19 giugno 2018

Shoplifters (Hirokazu Koreeda, 2018)

Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, aka Shoplifters)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2018
con Lily Franky, Sakura Ando
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Daniela e Marisa,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La famiglia Shibata, che vive di espedienti ed è dedita a piccoli furti nei negozi e nei supermercati, è decisamente sui generis: i rapporti di parentela fra i suoi membri sono in gran parte fittizi e tutti, apparentemente, abitano insieme soltanto per interesse. Eppure l'affetto che sviluppano l'uno per l'altro è genuino, pur in assenza di un effettivo legame di sangue. Ospiti nella casa della nonna Hatsue (Kirin Kiki), che riscuote la pensione da vedova, il capofamiglia Osamu (Lily Franky) insegna al figlio Shota (Jyo Kairi) l'arte del taccheggio, anche per integrare il poco denaro che proviene dai lavori della moglie Nobuyo (Sakura Ando), impiegata in un'impresa di pulizie, e della sorella di questa Aki (Mayu Matsuoka), che si esibisce in un peep show. Quando si imbatteranno in Juri (Miyu Sasaki), una bambina maltrattata dai propri genitori, sarà per loro del tutto naturale "rapirla" per accoglierla nella propria famiglia, dove troverà finalmente la felicità. Al centro del film c'è dunque il concetto relativo di famiglia, anche in rapporto alla moderna società capitalistica: al di là del benessere economico o della legalità, il legame assume valore e significato soltanto quando c'è dietro affetto e cura reciproca ("Dare alla luce un figlio non basta per essere madre", dirà Nobuyo parlando dei genitori di Juri). Un tema già affrontato più volte da Koreeda – e forse con maggiore incisività – nei suoi precedenti lavori, da "Nobody knows" a "Father and son". In ogni caso, è da apprezzare la naturalezza e la leggerezza con cui si toccano temi sociali così delicati, con tanto di dilemmi morali (il furto e il rapimento, in certe occasioni, possono essere la cosa giusta da fare?). La struttura episodica rende l'insieme assai gradevole, mentre il finale (in cui si tirano le fila) è una chiosa che scalda il cuore. Da confrontare con il più crudo realismo di un film già visto in questa stessa rassegna e che sfiorava temi simili, "Capharnaüm" di Nadine Labaki. Palma d'oro (la prima per Koreeda) al Festival di Cannes.

4 commenti:

Marisa ha detto...

Film gradevole che rovescia tutti i luoghi comuni sulla famiglia e i legami di sangue, forse persino troppo, rischiando di cadere in un altro eccesso in cui l'ingenuità e la spontaneità mascherano una mancanza di riflessione e una vera coscienza.
Comunque sono contenta della Palma d'oro, anche come riconoscimento dei film precedenti. Penso soprattutto al bellissimo "Father and son"

Christian ha detto...

La riflessione sul cosa renda tale una famiglia è interessante, ma anche secondo me al film manca un po' di sostanza. E francamente questi film di Koreeda sulla famiglia mi stanno cominciando a stancare, mi piacerebbe che affrontasse ogni tanto qualche altro argomento (in fondo l'ho conosciuto con quel gioiellino fantastico-surreale che era "After life")...

Claudio Z. ha detto...

Se ti fa piacere, stasera a Farhadi ci salutiamo. Io ho il posto g14

Christian ha detto...

Mi farebbe piacere! Ma stasera vedo Pawlikowski al Colosseo.
Farhadi lo vedo domani all'Anteo...