata dell'epoca, Kate (Téa Leoni), anziché volare a Londra per cogliere un'opportunità di carriera: sarebbe diventato un "padre di famiglia", con due bambine, un impiego modesto, una piccola casetta nei sobborghi, ma anche tanta felicità. Fra Dickens ("Canto di Natale") e Frank Capra ("La vita è meravigliosa"), una commedia romantica-natalizia-fantastica a sfondo morale. I temi sono quelli soliti: le scelte che facciamo ci cambiano, la famiglia è la cosa più importante e la ricchezza è incompatibile con la felicità (un concetto, quest'ultimo, ipocritamente onnipresente nel cinema americano mainstream, dove peraltro sembra che ogni cosa ruoti intorno al denaro). Bravo Cage (che all'inizio canta "La donna è mobile") e il resto del cast (che graziosa la bambina!), ma tutto è assai schematico e prevedibile, anche se il finale è quello giusto.

23 dicembre 2013

Frozen (C. Buck, J. Lee, 2013)

Frozen - Il regno di ghiaccio (Frozen)
di Chris Buck, Jennifer Lee – USA 2013
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Elsa, principessa del regno di Arundell, ha il magico potere di generare e controllare ghiaccio e neve. Nel timore che possa fare involontariamente del male alla sorellina Anna o ad altre persone, i genitori le impongono di non uscire mai dalle sue stanze del castello. Quando è cresciuta, il giorno della sua incoronazione, perde però il controllo dei suoi poteri e ricopre l'intero reame di una coltre di neve, dando il via a un gelido e perenne inverno. Ritenuta una strega malvagia, fugge sulle montagne: spetterà alla sorella minore andarla a cercare e riportare tutto alla normalità. Ispirato alla fiaba "La regina delle nevi" di Andersen, un film che procede sulla strada segnata da "Rapunzel" ("Tangled" in originale: c'è continuità anche nei titoli, con l'uso di un participio passato): versioni moderne e "leggere" delle classiche favole, con protagoniste "super-simpatiche", numerose canzoni (non memorabili in verità, a parte "Let it go", in italiano "All'alba sorgerò"), spalle comiche come nel periodo d'oro dell'animazione disneyana, anche se con meno profondità (non siamo alla Pixar, nonostante John Lasseter figuri come produttore esecutivo) e un utilizzo spinto delle gag fisiche e visive (bisogna pur tenere il passo di DreamWorks, Fox e compagnia!). Non che manchino, dal punto di vista della sceneggiatura, alcune soluzioni di "rottura" rispetto al passato – su tutte, la "regina malvagia" che per una volta è in realtà buona, e la principessa che salva sé stessa (Anna, moribonda, può essere salvata solo da un "atto di puro amore": ma non si tratta del bacio del principe, come tutti credevano, bensì da un'azione che lei stessa deve compiere) – ma per il resto siamo nella routine e nel puro intrattenimento, con la consueta maestria tecnica per quanto riguarda l'animazione. Perfetto per i bambini (ma qualcuno si annoierà comunque), molto meno per gli adulti. Ciò nonostante, enorme il successo di pubblico, tanto che la pellicola ha fatto segnare il record di incassi per un film d'animazione. Non eccezionale il character design, che rende le due protagoniste delle bamboline. E a proposito delle spalle comiche, raramente se n'è vista una così inutile dal punto di vista narrativo come Olaf, il pupazzo di neve: molto meglio l'alce Sven, anche se non parla (o forse proprio per questo). Due premi Oscar (miglior film d'animazione, il primo per la Disney (!) da quando esiste la categoria, e miglior canzone). Un sequel nel 2019.

21 dicembre 2013

Burn after reading (Joel ed Ethan Coen, 2008)

Burn After Reading - A prova di spia (Burn After Reading)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2008
con Frances McDormand, George Clooney
*

Visto in TV.

Un agente della CIA di terz'ordine (John Malkovich), licenziato per alcolismo, decide per vendetta di scrivere le proprie memorie. Ma il CD con le bozze, smarrito negli spogliatoi di una palestra, viene trovato da due impiegati della struttura (Brad Pitt e Frances McDormand), che provano a ricattare l'agente e poi, dopo il suo rifiuto, a vendere le presunte informazioni segrete ai russi. La storia si complica per una serie di tradimenti incrociati: la moglie di Malkovich (Tilda Swinton), per esempio, è amante di un poliziotto (George Clooney) che – fra le sue mille scappatelle – ha anche una relazione con la McDormand. Raccontata con i toni di una farsa che non fa mai ridere, questa presunta satira di costume non è altro che una delle tante scemenze a cui i Coen ci hanno purtroppo da tempo abituati. I due sopravvalutati fratelli si rifanno stavolta al modello di "Fargo", mettendo in scena una serie di personaggi stupidi, traditori ("Tutti vanno a letto con tutti", si commenta a un certo punto), egocentrici e fasulli, uno più deprecabile dell'altro. Nessuno si salva, fra adulteri, alcolizzati, ipocriti, nevrotici, incompetenti, triviali, ossessionati dalla cura del corpo (la McDormand pensa soltanto a procurarsi il denaro necessario ai suoi interventi di chirurgia estetica) o semplici cazzoni (Pitt): ne esce un ritratto di un'America decerebrata, amorale e senza speranza, dove a guidare la vicenda (che non può che finire male) non è nemmeno il caso o il destino ma la stupidità dei suoi stessi protagonisti. Peccato però che la sceneggiatura sia non meno superficiale dei personaggi, senza una direzione precisa e incapace di dar vita non dico a una satira tagliente ma semplicemente a una black comedy di discreto livello. Ogni volta che sembra che la storia stia per decollare (buoni i momenti che illustrano la paranoia di George Clooney, per esempio), la sequenza successiva fa immancabilmente cambiare idea. E il tutto sfocia in un finale tanto inconcludente quanto anticlimatico (come nel precedente "Non è un paese per vecchi", alcune scene clou vengono raccontate da altri personaggi anziché mostrate allo spettatore), al punto da far recriminare – nonostante il buon cast – per il tempo dedicato alla visione.