30 aprile 2018

Avengers: Infinity War (A. e J. Russo, 2018)

Avengers: Infinity War (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2018
con Josh Brolin, Robert Downey Jr.
**

Visto al cinema Arcobaleno.

Il folle extraterrestre Thanos di Titano (Josh Brolin) vuole impadronirsi delle sei gemme dell'infinito, attualmente disperse per la galassia (ma già viste, sotto diverse forme, nei precedenti film della Marvel) per diventare la creatura più potente dell'universo e sterminarne metà della popolazione, riportando così (a suo dire) l'equilibrio nel cosmo. Già in possesso della gemma del potere (l'Orb che avevamo visto nel primo "Guardiani della Galassia"), attacca l'astronave con i profughi asgardiani (nello spazio dopo gli eventi di "Thor: Ragnarok") e uccide Loki (Tom Hiddleston) per sottrargli il Tesseract (ovvero la gemma dello spazio). Dopodiché è il turno della gemma della realtà, vale a dire l'Aether (vista in "Thor: The Dark World") in possesso del Collezionista (Benicio Del Toro), e di quella dell'anima (al suo esordio cinematografico), per ottenere la quale sacrifica la vita dell'unica persona che ama, ovvero la figlia Gamora (Zoe Saldana). Le ultime due sono in possesso di eroi terrestri: la gemma del tempo è incapsulata nell'amuleto del Dottor Strange (Benedict Cumberbatch), che viene rapito e portato su Titano insieme ad Iron Man (Robert Downey Jr) e Spider-Man (Tom Holland); quella della mente fa parte integrante del sintezoide Visione (Paul Bettany), rifugiatosi con l'amata Wanda (Elizabeth Olsen) nel Wakanda di Black Panther (Chadwick Boseman) insieme al resto degli Avengers, riunitisi dopo lo scisma di "Civil War": Capitan America (Chris Evans), Hulk (Mark Ruffalo, anch'egli tornato dallo spazio ma con problemi di trasformazione), la Vedova Nera (Scarlett Johansson), Falcon (Anthony Mackie), War Machine (Don Cheadle), Bucky (Sebastian Stan) e un redivivo Thor (Chris Hemsworth), dotato del nuovo martello Stormbreaker, forgiato dal nano Eitri (Peter Dinklage), e alleatosi con i Guardiani della Galassia (il procione Rocket e l'albero Groot, nella fase adolescenziale/ribelle, mentre Star-Lord (Chris Pratt), Drax (Dave Bautista) e Mantis (Pom Klementieff) aiutano gli eroi su Titano). Il cast è completato da numerosi comprimari già visti nei precedenti film: Heimdall (Idris Elba), Wong (Benedict Wong), Nebula (Karen Gillan), Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e altri ancora (compreso il consueto cameo di Stan Lee, qui autista dell'autobus scolastico di Peter Parker), molti dei quali ci lasciano le penne (come Nick Fury (Samuel Jackson) nel controfinale). Whew! Progressivamente più potente man mano che acquisisce le gemme, infatti, Thanos riuscirà nel suo intento: e nel finale, con la semplice volontà, farà letteralmente sparire nel nulla metà degli esseri viventi di tutto l'universo, prima di "ritirarsi a vita privata". Ma l'anno prossimo arriverà il sequel "Endgame" (inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Infinity War - Part 2") che risolverà tutto.

Anche se non si sfugge dalla solita sensazione (comune a quasi tutti i film Marvel, ma soprattutto a quelli degli Avengers) di assistere a una puntata di una serie televisiva anziché a una pellicola cinematografica, si può ben dire che siamo di fronte a un film epico, il punto finale verso cui tendevano tutti i precedenti lungometraggi della Casa delle Idee. La storia di Thanos e delle sei gemme (che nei fumetti era stata raccontata nel colossale crossover "Infinity Gauntlet" e nel suo antefatto "Thanos Quest", pubblicati nel 1990/91 ed entrambi ideati da Jim Starlin: "Infinity War" era invece il titolo di un sequel successivo, con una trama differente), vista sul grande schermo, non delude di certo. Però, come abbiamo visto, la quantità di personaggi e di super-eroi è abnorme, il che impedisce alla sceneggiatura di dedicare il tempo necessario a ciascuno di loro. Nessuna caratterizzazione è tradita, si badi bene, anzi è stato fatto un ottimo lavoro nel rispettarle e al tempo stesso nel mostrare interessanti interazioni fra personaggi di film diversi, molti dei quali si incontrano qui per la prima volta (assai divertenti i siparietti fra Tony Stark e il Dottor Strange, per esempio, o quelli fra Thor e i Guardiani della Galassia, in particolare Rocket). Ma molti degli eroi, francamente, sono poco più che comparse interscambiabili (e questo, ahimè, vale soprattutto per gli Avengers, cui nominalmente sarebbe intitolata la pellicola), e chi non conoscesse a menadito i film precedenti avrebbe le sue difficoltà nel districarsi (anche perché ormai parecchi personaggi si somigliano anche esteticamente: come mostra la locandina promozionale, Cap con la barba e Thor con i capelli corti sono a rischio riconoscibilità, visto poi che anche Tony Stark, Dottor Strange e Star-Lord hanno barbetta o pizzetto). Protagonisti di battaglie insensate, con scene d'azione confuse, decisioni stupide (perché Pantera Nera fa aprire gli scudi protettivi in Wakanda? Perché gli Avengers vogliono distruggere la gemma della mente anziché usarla contro il nemico?), livelli di potere incoerenti e contraddittori (come possono Cap, Falcon e Vedova Nera sconfiggere dei nemici che hanno messo in difficoltà Visione e Scarlet?), gli eroi si lanciano in battutine spesso fuori luogo (accettabili giusto quelle dei Guardiani, "cazzoni" per natura). Ecco dunque che il vero valore della pellicola è dato non dai buoni ma dal cattivo, Thanos, autentico protagonista nonché anima e centro nevralgico della vicenda, sicuramente uno dei villain più interessanti di sempre (se non il migliore in assoluto) dell'Universo Cinematico Marvel. Tutto, dalle sue pur vaghe motivazioni ai suoi rapporti con la figlia Gamora, va oltre i cliché del genere. E dunque pare quasi giusto che vinca lui (almeno fino al prossimo film, che pure sarà preceduto da un paio di pellicole stand-alone, forse ambientate prima di questa: "Ant-Man and the Wasp" e "Captain Marvel").

29 aprile 2018

Thor: Ragnarok (Taika Waititi, 2017)

Thor: Ragnarok (id.)
di Taika Waititi – USA 2017
con Chris Hemsworth, Tom Hiddleston
**1/2

Visto in divx.

Per impedire l'avverarsi della profezia del Ragnarok, secondo la quale il regno di Asgard sarà distrutto dal fuoco del demone Surtur, Thor (Chris Hemsworth) sconfigge quest'ultimo e ne porta i resti nella sala dei trofei di Odino. Qui scopre che il padre (Anthony Hopkins) è stato sostituito sul trono con un inganno da Loki (Tom Hiddleston: era avvenuto alla fine del precedente "Thor: The Dark World"). Dopo aver smascherato il fratello, parte con lui alla ricerca di Odino e, con l'aiuto del Dottor Strange, lo trova morente sulle coste della Norvegia. Prima di morire, il padre mette in guardia i figli: la sua primogenita Hela (Cate Blanchett), ambiziosa e malvagia dea della morte, è libera dal suo esilio e intende conquistare non solo Asgard ma l'intero universo. Lo scontro con la sorella è inizialmente impari: Hela distrugge Mjolnir, il martello di Thor, ed esilia i due fratelli sul lontano pianeta Sakaar, dove Thor è costretto a battersi nell'arena del Concorso dei Campioni (Contest of Champions) organizzato dal Gran Maestro (Jeff Goldblum). Il suo avversario non è altri che l'incredibile Hulk (Mark Ruffalo nei panni di Bruce Banner), finito qui dopo gli eventi di "Avengers: Age of Ultron". Insieme a lui e alla coraggiosa ma disillusa Valchiria (Tessa Thompson), Thor fugge dal pianeta e torna su Asgard in tempo per affrontare Hela e le sue armate, guidate da Skurge l'Esecutore (Karl Urban). E si rende conto che per difendere il proprio popolo dovrà sacrificare il regno, scatenando volutamente il tanto temuto Ragnarok... Il terzo film del Dio del Tuono (che, come si vede dal riassunto, è direttamente legato alle altre pellicole Marvel con le apparizioni di Strange e Hulk e un cameo della Vedova Nera, ma per fortuna è godibile anche a sé stante) è un film d'avventura fantascientifica stupido e leggero, ma anche genuinamente divertente, con un regista, il neozelandese Waititi (all'esordio a Hollywood), che a differenza di alcuni suoi colleghi sa rendere "leggibili" le scene d'azione e se la cava bene anche con i tempi comici.

Certo, tutto è low tone, all'insegna di gag, battutine e di divertimento adolescenziale (vedi il tormentone di chiamare Thor "lo zio del tuono", magnifico adattamento italiano di "Lord of Thunder" peraltro, per non parlare del passaggio spaziotemporale denominato "l'ano del diavolo"). E rispetto all'altisonante titolo, il Ragnarok occupa soltanto gli ultimi minuti del film e non ha nulla dell'epicità dei miti: gli "dei" coinvolti sono i soliti due-tre, e mancano i vari momenti chiave della saga norrena (e che pure erano presenti nei fumetti Marvel: la morte di Balder, il serpente Jormungandr... compare giusto il lupo Fenrir). Però in fondo la scelta paga: come detto, siamo di fronte a uno dei cinecomic Marvel più divertenti in senso stretto, e soprattutto i momenti ambientati sul pianeta Sakaar e le interazioni di Thor con Hulk e la Valchiria lasciano più che soddisfatti. Mi è piaciuta in particolare l'umanizzazione di Thor, dalla grande statura eroica ma anche sfigato, sempliciotto e sbruffone. Pur non perdendo la propria potenza (che anzi nel finale è particolarmente sottolineata), viene messo continuamente in difficoltà, sia fisica che psicologica: perde il padre, il martello, la capigliatura (che gli viene tagliata da Stan Lee!), viene trattato da schiavo e da gladiatore, è sconfitto in più di un'occasione ma sa sempre rialzarsi e continuare a combattere non per sé stesso ma per il proprio popolo. Semplicistiche invece le caratterizzazioni degli altri personaggi (tranne che per il solito Loki e per Bruce Banner/Hulk, guest star al quale è dedicato molto spazio, anche giusto vista l'assenza di suoi film personali), la più deludente dei quali è purtroppo Hela. È sempre bello comunque vedere sullo schermo personaggi classici della Casa delle Idee (come Skurge, ritratto nell'iconica posa con i fucili dalle storie di Walt Simonson, o una Valchiria ridisegnata). E interessante la trovata "politica" di rendere gli asgardiani, nel finale, dei profughi in cerca di una nuova patria. Idris Elba è Heimdall, Benedict Cumberbatch è Strange, Rachel House è Topaz (il braccio destro del Gran Maestro), Tadanobu Asano, Ray Stevenson e Zachary Levi sono i Tre Guerrieri (uccisi da Hela). Il regista Waititi, attraverso il motion capture, dà personalmente vita al roccioso gladiatore Korg. Le vicende di Thor, Loki, Hulk e degli asgardiani proseguiranno direttamente in "Avengers: Infinity War".

27 aprile 2018

I soliti sospetti (Bryan Singer, 1995)

I soliti sospetti (The Usual Suspects)
di Bryan Singer – USA 1995
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in DVD.

Cinque criminali di piccolo calibro, sospettati di aver rapinato un camion di fucili, vengono arrestati dalla polizia di New York per un "confronto all'americana". Dopo aver stretto amicizia in cella ed essere stati rilasciati, i cinque – l'ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), i ricettatori Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro), lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollak) e il truffatore "Verbal" Kint (Kevin Spacey) – decidono di mettersi a lavorare insieme. E in seguito a un paio di colpi, vengono contattati dal misterioso avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite) per eseguire un pericoloso incarico (recuperare una partita di droga al molo di San Pedro, in California) per conto del leggendario e "diabolico" gangster Keyser Söze, la cui vera identità nessuno conosce. Il secondo film di Bryan Singer (e dell'amico sceneggiatore Christopher McQuarrie) è sicuramente il suo capolavoro: un noir complesso e d'atmosfera, costruito sui flashback e sul montaggio (la prima scena del film anticipa in realtà il finale, e l'intera vicenda è poi raccontata da "Verbal" ai poliziotti Kujan (Chazz Palminteri) e Rabin (Dan Hedaya) nel corso di un interrogatorio), ricco di misteri e di colpi di scena che ingannano non solo i personaggi ma lo spettatore stesso. Il plot twist finale, con lo svelamento della reale identità di Keyser Söze, è talmente da manuale da essere diventato l'elemento più iconico della pellicola stessa, un segreto da proteggere con cura nei confronti di chi non l'ha ancora vista (e come tale, non ne farò accenno in questa recensione), al pari di colpi di scena di analoga vastità in lungometraggi come "Il sesto senso", "La moglie del soldato" o "Testimone d'accusa". Però, proprio come la rivelazione di Rosabella in "Quarto potere", esso non solo non pregiudica una seconda visione del film, ma anzi l'arricchisce, permettendo di godere ancora di più della maestria di sceneggiatore e regista. Azzardo addirittura che una seconda visione, conoscendo già il segreto di Keyser Söze, rende il film ancora più bello: non si rimane spersi fra red herring, personaggi e sottotrame che non portano da nessuna parte, e si apprezzano invece le tracce che già da subito puntavano nella giusta direzione (come i riferimenti al diavolo nei dialoghi, e ovviamente nell'iconografia, in relazione a un particolare personaggio). I tanti, troppi particolari che vengono dati in pasto allo spettatore acquistano poi maggiore o minore importanza quando ci si rende conto che la pellicola utilizza il trucco del "narratore inaffidabile": come in "Rashomon", non sempre quello che la macchina da presa ci mostra sullo schermo è veramente ciò che è accaduto. "La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste", è la frase chiave. A concorrere alla riuscita di quello che ormai è un grande classico contribuiscono, oltre che la regia, la sceneggiatura e il montaggio (di John Ottman, anche autore dello splendido tema musicale), la straordinaria prova degli attori: Spacey (che nello stesso anno conquistò le platee anche in "Seven") vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista; ma anche Byrne, Palminteri, Baldwin e Del Toro si confermano dei fuoriclasse, per non parlare di Postlethwaite, le cui particolari fattezze – tutt'altro che giapponesi, comunque (e ovviamente!) – caratterizzano il personaggio di Kobayashi. Il cast è completato da Suzy Amis, Giancarlo Esposito, Clark Gregg e Peter Greene. Oscar anche per McQuarrie. Il titolo è una citazione da "Casablanca" ("Round up the usual suspects", diceva Claude Rains).

26 aprile 2018

Pleasantville (Gary Ross, 1998)

Pleasantville (id.)
di Gary Ross – USA 1998
con Tobey Maguire, Reese Witherspoon
**

Rivisto in TV.

A causa di un telecomando "magico" (la trovata ricorda un po' quella di "Last Action Hero"), i fratelli David (Tobey Maguire) e Jennifer (Reese Witherspoon) si ritrovano intrappolati dentro il televisore, all'interno della sit-com anni '50 "Pleasantville", di cui di fatto sostituiscono i protagonisti Bud e Mary Sue. Il mondo di Pleasantville è sempre uguale a sé stesso, perfetto e conformista, con ruoli ben definiti e senza alcun elemento "controverso" (i letti sono separati, i libri hanno le pagine bianche, i pompieri salvano soltanto gattini): ma l'arrivo dei due ragazzi "moderni" introduce quell'elemento di novità (a cominciare dal sesso) che scompiglierà tutto, colorando progressivamente (e letteralmente!) quello che era un universo in bianco e nero. Un'idea carina per un film che, dopo la prima mezz'ora, si fa via via più stucchevole e retorico, un inno all'anticonformismo e alla scoperta di sé (il passaggio dal bianco e nero al technicolor avviene nel momento in cui una persona esce dai rigidi confini della propria personalità: per gli abitanti di Pleasantville è la scoperta che esiste qualcosa al di là del mondo in cui hanno vissuto fino ad allora; per David/Bud è l'istante in cui sveste i panni del "bravo ragazzo" e non esita a sporcarsi le mani per difendere sua madre; per Jennifer/Mary Sue è la fase della maturazione e della responsabilità) con una metafora ripetuta, esplicita e priva di sottigliezza. Ogni paragone con il quasi contemporaneo (e ben più profondo) "The Truman Show" sarebbe un'ingiustizia verso quest'ultimo. Anche qui, comunque, non manca la lettura religiosa in chiave antimoralista: Pleasantville è il "noioso" giardino dell'Eden dal quale si può fuggire assaggiando il frutto proibito dell'albero della conoscenza, come suggerisce la scena in cui una ragazza porge a Bud una mela rossa. Il film è passato alla storia per essere stato una delle prime pellicole completamente rielaborata in digitale (in modo da permettere gli effetti con i colori). William H. Macy e Joan Allen sono i genitori dei ragazzi nel telefilm, Jeff Daniels è il proprietario del fast food, J. T. Walsh (morto poco dopo le riprese) il capo della polizia.

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta sul compagno le proprie ossessioni relative al sesso e alla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

24 aprile 2018

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, 1974)

Stavisky il grande truffatore (Stavisky...)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1974
con Jean-Paul Belmondo, Anny Duperey
**

Visto in TV.

In Francia, agli inizi degli anni trenta, il ricco faccendiere Serge Alexandre, detto "Sasha il bello", è proprietario di teatri e giornali, controlla politici e funzionari e sta per investire in lucrose speculazioni finanziarie internazionali. Ma in realtà di tratta di un truffatore di origini ucraine, Alexandre Stavisky (Belmondo). Il denaro che sperpera allegramente non è suo, oppure è frutto di buoni fruttiferi fasulli: e la messinscena – cui contribuiscono una moglie assai vistosa, Arlette (Anny Duperey), e la frequentazione di bische e locali in rinomate località turistiche, come Biarritz – serve a garantirgli visibilità e attrarre così nuovi investitori disposti a dargli credito. La sua storia si intreccia con gli eventi politici di quegli anni (compreso l'esilio francese di Leon Trotsky), tanto che il suo scandalo, visto il coinvolgimento di alti funzionari, porterà ai moti di protesta del 6 febbraio 1934 e alla caduta del governo di sinistra guidato da Camille Chautemps. Un film strano e non pienamente riuscito, a metà strada fra la ricostruzione di un fatto storico (gran parte della vicenda è raccontata in flashback da vari testimoni davanti a una commissione d'inchiesta, che cerca inutilmente di comprendere che tipo di uomo fosse Stavinsky) e una pellicola di stampo nostalgico e teatrale in cui si lascia briglia sciolta all'estro di Belmondo, il cui personaggio resta sempre al centro dell'attenzione, attorniato da figure (amiche e nemiche, ingenue o calcolatrici) che dipendono da lui come pesciolini attorno a uno squalo. Fra questi, complici o vittime, politici e poliziotti, aristocratici e rivoluzionari. L'ambizione del protagonista – antesignano del Leonardo DiCaprio di "The wolf of Wall Street" – è pari soltanto al suo nome, lo stesso di Alessandro il Grande, anche se è tenuta a freno da incubi premonitori (sia lui che la moglie Arlette sognano di precipitare in auto da una scogliera) e dal destino (il padre si è suicidato perché lui, con le sue prime truffe, "disonorava" il nome di famiglia). Ma il ritratto che ne risulta è sempre sfuggente, e l'intricato intreccio politico-finanziario è troppo vago per risultare davvero appassionante. La sceneggiatura di Jorge Semprún era stata commissionata dallo stesso Belmondo: per dirigerla, Resnais tornò al cinema dopo sei anni di assenza. Nel cast anche François Périer, Charles Boyer, Claude Rich e Michael Lonsdale. Breve apparizione di un giovanissimo Gerard Depardieu (l'inventore del "matriscopio") a inizio carriera. Ben curate le scenografie e i costumi (si pensi ad Arlette, sempre vestita di bianco o circondata da fiori di questo colore).

22 aprile 2018

Gli amori di una bionda (M. Forman, 1965)

Gli amori di una bionda (Lásky jedné plavovlásky)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1965
con Hana Brejchová, Vladimír Pucholt
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Andula (Brejchová) lavora come operaia in una fabbrica di scarpe in un paesino di provincia nella Cecoslovacchia. Proprio per via della fabbrica, che impiega solo personale femmninile, nel paese c'è una forte sproporzione fra il numero di ragazze e quello di ragazzi, cosa che preoccupa non poco il direttore, che si adopera per far giungere nel luogo, in occasione di una festa, un drappello di militari. Andula e due sue amiche sono corteggiate da tre di questi, ma li rifiutano perché troppo vecchi e brutti (si tratta di riservisti, non di reclute). In compenso la ragazza trascorre la notte con il giovane pianista Milda (Pucholt), giunto da Praga proprio per suonare alla festa: e la settimana successiva, illusa di iniziare una relazione con lui, fa le valigie e lo raggiunge in città, presentandosi a casa dei suoi genitori senza preavviso... Il secondo lungometraggio girato in patria da Forman prosegue il discorso iniziato con il primo ("L'asso di picche"), ovvero la confusione delle giovani generazioni che si affacciano in un mondo di cui ignorano le regole (non solo perché è quello dell'età adulta e delle interazioni sociali, ma anche perché è caratterizzato da un regime politico che si affianca alle vecchie tradizioni familiari). Rispetto al film precedente, siamo più lontani dalla commedia (anche se non mancano lunghe scenette comiche o surreali, ricche di gag, come quelle che vedono protagonisti i tre soldati o i genitori di Milda) e più vicini al (neo)realismo, con toni a tratti da Nouvelle Vague. E naturalmente il film non può non concludersi con un velo di amarezza, di delusione e di disillusione. L'ottima regia di Forman, l'attenzione psicologica ai personaggi (e la simpatia verso di loro) e la concisione narrativa (l'intero film si svolge praticamente in due serate: quella della festa in paese e quella in cui Andula si reca a Praga) lo rendono un piccolo gioiellino, ai tempi candidato anche all'Oscar come miglior film straniero. Nel cast ci sono perlopiù attori non professionisti (Hana Brejchová era la sorella minore della moglie di Forman, Jana, anch'essa attrice), con qualche eccezione: Vladimír Mensík è uno dei tre riservisti, mentre Vladimír Pucholt aveva già recitato nel primo film del regista.

21 aprile 2018

Il prigioniero coreano (Kim Ki-duk, 2016)

Il prigioniero coreano (Geumul)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2016
con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun
**

Visto al cinema Eliseo.

L'elica del motore della barca di Nam Chul-woo, un pescatore nordcoreano che vive vicino al confine, si impiglia nelle reti e lui viene trascinato dalla corrente fino ad approdare nella Corea del Sud. Qui è subito arrestato dai militari, che lo sospettano di essere una spia del Nord. Quando, dopo torture e inganni di ogni tipo, capiranno di avere a che fare con un semplice pescatore, cercheranno di farlo disertare, mostrandogli le "ricchezze" del Sud nella speranza che scelga di rimanere lì. Fedele alla propria patria ma soprattutto intenzionato a rivedere la propria famiglia, Nam saprà invece far ritorno al Nord: soltanto per vedersi trattare nello stesso modo ingiusto dalle corrotte forze di sicurezza locali. Il dramma della separazione fra le due Coree (esemplificate dai due orsacchiotti di pezza con cui gioca la figlia del protagonista) e la dualità della natura umana, che può manifestarsi come spietata e vendicativa (Kim Young-min, l'agente incattivito e incline alla tortura) oppure simpatetica e comprensiva (Lee Won-gun, la giovane guardia del corpo) a prescindere dalla parte del confine in cui ci si trova, visti attraverso l'odissea kafkiana (con echi de "Il processo" e "Davanti alla legge" nelle scene della prigionia e degli interrogatori) di un personaggio umile e fondamentalmente buono, che si ritrova schiacciato fra ingranaggi più grandi di lui. Ma tutto è troppo semplicistico, evidente e schematico, senza una reale indagine sociale, politica o psicologica. Ottimo l'interprete protagonista, comunque: è il fratello del regista Ryoo Seung-wan (e infatti recita spesso nei suoi film). Il titolo originale significa "La rete".

19 aprile 2018

Big fish (Tim Burton, 2003)

Big Fish - Le storie di una vita incredibile (Big Fish)
di Tim Burton – USA 2003
con Ewan McGregor, Albert Finney
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunto al capezzale del padre Edward Bloom (McGregor da giovane nei flashback, Finney da anziano), in fin di vita per un tumore, il figlio Will (Billy Crudup) cerca di riavvicinarsi a lui e di comprendere che uomo sia stato: questo perché da sempre i racconti di Edward, novello Barone di Munchhausen, hanno mescolato la realtà con la fantasia, rendendolo protagonista di avventure assurde e sorprendenti, fra giganti gentili, streghe che prevedono il momento della morte, idilliache città nascoste fra i boschi dell'Alabama, circhi il cui direttore è un licantropo, pesci giganti e fatati... Da un romanzo di Daniel Wallace, una riflessione sul rapporto fra padre e figlio ma ancora di più sul potere di un'immaginazione sfrenata, in grado di rendere più ricca e viva anche un'esistenza come tante altre. Eppure, qualcosa infastidisce in questo elogio della fantasia a tutti i costi, del voler convincere che una bugia colorata sia meglio di una grigia verità. E così ci si trova quasi a identificarsi o a parteggiare per il figlio, smarrito di fronte all'ingombrante figura di un padre che di fatto non ha mai imparato a conoscere veramente (perché non ha mai avuto con lui un dialogo reale e costruttivo), più che per un genitore egoista e in fondo anche un po' ipocrita, visto che, nonostante i suoi racconti di evasione ed avventura, quella a cui aspirava era un'esistenza conformista come poche altre (una mogliettina, un lavoro, una casetta con la staccionata bianca): ma questa è un po' la retro-filosofia di tutto il cinema di Tim Burton, nonché uno dei motivi per cui ideologicamente non mi ha mai conquistato. Le storie fantastiche di Edward Bloom (avventuriero, curioso e giramondo come Ulisse: il cognome joyciano non è certo casuale) non vanno naturalmente prese sul serio: sono tutte metafore o allegorie dei vari momenti della vita: per esempio, la cittadina di Spectre (nella quale Edward giunge due volte: la prima "troppo presto" e la seconda "troppo tardi") gli dimostra come "l'uomo vede le cose in modo diverso in momenti diversi della propria vita". E il pesce gigante cui Edward dà la caccia (e nel quale si trasforma al momento della sua morte) è il simbolo della sua curiosità e della sua ambizione, come quei pesci che crescono di dimensione se posti in un acquario più grande. Pur trattandosi di una produzione minore rispetto ad altre pellicole di Burton (assai limitati, per esempio, gli effetti speciali), in ogni caso è da annoverare fra i suoi lavori più sentiti e meglio riusciti. Nel cast, Alison Lohman e Jessica Lange sono Sandra, la moglie di Edward, rispettivamente da giovane e da anziana; Marion Cotillard è la moglie francese di Will; piccoli ruoli inoltre per Helena Bonham Carter (Jenny e la strega), Steve Buscemi (il poeta rapinatore), Danny DeVito (l'impresario del circo), Matthew McGrory (Karl il gigante), Ada e Arlene Tai (le gemelle siamesi). Musica di Danny Elfman.

18 aprile 2018

Una vita esagerata (Danny Boyle, 1997)

Una vita esagerata (A Life Less Ordinary)
di Danny Boyle – USA/GB 1997
con Ewan McGregor, Cameron Diaz
**

Rivisto in divx.

In Paradiso (ritratto come una centrale di polizia) c'è preoccupazione per il forte calo di coppie felici sulla Terra: l'arcangelo Gabriele (Dan Hedaya) incarica perciò due agenti, gli angeli Jackson (Delroy Lindo) e O'Reilly (Holly Hunter), di fare di tutto perché due esseri umani si innamorino perdutamente. I prescelti sono Robert (Ewan McGregor), ingenuo ragazzo delle pulizie appena licenziato, e Celine (Cameron Diaz), ricca e viziata figlia di un miliardario (Ian Holm). In rotta con il padre, Celine "aiuta" Robert a farsi rapire per chiedere un riscatto. E durante la forzata convivenza, con qualche aiuto dei due angeli, finiranno effettivamente per innamorarsi... Titolo italiano "vascorossiano" per il terzo film di Boyle e il suo primo fallimento di critica, dopo i due successi iniziali: un pastiche fantastico-avventuroso che arricchisce di momenti surreali una crime story a sfondo romantico. Ma il troppo stroppia: e l'eccesso di ingredienti fa sì che si neutralizzino a vicenda, non favorendo né lo sviluppo della storia né quello dei personaggi. Ne risulta poco più di un confuso divertissement, da non prendere assolutamente sul serio, con i suoi buoni momenti (e una discreta atmosfera) ma senza particolare spessore. I titoli di coda sono in animazione a passo uno. La pellicola segna anche la terza collaborazione consecutiva di Boyle con l'attore Ewan McGregor: ma dopo di questa le strade dei due si divideranno (e torneranno a incrociarsi solo vent'anni dopo, per il sequel di "Trainspotting").

16 aprile 2018

L'asso di picche (Miloš Forman, 1964)

L'asso di picche (Cerny Petr)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1964
con Ladislav Jakim, Pavla Martinkova
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Miloš Forman.

Il lungometraggio d'esordio di Forman mette in scena, fra timidezza e sfacciataggine, le prime esperienze di vita adulta del sedicenne Petr (Jakim). Assunto come sorvegliante in un supermercato per controllare che i clienti non rubino, il ragazzo fatica a soddisfare le esigenti aspettative di un padre (Jan Vostrcil) che proietta tutte le sue speranze su di lui. E nel frattempo deve destreggiarsi nei rapporti sociali, corteggiando in maniera goffa e senza successo la coetanea Paula (Martinkova) e stringendo amicizia con un ragazzo forse ancora più imbranato di lui, il muratore Cenda (Vladimír Pucholt). Forman dirige con un approccio leggero, quasi da commedia, come suggerisce anche il commento musicale (che richiama l'incipit dello "Schiaccianoci" di Tchaikovsky, senza mai andare però oltre le prime note). Fra tante scenette semi-comiche o comunque "sbarazzine" (Petr che segue per strada un cliente del negozio che sospetta di furto, o che spia le ragazze che si spogliano nei camerini), ne risulta un ritratto generazionale di giovani dalle idee confuse, lasciati a sé stessi nella scoperta del mondo da adulti incapaci di fornire le necessarie indicazioni (i genitori o i datori di lavoro sono buoni solo a rimproverare o a fare retoriche ramanzine). Il gap fra le generazioni – tema che Forman continuerà ad esplorare nei film successivi – è mostrato sotto ogni punto di vista, dalla musica all'approccio con il sesso. Il titolo originale ("Petr il nero") è il nome di un gioco di carte, corrispondente al nostro "Uomo nero".

15 aprile 2018

Predestination (Michael e Peter Spierig, 2014)

Predestination (id.)
di Michael e Peter Spierig – Australia 2014
con Ethan Hawke, Sarah Snook
**1/2

Visto in divx.

In un pub di New York nel 1970, un barista (Ethan Hawke) ascolta la bizzarra storia di un cliente (Sarah Snook), scrittore di "confessioni intime" per riviste di terz'ordine, che gli racconta le numerose e contorte traversie della propria vita: nato donna e cresciuto in un orfanotrofio, ha cambiato sesso poco dopo aver dato alla luce una bambina che è stata misteriosamente rapita a pochi giorni dalla nascita: inoltre è stato abbandonato dall'uomo che l'aveva messa incinta, di cui ignora persino l'identità. A sorpresa il barista gli rivela di essere un agente temporale, e gli offre la possibilità di tornare indietro nel tempo per vendicarsi del misterioso seduttore... Da un racconto breve di Robert A. Heinlein ("Tutti voi zombie", noto in Italia anche come "Tutti i miei fantasmi"), una sofisticata pellicola sui paradossi temporali, di cui mette in scena praticamente tutti gli esempi più classici, e anche di più (l'uomo che è padre e madre di sé stesso). Rispetto al materiale di partenza, i due fratelli tedesco-australiani (anche sceneggiatori) aggiungono un'ulteriore sottotrama per accrescere la tensione (l'agente temporale è alla caccia di un terrorista che sembra prevedere ogni sua mossa), ma restano comunque fedeli allo spirito del racconto di Heinlein. Se alcune svolte sono prevedibili durante la visione (basta aver letto un po' di letteratura fantascientifica sul tema, provare a ragionare sui presupposti, oltre che conoscere certe regole cinematografiche: quando non si mostra mai il volto di un personaggio, è perchè è previsto un colpo di scena che lo riguarda), l'insolita costruzione della pellicola (la prima metà è tutta riservata al racconto in flashback di Jane/John) e la sua altissima densità lo elevano comunque sopra la media del genere, quel tipo di fantascienza che si basa più sui personaggi e sulle loro vicende che non sugli effetti speciali o le scene d'azione. Ecco perché, nonostante la complessa struttura a incastro (ma non è più complicato da seguire di "Memento" o de "I soliti sospetti") e la scelta di aggiungervi una piega da thriller, a emergere sono i temi esistenziali e filosofici (l'identità e la consapevolezza di sé, il destino e la libertà di scelta): questo perché è scritto con intelligenza e interpretato con coraggio e intensità (spicca la Snook, in un ruolo multiplo e non certo facile). Resta forse il dubbio che si tratti solo di un gioco intellettuale (il racconto originale è stato scritto in un solo giorno, quasi una sfida di Heinlein con sé stesso), ma i personaggi sono ben caratterizzati e la loro storia è talmente curiosa e interessante da appassionare per tutta la durata del film. Annotarsi la cronologia degli eventi o concedersi una seconda visione, in ogni caso, può aiutare. Peter Spierig firma anche la colonna sonora. Heinlein è citato a più riprese (c'è un dottore che si chiama così, si intravedono altri libri scritti da lui).

13 aprile 2018

Tonya (Craig Gillespie, 2017)

Tonya (I, Tonya)
di Craig Gillespie – USA 2017
con Margot Robbie, Sebastian Stan
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

La "storia vera" di Tonya Harding, bad girl del pattinaggio su ghiaccio americano, che nel 1994 assurse agli onori della cronaca per l'aggressione (organizzata dal suo ex marito Jeff Gillooly e dalla sua guardia del corpo) alla rivale Nancy Kerrigan, poco prima dei Giochi Olimpici di Lillehammer. Ma prima di parlare di quel fattaccio (e trasformandosi di fatto in una tragicommedia che ricorda i film dei fratelli Coen, ricchi di personaggi stupidamente idioti: solo che qui è tutto più o meno autentico, come dimostrano i frammenti di interviste – sui titoli di coda – ai veri protagonisti della vicenda), la pellicola è un potente ritratto di un personaggio fuori dal comune, rozza, energetica e dal temperamento burrascoso, cresciuta senza istruzione in una famiglia disagiata, ben lontana dall'immagine di elegante raffinatezza che ci si attenderebbe dalle pattinatrici. Per non parlare di tutto il contorno familiare: il rapporto con la madre Lavona, sempre dura e severa con lei, è uno dei fili conduttori della vicenda, dalla quale Tonya esce più come vittima che come carnefice. Se non fosse una storia vera (la parola "verità" ricorre in continuazione nelle parole dei personaggi, intervistati davanti alle telecamere: molte volte, però, a sproposito o con fini ironici, anche perché ognuno in fondo ha la propria verità, in contraddizione con quella degli altri; e come in "Rashomon", spetta al pubblico decidere), ma una sceneggiatura hollywoodiana, sarebbe la classica storia di riscatto con un lieto fine e la rivincita del loser. Gli ingredienti, in fondo solo quelli: le umili origini, l'infanzia e l'adolescenza difficile, il forte desiderio di emergere, gli allenamenti, le vittorie (Tonya fu la prima americana a eseguire con successo un triplo axel in una competizione ufficiale, un salto così difficile che persino per la realizzazione del film non è stata trovata alcuna controfigura disposta a farlo e si è dovuto ricorrere ad effetti digitali) e la successiva discesa nel baratro. A lei vanno in ogni caso le simpatie del regista (e dello sceneggiatore Steven Rogers), che la mostrano attorniata da figure di contorno assai più deprecabili di lei, per un motivo o per l'altro. "Il pubblico vuole qualcuno da amare, ma anche qualcuno da odiare" è la chiosa, che descrive alla perfezione non soltanto l'ambiente dello sport da competizione o lo star system, ma l'intera società americana. Emblematico il fatto che l'attenzione mediatica sullo scandalo cominciò a scemare in contemporanea con l'inizio di un'altra vicenda, quella di O.J. Simpson. Strepitoso il cast, con nomination agli Oscar per Margot Robbie e Allison Janney (nel ruolo della madre, premiata come miglior attrice non protagonista). Lo stile registico, dinamico e postmoderno, ma anche la colonna sonora (ricca di hit degli anni settanta, ottanta e novanta, compresa una versione in inglese di "Gloria" di Umberto Tozzi) sono assolutamente calate nello spirito del periodo.

11 aprile 2018

Ready player one (S. Spielberg, 2018)

Ready Player One (id.)
di Steven Spielberg – USA 2018
con Tye Sheridan, Olivia Cooke
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

In un futuro sovrappopolato, inquinato e impoverito, la maggior parte della popolazione preferisce evadere dalla realtà e trascorrere il proprio tempo all'interno di un mondo virtuale, Oasis, dove – tramite visori e tute – si indossano i panni di avatar immaginari e si può competere in una serie di videogiochi per puro divertimento. L'ideatore di questo mondo, James Halliday (Mark Rylance), prima di morire ha lasciato nel software un "easter egg": tre chiavi nascoste che garantiranno, a chi le troverà, la proprietà dell'intero Oasis. Molti utenti si dedicano alla caccia delle chiavi (i Gunter, da "Egg Hunter"), e fra questi c'è il giovane Wade (Tye Sheridan) nei panni del suo avatar Parzival, aiutato da un gruppo di amici (Art3mis, Aech, Daito e Sho). Ma ci sono anche gli sgherri della IOI, una potente multinazionale che vorrebbe impadronirsi di Oasis per sfruttarla a fini commerciali. Da un romanzo di Ernest Cline, una pellicola young adult che affronta il tema della realtà virtuale, dei videogiochi multiplayer e della cultura nerd (ormai "sdoganata" da serie televisive come "The big bang theory"). Anche se i personaggi, la storia e gli sviluppi non escono dai confini e dalle ingenuità del genere (con tanto di morale posticcia), Spielberg si mostra decisamente a suo agio con l'argomento, sia perché da sempre cantore nostalgico del gioco, dell'infanzia e dell'adolescenza, sia perché già in "Jurassic Park" aveva raccontato di un enorme parco di divertimenti tecnologico (anche se non "virtuale"). Dove la pellicola fa il salto di qualità e riesce a toccare i giusti tasti, almeno per il corretto target demografico (che, guarda caso, corrisponde esattamente a me, ovvero coloro che sono stati adolescenti nei primi anni ottanta) è nell'immensa quantità di riferimenti, rimandi e citazioni più o meno esplicite all'immaginario pop e ludico della prima metà di quel decennio. L'elenco è troppo lungo per esaurirlo qui, fra centinaia di videogiochi, fumetti, film, telefilm, giochi di ruolo e canzoni menzionati esplicitamente o anche solo di sfuggita. Alcuni di questi hanno vasta importanza all'interno della storia (il film "Shining" di Stanley Kubrick, per esempio, le cui scene sono visitate dai protagonisti: nel romanzo di Cline si trattava in verità di "Blade Runner", ma i cineasti non hanno potuto acquisirne i diritti; oppure la consolle Atari 2600 e alcuni dei suoi giochi, in particolare il mitico "Adventure", con il quadratino che si aggira nel labirinto); altri hanno comunque un ruolo esteso (Mechagodzilla, King Kong, Gundam, "Ritorno al futuro", "Buckaroo Banzai", "Akira", "Il gigante di ferro"...); altri ancora sono citati per nome di sfuggita (la "santa granata" dei Monty Python, "Bill & Ted's excellent adventure", "Dark Crystal", Superman, Batman, "Star Trek", "Star Wars", Chucky...); e altri, infine, sono lasciati alla capacità del pubblico di riconoscerli (la "Guida galattica per autostoppisti", "La febbre del sabato sera", "Alien", la formula magica di "Excalibur", Dungeons & Dragons, "Street Fighter"...). Al punto che mi chiedo, francamente, quanto un adolescente di oggi possa apprezzare appieno la pellicola (mi ero chiesto lo stesso con un altro bel film sui videoogiochi vintage, ovvero il disneyano "Ralph Spaccatutto"). Gran parte del film è ambientato in un mondo virtuale, e dunque ricostruito al computer con un profluvio di effetti visivi e speciali, come se fosse una pellicola d'animazione: e come spettacolo puro è sicuramente efficace, anche se il rischio di uscire dalla sala frastornati e con il mal di testa non è certo basso (a me è capitato!). Quanto al mondo reale, nel cast si riconoscono Ben Mendelsohn (il "cattivo" Nolan Sorrento) e Simon Pegg (Ogden Morrow, il socio di Halliday).

9 aprile 2018

Pioggia di ricordi (Isao Takahata, 1991)

Pioggia di ricordi (Omohide poro poro)
di Isao Takahata – Giappone 1991
animazione tradizionale
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli, per ricordare Isao Takahata.

Mentre sta lasciando Tokyo per trascorrere una vacanza di dieci giorni in campagna, l'impiegata trentenne Taeko si ritrova sommersa dai ricordi di quanto aveva dieci anni ed era in quinta elementare. Il secondo lungometraggio realizzato da Isao Takahata per lo Studio Ghibli (di cui era il co-fondatore), dopo "Una tomba per le lucciole", ha atmosfere quiete e nostalgiche. Tratto da un manga di Hotaru Okamoto e Yūko Tone, alterna scene ambientate nel presente (il viaggio di Taeko alla riscoperta della natura e di uno stile di vita più equilibrato) e altre nel passato (con tutta una serie di episodi della propria infanzia: una gita alle terme con la nonna, la prima volta che ha mangiato l'ananas, le dinamiche a scuola e in famiglia, il primo amore, la scoperta del ciclo mestruale, le difficoltà in matematica, i litigi con le sorelle, i piccoli capricci, la recita scolastica). Lungo (due ore) e meditato, il film è decisamente unico nel suo genere come pellicola di animazione (le parti con Taeko adulta, soprattutto, sono estremamente realistiche e avrebbero potuto benissimo essere filmate in live action: anzi, spesso c'è il sospetto che si tratti di animazione rotoscope). Forse un po' troppo programmatico e costruito, ma anche sincero e coinvolgente nel restituire le sensazioni e le emozioni della protagonista, nel ritrarre la vita scolastica (nei flashback) e un angolo di Giappone rurale e agricolo (nella prefettura di Yamagata, dove la famiglia del marito della sorella di Taeko coltiva il cartamo, da cui si trae un colorante usato in cosmetica), la cui semplicità si pone in netta contrapposizione con la frenesia della vita in città. In ogni caso, la qualità artistica è assai alta. Nella colonna sonora ci sono brani folk di varia origine (ungheresi, rumeni, italiani). E sui titoli di coda, una versione in giapponese della bellissima canzone "The Rose". Nota: l'ho visto in lingua originale con sottotitoli perché non sopporto più i non-adattamenti di Gualtiero Cannarsi.

8 aprile 2018

Quanto basta (Francesco Falaschi, 2018)

Quanto basta
di Francesco Falaschi – Italia 2018
con Vinicio Marchioni, Luigi Fedele
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Arturo (Marchioni), cuoco stellato caduto in disgrazia anche per colpa del suo temperamento collerico, viene affidato ai servizi sociali presso una comunità che si occupa di ragazzi autistici. Qui stringe un particolare rapporto con Guido (Fedele), giovane appassionato di cucina, che si iscrive a un prestigioso concorso chiedendo ad Arturo di fargli da tutor. I due finiranno con l'aiutarsi a vicenda, superando i rispettivi difetti di comportamento... Il tema della disabilità mentale si intreccia a quello dell'esasperazione mediatica della cucina (l'egocentrico presidente della giuria del concorso, rivale di Arturo che mette il cacao anche nei piatti più tradizionali, è un'evidente parodia di Cracco) in una commedia leggera e tutto sommato gradevole. Peccato che, al di là delle buone intenzioni, si resti su un piano di estrema prevedibilità, con una regia scolastica (anche nella valorizzazione dei paesaggi toscani) e un'assoluta mancanza di sorprese. E se lo spunto del road movie ricorda "Rain Man" (o il più recente "La pazza gioia"), la sceneggiatura è troppo superficiale e formulaica per convincere appieno: non siamo certo di fronte a un nuovo "Si può fare". Buona la prova del giovane Fedele, a livello di fiction televisiva tutti gli altri (con l'eccezione di Alessandro Haber, nel piccolo ruolo dell'anziano maestro dei due chef rivali). Nel cast anche Valeria Solarino, Nicola Siri e Benedetta Porcaroli.

6 aprile 2018

La rabbia giovane (Terrence Malick, 1973)

La rabbia giovane (Badlands)
di Terrence Malick – USA 1973
con Martin Sheen, Sissy Spacek
***1/2

Visto in divx.

Il venticinquenne Kit (Sheen) e la quindicenne Holly (Spacek) si danno alla fuga dopo che lui ha ucciso il padre di lei (Warren Oates) che non approvava la loro relazione. In un crescendo, e con estrema noncuranza, Kit ucciderà altri uomini prima di consegnarsi volontariamente alla polizia. Terrence Malick esordisce dietro la macchina da presa con questo "piccolo" film a basso budget, ispirato a un fatto di cronaca di fine anni cinquanta, che fa scalpore per la sua qualità astratta e sospesa, in bilico tra il concreto e il trascendente. Lungi dall'essere brutale, la violenza è quasi irreale, come se ci si trovasse in un sogno e come riconosce la stessa Holly (la cui voce narrante è il filo conduttore della vicenda), che segue Kit "in uno stato di incoscienza", e che prova "un senso di apatia". E dunque, più che di rabbia (come recita a sproposito il titolo italiano), siamo di fronte a sentimenti anestetizzati (persino l'amore fra i due protagonisti non è veramente tale, ma solo un tentativo di evasione dalla noia o dalla realtà: e infatti non regge più di tanto alla prova degli eventi). Nel corso della loro fuga, sempre più isolati e alienati, Kit e Holly si allontanano man mano dalla comunità umana per fondersi con la natura: dapprima adattandosi a vivere sugli alberi, e poi attraversando in auto il deserto, verso una catena montuosa che non raggiungeranno mai. La poesia visiva degli ampi spazi del Sud Dakota fa così da sfondo ideale al viaggio di due personaggi in balia della loro stessa mancanza di direzione, che vivono la propria avventura come se si trattasse di una fiaba o di un libro per bambini. La stessa collocazione temporale è mantenuta ai minimi termini, per renderla universale. Nella colonna sonora si riconoscono brani di Carl Orff. Malick si concede un cameo nei panni dell'uomo che bussa alla porta della casa ricca dove Kit e Holly trovano momentaneamente rifugio.

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-Tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-Tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching-Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).

3 aprile 2018

The heroic trio (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio (Dung fong saam hap)
di Johnnie To [e Ching Siu-Tung] – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

La supereroina Wonder Woman – sotto la cui maschera si cela Tung (Anita Mui), moglie del detective Lau (Damian Lau) – indaga su una serie di misteriose sparizioni di neonati. A rapirli (per conto di un demoniaco "maestro", un crudele eunuco dai poteri soprannaturali che intende scegliere fra loro il futuro "imperatore della Cina" e metterlo alla guida di un esercito per conquistare il mondo) è San (Michelle Yeoh), alias Invisible Girl, in grado di rendersi invisibile grazie al mantello messo a punto da uno scienziato (James Pak). Quando Tung scoprirà che San è in realtà Ching, la sua sorella da tempo perduta, riuscirà a portarla dalla propria parte. Alle due si unirà anche la mercenaria motorizzata Chat (Maggie Cheung), alias Thief Catcher: e insieme le tre eroine sconfiggeranno il nemico. Le tre attrici forse più carismatiche del cinema di Hong Kong recitano insieme in un pastiche fantastico, grezzo e kitsch, che mescola wuxia e supereroi, scenari fantasy e ambienti urbani/futuristici (la grotta sotterranea del cattivo, letteralmente sotto le strade e i tombini della città, non appare meno irreale dell'ospedale dove vengono rapiti i neonati), pathos o drammi melò e situazioni ridicole da cartoon. C'è davvero di tutto, senza porre freni alla fantasia o al (cattivo) gusto, a volte prendendosi sul serio (la morte di un bambino, con tanto di lacrima che scorre sulla maschera di Wonder Woman; la storia d'amore fra Ching e lo scienziato) e a volte schiacciando il pedale dell'ironia (il personaggio di Chat, l'elemento più comico del trio, che a differenza delle altre due eroine non usa le arti marziali ma armi da fuoco e candelotti di dinamite) o del grottesco (il guardiano della grotta Kau (Anthony Wong), che divora le proprie dita, o che sfoggia come arma una classica "ghigliottina volante"). Nel finale, c'è spazio anche per l'animazione a passo uno dello scheletro scarnificato del cattivo. Vedere insieme sullo schermo tre attrici così diverse tra loro come Anita Mui (elegante diva della canzone), Michelle Yeoh (abile atleta di arti marziali) e Maggie Cheung (futura habitué del cinema d'autore) può essere straniante, ma di certo è un testamento alla capacità del cinema di Hong Kong di mescolare i generi sotto ogni punto di vista. Il divertimento, se si sta al gioco, non manca. Il tema dei neonati in pericolo ricorda "Hard boiled" di John Woo: e uno di loro muore durante la scaramuccia fra eroine, cosa davvero impensabile in un film occidentale! Diretto da un Johnnie To a inizio carriera, il film presenta più le stimmate di Ching Siu-Tung (già collaboratore di Tsui Hark e regista di celebri fantasy come "Storie di fantasmi cinesi", qui produttore e coreografo) che non quelle del futuro autore di noir della Milkyway. L'iconica canzone sui titoli di coda è cantata da Anita Mui. Il film ha ispirato, fra i tanti, Olivier Assayas (che lo citerà in "Irma Vep") e la versione hollwyoodiana di "Charlie's Angels" di McG. Nello stesso anno uscirà un sequel, "Executioners".

1 aprile 2018

La morte in vacanza (Mitchell Leisen, 1934)

La morte in vacanza (Death Takes a Holiday)
di Mitchell Leisen – USA 1934
con Fredric March, Evelyn Venable
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per comprendere meglio il cuore degli uomini e il motivo della loro paura nei suoi confronti, la Morte (Fredric March) assume per tre giorni l'aspetto di un essere umano, l'esotico principe Sirki, e si fa ospitare nella sontuosa villa del Duca Lambert (Guy Standing), senza rivelare che a lui la propria identità. Nel corso della sua breve "vacanza" (durante la quale, nel resto del mondo, nessuno muore più: né in guerra, né per incidente o suicidio) scoprirà che esiste una sola cosa più potente di lui: l'amore. Da una commedia teatrale di Alberto Casella (di cui mantiene l'ambientazione italiana), un film d'atmosfera su uno spunto fantastico ed esistenziale, fra presagi funerei e astratti discorsi filosofici sulla vita e sulla morte. Quando uscì, fu osannato dalla critica: rivisto oggi appare però datato, statico nella messa in scena (come se fosse un film muto) e impostato nella recitazione. Nel cast di ricchi aristocratici, familiari e ospiti della villa di Lambert, ci sono Evelyn Venable (Grazia, ragazza sognatrice e inquieta, l'unica che ricambierà l'amore della Morte anche perché è quella più legata al trascendente), Kent Taylor (Corrado, il suo fidanzato), Gail Patrick (la prosaica bionda americana), Katharine Alexander (la contessa di Parma), Henry Travers (l'anziano barone), Helen Westley (la moglie del Duca). Nella colonna sonora spicca il Valse Triste di Sibelius (appropriatamente danzato da March e Venable). Rifatto nel 1971 per la tv e nel 1998 (con diversi particolari cambiati) in "Vi presento Joe Black" con Brad Pitt.