31 agosto 2007

La Terra contro i dischi volanti (F. Sears, 1956)

La Terra contro i dischi volanti (Earth vs. the Flying Saucers)
di Fred F. Sears – USA 1956
con Hugh Marlowe, Joan Taylor
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Uno scienziato lancia missili in orbita nell'atmosfera per esplorare lo spazio, ma uno dopo l'altro vengono tutti abbattuti da una forza misteriosa. Si tratta di UFO, dalla classica forma rotonda, abitati da esseri antropomorfi in armatura che cercano di mettersi in contatto con lui. Gli alieni, che possono leggere nel pensiero e che vivono in una sorta di tempo accelerato, intendono invadere la Terra con le loro armi straordinarie, approfittando del maltempo causato da un'eruzione solare. Insieme alla moglie/assistente (figlia di un generale), lo scienziato organizza la difesa terrestre grazie a un apparecchio che distorce il campo magnetico dei dischi volanti, facendoli precipitare. Dopo i film sui dinosauri e sui mostri marini, stavolta gli effetti speciali di Ray Harryhausen sono al servizio di una storia bellico-fantascientifica che anticipa "Independence day" (soprattutto per la battaglia finale nei cieli di Washington, con i dischi che ne distruggono i monumenti e atterrano davanti alla Casa Bianca) e che deve qualche spunto allo splendido "Ultimatum alla Terra" di Robert Wise. Girato in un periodo in cui era esplosa la psicosi da avvistamento di UFO (e nel film se ne fa menzione), nonostante le ingenuità è uno spasso per gli amanti del genere. Interessante notare come gli alieni, per quanto cattivi, cerchino comunque di comunicare e di trattare con gli uomini, mentre questi reagiscano da subito con le armi e non provino mai la curiosità di comprenderli o di conoscerli. Nel doppiaggio d'epoca, la parola "missile" viene curiosamente pronunciata con l'accento sulla seconda "i".

30 agosto 2007

A brighter summer day (E. Yang, 1991)

A brighter summer day (Guling jie shaonian sha ren shijian)
di Edward Yang – Taiwan 1991
con Chang Chen, Lisa Yang
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Ambizioso e smisurato ritratto della gioventù taiwanese nei primi anni sessanta, in particolare delle bande di strada composte dai figli dei molti esuli che nel 1949 fuggirono dalla Cina continentale per rifugiarsi nella repubblica nazionalista, dopo la sconfitta nella guerra civile. Il protagonista Xiao S'ir (Chang Chen), un ragazzo costretto dalle ristrettezze economiche familiari a frequentare la scuola serale, si sforza di comportarsi da studente modello e di seguire gli insegnamenti del padre, impiegato governativo, ma non può fare a meno di restare coinvolto nelle vicende e nelle tragedie che si succedono attorno a lui. L'immagine del paese che ne esce non è consolante, fra la corruzione dei burocrati, l'ottusità degli insegnanti, il menefreghismo degli adulti e l'insicurezza degli adolescenti che non può che sfociare nella violenza. Molto lungo, forse troppo (quasi quattro ore!), a tratti ostico nella sua narrazione, anche se mai noioso, il film è ispirato a eventi reali (Yang, anche sceneggiatore insieme a tre collaboratori, si è ricordato di un caso di cronaca nera che scosse Taiwan in un periodo di forte turbolenza politica, negli anni della sua giovinezza) e si dipana lentamente fra lezioni scolastiche, risse, concerti con i brani di Elvis Presley (il titolo del film viene proprio da una strofa di "Are you lonesome tonight?"), primi amori, gelosie, amicizie e rivalità, fragili rapporti sociali e familiari. Peccato solo che il protagonista sia molto meno interessante dei personaggi che ruotano attorno a lui. In un certo senso il film può essere considerato un prequel del precedente lungometraggio di Yang, “The Terrorizers”, raccontando l’origine delle bande giovanili lì presentate. Il regista, morto recentemente, è stato uno dei nomi chiave del Nuovo Cinema Taiwanese, la corrente – ispirata alla Nouvelle Vague francese e al cinema italiano – sorta negli anni ottanta per portare sullo schermo ambientazioni più realistiche (rurali o urbane), storie di coming-of-age e immagini del rapido cambiamento della società, di cui il rappresentante più famoso in occidente è Hou Hsiao-hsien (ai cui primi film, durata a parte, questo può essere apparentato: i due, d’altronde, erano colleghi e amici, avendo collaborato a più riprese).

29 agosto 2007

La fiamma del peccato (B. Wilder, 1944)

La fiamma del peccato (Double indemnity)
di Billy Wilder – USA 1944
con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Da un bel romanzo di James M. Cain (intitolato in italiano "La morte paga doppio"), sceneggiato da Wilder e da Raymond Chandler, uno dei noir più celebri e archetipici del genere. Non manca nulla: la dark lady, il peso del destino, la torbida ossessione, la mediocrità del bene e del male, il "delitto perfetto" e la sconfitta finale. Il protagonista, Walter Neff, interpretato da MacMurray con la giusta dose di ambiguità morale, è un agente assicuratore che si lascia convincere da una "donna fatale" ad architettare l'omicidio del marito per intascare il denaro della sua polizza contro gli infortuni. Ma dovrà vedersela, oltre che con i propri sensi di colpa, con la curiosità e le indagini dell'impiegato pignolo che si occupa delle richieste di indennizzo, un formidabile (come al solito) Edward G. Robinson. Indimenticabile l'incipit, con la confessione di Neff ("L'ho fatto per il denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro. E non ho avuto la donna") che anticipa come il resto del film sarà raccontato in flashback (un altro luogo comune del cinema noir, un cinema non a caso fatto di bilanci esistenziali e di sguardi rivolti al passato), così come il rapporto di amicizia fra l'investigatore e il colpevole (con il primo che vede il secondo come un suo possibile figlio/erede) e quello di amore/odio fra i due amanti assassini, legati insieme da un delitto che li condurrà inevitabilmente e indissolubilmente fino alla punizione finale. Torbida e perfida la Stanwyck, seducente con il suo braccialetto alla caviglia (per non parlare della parrucca bionda e degli occhiali scuri) e con molti segreti da svelare nel suo non limpido passato. Ai tempi della sua uscita, fu uno dei primi film hollywoodiani a mostrare sullo schermo l'adulterio da quando era entrato in vigore il codice Hays (due anni dopo gli stessi temi saranno ripresi da un altro celebre noir, "Il postino suona sempre due volte").

27 agosto 2007

Il ventre dell'architetto (P. Greenaway, 1987)

Il ventre dell'architetto (The belly of an architect)
di Peter Greenaway – GB/Italia 1987
con Brian Dennehy, Chloe Webb
***

Visto in divx alla Fogona.

Un celebre architetto americano, Stourley Kracklite, si trasferisce a Roma con la giovane moglie per curare l'allestimento di una monumentale mostra su un visionario e pressoché sconosciuto architetto francese del settecento, Etienne-Louis Boullée, che ammira incondizionatamente e al quale ha ispirato tutta la propria opera. Mentre i lavori procedono a rilento, forse boicottati dagli stessi organizzatori, strani dolori al ventre lo portano a credere di essere stato avvelenato da qualcuno, magari proprio dalla moglie, che nel frattempo intreccia una relazione con il giovane Caspasian, responsabile dei finanziamenti della mostra. L'intero film, più che su una trama, si appoggia sulla figura del protagonista: ipocondriaco, egocentrico, ossessionato da Boullée (a cui scrive cartoline) e dal proprio addome (che paragona a quello dell'imperatore Augusto). Un Greenaway meno ostico, grottesco ed "enciclopedico" del solito, e più teatrale, narrativo e psicologico. Fra misteri e complotti, grande importanza hanno le scenografie, spesso simmetriche, ambientate fra le statue, i marmi, le scale e le colonne degli edifici imperiali, mentre le luci e i costumi ricordano celebri dipinti.

26 agosto 2007

L'altro delitto (K. Branagh, 1991)

L'altro delitto (Dead again)
di Kenneth Branagh – USA 1991
con Kenneth Branagh, Emma Thompson
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Il secondo lungometraggio di Branagh, e primo suo film non shakespeariano, è un intricato giallo metafisico che si svolge parallelamente in due epoche: nel 1949, il compositore Roman Strauss viene giustiziato per aver ucciso la moglie Margaret con un paio di forbici. Quarant'anni dopo, il detective Mike Church indaga su una donna che ha perso la memoria: grazie a un ipnotizzatore scopre che potrebbe trattarsi della reincarnazione della moglie di Strauss, e che lui stesso sarebbe il suo assassino. Il karma, come spiega un bizzarro psicanalista interpretato da Robin Williams, esige che la storia si ripeta – ma questa volta chi sarà la vittima? Barcamendosi tra Aldrich, Hitchcock, Lynch e Alan Parker, il regista mantiene una certa leggerezza (il personaggio del detective è piuttosto sbarazzino) e si riserva alcuni colpi di scena nel finale. L'avevo visto una decina di anni fa e non ne avevo un buon ricordo, mentre stavolta mi è piaciuto di più, anche se non sempre il ritmo e la tensione sono al massimo. Nel cast anche Andy Garcia e una giovane Julianne Moore nei panni della suora che accudisce Emma Thompson all'inizio.

25 agosto 2007

Betty Blue (J.-J. Beineix, 1986)

Betty Blue (37°2 le matin)
di Jean-Jacques Beineix – Francia 1986
con Jean-Hugues Anglade, Béatrice Dalle
***

Visto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una folle e intensa storia d'amore fra una ragazza passionale, istintiva e psicotica e un giovane aspirante scrittore che si accontenta di vivere al di sotto delle proprie capacità e si occupa di lavoretti di ogni tipo. Mentre i due si trasferiscono da una baracca sul mare a un albergo di Parigi, e poi vanno a gestire un negozio di pianoforti in una cittadina sulle montagne, il loro rapporto diventa sempre più stretto, ma la follia di lei conduce a una tragica conclusione nonostante tutti i tentativi che il ragazzo fa per proteggerla da sé stessa o per rimediare alle conseguenze dei suoi comportamenti. Leggero, epico e melodrammatico al tempo stesso, ricco di ottime ambientazioni e di situazioni surreali, il film fu un piccolo cult di quegli anni, anche se né il regista né la protagonista fecero poi parlare molto di sé (diverso il caso del bravo Anglade, visto in molte altre pellicole, fra cui "Notturno indiano"). Notevole anche la resa scenografica, specialmente in termini di colore. La versione che ho visto è quella integrale, che dura tre ore contro le due della versione cinematografica e che comprende molte scene (mai forzate) di nudo e di sesso. Ma il tono della pellicola resta lieve e quasi umoristico: non mancano alcuni personaggi macchiettistici, come il commissario che scrive libri e i poliziotti della cittadina di montagna. Il personaggio di Eddy, l'eccentrico proprietario della pizzeria, è interpretato da Gérard Darmon, "compare" di Alain Chabat in "Quattro delitti in allegria" (era il commissario) e in "Asterix e Obelix: missione Cleopatra".

24 agosto 2007

Tentazioni d'amore (E. Norton, 2000)

Tentazioni d'amore (Keeping the faith)
di Edward Norton – USA 2000
con Ben Stiller, Edward Norton
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Edward Norton (alla sua prima regia) è un prete cattolico, Ben Stiller un rabbino: amici sin dall'infanzia, da adulti si scoprono innamorati della stessa ragazza (Jenna Elfman), una donna in carriera. Mediocre commediola di ambientazione newyorkese il cui unico elemento interessante è lo spunto iniziale, che però non viene sufficientemente approfondito. Bravi gli attori, ma i personaggi mancano proprio di spiritualità e gli sviluppi della trama sono troppo "costruiti", per non parlare del prevedibile finale. Né le situazioni né le (poche) battute sulla religione sono divertenti. In alcuni ruoli minori ci sono anche Anne Bancroft (la madre del rabbino), Eli Wallach e Milos Forman (i "superiori" dei due protagonisti).

23 agosto 2007

Il mostro dei mari (R. Gordon, 1955)

Il mostro dei mari (It came from beneath the sea)
di Robert Gordon – USA 1955
con Kenneth Tobey, Faith Domergue
**

Visto in divx alla Fogona.

Un nuovo sommergibile atomico solca i mari, vanto degli uomini che lo hanno costruito. Ma nelle profondità dell'oceano incrocia una misteriosa creatura. Due biologi marini avanzano l'ipotesi che gli esperimenti con la bomba H alle isole Marshall abbiano reso radioattivo un gigantesco polpo che vive nelle profondità marine. I militari sono inizialmente scettici, ma devono ricredersi quando il mostro, impossibilitato a nutrirsi di pesci come faceva prima, prende di mira gli esseri umani affondando intere navi. Lo scontro finale avviene a San Francisco, con i tentacoli del polpo che distruggono il Golden Gate. Ennesimo b-movie fantacatastrofico da drive-in, quasi in tutto simile nella trama a "Il risveglio del dinosauro": al posto del mostro preistorico c'è un leviatano tentacoluto, al posto dell'Oceano Atlantico c'è il Pacifico, e i personaggi sono un po' meglio caratterizzati. Non trascendentali gli effetti di Harryhausen, che si limitano a qualche tentacolo gigante che esce dall'acqua e afferra modellini, mentre è interessante notare come nell'immaginario popolare quegli anni fossero dominati dall'energia atomica e da una certa fiducia verso la scienza, che oltre a provocare disastri fornisce anche il metodo per rimediarvi (sono assenti, almeno esplicitamente, riflessioni del tipo "è meglio che l'uomo non si spinga troppo oltre").

22 agosto 2007

Three times (Hou Hsiao-hsien, 2005)

Three times (Zui hao de shi guang)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 2005
con Shu Qi, Chang Chen
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Kaohsiung, 1966, "un tempo per amare": il giorno prima di partire come militare, un giovane si innamora di una ragazza che lavora in una saletta da biliardo. Dadaocheng, 1911, "un tempo per la libertà": un giornalista liberale e patriota frequenta una cortigiana in una casa d'appuntamenti. Taipei, 2005, "un tempo per la gioventù": una cantante intreccia una relazione con un fotografo. Tre episodi ambientati in epoche differenti della storia di Taiwan, che narrano di tre storie d'amore con gli stessi attori protagonisti. Il minimalismo di HHH al suo apice, fra piccoli gesti e sentimenti appena accennati. I costumi, le scenografie, i lenti movimenti di macchina, la sublime bellezza di Shu Qi (che aveva già lavorato con il regista in "Millenium mambo"), i sentimenti rarefatti: tutto contribuisce a rendere il film bello e struggente. Importante il ruolo della colonna sonora: nel primo episodio, il ragazzo comunica attraverso le canzoni (dai brani tradizionali ai Beatles); il secondo è girato come se fosse un film muto (anche se a colori), con le frasi dei protagonisti scritte sui cartelli e una musica di sottofondo al posto di voci e rumori; il terzo, fra giovani soli che si parlano attraverso cellulari o computer, è punteggiato dalle fredde canzoni della protagonista.

21 agosto 2007

Schegge di follia (M. Lehmann, 1987)

Schegge di follia (Heathers, aka Lethal attraction)
di Michael Lehmann – USA 1987
con Winona Ryder, Christian Slater
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

La liceale Veronica (e la sua miglior amica si chiama Betty: citazione dagli Archie Comics?) fa parte del gruppo delle ragazze più popolari della scuola. Ma si sente a disagio e insoddisfatta in un mondo di false amicizie e sentimenti repressi, e odia profondamente le persone che le stanno intorno. Un misterioso ragazzo, appena arrivato in città, la spinge a eliminare le persone a lei sgradite, mascherando i delitti come se fossero suicidi. Un film bizzarro che, sebbene completamente calato nella sua ambientazione anni ottanta (come testimoniano i colori, le capigliature e l'abbigliamento), sembra più attuale che mai: comincia come un incrocio surreale e onirico fra "Mean girls" e "Ragazze a Beverly Hills", e prosegue sugli stessi temi dei recenti film di Gus Van Sant ("Elephant" e "Paranoid Park"), anche se con stile differente: il malessere giovanile, i rapporti di forza e le strutture sociali nei licei, l'inadeguatezza degli insegnanti, il disinteresse dei genitori nei confronti dei figli. I colori accesi della fotografia donano atmosfere iperrealiste all'ambientazione, così come il comportamento surreale o insensato dei personaggi. Grazie a pellicole come questa, Winona Ryder divenne un'attrice cult per quasi tutti i primi anni novanta, interpretando spesso parti da ragazza "problematica": curiosamente la sua stella cominciò a declinare con "Ragazze interrotte", film nel quale fu la sua coprotagonista a vincere l'Oscar e ad attirare su di sé l'attenzione generale: era Angelina Jolie.

20 agosto 2007

Il risveglio del dinosauro (E. Lourie, 1953)

Il risveglio del dinosauro (The beast from 20.000 fathoms)
di Eugene Lourie – USA 1953
con Paul Hubschmid, Paula Raymond
**

Visto in divx alla Fogona.

Primo film di un mini-ciclo che ho dedicato a Ray Harryhausen, leggendario artigiano degli effetti speciali, amato e idolatrato fra gli altri da Peter Jackson e Tim Burton, e responsabile di affascinanti e ingenui b-movie a base di mostri e astronavi.

Un'esplosione atomica sperimentale al circolo polare artico risveglia un dinosauro rimasto imprigionato fra i ghiacci da cento milioni di anni. Un fisico nucleare, unico superstite ad aver visto il mostro, non viene inizialmente creduto, ma con l'aiuto di un paleontologo e della sua bella assistente riesce a convincere i militari del pericolo appena prima che il dinosauro raggiunga New York e semini panico e distruzione in città. Ispirato da una storia di Ray Bradbury, è un film avventuroso e catastrofico dove gli scienziati, per una volta, sono protagonisti in positivo e dove il pericolo proviene dal passato e non dal futuro. Anzi, proprio un proiettile radioattivo (sparato da un giovane Lee Van Cleef) si rivela l'arma migliore per eliminare il mostro e i germi di cui è portatore. La pellicola deve gran parte del suo fascino agli effetti di Harryhausen, che anima il mostro a passo uno in sequenze che oggi forse possono sembrare un po' ridicole, ma che a quei tempi devono aver avuto un grande impatto sul pubblico. Degno di nota anche un combattimento sottomarino fra un polpo gigante e uno squalo. Il film ispirò probabilmente un altro celebre mostro, Godzilla, che sarebbe nato in Giappone l'anno seguente, ma prende spunto a sua volta da "King Kong" e da "La cosa da un altro mondo". Ma il regista non è Hawks né Tourneur: i personaggi non vengono particolarmente approfonditi e il mostro è esibito quasi subito, azzerando la suspense.

19 agosto 2007

Irreversible (Gaspar Noé, 2002)

Irreversible (id.)
di Gaspar Noé – Francia 2002
con Vincent Cassel, Monica Bellucci
*1/2

Visto in divx alla Fogona.

La sua donna viene aggredita e violentata in un sottopassaggio, e lui si getta con un amico in un'odissea notturna e disperata alla ricerca del responsabile. Il film inizia dai titoli di coda, per poi proseguire con una serie di piani sequenza montati in ordine cronologico inverso: la storia è infatti raccontata al contrario, come in "Memento" o in "CinquePerDue", ma il tutto rimane artificioso anche se l'escamotage riesce a creare una certa tensione, visto che consente di sapere in anticipo che cosa sta per accadere, avendone già mostrato le conseguenze. Lo stile però non mi è piaciuto: la macchina da presa è nervosa, ondeggia e va a scatti, vorrebbe creare disturbo e disagio nello spettatore, anche attraverso la musica e la fotografia scura e calda, ma si intravede troppo la mano dell'autore. Inoltre le sequenze sono lunghissime e monotone, confuse e sgradevoli, e infastidiscono per la volontà di scandalizzare a tutti i costi e di esibire voyeuristicamente una violenza fine a sé stessa (la "discesa all'inferno" nel locale gay sadomaso all'inizio, lo strupro prolungato poi). L'ultima parte, che cronologicamente sarebbe la prima, è infine noiosa e del tutto inutile. Bravo Cassel, pessima come sempre la Bellucci. Cameo per Philippe Nahon, il macellaio protagonista del precedenti lavori di Noé, "Carne" e "Seul contre tous".

18 agosto 2007

Phantom of regular size (S. Tsukamoto, 1986)

Phantom of regular size (Futsu saizu no kaijin)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1986
con Tomorowo Taguchi, Kei Fujiwara
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Un impiegato combatte contro una donna che ha una mano bionica con artigli alla Lady Deathstryke. Dopodiché anche lui comincia a trasformarsi in un "mostro d'acciaio". Il responsabile è un suo amico, che ha ottenuto questi poteri in seguito a un incidente stradale. Primo cortometraggio amatoriale di Tsukamoto, che fa le prove generali per "Tetsuo", di cui anticipa trama, temi (la mutazione del corpo, l'ibrido uomo-macchina), stile (effetti artigianali, animazioni per sovrapposizione di immagini, montaggio accelerato) e situazioni (lo stupro con il pene-trivella). Breve (18 minuti) e confuso, ma decisamente interessante e divertente.

17 agosto 2007

Il rullo compressore e il violino (A. Tarkovskij, 1960)

Il rullo compressore e il violino (Katok i skripka)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1960
con Igor Fomchenko, Vladimir Zamansky
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Un bambino di sette anni, che prende lezioni di violino e viene continuamente vessato dai ragazzi più grandi, stringe amicizia per un giorno con l'operaio addetto al rullo per asfaltare la strada davanti a casa sua. Un "piccolo" film (dura appena tre quarti d'ora) sull'infanzia e l'amicizia, delicato e gradevole, realizzato da Tarkovskij come saggio di regia per diplomarsi all'istituto cinematografico Gerasimov di Mosca (VGIK) e scritto insieme ad Andrei Konchalovsky (il fratello di Nikita Michalkov, che collaborerà con lui anche in "Andrej Rublev"). A differenza degli altri due film "studenteschi" realizzati in precedenza ("Gli uccisori" e "Non ci sarà licenza oggi"), in questo caso Tarkovskij firma da solo la regia: e pertanto la pellicola risulta più "poetica" e decisamente più in linea con le sue tematiche. Anche se ovviamente siamo ancora lontani dai suoi capolavori successivi, infatti, molti elementi visivi – i colori, le luci, le pozzanghere per la strada e i riflessi – rimandano già a quello che sarà lo stile del regista, donando alla pellicola un tono a metà strada fra il realismo e il fiabesco. Da notare che anche il primo lungometraggio di Tarkovskij, "L'infanzia di Ivan", avrà un bambino come protagonista.

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.

3 agosto 2007

Monsters & Co. (Pete Docter, 2001)

Monsters & Co. (Monsters, Inc.)
di Pete Docter – USA 2001
animazione digitale
***1/2

Rivisto in DVD, con Saveria e Albertino.

Forse il miglior film Pixar fino a oggi (insieme a "Toy Story 2"), sicuramente il più originale. La vicenda si svolge in un'altra dimensione, abitata soltanto dai mostri, la cui organizzazione sociale è in tutto simile a quella umana. L'unica fonte di energia è costituita dalle grida di terrore dei bambini umani, e la società Monsters & Co. ha l'incarico di procurarla con un gruppo di "spaventatori" appositamente addestrati per recarsi nottetempo nelle stanze dei piccoli attraverso porte transdimensionali attivabili a piacimento. Ma i bambini moderni non si spaventano più come una volta, e la produzione di energia è drammaticamente in calo. Mentre qualcuno trama nell'ombra per rivoluzionare il sistema produttivo, il peloso James P. Sullivan (il migliore degli spaventatori) e il suo assistente monocolo Mike Wazowski vengono in contatto con una bambina giunta per errore nel loro mondo. Il geniale ribaltamento di ruoli (i mostri hanno nomi "normali", temono la burocrazia e sono in realtà terrorizzati da una bimba che chiamano "Boo"!) è alla base di un film divertente e, come sempre, giostrato su più livelli, una fiaba che descrive dall'esterno il mondo dei bambini e delle loro paure, una grande avventura e una commovente storia d'amore. Ottime la resa tecnica, l'espressività dei personaggi e la regia delle scene d'azione (come l'inseguimento finale nel magazzino delle porte dimensionali, ispirate forse da "Alice nel paese delle meraviglie" e dall'episodio di Lamù con Inaba). Irresistibili anche le gag comiche, come il musical improvvisato da Wazowski sulle parole "Ehi, rimetti quell'affare dove l'hai trovato, dai retta a me!", e le strizzatine d'occhio, come il nome del locale alla moda dove si reca con la sua fidanzata ("Harryhausen").

2 agosto 2007

Happy together (Wong Kar-wai, 1997)

Happy together (Chun gwong cha sit)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1997
con Tony Leung Chiu-wai, Leslie Cheung
***

Rivisto in VHS.

È il film di WKW che alla prima visione ho amato di meno, ma a furia di rivederlo ha cominciato a piacermi sempre di più e ora lo trovo davvero bello. La storia, spezzettata e narrata con un incedere un po' stanco, è quella di due amanti gay che da Hong Kong si trasferiscono a Buenos Aires, dove si separano e si ritrovano per poi separarsi di nuovo, incapaci di restare "felici insieme". Premiato per la miglior regia a Cannes, il film rappresenta un punto d'arrivo nello stile del regista, che rischiava di diventare troppo manieristico; dal successivo "In the mood for love" le cose cambieranno in meglio. Alcune trovate sono davvero interessanti: i primi venti minuti sono in bianco e nero, poi, quando uno dei due amici suggerisce "Perché non ricominciamo?", ecco che arrivano improvvisamente i colori. Dal lato formale, la fotografia sgranatissima è uno degli aspetti più caratteristici della pellicola, insieme a un uso delle luci e della camera a mano che difetta però talvolta di coerenza e di lucidità. I due personaggi sono inizialmente quasi intercambiabili e indistinguibili fra loro, poi quello interpretato da Tony Leung – il più responsabile dei due – prende il sopravvento, ed è allora che il film comincia a decollare. Il setting argentino si sposa bene con la tristezza, la nostalgia e la solitudine dei protagonisti, oltre a segnare metaforicamente un allontanamento dalle loro radici (Buenos Aires è agli esatti antipodi di Hong Kong) e contestualizzare le scelte musicali del regista, che ha sempre amato le melodie latine. Il compianto Leslie era gay anche nella vita reale, ma qui rimane decisamente in secondo piano rispetto a Tony Leung e anche a Chang Chen, il terzo personaggio centrale del film, che compare nel finale, che dà più importanza alle voci rispetto alle immagini e che non ama il cinema: un "antipodo" di WKW stesso?

1 agosto 2007

Requiem for a dream (D. Aronofsky, 2000)

Requiem for a dream (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2000
con Jared Leto, Ellen Burstyn
***

Visto in DVD, con Albertino.

Sconvolgente e devastante film sulla droga e la tossicodipendenza, che azzarda persino un parallelo fra la dipendenza da eroina che caratterizza il giovane protagonista, il suo amico e la sua fidanzata (Jennifer Connelly) e quelle per la televisione e le diete che riguardano invece sua madre, un'eccezionale Ellen Burstyn. Un vero pugno nello stomaco, una disperata discesa all'inferno di quattro personaggi in un crescendo di degradazione e autodistruzione, forse persino esagerata e un po' improbabile in certi punti (soprattutto quelli relativi alla madre, comunque il personaggio più interessante del film). L'assoluta e tragica mancanza di un lieto fine fa quasi pensare che il regista abbia voluto programmaticamente accanirsi sui suoi personaggi, portando le loro sofferenze all'estremo e senza ritorno. Folgorante lo stile, che punta quasi tutto sul montaggio rapidissimo e frammentato di determinate sequenze, ipnotiche e meccanicamente ripetute, e sulla messa in scena di una percezione accelerata o rallentata del tempo, che accresce l'intensità della narrazione. Importante anche il ruolo della musica di Clint Mansell e del quartetto d'archi Kronos, il cui tema principale è stato poi ripreso addirittura in un trailer de "Il signore degli anelli". Di Aronofsky avevo visto finora soltanto "Pi - il teorema del delirio", che non mi era piaciuto per niente.

The Million Dollar Hotel (W. Wenders, 2000)

The Million Dollar Hotel (id.)
di Wim Wenders – Germania/GB/USA 2000
con Jeremy Davies, Milla Jovovich, Mel Gibson
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Al Million Dollar Hotel, albergo decaduto e in rovina che si erge a fianco dei grattacieli di Los Angeles e dove trovano rifugio soltanto disperati, reietti della società, ubriaconi, tossici, prostitute e paranoici (una sorta di "albergo dei poveri" alla Gorkij), giunge Skinner, un agente dell'FBI, per indagare sulla recente morte di un barbone che in realtà era figlio di un ricco magnate dei media. Ad aiutarlo nell'indagine si offre Tom Tom, ritardato mentale, amico del morto e innamorato di Eloise, giovane prostituta squilibrata. Questo film – tratto da un soggetto di Bono degli U2 – mi ha sempre lasciato una sensazione ambivalente: quando l'ho visto la prima volta, al cinema, mi era piaciuto moltissimo e l'avevo trovato diverso dal solito Wenders grazie all'intreccio giallistico e all'azzeccato personaggio di Mel Gibson che parodizza i poliziotti e gli agenti speciali dei film d'azione, una sorta di "Robocop" con protesi e cicatrici (evidenti residui della prima stesura della sceneggiatura, che avrebbe dovuto ambientare la vicenda nel futuro). Successivamente, però, avevo cambiato un po' opinione e la pellicola aveva cominciato a sembrarmi stucchevole. Mi avevano infastidito alcuni personaggi troppo macchiettistici e un soggetto che mostrava un po' la corda. Rivisto ora, invece, il film mi ha di nuovo conquistato. Il personaggio di Tom Tom continua a non piacermi troppo, e purtroppo la bellissima Milla Jovovich non recita particolarmente bene, ma la confezione è eccezionale (dalla fotografia alle musiche, fra gli altri, di Bono e Brian Eno), la satira del mercato dell'arte è efficace (qual è la divisione fra arte e spazzatura?), così come quella del carrozzone mediatico e dell'importanza di apparire in televisione. E l'atmosfera di degrado e alienazione riesce a reggere il peso della vicenda molto più del mistero che l'agente Skinner è impegnato a svelare (la cui soluzione, a ben vedere, era evidente sin dal principio).

31 luglio 2007

L'avventura (M. Antonioni, 1960)

Ieri sera, lo stesso giorno in cui è scomparso Ingmar Bergman, è morto anche Michelangelo Antonioni, uno dei miei registi italiani preferiti. Doveroso, anche in questo caso, riguardarsi alcuni dei suoi film.


L'avventura
di Michelangelo Antonioni – Italia 1960
con Monica Vitti, Gabriele Ferzetti
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo capitolo della cosiddetta "trilogia dell'alienazione" (gli altri due sono "La notte" e "L'eclisse", sempre con Monica Vitti), nella quale il regista affronta per la prima volta i temi dell'incomunicabilità e del disagio esistenziale che lo hanno reso celebre. Il film vinse il premio speciale della giuria a Cannes (dopo essere stato fischiato alla proiezione pubblica) e diede il via alla notorietà internazionale del regista, oltre a cambiare in gran parte il mondo del cinema (da qualche parte ho letto questa citazione: «Antonioni is the difference between "Bridge on the River Kwai" and "Lawrence of Arabia", between 'Spartacus' and "2001", between "Breathless" and "Contempt"»). Anna, figlia di un diplomatico, scompare misteriosamente nel nulla durante una crociera in barca con un gruppo di amici della ricca e annoiata borghesia romana. Dopo aver setacciato inutilmente lo scoglio roccioso di Lisca Bianca, dove la ragazza era stata vista l'ultima volta, la sua amica Claudia e il suo fidanzato Sandro decidono di proseguire le ricerche da soli. Poco a poco, però, le rispettive solitudini avvicinano i due e li spingono a innamorarsi. Lo scopo della loro ricerca passa in secondo piano, e Claudia si rende conto di temere il ritorno dell'amica: "tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore", commenta. La prima parte del film è dominata dalle forze della natura: il mare, il vento, la roccia sembrano opprimere gli uomini, che si smarriscono al loro interno per fuggire dal vuoto che li circonda. La seconda, ambientata in una Sicilia arcaica, fra paesi disabitati o a stento sfiorati dalla modernità, dalla vita mondana o dal turismo, mette invece a fuoco la fragilità dei rapporti umani e la distanza fra i personaggi, impegnati in una ricerca inutile e senza fine.

Blow up (M. Antonioni, 1966)

Blow up
di Michelangelo Antonioni – Italia/GB 1966
con David Hemmings, Vanessa Redgrave
****

Rivisto in DVD.

Nella swinging London degli anni sessanta, giovane, modaiola e apatica, un gruppo di clown e mimi scorrazza gioiosamente per le strade, mentre un fotografo di moda, fra una modella e l'altra, riprende scatti in giro per la città. Segue una coppietta in un parco e la fotografa di nascosto, ma al momento dello sviluppo scopre di aver inconsapevolmente assistito a un tentativo di omicidio. Le foto parlano chiaro... o forse no? Ispirato da un racconto breve di Julio Cortázar, "Blow up" è un grande film – forse il mio preferito fra tutte le pellicole di Antonioni – sul potere dell'immagine e della comunicazione, e su quello dell'arte e dell'immaginazione come sostituti della realtà. Il significato e il valore di ciò che vediamo risiede nello spettatore, e non nell'oggetto stesso: un'interpretazione quasi da fisica quantistica (evidente nella bella sequenza del concerto degli Yardbirds, che non ricordavo affatto dalle precedenti visioni del film, dove il frammento di chitarra (di Jeff Beck!) di cui si impossessa il protagonista cessa di avere il minimo interesse una volta tolto dal proprio contesto). Formalmente elegantissimo (anche per quanto riguarda musiche, costumi, colori e scenografie), con un David Hemmings che in quegli anni frequentava spesso il cinema italiano (in seguito avrebbe interpretato anche, fra gli altri, "Profondo rosso" di Dario Argento) e una sfuggente Vanessa Redgrave dal volto giovane e severo come Greta Garbo, si conclude con la celebre partita a tennis senza pallina, "mimata" dai clown, ai quali il protagonista si unisce come raccattapalle una volta compresa la relatività dell'esperienza visiva. Una delle modelle fotografate dal protagonista è una giovane Jane Birkin. Primo di tre film di Antonioni girati all'estero e in lingua inglese (i successivi saranno "Zabriskie Point" e "Professione: reporter"), riscosse un inaspettato successo di pubblico e di critica, e vinse la Palma d'Oro a Cannes. Brian De Palma ne ha fatto un remake con John Travolta, "Blow out", dove alla suggestione delle immagini ha sostituito quella del sonoro.

30 luglio 2007

Il posto delle fragole (I. Bergman, 1957)

Oggi è stata annunciata la notizia della morte di Ingmar Bergman, uno dei più grandi registi del ventesimo secolo. Per ricordarlo mi sono rivisto due dei suoi grandi film, cominciando con quello che ritengo il suo capolavoro.


Il posto delle fragole (Smultronstället)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Victor Sjöström, Ingrid Thulin
****

Rivisto in DVD.

All'età di 78 anni, il medico Isak Borg parte in automobile dal suo paese per recarsi a Lund, dove dovrà ricevere un'onoreficenza per i cinquant'anni della sua attività professionale. Il viaggio, in compagnia della nuora, diventa un'occasione per riflettere sulla propria solitudine e fare il bilancio di un'esistenza dedicata soltanto al lavoro, nonché per recuperare alcuni ricordi della propria infanzia (il "posto delle fragole" è uno dei luoghi-simbolo della sua giovinezza, nei pressi della casa dove trascorreva l'estate con la sua numerosa famiglia). La paura della morte e i rimpianti del passato, la vecchiaia che avanza e la giovinezza che le corre a fianco, l'amore per il prossimo e l'aridità del cuore: tutti temi che il protagonista è costretto ad affrontare in una sola e intensa giornata, grazie anche a una serie di importanti incontri (una vivace e sbarazzina autostoppista in viaggio verso l'Italia; i suoi due corteggiatori – un aspirante teologo e uno studente di medicina – in perenne discussione fra loro; un marito e una moglie di mezza età, litigiosi e fastidiosi, che non perdono occasione per umiliarsi a vicenda; la madre dello stesso medico, irrimediabilmente ancorata a un passato nostalgico e malinconico, fatto di vecchi oggetti e di giocattoli per bambini ormai scomparsi) e soprattutto a una serie di sogni surreali e significativi, che ricordano De Chirico, Dalì e il primo Buñuel: strade deserte e palazzi in rovina, orologi senza lancette e carri funebri, esami universitari da rifare e amare memorie del passato. "Il primo dovere di un medico è quello di chiedere perdono": nonostante sia rispettato e benvoluto da tutti (per esempio dagli abitanti della regione dove ha lavorato per anni come medico condotto), chi conosce veramente bene l'anziano dottore lo giudica egoista, indifferente o incomprensivo. Lui stesso è costretto infine ad ammettere di aver rimosso, inconsciamente, ogni sensibilità dalla propria vita e di essersi condannato a una vita di solitudine, la stessa che potrebbe attendere il figlio se proseguirà sulla sua stessa via. Ma forse non è troppo tardi, per nessuno dei due, per cambiare strada (e solo oggi, alla terza o quarta visione del film, mi sono reso conto del possibile parallelo con il "Canto di Natale" di Dickens). Alla fine, come dice il Mereghetti, "il ritmo sincopato si distende e i sussulti d'angoscia si sciolgono in un sorriso sereno: e la vita mancata del protagonista si illumina attraverso quelle ancora possibili dei suoi giovani compagni di strada". Il film è splendidamente interpretato dall'anziano regista Victor Sjöström, mentre nel cast compaiono numerosi habitué del cinema di Bergman, dall'elegante e bellissima Ingrid Thulin a Bibi Andersson, fino a Max von Sydow.

La fontana della vergine (I. Bergman, 1960)

La fontana della vergine (Jungfrukällan)
di Ingmar Bergman – Svezia 1960
con Max von Sydow, Birgitta Valberg
***1/2

Rivisto in DVD.

Ispirata da una leggenda del 1300, è una fiaba gotica e severa, ambientata in un medioevo barbarico e suggestivo dove la religiosità cristiana convive con antichi riti pagani e superstizioni popolari. Una ragazza, bella e ingenua, si avventura nel bosco per portare le candele rituali fino alla chiesa oltre la valle, un compito che per tradizione è riservato solo alle fanciulle vergini. Ma viene violentata e uccisa da tre pastori, che in seguito cercano un riparo per la notte proprio nella casa dei suoi genitori. Quando questi scoprono l'accaduto, si vendicheranno. Alla fine, però, nel luogo dove la ragazza era stata uccisa sgorga miracolosamente una sorgente d'acqua purificatrice. Le vivide immagini della vicenda sono esaltate da una bellissima fotografia in bianco e nero che rende giustizia tanto ai paesaggi e alle scenografie (il bosco, la fattoria, il focolare) quanto ai volti degli attori, avvolti da un'aura quasi pittorica. La caratterizzazione psicologica dei personaggi (indimenticabile la serva, selvaggia e gelosa, che accompagna la ragazza nel suo viaggio) lascia spazio a improvvisi scoppi di violenza e brutalità. Il film vinse l'Oscar per il miglior film straniero.

L'orgoglio degli Amberson (O. Welles, 1942)

L'orgoglio degli Amberson (The magnificent Ambersons)
di Orson Welles – USA 1942
con Joseph Cotten, Tim Holt
**1/2

Rivisto in DVD.

Per il suo secondo lungometraggio dopo il fenomenale "Quarto potere", Welles scelse di adattare un romanzo di Booth Tarkington, una saga generazionale che narra della caduta di una grande e ricca famiglia del sud degli Stati Uniti. Alla fine del diciannovesimo secolo, Isabel Amberson rifiuta per orgoglio la corte del giovane ed eccentrico Eugene Morgan, preferendo sposare un altro pretendente. Vent'anni dopo, sarà suo figlio George a innamorarsi della figlia di Morgan, Lucy, e a venirne respinto in una sorta di contrappasso. Ma ormai la ruota è girata e la fortuna degli Amberson è svanita nel nulla. Welles non si riservò alcun ruolo da attore e si limitò a stare dietro la macchina da presa: forse anche per questo il film non ebbe il successo sperato e la produzione, non appena ne ebbe l'occasione, incaricò il montatore (Robert Wise!) di accorciarlo di oltre 40 minuti, imponendo fra l'altro un lieto fine che stona con tutto il resto e annacqua decisamente la vicenda. Ne soffrono, oltre alla tensione drammatica che decolla solo a tratti, anche alcuni personaggi minori (come il maggiore Amberson, il padre di Isabel) che non vengono indagati a sufficienza. Tecnicamente, però, il film mostra tutta la maestria del suo autore, con movimenti di macchina e piani sequenza (come quello iniziale al ballo) che non avevano pari in quegli anni. Celebri, inoltre, i titoli di coda: non scritti, ma letti dalla voce di Welles in persona, che terminano con le parole "io ho scritto il film e l'ho diretto. Mi chiamo Orson Welles".

29 luglio 2007

Il vento fa il suo giro (G. Diritti, 2005)

Il vento fa il suo giro (E l'aura fait son vir)
di Giorgio Diritti – Italia 2005
con Thierry Toscan, Alessandra Agosti
**

Visto al cinema Mexico, con Saveria.

Un pastore francese si trasferisce, con la giovane famiglia e un centinaio di capre, dai Pirenei a una piccola valle piemontese dove si parla ancora l'occitano. Accolto inizialmente con sospetto e qualche scetticismo ma con la speranza che il suo arrivo possa far rinascere un paese dove ormai risiedono solo anziani, dove nessuno lavora più e che si anima soltanto per il turismo durante l'estate, il "forestiero" vede lentamente incrinarsi i suoi rapporti con gli abitanti in una serie di dissidi, invidie e intolleranze ("Non mi piace la parola tolleranza", dice a un certo punto. "Se devi tollerare qualcuno, non c'è uguaglianza"). Mi avevano parlato molto bene di questo piccolo film italiano autoprodotto e parlato in tre lingue con sottotitoli (italiano, francese e lingua d'oc), ma la visione mi ha lasciato deluso. Ben fatto e interessante, certo, anche dal punto di vista antropologico, ed è apprezzabile l'assenza di buonismo e di un tono consolatorio, ma forse mi aspettavo qualcosa di diverso, più alla Kiarostami (forse per l'assonanza del titolo con "Il vento ci porterà via"). L'ho trovato invece troppo pesante e asfissiante, permeato da un'umanità gretta e meschina sotto un cielo sempre più plumbeo.

Buena Vista Social Club (W. Wenders, 1998)

Buena Vista Social Club (id.)
di Wim Wenders – Germania 1998
con Ibrahim Ferrer, Compay Segundo
**1/2

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Nel 1996 Ry Cooder, recatosi a Cuba alla ricerca di nuove sonorità, "riscoprì" una serie di vecchi musicisti ormai dimenticati e li rese di nuovo celebri anche e soprattutto all'estero con un disco che vinse il Grammy Award. Il documentario di Wenders alterna scene dei loro concerti ad Amsterdam e alla Carnegie Hall di New York con interviste girate nell'isola caraibica, realizzando un ritratto di un gruppo di artisti ancora vitali e pieni di entusiasmo nonostante l'età avanzata (Compay Segundo, all'epoca del film, aveva ben 90 anni!). A differenza di altri suoi documentari, Wenders si mette da parte e realizza qualcosa di meno personale: la sua voce narrante non compare mai, lasciando spazio ai veri protagonisti del film, i musicisti e l'isola cubana.

Lègami! (P. Almodóvar, 1990)

Lègami! (¡Átame!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1990
con Victoria Abril, Antonio Banderas
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno psicopatico appena uscito dal manicomio (il solito Banderas, che spesso aveva parti simili nei primi film di Almodóvar: ma questa è forse la sua interpretazione più significativa) sequestra un'attrice porno, che ha appena finito di recitare in un film horror, e la tiene legata in casa nella speranza che, prima o poi, si innamori di lui. Il che puntualmente accade. Una storia d'amore leggermente sadomasochistica, narrata con il tono lieve e leggero della commedia. Forse non memorabile come altri film del regista, ma comunque piacevole e ben recitato. La fotografia, soprattutto nella prima parte, insiste decisamente sul rosso vivace: sono numerosissimi gli oggetti in scena di questo colore. La musica è di Ennio Morricone. Per la prima volta dopo anni, Almodóvar non ricorre a Carmen Maura (considerata troppo vecchia per recitare la parte della protagonista) nel cast, e in compenso inizia una collaborazione con Victoria Abril, già apparsa in un cameo ne "La legge del desiderio". Francisco Rabal interpreta il regista. Quando venne distribuito negli Stati Uniti, il film scatenò un dibattito che portò alla revisione del sistema di rating cinematografico.

28 luglio 2007

Signs (M. Night Shyamalan, 2002)

Signs (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2002
con Mel Gibson, Joaquin Phoenix
*

Visto in DVD.

Gibson, negli improbabili panni di un pastore protestante che ha perso la fede dopo la morte della moglie in un incidente stradale, trova nel suo campo di grano alcuni misteriosi cerchi come quelli che compaiono sempre più frequentemente in tutto il mondo. Naturalmente sono stati gli alieni, che stanno per invadere la Terra e minacciare la sua famiglia. Da "Il sesto senso" in poi, questo è stato l'unico film di Shyamalan che non sono andato a vedere al cinema, visto che l'argomento non mi interessava (questo tipo di leggende contemporanee mi ha sempre fatto dubitare della sanità mentale di chi ci crede, e cavarci fuori qualcosa di sensato mi pareva difficile) e il film aveva tutta l'aria di essere brutto. Non mi ero sbagliato, anche se a livello tecnico qualche pregio ce l'ha (il regista ha ammesso influenze da "La notte dei morti viventi" e "Gli uccelli" per la scena dell'assedio alla casa). In un'opera ascrivibile al genere fantastico, però, la cosa più importante è la cosiddetta sospensione dell'incredulità. Per avere paura di un branco di zombi che avanza sullo schermo, per esempio, si deve "fingere di credere" che gli zombi esistano davvero. E se questo vale per i B-movie più ingenui, a maggior ragione deve valere per pellicole ambiziose come questa. Ma per convincermi a "credere" che i cerchi nel grano non siano opera di qualche buontempone o che un copricapo di carta stagnola possa impedire agli alieni di leggerci nel pensiero, il regista (anche sceneggiatore) avrebbe dovuto sforzarsi molto di più oppure scegliere di realizzare un film comico/demenziale. Invece non mi ha mai convinto che i personaggi del film fossero davvero in pericolo e, di conseguenza, non ho provato particolare tensione durante le scene madri.
Il vero problema, comunque, è un altro. Se come film di fantascienza o thriller la pellicola è fiacca e implausibile (riproporre i cliché degli anni cinquanta prendendosi così sul serio è imperdonabile oltre che incoerente), queste osservazioni sono marginali visto che il suo fulcro sta altrove. Il vero tema è il percorso interiore e religioso del protagonista, mentre i crop circles e gli alieni non sono altro che una metafora per dare dignità alle "teorie" creazioniste. Il reverendo perde la fede quando non scorge più una "volontà superiore" che guida il mondo, e comincia a ritenere che tutte le cose brutte che accadono intorno a lui siano solo frutto del caso. La riacquista invece quando lui e i suoi familiari si salvano proprio per una serie di coincidenze (l'asma del figlio, i bicchieri d'acqua lasciati in giro dalla bambina, e così via), che dunque non sarebbero tali ma miracoli, segni (signs) dell'esistenza di Dio. Un "ragionamento" misticheggiante e ai limiti della superstizione, purtroppo comune nella patria dell'anti-evoluzionismo, che non fa altro che banalizzare il pensiero ateo e scientifico, ben più fondato e sofferto di come venga ritratto qui, ma a ben pensarci anche la fede cristiana, ridotta a un semplice meccanismo "vedo il miracolo, e dunque credo".
Shyamalan compare nel ruolo dell'automobilista che ha investito la moglie del protagonista. Fra gli attori c'è anche Abigail Breslin, la bambina di "Little Miss Sunshine".

27 luglio 2007

Insider (Michael Mann, 1999)

Insider – Dietro la verità (The insider)
di Michael Mann – USA 1999
con Al Pacino, Russell Crowe
**1/2

Visto in DVD.

Se c'è un genere cinematografico nel quale gli americani eccellono, è quello di denuncia. A dire il vero non ne vado pazzo, però questo "Insider" è solido e ben fatto, e può contare su due ottimi attori molto abili a interpretare due personaggi integri e coraggiosi (anche se le loro motivazioni, soprattutto quelle di Crowe, sono un po' ambigue). Si ispira alla storia vera di Jeffrey Wigand, scienziato e responsabile del settore ricerca e sviluppo di una grande industria del tabacco, che (dopo essere stato licenziato perché contrario a manipolare chimicamente la nicotina per aumentarne la capacità di assuefazione) venne convinto dal giornalista televisivo Lowell Bergman a rivelare pubblicamente tutte le menzogne dei suoi capi. I magnati del tabacco, proprio come una famiglia mafiosa, provarono a fermarlo in tutti i modi, dalle velate minacce a lui e ai suoi familiari fino al tentativo di screditarlo con una campagna stampa diffamatoria, e riuscirono addirittura a "convincere" la CBS a non mandare in onda l'intervista. Ma alla fine, grazie alla caparbietà di Bergman, la verità trionfò e portò alla prima causa vincente, con relativa richiesta di indennizzo, contro le industrie del tabacco. Il film ha forse qualche lungaggine di troppo nella parte centrale, e sarebbe stato meglio sfrondare un po' di scene relative alla famiglia di Wigand. Meglio invece la parte finale, incentrata sul potere del giornalismo d'inchiesta, che ricorda pellicole come "Tutti gli uomini del presidente" e "Good night, and good luck", anche se rende il film un po' disequilibrato (nell'ultima mezz'ora Crowe quasi scompare dalla pellicola). Curioso parallelo fra i due protagonisti, quando escono per l'ultima volta dai rispettivi luoghi di lavoro (Wigand all'inizio del film, il giornalista Bergman alla fine), in un ralenti quasi hongkonghese.

26 luglio 2007

Fearless (Ronny Yu, 2006)

Fearless (Huo Yuanjia)
di Ronny Yu – Cina/Hong Kong 2006
con Jet Li, Yong Dong, Shido Nakamura
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Biografia romanzata di Huo Yuan-jia, leggendario praticante di wushu e fondatore dell'associazione di arti marziali Chin Woo, oggi diffusa in tutto il mondo. All'inizio del ventesimo secolo, Huo sfidò numerosi campioni stranieri per rinsaldare l'orgoglio nazionale della Cina. Quasi tutto il film è narrato in un lungo flashback che segue il protagonista dall'infanzia alla giovinezza, trascorsa nell'ossessione di diventare il campione della sua città attraverso una serie di combattimenti sempre più insensati e cruenti, prima di giungere alla faticosa comprensione del vero valore del wushu (non quello di sconfiggere l'avversario, ma quello di migliorare sé stessi) e del suo ruolo aggregante e sociale. Oltre a costituire il ritorno di Jet li in patria ("Hero" a parte, i suoi ultimi film erano tutti occidentali), è un ottimo film di arti marziali (le coreografie sono del solito Yuen Woo Ping), con poco wire work e numerosi e variopinti combattimenti caratterizzati da un sonoro e da una fisicità notevoli. Anche il regista è tornato a Hong Kong dopo una parentesi americana tutt'altro che disprezzabile (suo è l'eccellente "La sposa di Chucky", per esempio). In passato il personaggio di Huo aveva già ispirato il cinema di kung fu, per esempio nel classico "Dalla Cina con furore" con Bruce Lee e nel suo remake "Fist of Legend" con lo stesso Jet Li (in entrambi i casi i protagonisti erano discepoli di Huo).

Nota: ho letto che ne esiste una versione "director's cut" con circa mezz'ora di scene in più, nelle quali comparirebbe anche Michelle Yeoh!

Amore fra le rovine (G. Cukor, 1975)

Amore fra le rovine (Love among the ruins)
di George Cukor – GB 1975
con Laurence Olivier, Katharine Hepburn
***1/2

Visto in VHS.

Delizioso film televisivo con due vecchie glorie dello schermo che si esibiscono in un'interpretazione di alta qualità su una sceneggiatura scoppiettante e all'altezza dei grandi capolavori di Cukor. Olivier veste i panni di un avvocato londinese che deve difendere in tribunale un'anziana donna accusata da un giovane di averla sedotta e di aver poi rotto la proposta di matrimonio. Ma lo stesso avvocato, cinquant'anni prima, aveva conosciuto la signora, allora giovane attrice, e se ne era invaghito. Lei lo aveva però lasciato senza spiegazioni, condannandolo a una vita solitaria fatta di ricordi e di rimpianti. E mentre lui non l'ha mai dimenticata, lei sembra non ricordarsi affatto di lui... L'arringa finale dell'avvocato è un capolavoro di tecnica oratoria e al tempo stesso una struggente dichiarazione d'amore, mentre i duetti e i battibecchi fra i due protagonisti ricordano i grandi film hollywoodiani degli anni trenta e quaranta, nonostante l'ambientazione e l'atmosfera siano tipicamente britanniche.

25 luglio 2007

L'uomo che fuggì dal futuro (G. Lucas, 1971)

L'uomo che fuggì dal futuro (THX 1138)
di George Lucas – USA 1971
con Robert Duvall, Donald Pleasance
**

Visto in DVD.

Per il suo primo film, prodotto da Francis Ford Coppola, Lucas ha rielaborato un cortometraggio che aveva presentato come lavoro finale alla scuola di cinema che frequentava. Si tratta di un tipico rappresentante di quel genere di fantascienza sociale che descrive società future oppressive e meccanicizzate, eredi di 1984 e del "Grande Fratello" di Orwell. Gli uomini, che vivono sottoterra in un ambiente asettico e claustrofobico dove tutti vestono di bianco, non hanno un nome ma solo una sigla (THX 1138 è quella del protagonista, LUH 3417 quella della sua compagna) e vengono mantenuti sotto controllo sin dall'infanzia mediante l'assunzione obbligata di droghe e sedativi. Le videocamere e i sorveglianti sono dappertutto, mentre l'ordine è mantenuto da poliziotti robotici. Ogni individuo è al servizio della produzione e delle "masse", l'amore e le emozioni sono bandite, il sesso – se non strettamente regolamentato – è illegale, mentre la televisione 3D trasmette catartiche scene di violenza e le numerose cappelle offrono ai "fedeli" un conforto preregistrato e sempre uguale. Freddo, monotono e un po' pallosetto, il film non mi ha molto impressionato: i personaggi (per esigenze di trama, certo) non sono quasi caratterizzati, mentre i dialoghi si limitano a infiniti elenchi di numeri, codici e procedure tecniche per sottolineare la disumanizzazione della società. La prigione nella quale viene rinchiuso THX rimane però impressa, un immenso spazio bianco privo di qualsiasi cosa, come la Dimensione Delta di Romano Scarpa. Qualche anno fa avevo anche letto il libro (versione Urania) che Ben Bova aveva tratto dal film, e mi era piaciuto di più.

The cocoanuts (Santley, Florey, 1929)

Le noci di cocco, aka Il ladro di gioielli (The cocoanuts)
di Joseph Santley, Robert Florey – USA 1929
con Groucho, Chico e Harpo Marx
**1/2

Rivisto in DVD con Albertino, in originale con sottotitoli inglesi.

Prima dell'avvento del sonoro, sarebbe stato impossibile per i fratelli Marx approdare al cinema. E infatti, prima di questa pellicola d'esordio, avevano lavorato soprattutto nel mondo del teatro e del vaudeville. Non a caso "The Cocoanuts" è la rappresentazione filmata di un loro precedente lavoro teatrale, e come tale è estremamente frammentato e presenta troppi numeri musicali o balletti slegati fra loro. I tre fratelli (in realtà c'è anche Zeppo, ma come al solito la sua presenza sulla scena è impalpabile) dividono la scena con altri attori e non hanno molto spazio per valorizzare la propria comicità, ma i momenti memorabili non mancano, dalle battute di Groucho ("Tre anni fa arrivai in Florida senza un soldo in tasca. Ora ho un soldo in tasca!") ai suoi duetti con Chico (su tutti la gag "Viaduct/Why a duck?" e la scena dell'asta pubblica), per non parlare del "folle" e guastatore Harpo che mangia i telefoni e ruba i vestiti dalle persone mentre queste li indossano. I personaggi dei tre fratelli sono già completamente caratterizzati, mentre la loro capacità di seminare caos e disordine negli ambienti più rispettabili è ancora all'acqua di rose, messa in secondo piano da una sottotrama romantica e da una vicenda a base di furti di gioielli che lascia un po' il tempo che trova.

23 luglio 2007

Sotto la sabbia (François Ozon, 2000)

Sotto la sabbia (Sous le sable)
di François Ozon – Francia 2000
con Charlotte Rampling, Bruno Cremer
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Una donna di mezza età va in spiaggia con il marito: ma l'uomo scompare misteriosamente. Dopo la preoccupazione, l'affanno e le prime ricerche, la donna torna alla propria vita cittadina come se nulla fosse successo, negando la realtà, mettendo la testa "sotto la sabbia" e continuando a immaginare di vivere insieme a un marito ormai inesistente e che vede soltanto lei, forse perché incapace di elaborare il lutto oppure perché troppo abituata alla vita borghese che ha sempre condotto. Difatti non riesce né a cambiare il proprio tenore di vita né a lasciarsi corteggiare da un altro uomo. Bellissimo film dal taglio psicologico e psicanalitico, che sul momento può spiazzare un po' lo spettatore (a un certo punto mi sono trovato a immaginare che il marito non fosse mai nemmeno esistito... per fortuna il film non è un thriller!) ma che riesce a dar vita a un personaggio realistico e spirituale e a situazioni quanto mai allucinate e stranianti. Ottima l'interpretazione della Rampling, che successivamente Ozon sceglierà ancora come protagonista dell'altrettanto inquietante, ma meno riuscito, "Swimming pool" (sceneggiato, come questo, insieme a Emmanuèle Bernheim, di cui curiosamente la Rampling interpreterà la madre in "È andato tutto bene").

Meet the Feebles (P. Jackson, 1989)

Meet the Feebles
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1989
animazione con pupazzi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Prima dei premi Oscar e del "Signore degli Anelli", Peter Jackson era noto per il suo irresistibile "cattivo gusto" e per una voglia sfrenata di sperimentazione, soprattutto nel campo dell'animazione a passo uno e degli effetti speciali artigianali. Questa pellicola, l'unica delle sue a non essere mai giunta da noi, è una parodia del Muppet Show, il celebre spettacolo con pupazzi animati. Anche i Feebles sono una banda di animali protagonisti di uno spettacolo televisivo, ma – a differenza dei Muppet – dietro le quinte del loro show si nascondono perversioni e scandali di ogni tipo. Uno dei protagonisti (un coniglio) ha una vita sessuale sregolata e si ammala di AIDS; un lanciatore di coltelli (un alligatore), veterano del Vietnam, è un tossico all'ultimo stadio; il produttore dello spettacolo (un tricheco) arrotonda i guadagni trafficando in cocaina e affittando lo scantinato per girare film porno sadomaso; e come se non bastasse, tradisce la star (Heidi, un ippopotamo grasso e depresso) con la quale aveva una relazione, e quest'ultima si vendicherà compiendo una strage con una mitragliatrice il giorno della diretta in televisione. Violento e dissacrante, ripieno di humor nero o semplicemente di scene "disgustose" (non mancano vomito, pustole, squartamenti), mette in scena un mondo nel quale un elefante può procreare con una gallina (ed essere costretto all'esame del DNA per provare che il figlio è suo, anche il pulcino se ha la proboscide!) e una mosca fare il giornalista scandalistico perché ama rovistare nelle... toilette. La trasgressione, comunque, non è fine a sé stessa ma al servizio di una storia. Un film decisamente non per tutti, ma chi sta al gioco si divertirà di sicuro.

22 luglio 2007

Naked weapon (Ching Siu-tung, 2002)

Naked weapon (Chek law dak gung)
di Ching Siu-tung – Hong Kong 2002
con Maggie Q, Anya, Daniel Wu
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'organizzazione di "Madame M" rapisce ragazzine di 12-13 anni da ogni parte del mondo e le imprigiona su un'isola deserta dove vengono addestrate per diventare temibili assassine. Un agente della CIA indaga e, sei anni dopo, incontra e si innamora di una di loro. Lo avevo già visto un paio di anni fa, questo film, ma me ne ero dimenticato e me ne sono reso conto soltanto una decina di minuti dopo che il DVD era partito, a testimonianza di quanto poco mi fosse rimasto impresso. Eppure la prima parte, quella del duro addestramento delle bambine sull'isola, non è poi male nella sua assurdità e nella crudeltà sopra le righe (con la sceneggiatura del solito Wong Jing). Il resto, invece, è il solito action movie hongkonghese di nuova generazione, con un grande livello produttivo (location esotiche – la pellicola si apre a Roma! – e belle ragazze) ma scarsa qualità a livello di sceneggiatura, e dove nemmeno le battaglie a colpi di arti marziali riescono a salvare la pellicola (ormai gli attori non sono più veri atleti, come erano Jackie Chan e compagni, ma vengono aiutati da cavi e manipolati da effetti speciali alla "Matrix"). La regia di Ching Siu-tung è professionale, ma il film è tutt'altro che memorabile. Nessuna parentela, Wong Jing a parte, con "Naked killer".

19 luglio 2007

Harry Potter 5 (D. Yates, 2007)

Harry Potter e l'ordine della fenice (Harry Potter and the Order of the Phoenix)
di David Yates – USA/GB 2007
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Saveria, Albertino e Alfredo.

Mi è piaciuto più di quanto avessi previsto, visto che ritengo il quinto libro il più debole in assoluto della serie, quasi un "riempitivo" che, anziché portare avanti la vicenda (la rivelazione della profezia, pompata come se costituisse chissà quale shock per i personaggi, non scuote minimamente il lettore/spettatore), si perde in contorti complotti di società segrete ed è apprezzabile solo per i toni cupi e l'atmosfera di accerchiamento e paranoia. L'adattamento cinematografico, invece, sfronda saggiamente gran parte della "zavorra" della prima parte del volume, riducendo al minimo il ruolo dell'ordine che dà il titolo all'episodio e concentrandosi di più sul protagonista e sugli avvenimenti che accadono a Hogwarts, rinunciando magari a qualche sottotrama (come quella degli esami del quinto anno) o a qualche spiegazione (non viene specificato, per esempio, che all'origine della profezia c'è la professoressa Cooman) ma dando il giusto spazio al bel personaggio dell'inquisitrice Dolores Umbridge, interpretata da un'ottima Imelda Staunton che va ad aggiungersi a un cast di comprimari di tutto rispetto, grazie anche al ritorno di gran parte dei personaggi degli episodi precedenti. Simpatico anche il personaggio della piccola Luna(tica) Lovegood. Per quasi tutto il film il nemico non è costituito dalle forze oscure di Voldemort e dei suoi seguaci, bensì dalle ottuse e bigotte istituzioni del mondo magico che cercano di prendere il controllo della scuola e si rifiutano di credere agli avvenimenti di cui Harry è stato testimone in passato. Dimenticato il Quidditch, c'è poi spazio per una magia finalmente di respiro epico e usata in combattimenti a base di incantesimi: il duello finale contro i Mangiamorte (i seguaci di Voldemort) e il confronto fra Silente e l'Oscuro Signore donano alla saga – forse per la prima volta – quella tensione che era un po' mancata in passato. In più viene approfondito anche il personaggio di Harry, in piena fase di cambiamento adolescenziale: la sua rabbia e la sua insicurezza sfociano nella (ri)scoperta dell'amicizia e in quella dell'amore (c'è una bella scena con il suo primo bacio con la "cinesina" Cho), rendendolo finalmente più adulto e affine al pubblico. Yates (regista televisivo britannico finora sconosciuto) dirige senza infamia e senza lode: è già stato annunciato che sarà lui il responsabile anche del sesto episodio. Da notare che lo sceneggiatore è cambiato: si tratta di Michael Goldenberg, a differenza dello Steve Kloves che ha firmato tutti gli altri film (e firmerà i successivi tre). Che sia per questo che mi è piaciuto di più?
Nota: il magazzino stracolmo di "profezie" contenute nelle bocce di vetro mi ha fatto pensare al terzo film di Lamù, "Remember my love" (quello da cui anche questo blog prende il nome), dove c'è una scena così simile da rendere difficile pensare che possa trattarsi di una coincidenza...

Harry Potter 4 (M. Newell, 2005)

Harry Potter e il calice di fuoco (Harry Potter and the goblet of fire)
di Mike Newell – USA/GB 2005
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**

Il quarto libro è il mio preferito della serie scritta da J. K. Rowling, ma purtroppo il corrispondente film costituisce un passo indietro rispetto al terzo, anche a causa dell'ennesimo avvicendamento alla regia (al posto del visionario Cuarón arriva il non trascendentale autore di "Quattro matrimoni e un funerale", destinato peraltro a rimanere per un solo capitolo). Con questa storia, la saga di Harry Potter prende una piega sinistra e la morte comincia a farsi strada fra i personaggi. Al termine di un lungo torneo fra i rappresentanti di tre diverse scuole di magia, che porta a mettere da parte persino l'insopportabile gioco del Quidditch, fin troppo presente negli episodi precedenti, Harry deve assistere al definitivo ritorno del suo arcinemico Lord Voldemort e all'uccisione di un suo compagno di classe (il poco caratterizzato e quasi mai visto prima Cedric Diggory). Buoni gli effetti speciali, ma la tensione non è al massimo e il film è nel complesso dimenticabile. Non ho apprezzato, per esempio, che ci vengano mostrate soltanto le prove superate da Harry Potter e non quelle dei suoi concorrenti nel torneo. Quattro le new entry di rilievo: Brendan Gleeson (il professor "Malocchio" Moody), Miranda Richardson (la giornalista impicciona Rita Skeeter), Timothy Spall (l'infido e "topesco" Peter Minus) e soprattutto Ralph Fiennes, che da qui alla fine presterà il volto (si fa per dire, visto che ne è quasi privo) al mega-cattivo Lord Voldemort.

Harry Potter 3 (A. Cuarón, 2004)

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (Harry Potter and the prisoner of Azkaban)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2004
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**1/2

Come volevasi dimostrare, è bastato sostituire un regista mediocre come Columbus con uno dotato di maggior talento come Cuarón per dare vigore alla saga e sfornare quello che finora è forse il miglior episodio cinematografico della serie. Il regista messicano ha la giusta personalità per rendere interessante il mondo magico in cui si svolgono le vicende, non più a livello soltanto infantile ma a tutto tondo, con adeguate suggestioni estetico-visive e un certo senso del meraviglioso. Piccoli tocchi umoristici anche "cattivi" abbelliscono scenari e situazioni (il platano picchiatore che mangia gli uccellini, per esempio), la fotografia rende dark e fascinosi ambienti e paesaggi (belle le scene al chiaro di luna), mentre la sceneggiatura elimina finalmente alcuni dettagli presenti nel romanzo ma superflui rispetto alla storyline principale. Un film non è un libro, e la troppa fedeltà all'originale è spesso più un male che un bene. La pellicola introduce un personaggio fondamentale, Sirius Black, il "padrino" di Harry, il cui volto da malandrino è quello di un Gary Oldman che per una volta non recita troppo sopra le righe. Ma il cast dei comprimari si arricchisce anche di altri mostri sacri: Emma Thompson nei panni della sedicente veggente Sibilla Cooman, David Thewlis in quelli del professor Lupin, Julie Christie come madame Rosmerta, e Michael Gambon che sostituisce lo scomparso Richard Harris come preside di Hogwarts. Emma Watson, infine, si fa sempre più carina! D'altronde fra la lavorazione del secondo film e quella del terzo sono passati non uno ma due anni, e la cosa si vede: i tre protagonisti dimostrano ben più dei tredici-quattordici anni che i loro personaggi dovrebbero avere.

Harry Potter 2 (C. Columbus, 2002)

Harry Potter e la camera dei segreti (Harry Potter and the chamber of secrets)
di Chris Columbus – USA/GB 2002
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Nel corso del suo secondo anno alla scuola di magia di Hogwarts, Harry Potter deve vedersela con un basilisco, un mostro che pietrifica gli studenti mezzosangue, fuoriuscito dalla "camera dei segreti" per opera di un misterioso erede di Serpeverde (uno dei fondatori della scuola). Se il secondo libro della saga di J. K. Rowling era all'altezza o forse anche migliore del primo, il secondo film è decisamente inferiore al precedente ed è probabilmente il peggiore della serie (almeno finora: quando scrivo, sono usciti i primi cinque). Colpa, oltre che del solito Columbus alla regia, soprattutto di una sceneggiatura monocorde che nell'adattare il romanzo sceglie di svolgere il "compitino" e di riportare sullo schermo pari pari tutto ciò che era presente nel volume, dando identico peso ai dettagli importanti e a quelli inutili, senza il coraggio di eliminare quest'ultimi (forse per paura della reazione dei fan). Come risultato, la pellicola è troppo densa di elementi, a scapito di quelli veramente importanti. Un esempio per tutti: Ginny, la sorella minore di Ron, viene introdotta rapidamente all'inizio della pellicola per poi scomparire per quasi tutto il film e riapparire nel finale come deus ex machina della vicenda, in maniera completamente anticlimatica. Cosa costava eliminare alcune sequenze e darle così più spazio all'interno di un film decisamente troppo affollato, monotono e noioso (oltre che troppo lungo)? Fra gli attori, una sola new entry di rilievo: Kenneth Branagh, che interpreta il vanesio Gilderoy Allock, nuovo insegnante di difesa contro le arti oscure (un incarico ricoperto in ogni episodio da un personaggio differente).