7 gennaio 2007

Avventurieri dell'aria (H. Hawks, 1939)

Avventurieri dell'aria (Only angels have wings)
di Howard Hawks – USA 1939
con Cary Grant, Jean Harlow
***

Visto in DVD, con Martin.

La vita, gli amori, le tragedie di un gruppo di piloti civili che svolge il servizio postale in un'imprecisato paese dell'America Latina, fra il porto e le montagne perennemente immerse nella nebbia e nel maltempo. Cary Grant è il capo del gruppo, cinico e indurito dalle esperienze ma abile e benvoluto da tutti; Jean Harlow è la bionda che si innamora di lui nonostante il rischio, che incombe continuamente, di non vederlo tornare da una missione; Richard Barthelmess è un altro pilota con un passato scomodo da dimenticare; Rita Hayworth è sua moglie, nonché ex fiamma di Grant, in un ruolo un po' sacrificato (ma "Gilda" era ancora lontana da venire). Hawks è bravissimo a descrivere l'ambiente e a far interagire fra loro personaggi ben caratterizzati. Un piccolo gioiellino con molti temi tipici del regista, dall'amicizia virile al conflitto fra i sessi, dall'eroismo stemperato dall'ironia al rischio della morte incombente.

5 gennaio 2007

The prestige (Christopher Nolan, 2006)

The prestige (id.)
di Christopher Nolan – USA/GB 2006
con Christian Bale, Hugh Jackman
***1/2

Visto al cinema President.

Grande film: se dopo "Memento" e "Batman begins" ci fossero stati ancora dubbi sul valore di Nolan, questo pellicola li spazza via definitivamente. Ambientata nella Londra vittoriana alla fine del diciannovesimo secolo, racconta la feroce rivalità fra due illusionisti che competono fra loro in una spirale di odio e vendetta, al punto che non basta più dimostrare di essere il migliore ma bisogna anche distruggere fisicamente l’avversario, annientarne la reputazione, rubargli i trucchi del mestiere, fino a sacrificare sé stessi, la propria vita e la propria identità. Ed esattamente come un prestigiatore, anche Nolan gioca con gli spettatori, manipolandoli ed ingannandoli, facendo loro credere di aver già capito tutto a metà film e naturalmente sorprendendoli nel finale. Tutto questo grazie a un'enorme quantità di indizi e di dettagli che rivelano il loro reale significato soltanto con il senno di poi, magari addirittura ripensandoci a qualche giorno di distanza dalla visione del film.
Intrigante e ricco di colpi di scena, oltre a essere un film che non si dimentica tanto facilmente è anche uno che andrebbe immediatamente rivisto per coglierne tutti gli aspetti, come "Il sesto senso" o "I soliti sospetti". Anche la costruzione narrativa è insolita: gran parte delle vicende ci vengono narrate attraverso un lungo flashback nel quale un personaggio legge il diario di un altro che a sua volta legge gli appunti del primo, e questo fa sospettare in più punti di trovarsi di fronte al classico "narratore inattendibile". Al termine, poi, rimane il dubbio sul genere cui appartiene questo film: realistico o fantastico? In fondo alcuni temi sarebbero adatti per un fumetto di supereroi, un settore del quale sia "Wolverine" Jackman che "Batman" Bale hanno esperienza. Dei due protagonisti, comunque, meglio il primo. Il cast è completato da Michael Caine (bravo come al solito), Scarlett Johansson (insipida come al solito), Piper Perabo (purtroppo in una parte assai breve) e la straordinaria coppia David Bowie/Andy Serkis nei panni dello scienziato Nikola Tesla e del suo assistente. Proprio Tesla e le sue invenzioni sono la chiave di volta della storia: ed è ironico che sia uno scienziato, per di più realmente esistito, a fungere da deus ex machina per introdurre in maniera sottile e misteriosa (il funzionamento della sua macchina, se poi funziona realmente, non viene mai spiegato) la "vera magia" in un mondo dove tutte le illusioni non sono altro che trucchi da palcoscenico, sofisticati macchinari, giochi di abilità o eccellenti capacità manuali. La presenza di Tesla a fianco dei prestigiatori mi ha ricordato il mondo di Hirohiko Araki, l'autore de "Le bizzarre avventure di JoJo", grande appassionato di illusionismo ma anche cultore del rivoluzionario scienziato: un film come questo gli sarà sicuramente piaciuto.

4 gennaio 2007

Quo vadis, baby? (G. Salvatores, 2005)

Quo vadis, baby?
di Gabriele Salvatores – Italia 2005
con Angela Baraldi, Claudia Zanella
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Ossessionata dal suicidio della sorella, avvenuto sedici anni prima, un'investigatrice privata decide di indagare sull'accaduto dopo aver scoperto grazie ad alcune videoregistrazioni l'esistenza di un suo amante segreto. L'atmosfera è torbida e misteriosa, la sorella è presente come un fantasma in ogni momento e la stessa vita privata della protagonista sembra scuotersi e risvegliarsi tutta di colpo dopo anni di apatia e letargo. Un thriller psicologico sui generis, pieno di esplicite citazioni cinematografiche, da "Ultimo tango a Parigi" (il titolo proviene da una battuta di Marlon Brando) a "M, il mostro di Düsseldorf", e di suggestivi scorci notturni e urbani di Bologna e di Roma.
Da tempo non rimanevo così soddisfatto dopo la visione di un film di Salvatores (i precedenti "Amnesia" e "Io non ho paura" mi avevano lasciato piuttosto deluso). Come quelli, comunque, è lontano dalle pellicole che hanno reso celebre il regista italiano. A parte la presenza di Gigio Alberti, anzi, se non lo avessi saputo non avrei mai indovinato che si trattava di un suo film: niente macchiette, né concessioni comiche o personaggi "simpatici".

3 gennaio 2007

Larry Flynt (M. Forman, 1996)

larry flynt

Larry Flynt – Oltre lo scandalo (The People vs. Larry Flynt)
di Miloš Forman – USA 1996
con Woody Harrelson, Courtney Love
***

Visto in DVD.

Ho sempre apprezzato i film biografici di Forman, dedicati spesso a personaggi eccentrici e controversi ("Amadeus" è fra le mie pellicole preferite, "Man on the Moon" era molto bello e attendo con fiducia il suo nuovo film su Goya). Questo è dedicato all'intraprendente e vulcanico editore della rivista Hustler, che all'erotismo patinato di Playboy contrapponeva immagini più esplicite e meno testi ("tanto nessuno li legge"): in pratica, l'inventore di una forma editoriale di pornografia più sincera e meno ipocrita.
Ma più che il mondo della pornografia (come rappresentazione del quale era forse meglio "Boogie Nights" di Paul Thomas Anderson), il cuore del film è in realtà un altro: la lotta di Flynt contro la censura e in favore della libertà di stampa, che lo trasforma suo malgrado in un paladino dei diritti civili. Flynt difende il diritto di satira, di parola e di opinione contro le imposizioni moralistiche dei gruppi religiosi e di benpensanti, magari anche attraverso atteggiamenti di sfida sempre più irriverenti e trasgressivi verso le autorità. E da questo punto di vista il film funziona e coinvolge. Bravo Harrelson e tutto sommato anche la Love nei panni di sua moglie. Edward Norton ha una piccola parte, quella del giovane avvocato di Flynt.

West and soda (B. Bozzetto, 1965)

West and soda
di Bruno Bozzetto – Italia 1965
animazione tradizionale
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Il primo lungometraggio di Bozzetto è stato anche il primo film d'animazione italiano moderno (l'unico precedente, "La rosa di Bagdad" di Domeneghini, risaliva agli anni quaranta), al tempo stesso popolare (in quegli anni il genere western spopolava) e sperimentale, quasi pioneristico per grafica e animazione. Ambientazione e personaggi sono la quintessenza dei classici del west: saloon, strade polverose, deserti e fattorie. Anche la trama è piuttosto semplice: un cattivone spadroneggia grazie ai suoi due scagnozzi. Gli si oppone solo la bella Clementina, che gli rifiuta ripetutamente la propria mano e soprattutto il proprio terreno, l'unico appezzamento fertile della vallata, aiutata da un misterioso pistolero giunto dal nulla (che graficamente ricorda Lucky Luke). Fanno da contorno numerosi personaggi, alcuni umani e molti animali (i cavalli, le mucche, il cane ubriacone, persino le formiche e le mosche), nonché una banda di indiani al perenne inseguimento di una diligenza. Il film è reso piacevole dalle divertenti gag di Guido Manuli, dagli effetti speciali di Luciano Marzetti e soprattutto dalle belle scenografie di Giovanni Mulazzani.

2 gennaio 2007

La storia infinita (W. Petersen, 1984)

La storia infinita (Die Unendliche Geschichte)
di Wolfgang Petersen – Germania/USA 1984
con Barret Oliver, Noah Hathaway
**

Rivisto in TV, con Hiromi.

Il piccolo Bastian, ragazzino tranquillo che ama la lettura, riceve da un vecchio libraio un romanzo fantasy che racconta la lotta del giovane Atreyu contro il "Nulla" che sta divorando il regno di Fantasia. Nel momento culminante della vicenda, quando tutto sembra perduto, proprio Bastian verrà chiamato a intervenire nella storia con la sua fantasia per aiutare l'imperatrice bambina a ricostruire il paese. Già ai tempi della sua uscita, più di venti anni fa, non mi aveva entusiasmato: da giovane appassionato di Tolkien ero alla disperata ricerca di altri mondi fantasy, ma “La storia infinita” mi era sembrato eccessivamente semplice e infantile, rivolto a un target troppo giovane persino per me, e la cosa si rifletteva nelle caratteristiche tecniche del film, dagli effetti speciali poco credibili (con le creature che mostravano tutta la loro natura di pupazzi e che per questo motivo si faticano a prendere sul serio) alla storia (con le sue metafore fin troppo esposte ed evidenti). Ricordo persino di aver provato un briciolo di fastidio nel sentir citare “Il Signore degli Anelli”, all’inizio, fra i libri letti e posseduti da Bastian: com’è possibile, mi chiedevo, che un ragazzo che conosce e ama un’opera complessa come il romanzo di Tolkien potesse farsi coinvolgere ed entusiasmarsi a tal punto per la lettura di un’avventura semplice e lineare come quella di Atreyu? Rivedendolo adesso, devo ammettere che è un po’ meglio di quanto ricordassi, ma i difetti citati restano tutti. Si tratta di una favoletta senza infamia e senza lode, appena appena caratterizzata dall’autoreferenzialità e dal bel concetto del “nulla” che divora il mondo della fantasia: spunti che provengono dritti dal libro di Michael Ende (più strutturato anche come trama: il film ne adatta solo la prima parte), non certo merito della trasposizione cinematografica. Indimenticabile, comunque, la canzone di Moroder cantata da Limahl. Da notare che Ende non fu per nulla soddisfatto del film, e chiese (inutilmente) di cambiarne il titolo e di non essere citato nei credits. Esistono inoltre due sequel e persino una serie animata, che non ho mai visto.

1 gennaio 2007

Due o tre cose che so di lei (J.L. Godard, 1967)

2 ou 3 choses que je sais d'elle

Due o tre cose che so di lei (2 ou 3 choses que je sais d'elle)
di Jean-Luc Godard – Francia 1967
con Marina Vlady, Anny Duperey
**1/2

Visto in DVD.

"Lei" è la regione parigina, sottoposta negli anni sessanta a una pesante opera di ristrutturazione e riqualificazione urbana (sono numerose le inquadrature in cui si vedono gru e cantieri). Ma "lei" è anche Juliette, la ragazza la cui vita quotidiana, relativamente piatta e priva di emozioni, è seguita in continuazione dalla macchina da presa. All'inizio la voce del narratore (Godard in persona) presenta l'attrice protagonista allo spettatore. Pochi istanti dopo, Godard utilizza le stesse identiche parole per descrivere invece il personaggio interpretato dall'attrice stessa: un modo per sottolineare come in questo film il confine fra finzione e vita reale sia piuttosto labile. Il tono è infatti quello dell'inchiesta o del documentario. La protagonista parla ad alta voce direttamente con gli spettatori, guarda in camera, risponde alle domande di Godard fuori campo come se si trattasse di un'intervista. Forse "lei" è anche l'arte cinematografica: il cinema come luogo di intrattenimento fa capolino in numerosi dialoghi, mentre Godard sperimenta inquadrature decostruite, attenzione a dettagli e particolari apparentemente insignificanti, primissimi piani e piani sequenza lungamente protratti, dialoghi improvvisati ("parliamo come si fa normalmente, non come in un film"). "Lei", infine, è anche la prostituzione. Benché borghese, sposata e con due figli, Juliette è infatti una "bella di giorno", professione che svolge occasionalmente per arrotondare lo stipendio. Completano questo film, bello e interessante, molte riflessioni sul consumismo, il lavoro, il tempo libero, la guerra, l'amore, l'esistenza, le persone e gli oggetti inanimati. Alla fine più che una descrizione di personaggi è la descrizione di un ambiente, proprio come i documentari sugli animali.

Il piccolo diavolo (R. Benigni, 1988)

Il piccolo diavolo
di Roberto Benigni – Italia 1988
con Roberto Benigni, Walter Matthau
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Non sono mai stato un grande appassionato di Benigni. A volte qualche sua battuta o gag mi fa ridere, ma nel complesso i suoi film non mi piacciono e non mi trovo in sintonia con il suo tipo di umorismo. La cosa vale anche per questo film. La prima parte è decisamente la più bella, grazie alla presenza straniante e ben sfruttata del "burbero" Walter Matthau (divertentissima la scena del pranzo con il vescovo). Peccato soltanto che fra lui e Benigni manchi una vera interazione, e che il comico toscano tenda quasi sempre a recitare "da solo" e a rubare la scena al compare. La seconda parte, invece, con l’arrivo di Nicoletta Braschi (come al solito il punto debole delle pellicole del comico toscano) è molto inferiore. La trama si sfilaccia e perde di vista i temi e i contenuti iniziali: a volte dimentichiamo persino che l'attore sta interpretando un diavolo, visto che si comporta esattamente come i personaggi umani e ingenui dei suoi film precedenti. Il finale, poi, è francamente brutto.

28 dicembre 2006

Giù per il tubo (D. Bowers, S. Fell, 2006)

Giù per il tubo (Flushed Away)
di David Bowers, Sam Fell – GB/USA 2006
animazione digitale
***

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi e Albertino.

Un topolino che vive in una gabbia dorata all'interno di un appartamento di Kensington, a Londra, si ritrova catapultato nelle fognature ed entra così in contatto con il mondo dei ratti delle fogne. Nel corso di una movimentatissima avventura (al tentativo di tornare a casa si aggiunge la lotta contro una perfida rana e il suo piano per spazzare via la comunità dei topi) troverà anche l'amore. Per la prima volta la Aardman, la casa di Wallace & Gromit, abbandona la plastilina e, in collaborazione con la Dreamworks, realizza un film tutto in CGI. L'aspetto grafico dei personaggi e la loro "consistenza" (sia pure virtuale) sono però gli stessi di sempre, così come il divertimento, le trovate, la simpatia. La tecnica digitale consente in più di raggiungere un maggior dinamismo e fluidità nelle scene d'azione, che sono peraltro molto lunghe ed elaborate, addirittura a volte esageratamente "fisiche" e rendono il film assai movimentato. Nel complesso mi è piaciuto molto, l'ho trovato divertente e pieno di momenti godibilissimi. È ricco anche di battute autoironiche sull'Inghilterra e gli inglesi, ma anche di gag "politiche" su americani e francesi, riferimenti ai recenti mondiali di calcio, e mille altre cose. Magnifiche le lumache urlanti e canterine.

27 dicembre 2006

Vento di passioni (E. Zwick, 1994)

Vento di passioni (Legends of the Fall)
di Edward Zwick – USA 1994
con Brad Pitt, Anthony Hopkins
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Un polpettone storico-romantico, dai toni esagerati e sopra le righe, in parte saga familiare e in parte tormentata storia d'amore, anche se mi aspettavo che se il lato sentimentale, visto anche il titolo italiano, avesse un peso maggiore nella vicenda. Nonostante avessi parecchi pregiudizi (molti dei quali confermati dalla visione), alla fine il film non mi è del tutto dispiaciuto. Se l'ambientazione potrebbe essere quella di un romanzo Harmony e i personaggi principali risultano stereotipati e fin troppo delineati (si capisce tutto di loro pochi secondi dopo la prima apparizione, e nel corso del film rimangono immutati tanto fisicamente quanto moralmente), la pellicola è comunque attraversata da una certa forza viscerale da soap opera, la stessa dei grandi "drammoni" romantici americani da "Via col vento" in poi, che sorregge le vicende fino in fondo. I temi storici (la prima guerra mondiale, il proibizionismo) sono comunque affrontati in maniera quasi ridicola e non mancano tocchi ingenui di politically correct (si pensi al rapporto dei protagonisti con gli indiani). Regia e fotografia non mostrano qualità particolari, mentre nel cast spicca su tutti un ottimo Anthony Hopkins nei panni del vecchio patriarca della famiglia.

23 dicembre 2006

Marie Antoinette (S. Coppola, 2006)

Marie Antoinette (id.)
di Sofia Coppola – USA 2006
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman
*1/2

Visto al cinema President, con Hiromi.

Non mi ha fatto impazzire, questa rilettura pop della vita di Maria Antonietta a Versailles (il film si apre con il viaggio dall'Austria alla Francia e si chiude con il trasferimento dei sovrani dalla reggia al palazzo delle Tuileries, dunque poco prima del tentativo di fuga e della successiva condanna a morte da parte dei rivoluzionari). L'attenzione della regista si concentra tutta sul personaggio principale, e dunque è soltanto attraverso lei che osserviamo l'ambiente circostante. La giovanissima regina vive però in un microcosmo tutto suo nel quale c'è poco spazio per gli eventi storici che avvengono intorno a lei: questi risultano perciò quasi assenti, o al limite filtrati da una personalità rassegnata e superficiale. Il personaggio che ne esce fuori, infatti, è ben poco interessante, direi quasi noioso: non sembra mai interessato a conoscere il mondo né prova il minimo interesse per quello che accade attorno a lei. Alla fine anche lo spettatore tende ad addormentarsi, anestetizzato dai colori pastello, dalle parrucche, dai cibi sontuosi. E non bastano un po' di canzoni moderne nella colonna sonora (una scelta che alcuni hanno criticato, ma che a me non è dispiaciuta: almeno ogni tanto forniva qualche scossa) per rendere il film meno piatto.

Nota a margine: dopo il film mi sono fermato a riflettere su quanto siano prive di personalità le "divette" hollywoodiane della nuova generazione (Dunst, Lohan, Johansson...). Nel migliore dei casi, di loro si può dire che siano simpatiche. Ma il carisma di una Lauren Bacall che esordiva a vent'anni in "Acque del sud", a fianco di Bogart, se lo sognano.

Grattacielo tragico (H. Hathaway, 1946)

Grattacielo tragico (The dark corner)
di Henry Hathaway – USA 1946
con Mark Stevens, Lucille Ball
**1/2

Visto in DVD.

Un detective privato scopre che il suo socio di un tempo, a causa del quale aveva dovuto scontare due anni di galera per un reato che non aveva commesso, lo sta facendo pedinare da un misterioso individuo in abito bianco. La situazione peggiora quando il detective viene narcotizzato: al suo risveglio trova al suo fianco il cadavere dell'ex-socio e nelle proprie mani l'arma del delitto. Aiutato dalla sua leale segretaria, della quale è innamorato, dovrà scoprire chi lo vuole incastrare, e perché. Un bel noir, elegante e raffinato, con un'ottima fotografia in bianco e nero e un cast (ci sono anche William Bendix, Cathy Downs, Kurt Kreuger e soprattutto Clifton Webb, in un ruolo simile a quello di "Vertigine") che dà vita a personaggi ben caratterizzati e contrastati. Forse manca un pochino di profondità (l'intreccio mi è sembrato più lineare della media del genere) ma la sensazione di complotto e di accerchiamento, così come la voglia di riscatto sociale del protagonista (e di un'intera società, visto che il film è ambientato subito dopo la fine della guerra), lo rendono molto piacevole. Stevens non è un antieroe cinico e duro come vorrebbe apparire, ma si dimostra vulnerabile e dipendente dalla sua donna, anche per tirarsi fuori dai guai. Stupido il titolo italiano, che si riferisce a un'unica scena peraltro marginale: era meglio quello originale, più evocativo.

22 dicembre 2006

Scusi, dov'è il west? (R. Aldrich, 1979)

Scusi, dov'è il west? (The Frisco Kid)
di Robert Aldrich – USA 1979
con Gene Wilder, Harrison Ford
**

Visto in DVD.

Dico subito che non mi è sembrato il miglior Aldrich (quello di "Che fine ha fatto Baby Jane?", "Piano... piano, dolce Carlotta" o "Un bacio e una pistola", per intenderci): anche nel campo del western il regista ha fatto di meglio, per esempio con "Vera Cruz", che ho visto di recente. Però il film si lascia vedere, se non altro per la scelta curiosa del protagonista, un rabbino polacco (interpretato con vigore da Gene Wilder) che deve raggiungere la propria comunità a San Francisco, attraversando l'intera America. Lungo la strada incontrerà banditi e indiani (con cui si troverà in sintonia) e farà amicizia con un rapinatore di banche, un giovanissimo Harrison Ford, che lo aiuterà a giungere a destinazione. Il difetto principale del film, a mio parere, è quello di non spingersi con decisione né verso la commedia (a parte pochissime gag, non particolarmente memorabili) né verso il realismo (manca l'epicità del viaggio alla scoperta del west), né tantomeno calcare sulla "surrealità" della situazione. Procede invece per cliché e situazioni già viste, puntando quasi tutte le sue carte sul tema dell'amicizia e dell'integrità morale del rabbino e terminando con il più scontato dei temi western, il duello nella strada principale della città.

Transparent (K. Motohiro, 2001)

Transparent: Tribute to a sad genius (Satorare)
di Katsuyuki Motohiro – Giappone 2001
con Masanobu Ando, Kyoka Suzuki
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel mondo esistono alcuni rarissimi individui, chiamati satorare ("trasparenti"), i cui pensieri sono percepibili nel raggio di una decina di metri come se li pronunciassero ad alta voce. Poiché si tratta anche di veri e propri geni in tutti i campi della scienza, essi sono importantissimi per il progresso della loro nazione. La loro natura viene tenuta accuratamente nascosta anche a loro stessi, nel timore che la scoperta di essere "trasparente" possa causare uno shock fatale. Attorno a questi individui nascono comunità, o intere città, i cui abitanti fingono di condurre una vita normale ma che in realtà agiscono dietro le quinte per impedire al "trasparente" di entrare in contatto con chiunque possa rivelargli la verità e per spingerlo a intraprendere la carriera più produttiva e conveniente al benessere della nazione. Lo spunto, in parte simile a quello di "The Truman Show", è parecchio interessante: ed è un peccato che venga sviluppato soltanto in minima parte. La sceneggiatura, infatti, sceglie di concentrarsi solo sul lato privato e sentimentale del protagonista, uno dei sette "trasparenti" esistenti in Giappone, e sulla sua storia d'amore con una ricercatrice incaricata dal governo di stare al suo fianco. Comunque il film è gradevole e tratta di un tema insolito: quanto è difficile vivere insieme a una persona i cui pensieri più intimi sono sempre accessibili a tutti?

21 dicembre 2006

C.S.I.: Grave danger (Q. Tarantino, 2005)

C.S.I. – Grave danger (CSI, stagione 5, ep. 24/25)
di Quentin Tarantino – USA 2005
con William Petersen, Marg Helgenberger
*

Visto in DVD, con Albertino e Giovanni.

Come ho già avuto modo di scrivere, le serie televisive americane non mi interessano e, per il poco che ho visto, non mi piacciono. Finora non avevo mai guardato una puntata di "CSI - Scena del crimine" (o dei suoi spin-off): le rare volte che mi è capitato per caso di gettarci un occhio, facendo zapping, non ho resistito per più di trenta secondi. Mi dà fastidio tutto, dalla recitazione scadente alla fotografia in eterna penombra (ma non le accendono mai le luci, in quegli uffici? O sono sponsorizzati da qualche industria che produce pile e torce elettriche?), per non parlare dei dialoghi scontatissimi e del ritmo monotono della narrazione. Questo doppio episodio l'ho visto soltanto perché è stato scritto e diretto da Tarantino. E visto che non mi ha fatto impazzire (è un eufemismo), potrò mettermi il cuore in pace ed evitare di sorbirmi in futuro altri episodi della serie, con la consapevolezza di averci almeno provato. Costruito su un'unica trovata stiracchiata per un'ora e mezza (un poliziotto della scientifica viene rapito e seppellito vivo, mentre i suoi colleghi devono cercarlo prima che sia troppo tardi), non coinvolge e non trasmette emozioni. Dopo dieci minuti già mi stavo annoiando. A differenza dell'analoga scena della Thurman sepolta in "Kill Bill, vol. 2", non c'è claustrofobia, né tensione, né panico. Due soli sussulti degni di nota ("l'esplosione" del ricattatore, l'allucinazione nella camera mortuaria) non bastano a sostenere il peso della vicenda. E se per una volta la regia di una serie tv non è da buttar via e la sceneggiatura è (appena) sufficiente, la recitazione, la fotografia e il montaggio televisivo continuano a sembrarmi ostacoli insormontabili per farmi piacere questo tipo di prodotto.

Nota: C'è una curiosa comparsata di Tony Curtis nella parte di sé stesso. Lascia un po' il tempo che trova e ci si chiede che senso abbia, ma è divertente sentirlo parlare di vestirsi da donna e dire "Non sono mica Jack Lemmon".

20 dicembre 2006

Un'ottima annata (R. Scott, 2006)

Un'ottima annata (A good year)
di Ridley Scott – USA 2006
con Russell Crowe, Marion Cotillard
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi.

Un film insolito per Ridley Scott, dall'intreccio molto semplice, se vogliamo pure scontato e prevedibile, eppure realizzato con cura e con passione e dunque niente affatto spiacevole. E il risultato è tenero e romantico senza calcare la mano: non c'è nemmeno il temuto effetto cartolina, anche se la fotografia e le scenografie, come sempre nei film di Scott, giocano un ruolo davvero essenziale. Crowe interpreta un broker cinico e spregiudigato che eredita da uno zio una vecchia villa in rovina (con vigneto annesso) nella Provenza francese. Recatosi sul posto per un rapido sopralluogo con l'intenzione di vendere al più presto la tenuta, si fa lentamente rapire dall'ambiente e dal paesaggio fino a trasferirsi lì definitivamente, complice anche una storia d'amore con una ragazza conosciuta nel villaggio vicino. Il tutto nonostante il vino prodotto nella tenuta sia letteralmente imbevibile (ma anche qui c'è un piccolo segreto, custodito gelosamente dall'anziano vignaio che lavora lì da sempre). Fino a questo film avevo considerato Crowe buono soltanto per le parti da "duro" (non mi aveva per nulla convinto quando aveva provato a uscire da questo stereotipo, come in "A beautiful mind", film che non mi era piaciuto per niente): qui invece è bravo a tratteggiare un personaggio contemporaneamente simpatico e scontroso, abile e goffo. Completano il tutto alcuni rimandi nostalgici all'infanzia (Albert Finney interpreta lo zio in numerosi flashback), a un mondo "perduto" e idealizzato, e a mille altri cliché che darebbero forse fastidio se non fossero maneggiati con sapienza ed eleganza e frammisti a situazioni comiche.

Nota: è stato il primo film che ho visto insieme a Hiromi.

19 dicembre 2006

Lo stato delle cose (W. Wenders, 1982)

state of things

Lo stato delle cose (Der Stand der Dinge)
di Wim Wenders – Germania/Portogallo/USA 1982
con Patrick Bauchau, Allen Garfield
***

Visto in DVD, con Martin.

Una troupe cinematografica sta girando uno strano film di fantascienza catastrofica nei pressi di Lisbona. Ma la pellicola è terminata e il produttore non dà più notizie di sé. Dopo alcuni giorni di attesa durante i quali gli attori e i tecnici ammazzano il tempo come possono, azzardano riflessioni filosofiche e visitano la città vicina, il regista decide di volare negli Stati Uniti in cerca del produttore, scoprendo che questi si nasconde da tutti perché la sua vita è in pericolo. "La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico", dice a un certo punto Samuel Fuller, che interpreta il direttore della fotografia. Il film è volutamente rarefatto, soprattutto nella parte centrale, ed estremamente autobiografico (il regista è tedesco, come Wenders, è al suo decimo film e ha pretese autoriali, come appunto quella di girare in b/n): compaiono numerose citazioni cinefile (fra gli attori, oltre a Fuller, c'è anche Roger Corman; viene citato più volte "Sentieri selvaggi" di John Ford; a Hollywood il protagonista si sofferma sulla stella di Fritz Lang sul selciato, e lui stesso si chiama Fritz di nome); nel finale la vicenda porta a una riflessione sul potere dell'industria del cinema nei confronti dell'arte e della vita stessa degli artisti. Proprio la parte finale, comunque, mi è sembrata la più bella e interessante. E Allen Garfield che canta "Hollywood, Hollywood" nella sua roulotte è praticamente indimenticabile, così come la conclusione bruciante con la telecamera che continua a riprendere le immagini della strada e del selciato.

16 dicembre 2006

Quando meno te lo aspetti (G. Marshall, 2004)

Quando meno te lo aspetti (Raising Helen)
di Garry Marshall – USA 2004
con Kate Hudson, John Corbett
*

Visto in TV.

Alla morte della sorella e del cognato, una giovane agente di moda in carriera che non aveva mai pensato in precedenza a farsi una famiglia si ritrova affidati i tre nipoti: nonostante le difficoltà che sorgono sul lavoro e nella sua vita privata, fra i quattro nascerà l’affetto e la protagonista troverà anche l’amore (con un pastore luterano!). Un’insopportabile commedia moralista e di buoni sentimenti, con personaggi superficiali, situazioni stereotipate, gag prevedibili e a volte quasi imbarazzanti. Il regista di “Pretty Woman” non fa nulla per renderla più interessante, anche perché gli attori sono quello che sono. Di nessun interesse.

7 dicembre 2006

Il mio migliore amico (P. Leconte, 2006)

Il mio migliore amico (Mon meilleur ami)
di Patrice Leconte – Francia 2006
con Daniel Auteuil, Dany Boon
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Giuliana.

Una commovente pellicola sull'amicizia: Auteuil (bravissimo come sempre) interpreta un arido mercante d'arte che all'improvviso si rende conto che, quando giungerà il momento del suo funerale, nessuno si presenterà in chiesa poiché non ha nessun vero amico. Complice una scommessa si impegna a presentare ai suoi soci il proprio "miglior amico" entro dieci giorni. Dopo molte delusioni, forse lo troverà in un tassista estroverso e appassionato di quiz televisivi. Introspettivo e minimalista, è un film i cui toni a tratti agrodolci sono espressi in maniera delicata e leggera, con tutta la grazia di cui i francesi sono maestri. Come spesso capita nei film di Leconte ("L'uomo del treno", "Confidenze troppo intime", "La ragazza sul ponte"), due soli personaggi sostengono il peso di quasi tutta la vicenda. Stavolta la struttura è un po' meno "simmetrica", visto che l'attenzione è concentrata più su Auteuil che sul secondo personaggio, ma il risultato è comunque bello e equilibrato. Curioso lo spazio dedicato al quiz "Chi vuol essere milionario", naturalmente nella versione francese.

2 dicembre 2006

Labirinto di passioni (P. Almodóvar, 1982)

Labirinto di passioni (Laberinto de pasiones)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1982
con Cecilia Roth, Imanol Arias
***

Visto in DVD, con Martin.

Una simpatica, grottesca e variopinta galleria di personaggi nel puro stile dell'Almodóvar degli inizi (si tratta del suo secondo film dopo l'esordio con "Pepi, Luci e Bom"), dove leggerezza e trasgressione – ma mai provocazione fine a sé stessa – si fondono per dar vita a una pellicola comica e trascinante allo stesso tempo. Il mondo è sempre quello della "movida" madrilena, con artisti e musicisti, giovani gay e rocker punk, donne ninfomani e terroristi islamici (fra i quali un giovane Antonio Banderas, all'esordio sul grande schermo), principesse e imperatori di una nazione mediorientale fittizia, intrighi sentimentali e situazioni bizzarre, degne di una screwball comedy. Molto divertente dall'inizio alla fine, e con un'interessante colonna sonora (alcune canzoni sono interpretate da Almodóvar stesso), ricorda per certe cose (come forse ho già detto da qualche altra parte) le storie di "Locas también", il bellissimo fumetto di Jaime Hernandez che fa parte della serie "Love & Rockets". Peccato solo che la traccia audio italiana del DVD fosse in condizioni particolarmente scadenti. La corsa in taxi verso l'aeroporto nel finale sarà ripresa in "Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Malamente accolto dalla critica contemporanea, con il tempo (e la successiva ascesa del regista) è diventato un film cult.

30 novembre 2006

Scandalo (A. Kurosawa, 1950)

Scandalo (Shubun)
di Akira Kurosawa – Giappone 1950
Con Toshiro Mifune, Takashi Shimura
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alcuni fotoreporter di un giornale scandalistico sorprendono due "celebrità" (una cantante e un pittore) in vacanza in atteggiamento apparentemente amichevole. In realtà i due non si conoscono affatto e si sono appena incontrati, ma la fotografia del loro rendez-vous finisce su tutti i giornali e diventa il "caso" del giorno. Nonostante lo scandalo finisca col favorire le loro carriere e accrescerne la notorietà, i due decidono di far causa alla rivista; ne segue un processo che calamita l’attenzione del pubblico: diritto alla privacy contro libertà di stampa! Come si vede, un tema attualissimo che si fa a fatica a credere possa essere stato trattato in maniera così diretta in una pellicola giapponese del 1950... La simpatia di Kurosawa è tutta per i due artisti, anche se a dire il vero il film non è completamente riuscito da questo punto di vista e ben presto spiazza lo spettatore spostando il centro della narrazione in favore di un personaggio introdotto in un secondo momento, l’avvocatucolo incapace e truffaldino interpretato da Takashi Shimura, un uomo fallito e disperato che soltanto all’ultima occasione si riscatta ritrovando il proprio orgoglio. Ambientato a cavallo delle festività di Natale, il film non è male ma non è certo fra i capolavori di Kurosawa.

29 novembre 2006

Kung fusion (Stephen Chow, 2004)

Kung fusion (Kung Fu Hustle)
di Stephen Chow – Hong Kong 2004
con Stephen Chow, Yuen Qiu
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Nella Shanghai degli anni Trenta, la “gang delle asce” semina terrore e panico con i suoi continui soprusi. Ma i residenti del Vicolo dei Porci, accozzaglia di dimore popolari nel quartiere più povero della città, resistono a ogni tentativo di intimidazione grazie alle inaspettate capacità dei suoi abitanti, fra i quali si nascondono i più grandi maestri di kung fu. L’intervento maldestro di due inetti delinquenti di piccolo calibro, Sing (Stephen Chow) e Osso (Lam Chi-chung), fa però precipitare le cose. E proprio Sing, dopo aver “risvegliato” la propria forza interiore, riuscirà a sconfiggere il sicario inviato dalla banda, il terribile Diavolo (Bruce Leung). Tornato alla regia tre anni dopo il grande successo di “Shaolin soccer” (e non a caso, al suo ingresso in scena, afferma perentoriamente “Niente più calcio!”), Stephen Chow sforna un’altra pellicola di ampio respiro, epica e comicissima al tempo stesso, con cui si prende gioco dell’aspetto più spettacolare del genere delle arti marziali (con evidenti contaminazioni, oltre che dalle pellicole hongkonghesi, dai videogiochi, dai manga e dagli anime giapponesi in stile “Dragon Ball”). E se le risate a crepapelle sono garantite (si pensi alla scena del lancio dei coltelli!), il film è degno di nota anche dal punto di vista produttivo, vantando addirittura una profusione di effetti speciali mai vista prima in un film di Hong Kong. A differenza di altre volte, poi, il regista non ruba la scena con il proprio personaggio e lascia spazio a tutta una serie di individui ben caratterizzati, protagonisti di combattimenti irreali e fantasiosi. Non mancano poi citazioni sparse, da Bruce Lee a "Shining" e "Gangs of New York”. Purtroppo, come il precedente “Shaolin soccer” (anche se non agli stessi infimi livelli), la versione italiana è funestata da un doppiaggio indecoroso, tutto a base di vocine idiote e dialetti. Per fortuna il valore del film è talmente elevato da consentirgli di sopravvivere anche a questo handicap: a tratti, anzi, l'adattamento italiano risulta persino divertente, soprattutto nel caso del personaggio di Yuen Qiu, la dispotica "padrona di casa" del Vicolo dei Porci. Nel cast anche Yuen Wah (il marito della padrona), Danny Chan Kwok-kwan (il leader della "gang delle asce"), Eva Huang (la ragazza muta) e il regista Feng Xiaogang (il capo della "gang degli alligatori").

28 novembre 2006

Il mistero del cadavere scomparso (C. Reiner, 1982)

Il mistero del cadavere scomparso (Dead men don't wear plaid)
di Carl Reiner – USA 1982
con Steve Martin, Rachel Ward
**

Rivisto in DVD, con Albertino.

Avevo visto questa parodia del noir parecchi anni fa e non mi aveva molto impressionato, anche perché allora non avevo saputo cogliere tutte le citazioni di cui è pervasa. Adesso le citazioni le colgo, ma il film continua a non farmi impazzire. La trovata di far interagire e dialogare il protagonista con le più celebri icone del cinema noir degli anni '40 e '50, inserendo nel montaggio spezzoni di film con attori del calibro di Humphrey Bogart, Ava Gardner, James Cagney, Vincent Price, Veronica Lake, Ingrid Bergman, Lana Turner, Bette Davis, Cary Grant, Barbara Stanwyck e chi più ne ha più ne metta, può far sorridere e tutto sommato è anche efficace. Ma alla fine ci si diverte di più a cercare di indovinare da quali film sono tratti gli spezzoni che a seguire la vicenda. Il risultato è infatti farraginoso: personaggi, nomi e situazioni si succedono uno dopo l'altro, senza apparente collegamento. La complessità che ne consegue voleva certamente essere a sua volta un rimando alle opere di autori come Raymond Chandler. Ma a differenza di quelle, non porta da nessuna parte. Anche se le battute non sono particolarmente divertenti, il film è comunque interessante come omaggio verso un genere che col tempo ho imparato ad apprezzare sempre più.

27 novembre 2006

Radio America (R. Altman, 2006)

Radio America (A Prairie Home Companion)
di Robert Altman – USA 2006
con Garrison Keillor, Meryl Streep
***

Visto in DVD, con Martin.

In ricordo di Robert Altman, scomparso la settimana scorsa, io e Martin ci siamo visti il suo ultimo film, che non avevo fatto in tempo a gustarmi al cinema. E non è affatto un caso che "Radio America" sia stato il suo ultimo lavoro, visto che parla proprio della morte: la morte della radio, la fine di un'epoca, la chiusura di un certo tipo di spettacolo, ma anche la scomparsa di una generazione di uomini e di artisti. Ho letto che il regista è morto per le complicazioni di un tumore: dunque è probabile che mentre girasse il film fosse già cosciente della propria imminente fine. Quasi tutta la pellicola si svolge su un palco buio, durante la registrazione della puntata finale di uno spettacolo radiofonico che va in onda da circa cinquant'anni: il teatro da dove viene trasmesso è infatti stato acquistato da una compagnia che intende demolirlo per farne un parcheggio. Parzialmente incuranti della fine imminente, davanti al microfono passano numerosi artisti e cantanti che dilettano il pubblico con canzoni vecchio stile (country, ma anche bluegrass o gospel) e jingle pubblicitari molto retrò. L'atmosfera è calda e malinconica, mentre tra le quinte si aggira silenziosamente una misteriosa donna in impermeabile bianco con l'aspetto di un fantasma: si tratta in realtà di un angelo: è in attesa di qualcosa? A un certo punto, in occasione della morte di un anziano cantante nel proprio camerino, la donna dice alla sua compagna: "La morte di un vecchio non è mai una tragedia. Perdonalo per le sue mancanze e ringrazialo per l'amore e la tenerezza". Impossibile non pensare a questa frase come a un epitaffio per lo stesso Altman. Belle le canzoni (eseguite tutte dal vivo) e bravi gli attori, un cast numeroso e variopinto fra i quali, oltre alla Streep, spiccano Kevin Kline, Lily Tomlin, John C. Reilly, Woody Harrelson, Lindsay Lohan e Virginia Madsen. Per il tema trattato, l'ambientazione e certe atmosfere, il film mi ha ricordato una pellicola che stilisticamente c'entra ben poco: il bellissimo "Goodbye Dragon Inn" di Tsai Ming-Liang.

26 novembre 2006

I figli degli uomini (A. Cuarón, 2006)

I figli degli uomini (Children of Men)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2006
con Clive Owen, Claire-Hope Ashitey
***

Visto al cinema Plinius, con Elena e Andrea.

2027: Da oltre diciott'anni, sulla Terra non nasce più un bambino. Le cause della sterilità sono sconosciute, ma la situazione ha cambiato profondamente l'umanità, rendendola disperata e facendola piombare in un periodo quasi barbarico. Gran parte del mondo è stata distrutta o sconvolta da guerre e radiazioni, e solo l'Inghilterra ne è in qualche modo immune, anche se la politica contro gli immigrati illegali ha raggiunto livelli di estremismo pericolosi. Cuarón, il cui talento mi era già parso evidente nei due suoi film che avevo visto in precedenza ("Y tu mamá también" e il terzo Harry Potter, il migliore della serie) confeziona un'appassionante e impressionante pellicola di fantascienza catastrofica, dai toni molto british che fondono speculazione distopica e denuncia sociale. Espone subito le idee di base, tratte da un romanzo di P.D. James, e poi lascia che i bravi interpreti (ci sono anche alcuni mostri sacri: Julianne Moore, Michael Caine, Peter Mullan) guidino lo spettatore alla scoperta di un mondo senza futuro i cui abitanti sono rassegnati all'imminente estinzione della razza umana, dove non esistono più "giovani" ma in compenso gli animali domestici sono ovunque, dove razzismo e xenofobia la fanno da padroni e l'eutanasia è ormai una scelta di vita (come in "2022: i sopravvissuti"), pubblicizzata persino in televisione. Gli inseguimenti e le sparatorie della seconda parte del film (più "d'azione" rispetto alla prima) hanno un'intensità emotiva molto elevata: il regista fa ampio uso di piani sequenza, con due scene in particolare (quella in automobile e quella nel campo di detenzione per immigrati) che spiccano per tecnica e per lunghezza. Bravo Clive Owen, un eroe "impacciato" con le ciabatte infradito che è costretto a spingere a mano l'automobile con cui fugge.

25 novembre 2006

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (G. Wilder, 1975)

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (The adventure of Sherlock Holmes' smarter brother)
di Gene Wilder – GB/USA 1975
con Gene Wilder, Marty Feldman
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Sigerson Holmes, fratello "più furbo" di Sherlock, viene coinvolto da una misteriosa donna in una pericolosa avventura, nel corso della quale si troverà ad affrontare il nemico giurato di suo fratello, il professor Moriarty. Scritto e diretto da Wilder e girato soltanto un anno dopo il capolavoro di Mel Brooks "Frankenstein Junior", ne ripropone il trio di protagonisti (oltre a Wilder e Feldman c'è anche Madeline Khan), ma il risultato non è certo allo stesso livello. Lo stile, simile a quello brooksiano, punta tutte le sue carte sulla parodia e sulle gag sguaiate infilate una dietro l'altra, ma non tutte le battute funzionano, anzi sono poche quelle che fanno davvero ridere (per esempio, la scena del telegramma cifrato). Gran parte della vicenda è ambientata nel mondo del teatro e dell'opera, ma anche in questo caso molte trovate sono fiacche (si pensi a cosa avevano saputo fare, in situazioni simili, i fratelli Marx in "Una notte all'opera"!).
Nota: curiosamente, anche nella "realtà" Sherlock Holmes aveva un fratello: Mycroft, più anziano di lui e impiegato nei servizi segreti britannici. Nel film non se ne fa menzione, né è chiaro se Wilder si sia ispirato a questo personaggio per il suo Sigerson (ma ne dubito).

21 novembre 2006

Banlieue 13 (Pierre Morel, 2004)

Banlieue 13 (id.)
di Pierre Morel – Francia 2004
con Cyril Raffaelli, David Belle
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Titolo e trama ricordano due pellicole di John Carpenter (rispettivamente “Distretto 13” e “Fuga da New York”), ma in realtà si tratta di una bessonata, e nemmeno delle migliori. In un futuro prossimo, l’incontrollabile ondata di criminalità nelle periferie parigine costringe le autorità a innalzare dei muri invalicabili attorno alle banlieue, trasformandole in quartieri completamente isolati e abbandonati a sé stessi, dove proliferano bande criminali. Un poliziotto viene incaricato di penetrare in una di queste per recuperare un ordigno a neutroni che esploderà entro ventiquattr’ore. Verrà aiutato da un giovane che è nato proprio nella banlieue e che ha un conto in sospeso con il boss in possesso della bomba. Un action movie semplice e piuttosto scontato, che non brilla né per regia (esageratamente videoclippara, almeno all’inizio) né per recitazione (ed è un peccato che la simpatica Dany Verissimo sia stata così sacrificata). Della sceneggiatura, poi, neanche a parlarne. Buona, tutto sommato, l’ambientazione urbana, con quei palazzoni di cemento. Poco credibili, invece, i tentativi di approfondimento sociale.

13 novembre 2006

Balla coi lupi (K. Costner, 1990)

Balla coi lupi (Dances with Wolves)
di Kevin Costner – USA 1990
con Kevin Costner, Mary McDonnell
***

Visto in DVD, con Martin.

Pur avendo visto in vita mia migliaia di film di ogni genere e di ogni periodo, ho ancora delle lacune relative a titoli importanti. Ogni tanto, grazie anche a stimoli esterni (in questo caso Martin, che da molto tempo voleva convincermi a vederlo), riesco a colmarne qualcuna. Non avevo mai visto "Balla coi lupi" e tutto sommato ero anche un po' prevenuto al riguardo. Mi immaginavo una storia dal sapore new age, magari sdolcinata o compiaciuta. Invece si tratta di un grande film, epico e umano al tempo stesso, con un respiro intenso e un ritmo adeguato al racconto. Naturalmente ne abbiamo visto la versione lunga (tre ore e quaranta), che rispetto a quella originariamente uscita al cinema ha circa un'ora di scene in più: ma non c'è un solo minuto che sembri superfluo. Dopo l'iniziale diffidenza, anche la musica mi ha conquistato.
Trasferito per sua volontà nell'avamposto più remoto della frontiera americana ("voglio vedere la frontiera prima che sparisca per sempre"), il tenente John Dunbar si ritrova a vivere da solo in un territorio sterminato e battuto dal vento. Prima entra in contatto con la natura selvaggia (simbolicamente rappresentata dal lupo) e poi con gli indiani Sioux, con la cui cultura si trova in sintonia al punto da acquisirne lentamente usi e costumi. Un western dai paesaggi sconfinati, completamente e romanticamente dalla parte dei pellerossa, che ha valso al genere il secondo premio Oscar come miglior film della sua storia dopo "I pionieri del west" di Ruggles nel 1931, un riconoscimento negato in passato persino ai mostri sacri come Ford o Hawks: evidentemente, al tempo della sua epoca d'oro, il western era considerato soltanto un prodotto di puro intrattenimento.
Tornando a "Balla coi lupi", mi è sembrato evidente come la pellicola abbia offerto molti spunti a Gianfranco Manfredi per il personaggio di Magico Vento. Comunque, oltre alla bella storia e ai personaggi ben costruiti, il film è notevole anche dal punto di vista tecnico: Costner, alla sua prima regia, padroneggia perfettamente tanto la macchina da presa quanto l'equilibrio narrativo. Mi ha particolarmente colpito la scena della caccia ai bisonti: mi chiedo come sia stata girata! Ho letto sull'imdb che, per quella scena, Costner è stato aiutato dal suo amico Kevin Reynolds (il regista di "Fandango").

12 novembre 2006

Tarzan (C. Buck, K. Lima, 1999)

Tarzan (id.)
di Chris Buck, Kevin Lima – USA 1999
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con la mia nipotina Elena.

Poteva forse sembrare che la versione disneyana del celebre personaggio di Edgar Rice Burroughs giungesse fuori tempo massimo: Tarzan e il suo mondo erano già stati rappresentati in innumerevoli versioni nei fumetti, nei cartoni animati e al cinema, ne erano state fatte parodie di ogni tipo e il personaggio era ormai entrato a tal punto nell'immaginario collettivo da rendere difficile credere che se ne potesse trarre qualcosa di nuovo e interessante. Invece il film è gradevole e ben riuscito, grazie anche agli ottimi disegni, ai suggestivi fondali alla Frazetta o alla Hogarth, al character design morbido e originale e a una tecnica di animazione bidimensionale che probabilmente rappresenta lo zenit per quanto riguarda la Disney: i prodotti successivi, infatti, anche se simpatici come "Lilo & Stitch" o "Le follie dell'imperatore", non sono all'altezza di questo dal punto di vista tecnico. E ora che la casa ha deciso di puntare tutte le sue cartucce sull'animazione al computer (riservando quella tradizionale alle pellicole a basso budget o ai seguiti dei vecchi classici da far uscire direttamente in home video), dubito che rivedremo nel breve termine altre opere di questo livello. Particolarmente d'impatto sono le scene dei movimenti di Tarzan sulle liane e sui rami, ma anche quelle degli animali, soprattutto dei gorilla e del leopardo. Per quanto riguarda la storia, mi è piaciuta molto la prima parte con Tarzan ancora neonato e bambino. Con l'arrivo di Jane, di suo padre e del cacciatore, invece, la sceneggiatura si fa più prevedibile e meno interessante. Proprio lo stereotipato cattivo mi è sembrato il punto debole del film: una brutta copia del Gaston de "La bella e la bestia". Non male, invece, i personaggi di contorno (le altre scimmie e l'elefante) e tutto sommato anche Jane, svampita e simpatica. Ah, persino le canzoni di Phil Collins sono belle!

11 novembre 2006

Babel (Alejandro G. Iñárritu, 2006)

Babel (id.)
di Alejandro González Iñárritu – USA/Messico 2006
con Brad Pitt, Cate Blanchett
**1/2

Visto al cinema Excelsior, con Saveria.

Dopo "Amores perros" e "21 grammi", Iñárritu e il suo sceneggiatore Guillermo Arriaga presentano un'altra storia corale, brulicante di vita e di violenza, che ha vinto il premio per la miglior regia a Cannes. Questa volta, come indicato sin dal titolo, l'argomento è la babele linguistica: e non solo perché i personaggi provengono un po' da tutto il pianeta (le storie narrate nel film si svolgono in Marocco, in Giappone, in Messico e negli USA), ma perché il tema principale è quello della comunicazione e dell'incomprensione fra culture, società e condizioni diverse. Per fortuna l'edizione italiana ha mantenuto i sottotitoli (soltanto l'inglese è stato doppiato), anche perché sarebbe stato impossibile farne a meno nelle scene con i personaggi sordomuti. Un cast insolito e variegato (oltre agli hollywoodiani Pitt e Blanchett, sul cartellone figurano i nomi di Gael García Bernal e Koji Yakusho, ma i ruoli più delicati e importanti sono interpretati da attrici meno note, Adriana Barraza, già vista in "Amores perros" dove era la madre di Bernal, e Rinko Kikuchi) è al centro di vicende drammatiche legate fra loro da fili conduttori esili e forse un po' pretestuosi. L'aspetto più interessante è il sonoro: Le musiche, le canzoni, i suoni e i rumori sono amplificati al massimo e svolgono un ruolo chiave nell'esposizione formale della vicenda, coinvolgendo l'udito dello spettatore come raramente capita: dai colpi di fucile che risuonano contro le pietre nel deserto marocchino all'allegria festosa del matrimonio messicano, dal frastuono della discoteca giapponese al silenzio assordante nel quale vive Chieko. La prima parte mi è parsa davvero folgorante, ricca e profonda: nella seconda alcune storie si dilungano forse troppo e al momento di tirare le fila mi aspettavo qualcosa di più. Inoltre mi ha dato un po' fastidio il comportamento insensato di alcuni personaggi, soprattutto nell'episodio messicano, un difetto che – molto più amplificato – mi aveva fatto detestare un film per molti versi paragonabile a questo, "Crash" di Paul Haggis, che comunque il talento visivo e registico di Iñárritu se lo sognava.

10 novembre 2006

Fascisti su Marte (C. Guzzanti, 2006)

Fascisti su Marte
di Corrado Guzzanti, Igor Skofic – Italia 2006
con Corrado Guzzanti, Marco Marzocca
**1/2

Visto ieri al cinema Apollo, con Albertino.

Di solito non guardo molta TV, ma qualche sketch dei "Fascisti su Marte" di Guzzanti lo avevo visto e lo avevo trovato simpatico. Le avventure fantascientifiche di un gruppo di Arditi, guidati dal gerarca Barbagli, che nel 1939 avevano raggiunto il "rosso pianeta, bolscevico e traditor" perché convinti che "l'Italia ha diritto alla sua espansione... anche in verticale", narrate con lo stile del cinegiornali d'epoca dell'Istituto Luce, sono surreali e a tratti spassose. In questo film il comico ricicla il materiale già trasmesso (quasi tutta la prima parte del film ne è un montaggio), vi aggiunge nuove scene e soprattutto un finale. Il risultato è gradevole, ma dopo una mezz'oretta di visione comincia già ad annoiare: forse si tratta di un tipo di umorismo più adatto a pillole quotidiane che a un lungometraggio. Inoltre la vena parodistica della prima parte tende pian piano ad assumere le sfumature della farsa, per non parlare delle allusioni alla politica moderna che ne annacquano la natura di (falso) documentario. Da salvare comunque la satira del linguaggio del ventennio e dei temi cari all'immaginario fascista, ma anche alcune trovate come la scomparsa di Majorana narrata nel retrolampo (italica versione di "flashback") o i nomi geografici dati alle località marziane ("Crepaccio ma non mollo", "Valli Alida"). E naturalmente il conto alla rovescia con i numeri romani.

9 novembre 2006

Il bandito senza nome (J. L. Mankiewicz, 1946)

Il bandito senza nome (Somewhere in the night)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1946
con John Hodiak, Nancy Guild
***

Visto in DVD.

Alla fine della seconda guerra mondiale, un uomo si risveglia in un ospedale da campo a Okinawa. È ferito al volto, ma soprattutto è vittima di un'amnesia e non ricorda nulla, nemmeno il proprio nome. Gli unici legami con il passato sono due misteriose lettere: la prima è da parte di una donna che scrive di odiarlo, l'altra di Larry Cravet, un misterioso "amico" che gli ha lasciato cinquemila dollari presso una banca di San Francisco. Indagando, il protagonista scopre che Cravet è ricercato per omicidio e per il furto di due milioni di dollari. E che facendo troppe domande su di lui si rischia di attirare l'attenzione di personaggi poco raccomandabili... Un intricato giallo-noir su un tema classico, quello dell'uomo senza passato in cerca della propria identità e che, a un certo punto, non potrà che sospettare di essere proprio lui il criminale che tutti stanno cercando. Mankiewicz, al suo secondo film, è abile a descrivere "un'odissea notturna e onirica tra manicomi, locali notturni, porti e ospizi dell'esercito della salvezza" [Mereghetti] e un personaggio ossessionato dalla ricerca della verità. Il fatto poi che sia un reduce di guerra gli aggiunge profondità e spessore. Ottimo il cast, che comprende anche caratteristi come Richard Conte e Fritz Kortner.

8 novembre 2006

Vera Cruz (Robert Aldrich, 1954)

Vera Cruz (id.)
di Robert Aldrich – USA 1954
con Gary Cooper, Burt Lancaster
***

Visto in DVD.

Un bel western di ambientazione messicana, dal ritmo serrato e con numerosi capovolgimenti narrativi. Cooper e Lancaster sono due dei tanti avventurieri che si sono recati in Messico in cerca di fortuna approfittando della guerra civile fra le truppe dell'imperatore Massimiliano e i ribelli di Juárez. Vengono incaricati dall'imperatore in persona di scortare la carrozza di una contessa dalla capitale fino al porto di Vera Cruz, dove dovrà imbarcarsi per l'Europa. Ma la carrozza contiene in realtà un carico d'oro che fa gola tanto ai due americani quanto ai ribelli e persino alla stessa nobildonna: le alleanze si stringono e si sciogliono in un susseguirsi di colpi di scena, con tutti che, prima o poi, progettano di tradire tutti. I due protagonisti, amici-rivali ed esperti tiratori, non potrebbero essere più diversi fra loro. Cooper, ex colonnello sudista, è un gentiluomo tutto d'un pezzo e dai modi cortesi. Lancaster, invece, una "simpatica canaglia" che guida col pugno di ferro un gruppo di desperados poco raccomandabili, fra i quali c'è anche Ernest Borgnine. Il primo ("l'eroe") è sempre serio e veste di chiaro; il secondo ("l'anti-eroe") è perennemente sorridente e veste di nero. Suggestivi alcuni scenari, come il palazzo dell'imperatore o il passaggio della carovana all'ombra delle piramidi azteche. Memorabile anche l'assalto finale alla fortezza imperiale da parte dei ribelli. Per certi versi sembra anticipare alcuni temi, personaggi e ambientazioni degli spaghetti western.

7 novembre 2006

All the invisible children (aavv, 2005)

All the invisible children
di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott, Stefano Veneruso, John Woo – Italia 2005
**

Visto in DVD, con Albertino.

Film a episodi concepito da produttori italiani (fra cui Maria Grazia Cucinotta) sul tema dei "bambini invisibili" e delle loro condizioni disagiate in diverse parti del mondo: all'operazione, patrocinata dall'Unicef, si sono prestati alcuni grandi registi con cortometraggi di 15-20 minuti. Il risultato non è male, anche se lo stile tende troppo al leccato e alcuni episodi mancano di mordente. Il migliore mi è parso il segmento di Kusturica, ma anche quello di Spike Lee è molto bello. Interessanti, a modo loro, quelli di Ridley Scott (in compagnia della figlia Jordan, che ne ha anche scritto la sceneggiatura) e di John Woo. Gli altri tre sono assolutamente dimenticabili. Scendendo nei dettagli:

"Tanza" di Mehdi Charef, con Adama Bila (**). Girato in Burkina Faso ma ambientato in un paese africano imprecisato, racconta di un bambino guerrigliero incaricato di far saltare in aria la scuola di un villaggio. Interessante ma esile e dalla confezione forse fin troppo pulitina.

"Blue Gypsy" di Emir Kusturica, con Uroš Milovanović e Goran R. Vračar (***). Un giovane zingaro, terminato il suo periodo di detenzione in un centro per il recupero minorile, ne esce soltanto per farci ritorno volontariamente quasi subito. Il solito scoppiettante Kusturica, con il suo humour, la musica, la simpatia contagiosa per i propri personaggi.

"Jesus Children of America" di Spike Lee, con Hannah Hodson, Andre Royo (***). Una bambina di Brooklyn viene emarginata dalle compagne di scuola perché i suoi genitori sono tossici e sieropositivi. L'episodio più triste e intenso del film. Ottimi gli attori.

"Bilu & João" di Katia Lund, con Francisco Awanake e Vera Fernandez (*1/2). Due ragazzini di una favela brasiliana vagabondano per le strade di São Paolo in cerca di rifiuti, lattine e cartoni da rivendere. Assieme a quello italiano (vedi poi), è l'episodio che mi ha detto di meno: anche lo spaccato di vita che presenta mi è sembrato un po' troppo idealizzato.

"Jonathan" di Jordan Scott e Ridley Scott, con David Thewlis e Kelly MacDonald (**). Un fotografo di guerra fa ritorno alla propria infanzia e attraversa un mondo violento pieno di orfani che vivono in gruppo. Un episodio onirico, strano e surreale, con la solita fotografia luminosa dei film di Scott. Non del tutto convincente, comunque.

"Ciro" di Stefano Veneruso, con Daniele Vicorito ed Ernesto Mahieux (*1/2). Ambientato in una Napoli piena di musicisti e saltimbanchi, presenta un ragazzino che vive rubando i rolex agli automobilisti ma che in fondo, come i suoi compagni, sogna ancora di andare sulle giostre. Piatto e stereotipato, con una confezione forse troppo lussuosa per l'argomento (la fotografia è di Storaro). Veneruso è un produttore che ha lavorato come aiuto regista sui set de "La passione di Cristo" e "Gangs of New York".

"Song Song & Little Cat" di John Woo, con Zhao Zhicun, Qi Ruyi (**1/2). È la storia di due bambine unite da una bambola che passa di mano dall'una all'altra. Song Song è ricca ma soffre per la separazione dei genitori, Little Cat è una trovatella allevata da un vecchio senzatetto. Un racconto strappalacrime, forse non del tutto nelle corde di John Woo, che comunque fa un buon lavoro grazie anche alle due ottime attrici in erba (quella che interpreta Song Song sarebbe adatta per un film dell'orrore, tanto ha un volto inquietante!).

6 novembre 2006

Bubble (Steven Soderbergh, 2005)

Bubble (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2005
Con Debbie Doebereiner, Dustin Ashley
**

Visto in DVD, con Martin.

Una donna che lavora in una fabbrica di bambolotti vede la sua amicizia con un collega di lavoro minacciata dall'arrivo di una nuova lavorante, più giovane e carina. Segue tragedia. Si è parlato tanto di questo film per questioni produttive e distributive (il regista lo ha fatto uscire contemporaneamente nei cinema, in DVD e alla TV via cavo), e verrebbe da dire "tanto rumore per nulla". Si tratta infatti di un filmettino non brutto, ma che in fondo dice ben poco. Abile a descrivere la squallida esistenza degli abitanti delle periferie americane, non è però particolarmente interessante né originale. Ci ho trovato il solito Soderbergh, che gioca a fare un cinema indipendente e autoriale ma che non raggiunge mai la profondità desiderata. Comunque è meglio della maggior parte delle sue cose che ho visto e, naturalmente, delle sue opere hollywoodiane tipo "Ocean's eleven".
Nota: gli attori sono tutti non professionisti, anche la protagonista che ho trovato abbastanza brava e convincente, in un ruolo alla Kathy Bates. Pare anche che molti dialoghi siano stati improvvisati sul set: ma questo, a differenza di operazioni analoghe, guardando il film non si nota per nulla.

5 novembre 2006

V per vendetta (J. McTeigue, 2005)

V per vendetta (V for Vendetta)
di James McTeigue – USA 2005
con Natalie Portman, Hugo Weaving
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Remember, remember the Fifth of November…”: comincia così una filastrocca per bambini, celebre nel Regno Unito e nei paesi anglosassoni, che ricorda il ‘giorno delle polveri’, il 5 novembre 1605, quando l’anarchico Guy Fawkes tentò di far saltare il aria il parlamento britannico con l’esplosivo. A lui si ispira il misterioso protagonista di questo film tratto da uno dei più celebri fumetti scritti dal grande Alan Moore, ambientato in un futuro prossimo e parallelo in cui una dittatura fascista, religiosa e omofobica si è impadronita della Gran Bretagna. Quando era uscito al cinema non ero riuscito a vederlo, e l'ho recuperato solo adesso in DVD. Per una curiosa coincidenza, poi, l'ho visto proprio il 5 novembre. Che dire? Le aspettative per una cocente delusione c'erano tutte: 1) i fratelli Wachowski come sceneggiatori e produttori; 2) Alan Moore che chiede persino di non essere citato nei titoli (compare soltanto la dicitura "dal fumetto illustrato da David Lloyd"); 3) il fatto che gli altri film tratti da opere dello "zio" fossero schifezze (nel peggiore dei casi: "La leggenda degli uomini straordinari") o versioni molto banalizzate (nel migliore: "From Hell"). E invece non mi è poi dispiaciuto. Come film funziona bene, e fortunatamente la voce che avevo sentito sui cambiamenti alla trama (e cioè che la dittatura in Inghilterra fosse dovuta a un mondo parallelo nel quale la Germania aveva vinto la guerra: come a dire, non siamo stati noi a fare del male a noi stessi, sono stati gli altri, "i cattivi", a toglierci la libertà) si è rivelata infondata. Pur con una regia non troppo brillante, il film tratta di concetti sociopolitici piuttosto delicati in maniera tutto sommato convincente, e a tratti si ha l'impressione che sia qualcosa di più che non l'ennesima rilettura di Orwell e di un mondo sconvolto da una dittatura oppressiva con annesso controllo mass-mediatico. Certo, le scene migliori sono quelle prese di sana pianta dal fumetto (per esempio, tutta la sequenza della finta prigionia di Evey), ma tutto sommato il personaggio di V è stato reso bene (la voce, nella versione originale, è di Hugo Weaving), anche se a tratti sembra un supereroe come Batman. Forse solo il finale, così americano e “democratico”, lascia qualche perplessità. Interessanti i rimandi interni (V come Edmond Dantès, la lettera V e il numero 5…), anche se rispetto al fumetto di Moore sono più banali ed espliciti. Molto brava la Portman, soprattutto in versione “dura” e rasata. Buono il cast di contorno, con volti noti come Stephen Rea (il poliziotto Finch), Stephen Fry (il comico televisivo Gordon) e John Hurt (il dittatore Sutler).

3 novembre 2006

The departed (M. Scorsese, 2006)

The Departed – Il bene e il male (The Departed)
di Martin Scorsese – USA 2006
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson
***1/2

Visto al cinema Plinius, con Marisa e Giuliana.

Sullivan (Damon), infiltrato nella polizia di Boston per conto di un gangster che gli fa quasi da padre, pare avviato a una brillante carriera e ha conquistato la fiducia dei suoi superiori che ne ignorano la natura di talpa. Costigan (DiCaprio), invece, ha seguito il percorso opposto: è un poliziotto infiltrato nella banda del criminale, e agli occhi di tutti non è che un fallito e un delinquente da quattro soldi. Ma i due personaggi sono molto più simili fra loro di quanto sembri: condividono non solo la stessa origine (il quartiere irlandese di Boston) e gli stessi problemi (la mancanza di una figura paterna), ma anche lo stesso destino (una vita di menzogne e finzioni) e persino la stessa donna (non a caso una psichiatra, visto il forte rischio per entrambi di smarrire la propria identità).

Di fronte a un remake hollywoodiano, di solito, ci si aspetta il peggio. Ma Scorsese è uno dei miei registi preferiti ed ero quasi sicuro che il suo rifacimento di "Infernal Affairs", uno dei thriller hongkonghesi più interessanti degli ultimi anni, non mi avrebbe deluso. E infatti il film è molto bello, teso e avvincente, con un finale duro e personaggi memorabili. Il tutto grazie alla mano del grande autore, a una confezione impeccabile e a un ottimo montaggio che consente di fondere alla perfezione le storie "parallele" dei due personaggi principali, al punto che quasi non ci si accorge che per gran parte del film Damon e DiCaprio non si incontrano mai. Gli attori sono tutti all’altezza, con una menzione particolare per il sornione e luciferino Jack Nicholson nei panni del boss mafioso Frank Costello, qui ai livelli delle sue interpretazioni migliori. È anche il terzo film consecutivo di Scorsese con DiCaprio, dopo "Gangs of New York" e "The aviator": probabilmente il migliore dei tre, anche se gli altri due (soprattutto il primo) non mi erano affatto dispiaciuti. Il sottotitolo italiano, "Il bene e il male", richiama il dualismo sul quale si basa l'intera pellicola. "The departed" presenta infatti un mondo chiaramente diviso in due, dove però la luce e il buio danno vita ad ampie zone d'ombra e i ruoli dei personaggi, poliziotti o criminali che siano, si fondono e si mescolano dietro le quinte. Rispetto al film di Andrew Lau e Alan Mak ho notato due cambiamenti importanti. I personaggi della psichiatra e della fidanzata della "talpa" mafiosa sono stati fusi in una sola persona (e la cosa, stranamente, funziona bene: anzi, giustifica meglio alcuni passaggi narrativi), e naturalmente è diverso il finale, meno cinico e più "morale", in linea con il cinema di Scorsese: ma l'ultima scena, quella che vede il ritorno del personaggio interpretato da Mark Wahlberg, era quasi necessaria e inevitabile viste le premesse. Nota: Frank Costello è soltanto omonimo del gangster italo-americano realmente esistito e, ovviamente, anche del personaggio interpretato da Alain Delon nel film di Jean-Pierre Melville (che peraltro, in originale, si chiamava Jeff e non Frank!).

2 novembre 2006

Nick's movie (W. Wenders, N. Ray, 1980)

Nick's Movie - Lampi sull'acqua (Lightning over Water)
di Wim Wenders [e Nicholas Ray] – Germania/USA 1980
con Wim Wenders, Nicholas Ray
**

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Nel 1979, durante le pause della lavorazione di "Hammett", Wenders si è recato a New York da Nicholas Ray (il regista di "Gioventù bruciata" e "Johnny Guitar"), uno dei suoi numi tutelari che già aveva voluto come attore in "L'amico americano". Ray era malato di tumore e gli restava poco da vivere: questo film, che i due hanno girato insieme in quei giorni, documenta i loro incontri fino alla morte di Ray e il suo funerale con l'urna trasportata da una giunca cinese sul fiume Hudson. La struttura del lungometraggio è piuttosto insolita, trattandosi in un certo senso del making of di sé stesso. Il tema principale, ovviamente, è la morte: a un certo Wenders si rende conto di essere affascinato dall'idea di "filmare" la scomparsa dell'amico. Comunque, argomento a parte, non mi è piaciuto particolarmente: è un po' troppo confuso e procede a tentoni, senza una direzione precisa, anche se forse era inevitabile vista la natura impulsiva e improvvisata del progetto.

Nota: Il titolo sulla custodia del DVD era "Nick's Film", ma qui ho preferito usare la forma più comune, quella sempre citata nei libri e nelle filmografie.

Occhi di serpente (A. Ferrara, 1993)

Occhi di serpente (Snake Eyes, aka Dangerous Game)
di Abel Ferrara – USA 1993
con Harvey Keitel, James Russo, Madonna
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Eddie Israel (Keitel), regista alle prese con un attore difficile (James Russo), deve fronteggiare anche le proprie crisi coniugali. Ferrara torna a lavorare con Keitel dopo "Il cattivo tenente", ma il risultato non è all'altezza di quel capolavoro. Girato tutto in interni, implausibile e gridato, è un film che non mi è piaciuto e col quale non sono riuscito a entrare in sintonia. Anche come "cinema nel cinema" funziona poco e non è particolarmente interessante: sul set Eddie, più che al film, sembra interessato solo alla direzione degli attori e non fa mai un commento sulle inquadrature o su qualsivoglia aspetto tecnico della lavorazione. Il personaggio di Madonna, che pure narrativamente dovrebbe essere al centro dell'attenzione (è la causa scatenante delle bizze dell'attore principale e della crisi fra Eddie e sua moglie), soffre di scarsa caratterizzazione. Nel finale, nella vita privata del regista, assistiamo a una scena madre esagitata proprio come quelle del film che sta girando. Brutto il doppiaggio italiano, con voci mai sincronizzate con i labiali. Non ho capito il titolo (gli "occhi di serpente" sono il punteggio più basso che si possa fare tirando i dadi, due, e sono sinonimo di sfortuna: ma dov'è la sfortuna in questo film?). Pare che originariamente la durata fosse elevata (oltre tre ore), prima che Madonna insistesse su una serie di tagli. Da non confondere con "Omicidio in diretta" di Brian De Palma con Nicolas Cage, che in originale si intitola anch'esso "Snake Eyes".

1 novembre 2006

Gli incredibili (Brad Bird, 2004)

Gli incredibili - Una normale famiglia di supereroi (The Incredibles)
di Brad Bird – USA 2004
animazione digitale
**1/2

Rivisto in DVD, con Giuliana e la mia nipotina Elena.

Già quando l'avevo visto al cinema non mi aveva convinto del tutto. Intendiamoci: è sì bello e divertente, ma dalla Pixar ci si attende sempre qualcosa di memorabile e innovativo. "Gli incredibili", invece, è il loro film meno originale, ha meno inventiva del solito e non dice nulla di nuovo sul tema che affronta, limitandosi a riciclare idee che chi legge fumetti da una vita – come me – non può che trovare fin troppo familiari. L'idea di una famiglia di supereroi proviene dritta dai Fantastici Quattro (così come alcuni poteri: Elastigirl è una copia di Mr. Fantastic, mentre Violetta ha le stesse caratteristiche della Donna Invisibile, campi di forza compresi; per non parlare dei costumi con le "molecole instabili"), mentre il concetto degli eroi ripudiati dalla società e costretti a rinunciare all'identità segreta era già presente nel Watchmen di Alan Moore. Se poi si aggiunge la mancanza di un livello di lettura più adulto, i cliché e la retorica dei film d'azione e avventurosi e le troppe situazioni scontate (dalla spalla che diventa villain all'equivoco del "tradimento coniugale", dalle riflessioni su mediocrità ed eccellenza alla gag del mantello che rimane impigliato – anch'essa mutuata da Watchmen), ecco che del film si salvano quasi soltanto le scene d'azione, il livello tecnico (stupendi quei costumi umidi dopo essere stati bagnati!) e il look retrò, sebbene anch'esso sia ormai inflazionato (sin dai tempi delle Batman Adventures). Inoltre si tratta del primo film Pixar con personaggi umani: anche questo, secondo me, è stato un errore. Ritengo infatti che la CGI vada bene per animare oggetti, animali o mostri, ma sia spesso immotivata (almeno ai livelli odierni) nel caso degli esseri umani: tutto il film, in fondo, avrebbe potuto essere realizzato in live action e forse sarebbe stato più coinvolgente ed emozionante.

Alcune curiosità. Anche gli altri personaggi hanno poteri che ricordano celebri supereroi fumettistici: Mr. Incredibile è praticamente un Superman senza la capacità di volare (e, almeno all'inizio, con una macchina che sembra la bat-mobile); Flash è, appunto, Flash; Lucius è l'Uomo Ghiaccio degli X-Men. E nel finale, ecco il Minatore... alias l'Uomo Talpa! Nel film, comunque, non si usa mai il termine "supereroi", preferendo chiamarli semplicemente "super": problemi di copyright, visto che negli USA la parola è un marchio registrato di Marvel e DC? In ogni caso, i distributori italiani l'hanno inserita impunemente nel titolo! Per quanto riguarda il doppiaggio italiano, ho trovato ai limiti dell'insopportabilità la voce di Elastigirl (Laura Morante), mentre particolarmente azzeccata è quella della stilista Edna (Amanda Lear), il personaggio migliore di tutto il film.