28 aprile 2011

Terminator (James Cameron, 1984)

Terminator (The Terminator)
di James Cameron – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Da un cupo futuro in cui un sistema informatico (Skynet, nato per la difesa nucleare) ha sviluppato l'autocoscienza e ha scatenato un conflitto globale per sterminare l'umanità, e in cui i pochi sopravvissuti lottano disperatamente contro le macchine che si sono impadronite del pianeta, giunge nel presente (ossia nella Los Angeles del 1984) un androide implacabile e inarrestabile – un "Terminator" – per eliminare la giovane Sarah Connor, che è destinata a diventare la madre di John, il carismatico capo della resistenza. La guerra si sta infatti decidendo in favore degli uomini, e intervenire nel passato per eliminare il nemico prima ancora che possa nascere sembra ormai l'ultima carta rimasta a disposizione delle macchine. Ma in soccorso della ragazza arriva anche un soldato umano, Kyle Reese, che ha seguito il robot per impedirgli di portare a termine il suo compito. Autentica pietra miliare del cinema di fantascienza e d'azione, considerato da Cameron il suo vero debutto (il precedente "Piraña paura" era infatti un lavoro su commissione ed era stato ampiamente rimaneggiato dal produttore), "Terminator" ha segnato indelebilmente l'immaginario cinematografico degli anni ottanta e non solo, facendo decollare la carriera del regista (e quella di Schwarzenegger) e ispirando innumerevoli imitazioni, riletture e parodie (non soltanto nel cinema ma anche, per esempio, nel fumetto). Basato su un plot relativamente semplice, in cui il tema del viaggio nel tempo – con relativi paradossi – e quello del conflitto futuro fra uomini e macchine fanno in realtà soltanto da cornice a un action movie contemporaneo basato sulla fuga e sulla caccia all'uomo, il film ha il suo punto di forza nell'indimenticabile antagonista, una macchina da guerra che sembra davvero indistruttibile. Memorabile, in particolare, il modo in cui nel finale continua a "risorgere" ogni volta che i due protagonisti sono convinti di averlo distrutto, uscendo per esempio dall'incendio di un'autocisterna ridotto a un semplice scheletro metallico (in assenza di computer grafica, il mago degli effetti speciali Stan Winston lo anima a passo uno, come aveva fatto Ray Harryhausen ne "Gli argonauti"), con lo sguardo elettronico che, proprio come "l'occhio" di Hal 9000, si spegnerà definitivamente soltanto alla fine.

Girato con un budget relativamente basso (almeno per quelli che saranno in seguito gli standard di Cameron), il film emoziona con i suoi temi apocalittici e tecnologici e mette i brividi in più di un'occasione: non solo per le spettacolari scene d'azione (l'arrivo del robot e di Kyle nel presente, gli inseguimenti per le strade di Los Angeles, l'incursione del Terminator nella stazione di polizia) ma anche per i piccoli dettagli (il robot che si taglia via i lembi di pelle danneggiata e si cava un bulbo oculare, rivelando i meccanismi sottostanti e le ottiche rosso fuoco, con la conseguente necessità di inforcare quegli occhiali da sole che ne hanno segnato la classica iconografia). E forse si vede qui, per la prima volta, quella visuale in soggettiva di un androide o cyborg che in seguito, a partire da "Robocop", diventerà una costante del genere. Scharzy (mai come in questo caso la sua inespressività si rivela vincente), nel ruolo più celebre della sua carriera, pronuncia in tutta la pellicola soltanto una manciata di battute (fra cui le celebri "Sarah Connor?" e "I'll be back", quest'ultima malamente tradotta in italiano con "Aspetto fuori") e sfoggia l'aspetto fisico e muscoloso dei tempi d'oro, di quando cioè era un campione di bodybuilding. Linda Hamilton e Michael Biehn, tecnicamente i veri protagonisti del film, passano così in secondo piano rispetto al loro nemico. Film "circolare", chiuso e perfetto in sé stesso, è stato in seguito rivisitato da Cameron con un sequel più ambizioso e spettacolare ma in fondo narrativamente superfluo: in anni successivi, infine, la saga è stata ampliata a dismisura con altri lungometraggi e una serie televisiva ("The Sarah Connor Chronicles"), stavolta senza il coinvolgimento del regista canadese, che contraddicono in parte gli eventi narrati in precedenza.

21 aprile 2011

Habemus papam (N. Moretti, 2011)

Habemus papam
di Nanni Moretti – Italia 2011
con Michel Piccoli, Nanni Moretti
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Appena eletto dai cardinali riuniti in conclave, e prima ancora che il suo nome venga annunciato in pubblico, il nuovo papa (Michel Piccoli) ha una crisi di panico, si rifiuta di apparire sul palco per salutare i fedeli e scopre di non sentirsela di accettare la responsabilità del nuovo ruolo. Per risolvere il problema viene convocato in gran segreto uno psicanalista (Nanni Moretti), ma nemmeno lui può aiutarlo a vincere le proprie paure, anche perché la solennità del luogo, la diffidenza e l'ingerenza dei prelati gli impediscono di imbastire una vera terapia. Mentre gli altri cardinali (e con loro il terapeuta) sono costretti a rimanere chiusi nelle sale del Vaticano senza poter comunicare con l'esterno fino a quando la "crisi" non sarà superata, il neo pontefice – fuggito dalla sorveglianza delle guardie svizzere e dalle pressioni del portavoce del Vaticano (Jerzy Stuhr) – vaga da solo per la città di Roma alla ricerca di sé stesso, aggrappandosi all'amore giovanile per il teatro (un riferimento a Karol Wojtyla?) e frequentando una compagnia di attori impegnati in una rappresentazione di Cechov (curioso, a tal proposito, che un tempo proprio questa professione era considerata abominevole dalla chiesa, al punto che gli attori erano una delle categorie di persone – come i suicidi, per esempio – cui erano proibite le onoranze funebri o la sepoltura in terra consacrata). Il nuovo lungometraggio di Nanni Moretti, uscito cinque anni dopo "Il caimano", non è tanto un film sulla fede (quella del protagonista non è mai in bilico) quanto – proprio come il precedente – sul potere: e affronta il tema della paura del mutamento e della fuga dalle responsabilità da un punto di vista davvero inedito, grazie a un buon Piccoli perfettamente credibile nella parte dell'uomo in preda ai dubbi, consapevole che sono necessari "grandi cambiamenti" (e che dunque ci sia bisogno di un papato tutt'altro che conservatore) ma incapace di accettare un compito così gravoso: un sentimento non soltanto suo, peraltro, vista la scena d'apertura in cui praticamente tutti i cardinali, pregando fra sé e sé, chiedono a Dio di non essere scelti per salire al soglio pontificio. Il tono generalmente macchiettistico con cui vengono ritratti i clericali (infantili, rimbambiti, litigiosi, dipendenti dai farmaci, legati a un passato ormai superato: "Palla prigioniera non esiste più da cinquant'anni!") li mostra come dei simpatici bambinoni che vivono fuori dal mondo e senza un reale contatto spirituale con le persone – per lo più giovani – che all'esterno attendono trepidanti l'annuncio del nome del nuovo papa, nella speranza di una presa di coscienza che il mondo sta cambiando ("Todo cambia", canta infatti Mercedes Sosa). La pellicola convince meno quando invece è di scena Moretti stesso, in un ruolo come sempre sovracaricaturale: di fatto fra lui e il papa non c'è un vero rapporto (a parte il breve incontro iniziale, i due personaggi non si incrociano più per il resto del film) e lo psicanalista rimane una figura marginale nell'economia della pellicola, protagonista di sequenze come il torneo di pallavolo fra i cardinali che francamente lasciano il tempo che trovano, anche se comunque in linea con la cinematografia morettiana precedente (lo sport, la competitività, l'autocentrismo). Ma anche il personaggio interpretato da Margherita Buy, moglie separata di Moretti e a sua volta psicanalista, è un po' sacrificato. Memorabile, in ogni caso, il finale.

18 aprile 2011

Offside (Jafar Panahi, 2006)

Offside (id.)
di Jafar Panahi – Iran 2006
con Sima Mobarak-Shahi, Safdar Samandar
***

Visto al cinema Arlecchino.

Forse il più rappresentativo regista iraniano della generazione post-Kiarostami (di cui è stato assistente e del quale ha anche portato sullo schermo alcune sceneggiature), e già autore di ottime pellicole come "Il palloncino bianco", "Lo specchio", "Il cerchio" e "Oro rosso", Jafar Panahi è salito agli onori della cronaca – se così si può dire – per l'arresto nel 2010 con l'accusa di girare film contro il regime, e soprattutto per la condanna (insieme a un altro cineasta, Mohammad Rasoulof) a sei anni di carcere con l'assurdo divieto di dirigere film o scrivere sceneggiature per i prossimi vent'anni. Questo "Offside" (ma perché in italiano non chiamarlo "Fuorigioco"?) è dunque l'ultimo lungometraggio che ha completato: esce nelle nostre sale con cinque anni di ritardo (ma meglio tardi che mai) e racconta la storia di un gruppo di ragazze che, vestite da uomo e spinte dalla passione per il calcio (ma non solo), cercano di intrufolarsi nello stadio di Teheran per assistere alla partita fra Iran e Bahrein, valida per la qualificazione ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Identificate, vengono rinchiuse in un gabbiotto all'esterno dello stadio, dove sono sorvegliate – non senza un certo imbarazzo – da alcuni giovani militari in attesa di essere portate in questura: nel paese islamico, infatti, alle donne è vietato assistere ad eventi sportivi maschili (e viceversa). Fresco e brillante, attraverso il tono da commedia leggera e le situazioni ironiche (esilarante la sequenza in cui uno dei soldati deve accompagnare una delle ragazze alla toilette maschile) il film mette in luce le contraddizioni di leggi o tradizioni che le nuove generazioni percepiscono sempre più come sorpassate o discriminatorie. E la passione calcistica (che raramente è stata portata sullo schermo in maniera così diretta, ingenua e felice, lontana anni luce da quella fasulla e ideologicizzata delle curve ultras nostrane) maschera il desiderio di emancipazione, di uguaglianza o di maggior libertà. Il film è stato girato quasi per intero allo stadio e in tempo reale, nel giorno stesso della partita: per potervi entrare con i suoi attori e la troupe, Panahi – sotto falso nome – aveva presentato alle autorità uno script che nulla aveva a che fare con la pellicola che poi ha effettivamente realizzato. Da notare che l'Iran vinse la partita (e le scene di celebrazione fra la folla, nel finale, sono autentiche e spontanee): se l'avesse persa, il regista aveva già pronto un finale differente.

15 aprile 2011

Moon (Duncan Jones, 2009)

Moon (id.)
di Duncan Jones – GB 2009
con Sam Rockwell, Robin Chalk
***1/2

Visto in divx, con Elena e Cristiano.

In un futuro non troppo remoto, la maggior parte dell'energia necessaria agli esseri umani viene raccolta sulla Luna, recuperando quella solare che è rimasta imprigionata nelle rocce del satellite sotto forma di elio-3. Per operare una di queste stazioni di raccolta, quasi del tutto automatizzate, basta un solo uomo, coadiuvato da robot e computer. Sam Bell è giunto al termine dei suoi tre anni di servizio ed è in attesa di essere sostituito per poter tornare a casa: ma un incidente imprevisto gli farà scoprire un'incredibile verità. Sorprendente film di fantascienza che recupera e restituisce il fascino delle pellicole di questo genere dei primi anni settanta, al punto da presentare qua e là persino echi di "2001" (l'ambiente bianco e asettico della base lunare, il rapporto fra un uomo e un'intelligenza artificiale, l'astronauta che incontra sé stesso) e "Solaris" (la solitudine, le allucinazioni). E come nelle miglior pellicole del genere, costruite più sulle idee e le atmosfere che sulle scene d'azione e sui budget gonfiati, attraverso una storia avvincente e fuori dagli schemi riesce a far riflettere sulla natura dell'uomo, sul significato di ricordi ed emozioni, e sui possibili sviluppi della tecnologia. Quello di Sam Rockwell, che sullo schermo si sdoppia, è praticamente un one-man-show. Il regista (noto in passato come Zowie Bowie) è il figlio di David Bowie: il suo è un esordio cinematografico che lascia ben sperare. Un plauso, comunque, va anche alla sceneggiatura di Nathan Parker, alle scenografie di Hideki Arichi e alla musica di Clint Mansell, capace di creare sonorità inquietanti come in "Requiem for a dream". Nella versione originale, la voce di Gerty (il robot) è di Kevin Spacey.

13 aprile 2011

Il vangelo secondo Matteo (P. P. Pasolini, 1964)

Il vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Stefano.

Comunista, ateo e omosessuale dichiarato, Pasolini non ha mai fatto mistero di sentire costantemente l'influenza della cultura cattolica in cui è vissuto, come aveva fatto confessare al suo alter ego Orson Welles ne "La ricotta", segmento del film a episodi "Ro.Go.Pa.G." (a causa del quale, peraltro, era stato condannato per vilipendio alla religione): alla domanda "Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?", Welles/Pasolini rispondeva "Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo". Dunque non deve sorprendere più di tanto che PPP abbia voluto realizzare una versione cinematografica della vita di Gesù. Quello che invece stupisce è che si tratti dell'adattamento più "puro", fedele e rispettoso mai realizzato, addirittura al punto di non aggiungere alcun dialogo che non fosse già presente nella fonte originale (Maria, per esempio, non parla mai perché nel Vangelo non sono riportate le sue frasi: si gioca tutto sugli sguardi, sulle inquadrature, sulla musica), senza contaminare l'opera con interpretazioni ideologiche e tenendosi lontano dall'iconografia tradizionale, spesso posticcia (nessun Cristo biondo con i capelli lunghi e gli occhi azzurri: sia lui che gli altri personaggi hanno fattezze rigorosamente mediterranee). La genesi del film è stata raccontata da Pasolini stesso: invitato ad Assisi in occasione di un evento culturale (nel periodo in cui Giovanni XXIII – alla cui "cara, lieta, familiare memoria" è dedicata la pellicola – invitava i fedeli ad aprire un dialogo con gli intellettuali non credenti), fu costretto a restare chiuso per un'intera giornata in albergo perché proprio una visita del papa aveva paralizzato il paese. Non si era portato nulla da leggere, e nella stanza dell'hotel era disponibile soltanto il Nuovo Testamento: si rilesse dunque di fila i quattro vangeli e gli venne d'impulso il desiderio di portarne uno sullo schermo. Scelse quello di Matteo perché era il più stimolante ("Giovanni era troppo mistico, Marco troppo volgare, Luca troppo sentimentale"): a differenza degli altri film sulla vita di Gesù, che mescolano episodi tratti un po' da tutti e quattro i vangeli (e anche dalle tradizioni successive), questo si attiene infatti dall'inizio alla fine a un unico testo e fa felicemente a meno della zavorra dogmatica che la Chiesa vi avrebbe depositato sopra nei secoli successivi (indicativa, nel titolo, l'omissione del "San" davanti al nome di Matteo).

Un viaggio in Terrasanta per scegliere le location (da cui nacque un documentario, "Sopralluoghi in Palestina") si rivelò inutile, perché alla fine PPP decise di girare la pellicola in Italia (fra Lazio, Puglia, Calabria e Basilicata, e in particolare fra i sassi di Matera): una scelta controversa che però si rivelò vincente, al punto da ispirare successivi registi come Martin Scorsese (che avrebbe voluto ambientare "L'ultima tentazione di Cristo" negli stessi luoghi) e Mel Gibson (che vi girò effettivamente "La passione di Cristo"). Gli scenari, arcaici e rupestri, sono nobilitati dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli che dona loro un aspetto fuori dal tempo e una qualità cinematografica di altissimo livello. La narrazione fluisce in maniera naturale e pulita, attraverso una successione di episodi, parabole, miracoli e discorsi, con un risultato al tempo stesso astratto e ieratico, spirituale e concreto, che restituisce la dimensione religiosa e rivoluzionaria del personaggio (sì, perché il Gesù originale è davvero lontano dall'immagine distorta che ne è stata fatta nei secoli seguenti) senza le ombre di bigottismo e le tentazioni agiografiche che normalmente affossano gli adattamenti dei testi evangelici. Affascina, in particolare, la semplicità di alcune scene (a cominciare da quella con cui si apre la pellicola, l'annunciazione, ma anche l'incontro col diavolo nel deserto) dove gli sguardi e le immagini comunicano più di mille parole, al punto da rievocare capolavori espressionisti del cinema muto come "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer. Quanto alle parole, oltre ai passi più noti e agli episodi più popolari la pellicola presenta anche passaggi (l'episodio del fico inaridito) e frasi meno citate, alcune delle quali sorprendono non poco chi non conosce bene i testi originali ("Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre").

Notevole la scelta degli attori, dai volti scavati e fuori dal comune, quasi tutti – come Pasolini era solito fare – presi dalla strada o scelti fra non professionisti (e poco importa se la dizione non è sempre perfetta o se qua e là affiorano gli accenti), compresi diversi amici, poeti, scrittori e intellettuali (Natalia Ginzburg, per esempio, è Maria di Betania; Marcello Morante, fratello di Elsa, è Giuseppe; Mario Socrate è Giovanni Battista; J. Rodolfo Wilcock è Caifa; Enzo Siciliano è Simone; Alfonso Gatto è Andrea; Giorgio Agamben è Filippo). Per il ruolo di Gesù, PPP avrebbe inizialmente pensato a Jack Kerouac o Allen Ginsberg, ma poi preferì Enrique Irazoqui, giovane studente spagnolo (catalano, per la precisione) che aveva scritto una tesi sul suo romanzo "Ragazzi di vita" ed era giunto a Roma per incontrarlo: l'attore, il cui volto ricorda i Gesù dipinti da El Greco, nel film viene doppiato – unico fra tutti – da Enrico Maria Salerno. Molto belle le giovani Margherita Caruso (Maria da giovane) e Paola Tedesco (Salomè), così come Rossana Di Rocco che interpreta l'angelo. Ninetto Davoli appare brevemente (ed è il suo debutto sullo schermo, non accreditato) nei panni di un pastore. Ma la scelta di casting più azzardata e chiacchierata, naturalmente, è quella di Susanna Pasolini nel ruolo della Madonna anziana. Aver scelto la propria madre per interpretare l'icona per eccellenza della maternità non è certamente stato casuale: in più, va considerato che Susanna era una fervente e devota cattolica, e che – proprio come Maria – in seguito dovette sopportare il dolore di piangere il figlio ucciso prematuramente. La musica è perlopiù classica (Bach, Mozart, il Prokofiev di "Alexander Nevsky"!), ma ci sono anche un canto africano (tratto dalla "Missa Luba" congolese, sui titoli di testa e di coda) e soprattutto il bellissimo gospel "Sometimes I Feel Like a Motherless Child" in alcune delle scene più iconiche (l'adorazione dei re magi, il battesimo per mano di Giovanni Battista).

12 aprile 2011

Aeon Flux (Karyn Kusama, 2005)

Æon Flux - Il futuro ha inizio (Æon Flux)
di Karyn Kusama – USA 2005
con Charlize Theron, Marton Csokas
**

Visto in divx.

Dopo che un virus ha spazzato via il 99% della popolazione del pianeta, i sopravvissuti si sono rinchiusi in un'unica città isolata dall'esterno, che per 450 anni viene governata dai discendenti dello scienziato che aveva inventato una cura. Aeon Flux, agente al servizio dei ribelli che complottano per far cadere il regime, viene inviata in missione per eliminare Trevor Goodchild, l'attuale dittatore, e vendicare così la sorella uccisa: ma scopre che la cura contro il virus ha in realtà reso sterile l'intera popolazione e che tutti gli abitanti della città vengono periodicamente clonati per evitarne l'estinzione: come se non bastasse, in una vita precedente lei era sposata proprio con Goodchild. Pastrocchio fantascientifico tratto da una serie animata di MTV (di Peter Chung, dichiaratosi insoddisfatto dell'adattamento), i cui spunti avrebbero potuto essere gestiti meglio ma che comunque – man mano che la trama procede – si rivela più interessante del previsto. È proprio la sceneggiatura a tenere in piedi una pellicola che per altri versi (come film d'azione, per esempio) delude. Curiose le scenografie, asettiche e irreali, così come i costumi e gli improbabili gadget tecnologici di cui non è mai spiegato il funzionamento (i fan della hard science fiction stiano alla larga!). Ma come eroina, la Theron non convince proprio: è algida e statuaria ma ben poco atletica o dinamica. Al suo posto sarebbe stata senz'altro meglio Milla Jovovich (che peraltro quasi contemporaneamente ha girato una pellicola molto simile ma ancor meno riuscita, "Ultraviolet"). Particine per Frances McDormand (il misterioso capo della resistenza) e Pete Postlethwaite (il "guardiano" del DNA).

10 aprile 2011

Poetry (Lee Chang-dong, 2010)

Poetry (Shi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2010
con Yun Jeong-hie, Lee Da-wit
***

Visto al cinema Eliseo.

La vita quotidiana della sessantacinquenne Mija, domestica svampita e badante part-time in una cittadina di provincia, si incrina irrimediabilmente quando scopre che l'irresponsabile nipote Wook (che lei accudisce in quanto la madre, divorziata, vive in un'altra città) ha partecipato al ripetuto stupro di gruppo di una compagna di scuola, Agnes, la quale si è poi suicidata. Se nessuno dei ragazzi sembra provare rimorso per l'accaduto, e se i loro genitori (con la complicità delle autorità scolastiche) si preoccupano soltanto di mettere a tacere lo scandalo e di indennizzare la madre della vittima con una somma di denaro, Mija ne rimane invece profondamente scossa. Incapace di rispecchiarsi nella società arida e indolente che la circonda, e afflitta dalle prime fasi di un morbo di Alzheimer che fa riaffiorare i ricordi dell'infanzia senza riuscire a cancellare i dolori e i turbamenti del presente, la donna trova un antidoto e un conforto nell'amore per la poesia: decide d'impulso di frequentare un corso tenuto da un celebre poeta, comincia ad annotare su un taccuino i pensieri e le sensazioni che le nascono osservando la natura, si introduce in un circolo di appassionati lettori, il tutto nel tentativo di recuperare la bellezza e quell'armonia con il mondo che chi vive attorno a lei sembra invece aver smarrito ("la poesia è agonizzante", lamenta un giovane poeta; ed è emblematica la scena, all'inizio, in cui Mija cerca di raccontare quello che ha visto all'ospedale e nessuno pare interessato ad ascoltarla). Dopo aver donato l'amore a un vecchio avido e paralizzato, aver sistemato le pendenze economiche e aver chiuso i conti con la giustizia (è evidente che sia proprio lei a denunciare il nipote alla polizia), sceglie a sua volta il suicidio, come suggeriscono le belle inquadrature finali e la voce fuori campo che legge la sua poesia e che si trasforma in quella di Agnes (non è solo la regressione infantile dovuta alla malattia, ma un vero e proprio processo di identificazione e di espiazione). Con il suo ritmo lento, come lo scorrere placido del fiume che trasporta il cadavere della ragazza, e un approccio minimalista che scava in profondità nelle ipocrisie e negli egoismi sociali e culturali della Corea moderna, il film racconta il sofferente e consapevole percorso della protagonista e affronta temi e sentimenti come il rimorso, la vergogna e il contrasto fra il desiderio di giustizia per Agnes e la protezione della propria famiglia. Straordinaria la prova di Yoon Jeong-hee, star del cinema coreano degli anni settanta (tornata a recitare dopo quindici anni appositamente su richiesta di Lee) che dà vita a un personaggio sfaccettato e vitale, e ben bilanciate regia e sceneggiatura (quest'ultima premiata a Cannes). È il tipo di film che nelle mani sbagliate poteva naufragare nella retorica e nel sentimentalismo, ma che si tiene miracolosamente in equilibrio fino alla fine. Alcuni spunti ricordano i film precedenti di Lee: il suicidio dal cavalcavia sul fiume (come in "Peppermint Candy") e la crisi di una donna dopo la morte di un adolescente (come in "Secret Sunshine").

8 aprile 2011

Jesus Christ Superstar (N. Jewison, 1973)

Jesus Christ Superstar (id.)
di Norman Jewison – USA 1973
con Ted Neeley, Carl Anderson
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Tratta dallo splendido musical di Andrew Lloyd Webber (nato inizialmente come doppio album e poi sbarcato a Broadway), una delle più celebri e anticonformistiche "opere rock" cinematografiche: anche se decisamente figlio dei suoi tempi (come dimostrano le atmosfere hippie, benché la stagione dei figli dei fiori volgesse già al termine), l'adattamento di Jewison è ancora godibilissimo al giorno d'oggi, grazie alle suggestive scenografie (la pellicola è stata girata in Israele, in mezzo al deserto e fra le rovine di templi e palazzi), ai moderni e arditi testi di Tim Rice (infarciti di slang e di neologismi che purtroppo i sottotitoli italiani tendono a banalizzare) e alla bellezza delle musiche e delle canzoni (dirette da André Previn), con arrangiamenti e venature molto più progressive rock rispetto ai lavori successivi del compositore. La storia segue il racconto evangelico degli ultimi giorni di Gesù, dall'ingresso a Gerusalemme fino alla crocifissione, ma pone particolare enfasi sul suo rapporto con figure come Giuda (che qui assurge al ruolo di vero e proprio coprotagonista), Pilato e Maria Maddalena, evidenziandone i dubbi, i tormenti e la fragilità. E c'è spazio anche per riflessioni sulla "massmediatizzazione" del Cristo e la volgarizzazione del suo messaggio, così come sul contrasto fra la sua natura umana e quella divina (proprio l'eccessiva "umanità" con cui è stato ritratto Gesù ha portato alcuni gruppi religiosi a scagliarsi contro il musical). Il titolo dell'opera, naturalmente, è programmatico: uno dei suoi intenti è quello di azzardare un parallelo fra il protagonista e le moderne star dello show business, osannato (è la parola giusta!) dai suoi fan, che poi lo abbandonano e godono nel vederlo cadere. Ci sono addirittura scene in cui Gesù, dopo l'arresto, viene "intervistato" dai reporter presenti fra la folla. E molte sono le domande che Giuda (e gli autori dell'opera) rivolgono idealmente al Cristo, nel tentativo di comprendere da un punto di vista agnostico la sua vera natura e quella suo sacrificio. Da citare, al riguardo, il testo del brano "Superstar":

Every time I look at you I don't understand
Why you let the things you did get so out of hand.
You'd have managed better if you'd had it planned.
Why'd you choose such a backward time in such a strange land?
If you'd come today you could have reached a whole nation.
Israel in 4 BC had no mass communication.
Don't you get me wrong. I only want to know.

I costumi (tuniche, magliette, canottiere e petti nudi, in un curioso mix fra abiti moderni e antichi) e gli oggetti di scena (assai minimalisti; ma in alcune sequenze compaiono addirittura carri armati e aerei) sono anacronistici e stranianti, mentre in certi casi (la cacciata dei mercanti dal tempio, il balletto kitsch di Erode, e naturalmente la coreografia di "Superstar") la messa in scena va sopra le righe ed è portata fino alle estreme conseguenze. In più, c'è la cornice meta-drammatica: il film si apre con un pulmino di giovani hippie che giungono nei luoghi sacri per rappresentare la vicenda come se si trattasse di una performance estemporanea. Al termine, vedremo gli stessi ragazzi (tranne però l'attore che ha interpretato il ruolo di Gesù) risalire sul furgone e ripartire, non prima di aver lanciato un ultimo sguardo alla collina dove, al tramonto, è rimasta a campeggiare la croce. Fra i molti brani da ricordare, quello d'apertura ("Heaven on their minds") con cui Giuda si lamenta della deriva spirituale degli insegnamenti di Gesù, che lui vorrebbe maggiormente impegnato in concreto nella rivolta politica contro i romani; "This Jesus must die", nel quale Caifa, Anna e i sacerdoti complottano contro il nuovo messia (spettacolare la messa in scena che li vede appollaiati sulle impalcature delle rovine, avvolti in tuniche nere, come tanti uccellacci in agguato); il coro "Hosanna" al momento dell'ingresso a Gerusalemme; lo struggente "Pilate's Dream" (ma nei vangeli il sogno era della moglie di Pilato, non di lui medesimo); la toccante "I Don't Know How to Love Him", con cui Maria Maddalena lamenta la difficoltà ad esprimere il suo amore per Gesù; il coro degli Apostoli nel giardino di Getsemani (con citazione dell'ultima cena leonardesca), cui segue la disperata invocazione di Gesù a Dio (accompagnata dalle immagini di quadri e icone che prefigurano la crocifissione); la divertente "King Herod's Song", frizzante e sbarazzina; il duetto "Could We Start Again, Please?" fra Maddalena e Pietro; e naturalmente "Superstar", il brano più celebre, più iconico e più trasgressivo, con un Giuda angelico, vestito di bianco e attorniato da coriste, e un testo pieno di riferimenti all'attualità e persino ad altre religioni, visto che si citano Buddha e Maometto. Tutti ottimi i cantanti (alcuni dei quali, come Elliman, Bingham e Dennen, provenivano dall'allestimento di Broadway): Ted Neeley (Gesù) colpisce per la potenza della voce; Carl Anderson (un Giuda di colore) e Yvonne Elliman (una Maddalena asiatica), oltre che bravi, donano multietnicità al cast (ma non sono i soli: vedi anche Simone); la coppia di sacerdoti Bob Bingham (Caifa) e Kurt Yaghjian (Anna) diverte per il contrasto nelle rispettive estensioni vocali (il primo canta da basso, il secondo da controtenore); Barry Dennen è un Pilato sofferto e tormentato, Josh Mostel è un Erode frivolo e vizioso. Nel 2000 è uscita una seconda versione cinematografica del musical: diretta da Gale Edwards e Nick Morris, si ispira maggiormente all'allestimento teatrale per quanto riguarda location e scenografie.

7 aprile 2011

Riflessi sulla pelle (P. Ridley, 1990)

Riflessi sulla pelle (The reflecting skin)
di Philip Ridley – Gran Bretagna/Canada 1990
con Jeremy Cooper, Viggo Mortensen
**1/2

Visto in divx.

Il piccolo Seth vive con i genitori nelle campagne del Midwest, in attesa che il fratello maggiore Cameron torni dalla guerra nel Pacifico (siamo alla fine degli anni quaranta). Mentre una banda di pedofili rapisce e uccide i bambini della zona (e dei delitti viene accusato il padre di Seth, che per la vergogna sceglie il suicidio), il ragazzo si convince che la vicina di casa sia una vampira. Esordio alla regia di un multiforme artista britannico (scrittore di romanzi e racconti per bambini, autore teatrale, pittore, fotografo, sceneggiatore radiofonico, oltre che cineasta: lui stesso si autodefinisce un "uomo del Rinascimento per l'era multimediale"), è un film allucinato e disturbante (c'è chi ha azzardato un paragone con David Lynch) che sconfina nel lugubre e nel grottesco e che non risparmia sorprese e colpi allo stomaco dello spettatore, anche e soprattutto perché il punto di vista rimane sempre quello infantile di chi non si rende veramente conto di cosa succede attorno a lui. Giochi crudeli (come gonfiare e fare esplodere le rane), dialoghi con feti morti, disfunzioni familiari, il macabro che aleggia in continuazione, l'incapacità – forse esagerata – di distinguere la realtà delle cose adulte dalle fantasie infantili (il tema è trattato in maniera decisamente diversa, quasi perversa, rispetto a pellicole come "Il labirinto del fauno" o "Un ponte per Terabithia"). Il bambino è incompreso, maltrattato dai genitori, solo ("Tutti i miei amici sono morti") e quando ritrova il fratello scopre di non poter contare nemmeno su di lui (la prima cosa che Cameron fa è buttare nella polvere la bandiera americana che Seth gli aveva portato; in seguito, come se non bastasse, si innamora della "vampira"!). Buono il cast, nel quale figurano anche Lindsay Duncan, Sheila Moore e Duncan Fraser. Il titolo fa riferimento agli effetti collaterali della bomba atomica di Hiroshima, di cui Cameron è stato testimone. La cura del regista per le immagini si rispecchia nei magnifici scenari rurali (i campi di grano mossi dal vento, le case isolate, i cieli), un'ambientazione che – come i suoi personaggi: vedi i genitori di Seth – ricorda il dipinto "American Gothic" di Grant Wood.

6 aprile 2011

Le dernier combat (Luc Besson, 1983)

Le dernier combat - L'ultima battaglia (Le dernier combat)
di Luc Besson – Francia 1983
con Pierre Jolivet, Jean Bouise, Jean Reno
**1/2

Rivisto in DVD.

In un brutale mondo post-apocalittico, il deserto ha reclamato le città e i pochi sopravvissuti si isolano nei palazzi in rovina o lottano fra loro. Nessuno è più in grado di parlare (si comunica solo a gesti), il denaro non ha più valore (c'è chi usa dita umane mozzate come moneta) e l'acqua, il cibo o un riparo – per non parlare delle donne – sono diventati lussi per i quali battersi fino alla morte. Dopo essere fuggito da una tribù di "neo-selvaggi" a bordo di un rudimentale aeroplano, per alimentare il quale aveva rubato loro una preziosa batteria di automobile, un uomo (Jolivet, anche co-sceneggiatore) trova ospitalità presso un anziano dottore (Bouise) che si è barricato in quella che un tempo era la propria clinica (sulle cui pareti dipinge graffiti rupestri) e lo aiuta a difendersi dagli assalti di un bruto (Reno) che vorrebbe appropriarsi della donna che il medico custodisce gelosamente. Il primo lungometraggio di Besson, girato in grande economia, è un B-movie con ambizioni d'autore (è in bianco e nero e fa completamente a meno dei dialoghi, rendendo ancora più enigmatiche le azioni e le intenzioni dei personaggi: resta comunque il dubbio che si tratti solo di un esercizio di stile) che sviluppa lo spunto del precedente cortometraggio "L'avant dernier" ispirandosi anche all'immaginario fumettistico di riviste come "Métal Hurlant" e alla saga cinematografica di Mad Max. Se storia e personaggi non hanno particolare sostanza, il film colpisce comunque per l'impatto visivo e la cura formale di regia e fotografia, e offre diversi buoni momenti (la pioggia di pesci, il nano imprigionato e costretto a calarsi nelle fogne per recuperare acqua potabile, gli scontri fra Jolivet e Reno con lance e armature improvvisate che ricordano i cavalieri medievali). La prima volta, a dire il vero, l'avevo trovato un po' noiosetto: alla seconda visione mi è piaciuto di più. Come capita spesso nei primi film di Besson (vedi anche "Le grand bleu"), Jean Reno interpreta il ruolo dell'antagonista grosso e cattivo, in contrapposizione a un protagonista furbo e piccoletto.

4 aprile 2011

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Brian di Nazareth (Life of Brian)
di Terry Jones – Gran Bretagna 1979
con Graham Chapman, Michael Palin
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Uno dei film più divertenti e irriverenti dei Monty Python, il leggendario gruppo inglese i cui sei membri (Terry Gilliam, Terry Jones, Eric Idle, Michael Palin, John Cleese e Graham Chapman) hanno fatto la storia della comicità cine-televisiva britannica (e non solo). In questa pellicola, come al solito, ciascuno di loro interpreta più parti, comprese quelle femminili (il regista Terry Jones, per esempio, è la madre del protagonista), all'insegna di un umorismo british che forse non tutti sanno apprezzare, anche perché è spesso venato di assurdo e nonsense. Brian, nato a Betlemme nella capanna a fianco di quella di Gesù, viene visitato per errore dai tre Re Magi e poi, una volta cresciuto, si ritrova coinvolto negli intrighi di un'accozzaglia di estremisti politici che complottano contro l'occupazione romana. Dopo svariate peripezie, verrà creduto un messia dalla folla ottusa e finirà crocifisso per una serie di equivoci; ma l'importante, come canta il suo compagno di crocifissione, è: "Always look on the bright side of life"! Grottesco, demenziale, cinico e beffardo: più che una parodia del racconto evangelico, il film è una satira contro le ipocrisie e le follie degli esseri umani a tutto campo: dall'omologazione sociale forzata alle litigiosità politiche, dalle incomprensioni fra persone e popoli al fanatismo dogmatico e religioso. Numerose e indimenticabili le scene cult: la lapidazione (alla quale le donne partecipano con barbe finte), la lezione di latino (Brian viene severamente corretto da un centurione perché ha sbagliato a scrivere "Yankees go home"... ehm, "Romani ite domum"), l'inaspettato arrivo di un'astronave aliena che salva il nostro eroe dalla caduta da una torre ("Hai più culo che anima!"), le gag su Mavco Pisellonio (l'amico di Pilato, al cui nome nessuno riesce a trattenere le risate), le surreali riunioni dei cospiratori ("A parte l'acquedotto, le fognature, le strade, le scuole, vino, medicina, istruzione, asini pubblici in orario, ordine pubblico, irrigazione, spiagge libere non inquinate, bilancia dei pagamenti in attivo.... che cosa hanno fatto i romani per noi?"), peraltro divisi in mille organizzazioni rivali fra loro (il Fronte Popolare di Giudea, il Fronte del Popolo di Giudea, il Fronte Popolare Giudeo...), la contrattazione al mercato pubblico, le perquisizioni dei soldati romani ("Abbiamo trovato questo cucchiaio!"), le prediche e i "miracoli" di Brian ("Erano diciotto anni che non aprivo bocca, finché non è arrivato lui"), fino ai titoli di coda ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?"). Ottima la confezione cinematografica: la pellicola fu girata in Tunisia, e in parte vennero riutilizzati i set (e alcune comparse) del "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli. L'unico ruolo di rilievo non ricoperto da uno dei sei comici è quello di Judith Iscariot (Sue Jones-Davies), la ragazza di cui Brian si innamora. La sigla di apertura, come tutte le animazioni nei lavori dei Monty Python, è di Terry Gilliam. Considerato oggi un classico, alla sua uscita fu attaccato da alcuni gruppi religiosi e vietato in diversi paesi (il gruppo sfruttò la circostanza nelle tag line di lancio in Svezia: "So funny that it was banned in Norway!"). Giunto anche da noi con dodici anni di ritardo (venne distribuito solo nel 1991), il film è uscito in DVD con un nuovo doppiaggio non all'altezza dell'originale (la "erre moscia" di Pilato, per esempio, risulta molto attenuata) ma rimane comunque irresistibilmente esilarante.