28 febbraio 2018

Sabato sera, domenica mattina (Karel Reisz, 1960)

Sabato sera, domenica mattina (Saturday Night and Sunday Morning)
di Karel Reisz – GB 1960
con Albert Finney, Rachel Roberts
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Visto in divx.

Operaio in una fabbrica di biciclette a Nottingham, il giovane Arthur (Albert Finney) lavora tutta la settimana soltanto per svagarsi e divertirsi nei weekend, fra bevute di birra al pub, sessioni di pesca nel canale con il cugino Bert (Norman Rossington) e spensierate frequentazioni femminili. Spirito ribelle e anticonformista, inssofferente alle regole e alla disciplina e "arrabbiato" contro il sistema, Arthur ha una relazione segreta con Brenda (Rachel Roberts), moglie di un suo collega di lavoro (Bryan Pringle), che si complica quando la donna rimane incinta. Ma nel frattempo il ragazzo incontra e comincia a frequentare la più giovane Doreen (Shirley Anne Field), sua coetanea, iniziando a prendere in considerazione l'idea di sposarsi, qualcosa che finora aveva sempre escluso. Intriso di realismo e realizzato con grande libertà creativa, l'esordio cinematografico (dopo due brevi documentari) di Reisz, nato in Cecoslovacchia ma trasferitosi in Inghilterra in tenera età per sfuggire alle persecuzioni naziste, è uno dei titoli chiave del Free Cinema britannico, corrente cinematografica da lui stesso fondata insieme a Lindsay Anderson e Tony Richardson e caratterizzata da una maggiore libertà artistica (sia formale che contenutistica) e da una forte attenzione ai temi sociali. Proprio come i cineasti francesi della contemporanea Nouvelle Vague, Reisz è stato critico e cinefilo prima di diventare regista: e la mano leggera (il ritmo da commedia sincopata, suggerito anche dalla colonna sonora del jazzista John Dankworth) ma attentissima alla caratterizzazione dei suoi personaggi, e ancor più alla loro relazione con l'ambiente circostante, si rivela perfetta nel ritrarre il contrasto fra un lavoro quotidiano duro e alienante e i momenti di evasione festivi: un contrasto che di fatto è importante nel determinare il carattere e l'identità di Arthur (per esempio in confronto alla vicina pettegola che non fa niente tutto il giorno se non ficcanasare negli affari degli altri). Proprio il desiderio di "autodeterminazione" di Arthur, per quanto egocentrico, lo porta a scontrarsi con un mondo conformista e opprimente, che si perpetua e si autoprotegge (il suo supervisore sul lavoro lo accusa di avere "tendenze rosse"). In opposizione con il tono svagato e demistificante, l'ambiente proletario e la fotografia in bianco e nero (ispirata al neorealismo italiano) contribuiscono a dare spessore alla pellicola.

2 commenti:

Marisa ha detto...

Che coincidenza! L'ho visto proprio ieri sera, pescando un pò a caso...
Condivido la tua recensione positiva. La fine mi ha fatto pensare alla "Via Gluk" di Celentano: lui che ricorda con una certa nostalgia quando sulla collina da piccolo andava a cogliere le more e la visione delle nuove villette che stanno sorgendo come funghi e in cui lei sogna di poter abitare, una volta sposati... Siamo in fondo nel 1960 e il boom economico con tutta la sua devastazione edilizia è in atto in tutta l'Europa (in Italia un pò peggio)!

Christian ha detto...

Certo, e se da un lato il protagonista comincia a venire a patti con la cosa (decide infatti di sposarsi, mentre in precedenza lo escludeva senza mezzi termini), dall'altro mantiene tutto il suo carattere ribelle: "Non ti credere che sia l'ultimo sasso che tiro", dice alla ragazza, una frase emblematica.