30 marzo 2012

C'era una volta il west (S. Leone, 1968)

C'era una volta il west
di Sergio Leone – Italia/USA 1968
con Claudia Cardinale, Charles Bronson
****

Rivisto in DVD, con Ilaria, Eleonora, Marco, Ginevra, Daniele.

L'ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) giunge a Flagstone, cittadina di frontiera, solo per scoprire che Brett McBain, l'allevatore che aveva sposato in segreto e con cui sperava di rifarsi una vita, è stato ucciso insieme alla sua intera famiglia da una misteriosa banda di pistoleri. I sospetti cadono sul fuorilegge Cheyenne (Jason Robards), ma il vero colpevole del massacro è lo spietato Frank (Henry Fonda), che con i suoi uomini è al servizio del magnate delle ferrovie Morton, pronto a tutto pur di aprire il passaggio alla via ferrata che sta costruendo per raggiungere l'Oceano Pacifico. La donna sarà vendicata dal misterioso "Armonica" (Charles Bronson), un uomo che con Frank ha un conto da lungo tempo in sospeso... Con questo epico, violento e struggente affresco sulla fine di un'era (come già lascia intendere il titolo "fiabesco", che verrà omaggiato o parodiato in seguito da innumerevoli altre pellicole), Sergio Leone firma non soltanto il suo capolavoro ma uno dei più bei film della storia del cinema (personalmente è il mio film preferito!), una sorta di elegia del western. Insieme al quasi contemporaneo "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, la pellicola segna un punto d'arrivo definitivo per un genere cinematografico che da qui in poi non potrà far altro che guardarsi alle spalle. In un certo senso già i lungometraggi precedenti di Leone ne avevano decretato la trasformazione in un'icona stilizzata: con il nuovo film (che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia sulla "seconda frontiera americana, la fine dell'epoca della conquista e l'inizio dell'età industriale") si canta un inno funebre di quel “mito” che per decenni aveva intrattenuto e divertito, anche in maniera piuttosto ingenua, spettatori e lettori di ogni età. Con la scomparsa del selvaggio west comincia una nuova era, non più dominata da uomini tutti d'un pezzo (e poco importa se si tratta di buoni o di cattivi, di eroi o di banditi: tutti ballano la loro "danza della morte", per citare il titolo che è stato dato al film in altri paesi europei – in Germania, per esempio, è noto come "Spiel mir das Lied vom Tod") ma dal capitalismo e dal progresso, simboleggiato qui dalla ferrovia che congiunge i due oceani, unificando la nazione e spazzando via definitivamente il concetto stesso di frontiera.

Il progetto era nato già durante la lavorazione del precedente "Il buono, il brutto, il cattivo", quando la United Artists – la casa di produzione cui Leone aveva chiesto il via libera per girare un film sui gangster, ovvero quello che sarebbe diventato "C'era una volta in America" – gli aveva imposto di realizzare prima un nuovo western. Alla UA subentrò poi la Paramount, che concesse al regista maggior libertà creativa (per esempio nella scelta degli attori) ma che si "vendicò" in seguito facendo uscire il film negli Stati Uniti in versione mutilata (tagliando diversi minuti rispetto ai 165 della versione italiana) e rimontata, rendendolo irriconoscibile e decretando di fatto il suo fallimento al box office. In Italia e in Europa, invece, fu un successo e recuperò abbondantemente le spese di realizzazione. Amato e riverito da registi come John Carpenter e Martin Scorsese, il film è ricco di riferimenti più o meno espliciti alle pellicole più classiche del genere e alla mitologia del vecchio west. Se per la sceneggiatura Leone aveva chiesto aiuto all'amico Sergio Donati (già collaboratore non accreditato nei due film precedenti), nello stendere il soggetto si fa affiancare da due nomi allora poco noti ma destinati a diventare autentici "mostri sacri" del cinema italiano: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Sin dalla prima scena la regia di Leone mette in chiaro che non si tratta certo di un film d’azione: il ritmo è lento, in modo persino estenuante, mentre i tempi prolungati (che poi esplodono in episodi di violenza improvvisa), i primissimi piani sui volti degli attori e le enfatiche inquadrature sui dettagli calano lo spettatore in una dimensione di costante attesa e rafforzano la sensazione di star assistendo a uno spettacolo universale ed epico. Il regista stesso avrebbe dichiarato: “Il ritmo del film è stato pensato per creare la sensazione degli ultimi respiri che una persona fa prima di morire”. Anche se girato in massima parte, come al solito, nella regione dell’Almería in Spagna, alcune sequenze fanno uso dei celebri scenari della Monument Valley nello Utah, resi celebri dai film di John Ford e ritratti qui magistralmente in widescreen dalla fotografia di Tonino Delli Colli (stupenda, per esempio, l’ampia e luminosa inquadratura con zoom all’indietro nel flashback che rivela il passato di Frank e Armonica, in cui si può intravedere – dietro l’arco in pietra – persino un tornado che spazza il deserto, catturato dall’operatore per puro caso).

Tutto il film è strutturato come una successione di lunghe scene madri, quasi dei quadri a sé stanti, ciascuna delle quali può anche essere apprezzata singolarmente (passando così sopra a occasionali passaggi a vuoto nei raccordi, forse dovuti a sequenze eliminate al montaggio: per esempio, a un certo punto vediamo Cheyenne partire in treno, scortato dallo sceriffo e seguito dai suoi uomini, e lo ritroviamo più tardi dopo lo scontro a fuoco con Morton, senza che ci venga detto come e perché sia arrivato fin lì). Il realismo dell’ambientazione e la cura nelle scenografie si rispecchiano nelle elaborate coreografie (lo “spazio” occupato dagli attori nelle singole inquadrature è sempre studiato in maniera magistrale). Spesso i movimenti di camera portano a "rivelare" gradualmente – oppure all'improvviso – elementi cruciali, sorprendendo o catturando lo spettatore: ottimi esempi si hanno nella scena dell’arrivo di Jill a Flagstone, quando la macchina da presa scavalca il tetto della stazione per mostrare a tutto schermo, al crescere della musica, la polverosa e brulicante cittadina (si tratta forse della singola scena che amo di più in tutto il cinema di Leone); o all’inizio del duello finale, quando vediamo Frank (vestito di nero) camminare sullo sfondo, e Armonica (vestito di bianco) irrompere all’improvviso in primissimo piano, annunciato dal tema musicale. A proposito: assolutamente fondamentale, persino più che negli altri film del regista, la colonna sonora di Ennio Morricone, costruita attorno a una serie di temi ben distinti e associati ciascuno a un singolo personaggio, di cui anticipano spesso l'ingresso in scena. Curiosamente, mentre Jill, Cheyenne e Morton hanno ciascuno il proprio tema personale (particolarmente trascinante e struggente quello di Jill, impreziosito dalla voce di Edda Dell'Orso), Frank e Armonica ne condividono uno in due: indice del loro indissolubile legame e del destino comune che li condurrà di pari passo per tutto il film fino al duello conclusivo ("Sono due facce della stessa medaglia, e sarebbe stato difficile differenziarli nella musica", ha commentato Leone). Armonica, senza Frank, non è nulla: non ha un nome né un passato; e Frank, scontratosi con l'incedere inevitabile del progresso, alla fine resta senza una ragione di vivere se non quella di misurarsi con il suo misterioso avversario. Su queste basi, la sequenza del duello finale fra i due (un capolavoro di regia e di montaggio, che comprende anche un flashback chiarificatore, e nel quale la lunghissima fase di preparazione – oltre sei minuti – si esaurisce in un singolo colpo di pistola sparato in un secondo) è il vero e autentico climax della pellicola.

Rispetto ai film precedenti (quelli della "trilogia del dollaro"), il cast è completamente rivoluzionato (ritornano solo alcuni attori in parti minori). Leone avrebbe voluto i tre protagonisti de "Il buono, il brutto, il cattivo" nella scena iniziale, come in un ideale passaggio di consegne (e non c'è dubbio che vederli morire dopo dieci minuti avrebbe scioccato lo spettatore), ma se Lee van Cleef ed Eli Wallach si erano detti disponibili, Clint Eastwood rifiutò, costringendo il regista ad arruolare invece due volti noti del western dei tempi d'oro (Jack Elam e Woody Strode) e un attore che aveva già utilizzato in passato in parti minori (Al Mulock, uno dei bounty killer che davano la caccia a Tuco ne "Il buono, il brutto, il cattivo", morto tragicamente suicida – buttandosi dalla finestra del suo albergo con il costume di scena ancora indosso – durante le riprese). Degni di menzione i comprimari: Paolo Stoppa è il cocchiere, Keenan Wynn è lo sceriffo, Frank Wolff è l’irlandese Brett McBain, Lionel Stander è il barista della stazione di posta, Marco Zuanelli è il “lavandaio” Wobbles (“Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?”). La celeberrima scena che apre il film (e che, per inciso, è un omaggio all’incipit di “Mezzogiorno di fuoco”) è difficile da dimenticare: ben dieci minuti di snervante attesa, in cui apparentemente non accade nulla e in cui vediamo i tre scagnozzi di Frank aspettare con pazienza alla stazione l’arrivo del treno su cui viaggia Armonica. In assenza di parole e di musica, il sonoro si affida con estrema efficacia a una serie di rumori ambientali (le pale cigolanti di un mulino, il battito di una goccia d’acqua, lo scrocchiare delle nocche di un uomo, il ronzio di una mosca). Leone ricorda: "Quando il film era al mixaggio, mi accorsi che i primi due rulli non funzionavano come volevo con l'accompagnamento della musica di Morricone. Così tolsi la musica e lasciai soltanto i rumori: la banderuola, il vento, le cicale, il treno, lo scricchiolio del legno, lo sbattere d'ali degli uccelli. Ennio, quando vide il film concluso, non sapeva di questa mia scelta. Alla fine dei due rulli mi si avvicinò e mi disse: ‘Ma lo sai che è la più bella musica che ho composto?’. Anni dopo, un assistente di George Lucas è venuto a chiederci i rumori di quei primi due rulli. Quando gli è stato risposto che quei rumori non venivano conservati, ci ha guardati come fossimo abitanti di un altro pianeta."

Se proprio Leone aveva inaugurato la consuetudine del western all'italiana di eleggere a protagonisti i character più improbabili, quelli che nei film classici del genere sarebbero rimasti dei comprimari, qui invece sembra tornare alla tradizione: i cinque personaggi principali sono quasi degli stereotipi (il vendicatore solitario, il bandito romantico, il killer glaciale, la prostituta dal cuore d'oro, l'affarista corrotto), il cui utilizzo come pedine sulla scacchiera del film era necessario se si voleva mettere in scena il canto del cigno del vecchio west. Analizziamoli uno per uno.

Frank. "Dio mio, ma quello è Henry Fonda!": questo era il grido di sorpresa che Leone voleva udire dagli spettatori nel momento in cui l'attore – l'eroe per eccellenza del western classico – uccide a sangue freddo un bambino, rivelandosi come un assassino spietato. Nello scegliere Fonda per il ruolo del cattivo (contro il parere dei produttori), Leone compie un passo fondamentale nel suo percorso di "rottura", rendendo un ulteriore omaggio al cinema classico ed esplicitando contemporaneamente la sua volontà di seppellirlo. Che il protagonista di tanti film di John Ford, dove incarnava i valori più nobili della giustizia e dell'eroismo, si riveli un farabutto senza scrupoli fece sicuramente scalpore in un'epoca in cui difficilmente le star "uscivano" dai personaggi che si erano cuciti addosso. Fonda, inizialmente titubante, accettò il ruolo solo dopo aver parlato con il suo amico Eli Wallach, che gli consigliò di non perdere l’occasione. Avrebbe voluto recitare con lenti a contatto scure, ma Leone insistette perché apparisse sullo schermo con i suoi occhi azzurri, perfetti per mostrare la natura “glaciale” dell’assassino.

Armonica. È il personaggio di cui si sa meno, e che meno ha bisogno di una caratterizzazione o di una personalità. Solo nel finale, grazie a uno dei più memorabili flashback della storia del cinema (anticipato a lungo dalla ricorrente e spettrale immagine di una figura sfocata all’orizzonte che cammina verso la macchina da presa), scopriremo qualcosa del suo passato e il motivo per il quale cerca vendetta nei confronti di Frank. Cheyenne lo descrive così: “La gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte” (alcune letture “soprannaturali”, forse andando troppo sopra le righe, lo identificano addirittura nell'angelo della morte; di certo, almeno metaforicamente, è un fantasma venuto dal passato). Si presenta utilizzando i nomi delle varie persone che il killer ha ucciso (“Chi sei?” “Jim Cooper. Chaky Arbler.” “Ancora dei morti.” “Erano tutti vivi prima di incontrarti, Frank.”) ed è incarnato alla perfezione dalle fattezze quasi da indio di Charles Bronson. L’attore, in realtà di origine tartara e non ancora reso celebre dalla serie del “Giustiziere della notte”, era già apparso in almeno un western di successo, “I magnifici sette”, e in film bellici come “La grande fuga” e “Quella sporca dozzina”.

Jill. Una figura femminile forte rappresenta per Leone una grande novità, visto che mancava (e mancherà) negli altri suoi film. Jill, la prostituta di New Orleans che giunge nel west per farsi una nuova vita, diventa subito il centro dell’attenzione dei tre uomini (Frank, Armonica e Cheyenne) e dimostra di sapersi battere alla pari con loro: certo, non con le pistole, ma con il carattere e la forza di volontà. Alla fine della pellicola sarà lei l’unica e vera vincitrice, il simbolo dell’America che sta per nascere e di una società in cui il ruolo delle donne sarà molto diverso rispetto al passato. Una Claudia Cardinale bellissima e al culmine della carriera domina ogni scena in cui è presente, a partire dalla già citata e magnifica sequenza del suo arrivo alla stazione di Flagstone per finire con il campo largo che la mostra mentre – seguendo un suggerimento di Cheyenne – porta da bere agli operai che stanno posando i binari e costruendo per lei e per le generazioni future la nuova stazione di Sweetwater.

Cheyenne. Uno dei personaggi che meglio incarna il selvaggio west è il simpatico e romantico bandito interpretato da un Jason Robards che, tra questo film e “La ballata di Cable Hogue”, è stato protagonista di due caposaldi del western crepuscolare. Ritratto da Leone con calore, ironia e umanità, pur essendo un fuorilegge Cheyenne ha le sue regole e una sua morale, ed è forse quello che più di ogni altro avrebbe meritato di trascorrere una vita felice insieme a Jill. Ma la sua morte, nel finale, è inevitabile: anche lui, come Frank e Armonica, è “fuori posto” e deve andarsene in qualche modo per lasciare spazio al nuovo mondo che sta arrivando. Significativamente il bandito viene ucciso direttamente da Morton, ovvero l’impersonificazione del capitalismo e del progresso. Proprio il brano musicale di Cheyenne, con il suo andamento "trottante", è quello che conclude il film sui titoli di coda: un ultimo omaggio alla fine del vecchio west.

Morton. Il tema della costruzione della ferrovia è molto frequente nel cinema western, sin dai suoi albori (basti ricordare “Il cavallo d'acciaio” di John Ford): il treno rappresenta la nuova civiltà che avanza e che spazza via la frontiera selvaggia. Qui è incarnato nella figura di “Mister Ciuf-ciuf” (come lo battezza ironicamente Cheyenne), il magnate che sogna l'oceano: alle pareti della sua carrozza sono appesi paesaggi marini, nelle orecchie ode lo scrosciare delle onde, ma ironicamente muore tentando invano di raggiungere una sporca pozzanghera (l'acqua, tra l'altro, è uno dei fili conduttori del film: basti pensare al nome della fattoria di McBain: Sweetwater). Uomo d’affari abituato a superare ogni ostacolo con il denaro (a un certo punto riesce addirittura a “comprare” gli uomini di Frank, mettendoglieli contro), Morton resta impresso per la sua menomazione: non può camminare perché la tubercolosi ossea gli divora le gambe, e per questo motivo non si allontana mai dal suo vagone privato. Il progresso nasce già zoppo, e la strada d’acciaio segnata dalle rotaie è l’unica che può percorrere. Morton è interpretato da Gabriele Ferzetti, un attore con una carriera di tutto rispetto (da “L’avventura” di Antonioni a “Il portiere di notte” di Liliana Cavani).

Concludo ricordando alcune delle battute più celebri, visto che – come in tutti i film di Leone – i personaggi parlano poco ma, quando lo fanno, sfornano “perle” indimenticabili.

– C'è un cavallo per me?
– Ehi ragazzi, è vero… Ci siamo proprio dimenticati un cavallo!
– Ce ne sono due di troppo.

– Ho visto tre spolverini proprio come questi, tempo fa. Dentro c'erano tre uomini. E dentro gli uomini, tre pallottole.

– Era proprio necessaria questa strage? Ti avevo detto solo di spaventarli!
– Chi muore è molto spaventato.

– La taglia su Cheyenne è di cinquemila dollari, giusto?
– Giuda s'è accontentato di 4.970 dollari di meno.
– Non c'erano i dollari, allora.
– Già, ma i figli di puttana sì.

– A proposito, sai niente di uno che gira soffiando in un'armonica? Se lo vedi te lo ricordi. Invece di parlare, suona. E quando dovrebbe suonare, parla.

– Così tu sei quello degli appuntamenti...
– E tu sei quello che non ci va.

– Signora, mi pare che non hai capito la situazione.
– Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano a un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti piace puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi, e poi chiamare anche i tuoi uomini. Nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza d'acqua bollente e sarò esattamente quella di prima, solo con un piccolo schifoso ricordo in più.

– Fra i tuoi amici la mortalità è piuttosto alta, Frank.

– Aspettavi me?
– Da molto tempo.

– Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d'affari.
– Solo un uomo.
– Una razza vecchia. Verranno altri Morton e la faranno sparire.

28 marzo 2012

Nostalghia (Andrej Tarkovskij, 1983)

Nostalghia (id.)
di Andrej Tarkovskij – Italia/URSS 1983
con Oleg Yankovskij, Erland Josephson
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Lo scrittore Andrei Gorchakov (Oleg Yankovskij) giunge in Italia sulle tracce di un musicista russo del settecento che visse da esule in Toscana. Mentre visita il piccolo centro termale di Bagno Vignoni, in compagnia della sua guida e interprete Eugenia (Domiziana Giordano), incontra Domenico (Erland Josephson), un uomo da poco uscito dal manicomio. Questi gli rivela che per "salvare il mondo" è necessario attraversare la vasca medievale di Santa Caterina con una candela accesa in mano, e affida proprio a lui l’incarico. Rimasto colpito dalla "follia" di Domenico, con cui si sente stranamente in sintonia ("Una goccia più una goccia non fa due gocce ma una goccia più grande!"), ma soprattutto tormentato da sogni e ricordi della propria famiglia (rimasta in Russia) e da inquietanti segni premonitori (le piume che cadono dal cielo, l'incontro con una bambina di nome Angela), Gorchakov rifiuta le avances di Eugenia e sceglie di rimanere da solo nella campagna toscana. E proprio nello stesso istante in cui Domenico – che si è fatto portavoce di una protesta dei "pazzi" contro la società moderna – si dà fuoco a Roma al suono della nona sinfonia di Beethoven, Gorchakov muore dopo aver attraversato la fatidica vasca. Primo film girato da Tarkovskij fuori dalla Russia (il secondo, tre anni più tardi, sarà “Sacrificio”), prodotto dalla Rai e sceneggiato insieme a Tonino Guerra, pur non essendo del tutto riuscito (la visione, se non si colgono simboli e dettagli, può risultare faticosa) è perfettamente in linea con i temi e la poetica degli altri suoi lavori. L'argomento, come suggerisce il titolo, è quello del sentimento che pervade i russi quando si trovano lontani (per scelta o per costrizione) dalle proprie radici: non solo nostalgia ma anche incertezza verso il futuro, una situazione in cui la distanza e l'alienazione possono spingere a dimenticare le barriere fisiche in favore di quelle spirituali. Il personaggio interpretato da Yankovskij è ovviamente una proiezione dello stesso Tarkovskij, di cui riflette lo smarrimento e le preoccupazioni di un periodo in cui stava meditando di lasciare definitivamente l'Unione Sovietica, dove erano invece rimasti la moglie e il figlio (che, a differenza sua, non avevano avuto il permesso di espatriare). I sogni e le visioni del protagonista (rigorosamente in monocromia) fondono e confondono il passato con il presente, la Russia con la Toscana: memorabile, per esempio, l'inquadratura finale, in cui la casa di famiglia e la campagna russa sono "contenuti" all'interno delle rovine dell'abbazia di San Galgano. Un altro esempio è dato dal cane di Domenico, identico a quello che appare nelle visioni di Gorchakov: ed è proprio l'animale – una sorta di guida, come quello di “Stalker” – a rappresentare un legame fra i due uomini prima ancora che si incontrino. I luoghi dell’infanzia e la nostalgia del grembo materno (cui allude anche l'affresco della "madonna del parto" di Piero della Francesca) diventano qui una prefigurazione della morte, come se inizio e fine della vita si toccassero. Quanto al piano-sequenza dell'attraversamento della vasca con la candela in mano, che riesce solo al terzo tentativo, è una delle scene più note di tutto il cinema del regista russo, vuoi per l’intensità della sequenza (che rappresenta il vero e proprio climax del film), vuoi per il fascino del luogo. Molto evocativa la fotografia di Giuseppe Lanci, che esalta gli scenari di una Toscana medievale e soffocata da nebbia e umidità, fra stanze deserte e chiese sommerse dall'acqua. Le poesie che il protagonista recita, in russo, sono del padre del regista, Arsenij Tarkovskji.

26 marzo 2012

The lady (Luc Besson, 2011)

The Lady - L'amore per la libertà (The Lady)
di Luc Besson – Francia/GB 2011
con Michelle Yeoh, David Thewlis
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Pellicola biografica su Aung San Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza Aung San, attivista per la democrazia e i diritti umani in Birmania (oggi Myanmar), premio Nobel per la pace nel 1991 e a lungo tenuta agli arresti domiciliari dalla giunta militare che governa il paese, nonostante il partito da lei guidato avesse vinto le prime elezioni libere dopo quarant'anni. Besson, che probabilmente non era il regista più adatto per questo tipo di film, contiene il proprio stile "ad effetto" e sembra preoccuparsi più di quello che vuole raccontare che di coinvolgere o emozionare lo spettatore; tranne che per alcune rare sequenze, rinuncia all'arte e alla poesia in favore della concretezza e di uno stile ingessato e monolitico. Lungo e noiosetto, il film pertanto non spicca mai il volo e si mantiene sul livello di un biopic televisivo, che dà per scontata la statura del personaggio (che si ispira a Gandhi) senza approfondirla. Nulla da obiettare invece sull'interpretazione dell'ottima Michelle Yeoh, che dopo una brillante carriera dedicata al cinema d'azione dimostra di possedere anche la bravura e la sensibilità per immedesimarsi in un personaggio complesso e sofferto come la Suu Kyi, alla quale in alcune scene somiglia in modo impressionante. Bravo anche David Thewlis nel panni del marito inglese della protagonista, professore a Oxford ed esperto di cultura buddhista, morto di cancro nel 1999 in Inghilterra mentre la moglie era tenuta segretata dal regime birmano. In effetti, oltre che alla lotta politica di Suu Kyi per la democrazia, il film dedica ampio spazio a quella privata dei suoi familiari (il marito e i due figli) per sostenerla e starle vicino: anzi, a prevalere nell'economia del film – forse per fornire alle vicende un maggior appiglio emotivo – è proprio quest'ultima, il che finisce per annacquare il risultato e scioglierne la portata universale nel melodramma individuale (si pensi alle scene in cui Michael si prodiga per far assegnare alla moglie il premio Nobel, o quelle in cui lei si strugge per non poter essere al suo capezzale). Girato in Thailandia, con una colonna sonora di Eric Serra che comprende anche il canone di Pachelbel e un brano da concerto per piano e orchestra di Mozart. Come produttore associato figura anche Jean Todt (sì, l’ex direttore della Ferrari), compagno della stessa Yeoh.

25 marzo 2012

Il rifugio (François Ozon, 2009)

Il rifugio (Le refuge)
di François Ozon – Francia 2009
con Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy
**

Visto in DVD.

Dopo la morte per overdose del suo ragazzo Louis, la giovane Mousse – che si è scoperta incinta di due mesi – abbandona Parigi per "rifugiarsi" in un paese nel sud della Francia, sulla costa basca, e portare lì a termine la gravidanza. La sua solitudine è interrotta quando viene raggiunta da Paul, fratellastro gay di Louis, che è in viaggio verso la Spagna e che rimane suo ospite per diversi giorni. Con il passare del tempo i due sviluppano lentamente una forte amicizia e un'insolita relazione: di fatto sarà proprio Paul a prendere il posto del fratello come padre del bambino, che Mousse gli affiderà dopo il parto e prima di allontanarsi perché ha bisogno di tempo "per imparare di nuovo a vivere e amare". Un film semplice ma meditato, diretto con sensibilità ed empatia da un Ozon che continua a indagare l'animo umano di fronte a scelte difficili e soprattutto ai capricci del destino e della vita (le atmosfere sono quelle di "Il tempo che resta" e in parte – vedi la scena della donna sulla spiaggia – di "Sotto la sabbia"), ambientato interamente sulla costa dell'Oceano, tranne per l'apertura e la chiusura a Parigi. La colonna sonora, dello stesso Choisy, si appoggia alla canzone "Le refuge", composta per l'occasione (anche se Paul afferma che si tratta di "una canzone che ascoltavo quando ero bambino"). Nel cast anche Melvil Poupaud (Louis) e Pierre Louis-Calixte (Serge, l'amante di Paul).

24 marzo 2012

Tarzan, l'uomo scimmia (John Derek, 1981)

Tarzan, l'uomo scimmia (Tarzan, the ape man)
di John Derek – USA 1981
con Bo Derek, Richard Harris
*

Visto in TV.

La storia di Tarzan vista attraverso gli occhi di Jane: la bella ragazza giunge in Africa occidentale per unirsi a una delle spedizioni del padre, nel corso della quale incontrerà il misterioso uomo-scimmia che la salverà dal rapimento da parte di una tribù di selvaggi. Affascinata dalla sua prestanza, sceglierà di rimanere con lui nella giungla. Girato in Sri Lanka e alle Seychelles (il che spiega l'abbondanza di acqua, spiagge e fiumi) e "spacciato" come un fedele remake della pellicola del 1932 (la prima con Johnny Weissmuller) di cui ha lo stesso titolo, il film è in realtà soltanto un'occasione per il regista John Derek di mettere al centro dell'attenzione la sua quarta moglie Bo, ritraendola seminuda in ridicole scene ai limiti del softcore o permeate da un esotismo alla "Harmony". Tarzan (interpretato dallo statuario Miles O'Keeffe, al suo esordio: avrebbe dovuto essere soltanto la controfigura, ma l'attore principale venne licenziato appena prima delle riprese) rimane muto – a parte il celebre urlo – e costantemente oggetto del desiderio di Jane, che di fatto è la vera protagonista. Privo di ritmo o di sense of wonder, il film è disastroso sotto ogni aspetto: la regia svagata, il montaggio goffo, la sceneggiatura banale, la recitazione inadeguata (l'unico che si salva è Richard Harris nei panni del padre di Jane, ma il personaggio è scritto talmente male da risultare indisponente), la fotografia patinata (dello stesso John Derek). Alcune scene sono davvero imbarazzanti, come il ralenti della lotta con il serpente nel fango e la sequenza dei "giochi a tre" fra Tarzan, Jane e la scimmia sui titoli di coda. Alla fine, l'unico motivo per vederlo sono proprio le forme di Bo Derek, spesso a seno scoperto e, a un certo punto, con il corpo pitturato completamente di bianco (chissà perché) dai selvaggi che l'hanno rapita.

22 marzo 2012

Sei anni

Come sempre, con l’inizio della primavera si conclude un altro anno di vita per questo blog e giunge il momento delle consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi i film recensiti sono stati 179, in calo rispetto agli anni precedenti ma comunque non pochi (si tratta pur sempre di un film ogni due giorni!), portando il totale a 1576. Le visioni al cinema sono state 51 (di cui 26 nelle due rassegne di Cannes e di Venezia), quelle casalinghe 126, più due film visti in autobus. Le prime visioni sono state 121, le pellicole riviste 58. Quanto ai registi più rappresentati, quest’anno la classifica è guidata da Akira Kurosawa con 8 film. Seguono Luis Buñuel con 7, Bernardo Bertolucci con 6, Sergio Leone con 5, Wes Craven e Werner Herzog con 4.

17 marzo 2012

No man's land (Danis Tanović, 2001)

No Man's Land (Ničija zemlja)
di Danis Tanović – Bosnia/Slovenia/Fra/Ita/Bel/GB 2001
con Branko Đurić, Rene Bitorajac
***

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Costanza, Eleonora, Ginevra.

Durante la guerra nei Balcani, un soldato bosniaco e uno serbo si ritrovano intrappolati insieme in una trincea abbandonata e situata in mezzo alle rispettive linee nemiche. Con loro c’è un terzo soldato, sdraiato su una mina che esploderà non appena dovesse alzarsi. La situazione è tesa, e per risolverla viene richiesto l’intervento dei “caschi blu” dell’ONU, che però si riveleranno del tutto impotenti. Illustrando la follia del conflitto fratricida che ha insanguinato l’ex Yugoslavia negli anni novanta attraverso l’interazione di due uomini che avrebbero anche potuto essere amici (hanno pure conoscenti in comune) ma che si odiano fino alla morte, la brillante e pluripremiata – anche con l’Oscar per il miglior film straniero, oltre che con la palma per la miglior sceneggiatura a Cannes – pellicola d’esordio del bosniaco Tanović affronta un argomento serio con toni leggeri e a tratti grotteschi e surreali (molti gli sberleffi: i militari dell’ONU ribattezzati ridicolmente “i Puffi” per via dei loro caschi blu; il soldato bosniaco che, leggendo un giornale, esclama un “Che casino in Ruanda!”). Frutto di una coproduzione internazionale, il film non entra nel merito delle ragioni politiche o etniche del conflitto (i due soldati si accusano a vicenda di aver iniziato la guerra), non prende posizioni a favore o contro una delle parti e si limita a mostrare una situazione che col tempo si fa sempre più assurda e senza via d’uscita. Chi ne esce peggio, forse, sono proprio le forze neutrali, come gli “operatori di pace” delle Nazioni Unite, di cui viene mostrata tutta l'inutilità, e i giornalisti internazionali, sempre a caccia di scoop. E la mina pronta a esplodere (nonché “impossibile da disinnescare”) non è che una metafora dell’intero paese, in bilico sull’orlo della distruzione. Nel cast internazionale, anche Georges Siatidis (il sergente francese) e Katrin Cartlidge (la reporter inglese).

16 marzo 2012

La Soufrière (Werner Herzog, 1977)

La Soufrière (La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe)
di Werner Herzog – Germania 1977
documentario
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nell’estate del 1976 Herzog lesse sul giornale una notizia che lo colpì: il vulcano La Soufrière, situato sull’isola di Guadalupa, stava per eruttare, e secondo gli esperti l’esplosione sarebbe stata così potente da distruggere gran parte dell’isola. Tutti gli abitanti erano stati evacuati, ma un contadino che viveva alla base della montagna rifiutava di abbandonare la sua terra. Sfidando il pericolo, il regista si recò laggiù con due operatori per intervistare l’uomo (in realtà coloro che avevano scelto di rimanere erano tre) e riprendere la desolazione dell’isola abbandonata e il silenzio del vulcano prima che esplodesse. Il risultato è un breve ma affascinante documentario, il cui ironico sottotitolo è “In attesa di una catastrofe inevitabile” (ironico perché l’eruzione, prevista con estrema sicurezza, alla fine non si verificò). Le immagini delle strade deserte del villaggio, percorse solo da cani o da altri animali, così come quelle del minaccioso vulcano che emette fumi velenosi, o il fatalismo di coloro che sono rimasti sull’isola (“Un giorno ci toccherà morire comunque”) comunicano un costante senso di inquietudine, così come la febbrile attesa che non sfocia poi nel climax previsto, anzi si scioglie in un commento ironico dello stesso Herzog. Nella colonna sonora ci sono Rachmaninov (il secondo concerto), Wagner, Mendelssohn e Brahms.

13 marzo 2012

Cinque donne attorno a Utamaro (K. Mizoguchi, 1946)

Cinque donne attorno a Utamaro (Utamaro o meguru gonin no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Minosuke Bando, Kinuyo Tanaka
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Kitagawa Utamaro, vissuto nel settecento, è stato uno dei più celebri autori di ukiyo-e, le stampe giapponesi a colori, popolare soprattutto per i suoi ritratti di "bellezze femminili" (bijin-ga), i cui soggetti erano sia cortigiane che ragazze di strada. Costruita su una struttura episodica e ispirata ad alcuni aneddoti reali della sua vita, la pellicola si concentra, più che su Utamaro stesso, sui personaggi che gli gravitano attorno e sull'ambiente in cui lavorava (il suo studio era nei pressi di Yoshiwara, il quartiere dei piaceri dell'antica Edo). Per girarla, Mizoguchi dovette ottenere un'autorizzazione speciale dalle forze di occupazione americane in Giappone, che dopo la fine della seconda guerra mondiale avevano proibito la realizzazione di jidai-geki (i film ambientati nell'epoca feudale) perché considerati portatori di valori "antidemocratici". Il regista convinse però le autorità che il personaggio di Utamaro era un artista amato dal popolo e sostanzialmente estraneo ai valori feudali dell'epoca. Il film si apre con la sfida che Utamaro riceve da Seinosuke, nobile discepolo della scuola rivale di Kano, che si ritiene offeso da un commento dello stesso Umataro a proposito della "mancanza di vita" dei suoi ritratti. Seinosuke sfida Utamaro a un duello con la spada, ma il pittore lo convince a battersi invece con il pennello: e con pochi tratti non solo gli dimostrerà la propria arte, ma lo convincerà ad abbandonare ogni cosa – la famiglia, il titolo nobiliare, la promessa sposa – per diventare come lui un pittore di strada, "ritrarre la vita" e dipingere al solo scopo di far apprezzare i propri lavori dalla gente semplice. Il film è tutto incentrato sulla febbrile passione per la pittura che anima il protagonista, per il quale amore e arte si fondono (il suo amore per le donne non è mai di natura esclusivamente sessuale ma sempre in chiave di ispirazione artistica: è alla ricerca – come spiega lui stesso – dello "spirito delle donne"): lo dimostra la scena conclusiva, in cui Utamaro – appena liberato dai legacci che per cinquanta giorni gli avevano immobilizzato i polsi, una punizione per aver offeso lo shogun con uno dei suoi dipinti – chiede per prima cosa che gli si porti un pennello perché non può aspettare un solo attimo prima di tornare a lavorare. Le cinque donne del titolo sono Tagasode (una cortigiana la cui pelle così bianca e delicata mette in soggezione persino un esperto tatuatore: sarà Utamaro a disegnare sulla sua schiena un'immagine di Yama-uba e Kintaro, i personaggi di una famosa fiaba), Okita (geisha che lavora in una sala da tè, innamorata del giovane Shozaburo; quando questi fuggirà proprio con Tagasode, Okita li rintraccerà e, folle di gelosia, ucciderà entrambi), Oishi (che abbandonerà la vita da geisha per sposare Take, l'assistente di Utamaro), Oran (contadina che Utamaro spia mentre, insieme ad altre serve, si tuffa in acqua seminuda per pescare davanti agli occhi di un dissoluto signore feudale; affascinato dalla sua bellezza, il pittore le chiederà di fargli da modella) e la nobile Yukie (figlia di Kano e fidanzata di Seinosuke; per seguire l'amato abbandonerà a sua volta ogni cosa, ma sarà da questi tradita con Oran). Grande spazio è dedicato soprattutto alle vicende, speculari, di Okita e Yukie: tanto la prima è forte e sicura di sé stessa, intenzionata a riprendersi l'uomo amato con ogni mezzo e persino a trasgredire le regole della società, tanto la seconda è umile e disposta al sacrificio, pronta a piegarsi al proprio destino. Si tratta, in fondo, dei due estremi che caratterizzano tutte le donne dei film di Mizoguchi, forti e che si ribellano oppure deboli e remissive. Alla fine, comunque, Yukie dichiarerà di aver appreso la lezione di Okita: ora anche lei è pronta a seguire i propri sentimenti fino in fondo, ad "amare liberamente e senza condizionamenti". Pur girato con un budget relativamente ristretto, il film è assai curato nella ricostruzione storica: meravigliosi, in particolare, i costumi e i kimono. Solo sui titoli di coda vengono mostrate rapidamente alcune delle opere di Utamaro.

12 marzo 2012

The dragon painter (W. Worthington, 1919)

The Dragon Painter
di William Worthington – USA 1919
con Sessue Hayakawa, Tsuru Aoki
*1/2

Visto su YouTube.

Sessue Hayakawa è stato il primo attore asiatico a raggiungere una certa fama in occidente durante l’epoca del muto (ma anche in seguito: lo si ricorda, per esempio, nei panni del colonnello Saito ne “Il ponte sul fiume Kwai”). Nel 1918 fondò a Hollywood una propria casa di produzione, la Haworth Pictures, specializzata in film interpretati da attori nipponici (fra i quali Tsuru Aoki, sua moglie), con lo scopo di presentare al pubblico un Giappone più autentico e lontano dagli stereotipi che allora abbondavano nelle pellicole americane. Questo film è uno dei pochi a non essere andato perduto a causa della deteriorazione della pellicola. Racconta la storia di Tatsu, il “pittore dei draghi”, che conduce una vita selvatica in mezzo alle montagne alla perenne ricerca del suo perduto amore, una “principessa” che gli spiriti dei monti gli avrebbero rapito più di mille anni prima, e che vede e ritrae in ogni elemento della natura. Ritenuto pazzo dagli abitanti del suo villaggio, grazie al suo genio attira l’attenzione dell’anziano Kano Indara, ultimo discendente di un’illustre dinastia di artisti, che vorrebbe farne il suo allievo e il suo figlio adottivo. Ma l’amore per Ume-ko, la figlia di Kano, si rivela di ostacolo all’espressione del suo talento: avendo ritrovato la sua principessa, Tatsu non sente più la necessità di dipingerla… I due temi del selvaggio che si civilizza e – soprattutto – dell’artista che perde l’ispirazione quando si innamora, vivacizzano una pellicola che per il resto non è particolarmente interessante se non per motivi storici. La regia è abbastanza anonima, mentre il maggior pregio della recitazione consiste nell’essere più posata e contemplativa rispetto alla media dei film muti dell’epoca.

10 marzo 2012

La luna (Bernardo Bertolucci, 1979)

La luna
di Bernardo Bertolucci – Italia/USA 1979
con Jill Clayburgh, Matthew Barry
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito all'improvvisa morte del marito, la cantante lirica americana Caterina ritorna in Italia – dove aveva vissuto e studiato in gioventù – portando con sé il figlio quindicenne Joe. Troppo presa da sé stessa e dal proprio lavoro, non si accorge dell'enorme solitudine in cui versa il ragazzo, che si aggira da solo o in compagnia di amici occasionali per le strade di una Roma pasoliniana ed esotica. Ma quando scopre che il figlio è diventato un tossicomane, cercherà disperatamente di riallacciare un rapporto con lui e di dargli finalmente quell'affetto che gli aveva negato o centellinato: dapprima procurandogli la droga di cui ha bisogno, poi coinvolgendolo in un viaggio attraverso i luoghi delle sue stesse radici (ovvero la campagna parmigiana in cui è cresciuto anche Bertolucci: vediamo la villa di Verdi, una trattoria dove Pippo Campanini fa assaporare il culatello a Joe – proprio come aveva fatto con Giulio Brogi in "Strategia del ragno" – e a un certo punto persino la corte dove si svolgono alcune scene di "Novecento", con la protagonista che commenta "So dove siamo!"), e infine addirittura "accompagnandone" la prima sessualità, in un crescendo di scene ai limiti dell'incesto (che fecero scandalo in America). Sarà invece proprio Joe a capire che cosa manca sia a lui che alla madre, e a ricomporre – in un finale catartico – l'unità familiare, facendo rincontrare dopo molti anni, con uno stratagemma, Caterina e Giuseppe, l'uomo che ha scoperto essere il suo vero padre.

Dopo la lunghissima lavorazione di un film storico, politico, corale e collettivo come "Novecento", Bertolucci sentiva la necessità di realizzare una pellicola più intimista e personale (un'alternanza, questa fra kolossal e film più "piccoli", che contraddistingue tutta la sua produzione). Lo spunto glielo fornisce un ricordo d'infanzia, un'immagine di quando – da bambino ancora molto piccolo – veniva portato in bicicletta da sua madre: la scena sulla quale scorrono i titoli di testa, magistralmente resa dalla fotografia di Vittorio Storaro, non è altro che la rappresentazione di questo ricordo, in cui il volto della madre e il disco della luna piena che si staglia nel cielo notturno dietro di lei si confondono e si identificano (la luna, oltre a dare il titolo al film, tornerà più volte nel corso della pellicola: suggestiva, per esempio, la sua inattesa comparsa quando – per fare entrare l'aria fresca – viene aperto il soffitto mobile del cinema in cui si sono rifugiati Joe e la sua fidanzatina Arianna e in cui si proietta "Niagara" con Marilyn Monroe). Per la prima volta il cinema di Bertolucci, fino ad allora sempre attraversato dalla figura del padre (ricordiamo che Bernardo era figlio di Attilio, stimato poeta e "ingombrante" punto di riferimento), si rivolge invece a quella della madre. Sempre nell'incipit del film, vediamo la giovane mamma dare del miele al bambino neonato, che reagisce con qualche colpo di tosse: il miele, così dolce ma anche causa di soffocamento, è proprio l'affetto della madre che Joe, quando se ne sente privo, cercherà di sostituire con un altro "veleno" altrettanto seducente e letale (l'eroina).

Anche se i personaggi principali del film sono solo due, il cast di contorno è di notevole interesse. Tomas Milian è Giuseppe, il vero padre di Joe, che lavora come maestro elementare; Alida Valli, che aveva già recitato con Bertolucci in "Stategia del ragno" e "Novecento", è la madre dello stesso Giuseppe (anche questi, come il figlio, sembra infatti soffrire di un complesso di Edipo: a un certo punto Caterina dice che lo aveva lasciato perchè "era innamorato di sua madre"); Veronica Lazar è Marina, l'amica (lesbica?) della protagonista; Fred Gwynne (il Frankenstein della serie tv "I mostri"!) è Douglas, il marito di Caterina all'inizio del film; Franco Citti è l'uomo che approccia Joe nel bar, nella scena più "pasoliniana" del film (un omaggio del regista all'amico, per il quale aveva lavorato come aiuto regista proprio in "Accattone" e che era morto da poco: l'intenzione originale era quella di inserire nel locale un televisore che dava la notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ma la scena fu eliminata perché "troppo dolorosa"); Renato Salvatori è il comunista che dà un passaggio in auto a Caterina; Roberto Benigni ("scoperto" proprio dal fratello di Bertolucci, Giuseppe, che lo aveva diretto nel suo primo film, "Berlinguer ti voglio bene") è l'operaio che monta le tende in casa di Caterina; Carlo Verdone è il regista, nel finale, delle prove di "Un ballo in maschera", quando la protagonista – che per dedicarsi completamente al figlio ha deciso persino di smettere di cantare, e difatti la vediamo recitare i versi dell'opera senza intonarli – riacquista immediatamente il sorriso e la voce dopo che si trova di fronte l'uomo che aveva amato quindici anni prima. Fondamentale l'utilizzo della musica lirica, che vista l'ambientazione è ovviamente quasi del tutto verdiana (se si eccettua il breve momento in cui il vecchio maestro di Caterina le fa ascoltare il terzetto "Soave sia il vento" da "Così fan tutte" di Mozart, scelto – come ha precisato lo stesso Bertolucci – "per rompere la verdianità e il melodramma" che permeano l'intera pellicola). A teatro Caterina interpreta "Il trovatore" (volteggiando su un fondale che raffigura il cielo stellato e naturalmente la luna, proprio come l'affresco disegnato dagli scolari della classe in cui insegna Tomas Milian: in quel caso la luna sarà aggiunta da Joe), una sequenza è accompagnata dal preludio del terzo atto de "La traviata", mentre – come già detto – la pellicola si conclude con le note de "Un ballo in maschera", allestito in pompa magna alle Terme di Caracalla.

9 marzo 2012

Il giardino del piacere (A. Hitchcock, 1925)

Il giardino del piacere, aka Il labirinto delle passioni (The Pleasure Garden)
di Alfred Hitchcock – GB/Germania 1925
con Virginia Valli, Carmelita Geraghty
**

Visto su YouTube.

Patsy, ballerina di fila nel teatro di varietà Pleasure Garden, accoglie sotto la propria ala protettrice Jill, appena arrivata dalla campagna e in cerca di un lavoro. Le due ragazze seguiranno però traiettorie differenti. L’amica farà carriera, diventerà una star e si dimostrerà frivola e superficiale, accettando la corte di un principe russo e dimenticando l’umile fidanzato Hugh, che intanto è stato inviato oltreoceano per lavorare due anni in una piantagione. Nel frattempo Patsy ha sposato Levet, amico e collega di Hugh, che si rivelerà un farabutto e la tradirà con un’amante indigena. Dopo una drammatica resa dei conti (Levet, reso folle dalla febbre, affogherà l'amante, cercherà di uccidere anche Patsy e verrà ferito a morte dal medico della colonia, giunto in tempo a salvare la donna), Patsy e Hugh si consoleranno a vicenda delle rispettive delusioni. Coprodotto con la UFA di Erich Pommer e girato in Germania (a Monaco) e in Italia (la sequenza del viaggio di nozze, ambientata sul lago di Como), si tratta del primo film diretto da Hitchcock, all’epoca ventiseienne, dopo due tentativi andati a vuoto (“Number 13”, del 1922, fu interrotto dopo pochi giorni di riprese per problemi di budget; e il cortometraggio “Always Tell Your Life”, del 1923, lo vide subentrare solo nel finale, non accreditato, al regista Hugh Croise). I temi e lo stile sono ancora molto lontani da quelli cui Hitch ci abituerà in seguito, ma è già evidente una buona padronanza tecnica del mezzo, il senso scenico e la cura nella direzione degli attori (anche quelli minori, come la corpulenta padrona di casa e il marito radioamatore che sembrano anticipare due personaggi de "Il pensionante", per non parlare del cagnolino Cuddles). La trama è complessa e ricca di colpi di scena. A metà film l’atmosfera cambia quasi completamente: si passa dalla commedia (con venature comico-erotiche, come nelle scene in cui le ragazze si spogliano o in cui il cagnolino gioca con la giarrettiera di Patsy) al melodramma, si perde per strada Jill e l’ambiente del teatro e ci si concentra sulle vicissitudini di Patsy e del suo matrimonio infelice con Levet, sfociando nell’ambientazione “esotica” e coloniale. L’attrice americana Virginia Valli era una star dell’epoca: il film fu concepito dal produttore Michael Balcon proprio per sfruttare la sua popolarità anche in Europa, ma non venne proiettato nel Regno Unito prima del 1927, quando Hitchcock aveva raggiunto il successo con “Il pensionante”. Notevole la prima inquadratura della pellicola, che per molti versi anticipa alcune delle caratteristiche del regista (per esempio il voyeurismo) e che mostra dal basso la discesa delle ballerine lungo una tortuosa scala a chiocciola, così come alcuni inquietanti passaggi fortemente debitori dell'espressionismo tedesco nel finale (Levet tormentato dal “fantasma” della donna che ha annegato).

8 marzo 2012

A fishy story (Anthony Chan, 1989)

A fishy story (Bu tuo wa de ren)
di Anthony Chan – Hong Kong 1989
con Maggie Cheung, Kenny Bee
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nella Hong Kong del 1967, scossa da disordini, scioperi e proteste (fu uno dei periodi più tumultuosi dell'ex colonia britannica, investita dall'onda lunga della "rivoluzione culturale" cinese), un'aspirante attrice di cinema (Maggie Cheung) e un tassista senza licenza (Kenny Bee) che abitano in due appartamenti adiacenti (lei al piano di sotto, lui nella piccionaia) stringono una forte amicizia che si tramuta presto in amore. Ma le difficoltà economiche si rivelano un ostacolo insormontabile: lei, che sogna il lusso e l’America, cerca goffamente di atteggiarsi ad “arrampicatrice sociale”; lui, che risparmia per acquistare un vero taxi, è mantenuto da una ricca cliente che lo ha scelto come amante. Girato con un ritmo e un mood da musical (non solo per le canzoni retrò – su tutte “Smoke gets in your eyes”, vero filo conduttore della pellicola, e “Sealed with a kiss” – ma anche per la fotografia calda e colorata di Peter Pau), è un film romantico assai superficiale nelle sue svolte melodrammatiche e nella descrizione dell'ambiente socio-politico, che culmina in alcune sequenze ai limiti del grottesco (le riprese del film durante le quali il regista fa maltrattare Maggie dalle altre attrici, gli scioperi “comunisti”). Deliziosa, in ogni caso, una Maggie Cheung sbarazzina che ha sicuramente come punto di riferimento la Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany” (in una delle scene iniziali, fra le fotografie in bianco e nero che illustrano gli scioperi, la vediamo ammirare proprio le vetrine della celebre gioielleria). Nel cast anche lo stesso regista (nei panni di Paul, il corteggiatore americano di Maggie) e Josephine Koo (l’amante di Kenny Bee).

7 marzo 2012

Il fiume (Jean Renoir, 1951)

Il fiume (The river)
di Jean Renoir – Francia/India/USA 1951
con Patricia Walters, Thomas E. Breen
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

L'adolescente inglese Harriet vive con la famiglia sulle rive di "uno dei tanti fiumi sacri dell'India, le cui acque scendevano dalle nevi eterne dell'Himalaya per gettarsi nel golfo del Bengala" (anche se il nome non viene mai specificato, il riferimento è al Gange o a uno dei suoi tributari), dove il padre gestisce una fabbrica di iuta e la madre è impegnata a sfornare figli ma soprattutto figlie (ben cinque, che diventeranno sei prima della fine del film). L’arrivo di John, giovane eroe di guerra americano, ospite di un vicino di casa, sconvolgerà la tranquilla esistenza della ragazza, così come quella delle amiche Valerie e Melanie (quest'ultima mezzosangue, di padre inglese e madre indiana), che vivranno così i primi amori e le prime delusioni. Con una trama esile e dall’incedere quieto e minimalista, basata sui personaggi più che sugli eventi (la storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Rumer Godden, autrice anche di “Narciso nero” e co-sceneggiatrice insieme a Renoir), il film è “al tempo stesso una meditazione sui rapporti degli esseri umani con la natura e la storia della crescita di tre ragazze” e ha avuto il merito di mostrare per la prima volta l’India più “autentica” agli spettatori occidentali, abituati fino ad allora alle fasulle ricostruzioni in studio che caratterizzavano i film di Hollywood. Certo, l’India rimane comunque uno scenario esotico e misterioso, filtrato attraverso uno sguardo più interessato a costruirne una propria rappresentazione artistica che a comprenderlo davvero, e questo nonostante il regista (che nel 1949 era reduce dalla fallimentare esperienza hollywoodiana, e si apprestava a tornare in Europa) punti molto su scenari realistici e inserti quasi da documentario, con una certa attenzione alle usanze e alle credenze locali. La strana e ingenua commistione fra il mondo cristiano/occidentale e quello indù/bengalese è evidente in personaggi come Melanie o come suo padre, che si costruisce una propria "filosofia della sottrazione" a partire da quella indiana, ma anche nei continui riferimenti ai miti della creazione e della distruzione (le storie di Krishna o Kalì) o della metempsicosi (la sorellina più piccola di Harriet, mentre gioca con la sua bambola, spiega che i bambini possono nascere e rinascere più volte). Il principale tema conduttore, comunque, è quello che vede rispecchiare lo scorrere della vita (amori, morti e nascite) in quello delle placide acque del fiume; nasce da qui la serena accettazione di cambiamenti e tragedie, che si tratti delle vicissitudini sentimentali (per le tre ragazze), del lutto per la morte di un figlio (per i genitori di Harriet), della perdita di una gamba (per John). L’intera vicenda è narrata, attraverso il tempo e i ricordi, dalla voce fuori campo di una Harriet cresciuta. Fu il primo film a colori di Renoir, che si preoccupò molto di dare alla pellicola tonalità veriste e luminose (la fotografia è del nipote Claude Renoir). La pellicola influenzò il giovane bengalese Satyajit Ray, che dopo aver assisitito alle riprese – e collaborato alla scelta delle location – decise di diventare regista a sua volta (esordì quattro anni dopo con il primo film della trilogia di Apu, “Il lamento sul sentiero”). Ma rivisto oggi, nonostante la sua aura di capolavoro, appare un po' sopravvalutato e non all'altezza dei grandi film di Renoir degli anni trenta, anche per la recitazione non certo esaltante da parte di interpreti non professionisti.

5 marzo 2012

Lo spirito dell'alveare (V. Erice, 1973)

Lo spirito dell'alveare (El espíritu de la colmena)
di Victor Erice – Spagna 1973
con Ana Torrent, Isabel Tellería
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La piccola Ana, inquieta e sensibile, vive con il padre, la madre e la sorella maggiore Isabel in una grande villa ai margini di una sperduta cittadina rurale sulla meseta castigliana, dove la famiglia si è trasferita per sfuggire alla guerra civile spagnola (siamo nel 1940). Rimasta impressionata da una visione del “Frankenstein” di James Whale (il film con Boris Karloff, per intenderci), si convince che in una capanna diroccata in mezzo ai campi risieda uno spirito che si fa vedere soltanto di notte: si tratta invece di un soldato repubblicano, rifiugiatosi lì per sfuggire alla guardia civile e al quale la bambina porta in segreto cibo e abiti. Primo lungometraggio del poco prolifico Erice (ne ha girati in tutto solo tre), è un film d’atmosfera che affronta, in maniera allegorica e quasi impalpabile, le inquietudini e le angosce di un periodo topico della storia spagnola attraverso gli occhi di una bambina. Girato durante gli ultimi anni della dittatura di Franco, colpisce per la bellezza visiva delle inquadrature, l’espressività degli sguardi, la vivida fotografia di Luis Cuadrado (divenuto cieco durante la lavorazione) che cattura l’ambiente e la natura, i segnali inquietanti (gatti neri e funghi velenosi), il ritmo lento e riflessivo. Il titolo proviene da un libro di Maeterlinck: e la metafora dell’alveare come microcosmo-prigione ordinato e brulicante ma al tempo stesso enigmatico e misterioso (il padre di Ana e Isabel – interpretato da Fernando Fernán Gómez, scrittore e a sua volta regista – è appassionato di apicultura) ritorna in più punti, per esempio attraverso le celle esagonali che adornano le finestre e le porte della villa. Indimenticabili alcune scene, come l'incontro notturno fra Ana, fuggita di casa, e il mostro di Frankenstein, o l'intera sequenza in cui la sorella si finge morta. Molto forte il simbolismo: l’isolamento e la disintegrazione della Spagna franchista sono impliciti in quelli della famiglia (in tutto il film non c'è una sola inquadratura che mostri i quattro membri insieme: soprattutto la madre, Teresa Gimpera, che si strugge per un amore perduto al quale invia lettere che non avranno mai una risposta, sembra assolutamente distante dagli altri). Alcuni elementi (la cattiveria del mondo vista dagli occhi dei bambini, i giochi infantili che si mischiano con la paura del diverso) potrebbero essere stati ispirati dal classico “Il buio oltre la siepe”; tuttavia il tema degli orrori del mondo e della guerra trasfigurati attraverso la fantasia di una bambina sarà trattato anni dopo – in maniera completamente diversa – in un altro film spagnolo, “Il labirinto del fauno”. Graziosissime le due bimbe: Ana Torrent, che ai tempi del film aveva solo sette anni, proseguirà la carriera di attrice (lavorerà per Carlos Saura e Peter Greenaway e sarà, fra le altre cose, la protagonista del primo film di Alejandro Amenábar, “Tesis”). Da notare che tutti i personaggi si chiamano come gli attori che li interpretano: Erice prese questa decisione perché sul set la piccola attrice non riusciva a capire come mai le persone cambiassero nome in continuazione.

3 marzo 2012

Paradiso amaro (A. Payne, 2011)

Paradiso amaro (The descendants)
di Alexander Payne – USA 2011
con George Clooney, Shailene Woodley
**

Visto al cinema Colosseo.

Il “paradiso” citato nel titolo italiano è quello delle isole Hawaii, scenario disimpegnato di vacanze, danze e surf per i turisti, ma teatro di sofferenze e di difficoltà per chi vi abita e vi lavora. Come l’avvocato Matt King (Clooney), in crisi dopo che la moglie Elizabeth – da lui sempre trascurata – è caduta in coma irreversibile a seguito di un incidente in motoscafo. Come se non bastassero le difficoltà di dover riallacciare il rapporto con le figlie (la piccola Scottie e la problematica adolescente Alex) e le tensioni cui è sottoposto per la decisione di vendere agli speculatori edilizi un ampio terreno – un “angolo di paradiso”, appunto – che appartiene alla sua famiglia da secoli, Matt scopre che la moglie lo tradiva e che poco prima dell’incidente stava per chiedergli il divorzio. In compagnia delle figlie (e di un amico di Alex, Sid), cercherà di rintracciare il misterioso amante per dargli la possibilità di dire addio alla donna prima che le macchine che la tengono in vita vengano staccate. Se il soggetto è interessante e l'ambientazione affascina (è bello veder utilizzare un paesaggio di questo tipo in maniera non ortodossa: vedi le nubi plumbee sulla spiaggia), l'abbondanza di cliché sulla sofferenza, la famiglia e la riconciliazione rendono il film poco convicente a livello emotivo, essenzialmente moralista e a tratti ricattatorio (nonché parecchio scontato: alzi la mano chi non si aspettava che alla fine Matt avrebbe fatto saltare la vendita del terreno). La sceneggiatura tenta invano di far empatizzare lo spettatore con il travaglio interiore di un protagonista che si aggira sperso e confuso, che anche il regista non sa come trattare (la voce fuori campo, così invadente all'inizio della pellicola, scompare poi senza un perché), circondato da personaggi stereotipati (le figlie), caratterizzati banalmente (l’amante) o buoni solo per imbarazzanti momenti comici (Sid). Come attore drammatico, poi, Clooney non è certo il massimo: meglio (ma di poco) il resto del cast, a partire dalla ventenne Shailene Woodley. Matthew Lillard è l’amante di Elizabeth, Judy Greer è sua moglie, Beau Bridges (fratello di Jeff) è uno dei tanti cugini in camicia hawaiana.