Le mie attrici preferite
Trattandosi comunque di cinema, vi segnalo che su "Il club di Groucho" ho pubblicato la classifica delle mie attrici preferite... Naturalmente, è personale e insindacabile! ^^
Il blog del cinema di Christian – Recensioni di film visti in casa e in sala
Trattandosi comunque di cinema, vi segnalo che su "Il club di Groucho" ho pubblicato la classifica delle mie attrici preferite... Naturalmente, è personale e insindacabile! ^^
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Christian
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I pugni in tasca
di Marco Bellocchio – Italia 1965
con Lou Castel, Paola Pitagora
****
Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.
In uno dei più grandi esordi del cinema italiano, Bellocchio racconta la storia della dissoluzione di una famiglia un tempo facoltosa ma ormai funestata dalla pazzia e dalla malattia. Le tare e le dipendenze ostacolano i possibili sogni di benessere e di riscatto individuali, lasciando spazio solo alla rabbia e all'autodistruzione. Il figlio maggiore Augusto, cinico e insensibile, è infatti l'unico relativamente "normale", il solo che lavora e che – nonostante la sua mediocrità – è integrato nella società. Gli altri tre fratelli vivono più o meno reclusi nella villa di famiglia, in provincia di Piacenza (il film è ambientato a Bobbio, città natale di Bellocchio, fra i colli della Val Trebbia), prigionieri di sé stessi e in compagnia della madre ormai cieca: Leone è un disabile mentale, completamente dipendente dagli altri; Giulia è infantile, irrazionalmente gelosa di Augusto (al punto da inviare lettere anonime alla sua fidanzata Lucia) e con un rapporto ai limiti dell'incestuoso con Alessandro; e quest'ultimo, il vero protagonista della pellicola, soffre di epilessia e matura propositi suicidi, decidendo poi di sopprimere uno alla volta – per calcolo o per pietà, per egoismo o per altruismo – tutti i suoi familiari. Il malessere e il disagio giovanile (il film anticipa di qualche anno il sessantotto), la tensioni malsane e autodistruttrici all'interno del nucleo familiare, il senso di inevitabile decadenza e di inutilità, le ossessioni narcisistiche e autocontemplative dei personaggi, l'incapacità di indirizzare le proprie energie in maniera costruttiva sono portate sullo schermo da Bellocchio anche per mezzo di un'ambientazione realistica e convincente, la regia ferma e controllata, la suggestiva fotografia in bianco e nero e la "disturbante" colonna sonora di Ennio Morricone, che sembra quasi scritta per un film di Dario Argento (ma nel finale, sulle immagini dell'attacco epilettico di Alessandro, scorrono le note della quasi orgiastica aria "Sempre libera degg'io" da "La Traviata"). Davvero ottime anche le prove degli attori, soprattutto quella di Lou Castel, capace di mostrare tutte le sfaccettature (rabbia, dolcezza, frustrazione, follia, consapevolezza, tristezza, violenza e rassegnazione) di un personaggio unico e indimenticabile. Fra le scene più dissacranti, quella del funerale della madre e quella in cui Alessandro e Giulia distruggono e bruciano il vecchio mobilio. È curioso come i nomi dei quattro fratelli evochino tutti grandi sovrani o imperatori: è un segno delle passate ambizioni della famiglia, che contrasta ancor di più con la sua decadenza attuale. Un film crudele ed emozionante, intimo e terribile, claustrofobico e tormentato, drammatico ma non melodrammatico: una vera pietra miliare della cinematografia degli anni sessanta.
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Christian
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Etichette: Bellocchio, Capolavori, Famiglia, Follia, Funerali, Incesto, Italia, Opera prima, Personal cult, Quattro stelle
Karate ghostbuster, aka Spiritual kung fu (Quan jing)
di Lo Wei – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, James Tien
*1/2
Rivisto in VHS, in inglese.
In questo film, uno degli ultimi girati da Jackie con Lo Wei, il nostro eroe è un apprendista del tempio di Shaolin che viene costantemente punito dai monaci per la sua poca disciplina. Dopo che dal monastero è stata sottratta una preziosa pergamena contenente i segreti di una terribile tecnica di arti marziali, Jackie scopre che nella biblioteca del tempio esiste un libro – considerato perduto da lungo tempo – che insegna i rudimenti dell'unico stile in grado di superare quello rubato. Ne diventerà un esperto grazie all'insegnamento di cinque "fantasmi" dispettosi dalla pelle bianca e dai capelli rossi, che dimorano nel libro stesso e che si divertono a compiere scherzi di ogni tipo ai monaci (in sequenze degne dei film comico-soprannaturali con Abbott e Costello). Se la prima parte del film, quella con gli spiriti, è piuttosto stucchevole e assai debole nelle gag (e con grezzi e imbarazzanti effetti speciali di sovrimpressione, per non parlare della colonna sonora "elettronica"), la pellicola vale la visione almeno per le coreografie dello stesso Jackie Chan nei combattimenti del finale: dapprima la prova con i bastoni che Jackie sostiene davanti ai monaci per ottenere il permesso di lasciare il tempio, e poi i lunghi ed elaborati scontri con James Tien prima e con l'abate poi. Gli stili che i cinque fantasmi insegnano a Jackie Chan (il drago, il serpente, la tigre, la gru, il leopardo) sono quelli dei cinque animali sacri del tempio di Shaolin. Un irriconoscibile Yuen Biao interpreta uno dei fantasmi, mentre Mo Man-Sau è la ragazza che Jackie affronta (è la prima che vede, come Goku in "Dragon Ball"!) e di cui si innamora. Il titolo "Karate ghostbuster" non ha molto senso, visto che il protagonista non pratica certo il karate (e non dà nemmeno la caccia ai fantasmi): meglio quello alternativo con cui il film è noto in occidente, "Spiritual kung fu".
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Etichette: Arti marziali, Fantasmi, Gongfupian, Hong Kong, Jackie Chan
La sposa turca (Gegen die Wand)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2004
con Birol Ünel, Sibel Kekilli
***
Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra, Ilaria e Giuseppe.
Quarto lungometraggio di Akin, è il film che ha dato al regista turco-tedesco la notorietà internazionale (ha vinto, fra l'altro, l'Orso d'Oro al festival di Berlino), segnalandolo come uno dei talenti europei più interessanti degli ultimi anni. Si svolge ad Amburgo, la città natale del regista, e ha come protagonisti due dei tantissimi turchi che vivono in Germania: ma non si tratta di una pellicola a sondo sociale o su temi come l'immigrazione e la multietnicità, bensì della storia di una risalita dall'inferno, con la descrizione di due personaggi alla disperata ricerca della felicità e dell'equilibrio personale. Il quarantenne Cahit e la ventenne Sibel si conoscono infatti in una clinica, dove sono entrambi ricoverati dopo aver tentato il suicidio: lui per sfuggire a un doloroso passato, lei come sfida verso i genitori tradizionalisti che le impediscono di uscire e divertirsi. La ragazza chiede all'uomo di sposarla, un matrimonio di comodo per poter lasciare la casa di famiglia e permettersi quello che più le piace: l'alcol, il fumo, la droga e il sesso. Ma la convivenza fra i due li porterà pian piano ad avvicinarsi. Proprio quando Cahit sembra aver finalmente superato il proprio rifiuto della vita, però, finirà in carcere per aver ucciso accidentalmente un amico. Nel frattempo Sibel si trasferirà a Istanbul, dove troverà la pace con un nuovo compagno. Uscito di galera, Cahit si recherà a cercarla, ma Sibel saprà resistere alla tentazione di fuggire con lui e all'uomo non resterà che partire per la propria città natale e tornare alle proprie radici. Attraverso due vite, due mondi, due paesi e due esistenze, il film mostra un percorso difficile e pieno di ostacoli: Sibel e Cahit passano rispettivamente dalla trasgressione e dall'autodistruzione a una nuova consapevolezza della propria vita. Molto belli e incisivi i volti dei due protagonisti, e notevole la colonna sonora. Il titolo originale significa "Contro il muro", con riferimento agli istinti suicidi dei due protagonisti.
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Etichette: Akin, Germania, Matrimoni, Personal cult, Suicidio, Turchia
The birdcage inn (Paran daemun)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1998
con Lee Ji-eun, Lee Hae-eun
***
Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.
La giovane Jin-ah, bella e dall'aria fragile, si trasferisce a vivere in una locanda sul mare, una sorta di bordello clandestino, dove si prostituisce per i clienti che chiedono una stanza. Qui è vista con ostilità da Hye-mi, sua coetanea e figlia dei proprietari, che la disprezza e le nega con ostinazione ogni parvenza di amicizia, vergognandosi dell'attività della propria famiglia e cercando orgogliosamente di condurre invece una vita "normale". Ma alla fine, come due animaletti rinchiusi insieme nella stessa gabbia (che si tratti di uccelli, come suggerisce il titolo internazionale – quello originale significa invece "Il cancello blu", dal nome della porta d'accesso alla locanda – o di pesci rossi, come quelli che Jin-ah – e prima di lei la ragazza che l'aveva preceduta – custodisce nella sua stanza), riusciranno non senza fatica a entrare in contatto e a stabilire un legame profondo. La pellicola si apre sull'immagine di una tartarughina che attraversa la strada, rischiando di essere calpestata dai passanti e dalle automobili: a raccoglierla e a portarla sulla spiaggia, in mare, è proprio Jin-ah, che si dimostra da subito una persona sensibile e piena di empatia verso gli altri: di lei e del suo passato non sapremo quasi nulla, tanto meno cosa l'ha spinta a diventare una prostituta, ma scopriremo che ama l'arte (disegna ritratti, come molti personaggi nei primi film di Kim) ed è perseguitata da un ragazzo che non perde occasione per sfruttarla e maltrattarla. La pellicola racconta soprattutto i suoi rapporti con i quattro membri della famiglia che la ospita: il padre, un uomo corpulento e taciturno, con trascorsi legati alla malavita ma tuttora rispettato dai poliziotti del quartiere, che spesso "chiudono un occhio" sulla sua attività illegale; la madre, vero fulcro della famiglia e gestore della locanda; il figlio minore, aspirante fotografo e interessato voyeur; e soprattutto la figlia maggiore, studentessa universitaria alle prese con qualche problema legato alla sua sessualità. Terzo film di Kim Ki-duk, è sicuramente uno dei miei preferiti: puro e cristallino, duro e crudele, dal soggetto semplice ma pieno di vita e con una profonda caratterizzazione dei personaggi. Peccato che il regista coreano sembri recentemente aver perso la capacità di girare pellicole come questa, dove la poesia non è fine a sé stessa ma sgorga con naturalezza dal mondo turbolento che circonda i personaggi.
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Etichette: Alberghi, Corea del Sud, Famiglia, Kim Ki-duk, Prostituzione
I guerrieri della notte (The warriors)
di Walter Hill – USA 1979
con Michael Beck, James Remar
***
Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.
Tutte le bande giovanili di New York (ciascuna rappresentata da nove membri) vengono convocate in un grande raduno nel Bronx dal carismatico Cyrus, che vuole proporre un'alleanza per conquistare la città. Fra di loro ci sono anche i Guerrieri, una gang di Coney Island dai caratteri tribali e multietnici, che indossano gilet di pelle rossa sul petto nudo. Ma Cyrus viene assassinato, e proprio i Guerrieri sono accusati di esserne i responsabili: in fuga attraverso un territorio ostile, in un'odissea notturna e disperata, dovranno lottare da soli contro tutte le altre bande nel tentativo di tornare sani e salvi a casa. Vero e proprio cult movie agli inizi degli anni ottanta, caposaldo del cinema d'avventura urbana e "carpenteriano" fin nel midollo, la pellicola di Hill si svolge tutta in una notte ed è ispirata nientemeno che alla "Anabasi" di Senofonte (dove si narra il viaggio di ritorno di un gruppo di mercenari greci che si erano recati in Persia per combattere al soldo di Ciro il grande e che, rimasti senza il loro capo e isolati dietro le linee nemiche, hanno dovuto affrontare difficoltà di ogni tipo per tornare in patria), come dimostra l'assonanza fra i nomi di Ciro e di Cyrus; e forse c'è anche un pizzico di Omero (la poliziotta che adesca nel parco ricorda Circe, le Lizzies sono le Sirene, i Rogues che attendono i Guerrieri a casa rappresentano i Proci). Indimenticabili le varie e pittoresche gang, ognuna con una propria "divisa", fra cui spiccano i Baseball Furies (con volto dipinto e mazza di legno) e i Punks (su pattini a rotelle), più molte altre che purtroppo vengono intraviste solo al raduno e non hanno l'occasione di combattere (come i Boppers, gli elegantoni neri con gilet viola che si scorgono durante i titoli di testa). Gran parte del viaggio di ritorno avviene in metropolitana, all'interno di carrozze deserte e ricoperte da graffiti. Fra i protagonisti spicca naturalmente Swan, il secondo in carica dei Guerrieri, che assume il comando dopo la scomparsa del capo e riesce a riportare i suoi uomini a casa. "Duro" e di poche parole, è sprezzante con le donne ma capace a suo modo di gesti di tenerezza. La frase-tormentone del cattivo che invita i nostri eroi allo scontro finale, prima della resa dei conti sulla spiaggia di Coney Island davanti alla grande ruota panoramica, si staglia con forza nella mente dello spettatore ed è diventata la più celebre del film, nonostante pare che sia stata improvvisata dall'attore David Patrick Kelly: "Guerrieri, giochiamo a fare la guerra?" (in originale era "Warriors, come out to play!"). Grandiosa la fotografia notturna di Andrew Laszlo e fondamentale la dinamica colonna sonora di Barry De Vorzon, oltre alle numerose canzoni alla radio che accompagnano la fuga dei Guerrieri e la caccia che viene data loro dalle altre bande.
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Etichette: Azione, Bande, Città, Hill, Metropolitane, Notte, Personal cult
La carrozza d'oro (Le carrosse d'or)
di Jean Renoir – Francia/Italia 1952
con Anna Magnani, Duncan Lamont
**1/2
Visto in divx.
Siamo all'inizio del diciottesimo secolo: una compagnia italiana di attori e saltimbanchi, specializzati nella commedia dell'arte, giunge in un insediamento spagnolo nel Nuovo Mondo per mettere in scena il proprio spettacolo. Fra di loro c'è Camilla, che interpreta il ruolo di Colombina e viene corteggiata da tre diversi pretendenti: Felipe, giovane soldato idealista; Ramón, un vanesio torero; e infine (e soprattutto) il vicerè della colonia, che le dona addirittura la sua prestigiosa carrozza d'oro, invidiata e desiderata da tutti i nobili del circondario. Ma Camilla rinuncerà a tutti e tre, non senza qualche rimpianto, preferendo continuare la sua vita di teatrante: e pur di ricomporre ogni dissidio, donerà la carrozza alla Chiesa. Una strana pellicola, colorata e barocca, vero e proprio tributo al mondo del teatro e dello spettacolo, che fonde continuamente i piani della vita reale e di quella recitata (come dimostrano l'incipit e la conclusione, che mostrano un palco e un sipario che incorniciano le scenografie in cui si muovono i personaggi). Non solo Camilla, ma anche le altre figure della vicenda interpretano ruoli che stanno loro stretti e dai quali vorrebbero fuggire: il vicerè, per esempio, è insofferente agli obblighi di corte e rinucerebbe volentieri allo sfarzo del palazzo e alle parrucche impomatate in cambio dell'amore e di un'esistenza più sincera; Felipe, d'altro canto, esprime il desiderio di abbandonare la "civiltà" dopo essere entrato in contatto con gli indiani; e Ramón, infine, è prigioniero della sua popolarità e della sua fama di toreador. La carrozza è il simbolo di uno status sociale che si rivela ben più effimero e meno prezioso di quanto non sembri, e alla fine Camilla deve riconoscere che la vera vita, la sua realtà, è quella sul palcoscenico. Realizzato da Renoir a Cinecittà e presentato – in una didascalia introduttiva – come "una fantasia in stile italiano", il film si fa notare per i colori usati in maniera pittorica, per le scenografie "dipinte" (come le porte nella casa di Camilla), per i costumi (con un proliferare di bambini-arlecchini che danzano e saltano da tutte le parti) e per le musiche (di Vivaldi). Il soggetto è ispirato alla commedia "La carrosse du Saint Sacrement" di Prosper Mérimée, lo stesso autore della "Carmen".
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Etichette: Francia, Italia, Magnani, Renoir, Settecento, Teatro
Febbre di vivere (A Bill of Divorcement)
di George Cukor – USA 1932
con John Barrymore, Katharine Hepburn
***
Rivisto in DVD, con Martin.
Dopo essere rimasto chiuso in manicomio per quindici anni, un uomo torna a casa e scopre che nel frattempo la moglie ha ottenuto il divorzio e sta per sposarsi con un altro. La donna sarebbe anche disposta a rinunciare alla propria felicità per rimanere con l'ex marito, nonostante non lo ami più: ma quando questi si accorge che lo farebbe solo per pietà, rinuncia a lei e la lascia partire verso una nuova vita. A prendersi cura di lui rimarrà invece la figlia, che gli assomiglia moltissimo e che, temendo che nella famiglia scorra una vena di pazzia, sceglie di mandare all'aria a sua volta il proprio matrimonio. Melodrammone lacerante, forse un po' datato e di evidente impostazione teatrale (si svolge completamente in interni, nella casa di famiglia, e nell'arco di una sola giornata), ma toccante e sorprendente nei suoi sviluppi e con un perfetto finale dolce-amaro. La breve durata (poco più di un'ora) consente alla pellicola di mantenere compattezza senza perdersi in inutili fronzoli retorici o ricattatori, e la sceneggiatura è sempre equilibrata nel mostrare (e far comprendere allo spettatore) i diversi punti di vista di una vicenda assai delicata, dove tutti hanno le proprie ragioni e soffrono perché i sentimenti cozzano fra loro. Il tema del sacrificio (che coinvolge, in diversi momenti, tutte le figure della storia: il padre, la madre, la figlia) mi ha ricordato – anche se naturalmente l'approccio è completamente diverso – molti lungometraggi di Ozu, come "Tarda primavera". Il film è tratto da un lavoro teatrale (di Clemence Dane) portato sullo schermo altre due volte: nel 1922 (muto) e nel 1940. Classica ed efficace la regia di Cukor, e ottimi gli attori, come l'istrionico John Barrymore e la composta Billie Burke. Ma il film segna in particolare l'esordio cinematografico di Katharine Hepburn, una delle più grandi attrici di tutti i tempi, che Cukor dirigerà altre sei volte. Pur giovane e alle prime armi, la Hepburn risplende già di luce propria.
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Etichette: Cukor, Follia, Hepburn K., Padri e figli
I diabolici (Les diaboliques)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1955
con Véra Clouzot, Simone Signoret
***1/2
Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Monica e Giuseppe.
Cristina, direttrice di un collegio per ragazzi, progetta l'omicidio del suo tirannico marito insieme a Nicole, insegnante nell'istituto ed ex amante dell'uomo. Non senza qualche difficoltà, le due donne portano a termine quello che sembrerebbe un delitto perfetto: ma il corpo della loro vittima, anziché essere ritrovato nella piscina come avevano previsto, scompare nel nulla. E altri eventi misteriosi cominciano a verificarsi, mettendo a dura prova i nervi delle due complici, scosse dal terrore e da crescenti sensi di colpa.
"Non siate diabolici! Non distruggete l'interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Non raccontate loro quello che avete visto": così recita il cartello che conclude la pellicola e che pregava gli spettatori dell'epoca di non svelare il finale e i colpi di scena ai quali avevano appena assistito. Forse a un pubblico odierno, più smaliziato e abituato ai twist ending, il film di Clouzot può fare meno effetto. Ma all'epoca la pellicola destò sensazione, e ancora oggi rimane uno dei migliori thriller e noir francesi del dopoguerra, che punta tutte le sue carte sull'atmosfera di dubbio e di tensione che riesce abilmente a costruire (motivo per cui gli si possono perdonare alcune implausibilità nella trama) attraverso una sceneggiatura che si dipana lentamente seminando falsi indizi e false aspettative, il ricorso ai più oliati meccanismi di costruzione della suspense e una vibrante fotografia in bianco e nero quasi espressionista che trasforma in un luogo da incubo i corridoi e le stanze del collegio. Ogni dettaglio e ogni personaggio, anche minore, concorre a dar forma a un mosaico di inquietudine e di angoscia, oscuro e torbido come l'acqua della piscina della scuola (acqua che, fra l'altro, è un tema ricorrente nel film: dalle immagini della pioggia sull'asfalto che aprono la pellicola alla vasca da bagno nella quale viene immerso il cadavere). Fondamentale la trovata di costringere lo spettatore a identificarsi con le due assassine, ritratte non senza ambiguità morali: Nicole (una Signoret statuaria e dominatrice) è fredda e impenetrabile, ma anche la più fragile, sottomessa e religiosa Cristina, che soffre di problemi cardiaci (impersonata da Vera Clouzot, moglie dello stesso regista e scomparsa cinque anni più tardi – coincidenza inquietante! – per un attacco di cuore), in fondo non esita più di tanto a diventare complice dell'omicidio del marito fedifrago. Quest'ultimo è il caratterista Paul Meurisse, mentre il personaggio del detective impiccione, interpretato da Charles Vanel, può ricordare un tenente Colombo ante litteram. Degna di nota la colonna sonora, o meglio la sua assenza: a parte la musica che si sente sui titoli di testa e di coda, infatti, le scene di maggior tensione sono accompagnate da un silenzio angosciante. Il titolo italiano, con il senno di poi, è ben più rivelatore di quello originale. Pare che anche Alfred Hitchcock volesse trarre un film dal romanzo "Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, ma venne preceduto per poche ore da Clouzot nell'aquisto dei diritti: si rifece con "La donna che visse due volte" (anch'esso tratto da un libro di Boileau e Narcejac). Nel 1996 ne è stato realizzato un brutto remake made in USA, "Diabolique", con Sharon Stone e Isabelle Adjani.
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Etichette: Amanti, Capolavori, Clouzot, Femme fatale, Francia, Mariti e mogli, Noir, Piscine, Polar, Scuola, Thriller, Twist
The hurt locker (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2008
con Jeremy Renner, Anthony Mackie
**
Visto in DVD.
Nella Bagdad occupata dalle truppe americane, una squadra speciale composta da un artificiere e dai suoi due compagni – alle prese con bombe da disinnescare, terreni da bonificare e ordigni da rimuovere dalle strade della città (o, talvolta, direttamente dai corpi dei kamikaze) – sfida quotidianamente la morte e cerca di esorcizzare le proprie paure. Le loro missioni, scandite dal countdown dei giorni che mancano prima di tornare a casa, sono illustrate attraverso una serie di situazioni e di episodi slegati l'uno dall'altro. Il vero punto di forza del film non è infatti la trama ma l'ambientazione: un paese straniero, desolato e "alieno", ostile e pieno di nemici invisibili, dove i soldati sono circondati dagli sguardi e dalla curiosità di mille volti che li scrutano in silenzio dalle case attorno. I nemici, che si tratti di ribelli, di guerriglieri o di terroristi, rimangono quasi sempre nell'ombra, al limite intravisti a distanza attraverso le ottiche di un binocolo: la loro esistenza è per lo più testimoniata dalle bombe, dai fili e dagli inneschi che disseminano un po' dappertutto, sotto il terreno, dentro una macchina o persino all'interno del corpo di un bambino. Qualche ingenuità nella sceneggiatura e i dialoghi didascalici riducono in parte la forza della pellicola, che non brilla particolarmente nemmeno per la regia: ho trovato fastidiosi l'uso della camera a mano e il ricorso indiscriminato agli zoom e ai ralenti. Interessanti invece alcune suggestioni fantascientifiche: il robot che gli artificieri usano per controllare le bombe a distanza ricorda molto quelli che la NASA ha inviato in esplorazione su Marte, mentre la protezione che il protagonista indossa per avvicinarsi agli ordigni assomiglia a una tuta spaziale (l'inquadratura ravvicinata del casco fa venire in mente lo scafandro dell'astronauta di "2001"). Come dire: non siamo sulla Terra ma su un altro pianeta, e infatti la guerra in Iraq è completamente svuotata di contesto e di significato. Brevi apparizioni in ruoli minori, fra gli altri, per Guy Pearce (l'artificiere che salta in aria nella scena iniziale) e Ralph Fiennes (il capo del gruppo di contractors che i nostri incontrano nel deserto). Brutte le voci del doppiaggio italiano. Nel complesso, è un film che ha il merito di fuggire dalla classica impostazione del cinema bellico, anche a livello narrativo e semantico, e che – in mezzo a tanta astrazione – nel finale approfondisce il tema suggerito dalla didascalia introduttiva ("La guerra è come una droga"). Ma nove nomination agli Oscar (poi tradottesi in sei statuette, fra cui quella per il miglior film e quella "storica" per la regia, assegnata per la prima volta a una donna) sono francamente troppe.
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Etichette: Bigelow, Deserto, Guerra, Medio oriente, Oscar
Amabili resti (The lovely bones)
di Peter Jackson – USA/NZ 2009
con Saoirse Ronan, Mark Wahlberg
**
Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Monica.
La quattordicenne Susie Salmon viene uccisa da un vicino di casa, che dietro l'apparente normalità è uno spietato serial killer: ma anziché andare direttamente nell'aldilà, si ritrova intrappolata in un "mondo di mezzo" da dove può osservare la Terra e comunicare in qualche modo con i propri cari, aiutandoli ad elaborare il lutto e assistendo ai loro tentativi di individuare l'assassino, che nel frattempo progetta nuovi delitti. Più che un thriller soprannaturale o un horror fantasy, come alcuni critici lo hanno impropriamente descritto, è l'insolita storia del percorso di accettazione della propria morte da parte della vittima stessa, narrata con uno stile originale e visionario che fonde diversi piani di realtà. La protagonista, che racconta la propria vicenda rivolgendosi in voice over direttamente agli spettatori, non sarà in grado di "andare oltre" prima di aver visto il colpevole punito, i propri familiari ritrovare la pace e il suo più intimo desiderio esaudito. Forse c'è qualche lungaggine di troppo nella seconda parte, e il messaggio metafisico lascia un po' il tempo che trova, ma il film ha senza dubbio il merito di trattare con fantasia e relativa grazia e leggerezza un argomento duro e controverso come l'omicidio di una ragazzina e le conseguenze sulla sua famiglia. Le atmosfere e i paesaggi del limbo personale in cui si ritrova Susie, una continua successione di scenari surreali e onirici, sono in linea con l'immaginario new age e psichedelico degli anni settanta (il periodo in cui si svolge la vicenda), così come la colonna sonora di Brian Eno. Fra le scene più interessanti ambientate nel mondo reale, invece, mi hanno colpito quelle che mostrano dall'interno la casa delle bambole costruita dal serial killer (la casa stessa richiama le trappole che l'uomo progetta per attirare le sue vittime, come il nascondiglio sotto terra nel quale uccide Susie). Brava la giovane Saoirse Ronan (già vista in "Espiazione") e buono il cast di contorno, con Mark Wahlberg nei panni del padre, Rachel Weisz in quelli della madre e Rose McIver nel ruolo della sorella minore: ma a spiccare sono soprattutto Stanley Tucci, il killer psicopatico, e Susan Sarandon, la nonna giovanile e alcolista (protagonista di alcune sequenze esagerate ed esilaranti). Notevole la fotografia digitale di Andrew Lesnie, storico collaboratore del regista, che gioca con colori vivaci e intensi, dando un senso di artificialità anche alla natura. Peter Jackson è l'uomo che prova una videocamera nel negozio di fotografia, mentre sulle vetrine della libreria del centro commerciale si può osservare per un attimo un manifesto pubblicitario per una nuova edizione de "Il signore degli anelli" di J.R.R. Tolkien (come se lo stesso Jackson, al pari della protagonista, non fosse ancora pronto ad abbandonare il proprio passato).
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Etichette: Famiglia, Jackson, Lutto, Serial killer, Soprannaturale
Un ragazzo come gli altri (Just one of the guys)
di Lisa Gottlieb – USA 1985
con Joyce Hyser, Clayton Rohner
**1/2
Visto in divx.
Terry, liceale bella e popolare, vorrebbe diventare una reporter ma si sente discriminata dai professori in quanto ragazza. Per partecipare a un concorso di giornalismo decide così di travestirsi da maschio per una settimana, frequentando un'altra scuola dove nessuno la conosce. Non solo scoprirà che anche i ragazzi hanno i loro problemi, ma si innamorerà del suo "miglior amico". Spigliata teen comedy dalle atmosfere tipicamente anni ottanta, sul tema dell'ambiguità sessuale: se il soggetto non è il massimo dell'originalità e la confezione (regia, fotografia, recitazione) è da tv movie, la sceneggiatura è comunque vivace e il risultato finale, pur senza troppe pretese, è decisamente simpatico. La pellicola affronta a viso aperto tutti i luoghi comuni delle pellicole sul travestitismo (i problemi di Terry con le lezioni di ginnastica, lo spogliatoio maschile, i bagni, gli equivoci sessuali, i continui e frenetici cambi di abito per gestire la sua doppia vita), oltre naturalmente a quelli delle commedie liceali (i bulli, i corteggiamenti, le gelosie, il ballo della scuola). La brava Joyce Hyser è assai credibile anche in versione "maschile", più di quanto non fosse Hilary Swank in "Boys don't cry", e memorabile è la scena in cui, per convincere l'amico Rick del fatto che è una donna, si mostra a seno nudo. Billy Jacoby è il fratello minore e sessuomane che le elargisce consigli su come "comportarsi da uomo".
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Etichette: Crossdressing, Opera prima, Scuola, Teen
Agitator (Araburu tamashii-tachi)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Masaya Kato, Naoto Takenaka
**
Visto in DVD.
Fra due clan di yakuza rivali scoppia una guerra che è stata segretamente orchestrata da una terza banda, maggiore di entrambi, con l'intenzione di eliminarne i capi e di sostituirli con marionette sotto il proprio controllo. L'unico a opporsi è il giovane Kenzaki, che si ribella dopo aver visto uccidere il suo superiore. Miike gira (per una volta) in modo assai classico e sobrio una saga quasi noir e vecchio stile, tutta incentrata su giochi di potere, alleanze, tradimenti, vendette e ritorsioni, che però concede poche sorprese allo spettatore e si snoda in maniera assai lineare (se si eccettuano alcune brevi scene con un misterioso personaggio femminile, completamente avulse dal resto della pellicola e forse addirittura immaginarie). Il film cresce e si dipana lentamente: eppure, nonostante la lunghezza (due ore e mezza: ma esiste addirittura una versione da 200 minuti per la televisione), nel finale si interrompe in modo brusco e affrettato, senza nemmeno mostrare la resa dei conti fra il protagonista e il principale antagonista. Quello di "Agitator" è un mondo autoreferenziale, popolato solo da yakuza e regolato dalle loro dinamiche interne, dove sono assenti non solo le forze dell'ordine (non si vede un poliziotto in tutto il film) ma anche le persone comuni. I numerosi personaggi sono anche ben caratterizzati, ma in gran parte vengono poco sfruttati (come il ragazzino appena entrato nel gruppo di Kenzaki o i vari sottoposti): forse la versione televisiva, che non ho visto, potrebbe rivelarsi migliore sotto questo aspetto. La frase simbolo della pellicola è "Siamo yakuza!", pronunciata spesso dai personaggi per giustificare le proprie azioni, come a rivendicare il fatto di non essere tenuti a piegarsi agli obblighi e ai compromessi che regolano l'esistenza degli uomini normali. Miike interpreta la parte del balordo che sodomizza una ragazza al karaoke con un microfono (una scena che ne ricorda una analoga in "Visitor Q").
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Christian
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Il colore del melograno (Sayat Nova)
di Sergej Paradžanov – URSS 1968
con Sofiko Chiaureli, Giorgi Gegechkori
**1/2
Visto in divx, in originale con sottotitoli.
Ispirato alla vita di Sayat Nova, poeta e trovatore armeno del XVIII secolo (ma le didascalie lo chiamano semplicemente "il poeta", come a volerlo rendere un personaggio universale), è il film più rappresentativo di Paradžanov, da molti considerato il suo capolavoro. Affonda a piene mani nella cultura tradizionale armena, che ai tempi della realizzazione della pellicola – come tutte quelle delle singole repubbliche sovietiche, in particolare le più periferiche e ai margini dell'URSS – era pesantemente ostracizzata dal regime: anche per questo motivo, oltre che per la forma e il linguaggio assolutamente personale e innovativo che "deviava dal realismo russo", il film fu ritirato dalla circolazione e proibito quasi subito dalle autorità. La carriera di Paradžanov giunse a una battuta d'arresto: negli anni successivi gli fu ripetutamente negato il permesso di girare altre pellicole. Tornerà dietro la macchina da presa solo negli anni ottanta, con "La leggenda della fortezza di Suram", proseguendo il discorso stilistico che aveva iniziato. Si tratta di un cinema in gran parte puramente estetico e concettuale, praticamente senza trama, una successione di "quadri viventi", ritratti, nature morte e pantomime. Sinceramente non è nelle mie corde: da bravo contenutista, di fronte a queste cose mi stanco piuttosto in fretta; se devo restare nello stesso genere, preferisco allora Jodorowsky o Greenaway, nei cui lavori c'è maggior tensione drammatica. Però dal lato formale il film è indiscutibilmente bello, con una notevole ricchezza di immagini, simboli, architetture, costumi e allegorie, spesso ispirate all'iconografia medievale armena, russa e bizantina. Ed è anche riposante e contemplativo, con una staticità quasi assoluta rispetto al lungometraggio precedente di Paradžanov, "Le ombre degli avi dimenticati", che invece era caratterizzato da continui movimenti di macchina. Qui i personaggi si muovono con estrema lentezza o restano addirittura fermi in posa davanti all'obiettivo, come i soggetti di una pinacoteca, tenendo in mani oggetti, libri, tessuti, icone, frutta, pani, strumenti, armi, sfere dorate e altro ancora, sullo sfondo di chiese, antichi palazzi, tappeti e affreschi. La colonna sonora è invece costituita da preghiere, canti e musiche tradizionali e da frammenti di poesie dello stesso Sayat Nova. Fra le scene memorabili, ricordo quella – citatissima – dei libri fradici d'acqua stesi ad asciugare nel cortile e sui tetti; e quella della chiesa invasa dalle pecore durante il funerale del patriarca armeno. L'attore Sofiko Chiaureli, oltre a interpretare il poeta da giovane, ricopre anche numerosi altri ruoli (sei in tutto), persino femminili.
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Etichette: Armenia, Biografia, Capolavori, Paradzanov, Russia/Urss
C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
****
Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.
Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.
La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.
Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.
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La cosa giusta
di Marco Campogiani – Italia 2009
con Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini
**1/2
Eugenio, agente di polizia alle prime armi ma avviato a una carriera brillante e con un matrimonio e una laurea in vista, viene dapprima incaricato di sorvegliare di nascosto (insieme a Duccio, un collega più anziano ed esperto) un immigrato tunisimo sospettato di fiancheggiare alcuni terroristi internazionali, e poi – dopo che l'uomo si è accorto del pedinamento ed è entrato in contatto con i due poliziotti – addirittura di fargli da scorta. La vicinanza con l'indecifrabile Khalid porterà Eugenio a simpatizzare con lui, complice anche una certa sensibilità verso la sua cultura d'origine (ha studiato e parla perfettamente l'arabo), il desiderio di comprendere il "diverso" e l'insofferenza verso pregiudizi e prevaricazioni. Ma ne farà le spese, scoprendo che ci sono barriere che la società non permette di oltrepassare. Il primo lungometraggio di Campogiani (ispirato a un fatto di cronaca reale) è un poliziesco atipico e interessante, con toni più da commedia amara che da cinema di denuncia, e che fugge dai luoghi comuni del genere: anziché sull'esasperazione drammatica della vicenda, con sequenze d'azione o colpi di scena rivelatori (fino alla fine si rimane con il dubbio se Khalid sia innocente o colpevole), punta sulla rappresentazione di una realtà complessa e sfaccettata, sulla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto sui rapporti che intercorrono fra loro. I protagonisti vorrebbero instaurare relazioni "umane", ma sono prigionieri dei rispettivi ruoli professionali e sociali, che li trasformano in ingranaggi di un meccanismo inesplicabile e sfuggente. Il giovane Eugenio si illude che l'amicizia e la simpatia possano aiutare a uscire da questi compartimenti stagni, mentre il più navigato e pratico Duccio si fa meno illusioni, a costo di apparire più cinico di quanto non sia. E il confronto finale fra i due all'aeroporto di Tunisi non può che essere foriero di nuovi dubbi, nonostante i personaggi siano avvolti in una luce calda che contrasta col clima freddo di Torino, dove si svolge gran parte della storia. Ottima la confezione e bravi gli attori: su tutti mi sono piaciuti Fantastichini (nei panni di Duccio) e Camilla Filippi (la fidanzata e poi moglie di Eugenio).
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Il concerto (Le concert)
di Radu Mihaileanu – Francia/Romania 2009
con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent
**1/2
Visto al cinema Colosseo, con Marisa.
Il regista di "Train de vie" ci riprova con un altro film simpatico e furbetto, divertente e inverosimile, incentrato su un "travestimento collettivo" e popolato da personaggi variopinti e pittoreschi. Come il precedente, è calibrato alla perfezione per piacere a tutti ed è sicuramente destinato a essere sopravvalutato da pubblico e critica. Questa volta i protagonisti sono un gruppo di scalcinati ex musicisti russi in cerca di riscatto, che approfittando dell'invito di un teatro francese (di cui hanno intercettato il fax) volano a Parigi spacciandosi per l'orchestra ufficiale del Bolshoi. Fra di loro ci sono diversi suonatori di origine ebrea o zingara, altri ormai alcolizzati o malandati e in cerca di nuove occasioni, un impresario nostalgico del comunismo e soprattutto un direttore d'orchestra, caduto in disgrazia, che vede nella tournée l'occasione per riannodare le fila con il proprio passato. Tutte le difficoltà (burocratiche, organizzative, artistiche) vengono risolte con intraprendenza, molta faccia tosta e il sorriso sulle labbra; e dopo tante peripezie il gruppo riesce finalmente a suonare in compagnia di una giovane e acclamata violinista (la Laurent, vista di recente in "Bastardi senza gloria" di Tarantino), alla quale il direttore è legato da un doloroso segreto. La pellicola, al quale non sono estranei un tocco di umanismo, velleità melodrammatiche, l'elogio della musica come esperienza collettiva ed emozionale e accenni di satira contro istituzioni passate e presenti (dai vecchi apparati sovietici ai nuovi oligarchi), è una commedia implausibile e commovente, con tocchi di comicità grottesca e sopra le righe (soprattutto nel finale), uno scontato lieto fine e parecchia ruffianeria, persino nella scelta del programma musicale (il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, bellissimo ma anche ideale per accattivarsi facilmente le simpatie del pubblico). Fastidioso il doppiaggio italiano, che traduce nella nostra lingua sia i dialoghi in francese che quelli in russo (aggiungendovi un accento comico anche quando i personaggi moscoviti parlano fra loro, il che non ha senso), anziché lasciare uno dei due idiomi in originale con i sottotitoli come il buon senso avrebbe suggerito di fare.
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Etichette: Comunismo, Concerto, Francia, Musicisti, Russia/Urss, Travestimenti, Truffe
Senza indizio (Without a clue)
di Thom Eberhardt – GB 1988
con Michael Caine, Ben Kingsley
**1/2
Visto in divx.
Divertente parodia che gioca sul capovolgimento dei ruoli della coppia Sherlock Holmes/John Watson. Qui infatti la vera mente del duo è il dottor Watson (Kingsley), capace di formidabili deduzioni che "suggerisce" al compagno di nascosto, mentre Holmes (Caine) altri non è che un attore fallito, donnaiolo e ubriacone, assoldato dal primo per interpretare il ruolo del detective davanti alla polizia e all'opinione pubblica. Ora però il geloso e frustrato Watson non sopporta più che il compagno inetto venga portato in trionfo dagli ammiratori, e vorrebbe "licenziarlo" per vedersi finalmente riconoscere i propri meriti. Ma quando il buon dottore sembrerà scomparire nelle acque del Tamigi dopo uno scontro con il perfido professor Moriarty, l'incapace Holmes sarà costretto in qualche modo a risolvere il mistero da solo... Una fenomenale coppia di attori che dimostrano di essere anche dotati di una notevole vis comica (ma ci sono pure Jeffrey Jones nei panni dell'ispettore Lestrade e la graziosa Lysette Anthony in un ruolo ambivalente) e una sceneggiatura scoppiettante e ricca di gag (come quella di "Arty Morty", l'anagramma del nome di Moriarty) sono i punti di forza di una commedia gialla che, oltre a divertire lo spettatore, riesce con successo a dire qualcosa di nuovo sui miti creati da Arthur Conan Doyle. L'incapacità di Watson di sbarazzarsi del personaggio fittizio da lui stesso creato è un chiaro riferimento a quello che, nella vita reale, accadde a Doyle stesso.
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Hana-bi - Fiori di fuoco (Hana-bi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1997
con Takeshi Kitano, Kayoko Kishimoto
****
Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Sara.
La vita di Nishi, poliziotto duro e taciturno, sembra precipitata in una spirale senza uscita: la figlioletta è morta; la moglie è malata terminale; il suo partner Horibe rimane paralizzato dopo una sparatoria; Tanaka, un altro collega, viene ucciso in uno scontro a fuoco; lui stesso è costretto a lasciare il lavoro; e in più ha contratto un grosso debito con uno strozzino della yakuza. L'uomo decide allora di rapinare una banca, di usare il denaro per estinguere i debiti (oltre che per aiutare economicamente la vedova di Tanaka e l'amico Horibe, delle cui disgrazie si sente responsabile) e di partire con la moglie per un ultimo e disperato viaggio attraverso il Giappone e verso il nulla, inseguito sia dagli yakuza, che vorrebbero tutto il suo denaro, sia dagli ex colleghi della polizia. Con questo straordinario e commovente film, meritatissimo vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia e capace di fondere mirabilmente due anime apparentemente contrapposte (una più secca e violenta e una più contemplativa e compassionevole, dove le emozioni si nascondono dietro una maschera di lancinante impassibilità), il genio di Kitano si è finalmente fatto conoscere anche dal grande pubblico occidentale: in precedenza i suoi film erano da noi passati soltanto a "Fuori orario"; i lavori successivi, per lo meno fino a "Zatoichi", sono invece usciti anche nelle sale cinematografiche, prima che l'avvento dei multiplex e l'attuale riflusso hollywoodiano gli sbarrasse di nuovo le porte (a lui e al cinema asiatico in generale).
Il tema principale del film, naturalmente, è la malattia: quella di Horibe, il poliziotto rimasto paralizzato e abbandonato dalla propria famiglia (interpretato da un toccante Ren Osugi), e quella di Miyuki, la moglie di Nishi. Rispetto a "Violent cop", dove già l'argomento affiorava, Kitano lo affronta in maniera più diretta e consapevole, anche per averlo vissuto in prima persona con la lunga convalescenza seguita al drammatico incidente in moto di cui era rimasto vittima nel 1994. Proprio nei mesi trascorsi in ospedale Kitano aveva cominciato a dipingere, aggiungendo un'altra capacità alle numerose e versatili doti che testimoniano della sua natura di artista a tutto campo (cabarettista, comico, conduttore televisivo, scrittore, attore, regista, musicista, ballerino...). E i suoi quadri compaiono diffusamente lungo tutta la pellicola: non soltanto appesi sulle pareti dei più svariati ambienti (nel bar, nel ristorante, nell'ospedale, nella banca, persino nell'ufficio degli yakuza) ma anche riprodotti nei disegni e dipinti naif realizzati da Horibe, che presentano una bizzarra commistione fra flora e fauna e che a volte vengono visualizzati come immagini mentali prima ancora di essere effettivamente messi su carta. A differenza di Nishi, che segue fino in fondo la sua strada verso la morte, Horibe – pur paralizzato – riesce lentamente a mettere da parte gli impulsi autodistruttivi e trova proprio nell'arte la pace e un nuovo scopo per vivere: lo dimostra la scena in cui, dopo aver dipinto un paesaggio innevato sui cui spicca l'ideogramma rosso che significa "suicidio", lo cancella con una spruzzata di colore (disorientando peraltro per un attimo lo spettatore con il dubbio che l'uomo si sia invece davvero suicidato). Gli inserti con Horibe, che fanno da continuo contrappunto e scorrono in parallelo con le sequenze legate a Nishi, servono dunque a fornire almeno in parte uno sbocco positivo alla pellicola.
Anche in un film così tragico e disperato, comunque, Kitano trova il modo di scherzare e di inserire – oltre a tocchi di malinconica poesia (Nishi che osserva il triciclo e le ciabattine da bambino nell'androne, oggetti che evocano il ricordo della figlia perduta) – anche momenti di irresistibile umorismo, con personaggi-macchiette (lo sfasciacarrozze e la sua assistente, il tizio con il furgoncino), situazioni buffe (Kitano e la moglie alle prese con l'autoscatto, con la buca nella neve, con il gioco delle carte da indovinare) e sequenze cariche di leggera ironia (Horibe che si prova il basco e poi lo mette da parte, Miyuki che mangia il dolce del marito); persino le scene di violenza assumono talvolta risvolti comici e caricaturali (i due lavoratori al parcheggio che imbrattano la macchina di Nishi, l'uomo sgarbato sulla spiaggia, lo sgherro yakuza colpito dal killer con un vaso), mentre altre brillano naturalmente per l'asciuttezza, il realismo e le folgoranti trovate registiche (la sparatoria in cui muore Tanaka, quella di cui resta vittima Horibe, lo sterminio degli yakuza in macchina). La violenza è spogliata di ogni spettacolarità e mostrata come un atto quasi necessario: scoppia all'improvviso e si conclude altrettanto rapidamente, spesso restando addirittura fuori scena. Molte sequenze riecheggiano, stravolgendole, altre già viste nei film precedenti del regista: la rapina in banca, per esempio, ricorda quelle tentate senza successo dal protagonista di "Getting any?"; la caduta nella neve fa pensare alle buche scavate nella sabbia in "Sonatine"; il viaggio verso la morte richiama quelli di "Violent cop" e dello stesso "Sonatine", ma il suicidio finale appare qui ancor più inevitabile: non una fuga ma quasi un obbligo morale.
A una prima parte incentrata sul ricordo (con continui salti temporali nel montaggio, come nel flashback della sparatoria nel mezzanino della metropolitana) ne segue un'altra che racconta il viaggio intrapreso da Nishi con la moglie attraverso il Giappone. Anche in questo caso, però, lo spostamento non è solo spaziale (i luoghi turistici, le montagne, il mare) ma pure temporale (vengono attraversate tutte le stagioni: la primavera, con i ciliegi in fiore; l'estate, con i fuochi d'artificio; l'autunno, con la spiaggia spazzata dal vento; l'inverno, con il manto di neve). Come spesso capita nel cinema di Kitano, il percorso si conclude davanti al mare. Qui il mutismo quasi insopportabile della coppia, che comunica con gli sguardi e i gesti più che con le parole, si scioglie finalmente nella conclusione più naturale: il ringraziamento da parte della donna per l'amore e la tenerezza che il marito ha saputo donarle nei suoi ultimi giorni di vita, con i due colpi di pistola che bloccano per un attimo la struggente colonna sonora di Joe Hisaishi ma non il rumore delle onde, il tutto di fronte allo squardo stupefatto e innocente della bambina (Shoko Kitano, la figlia di Takeshi) che gioca con l'aquilone. "Io non ce la farei mai a vivere così", commenta, a mo' di epitaffio, il poliziotto giovane (Susumu Terajima). La regia offre spesso soluzioni sorprendenti (la rapina in banca mostrata attraverso la registrazione delle camere di sorveglianza), e non si fa problemi a utilizzare inquadrature "impallate" (la nuca dell'infermiera all'ospedale) o arditi movimenti di macchina (l'auto degli yakuza inquadrata in rotazione dall'alto). Come attore Kitano sarebbe del tutto improponibile secondo gli standard occidentali: non parla, fa continuamente smorfie, ha un tic sul volto, cammina in modo sgraziato; eppure riesce a dar vita a un personaggio carico di un'umanità immensa, violento con i violenti, dolcissimo con la moglie, generoso con gli amici, tormentato dai sensi di colpa. Il titolo originale significa "Fuochi d'artificio", ma il trattino separa le due parti, rispettivamente "fiore" e "fuoco", ovvero la vita (la natura, i dipinti di Horibe) e la morte (la distruzione, le armi da fuoco). In Italia la pellicola uscì con il titolo non tradotto anche per evitare confusione con l'omonimo film di Leonardo Pieraccioni, che allora era nelle sale.
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Kids return (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1996
con Masanobu Ando, Ken Kaneko
***
Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.
Nel film che segna il suo ritorno (il titolo è programmatico!) dopo il terribile incidente in moto nel quale aveva rischiato di perdere la vita, Takeshi Kitano si limita a rimanere dietro la macchina da presa e racconta la parabola – prima ascendente e poi discendente – di due ragazzi sbandati e in cerca di riscatto. Masaru e Shinji, studenti dell'ultimo anno di liceo, sono ben poco interessati allo studio e preferiscono bighellonare in bicicletta, fare scherzi ai professori (esilarante il manichino, costruito con una scopa e una torcia elettrica, che rappresenta uno degli insegnanti con il pene eretto) e "taglieggiare" i compagni di classe. Shinji proverà a intraprendere la carriera di pugile, rivelando un discreto talento per la boxe: ma le sue prospettive di diventare un campione si infrangeranno per colpa di una vita sregolata (alcool, fumo, pillole per dimagrire). Masaru entra invece in una gang di yakuza, ma anche a lui andrà male: la sua impulsività e il suo carattere ribelle gli attireranno le antipatie dei "colleghi", che lo puniranno severamente. Alla fine (come già la scena iniziale della pellicola ci aveva anticipato) i due ragazzi si ritroveranno scornati e al punto di partenza, a scorrazzare in bici nel cortile della scuola; eppure, a Shinji che chiede "Siamo finiti, vero?", Masaru risponde con sfrontato ottimismo: "Idiota, non abbiamo neanche cominciato!". A metà fra il film sportivo e il racconto di formazione, "Kids return" è la pellicola più "realistica" di Kitano, non solo per lo stile e la messa in scena quasi mainstream ma anche per la mancanza di quell'astrattezza, di quella poesia e di quella catarsi che caratterizzano le altre sue opere (ed ecco perché il paragone con "Il silenzio sul mare", il titolo kitaniano più affine a questo, regge solo fino a un certo punto). Probabilmente semi-autobiografica, soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Shinji, la sceneggiatura segue i suoi protagonisti con affetto, sottolineandone crudelmente gli errori: troppa iniziativa per Masaru (che si "perde" quando vuole strafare), troppo poca per Shinji (che segue ogni consiglio altrui, non importa se buono o cattivo). Il Giappone ritratto da Kitano "non è un paese per giovani", come dimostra l'atteggiamento degli adulti nei loro confronti: dagli insegnanti (che rinunciano già in partenza a educare i due studenti, invitandoli anzi a più riprese a non frequentare nemmeno le lezioni) alle figure che dovrebbero guidarli nelle rispettive "professioni" (i vecchi boss yakuza che preferiscono parlare di golf piuttosto che pensare a vendicare un loro uomo ucciso, il sempai nella palestra che conduce Shinji sulla cattiva strada). Ancora più che i due protagonisti, ne fanno le spese altri personaggi marginali della storia, come il timido compagno di classe che corteggia la cameriera di un bar e che, diventato prima venditore e poi tassista, morirà uscendo di strada con la sua macchina quando sarà costretto a fare troppi straordinari; gli altri tre teppistelli della scuola, destinati a continui fallimenti e umiliazioni; o ancora i due aspiranti cabarettisti, che finiranno a esibirsi in pietosi spettacoli di manzai (il genere comico con il quale lo stesso Kitano si è fatto le ossa). La colonna sonora di Joe Hisaishi è una delle mie preferite.
Getting any? (Minna yatteruka!)
di Takeshi Kitano – Giappone 1994
con Dankan, Akiji Kobayashi
**
Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.
Il sempliciotto Asao ha un solo pensiero in testa: trovare un modo per fare sesso. Convinto che le donne si concedano senza problemi a chi possiede una bella macchina, cerca in tutti i modi di procurarsene una, ma gli rifilano solo catorci. Poi cambia strategia: immaginando che a bordo dei jet di linea le hostess si offrano ai passeggeri in prima classe, decide di compiere una rapina in banca per poter acquistare il biglietto aereo, ma fallisce miseramente. Il piano successivo è quello di diventare un celebre attore per approfittare delle fan, ma anche questo sfocia in un disastro. In seguito, scambiato per un sicario, entra a far parte di una banda di yakuza con esiti infausti. Infine si sottopone agli esperimenti di uno scienziato pazzo che vorrebbe renderlo invisibile. Trasformato in un uomo-mosca, verrà però sconfitto dall'esercito di difesa terrestre che lo attirerà in trappola con una montagna di escrementi. Nonostante Kitano ricordi questo film sgangherato e demenziale con particolare affetto (in un'intervista ha dichiarato che si tratta di uno dei suoi lavori preferiti, e rimpiange soltanto di non aver avuto a disposizione un budget superiore durante le riprese), la pellicola è stata definita da molti critici come un tentativo di suicidio artistico, un modo per distruggere l'immagine di regista "serio" che l'autore si era lentamente conquistato con i lavori precedenti. Se si pensa che nell'agosto del 1994, pochi mesi dopo averlo terminato, Kitano rimase vittima di un grave incidente in moto (di cui porta tuttora i segni in volto), sembra quasi che il film sia lo specchio fedele di una fase autodistruttiva della sua carriera, un attacco contro lo status quo dell'industria nipponica dell'intrattenimento di cui lui stesso faceva parte. "Ho fatto questo film per infangare il cinema giapponese", ha infatti dichiarato. "Avevo voglia di mostrare la realtà di questo cinema. È veramente un pessimo film, che nessuno vuole vedere perché puzza. Il Giappone, che è uno dei paesi economicamente più potenti, rifiuta un film come questo".
Eppure la pellicola non è certo un corpo estraneo alla poetica di Kitano, come potrebbe credere chi non conosce bene la vena paradossale e dissacratoria di "Beat" Takeshi: al contrario, è la summa di tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento, a partire dalle trasmissioni televisive ironiche e demenziali (da noi riprese in "Mai dire Banzai") che lo avevano reso celebre presso il grande pubblico. E dimostra che Kitano, nonostante gli allori e la fama di "autore" impegnato, resta comunque un comico che non si prende sul serio ed è capace di giocare con sé stesso. Al di là del livello non sempre esaltante delle gag (ma alcune invece sono fenomenali: il samurai che taglia a pezzi con la sua spada oggetti sempre più piccoli, fino agli atomi; il pilota d'arero che finge di gettarsi fuori con il paracadute; le parodie dei più popolari generi cinematografici giapponesi, come i film erotici e quelli su yakuza, samurai e mostri di gomma), la struttura è proprio quella del flusso televisivo, con un susseguirsi di sketch senza soluzione di continuità e senza apparente concatenazione logica, in maniera non dissimile da "Ridere per ridere" di John Landis o "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python. L'umorismo è demenziale, sarcastico e spesso volgare, a volte quasi imbarazzante nella sua vacua infantilità e a volte così surreale da rasentare il teatro dell'assurdo, e trova il suo apice nella montagna di escrementi su cui il protagonista termina poco degnamente la sua odissea. D'altronde in Giappone l'humour scatologico ha una tradizione lunga e consolidata (si pensi per esempio al manga "Dottor Slump e Arale" di Akira Toriyama), una cosa normale per un paese – come ha spiegato lo stesso Kitano – che storicamente è sempre stato legato all'agricoltura e che ha dunque fondato le proprie fortune sui... fertilizzanti! Oltre a ridicolizzare le icone del cinema e dell'intrattenimento nipponico, però, il film lancia uno sguardo sarcastico sulla società nel suo insieme, per esempio sulla dipendenza dal sesso e dal consumismo. La satira è dunque a livello globale, e non deve perciò stupire se la parodia colpisce anche il cinema occidentale (da "La mosca" a "Ghostbusters"). Da notare infine l'uso comico della musica ("Così parlo Zarathustra", "Beat it" di Michael Jackson, la colonna sonora de "Lo squalo", ecc.), l'espressività (o – al contrario – la sua totale assenza) nei volti di alcuni caratteristi (Yojin Hino, il venditore d'auto; Tetsuya Yuuki, il boss yakuza effemminato), l'immancabile presenza dei soliti habituè kitaniani (Ren Osugi, il sicario che spara alle monetine; Susumu Terajima, lo yakuza che più volte muore davanti ad Asao lasciandogli armi, auto e droga). Lo stesso "Beat" Takeshi si ritaglia una piccola parte, quella dello scienziato pazzo che vorrebbe rendere invisibile Asao. Il protagonista, Dankan (alias Minoru Iizuka, già visto in "Boiling Point"), era in quegli anni il partner abituale di Kitano negli sketch comici che faceva in televisione.
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A che prezzo Hollywood? (What price Hollywood?)
di George Cukor – USA 1932
con Constance Bennett, Lowell Sherman
***
Rivisto in DVD, con Martin.
Un'intraprendente cameriera (Bennett) sogna di diventare una diva del cinema, e in effetti riesce a sfondare grazie all'aiuto di un regista simpatico e alcolizzato (Sherman). Ma la sua parabola ascendente (con tanto di matrimonio con un ricco milionario della costa est) si interseca con quella discendente del suo pigmalione, al quale rimane comunque legata fino alla fine da una forte amicizia. Ispirato a personaggi reali (la diva del muto Colleen Moore e il regista Tom Forman), è stato uno dei primi film a portare sullo schermo – in maniera quasi autoreferenziale – il dorato mondo di Hollywood e tutto il suo microcosmo di star, registi e produttori, svelandone senza pietà anche gli aspetti più crudeli e meno "glamourous". Fu anche uno dei primi lavori importanti di George Cukor, che aveva esordito come regista solo due anni prima, proveniendo dal teatro, e che si dimostra particolarmente predisposto a raccontare storie con protagoniste femminili. Particolarmente significativo per i temi trattati, il film – che passa con rapidità dalla commedia al dramma – ha ispirato il successivo (e più celebre) "È nata una stella" del 1937, del quale curiosamente lo stesso Cukor diresse il remake in chiave musical nel 1954 (dopo aver rifiutato di dirigere l'originale proprio perché troppo simile a questo film). La sceneggiatura, candidata agli Oscar, è basata su un racconto di Adela Rogers St. Johns e (non accreditato) Louis Stevens.
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Repulsion (id.)
di Roman Polanski – GB 1965
con Catherine Deneuve, Ian Hendry
***1/2
Rivisto in DVD.
Il secondo lungometraggio di Polanski dopo "Il coltello nell'acqua", nonché il primo realizzato all'estero, è l'allucinante cronaca della discesa di una ragazza verso la follia, un piccolo gioiello di angoscia e analisi psicopatologica. Carol, una giovane introversa e sessuofoba, lavora come manicure in un salone di bellezza e vive a Londra in un piccolo appartamento insieme alla sorella maggiore, alla quale è morbosamente legata. Quando quest'ultima parte per una breve vacanza insieme al suo amante, la ragazza rimane da sola in casa e si ritrae sempre più dal mondo, smettendo di lavorare e rinchiudendosi fra le quattro mura insieme ai propri incubi e alle proprie allucinazioni. Il film, girato in uno splendido e angosciante bianco e nero, con un'attenzione tra il surreale e l'iperreale ai dettagli visivi e agli effetti sonori (mentre i dialoghi sono ridotti all'osso), è un crescendo di delirio e di claustrofobia, sorretto dalla magistrale interpretazione della Deneuve che dà vita a un personaggio sperduto dentro sé stesso, spaesato, catatonico, sempre sovrappensiero. Tutto, naturalmente, ruota intorno al rapporto con il sesso, che Carol sembra rifuggire in ogni modo: dapprima osteggiando la presenza dell'amante della sorella in casa, poi scoraggiando in continuazione un suo giovane pretendente, e in seguito materializzando le proprie paure attraverso incubi (in cui viene violentata) e allucinazioni che diventano evidenti simboli e metafore (le crepe che si aprono nei muri, le mani che fuoriescono dalle pareti). L'atmosfera si fa via via più malsana (il coniglio che si decompone, le uccisioni), di pari passo con il disordine che invade la casa e la mente della protagonista. Come ad anticipare "Shining", il film su chiude sull'inquadratura ravvicinata di una fotografia che mostra come la follia fosse già presente negli occhi di Carol sin da piccola (e l'immagine dell'iride che chiude la pellicola rispecchia quella che l'aveva invece aperta, quando la scritta "Regia di Roman Polanski" aveva tagliato la pupilla orizzontalmente come nel "Cane andaluso" di Luis Buñuel).
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Etichette: Capolavori, Casa, Deneuve, Follia, Gran Bretagna, Polanski, Thriller
Sonatine (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1993
con Takeshi Kitano, Aya Kokumai
****
Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.
Murakami, yakuza stanco e disilluso che sta meditando di ritirarsi a vita privata, viene inviato a Okinawa con un pugno di uomini per aiutare una gang alleata in difficoltà. Ma in realtà è stato tradito dal suo boss, che intende sbarazzarsi di lui mandandolo incontro a morte certa. Il quarto lungometraggio di Kitano, quello con cui il regista comincia a raccogliere una certa notorietà internazionale, è un titolo fondamentale nella sua filmografia, il primo nel quale coniuga la violenza e il nichilismo già visti nei lavori precedenti con un'estetica e una poesia imprevedibile e astratta, che non può non lasciare disorientato uno spettatore che si attende magari un "normale" film di gangster (per quanto gli elementi classici del genere, come il tradimento e la vendetta, siano rigorosamente presenti). La pellicola è nettamente divisa in tre parti: nella prima, ambientata a Tokyo, facciamo la conoscenza con i personaggi, ritratti come spietati e insensibili (memorabile la frase di Murakami, colma di humour nero e sarcasmo, al suo vice Katagiri: "Siamo cattivi, vero?"); la terza, quella della resa dei conti finale, è secca e folgorante, con la sparatoria conclusiva che viene genialmente mostrata dall'esterno, attraverso il riverbero dei colpi di mitra sui vetri delle finestre, e che riecheggia l'epica disperata di Peckinpah. Ma il vero fulcro del film è la sezione centrale, che ha portato il Mereghetti a definire l'intero film "un beach-movie metafisico", in cui Murakami e i suoi compagni attendono inutilmente sulla spiaggia di ricevere notizie da Tokyo e si rendono conto infine di essere stati traditi. I giochi demenziali, le trappole scavate nella sabbia, la roulette russa, gli incontri di sumo (prima con le sagome di carta e poi con persone in carne e ossa che le imitano), le danze e i canti, le battaglie con i fuochi d'artificio, il frisbee e tutte le altre attività in cui i personaggi indulgono non rappresentano una pura regressione infantile né una semplice "perdita di tempo", ma un recupero del senso del gioco che è strettamente connesso al rischio, alla paura e alla morte, ovvero gli elementi che costituiscono l'essenza stessa di uno yakuza. Lontani dalla città e dai rituali sociali, e di fronte soltanto alla natura, i personaggi recuperano la loro dimensione più intima e personale. Murakami è perfettamente cosciente di questa situazione, e al suo sottoposto che gli domanda "Non è un po' troppo infantile, capo?", risponde "Che altro posso fare?". Anche il rapporto con la ragazza, la prostituta senza nome che si unisce al gruppo, è quasi un gioco di ruolo più che una relazione sessuale o di coppia: la ragazza non vuole essere protetta o "posseduta" da lui (che non l'aveva nemmeno aiutata mentre assisteva al suo stupro), ma lo ammira al punto da volersi identificare con la sua figura (gli chiede di poter sparare con il suo mitra, gli domanda notizie sul suo passato). Anche per questo, forse, si tratta di un rapporto insolitamente dolce e privo dei consueti sberleffi kitaniani.
Tutta la parte centrale del film, sospesa in un limbo magico dove il tempo non sembra mai trascorrere e la luna piena rimane in cielo per giorni e giorni di seguito, non rappresenta comunque un "buco nero" avulso dal resto della pellicola ma prefigura con lucidità ed essenzialità quello che avverrà dopo: si pensi al gioco della roulette russa, che si traduce prima in un sogno e poi nel suicidio del protagonista, ma anche alle continue sparatorie (il tiro al frisbee, la battaglia sulla spiaggia con i razzi), che anticipano lo scontro finale. L'elemento ludico verrà rivisitato altrettanto esplicitamente, è vero, ne "L'estate di Kikujiro", ma qui assume una valenza forse maggiore e più significativa, visto che non ci sono di mezzo bambini e che è dunque intimamente legato alla realtà e alla morte. Il mare, già intravisto in "Boiling point" e protagonista ne "Il silenzio sul mare", diventa in "Sonatine" uno scenario insostituibile, con i suoi rumori (il vento, le onde) e i colori, come sarà in seguito nella maggior parte delle pellicole del regista. La tavolozza cromatica si espande ed esplode: non solo il blu del mare o del cielo, ma anche il verde dei campi, il giallo della sabbia, il rosso del sangue, dei fiori e del frisbee. La grandezza del film è completata dall'umorismo, a volte ironico e a volte cinico (l'affogamento del gestore della sala da mahjong, appeso alla gru; la doccia sotto la pioggia, subito interrotta; l'auto che esce di strada; la gag della camicia floreale), dalla bellezza della messa in scena, spesso sorprendente (nelle riunioni fra i gangster, raramente è inquadrato chi sta parlando; sulla spiaggia invece predominano i campi lunghi che abbracciano tutti i personaggi), dall'asciuttezza della violenza (il pestaggio nel bagno; le sparatorie improvvise; il misterioso killer-pescatore), dall'umanità dei personaggi (l'amicizia che nasce fra Ken e il giovane Ryoji; la confessione a cuore aperto di Murakami quando rivela la sua paura della morte) e naturalmente dalla musica di Joe Hisaishi.
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Christian
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I vestiti nuovi dell'imperatore (The Emperor's New Clothes)
di Alan Taylor – GB/Italia/Germania 2001
con Ian Holm, Iben Hjejle
**1/2
Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.
E se Napoleone Bonaparte non fosse morto in esilio sull'isola di Sant'Elena, il 5 maggio 1821, ma fosse riuscito a tornare a Parigi sotto falso nome? Questa simpatica pellicola prova a giocare con la storia e immagina che l'imperatore si sia fatto sostituire da un sosia, sia sbarcato segretamente in Francia con l'intenzione di sollevare le folle e riprendere il potere, ma alla fine si sia adattato a condurre una vita tranquilla in famiglia, in compagnia di un'umile venditrice di cocomeri. L'implausibilità della vicenda si fa perdonare grazie alla leggerezza, all'ironia della narrazione e alla bravura degli interpreti (con uno strepitoso Ian Holm, che riesce a far ridere di Napoleone senza risultare caricaturale, e che in precedenza aveva già vestito i panni dell'imperatore francese in altre due occasioni, fra cui i "Banditi del tempo" di Terry Gilliam). Fra le scene più carine, quella in cui Napoleone visita il sito turistico sorto a Waterloo (e dorme in un letto su cui campeggia la scritta "L'imperatore ha dormito qui"); la sequenza in cui organizza la vendita dei cocomeri per le strade di Parigi come se si trattasse di una battaglia campale; e soprattutto il momento in cui si ritrova per un attimo in un manicomio, circondato da numerosi matti che si credono proprio... Napoleone, rendendosi finalmente conto che forse è meglio mettere da parte le manie di grandezza e accontentarsi della nuova felicità che è riuscito a costruirsi, per quanto su piccola scala. Il titolo del film è ripreso da una fiaba di Andersen (quella della celebre frase "Il re è nudo!"), con cui però non ha praticamente nulla in comune.
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La ronde - Il piacere e l'amore (La ronde)
di Max Ophüls – Francia 1950
con Anton Walbrook, Danielle Darrieux
***
Visto in DVD.
Un narratore misterioso e soprannaturale (Walbrook), che manipola personaggi e destini cambiando di volta in volta le proprie vesti, spostandosi avanti nel tempo e agendo come un demiurgo su un palco teatrale o un set cinematografico (in alcune occasioni lo vediamo tenere in mano un ciak, passare accanto a una macchina da presa o addirittura sforbiciare la pellicola a mo' di censura dopo una scena particolarmente audace), ci introduce alla "ronde" dell'amore, ovvero a un continuo passaggio di testimone fra diversi personaggi che si incontrano, si amano e si lasciano per proseguire il giro fino a quando questo non si chiude come era iniziato. Una prostituta che soffre di solitudine (Simone Signoret) si concede a un soldato senza chiedere nulla in cambio; il soldato (Serge Reggiani) corteggia e danza con una domestica, ma poi la abbandona dopo aver ottenuto ciò che voleva; la domestica (Simone Simon) trova lavoro in una casa borghese, dove seduce un giovane studente; questi (Daniel Gélin), scoperte le gioie dell'amore, affitta una garçonnière e ci porta una signora sposata, con la quale ha un attimo di défaillance (e in quel momento anche la giostra azionata dal nostro narratore sperimenta un breve guasto!); la signora (Danielle Darrieux), a casa, riflette sull'onestà e sul tradimento in compagnia del proprio marito, che le fa la morale; l'uomo (Fernand Gravey) porta una giovane amante, una sartina, nel salottino privato di un ristorante, e poi la sistema in un appartamento; la sartina (Odette Joyeux) vi riceve un eccentrico poeta, che gioca a non voler farsi riconoscere; il poeta (Jean-Louis Barrault) ha una complessa relazione d'amore e odio con l'attrice principale dell'opera teatrale che ha appena messo in scena; l'attrice (Isa Miranda) conquista rapidamente e senza molta fatica un conte, costringendolo a rivedere le proprie idee sul sesso; il conte (Gérard Philipe), ubriaco, si risveglia il mattino dopo nel letto della stessa prostituta che aveva dato inizio alla "ronde". Tratto dal "Girotondo" di Arthur Schnitzler, ambientato nella Vienna del 1900 (proprio come il racconto "Doppio sogno" dello stesso autore, dal quale Kubrick ha preso spunto per "Eyes wide shut": se pensiamo che il regista preferito di Kubrick era Ophüls, ecco che siamo di fronte a un'altra "ronde"!), è un film sfarzoso e moderno nella messa in scena, elegante e raffinata (la regia utilizza, in modo quasi invisibile, lunghi piani sequenza; le scenografie sono curatissime; i piani della realtà e della finzione metacinematografica si intrecciano continuamente), che si dipana in modo leggero e surreale e che lancia uno sguardo del tutto particolare sul tema del desiderio fisico e dell'impulso sessuale, fra seduzioni, tradimenti, ironia e cinismo, e che non a caso ebbe problemi con la censura. Il vero protagonista, il misterioso narratore, è una sorta di Cupido che con le sue azioni guida e poi osserva i "suoi personaggi" (così li chiama), a qualunque classe sociale appartengano, senza giudicarli con inutili moralismi ma svelandone comunque tutte le ipocrisie e le menzogne che ne segnano il continuo passaggio da sedotti a seduttori, da conquistatori ad abbandonati (curioso, per esempio, come sia il marito sia la sartina siano protagonisti di un dialogo identico dopo essere stati traditi dall'amante, quello che inizia con "Che ore sono?").
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Christian
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Avatar (id.)
di James Cameron – USA 2009
con Sam Worthington, Zoe Saldana
**
Visto al Medusa Multisala di Rozzano (in 3D), con Martin e Gabriele.
A dodici anni di distanza dal suo capolavoro "Titanic", James Cameron fa un ritorno in grande stile, pronto a superare sé stesso con un altro film-kolossal destinato a entrare nella storia del cinema, almeno per quanto riguarda la spettacolarità, gli incassi al box office, le innovazioni tecniche e (presumibilmente: lo scopriremo nei prossimi mesi) i premi vinti. Peccato però che il cinema sia anche – e soprattutto – emozioni, fantasia, personaggi, storie: e da questo punto di vista "Avatar" si rivela parecchio carente, e non può non deludere chi (come me) da un film si aspetta qualcosa di più che una lunga carrellata di immagini in computer grafica, per quanto belle. Fa anzi rabbia vedere "sprecato" tanto talento e tanta tecnologia con una sceneggiatura così debole, con sviluppi ampiamente prevedibili, con personaggi la cui caratterizzazione è scontata e stereotipata (con nota di demerito per il militare cattivo e ottuso) e la cui evoluzione praticamente non esiste, e con un mondo alieno così poco... "alieno" per fantasia e creatività, al punto che sembra quasi essere stato ideato da un bambino di dieci anni. Oltre al mancato coinvolgimento emotivo, la mancanza di sense of wonder è il difetto principale del film. Non bastano pochi ritocchi a piante e animali terrestri (per esempio: aggiungiamo due zampe e allunghiamo il muso a un cavallo, ed ecco che abbiamo una cavalcatura aliena!) per dare vita a qualcosa capace di lasciare davvero a bocca aperta. Se la semplicità della storia poteva benissimo essere messa in conto (anche le pellicole precedenti di Cameron non brillavano da questo punto di vista, e i loro punti di forza erano ben altri), l'assenza di stupore e la penuria di emozioni invece no.
Nonostante la lunghezza (160 minuti), la trama si riassume in poche righe: nel 2154, sul pianeta Pandora, unica fonte di approvvigionamento del preziosissimo minerale Unobtainium, gli esseri umani devono fronteggiare un ambiente ostile e soprattutto gli indigeni Na'vi, che professano una simbiosi totale fra tutte le forme di vita. Il marine paraplegico Jake Sully, la cui coscienza viene trasferita dentro un corpo artificiale Na'vi (un "avatar"), entra in contatto con un gruppo di questi alieni, supera tutte le prove per essere accettato fra loro e si innamora della figlia del capo tribù. Convertitosi al loro stile di vita, li guiderà in battaglia contro l'esercito terrestre che intendeva distruggere l'intero ecosistema. Come si vede, se spogliamo il soggetto dei (pochi) elementi fantascientifici, quello che resta è qualcosa già letto o visto mille volte. Come hanno detto in molti, le somiglianze con "Pocahontas" e "Balla coi lupi" (o, se vogliamo rimanere nell'ambito della SF, con il John Carter di Marte creato da Edgar R. Burroughs) sono lampanti, anche se questo in sé non è un difetto. A pesare in negativo sono semmai la divisione monolitica fra buoni e cattivi e l'assenza totale di colpi di scena. Per di più, anche gli elementi di fantascienza non sono in fondo nulla di nuovo: a parte alcune cosette che peraltro Cameron ci aveva già mostrato in passato (gli esoscheletri manovrabili, Sigourney Weaver che si sveglia dal sonno criogenico...), l'unico spunto davvero centrale è quello dell'avatar, che pure avrebbe potuto essere sviluppato meglio, magari anche a livello simbolico o esistenziale: per dirne una, manca qualsiasi riflessione sull'identità.
Dunque i pregi del film – oltre che nel "mestiere" del regista, comunque una garanzia – stanno soprattutto nel suo apparato visivo, questo sì davvero impressionante. Il mondo di Pandora è vasto, imponente, colmo di colori e paesaggi mozzafiato (boschi, montagne, cascate). Gli effetti digitali sono quanto di meglio si sia mai visto prima in una pellicola cinematografica. Non c'è confronto nemmeno con il "Signore degli Anelli" (c'è sempre la Weta Digital di mezzo), dove comunque le creature digitali erano riconoscibili come tali: qui i Na'vi, gli animali e i mostri di Pandora, le astronavi e tutti gli elementi generati al computer si fondono alla perfezione fra loro e nell'interazione con gli attori umani, lasciando allo spettatore l'impressione che tutte queste meraviglie esistano davvero e che Cameron si sia "limitato" a recarsi su un altro pianeta con la macchina da presa. Cosa pagherei per vedere una tale qualità al servizio di una sceneggiatura più intelligente e profonda: che so, un nuovo adattamento cinematografico di "Dune"! L'animazione è fluida, la regia impeccabile, la fotografia suggestiva. Iconograficamente c'è forse qualche debito di troppo verso Hayao Miyazaki (soprattutto "Laputa", per le montagne volanti, e "Princess Mononoke", per il bosco e gli animali) e Moebius ("Arzack"), ma sono debiti che si pagano con piacere. La scena più bella del film per me è quella in cui Jake deve catturare e domare la sua cavalcatura alata: sarà forse per il fascino del volo, ma è l'unica in cui ho quasi provato un brivido.
I Na'vi, a parte la pelle blu e altre caratteristiche anatomiche (magrissimi e longilinei, sono alti quasi quattro metri e hanno la coda), sono chiaramente ispirati ai nativi americani, mentre le loro credenze ricordano anche i miti indiani (d'altronde il termine stesso "avatar" è di origine indù e ha a che fare con l'incarnazione) e la residenza sugli alberi fra pensare agli elfi di Tolkien. Una loro caratteristica peculiare, forse la più interessante e originale, è la capacità di "connettersi" empaticamente con altri esseri viventi, piante comprese, attraverso l'estremità dei capelli (curiosamente questo aspetto non viene ulteriormente sviscerato: per esempio, durante il sesso si "connettono" fra loro?). Tutto, nel loro rapporto con la propria terra, è un elogio del panteismo, dell'animismo e della comunione con la natura, per quanto rappresentata in maniera assai fideistica. In confronto, gli esseri umani (a parte Jake e due o tre suoi amici, come i personaggi interpretati da Sigourney Weaver e da Michelle Rodriguez) fanno una ben magra figura: aridi, stupidi, egoisti, spietati, insensibili. Nel film non manca un sottostante messaggio anti-guerrafondaio ("Se qualcuno è seduto su una cosa che vuoi, prima lo rendi tuo nemico e poi te la prendi", con evidente riferimento alla politica estera americana nell'era Bush), ma non meno importante è il messaggio ecologico: ogni cosa è legata a tutte le altre, e l'intero pianeta può ribellarsi contro coloro che stanno cercando di distruggerlo per impadronirsi delle sue risorse (che poi, nel film, nemmeno viene spiegato perchè è tanto importante e prezioso questo Unobtainium: a proposito, un nome meno ridicolo non glielo si poteva trovare? Sembra uscito da "Topolino").
E veniamo infine al tanto acclamato 3D. Ancora una volta questa modalità di proiezione non mi ha convinto, anzi mi ha lasciato con la quasi certezza che si tratti di una bufala pazzesca. Se gli effetti digitali sono senza dubbio il punto di forza del film, tanto che senza di questi la pellicola perderebbe ogni interesse, al contrario la visione in tre dimensioni non aggiunge nulla di veramente essenziale all'esperienza dello spettatore, e forse la peggiora. Saranno stati gli scomodi occhialetti del cinema dove l'ho visto (pesanti, scuri e sporchi), fatto sta che dopo pochi minuti avrei già desiderato poter passare immediatamente alla tradizionale visione in 2D. Se sullo schermo l'utilizzo delle tre dimensioni è realistico, non invadente e sicuramente ben realizzato (molto meglio che nei film che avevo visto finora con questa tecnologia, "Coraline" e "A Christmas Carol"), dal lato narrativo non offre nessuna emozione aggiuntiva, non aumenta il coinvolgimento dello spettatore, anzi rischia di sviare la sua attenzione. Per fortuna, essendo il film così lungo, a un certo punto ci si abitua e si tende quasi a dimenticare che lo si sta vedendo in 3D: ma allora a cosa serve, se non a far pagare un biglietto maggiorato e a costringere a una visione più scomoda? Infine, ultima nota di biasimo (ma ormai non è più una novità) per l'orrendo e piattissimo doppiaggio italiano, che abbinato a un mediocre adattamento dei dialoghi ("carne a domicilio su rotelle": ma un marine parla davvero così?), mi costringerà a rivedere questo film, se mai lo rivedrò in futuro, rigorosamente in lingua originale e in 2D.
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Creature del cielo (Heavenly Creatures)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda/GB 1994
con Melanie Lynskey, Kate Winslet
***1/2
Rivisto in DVD, con Giovanni e Ginevra.
Christchurch, Nuova Zelanda, anni cinquanta: fra due studentesse quattordicenni – la scontrosa e introversa Pauline e la benestante e spocchiosa Juliet – nasce un'amicizia fortissima che assume caratteri via via più morbosi e sfocia in una simbiosi psicotica. Unite dalle comuni passioni (come quelle per il tenore Mario Lanza e per la narrativa fantastica), dai problemi di salute (la ferita alla gamba di Pauline, la tubercolosi di Juliet), dai disagi in famiglia (Pauline odia la propria madre, che a suo dire le "tarpa le ali", mentre Juliet soffre per l'imminente separazione dei suoi genitori) e dalla chiusura totale verso il mondo esterno (che si esplicita nel disprezzo verso la scuola e le compagne di classe, alle quali si sentono superiori), le due danno vita a un mondo di fantasia dove ambientano le storie da loro inventate e del quale si immaginano protagoniste (al punto da assumere i nomi di due dei loro personaggi, Gina e Debora). Quando i genitori, preoccupati per l'intensità del loro rapporto, cercheranno di dividerle, le ragazze progetteranno insieme l'omicidio della madre di Pauline: processate, come rivela la didascalia conclusiva, saranno condannate a non rivedersi mai più. Disturbante anche perché tratto da una storia vera (le frasi del diario di Pauline sono autentiche), non è solo il film d'esordio della bravissima Kate Winslet (nonché della coprotagonista Melanie Lynskey; anche lei molto brava, ma dalla carriera non altrettanto fortunata) ma anche quello con cui Peter Jackson si è allontanato per la prima volta dall'horror splatter e goliardico che lo aveva reso noto, dimostrandosi capace di affrontare anche film incentrati soprattutto sulla psicologia dei personaggi. Naturalmente il futuro regista della trilogia del "Signore degli Anelli" (a proposito, il libro di Tolkien veniva pubblicato proprio in quegli stessi anni cinquanta) non dimentica di essere un appassionato di fantasy e si diverte a ricostruire con ironia e artigianato, come un novello Ray Harryhausen, il mondo immaginario delle due ragazzine attraverso i personaggi di plastilina che prendono vita. Gli effetti speciali sono curati dalla Weta Digital, la compagnia dello stesso Jackson fondata per l'occasione. Ma nonostante l'indubbia bellezza tecnica del film (evidente anche nelle inquadrature, nei movimenti ariosi di macchina, nella fotografia colorata), il suo cuore poetico e crudele resta tutto nelle due interpreti e nei loro personaggi, adolescenti inquiete come tante altre, che si sentono uniche e unite contro il resto del mondo. E la sceneggiatura si mantiene sempre in equilibrio, raccontando gli eventi e i sentimenti senza cedere alla tentazione di una lettura sociologica o moralista ma nemmeno tessendo un semplice elogio della fantasia e dell'anticonformismo. Allo spettatore non si chiede né di giustificare le due ragazze né di condannarle.
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Cani arrabbiati, aka Semaforo rosso
di Mario Bava – Italia 1974
con Riccardo Cucciolla, Maurice Poli
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Visto in DVD, con Martin.
Dopo una sanguinosa rapina a un portavalori (nel corso della quale un loro compagno ci ha lasciato le penne), tre criminali fuggono prendendo in ostaggio una donna e salgono a bordo dell'automobile con la quale un uomo sta portando il figlioletto all'ospedale, costringendolo a condurli fuori città. Quasi tutto il film si svolge all'interno della vettura, in un ambiente claustrofobico e carico di tensione condiviso da rapitori e sequestrati, mentre fuori dai finestrini scorre il paesaggio dell'Italia centrale (si va da Roma verso Firenze). Caratterizzato da una violenza iperreale e stilizzata che travalica spesso le righe e tocca punte di cinismo e di grottesco, complice anche la caratterizzazione semplicistica ma efficace dei personaggi (i banditi sono sadici e psicopatici), il film gode di un'aura da cult movie non solo per il ritmo serrato e per l'abilità registica di Bava, ma anche per la sua travagliata lavorazione: a causa della bancarotta di uno dei produttori, infatti, la pellicola (che pure era a bassissimo budget) venne sequestrata dal tribunale e non fu mai distribuita nelle sale. L'etichetta di "film maledetto" ne accrebbe la fama a dismisura fra gli appassionati di cinema italiano di genere, fino a quando una versione intitolata "Semaforo rosso" uscì in DVD in Germania dopo oltre vent'anni grazie all'interesse dell'attrice Lea Lander, che qui interpreta la donna in ostaggio (ma ne esiste anche una versione americana, "Kidnapped", per la quale Lamberto Bava, figlio del regista, ha girato nuove scene e cambiato il montaggio e la colonna sonora). Nonostante sia rimasto a lungo invisibile, il film è stato una delle fonti di ispirazione per il primo lungometraggio di Quentin Tarantino, "Le iene", com'è evidente sin dal titolo (da "Rabid dogs" a "Reservoir dogs" il passo è breve) ma anche per l'impianto drammaturgico. L'atmosfera minacciosa, il ritmo senza un attimo di pausa, la musica nervosa di Stelvio Cipriani, i continui colpi di scena (memorabile quello finale, davvero spiazzante), le vigorose interpretazioni (su tutti spicca George Eastman nei panni dell'energico e strafottente "Trentadue", mentre Maurice Poli è il flemmatico "Dottore" e Don Backy il nevrotico "Bisturi"; l'autista sequestrato è invece il placido Riccardo Cucciolla), la fotografia che non perde occasione per sottolineare ogni goccia di sangue o di sudore (i primi piani naturalmente abbondano, visto che la storia si svolge in uno spazio chiuso e ristretto) e la sceneggiatura dai contorni nichilisti ne fanno un film unico nel suo genere. Il soggetto è ispirato a un racconto di Ellery Queen.
Scritto da
Christian
alle
10:43
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Etichette: Auto, Bava, Gangster, Heist, Italia, On the road, Thriller
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