1 dicembre 2011

Ortone e il mondo dei Chi (Hayward, Martino, 2008)

Ortone e il mondo dei Chi (Horton Hears a Who!)
di Jimmy Hayward, Steve Martino – USA 2008
animazione digitale
**

Visto in divx.

Ortone, elefante curioso, anticonformista e pieno di immaginazione che vive nella felice giungla di Nullo, ode una flebile voce provenire da un granello di polvere che si è depositato su un fiore: si tratta dei Non-so-chi, gli abitanti della minuscola città di Chi-non-so: ma quando prova a spiegare agli altri animali della giungla che su quel granello c'è un'intero mondo (e che, di conseguenza, anche il loro mondo potrebbe trovarsi su un granello dal punto di vista di qualcun altro), non soltanto non viene creduto ma rischia di essere ostracizzato e persino imprigionato. Nel frattempo, anche il "sindachì" di Chi-non-so ha lo stesso problema, visto che i suoi concittadini non credono all'esistenza di un mondo più grande... Tratto da un libro per bambini scritto negli anni cinquanta dal Dr. Seuss (lo stesso autore de "Il grinch"), da cui eredita il narratore in rima, il film offre diversi spunti curiosi ma mi ha infastidito per il pronunciato moralismo, per il buonismo di fondo (vedi l'abusatissimo tema del rapporto padre/figlio fra il sindachì e il piccolo JoJo) ma soprattutto per il tentativo di mantenere il piede in due scarpe: da un lato la vicenda è un apologo fideistico e antirazionalistico (la cattiva Cangura, che afferma che "se una cosa non si può vedere, udire o toccare, allora non esiste", è chiaramente una propugnatrice dell'ateismo, e addirittura accusa Ortone di diffondere false credenze tra i bambini), dall'altro però caratterizza l'elefante e il sindachì come novelli Galileo che lottano contro l'establishment e le concezioni del mondo tramandate ottusamente di generazione in generazione e mai messe in discussione. Ma forse è meglio mettere da parte la contraddizione di queste letture teologiche/filosofiche/scientifiche e godersi il film come puro escapismo: e allora si apprezza la simpatia di alcuni personaggi (non di tutti, però), la buona fattura tecnica (con un character design e una resa dei personaggi assai "plastica": siamo quasi dalle parti dell'animazione in plastilina) e – in originale – il doppiaggio ricco di voci eccellenti (Jim Carrey, Steve Carell, Seth Rogen: in italiano, invece, Ortone parla in romanesco con la voce di Christian De Sica).

26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e i gringos Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e in fondo, come ha spiegato lo stesso Leone, lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Carlo Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo a propria volta nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente disinteressato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, mitologico ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quello di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stato importante il suo contribuito per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente un film tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei lavori successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo e nel terzo episodio di "Ritorno al futuro".

24 novembre 2011

La sfida del samurai (A. Kurosawa, 1961)

La sfida del samurai (Yōjimbō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1961
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ginevra ed Eleonora.

Un ronin (un samurai senza padrone e senza nome, anche se lui – inventandosene uno sul momento – afferma di chiamarsi Sanjuro, ossia "trent'anni") giunge in un remoto villaggio dove due bande rivali di yakuza dettano legge e gestiscono il gioco d'azzardo e il commercio illegale di sakè, terrorizzando tutti gli abitanti. Fingendo di offrire i propri servizi come "guardia del corpo" (è questo il significato del titolo originale della pellicola) ora all'uno e ora all'altro gruppo, il protagonista li spinge a dichiararsi guerra, rompendo così i delicati equilibri che mantenevano in bilico la situazione e facendo piazza pulita di entrambe le bande. Dopo "La fortezza nascosta", Kurosawa prosegue con la sua decostruzione in chiave escapista e parodistica del jidai-geki, il classico film giapponese di ambientazione storica: questa volta gli stilemi sono quelli del western (il debito a Ford è talmente esplicito – si veda il duello finale nella strada principale del villaggio – che Sergio Leone avrà ben poca difficoltà a realizzarne un fedele remake proprio in chiave western, "Per un pugno di dollari") e ai classici valori dell'onore e del bushido sostituisce quelli dell'opportunismo, del cinismo e del sotterfugio. La modernità del film è completata dalla recitazione ironica di Toshiro Mifune, dai tocchi di estetica gore sparsi qua e là (quando Sanjuro arriva al villaggio, a dargli il benvenuto è un cane che porta in bocca una mano mozzata; e durante il primo duello, il samurai trancia di netto un braccio a uno dei suoi avversari) e da una colonna sonora ricca di inusitate sonorità (ispirata, pare, alla seconda rapsodia ungherese di Liszt). Formidabile, poi, la galleria di volti dei vari villain, fra i quali spiccano personaggi minori ma caratterizzati in maniera formidabile, come il gigante che impugna un ridicolo martello (l'attore si chiama Namigoro Rashomon: un nome perfetto per un interprete kurosawiano!) e il grasso e stupido Inokichi (Daisuke Kato, già uno dei sette samurai).

Alcuni critici hanno letto nella vicenda un'allegoria della guerra fredda che in quegli anni caratterizzava la situazione politica internazionale: i due gruppi di yakuza rappresenterebbero i due blocchi contrapposti (l'Occidente e l'Unione Sovietica) imprigionati in una sorta di deadlock dalla quale è impossibile uscire senza l'intervento di un fattore esterno. E la pistola che sfoggia uno dei personaggi – il giovane Unosuke, interpretato da un Tatsuya Nakadai che recitava per la prima volta in un film di Kurosawa – sarebbe un riferimento all'escalation degli armamenti. La lettura è suggestiva ma probabilmente fuorviante, visto che Kurosawa ha affermato che il soggetto gli è stato suggerito da un romanzo di Dashiell Hammett, "The Glass Key", e dal film noir che ne era stato tratto nel 1942 (anche se a dire la verità la trama ricorda molto più da vicino quella di un altro libro dello stesso Hammett, "Red Harvest", in italiano "Piombo e sangue") e che sarebbe molto più semplice leggere la pellicola come una parabola sulla cupidigia e un divertissement che parodizza in maniera graffiante la violenza e le imprese degli eroi dei classici jidai-geki. Sanjuro, machiavellico e doppiogiochista, non si affida solo alla sua incredibile abilità con la spada (vince regolarmente ogni duello, anche quando si batte da solo contro sei avversari) ma ricorre pure all'astuzia e all'inganno, ed è forse questo che ha reso tanto semplice la sua trasposizione nel tipico protagonista del western all'italiana. Certo, è comunque guidato da ideali umanitari e cavalleristici come i protagonisti de "I sette samurai" (lo dimostra, per esempio, l'episodio in cui salva la donna sottratta dai banditi al marito e al figlioletto), ma il suo atteggiamento è tutt'altro che eroico: anzi, non esita a ricorrere alle stesse armi dei suoi nemici, sfruttando a proprio favore i loro difetti e la loro eccessiva fiducia verso colui che credono un alleato. Oltre al film di Sergio Leone (che uscì nelle sale senza che i produttori italiani avessero chiesto alla Toho l'autorizzazione a realizzare il remake), la pellicola ha ispirato (stavolta "ufficialmente") anche il più recente "Ancora vivo" di Walter Hill con Bruce Willis. Nel 1962, visto il grande successo di pubblico e su pressioni dei produttori, Kurosawa ne ha realizzato un sequel intitolato "Sanjuro".

23 novembre 2011

I medici volanti dell'Africa orientale (W. Herzog, 1969)

I medici volanti dell'Africa orientale
(Die fliegenden Ärzte von Ostafrika)
di Werner Herzog – Germania 1969
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il "Flying Doctors Service" è un'organizzazione internazionale che si occupa del soccorso medico nelle zone più isolate e impervie dell'Africa orientale (Kenya, Tanzania e Uganda). Partendo dalla base centrale di Nairobi, i "medici volanti" si muovono in aereo per recare assistenza alle popolazioni locali in caso di emergenza. Il documentario di Herzog ne mostra l'attività, i rischi (spesso si tratta di atterrare su piste di fortuna, in luoghi i cui abitanti non hanno mai visto prima un aereo da vicino: "Per loro è un'esperienza paragonabile all'atterraggio di una navicella Apollo per noi"), i problemi (la scarsità di mezzi e di risorse, ma anche le difficoltà di comunicazione), la lotta contro l'ignoranza e la superstizione (i genitori che non rivogliono indietro il bambino che è stato operato, i guerrieri Masai che guardano con timore la scaletta dell'ambulatorio), la "concorrenza" degli stregoni (anche se i medici li considerano "complementari" a loro, più psicologi che curatori). Ciò nonostante, il tono della pellicola è piuttosto ottimista: viene spiegato che "la fiducia degli africani nella nostra medicina è sorprendente. Una volta conquistata, è più assoluta che da noi". E di fronte agli sforzi e tante difficoltà che questi "missionari della medicina" affrontano per portare aiuto, vaccinazioni, prevenzione e informazioni medico-scientifiche a queste popolazioni, mi viene rabbia a pensare che invece nei paesi sviluppati come il nostro c'è ancora tanta gente che crede in truffe come l'omeopatia o alla relazione fra vaccini e autismo (salvo naturalmente ricorrere ipocritamente alla "medicina ufficiale" quando davvero ne hanno bisogno). Girato praticamente su commissione (lo ha ammesso lo stesso Herzog: "Mi era stato chiesto di realizzarlo da alcuni colleghi degli stessi medici; e anche se il risultato finale mi piace, non è un film che sento particolarmente come 'mio'. In effetti non lo chiamerei nemmeno un film, quanto più un reportage"), offre comunque momenti assai interessanti, come quelli in cui si indagano le differenze di pensiero e di percezione attraverso una serie di poster che rappresentano parti del corpo umano o animali ("Da noi non ci sono mosche così grandi", dice una donna del posto).

21 novembre 2011

Il colosso di Rodi (S. Leone, 1961)

Il colosso di Rodi
di Sergio Leone – Italia 1961
con Rory Calhoun, Lea Massari
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo le precedenti esperienze nel genere peplum (era stato aiuto regista in "Ben Hur" e "Quo Vadis?", per poi subentrare come regista – non accreditato – ne "Gli ultimi giorni di Pompei" dopo l'abbandono di Mario Bonnard), Sergio Leone esordisce ufficialmente dietro la macchina da presa con un altro kolossal di ambientazione classica. Il film si ispira a una delle cosiddette "sette meraviglie del mondo antico", il colosso di Rodi appunto, gigantesca effige del dio Helios eretta all'ingresso del porto dell'isola di Rodi per fungere da faro e per celebrare la vittoria su una flotta nemica (si dice che abbia fornito lo spunto anche per la costruzione della newyorkese Statua della Libertà). Distrutta da un violento terremoto pochi anni più tardi, nel film si immagina che fosse equipaggiata con una serie di meccanismi – come catapulte e proiettili incendiari – per progettere l'isola dagli attacchi provenienti dal mare. Il protagonista Dario, eroico condottiero ateniese con inclinazioni da dongiovanni, giunge a Rodi per trascorrere un breve periodo di riposo, ospite dello zio Lisippo, e assiste all'inaugurazione del monumento. Rimarrà coinvolto suo malgrado nella lotta di un gruppo di ribelli che vogliono abbattere la tirannia del megalomane re di Rodi e negli intrighi di un infido consigliere che trama per consegnare l'isola all'esercito fenicio. La sceneggiatura presenta dunque molti punti in comune con quella de "Gli ultimi giorni di Pompei" (un intrigo ai danni di un gruppo di ribelli, una donna perfida e traditrice, una catastrofe finale). Ma nonostante i notevoli sforzi produttivi (le scenografie imponenti, allestite negli studi di Cinecittà; le scene di massa e di battaglia; gli effetti speciali in cui il terremoto e le forze della natura, nel finale, distruggono il colosso e la città), il film si trascina stancamente e per lo più annoia. Leone, pur mostrando già un notevole senso estetico e una grande padronanza dei meccanismi cinematografici, non mette ancora in mostra la sua maestria nell'uso dei tempi lenti e dei primi piani: e rispetto ai suoi lungometraggi successivi mancano anche altri ingredienti fondamentali, come interpreti adeguati e una colonna sonora all'altezza (Morricone non c'è ancora...). Fra i collaboratori figurano altri nomi che si sarebbero dedicati in seguito al western all'italiana, come Duccio Tessari (sceneggiatore) e Michele Lupo (aiuto regista). Il duello sul colosso potrebbe essere un omaggio a "Intrigo internazionale" di Hitchcock (come d'altronde l'intera trama del personaggio che, convinto di trascorrere una vacanza di tutto riposo, si ritrova coinvolto in intrighi ed eventi più grandi di lui), mentre il portale del tempio di Baal ricorda (oltre a suggestioni di "Cabiria") la bocca dell'inferno del parco dei mostri di Bomarzo; il tempio stesso era già stato visto – con poche modifiche – ne "Gli ultimi giorni di Pompei".

19 novembre 2011

Brother (Takeshi Kitano, 2000)

Brother (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone/USA 2000
con Takeshi Kitano, Omar Epps
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Per la prima volta Kitano va a girare un film "in trasferta", esportando le sue storie e i suoi personaggi negli Stati Uniti. Il protagonista Yamamoto ("Aniki", il nome con cui tutti lo chiamano nel film, significa in realtà "fratello maggiore" ed è un termine usato spesso dagli yakuza per riferirsi a un collega più anziano), gangster caduto in disgrazia dopo che la sua "famiglia" è stata assorbita da un gruppo rivale, è costretto ad abbandonare il proprio paese e a fuggire in esilio a Los Angeles, dove viene ospitato dal fratello minore Ken (Claude Maki). Questi è un piccolo delinquente che si dedica allo spaccio di droga insieme ad alcuni amici afro-americani. Ma Yamamoto prende in mano le sue attività espandendole a un livello più alto, dichiara guerra alle altre bande del quartiere per conquistarne il territorio, ed esporta così nel nuovo mondo lo stesso stile di vita nichilista che lo caratterizzava in patria. Ne seguirà un'escalation di violenza, che lo condurrà all'inevitabile (auto)distruzione. Il film, come suggerisce il titolo, gira tutto attorno al tema del "fratello": fratelli (o fratellastri) di sangue, come Yamamoto e Ken; fratelli "d'adozione", come il braccio destro di Yamamoto, Kato (interpretato dal solito Susume Terajima), che per lui è pronto a dare anche la vita, o come Danny (Omar Epps), uno degli amici di Ken, quello con cui – nonostante la differenza di lingua, etnia e nazionalità – Yamamoto svilupperà il legame più profondo (cominciato nel peggiore dei modi ma poi proseguito con una complicità persino più stretta di quella che il protagonista ha con lo stesso Ken: più volte li vediamo giocare o scherzare insieme); e, volendo, fratelli come le varie culture che abitano gli Stati Uniti (neri, asiatici, messicani, italo-americani), incapaci di comunicare se non con il linguaggio della violenza (l'unico davvero universale e comune a tutti) e destinate dunque a farsi una guerra eterna e senza via di scampo. Il tema della (mancanza di) comunicazione, fondamentale per la comprensione del film (per una volta persino i tipici "silenzi" di Kitano assumono un nuovo significato: il personaggio è laconico non solo per la propria natura, ma perché si ritrova catapultato in un paese straniero e di cui non conosce la lingua; e di riflesso, dal suo punto di vista a essere silenziosi sono gli americani, che infatti nei suoi flashback mentali non emettono alcun suono dalla bocca), è però neutralizzato dal pessimo adattamento italiano: nella nostra versione, infatti, sono stati doppiati sia i dialoghi in inglese che quelli in giapponese (con l'unica eccezione della breve scena dell'incontro con i gangster messicani), eliminando così tutte le incomprensioni linguistiche e addirittura inventando tante battute che nell'originale non c'erano (vuoi perché i dialoghi erano diversi, vuoi perché erano proprio assenti).

Se il film ha questi e molti altri spunti di interesse (da segnalare, ancora una volta, il grande valore aggiunto della colonna sonora di Joe Hisaishi, con un tema melodico e struggente) e si contraddistingue anche per essere una delle pellicole più violente di Beat Takeshi (si vede molto sangue, fra ferite al volto, tagli di dita e sbudellamenti, benché la violenza sia come sempre antispettacolare e rarefatta), delude però per la sua incapacità di aggiungere granché al discorso già portato avanti da Kitano nei suoi lavori precedenti. Altri grandi registi asiatici o europei, quando hanno avuto la possibilità di andare a girare negli Stati Uniti, ne hanno approfittato per offrire al pubblico la propria visione del mito americano, per confrontarsi con la cultura statunitense, per illustrare a modo loro i temi e le ambientazioni tipiche del cinema made in Usa: ne sono nate pellicole come "Paris, Texas" di Wim Wenders, "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni, "Arizona Dream" di Emir Kusturica, "Dogville" di Lars von Trier, per non parlare dei lavori di Ang Lee, di Roman Polanski, di Paolo Sorrentino... Kitano, invece, non offre nulla di diverso rispetto ai suoi precedenti film. Che alcuni personaggi parlino inglese o abbiano la pelle nera, in fondo, non cambia quasi nulla: siamo ancora di fronte agli stessi yakuza e agli stessi temi del tradimento, della fuga, dell'ineluttabilità, che avevamo visto nei suoi film passati. Come in "Sonatine", poi, è ancora onnipresente la dimensione ludica del gangster: vediamo i personaggi impegnati in partite a dadi (con Yamamoto che, ovviamente, bara), in lunghi incontri a basket nell'open space che funge da sede al gruppo (con Kato che inutilmente cerca di competere con i neri), a lanciarsi una palla da football sulla spiaggia, a tirare aeroplanini di carta dalla terrazza dell'edificio (che la macchina da presa segue ossessivamente nel loro volo ondivago), a indovinare se il prossimo passante per la strada sarà un uomo o una donna; persino per minacciare il capo mafioso rivale si ricorre a un elaborato gioco con la pistola: ogni valvola di sfogo è buona per rompere la monotonia e la noia di una vita che – nonostante il denaro accumulato – ha poco senso fra un episodio di violenza e un altro. Dunque, la struttura del film è assai simile a quella dei lavori girati in Giappone: l'ambientazione americana è poco sfruttata (solo nel finale si esce dai cupi e claustrofobici palazzi di Los Angeles e ci si addentra nel deserto e negli spazi ariosi: bellissima la sparatoria finale al distributore di benzina!). E per di più, non è accompagnata da un'adeguata intensità emotiva: nella seconda metà del film la vicenda procede in maniera meccanica, quasi monotona, senza consentire allo spettatore un'autentica connessione con i personaggi. Forse il mio amico Martin non ha tutti i torti quando fa notare che al primo decennio di attività registica di Kitano (da "Violent Cop" del 1989 a "L'estate di Kikujiro" del 1999), foriero di capolavori, ne è seguito un secondo di livello decisamente inferiore (pur se ha offerto un altro grandissimo film, "Dolls" nel 2002, e comunque qualcun altro da salvare, come "Zatoichi" e "Achille e la tartaruga").

16 novembre 2011

Dumbo (Ben Sharpsteen, 1941)

Dumbo (id.)
di Ben Sharpsteen – USA 1941
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Leonardo.

L'elefantino Dumbo ha le orecchie talmente grandi che tutti gli animali del circo – e anche i visitatori – lo prendono continuamente in giro. Per difenderlo dalle umiliazioni, la madre si ribella e di conseguenza viene imprigionata in una carrozza isolata, mentre Dumbo è costretto a lavorare come clown. Ma saprà riabilitarsi, diventando addirittura la stella del circo, quando scoprirà – grazie al sostegno del topolino Timothy, suo unico amico – che le sue enormi orecchie gli consentono di volare. Quarto dei primi cinque grandi lungometraggi della Disney, il film (che con i suoi 64 minuti è il più breve fra tutti i "classici" di animazione della casa di Burbank) venne messo in cantiere per recuperare le perdite subite al botteghino dal precedente "Fantasia", rispetto al quale segna un ritorno a una struttura più classica e presenta uno stile meno ambizioso e sofisticato. Il soggetto, tratto da un libro illustrato per bambini, è essenzialmente una rilettura della fiaba del brutto anatroccolo, ma la semplice e commovente vicenda è impreziosita dai tanti personaggi di contorno, particolarmente riusciti e per certi versi indimenticabili (dalla cicogna che porta Dumbo alla madre, ai corvi che lo aiutano a volare usando la "pizzicologia"; senza dimenticare Timothy, topolino disegnato in modo ben più realistico dello stilizzato Mickey Mouse, il cui look era stato ideato quando – solo tredici anni prima – le tecniche di animazione erano molto più rudimentali). Davvero ottima, in ogni sua parte, la colonna sonora: fra le numerose canzoni spiccano la toccantissima "Baby mine", cantata dalla mamma di Dumbo; il gangsta-rap ante litteram dei corvi (che sono evidentemente un gruppo di afro-americani), "Ne ho vedute tante da raccontar / giammai gli elefanti volar"; e soprattutto la lunga, inquietante e allucinata sequenza degli elefanti rosa, in cui Dumbo e Timothy – ubriacatisi accidentalmente – vedono scorrere davanti ai loro occhi tutta una serie di pachidermi colorati, deformi o antropomorfi: la sequenza fu diretta da Norman Ferguson, uno dei vari animatori che si sono alternati alla regia delle diverse scene del film (gli altri sono Samuel Armstrong, Wilfred Jackson, Jack Kinney e Bill Roberts, mentre Ben Sharpsteen è il supervisore dell'intera pellicola). Nel corso della lavorazione ci fu il celebre "sciopero degli animatori" di casa Disney, cui si fa riferimento anche nel film quando i clown manifestano l'intenzione di chiedere un aumento al direttore del circo. Da notare che nella versione originale il nome scelto dalla madre per il protagonista non è Dumbo ma Jumbo Junior: Dumbo (nome che richiama la parola inglese "dumb", che significa "stupido") è soltanto il nomignolo che gli viene crudelmente appioppato dagli altri elefanti del circo.

14 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Bonnard, 1959)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Bonnard [e Sergio Leone] – Italia/Spagna 1959
con Steve Reeves, Christine Kaufmann
*1/2

Visto in DVD.

Prima di diventare il più grande maestro del western all'italiana, Sergio Leone si è fatto le ossa con un altro genere "popolare" che ha contraddistinto la produzione italiana negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, vale a dire il cosiddetto peplum, cinema dai temi mitologico/avventurosi e dall'ambientazione storica, solitamente greco-romana, caratterizzato dalla presenza di "forzuti" (personaggi come Ercole, Maciste o Sansone) e da una certa tendenza al kolossal e al gigantismo che richiedeva pertanto budget imponenti. Proprio la progressiva riduzione delle risorse di produzione, oltre alla disaffezione degli spettatori, portò alla sua scomparsa attorno alla metà degli anni sessanta, quando venne sostituito da altri generi che avrebbero fatto la fortuna del nostro cinema: l'horror, il poliziottesco e – su tutti – appunto lo spaghetti western. Questo ennesimo adattamento del romanzo di Edward Bulwer-Lytton, pur accreditato a Mario Bonnard, segna dunque l'esordio alla regia di Leone, indicato come regista della seconda unità ma in realtà subentrato al collega quando questi dovette abbandonare la lavorazione a causa di una malattia. Leggendo i credits della pellicola, d'altronde, non sono pochi i nomi che si faranno conoscere negli anni seguenti nel campo dei western, come Duccio Tessari e Sergio Corbucci (co-sceneggiatori e aiuto registi). La trama vede il centurione Glauco Leto tornare in città dopo la guerra solo per scoprire che suo padre e la sua famiglia sono stati sterminati dai cristiani, accusati di fomentare disordini e di compiere assalti notturni alle ville delle più ricche famiglie romane. In realtà si tratta di un complotto ordito da un perfido sacerdote egiziano e dalla vendicativa Giulia, moglie del console di Pompei. Con l'aiuto di pochi amici fedeli, Glauco smaschererà i congiurati: ma sarà solo l'eruzione del Vesuvio, quando i nostri eroi sono stati ormai gettati nell'arena, a consentire loro di mettersi in salvo. Il finale anticlimatico convince poco, le ingenuità e i momenti ridicoli non mancano (su tutti la lotta sott'acqua con un coccodrillo evidentemente finto) e le scene di distruzione non sembrano poi tanto migliori di quelle della versione muta del 1913. Da segnalare invece il cast: se il protagonista è il solito "mister muscolo" (Steve Reeves, specializzato in questo genere di film), il sacerdote malvagio è interpretato da Fernando Rey (!) e il tutto è poi completato da alcune splendide attrici (Christine Kaufmann è la bella Elena, di cui Glauco si innamora; Barbara Carroll è la schiava cieca Nidia; Anne-Marie Baumann è la perfida Giulia).

13 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Caserini, 1913)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Caserini [ed Eleuterio Ridolfi] – Italia 1913
con Fernanda Negri Pouget, Ubaldo Stefani
**

Visto in DVD.

Infatuato della bella Jone, amante del nobile Glaucus, il perfido sacerdote egizio Arbace sfrutta l'amore della schiava cieca Nidia per il patrizio e la convince a fargli bere quello che la ragazza crede essere un filtro d'amore. Si tratta invece di un veleno che rende Glaucus folle, dando così ad Arbace la possibilità di accusarlo dell'omicidio di un suo discepolo. Ma proprio mentre Glaucus sta per essere gettato in pasto ai leoni nell'arena, il Vesuvio comincia a eruttare... Tratto da un romanzo un tempo assai popolare di Edward Bulwer-Lytton (scrittore che probabilmente resterà nella storia soprattutto per aver coniato la frase "Era una notte buia e tempestosa"), già adattato per il cinema nel 1908 (e lo sarà ancora più volte: da segnalare la versione del 1959, che vede l'esordio alla regia – non accreditato – di Sergio Leone), è un film che mantiene fede al suo titolo soltanto negli ultimi minuti: nulla, in precedenza, lascia presagire la tragica fine della città, e per tutta la pellicola seguiamo in parallelo gli intrighi del malvagio sacerdote (simbolo di una cultura antica ed esoterica) e le pene d'amore della giovane e sfortunata Nidia. Rispetto al romanzo originale e alle versioni cinematografiche successive, manca curiosamente il tema dell'avvento del cristianesimo. Come nella versione del 1908 l'impostazione è teatrale, con una totale assenza di movimenti di macchina o di montaggio alternato (la lezione di Griffith era ancora di là da venire). Belle, comunque, le sequenze finali della distruzione di Pompei, con l’utilizzo anche di alcuni effetti speciali (cui contribuisce, involontariamente ma in modo molto appropriato, il deterioramento della pellicola proprio in quelle sequenze) e una buona profondità di campo. La discreta fattura dei suddetti effetti (anche nella tempesta che scoppia mentre Glaucus e Jone fanno la loro gita sul monte e nel bizzarro split screen con cui Arbace mostra a Jone le immagini menzognere di Glaucus in compagnia di una cortigiana) e la cura nelle scenografie sottintendono un certo budget: per l'epoca si trattava certamente di una produzione imponente. Da notare che i cartelli e le didascalie annunciano in anticipo quello che accadrà nella scena seguente. Una curiosità: ben prima dell’Amelia di Carl Barks, scopriamo che sulle pendici del Vesuvio viveva una fattucchiera!

8 novembre 2011

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, 1972)

Ultimo tango a Parigi
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1972
con Marlon Brando, Maria Schneider
***

Visto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Senza conoscere nulla l’uno dell’altra, nemmeno il nome, un uomo e una ragazza si incontrano in un appartamento sfitto di Parigi e imbastiscono una relazione basata puramente sul sesso. Lui fugge dal passato (il tragico suicidio della moglie, una vita di fallimenti), lei dal futuro (l’imminente matrimonio, i lacci della piccola borghesia). Ma quando il primo si illude che il rapporto possa trasformarsi in qualcosa di più stabile e duraturo, finirà in tragedia. Etichettato, a seconda dei punti di vista, come romantico, malinconico, selvaggio o decadente, nato da una fantasia dello stesso Bertolucci (che immaginava di fare l’amore con una sconosciuta incontrata per caso in strada), è stato uno dei “casi” più celebri e scandalosi della cinematografia italiana, vero fenomeno di costume, al tempo stesso film proibito e maledetto (per via delle traversie con la censura) e popolare e di massa (aggiustando i dati in base all’inflazione, rimane tuttora la seconda pellicola italiana con il maggior incasso al botteghino, dietro a "Continuavano a chiamarlo Trinità"). Per la critica americana Pauline Kael, che lo difese sin dal primo momento contribuendo a farlo accettare come opera artistica, si tratta del "più importante film erotico mai realizzato", dotato di una straordinaria valenza liberatoria. In anni di cinema politico, di tensione e di impegno collettivo (una tendenza cui lo stesso Bertolucci aveva contribuito con i suoi lavori precedenti), il film racconta una storia che si svolge invece in una dimensione esclusivamente individuale e personale: e se agli spettatori non viene nascosto il background dei due personaggi, con i loro drammi e le vite private, i protagonisti condividono invece – attraverso i loro corpi – soltanto il presente; persino i ricordi d’infanzia appaiono trasfigurati e ammantati da una patina di sogno e di irrealtà. Straordinaria la fotografia di Vittorio Storaro, interamente giocata sui toni caldi (giallo, ocra, rosso), così come la musica di Gato Barbieri. È passata alla storia, in particolare, la scena della sodomizzazione con il panetto di burro (la Schneider, all’epoca ventenne e sconosciuta, raccontò in seguito che non era prevista nella sceneggiatura e che Brando e Bertolucci le dissero cosa avrebbe dovuto fare soltanto poco prima di girarla). Sotto certi aspetti, comunque, la pellicola appare un po’ datata, soprattutto per alcuni dialoghi o monologhi un po’ intellettualistici e per un eccesso di turpiloquio che a volte sembra fin troppo provocatorio e gratuito (molte cose vennero comunque improvvisate). Le controversie sulle scene di sesso fecero passare in secondo piano altre sequenze altrettanto "scandalose", come quella degli insulti di Paul alla salma della moglie (che mi ha ricordato una scena de "I pugni in tasca" di Bellocchio). Per il ruolo femminile Bertolucci aveva pensato inizialmente a Dominique Sanda (che rifiutò perché era incinta) e a Catherine Deneuve. Il fidanzato di Jeanne (interpretato da Jean-Pierre Léaud), che gira cinema-verità per le strade alla ricerca di spunti sociali e vuole chiamare i suoi figli Fidel (come Castro) e Rosa (come Luxembourg), è un chiaro omaggio a Godard, a Truffaut e alla cultura della nouvelle vague (ma le citazioni investono un po’ tutto il cinema francese: si pensi al salvagente con il nome de "L’Atalante").

Ancora più celebri del film stesso, però, sono le clamorose vicende giudiziarie che ne seguirono l’uscita e che rappresentano una delle pagine più vergognose nella storia della censura italiana. Già per far arrivare il film nelle sale, Bertolucci era stato costretto a tagliare una sequenza (i famosi "otto secondi" del primo amplesso fra Brando e la Schneider nella casa vuota) pur di ottenere il nulla osta dalla commissione di censura. Denunciata per oscenità (per la precisione, per un "esasperato pansessualismo fine a sé stesso”), la pellicola venne poi sequestrata (ma Bertolucci, che se lo aspettava, aveva messo in salvo il negativo inviandolo all’estero). Dopo l’assoluzione in primo grado, Bertolucci, Brando e il produttore Alberto Grimaldi – che era subentrato alla Paramount quando questa aveva rifiutato di finanziare il film – furono condannati a due mesi di carcere con la condizionale. In Cassazione, il film venne poi condannato a essere distrutto, e Bertolucci addirittura privato dei diritti civili per cinque anni (lo scoprì per caso, quando nel 1976 non gli arrivò a casa il certificato elettorale). Soltanto nel 1982, dopo che un gruppo di cinefili lo proiettò clandestinamente in una rassegna a Roma (dicendo alle forze dell’ordine che la copia gli era stata fornita da Rainer Werner Fassbinder, morto di recente!), la questione venne riesaminata: e nel 1987, alla luce dei mutamenti ormai intervenuti nella società italiana, il film fu infine "riabilitato".

6 novembre 2011

Vuoti a rendere (Jan Sverák, 2007)

Vuoti a rendere (Vratné lahve)
di Jan Svěrák – Repubblica Ceca 2007
con Zdeněk Svěrák, Daniela Kolárová
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Dopo aver abbandonato l'insegnamento perché infastidito una volta di troppo dal comportamento dei suoi giovani studenti e dal loro disinteresse verso la poesia e la vita, l'anziano professore di letteratura Josef Tkaloun non riesce a rimanere a casa senza far nulla. Con gran disappunto della moglie Eliška, che lo vorrebbe finalmente tranquillo e “casalingo”, trova dapprima un impiego come corriere espresso (che dura ben poco, vista la difficoltà di girare in bici d'inverno per le strade di Praga) e poi si fa assumere come magazziniere nel supermercato del quartiere, dove si occupa del ritiro delle bottiglie di vetro usate (i “vuoti a rendere” che danno il titolo alla pellicola, chiara allusione alla vecchiaia). E fra fantasie erotiche mai sopite e il desiderio di sentirsi ancora attivo come un tempo, si dà anche da fare per organizzare incontri romantici ai suoi colleghi di lavoro e per trovare un altro compagno alla figlia, appena lasciata dal marito. Ma il nuovo impiego rischia di mettere a repentaglio proprio il suo rapporto con la moglie, alla vigilia del quarantesimo anniversario di matrimonio. Realizzata dalla stessa coppia di “Kolya” (il figlio Jan è regista, il padre Zdeněk è sceneggiatore e interprete), è una piacevole commedia che vede proprio nel simpatico protagonista il mattatore assoluto. Tkaloun è un personaggio imperfetto ma dall'irrefrenabile vitalità, che nonostante l'inadeguatezza al mondo moderno (non comprende l'uso dei telefoni cellulari o dei computer, e vede anche il suo incarico al supermercato minacciato dall'installazione di una macchina automatica) non intende rinchiudersi nel suo guscio e si lancia a capofitto in ogni nuova avventura, che si tratti di una relazione extraconiugale o di un viaggio in mongolfiera. In una scena si vede Eliška annotare sul giornale proprio un passaggio in tv di “Kolya”. Curiosamente il titolo della pellicola richiama quello di un altro film sulla vecchiaia di poco precedente, il belga "Vidange perdue" (che significa “vuoti a perdere”), che affrontava temi simili ma con un tono più cinico e meno piacione.

5 novembre 2011

Cronaca di Anna Magdalena Bach (Straub-Huillet, 1968)

Cronaca di Anna Magdalena Bach
(Chronik der Anna Magdalena Bach)
di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – Germania/Italia 1968
con Gustav Leonhardt, Christiane Lang
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Primo lungometraggio (dopo alcuni corti) della coppia di cineasti Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, che si firmavano sempre "Straub-Huillet" con il trattino. Più che un film di finzione (è assente qualsiasi tipo di drammatizzazione) è praticamente un documentario che racconta la vita di Johann Sebastian Bach attraverso le parole e i ricordi della seconda moglie, Anna Magdalena, quella cui il compositore dedicò il famoso "quaderno". Di fatto la pellicola consiste in una lunga serie di scene statiche, con macchina da presa fissa, in cui vediamo personaggi in parrucca eseguire vari brani di Bach all'interno di chiese o antichi edifici; ogni tanto vengono mostrati a tutto schermo lettere, documenti, stampe o spartiti d'epoca. Mi dispiace, ma per me questo non è cinema: tanto vale ascoltarsi direttamente un disco. Bach è interpretato da un celebre clavicembalista, Gustav Leonhardt, che esegue o conduce personalmente i vari brani musicali.

4 novembre 2011

A better tomorrow 2 (John Woo, 1987)

A better tomorrow II (Ying hung boon sik II)
di John Woo – Hong Kong 1987
con Chow Yun-fat, Ti Lung, Leslie Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Incarcerato alla fine del primo film, a Sung Tse Ho (Ti Lung) viene offerta una nuova possibilità di riscatto: collaborare con la polizia per incastrare il suo vecchio boss Lung (Dean Shek), accusato di fabbricare denaro falso. Nel frattempo anche il fratello di Ho, il poliziotto Kit (Leslie Cheung), ha avvicinato Lung sotto falsa identità e ne ha conquistato la fiducia, spacciandosi per uno spasimante della figlia Peggy. Ma ben presto sia Ho che Kit si rendono conto che Lung è innocente e sta cercando a sua volta di cambiare vita: il vero "cattivo" è il suo subdolo socio Ko (Shan Kwan), che incastra l'amico con un'accusa di omicidio e lo costringe a fuggire all'estero. Rifugiatosi a New York ma reso folle e catatonico dalla morte della figlia, Lung viene riportato alla ragione da Ken (Chow Yun-fat), fratello gemello del Mark del lungometraggio precedente. Dopo che gli uomini di Ko hanno fatto fuori anche Kit (che muore proprio mentre sua moglie Jackie partorisce una bambina), Ho, Ken e Lung si vendicano irrompendo nella lussuosa villa del nemico armati fino ai denti e scatenando un'incredibile carneficina. Sull'onda dell'enorme successo del primo "A better tomorrow", il produttore Tsui Hark e il regista John Woo mettono immediatamente in cantiere un seguito che si basa come il precedente sui temi dell'amicizia e della redenzione. Fra i due artefici, però, non mancarono divergenze e incomprensioni: il primo insisteva per incentrare la pellicola sul nuovo personaggio interpretato da Dean Shek (un leggendario caratterista del cinema hongkonghese: da ricordare, per esempio, i suoi ruoli comici in alcuni film di Jackie Chan degli tardi anni settanta), mentre Woo puntava a riprodurre temi e atmosfere del primo capitolo. Di conseguenza, a lunghi tratti il film sembra alternarsi fra due diverse anime, quella del melodramma e quella dell'action movie. Pare che Woo, scontento del risultato, abbia disconosciuto gran parte della pellicola, con l'eccezione del sanguinoso e violento conflitto a fuoco che la conclude. In ogni caso, anche se il film è poco equilibrato e non sempre riesce a garantire la stessa intensità emotiva del prototipo, non mancano i momenti memorabili: dalla famigerata sequenza del ristorante, in cui CYF costringe un gangster rivale a mangiare la ciotola di riso che aveva "offeso", alle scene d'azione iperviolente e irrealistiche che rappresentano una pietra miliare nel percorso cinematografico del regista. Certo, l'introduzione di un fratello gemello di Mark (che a un certo punto, per completare la trasformazione in una sua copia sputata, ne indossa pure gli occhiali e lo spolverino con i fori di pallottole, nei quali aggancia le linguette delle bombe a mano!) può far sorridere per la sua ingenuità, ma era davvero impensabile realizzare un sequel di "A better tomorrow" senza riportare in qualche modo sullo schermo l'attore che più di tutti ne aveva decretato il successo. Il terzo capitolo, che sarà diretto da Tsui Hark, per risolvere lo stesso problema sceglierà la via del prequel.

31 ottobre 2011

Le avventure di Tintin (S. Spielberg, 2011)

Le avventure di Tintin: Il segreto dell'unicorno
(The adventures of Tintin)
di Steven Spielberg – USA/NZ 2011
con Jamie Bell, Andy Serkis
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Attraverso l'ormai collaudata tecnica del performance capture, con cui la recitazione degli attori viene utilizzata per dar vita a personaggi in animazione digitale (già sperimentata da Robert Zemeckis nei suoi ultimi lavori ma in questo caso ben più giustificata, visto che consente di mantenere lo stile caricaturale e stilizzato del fumetto originale senza sacrificare il realismo dell'azione e delle ambientazioni), la coppia Steven Spielberg-Peter Jackson (co-produttori, con il secondo che si è già candidato a dirigere il sequel) porta sul grande schermo uno dei più fortunati e popolari personaggi d'avventura del secolo scorso, il "Tintin" di Hergé, maestro della bande dessinée franco-belga, le cui pagine vengono integrate con due elementi che giocoforza gli mancavano, ovvero tridimensionalità e movimento. Trattandosi a tutti gli effetti di un film d'animazione, è difficile dunque riconoscere (e il discorso vale ancora di più per la versione doppiata in italiano) gli interpreti che si celano dietro le fattezze dei vari personaggi: Jamie Bell per l'intrepido reporter Tintin, Andy Serkis per l'alcolizzato capitano Haddock, Simon Pegg e Nick Frost per la coppia di detective pasticcioni Dupond e Dupont (grazie al cielo sono stati mantenuti i nomi francesi, al posto di quelli americani Thompson e Thomson), Daniel Craig per il malvagio Ivan Sakkarine, e così via. Il cane Milù, invece, è ovviamente del tutto digitale. Dopo una bella sigla di apertura, la pellicola si apre con un diretto omaggio a Hergé (è proprio lui, infatti, il pittore che fa un ritratto – in perfetta ligne claire! – a Tintin al mercato). Partendo dal mistero che circonda un modellino di veliero del diciassettesimo secolo, ci troviamo poi catapultati in piena avventura vecchio stile, fra viaggi per mare, per aria e per terra (fino al deserto del Marocco) alla ricerca degli indizi che rivelano l'ubicazione di un tesoro depredato quattro secoli prima dal pirata Rackham il rosso.

Dovendo selezionare un soggetto fra i 23 albi a fumetti che compongono la saga di Hergé, gli sceneggiatori hanno scelto una delle storie più belle, quella che a quanto pare era la preferita dello stesso disegnatore belga: "Il segreto del liocorno", prima parte di una storyline che prosegue (e proseguirà nel secondo film) nell'albo "Il tesoro di Rackham il rosso". L'hanno però fusa con un'avventura precedente, "Il granchio d'oro", in cui si celebra il primo incontro fra il giovane protagonista e quella straordinaria spalla che è il capitano Haddock. Il lavoro di adattamento dal fumetto al film mi è parso esemplare, e poco importa se alcuni dettagli delle storie originali sono stati modificati (su tutti il ruolo di Sakkarine, che si rivela essere addirittura un discendente del pirata Rackham): la pellicola funziona su più piani, da quello cinematografico (come molti hanno detto, la collaborazione con Jackson sembra aver ringiovanito Spielberg, riportandolo ai livelli dei primi Indiana Jones) a quello del divertimento e dell'azione (di questa, a dire il vero, ce n'è fin troppa: dopo la magnifica scena della fuga dal palazzo dello sceicco, realizzata con un lungo e spettacolare piano sequenza, si è talmente stremati che ci sarebbe voluto più tempo per riprendere fiato; e invece quasi subito comincia lo scontro finale al molo, con un combattimento a basi di gru che mi ha ricordato quello fra le scavatrici di una famosa storia di Carl Barks). Viene persino colta l'occasione per introdurre personaggi del corpus delle avventure di Hergé che non erano presenti nelle storie selezionate, come la cantante lirica Bianca Castafiore (che però non si esibisce nel pezzo che più l'ha resa celebre, l'aria dei gioielli dal "Faust" di Gounod, bensì intona "Je veux vivre" dal "Roméo et Juliette", un'altra opera del compositore francese, peraltro preceduta – chissà perché – dall'introduzione della cavatina di Rosina nel "Barbiere di Siviglia"), mentre altri (e penso al mitico scienziato Trifone Girasole) dovranno attendere la prossima pellicola, che visto il titolo annunciato – "Prisoners of the sun" – fonderà verosimilmente il già citato "Il tesoro di Rackham il rosso" con la saga de "Le sette sfere di cristallo".

30 ottobre 2011

FAQ about time travel (G. Carrivick, 2009)

Frequently Asked Questions about Time Travel
di Gareth Carrivick – GB 2009
con Chris O'Dowd, Marc Wootton, Dean Lennox Kelly
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tre amici, appassionati di fantascienza, si ritrovano in un pub per discutere di cinema e di viaggi nel tempo. L’incontro con una strana ragazza (Anna Faris) che afferma di provenire dal futuro e la scoperta che nei bagni del locale si cela un varco temporale li coinvolgeranno in una assurda vicenda a base di viaggi nel futuro (e nel passato) e di paradossi (compreso l’incontro con altre versioni di loro stessi). Realizzato nella stessa vena comico-dissacratoria de "L'alba dei morti dementi", anche se con un budget decisamente più ridotto (prodotto dalla BBC, si tratta quasi di un tv movie) è al contempo una parodia e un sincero omaggio a un classico genere della science fiction. La scelta di ambientare un film sui viaggi nel tempo praticamente in un’unica location (il pub) mi ha ricordato il bel romanzo di Fritz Leiber “Il grande tempo”. Riferimenti nerdistici come se piovesse: ci sono citazioni più o meno esplicite, fra gli altri, per “Dr. Who”, “Star Trek”, “Star Wars”, “Stargate”, “Ritorno al futuro”, “Terminator”, “Le cronache di Narnia”; ma anche (più oscure e difficili da cogliere) per “Bill & Ted’s Excellent Adventure”, “Aliens”, “Flash Gordon”, “Il quinto elemento”. Fra i brani che si ascoltano all’interno del pub, spicca (cantata anche dai protagonisti) “Total Eclipse of the Heart” di Bonnie Tyler.

29 ottobre 2011

Operazione Spy Sitter (B. Levant, 2010)

Operazione Spy Sitter (The Spy Next Door)
di Brian Levant – USA 2010
con Jackie Chan, Amber Valletta
*

Visto in divx, con Albertino.

I tre figli della divorziata Gilliam vedono nel cinese Bob Ho, il nuovo fidanzato della madre, solo un vicino noioso e insignificante. Ma ignorano che si tratta invece di un agente segreto che sta collaborando con la CIA per dare la caccia a una pericolosa spia russa. Quando la donna è costretta a lasciare i bambini a Bob, affinché faccia loro da babysitter durante il weekend, questi verranno coinvolti nella sua missione e lo aiuteranno ad avere la meglio sui nemici. Film disneyano che mescola insieme "True lies", "Spy Kids", "Missione tata" e "Mamma ho perso l'aereo", è una delle peggiori pellicole – se non la peggiore in assoluto – della carriera di Jackie Chan. Vorrebbe fare la parodia dei film di spionaggio, ma fallisce su ogni fronte: per la pessima recitazione (insopportabili e impresentabili, su tutti, i bambini attori), per lo squallore delle battute, per gli imbarazzanti luoghi comuni o per gli sviluppi scontatissimi della trama; senza contare, poi, un Jackie ormai invecchiato e fuori forma, visibilmente incapace di ripetere le scene d'azione, gli stunt e le coreografie che lo hanno reso famoso nei decenni precedenti. Terminate le stagioni degli arabi e dei francesi, nel ruolo dei "cattivi" tornano i russi: e nella loro demenzialità, proprio gli antagonisti Magnús Scheving e Katherine Boecher sembrano gli unici a essersi divertiti sul set. Quanto al mediocre doppiaggio italiano, da anni non sentivo così tante volte la parola "ganzo" in un film.

27 ottobre 2011

Tomboy (Céline Sciamma, 2011)

Tomboy (id.)
di Céline Sciamma – Francia 2011
con Zoé Héran, Malonn Lévana
***

Visto al cinema Eliseo, con Costanza.

Il termine tomboy può essere tradotto con "maschiaccio", ed è proprio quello che è la giovane Laure: dieci anni, taglio di capelli corti, canottiera e scarpe da tennis, alle bambole preferisce il calcio e la lotta con gli altri maschietti, e ai nuovi amici – si è appena trasferita con la famiglia in un altro quartiere – dice appunto di chiamarsi Michaël. In questa sorta di "gioco di ruolo", giunge addirittura al punto di infilarsi nel costume da bagno un finto pene, fatto di plastilina, per ingannare meglio gli altri bambini. Tutt'altro che scabrosa, questa pellicola delicata e minimalista affronta il tema dell'ambiguità sessuale da un punto di vista decisamente infantile (gli adulti, a parte l'intervento della madre della protagonista nel finale, sono quasi assenti – come nei "Peanuts" – o non si rendono conto della situazione: eppure i genitori di Laure vedono bene come si veste e come si comporta! Ma in fondo sono loro stessi ad avallarla, come il padre che – forse spinto dal desiderio di trovare nella figlia quel figlio maschio che non ha – beve con lei la birra e vorrebbe insegnarle a giocare a poker). In questo tipo di film si corre sempre il rischio di ritrarre bambini che sembrano più maturi della loro età: ma la trappola è schivata per merito dell'approccio leggero e dalla nonchalance con cui gli argomenti sono trattati. Oltre all'androgina Zoé Héran, convincono un po' tutti i piccoli attori: a cominciare dalla simpatica sorellina minore, la furbissima Jeanne (Malonn Lévana; sei anni), che a sua volta si diverte a partecipare al "gioco", ma anche l'intensa Lisa (Jeanne Disson), unica compagna di giochi di sesso femminile di Laure/Michaël, di cui si innamora e alla quale nel bel finale spetta il compito di far ripartire la relazione su basi più solide e sincere ("Allora, qual è il tuo vero nome?"). La regista è al suo secondo lungometraggio: anche il primo ("Naissance des pieuvres" del 2007, mai uscito in Italia) affrontava temi simili, anche se in quel caso la maggiore età delle protagoniste favoriva una più approfondita analisi psicologica.

24 ottobre 2011

This must be the place (P. Sorrentino, 2011)

This must be the place
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Irlanda 2011
con Sean Penn, Frances McDormand
**

Visto al cinema Colosseo.

Dopo i successi de "Le conseguenze dell'amore" (che a mio parere resta il suo lavoro migliore) e "Il divo", Sorrentino goes international e va a girare un film in inglese negli Stati Uniti (ma non di produzione americana), come molti registi europei prima di lui hanno sentito l'esigenza di fare (i paragoni che sorgono subito in mente, anche per via dei temi e dei toni da road movie, sono quelli con il Wenders di "Paris, Texas" e l'Antonioni di "Zabriskie Point"). Protagonista assoluto è un sorprendente Sean Penn nei grotteschi e ingombranti panni di Cheyenne, rock star invecchiata, annoiata e depressa, che fatica a uscire dal "personaggio" che gli aveva dato la notorietà negli anni ottanta, prima di ritirarsi dalle scene per chiudersi in un esilio dorato in Irlanda. Punk, dark (il look è ispirato a quello di Robert Smith dei Cure), infantile ("solo i bambini non sentono mai il bisogno di fumare"), effemminato (evidente il contrasto con la moglie, interpretata da Frances McDormand, che invece è fin troppo "maschile", al punto da lavorare come vigile del fuoco e da battere regolarmente il marito a pelota) e in perenne crisi artistica (come confessa a un David Byrne che, oltre a realizzare la colonna sonora del film, interpreta sé stesso in una delle scene registicamente più interessanti, quella del suo concerto a New York), eppure intellettualmente lucido e capace di improvvisi scatti di di umorismo cinico e sarcastico, Cheyenne si mette in viaggio per gli States in occasione del funerale di un padre con cui non parlava da molti anni; e per espiare il senso di colpa per la distanza che lo ha tenuto lontano da lui, si getta sulle tracce di un criminale nazista che ora vive in America e che il genitore, da questi umiliato mentre era prigioniero ad Auschwitz, aveva cercato invano di scovare. Se i temi del viaggio come metafora della ricerca di sé stesso, del rapporto con il padre da ricucire dopo la morte, e del superamento dei traumi del passato (solo nel finale Cheyenne saprà uscire dalla "maschera" che ha indossato per trent'anni, riacquistando la propria identità da adulto, chiudendo i conti con una tragedia che lo opprimeva – il suicidio di due suoi giovani fan – e permettendo a quelle che scopriamo nell'ultimissima scena essere sua madre e sua sorella di "ritrovare" il proprio caro perduto) non sono in fondo così originali, la cura nella caratterizzazione del personaggio dà i suoi frutti e proprio il finale aggiunge significato all'intera operazione. Nulla da dire invece sullo stile: sono convinto – come ho già scritto altrove – che Sorrentino sia attualmente il più dotato, dal punto di vista della tecnica, fra i registi italiani. La struttura in acciaio e vetro che si vede dietro le case nelle scene ambientate in Irlanda è il nuovo Aviva Stadium di Dublino. Il titolo del film, invece, è quello della canzone dei Talking Heads che lo stesso Cheyenne suona alla chitarra in casa di Rachel (Kerry Condon), la figlia americana dell'uomo che sta cercando. Cameo per Harry Dean Stanton (già protagonista del citato "Paris, Texas") nel ruolo dell'inventore del trolley, mentre Judd Hirsch è Mordecai Midler, il cacciatore professionista di nazisti.

22 ottobre 2011

Donne sull'orlo di una crisi di nervi (P. Almodóvar, 1988)

Donne sull'orlo di una crisi di nervi
(Mujeres al borde de un ataque de nervios)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1988
con Carmen Maura, Julieta Serrano
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ilaria, Paola ed Eleonora.

L'attrice e doppiatrice cinematografica Pepa (una strepitosa Carmen Maura) è stata lasciata dal suo amante Ivan (Fernando Guillén), che sta per partire per l'estero con un'altra donna. Ma non si tratta della sua ex moglie Lucia (Julieta Serrano), uscita da poco dall'ospedale psichiatrico e che a sua volta sospetta di Pepa, bensì dell'avvocatessa femminista Paulina (Kiti Manver). In crisi e in depressione, anche perché ha scoperto da poco di essere incinta, Pepa cerca inutilmente di contattare Ivan, con il quale riesce a comunicare soltanto attraverso messaggi registrati (e proprio la voce dell'uomo, a sua volta doppiatore – all'inizio del film vediamo lui e Pepa incidere, su tracce separate, una scena di "Johnny Guitar" con Sterling Hayden e Joan Crawford – è il segreto che gli permette di conquistare così tante donne). La situazione si complica a dismisura quando nell'appartamento di Pepa si ritrovano anche la sua amica Candela (Maria Barranco), in fuga dalla polizia dopo aver ospitato in casa un terrorista sciita di cui si era innamorata; e il figlio di Ivan e Lucia, Carlos (Antonio Banderas), in cerca di un attico da affittare insieme alla sua fidanzata Marisa (Rossy De Palma). Commedia screwball, femminista (il pavido e fedifrago Ivan non ci fa certo una bella figura), cinica e soprattutto divertentissima, caratterizzata da personaggi frizzanti e imprevedibili, da continui colpi di scena e da una scenografia colorata e vivace che diventerà un marchio di fabbrica del regista, è probabilmente la più popolare e la più fortunata fra le prime pellicole di Almodóvar (è stata persino adattata più volte in forma di musical e di spettacolo teatrale), nonché quella che lo ha portato definitivamente alla ribalta internazionale, forse anche perché più leggera e meno "estrema" di lavori precedenti come "Pepi, Luci e Bom", "Labirinto di passioni" e "Matador". Molte le citazioni che guardano, parodizzandolo, al cinema classico (il gazpacho con il sonnifero ricorda il latte de "Il sospetto" di Hitchcock, mentre l'inseguimento finale fra il "mambo taxi" e il motorino sembra prendere in giro le scene d'azione viste in tanti film hollywoodiani). Brillante la colonna sonora di Bernardo Bonezzi, con la canzone "Soy infeliz" di Lola Beltrán.

21 ottobre 2011

Fata morgana (Werner Herzog, 1971)

Fata morgana (id.)
di Werner Herzog – Germania 1971
con attori non professionisti
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Riorganizzando e montando il materiale filmato in una serie di viaggi in Africa fra il 1968 e il 1969 (nel Sahara algerino, in Nigeria, Alto Volta, Mali, Costa d'Avorio, Kenya, Tanzania e a Lanzarote nelle Canarie, dove il regista aveva girato "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), Werner Herzog realizza un affascinante e insolito documentario che alle immagini abbina una voce fuori campo (nella versione originale è quella di Lotte Eisner) che racconta "un'altra storia", lasciando allo spettatore il compito di riannodare le fila e di interpretare quello che sta vedendo. È comunque consigliata una seconda visione accompagnata dall'interessante commento di Herzog presente sul DVD, che per ogni sequenza spiega di cosa si tratta veramente, dove è stata girata e quali sono gli aneddoti al riguardo. La pellicola è divisa nettamente in tre parti: nella prima, "La creazione", sulle sequenze del deserto sono recitati brani dal "Popol Vuh", il racconto della creazione del mondo secondo i Maya (curiosamente, "Popol Vuh" è anche il nome di un gruppo musicale che scriverà le colonne sonore di diversi film di Herzog); nella seconda e nella terza, rispettivamente "Il paradiso" e "L'età dell'oro", i testi – in gran parte improvvisati – sono invece dello stesso Herzog e del suo amico poeta Manfred Eigendorf. L'idea iniziale era quella di presentare le immagini in chiave fantascientifica, come se si trattasse della descrizione di un altro pianeta, oppure del nostro ma da parte di una civiltà aliena: venne scartata, ma Herzog la riutilizzò poi in "Apocalisse nel deserto" e "L'ignoto spazio profondo", che con questo film formano un'ideale trilogia. Gran parte delle immagini sono state riprese dall'operatore Jörg Schmidt-Reitwein a bordo di un furgoncino Volkswagen guidato dallo stesso Herzog: per questo si tratta di lunghe carrellate laterali che "amplificano" a dismisura la dimensione orizzontale del paesaggio. Il resto lo fa la musica: nel primo atto, in gran parte classica (a partire dal Kyrie della "Messa dell'incoronazione" di Mozart); nel secondo, spiccano alcune canzoni di Leonard Cohen ("Suzanne", "So long Marianne", "Hey, that's no way to say good-bye"); nel terzo, c'è la surreale esibizione al piano della tenutaria di un bordello a Lanzarote, accompagnata da un protettore che suona la batteria e canta in spagnolo). Fra le sequenze che rimangono maggiormente impresse, quella iniziale in cui si mostra più volte un aereo in fase di atterraggio (e ogni volta, sembra di assistere sempre di più a un miraggio); le carcasse e le pelli dei bovini presso un pozzo reso secco dalla siccità; un bambino che mostra la sua volpe albina domestica e, parimenti, un ricercatore che tiene in mano un varano di Komodo. Gran parte delle persone che compaiono nella pellicola sono abitanti del luogo o turisti incontrati per caso. Molti gli incidenti capitati durante la lavorazione: ci fu anche il rischio di finire in galera perché il nome del cameraman era identico a quello di un mercenario tedesco ricercato dalla polizia e condannato a morte. Il titolo, naturalmente, si riferisce al celebre miraggio che dà l'impressione di osservare l'acqua nel deserto.

18 ottobre 2011

Bright future (Kiyoshi Kurosawa, 2003)

Bright future (Akarui mirai)
di Kiyoshi Kurosawa – Giappone 2003
con Joe Odagiri, Tadanobu Asano
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane Juji Nimura sogna spesso un futuro “luminoso”, ma la sua realtà presente è ben diversa: una vita piatta e noiosa, priva di stimoli e di passioni (a parte ascoltare musica e frequentare le sale giochi), e un lavoro in fabbrica che porta avanti senza alcun entusiasmo, alle dipendenze di un capo invadente e fastidioso, reso più piacevole soltanto dall’amicizia con il collega Mamoru, l’unico con cui senta una certa affinità. Ma quando quest’ultimo, inspiegabilmente, massacra il capo e la sua famiglia e viene condannato all’ergastolo, Juji si ritrova da solo, intrappolato in un'esistenza vuota e senza via d'uscita. L’unico legame che gli rimane con l’amico è la medusa tropicale che Mamoru teneva nel proprio acquario e che, prima di compiere il suo folle gesto, ha affidato proprio a Juji. Tuttavia il ragazzo, in preda a uno scatto d’ira, rovescia la vasca facendo finire l’animale nelle acque che scorrono sotto la città. Dopo il suicidio di Mamoru in cella, Juji sembra destinato allo sbando, e a nulla servono i tentativi della sorella di trovargli un lavoro in ufficio: il ragazzo, anzi, devasta nottetempo il palazzo in compagnia di un gruppo di teppisti incontrati per caso in strada. Ma alla fine troverà un punto di riferimento nel padre di Mamoru, che lo accoglie con sé e lo assume come assistente nel proprio negozio di riparazione di vecchi elettrodomestici, meditando persino di adottarlo per sostuituire il figlio perduto (che comunque continua a frequentare il negozio sotto forma di fantasma invisibile). Nel frattempo, le meduse velenose proliferano nei fiumi e nei canali di Tokyo, fino a quando decidono di abbandonare la città e gli esseri umani al loro destino, dirigendosi verso il mare. Girata con una fotografia fredda, quasi monocromatica e spesso sgranata nelle scene notturne, quella di Kiyoshi Kurosawa è una pellicola ostica e spigolosa (anche se questa seconda visione mi ha dato qualcosa in più rispetto alla prima), che da un lato affronta temi interessanti come quelli del disagio giovanile (emblematica la scena finale, fra le migliori del film, che mostra la banda di teppisti annoiati e biancovestiti mentre percorre un viale, circondata da un alone bianco e luminoso che finisce col sommergerli tutti, mentre scorrono i titoli di coda e si intravede persino la troupe del regista al lavoro) e dall’altro sguazza in metafore sfuggenti e non sempre limpidissime (su tutte la presenza continua della medusa, animale marino adattatosi gradualmente al nuovo ambiente, che si aggira luminosa e minacciosa per le vie d’acqua della città e la cui iridescenza sembra l'unico faro che illumina la notte di personaggi sperduti come Juji e il padre di Mamoru).

17 ottobre 2011

I tre moschettieri (Paul W.S. Anderson, 2011)

I tre moschettieri (The Three Musketeers)
di Paul W. S. Anderson – USA 2011
con Logan Lerman, Milla Jovovich
**

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Elena.

Nuovo adattamento cinematografico di uno dei più classici romanzi d’avventura di tutti i tempi, girato dal regista di “Resident Evil” (nonché fortunato marito di Milla Jovovich) nello stesso stile del recente “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie, ovvero aggiornando il soggetto al moderno gusto hollywoodiano e agli stilemi del popcorn movie e condendo la vicenda con una profusione di scene d’azione e un ritmo ipercinetico. In più c’è il 3D, che proprio in questi film di puro intrattenimento trova forse la sua unica ragione d’essere (e riesce effettivamente, almeno in parte, ad arricchire di nuove profondità gli ambienti e le scenografie). Naturalmente i puristi storceranno il naso, perché se è vero che la trama di base è stata rispettata (l’incontro di D’Artagnan con i tre moschettieri, gli scontri con Jussac e Rochefort, la missione a Londra per recuperare i gioielli della regina, ecc.), non poche e non lievi sono le modifiche e i rimaneggiamenti al testo di Dumas. Su tutte, il notevole ampliamento del ruolo di Milady (interpretata da una Milla più splendida che mai): nell’incipit, ambientato a Venezia, la vediamo addirittura agire come un “quarto moschettiere”, in missione al fianco di Athos, Porthos e Aramis (caratterizzati come una via di mezzo fra ninja e agenti segreti), che naturalmente tradirà alla prima occasione per mettersi dapprima al servizio del duca di Buckingham e poi del cardinale Richelieu; ma le modifiche apportate al suo personaggio si ripercuotono su tutto il film, dando origine a scene di spionaggio in stile “Mission Impossibile” e sfociando in un finale alquanto differente da quello del romanzo originale, con un duello in cielo fra aeronavi tanto spettacolare quanto improbabile, seguito da un cliffhanger che ricorda proprio quelli che caratterizzano la serie di “Resident Evil”. Eppure, non me la sento di gridare al tradimento o alla lesa maestà: in fondo lo scopo principale del feuilleton di Dumas era quello di divertire i lettori e stuzzicare il loro desiderio di azione e avventura, e da questo punto di vista il film di Anderson non si comporta molto peggio dei suoi numerosi predecessori cinematografici. In più c’è Milla, che da sola è – come sempre – un motivo sufficiente per vedere la pellicola. Se gli attori che interpretano i quattro moschettieri sono semisconosciuti (il giovane Logan Lerman, nei panni di D’Artagnan, in qualche modo se la cava, mentre ben poca impressione destano gli altri tre), più interessante è il cast di contorno: oltre a Milla ci sono anche Christoph Waltz (Richelieu), Orlando Bloom (Buckingham), Freddie Fox (Luigi XIII) e Juno Temple (la regina Anna).

14 ottobre 2011

L'amore che resta (Gus Van Sant, 2011)

L'amore che resta (Restless)
di Gus Van Sant – USA 2011
con Henry Hopper, Mia Wasikowska
**

Visto al cinema Eliseo.

Il giovane e irrequieto Enoch, orfano di entrambi i genitori a causa di un incidente stradale, è ossessionato dalla morte, ha tendenze suicide, si imbuca ai funerali degli sconosciuti (come il protagonista di “Harold e Maude”) e ha come unico amico il fantasma di un pilota kamikaze giapponese (che lo batte sempre a battaglia navale). La coetanea Annabel, dolce ed estroversa, ha un forte interesse per la vita e la natura, una passione per gli insetti e gli uccelli acquatici e una sconfinata ammirazione per Darwin, ma è malata terminale di tumore al cervello e le restano solo tre mesi di vita. L’incontro fra i due, con conseguente storia d’amore, farà del bene a entrambi: Enoch renderà felici gli ultimi mesi della ragazza e imparerà a convivere anche con il proprio dolore. Dopo “Elephant” e “Paranoid Park”, Gus Van Sant continua a sfornare teen movie dall’approccio insolito, stavolta portando sullo schermo un testo dello sceneggiatore esordiente Jason Lew, tratto da un dramma teatrale da lui stesso scritto durante l’università e segnalato al regista dalla sua compagna di corso Bryce Dallas Howard (anche produttrice, insieme con il padre Ron Howard). Ma le presenze di “figli d’arte” non si fermano qui: Enoch è interpretato da Henry Hopper, figlio di Dennis Hopper (alla cui memoria è dedicata la pellicola), al suo primo ruolo da protagonista, mentre la sorella di Annabel è Shuyler Fisk, la figlia di Sissy Spacek. La pellicola, nonostante i temi trattati, è leggera e delicata, anche se un po’ scontata e semplicistica: alla resa dei conti, ci si commuove relativamente. Visto come tutto il film giri intorno al tema della morte, è inevitabile che alcune sequenze vengano ambientate durante Halloween (e che la colonna sonora sia firmata da Danny Elfman, il compositore di fiducia di Tim Burton nonché autore delle musiche di “Nightmare before Christmas”).

12 ottobre 2011

West Side Story (Robert Wise, 1961)

West Side Story (id.)
di Robert Wise, Jerome Robbins – USA 1961
con Natalie Wood, Richard Beymer
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra, in originale con sottotitoli.

Tratto dal celebre musical di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, è una versione moderna del “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, ambientata nell’Upper West Side di New York. Qui è in corso una vera e propria guerra fra due bande di ragazzi di strada: i Jets, composti da americani bianchi (anche se poi, a ben vedere, sono tutti di origine più o meno varia: chi svedese, chi polacca, eccetera), e gli Sharks, immigrati portoricani. I primi sono guidati da Riff, fondatore del gruppo insieme all’amico Tony, che ora ha messo la testa a posto e si è anche trovato un lavoro; i secondi da Bernardo, che ha appena fatto arrivare da Porto Rico la sorella minore Maria. Naturalmente fra Tony e Maria sarà amore a prima vista, ma il loro idillio sarà contrastato dall’odio che scorre fra le due fazioni e che finirà con l’insanguinare il quartiere. Il film vede l’eclettico regista Robert Wise (scelto dai produttori per via della sua “familiarità con i drammi urbani newyorkesi”) collaborare con il coreografo della versione teatrale, Jerome Robbins. Quest’ultimo, a dire il vero, abbandonò il set a metà lavorazione, ma Wise volle che venisse comunque accreditato al suo fianco come co-regista. La pellicola ebbe un successo enorme, tanto da vincere ben 10 statuette (su 11 nomination) agli Oscar, comprese quelle per il miglior film, la regia, la fotografia, la colonna sonora e gli attori non protagonisti (George Chakiris e Rita Moreno, che interpretano Bernardo e la sua ragazza Anita). Diverse le curiosità legate al cast: la parte di Tony venne proposta a Elvis Presley, il quale rifiutò su suggerimento del suo manager, mentre per il ruolo di Maria si pensò ad Audrey Hepburn, che rinunciò perché incinta. Molti degli attori che si vedono sullo schermo avevano recitato anche nella versione teatrale, ma in ruoli differenti (George Chakiris, per esempio, era stato Riff nell’allestimento londinese). Quasi tutti gli attori cantano anche i propri brani, ma questo non vale per i due protagonisti, che durante i numeri musicali sono doppiati: la voce di Natalie Wood è di Marni Nixon, quella di Richard Beymer è di Jimmy Bryant. Quattro anni dopo Wise ripeterà l’esperienza musicale con un altro titolo leggendario, “Tutti insieme appassionatamente”.

Ai tempi considerato assai innovativo e acclamato, oltre che per i temi sociali, soprattutto per le scenografie, i colori, le coreografie dei balletti e la messa in scena molto stilizzata, oggi il film può forse apparire un po’ datato (soprattutto perché, purtroppo, da allora il fenomeno della violenza nelle strade e in generale la cultura della trasgressione giovanile hanno fatto passi da gigante, evolvendosi in più direzioni): ma la bellezza delle canzoni e l’universalità degli argomenti trattati lo rendono ancora una visione di forte impatto. Quasi ogni scena e ogni numero musicale meriterebbe di essere ricordato: dai titoli di testa disegnati (come la locandina) da Saul Bass, dove i tratteggi vanno a formare la coastline dell’isola di Manhattan, alla sequenza iniziale con gli inseguimenti e i dispetti reciproci fra i Jets e gli Sharks al campo da basket e per le strade del quartiere; dall’introduzione di Tony, che canta “Something’s coming”, al ballo in palestra in cui il ragazzo incontra per la prima volta Maria (che sfocia in uno dei brani più noti dell’opera, “Maria”, appunto); dalla vivace “America” con cui Anita e gli Sharks mettono a confronto la vita a Porto Rico e quella negli Stati Uniti, non risparmiando strali e frecciate a sfondo sociale (da notare che il testo venne notevolmente cambiato rispetto alla versione teatrale originale), al duetto d’amore “Tonight” fra Tony e Maria, più tardi ripreso in versione ensemble e cantato da tutto il cast al culmine della tensione del secondo atto; dalla divertente “Gee, Officer Krupke”, in cui i ragazzi prendono in giro le autorità che vorrebbero “correggere” il loro comportamento senza minimamente comprendere le reali ragioni del loro disagio, alla graziosa “I feel pretty”, che illustra magnificamente la felicità di Maria; dal toccante duetto “One Hand, One Heart”, che accompagna il matrimonio immaginario fra Tony e Maria, alla sublime melodia di “Somewhere”, un inno alla speranza e contro la cattiveria del mondo; dal ritmico brano “Cool”, con cui i Jets meditano vendetta contro i rivali, al ruvido “A Boy Like That”, con cui Anita cerca inutilmente di convincere l’amica Maria a rinunciare all’amore impossibile per Tony. Un remake, inferiore sotto ogni aspetto, firmato da Spielberg nel 2021.

10 ottobre 2011

La leggenda della fortezza di Suram (S. Paradžanov, 1984)

La leggenda della fortezza di Suram (Ambavi Suramis tsikhitsa)
di Sergej Paradžanov – URSS 1984
con Zura Kipshidze, Sofiko Chiaureli
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

A sedici anni dal suo film precedente, e dopo aver sofferto lunghi periodi di ostracismo (e persino di prigionia) da parte delle autorità sovietiche, Paradzanov torna al cinema con una pellicola ispirata a un'antica leggenda georgiana (resa celebre nell'ottocento dallo scrittore Daniel Chonkadze) e girata nello stesso stile dei suoi lavori immediatamente precedenti, "Le ombre degli avi dimenticati" e "Il colore del melograno". La fortezza del titolo è una delle molte fortificazioni che il re di Georgia fa erigere per proteggere il paese dalle invasioni nemiche. Ma le sue mura continuano a crollare, e ogni tentativo di ricostruirle si rivela vano, fino a quando – su suggerimento di una veggente – nelle sue fondamenta non sarà murato vivo un giovane ragazzo. Il prescelto, che sceglierà liberamente di sacrificare sé stesso, è Zurab, il cui padre Durmishkhan era stato un tempo un servitore proprio del re georgiano. Dopo aver ottenuto la libertà Durmishkhan era partito per fare fortuna, abbandonando dietro di sé l'amata Vardo, e si era messo al servizio di un ricco mercante (che a sua volta, in gioventù, era fuggito dalla propria patria dopo aver ucciso il suo precedente padrone). Col tempo, Durmishkhan dimentica il proprio popolo e sposa un'altra donna, che dà alla luce suo figlio Zurab. Nel frattempo Vardo, disperata per essere stata abbandonata, diventerà una veggente: e sarà proprio lei a suggerire come rendere stabili le mura della fortezza, ovvero murando al suo interno quello che "avrebbe potuto essere suo figlio". La commistione fra eventi storici (la vicenda si svolge sullo sfondo delle guerre fra cristiani e islamici) e fiabeschi (la narrazione è continuamente interrotta da sogni, presagi, racconti e flashback), oltre alla messa in scena che estremizza il ruolo di scenografie, ambienti e oggetti (molte sequenze sono veri e propri tableaux vivants, dove personaggi in costume – santi, mercanti, contadini, veggenti, guerrieri – posano fra animali, tappeti, vasi, mappe, carovane, o sono protagonisti di feste popolari, preghiere, riti e cerimone), anche se ne ostacolano la linearità narrativa, lo rendono un film visivamente affascinante e assai ricco dal punto di vista estetico.

9 ottobre 2011

Fantasy mission force (Chu Yen-ping, 1982)

Fantasy mission force (Mi ni te gong dui)
di Chu Yen-ping – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Brigitte Lin
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Durante la seconda guerra mondiale (più o meno: l’ambientazione è assai confusa), i giapponesi catturano i generali in capo delle forze alleate, fra i quali c’è anche Abramo Lincoln (!), e li nascondono in Lussemburgo (!!). Per liberarli, il capitano Don Wen (Jimmy Wang Yu) – prescelto dopo che sono stati scartati, fra gli altri, l’agente 007, “Iena” Plissken e Rocky Balboa (!!!) – viene incaricato di allestire un’eterogenea squadra di rinnegati e mercenari, in stile “Quella sporca dozzina”, ai quali è promessa una generosa ricompensa in denaro se riusciranno nel loro intento. Del gruppo fanno parte un vagabondo ubriacone, un artista della fuga, un cantante biancovestito e la sua amante, e infine due soldati cinesi in kilt scozzese. Durante il lungo viaggio, i nostri eroi dovranno battersi contro una tribù di amazzoni guerriere in pelli di leopardo, pernottare in una casa infestata da fantasmi, e infine sconfiggere una banda di gladiatori nazisti motorizzati (a bordo di automobili anni ’70) che sembrano usciti da “Mad Max”. Uno dei film più sconclusionati e assurdi che mi sia mai capitato di vedere, un B-movie talmente privo di senso da strappare ben più di una risata e meritevole, proprio per questo, di essere ricordato con affetto. Una trama idiota, un’ambientazione colma di anacronismi di ogni tipo, uno sviluppo incoerente e ricco di non sequitur (nonché pieno di errori di continuità: per dirne una, i generali rapiti passano, senza motivo, da quattro a tre), un montaggio deficitario, personaggi improbabili e sviluppi totalmente inaspettati (nel senso peggiore del termine). Dal punto di vista del ritmo, comunque, la pellicola non ha un attimo di pausa, e nella sua folle corsa attraversa senza pudore davvero tutti i generi: il bellico, l’avventura, l’horror (gli spettri che giocano a mahjong), il western (Brigitte Lin è la cavallerizza con il bazooka e gli stivali rossi, che si presenta mentre è impegnata in una gara di bevute in stile “I predatori dell’arca perduta”), lo sportivo (l’incontro di wrestling fra Jackie Chan e un lottatore di sumo), il wuxiapian (l’attacco delle amazzoni ninja con i tessuti colorati), il carcerario (l’evasione dal campo di lavoro), il fantascientifico post-apocalittico (lo scontro con i nazisti), la commedia demenziale e slapstick, la comica alla Benny Hill (le gag con i soldati in kilt), il musical (la canzoncina imbecille al ristorante) e naturalmente le arti marziali. E nel finale c’è anche un colpo di scena sull’identità del cattivo. Jackie Chan, che ha partecipato alla pellicola soltanto per fare un favore all’amico Wang Yu, non è nemmeno il protagonista e non fa parte del gruppo impegnato nella missione: lo segue da lontano e compare solo di tanto in tanto, lasciando spazio sullo schermo al nutrito gruppo di comprimari.

7 ottobre 2011

Arca russa (A. Sokurov, 2002)

Arca russa (Russkiy kovcheg)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2002
con Sergei Dontsov, Mariya Kuznetsova
***1/2

Rivisto in DVD con Eleonora, Ginevra, Paola e Rachele.

In compagnia di un misterioso viaggiatore spazio-temporale, un uomo (che non vediamo mai in volto – l’intero film è in soggettiva, come se guardassimo attraverso i suoi occhi – e la cui voce nella versione originale è quella del regista stesso) si sposta attraverso le varie sale del Palazzo d’Inverno del museo Hermitage di San Pietroburgo, trasformato in una ‘arca’ (come ci sarà rivelato nell’ultima inquadratura, l’unica che ha richiesto un intervento digitale in post produzione, raffigurante il mare che circonda l’edificio) che trasporta al proprio interno, custodendoli e preservandoli, tre secoli di arte e di storia del palazzo, della città e della Russia. Girato con straordinaria maestria tecnica in un unico piano sequenza di 90 minuti, il film di Sokurov – la cui visione è un’esperienza davvero unica nel suo genere – offre contemporaneamente una visita virtuale a uno dei musei più belli del mondo (ci vengono mostrati quadri, sculture, oggetti e arredamenti, oltre che i corridoi, i pavimenti, i soffitti, i cortili, le scalinate e le sale stesse del museo) e un’affascinante immersione fra gli episodi, gli eventi e i personaggi più salienti del periodo in esame (da Pietro il Grande a Caterina II, dallo zar Nicola I fino agli ultimi Romanov), con riflessioni sull’arte e la vita, il potere e lo sfarzo, la guerra e la caducità, il divertimento e la melanconia, lo “spirito russo” e il continuo confronto con l’Europa (rappresentata dal compagno di viaggio del protagonista, ispirato a una figura realmente esistita: il marchese de Custine, aristocratico francese che nella prima metà dell’ottocento scrisse un celebre resoconto del suo viaggio alla corte degli zar).

Già nel 1948 Alfred Hitchcock aveva avuto l’idea di realizzare un film che consistesse in un solo e ininterrotto piano sequenza, senza alcuno stacco di montaggio: ma ai tempi di “Nodo alla gola” c’erano limitazioni tecnologiche (la durata dei rulli di pellicola impose a Hitch di “oscurare” lo schermo a intervalli regolari per permettere il cambio di bobina) che le videocamere digitali permettono invece di superare. La macchina da presa si sposta alternando primissimi piani a campi larghi, mostra scene in interni come in esterni, indugia su piccoli dettagli delle opere d’arte e si libra dinamicamente attraverso un salone ricolmo di comparse e persino tra le fila di un'orchestra, diretta da Valery Gergiev: memorabili, in particolare, la scena del ballo e la lunga discesa della scalinata con cui si conclude il film. L’identificazione del protagonista del film con il regista, o magari con lo spettatore stesso, talvolta ribadisce le regole cinematografiche (ci aggiriamo fra gli attori, invisibili ai loro occhi, osservandone le azioni e spiandone i dialoghi) e talvolta le ribalta clamorosamente (quando alcune comparse sono colte a lanciare uno sguardo in camera – atto spiegato diegeticamente con la presenza di “sensitivi” alla corte dello zar – è come se per una volta fossero gli attori a osservare noi spettatori, e a rendersi conto della nostra presenza). Grandiosi i costumi e, ovviamente, le scenografie. Fra le oltre duemila comparse (!) figurano anche alcuni dei direttori passati e presenti del museo. Per curiosità, va segnalato che il film venne girato solo al terzo e ultimo ‘ciak’ utile, dopo che i primi due tentativi furono interrotti per problemi tecnici. L’operatore della Steadycam, nonché direttore della fotografia, è Tilman Büttner.

6 ottobre 2011

Vero come la finzione (M. Forster, 2006)

Vero come la finzione (Stranger than fiction)
di Marc Forster – USA 2006
con Will Ferrell, Emma Thompson
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Harold Crick, metodico agente delle tasse dall'esistenza vuota e monotona, comincia a sentire nella propria testa una voce narrante che descrive in terza persona tutto quello che lui fa. Ben presto si rende conto di essere il protagonista di un romanzo, e che la voce onnisciente è quella della scrittrice che sta scrivendo la storia della sua vita... Quando poi scopre che la trama prevede la sua morte imminente, cerca di rintracciare l'autrice per convincerla a non ucciderlo. Dal regista di "Neverland" (che evidentemente ama raccontare vicende di scrittori, veri o reali che siano), una pellicola tutta incentrata su uno spunto bizzarro e fantastico, quello del personaggio di una narrazione che diventa consapevole di essere tale e cerca di cambiare il proprio destino. Da confrontare con altri lungometraggi basati su trovate simili: dal mediocre "Fuori di testa" con John Candy (dove però il protagonista era lo scrittore, che prendeva coscienza della sua capacità di alterare la realtà) al ben più significativo "The Truman Show" (che trattava di una trasmissione tv e non di un romanzo: ma la figura del demiurgo era presente anche lì; anzi, a parte le differenze caratteriali, il personaggio di Emma Thompson – che decide il destino altrui, lavorando da uno studio del tutto bianco, vuoto e asettico – mi ha ricordato a tratti proprio quello interpretato da Ed Harris nel film di Peter Weir). Ottimo il cast, che oltre allo spaesato Ferrell e alla nevrotica Emma Thompson (nei panni della scrittrice Kay Eiffel), comprende anche Dustin Hoffman (il professore di letteratura, nonché bagnino a tempo perso, che aiuta Harold a identificare il tipo di storia di cui è protagonista e a rintracciare la sua autrice), Queen Latifah (l'assistente e segretaria di Kay) e Maggie Gyllenhaal (la giovane fornaia di cui Harold si innamora). Peccato per qualche concessione di troppo al gusto hollywoodiano: la storia d'amore ha uno spazio eccessivo rispetto alla trama principale, e del lieto fine sembra proprio che non si possa fare a meno (anche se, a onor del vero, gli stessi personaggi riconoscono che il finale "tragico" sarebbe stato migliore). Brutto il titolo italiano.

5 ottobre 2011

Walk all over me (R. Cuffley, 2007)

Walk all over me (id.)
di Robert Cuffley – Canada 2007
con Leelee Sobieski, Tricia Helfer
*

Visto in divx.

Fuggita dal suo paesino, la giovane Alberta si rifugia a Vancouver nella casa della sua ex babysitter, Celene, che ora si guadagna da vivere lavorando come "dominatrix" sadomaso. Pur di racimolare qualche soldo, Alberta decide di spacciarsi per lei, e come tale si reca all'incontro con un nuovo cliente: ma ignora che questi è ricercato dalla malavita perché accusato di essersi impadronito di una forte somma di denaro... Il tema delle pratiche BDSM, che poteva fornire qualche spunto interessante, viene sviluppato con superficialità e sufficienza, e presto è anche abbandonato in favore di una più convenzionale trama da thriller postmoderno, con personaggi improbabili e goffi tentativi di umorismo che passano per lo più inosservati. Se ci aggiungiamo una sceneggiatura dozzinale e una recitazione pessima (si salva in parte soltanto Tricia Helfer nei panni di Celene), ecco servito un film da dimenticare in fretta.

3 ottobre 2011

Scarpette rosse (Powell e Pressburger, 1948)

Scarpette rosse (The red shoes)
di Michael Powell, Emeric Pressburger – GB 1948
con Moira Shearer, Anton Walbrook, Marius Goring
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Giovanni e Rachele.

L'impresario teatrale Boris Lermontov (Walbrook) scrittura a Londra i giovani e brillanti Julian Craster (Goring) e Victoria Page (Shearer) rispettivamente come compositore e come protagonista del suo nuovo balletto "Scarpette rosse", ispirato alla favola di Hans Christian Andersen, nella quale una ragazza innamorata della danza è costretta da un paio di magiche calzature a ballare fino alla morte. Lo spettacolo, che va in scena a Montecarlo, riscuote un enorme successo e trasforma rapidamente la bella Vicky in una grande star. Ma quando Lermontov, che per principio è contrario alla commistione fra lavoro e amore (aveva allontanato la precedente prima ballerina della sua compagnia dopo che questa aveva annunciato il proprio matrimonio), le impone di rinunciare alla relazione sentimentale che nel frattempo ha instaurato con Julian, la ragazza entra in crisi. Costretta a scegliere fra l'arte e l'amore, non troverà altra strada che il suicidio. Fra colori sgargianti (il film è passato alla storia per l'utilizzo espressivo del Technicolor, in particolare nella lunga sequenza del balletto), scenografie barocche, effetti speciali surrealisti e temi basilari, si tratta di una delle pellicole più celebri sul mondo del teatro e sul binomio arte-amore. Il personaggio di Boris Lermontov è ispirato a un impresario realmente esistito, il russo Sergei Diaghilev, quello che commissionò a Igor Stravinski "L'uccello di fuoco" e altri celebri lavori. Proprio Lermontov, scostante ma carismatico, è a tratti il vero protagonista della pellicola, naturalmente alla pari con Vicky. Moira Shearer, a proposito di quest'ultima, era una vera ballerina: Powell e Pressburger vollero infatti scegliere un'attrice che potesse interpretare senza controfigure la lunga sequenza (quindici minuti) del balletto delle "Scarpette rosse" (coreografato da Robert Helpmann e Léonide Massine, gli altri due ballerini che si vedono in scena; le musiche sono invece composte da Brian Easdale, che per questo lavoro vinse l'Oscar). Difficile pensare che il lungometraggio non abbia influenzato, almeno in parte, il recente "Il cigno nero" di Aronofsky: a parte il tema trattato, basterebbe il finale per legare con un filo rosso i due film. La pellicola (così come la fiaba di Andersen) ha ispirato anche, fra le altre cose, una canzone e un album di Kate Bush, intitolato per l'appunto "The red shoes".