18 gennaio 2017

La donna che canta (D. Villeneuve, 2010)

La donna che canta (Incendies)
di Denis Villeneuve – Canada 2010
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

All'improvvisa morte della madre Nawal Marwan, immigrata in Canada da un paese del medio oriente (anche se non è mai citato, si tratta del Libano sconvolto dalla guerra civile), i gemelli Jeanne e Simon scoprono dalle sue ultime volontà che sia loro padre (che credevano morto) che un altro fratello (di cui ignoravano l'esistenza) sono ancora in vita. Non senza riluttanza, partiranno alla loro ricerca per consegnargli un ultimo messaggio da parte della madre. E durante il viaggio, ripercorrendo le tracce di Nawal e ricostruendone la turbolenta storia, scopriranno terribili verità su di lei e su loro stessi. Da una pièce teatrale di Wajdi Mouawad, ispirata alla vita dell'attivista libanese Souha Bechara, un intenso dramma familiare che ha lanciato definitivamente la carriera di Denis Villeneuve: costruito come un puzzle i cui vari elementi si incastrano lentamente (attraverso il continuo passaggio dal presente al passato, grazie a vari flashback ambientati in epoche diverse), il film è un'acclamata riflessione sul caso e il destino, sulla maternità e sulle proprie radici, in un paese scosso da continui conflitti, guerre civili, ribellioni e faide fra gruppi di etnie e religioni differenti, e su come questi elementi possano influenzarsi reciprocamente. La sceneggiatura trasforma quella che sarebbe una vicenda del tutto paradossale e improbabile (ma con evidenti "elementi da tragedia greca", come ha commentato lo stesso regista) in un messaggio simbolico sull'assurdità della guerra e sulla necessità di spezzare la catena dell'odio e delle rappresaglie, oltre che sul sofferto contrasto fra il perdono e la vendetta. La scelta di non specificare chiaramente l'ambientazione (il setting, come detto, è quello della guerra civile in Libano: ma le riprese sono state effettuate in Giordania, e tutti i luoghi citati durante il film sono stati inventati), amplifica tale messaggio e lo rende ancora più universale. E nonostante i tragici eventi narrati, il finale è ammantato di speranza: quando tutti i nodi saranno venuti alla luce, i gemelli avranno imparato a conoscere e amare finalmente quella madre che per loro era sempre rimasta un mistero distante e impenetrabile. Da notare che Jeanne lavora come assistente universitaria nel dipartimento di matematica pura: e proprio la matematica si pone come una chiave di lettura della complessa realtà che la circonda (“Uno più uno può fare uno?”, le chiede il gemello, mentre la soluzione dell'enigma risiede nell'intersezione fra l'amore e l'odio). Altro tema conduttore è l'acqua (le piscine, il fiume), salvifica in contrasto con il fuoco dell'odio e della guerra. Un film intenso, complesso, stratificato e stimolante sotto più punti di vista, dove la potenza della sceneggiatura è ben servita dalle ottime interpretazioni e da una regia attenta, rigorosa ma anche ricca di stile. Nella colonna sonora spicca "You and whose army?" dei Radiohead.

3 commenti:

candida ha detto...

Concordo. Bellissimo! Lo sceneggiatore è uno scrittore di teatro molto interessante, Wajdi Mouawad, che sta avendo tanto successo in Francia.

Christian ha detto...

Il fatto che il film abbia un'origine teatrale è molto interessante, e in un certo senso spiega perché l'ambientazione sia lasciata nel vago (anche se poi è evidente che si tratta del Libano): su un palcoscenico, più spoglio e meno dettagliato di un film, viene più naturale dare una patina di "universalità" alle vicende narrate.

E forse a teatro era ancora più chiaro che ci troviamo di fronte a una "tragedia greca", dove il fato governa il destino dei personaggi (impossibile non pensare ad Edipo).

Marisa ha detto...

"Uno più uno uguale a uno" è anche un assioma di Tarkovskij in "Nostalghia", declinato però in senso mistico e spirituale, mentre qui è l'enigma della compresenza di padre e fratello, un vero tema da tragedia greca, come hai sottolineato!