22 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, 2016)

Silence (id.)
di Martin Scorsese – USA 2016
con Andrew Garfield, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Agli inizi del diciassettesimo secolo, i due preti gesuiti portoghesi Rodrigues e Garupe (Garfield e Driver) sbarcano segretamente nel Giappone feudale, dove lo shogunato Tokugawa ha cominciato a perseguitare i cristiani, la cui religione è stata bandita dal paese dopo un primo periodo in cui invece aveva potuto prosperare. I due sperano di rintracciare il loro maestro e mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui non hanno più notizie da anni e sul quale circolano voci che abbia abiurato la propria fede. Da un romanzo di Shusaku Endo che era già stato trasposto al cinema nel 1971 da Masahiro Shinoda, Scorsese (che aveva in mente il progetto da quasi 25 anni) trae un film lungo e pesante, che mette in scena il rapporto – e il conflitto – fra uomo, religione e natura sullo sfondo storico delle persecuzioni cristiane del 1600. Quello raccontato nel film è un Giappone cupo e ostile, dove le poche comunità di kakure kirishitan ("cristiani nascosti") vivono e pregano in segreto, fra rocce nere, terreni fangosi e un cielo plumbeo (l'uso del paesaggio è quasi kurosawiano), mentre gli "inquisitori" guidati dal subdolo Inoue (Issey Ogata) li torturano o più semplicemente li mettono continuamente alla prova per costringerli a venire allo scoperto o ad abiurare (per esempio, calpestando immagini sacre). Persino i preti, come Ferreira o Rodrigues, sono combattuti fra la scelta di mantenersi fedeli alla propria chiesa o diventare apostati per salvare delle vite (compresa la propria): scelta che invece non pare così difficile per Kichijiro (Yosuke Kubozuka), la guida giapponese "codarda" che ogni volta che viene catturato rinnega subito e facilmente la propria religione, salvo poi chiedere perdono attraverso la confessione. Girato a Taiwan, il film è da apprezzare per la ricostruzione storica e per il modo diretto di affrontare un particolare momento storico (quello in cui le relazioni fra il Giappone e il resto del mondo erano ai minimi termini), ma la tensione e il coinvolgimento scattano solo a tratti, per via di vicende troppo dilatate e situazioni in fondo ripetitive. La parte migliore è quella conclusiva, con il confronto fra Rodrigues e il suo vecchio maestro Ferreira, e con le considerazioni sulle differenze fra il Giappone e il resto del mondo cristiano. Nel cast, anche Tadanobu Asano (l'interprete) e Shinya Tsukamoto (Mokichi, uno dei "kirishitan" del villaggio uccisi da Inoue). Padre Ferreira e l'inquisitore Inoue sono figure storiche realmente esisitite. Il titolo si riferisce al silenzio da parte di Dio che Rodrigues lamenta durante le proprie sofferenze e quelle dei cristiani perseguitati, identificando sé stesso con il Cristo nell'orto del Getsemani.

5 commenti:

Marisa ha detto...

Sinceramente mi aspettavo di più da Scorsese. L'aspetto più interessante , come hai sottolineato, è proprio nel riconoscimento della differenza fondamentale tra le due culture e nella centralità del rapporto con la natura che in occidente si era quasi completamente perso, dietro l'esasperazione di una spiritualità astratta.

Marco Goi ha detto...

Dicendo che la tensione e il coinvolgimento scattano solo a tratti sei stato ancora gentile.
Io direi più che altro che si sta svegli solo a tratti, tra uno sbadiglio e l'altro. :)

Christian ha detto...

Per me i difetti principali sono la lunghezza e la ripetitività: quante scene vediamo in cui i cristiani sono costretti a calpestare le immagini sacre? Va bene che si trattava di una "prova" effettivamente usata dagli inquisitori giapponesi, e come tale riproporla nel film era interessante dal punto di vista storico, ma sinceramente le prime due ore di pellicola potevano essere benissimo ridotte della metà. La parte conclusiva è senza dubbio la più interessante.

Babol ha detto...

Come ho detto da più parti, non è il miglior Scorsese ma è comunque un GRANDE Scorsese, capace di suscitare riflessioni non banali non solo sulla religione, ma anche di spingere a documentarsi su una parte di storia nipponica poco conosciuta e, soprattutto, di tenersi superpartes, senza scadere nella retorica d'accatto.

Christian ha detto...

Scorsese secondo me è ancora il miglior regista vivente, quindi alcuni pregi del film tendo a darli per scontati. Ma nel complesso è una pellicola che faticherei a guardare nuovamente (semmai sarei curioso di vedere il film giapponese del 1971 basato sulla stessa storia).