30 ottobre 2015

Nulla sul serio (William A. Wellman, 1937)

Nulla sul serio (Nothing sacred)
di William A. Wellman – USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March
***

Visto in divx.

Per un errore, alla giovane Hazel Flagg (Lombard), abitante in un paesino del Vermont, viene diagnosticato un avvelenamento da radio che le lascerebbe solo sei mesi di vita. Presto scopre la verità, ma nel frattempo la stampa si è già interessata a lei. Il giornalista Wally Cook (March), infatti, decide di portarla a New York per farle trascorrere in maniera felice i suoi ultimi giorni, fra feste, balli, ricevimenti e apparizioni in pubblico, trasformando il suo triste caso in un fenomeno mediatico. Hazel accetta, pur sapendo di non essere affatto in fin di vita: per lei, ragazza di campagna, sarà un'opportunità di visitare la Grande Mela e di concedersi quei divertimenti che ha sempre sognato. Di fronte al "coraggio" con cui affronta il suo "tragico destino", le istituzioni e i normali cittadini la celebrano come un modello e una fonte di ispirazione, rendendola una celebrità. Le cose però si complicano quando Hazel si innamora di Wally, ricambiata, e decide di rivelargli che in realtà la sua salute è di ferro, proprio mentre l'uomo sta addirittura organizzandole un funerale in grande stile e ad alto impatto mediatico. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, una commedia che fa satira sul cinismo e l'ipocrisia, sulla morbosa attrazione del pubblico per i casi drammatici e sull'impatto manipolatorio dei mass media nella vita privata delle persone. A New York tutti fingono: da un lato si spargono lacrime per il destino della povera ragazza, dall'altro le pagine di giornale con poemi ispirati a lei vengono usati, la mattina dopo, per incartare il pesce. Simbolica la scena in cui Hazel e Flagg si recano ad assistere a un incontro di wrestling, e le viene spiegato che quella dei lottatori è solo una messinscena a beneficio del pubblico, che pure ne è al corrente ma finge che sia tutto vero. La regia di Wellman è dinamica e inventiva, e gioca con il tema della verità nascosta anche con inquadrature in cui è ostruita dagli oggetti, come nelle scene in cui i volti dei personaggi sono coperti da rami o da vasi di fiori (per non parlare del bacio, celato fra gli scatoloni lungo il molo). Memorabile in particolare "l'incontro di boxe" fra Hazel e Wally nella camera d'albergo, allo scopo di farle salire la temperatura prima che il medico la visiti (mai la "battaglia fra i sessi" è stata rappresentata in maniera così esplicita sullo schermo!). Curiosità: il burbero direttore del giornale, interpretato da Walter Connolly, si chiama Oliver Stone. Charles Winninger è il medico di campagna, Sig Ruman è il luminare tedesco. Dal punto di vista tecnico, il film è rilevante per essere stato la prima commedia screwball girata a colori (nonché l'unica apparizione della Lombard in technicolor). Rifatto nel 1954 da Norman Taurog ("Più vivo che morto"), con Jerry Lewis, Dean Martin e Janet Leigh.

29 ottobre 2015

Election (Alexander Payne, 1999)

Election (id.)
di Alexander Payne – USA 1999
con Matthew Broderick, Reese Witherspoon
**1/2

Visto in divx.

Al liceo Carver di Omaha, nel Nebraska, le imminenti elezioni scolastiche per scegliere il presidente del consiglio studentesco si trasformano in una ragnatela di intrighi che cambierà il corso di numerose vite. Poiché la principale (e inizialmente unica) candidata è l'ambiziosa e arrivista Tracy Flick (Witherspoon), i cui modi spregiudicati hanno già portato alla rovina un suo collega, l'insegnante di storia ed educazione civica Jim McAllister (Broderick) decide di metterle i bastoni fra le ruote, procurandole innanzitutto un avversario. Spinge così a candidarsi anche Paul Metzler (Chris Klein), sempliciotto ma popolare atleta della squadra di football della scuola. E a sorpresa, come terzo incomodo, si presenta anche la sorella minore di quest'ultimo, Tammy (Jessica Campbell), alternativa e lesbica non dichiarata. Nonostante la vicenda sia decisamente su piccola scala (confinata com'è a un liceo di provincia e alla corsa a una carica di poco conto), i sottintesi relativi alla politica e al sistema educativo dell'intera nazione sono evidenti. E i colpi bassi, i tradimenti, le menzogne e l'ipocrisia non mancheranno, anche perché gli eventi della "campagna elettorale" si mescolano con quelli delle vite private dei protagonisti (in particolare, con la tentazione di un'avventura extraconiugale da parte del professor McCallister, che lo porta a smarrire la sua integrità). Ne risulta una commedia cinica e amorale, con personaggi quasi tutti sgradevoli per un motivo o per l'altro. Tratta da un romanzo di Tom Perrotta ("Intrigo scolastico"), la pellicola è raccontata a più voci: i quattro personaggi principali, a turno, assumono infatti il ruolo di narratore in prima persona. In ogni caso il ritmo non manca, e la sceneggiatura mette efficacemente alla berlina vizi e virtù degli americani in tema di etica e morale (che, non a caso, è l'argomento della lezione introduttiva di McAllister). Ma forse c'è troppa carne al fuoco: e con tanti bersagli a cui puntare (la politica, l'educazione, i rapporti famigliari, ecc.) non si riesce a fare sempre un centro completo.

27 ottobre 2015

Lucy (Luc Besson, 2014)

Lucy (id.)
di Luc Besson – Francia 2014
con Scarlett Johansson, Morgan Freeman
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Avendo assorbito involontariamente una cospicua dose di una nuova droga sperimentale, Lucy (Johansson), una ragazza americana che vive a Taipei (chiamata così in omaggio all'ominide considerato il più antico precursore della specie umana), comincia a sperimentare una rapida evoluzione delle proprie capacità cerebrali. Se inizialmente, come il resto dell'umanità, era in grado di utilizzare soltanto il 10% delle potenzialità del cervello, ben presto comincia a salire di livello, sviluppando nuovi poteri. Man mano che il conteggio sale verso il 100% (che raggiungerà alla fine del film), Lucy si scopre in grado di controllare ogni parte del proprio corpo, di gestire completamente i propri ricordi, di interagire con le onde elettromagnetiche, di manipolare gli altri esseri umani, e poi via via la materia, l'energia e persino il tempo. Inseguita dagli sgherri del mafioso coreano che le aveva impiantato la droga (la ragazza avrebbe dovuto fare da corriere), si reca a Parigi per condividere le sue nuove conoscenze con il dottor Norman (Freeman), luminare nel campo dell'evoluzione del cervello. E pur non perdendo le stimmate del film d'azione, in un crescendo inarrestabile la pellicola si fa sempre più metafisica, filosofica e infine cosmica. Besson ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che nella prima parte ricordasse "Leon", nella seconda "Inception" e nella terza "2001: Odissea nello spazio". Ma a giudicare dal risultato, sembra interessato soltanto all'aspetto estetico e superficiale della vicenda, non alle riflessioni che possono scaturire dal soggetto. Se durante la visione si è presi dalla forza degli eventi, giunti alla fine la pellicola lascia una forte sensazione di inconcludenza, nonché di occasione sprecata. Non aiuta il fatto di alternare sequenze che mostrano l'evoluzione di Lucy, sempre più slegata dalla realtà, con scene d'azione, inseguimenti in auto e sparatorie alla John Woo. Per non parlare delle immagini di repertorio sugli animali e sulla natura (utili all'inizio, quando paragonano un'ancora inerme Lucy a un topo in trappola o a una gazzella braccata dai predatori, ma didascaliche e puramente illustrative man mano che la storia prosegue). Nei panni del mafioso coreano c'è Choi Min-sik, che ascolta in cuffia il Requiem di Mozart (come Gary Oldman ascoltava Beethoven in "Leon"). Amr Waked è il poliziotto francese Pierre Del Rio, altro personaggio francamente inutile.

26 ottobre 2015

Giovane e innocente (A. Hitchcock, 1937)

Giovane e innocente (Young and Innocent)
di Alfred Hitchcock – GB 1937
con Nova Pilbeam, Derrick De Marney
**

Visto in divx.

Accusato ingiustamente di un delitto che non ha commesso, il giovane Robert Tisdall (De Marney) fugge dalla polizia grazie all'aiuto – dapprima involontario, poi convinto – di Erica (Pilbeam), la figlia del commissario che indaga su di lui. Insieme, i due troveranno la traccia che conduce al vero colpevole. Questa volta i soliti ingredienti dei thriller di Hitchcock (in primis l'innocente in fuga) danno vita a un piatto sciapo. Quasi un remake del precedente "Il club dei 39", ma senza gli elementi spionistici e con un tono più leggero (a tratti da commedia romantica, in stile "Accadde una notte"), il film ha non pochi difetti: una trama piena di buchi, un personaggio maschile scarsamente caratterizzato, gag francamente deboli, una sorprendente mancanza di suspense (la prima scena suggerisce immediatamente chi è il vero colpevole). Ma naturalmente l'intento era proprio quello di rileggere il giallo all'insegna della commedia (si pensi a scene come la visita alla zia, con la festa di compleanno della nipotina, o a tutte le interazioni con il vecchio barbone). Il meglio è rappresentato dai quindici minuti conclusivi, con il climax nella sala da ballo del Grand Hotel dove i nostri eroi cercano di inviduare il vero colpevole (George Curzon), riconoscibile da un tic agli occhi... peccato che sia uno dei membri del complesso che sta suonando, con la pittura in volto (in stile "blackface") che ne maschera le fattezze. Buona comunque la regia, con scene spettacolari come quella nella vecchia miniera, con l'auto di Erica inghiottita dal terreno, e, come detto, il finale, dove spicca la lunga e celebre panoramica con lo zoom che si avvicina sempre più al volto dell'assassino (girata con un carrello). Nova Pilbeam aveva già recitato per sir Alfred nel ruolo della figlia in "L'uomo che sapeva troppo", mentre il colonnello Burgoyne, suo padre, è interpretato da Percy Marmont, già visto in "Ricco e strano" e "L'agente segreto". Edward Rigby è il barbone Old Will, che nel finale aiuta Erica a individuare il colpevole. Hitchcock stesso appare nei panni di un reporter con macchina fotografica all'uscita del tribunale. Il titolo è ambiguo: potrebbe riferirsi tanto a Robert quanto a Erica; in America l'ambiguità fu arbitrariamente risolta reintitolando il film "The girl was young".

24 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte III (R. Zemeckis, 1990)

Ritorno al futuro - Parte III (Back to the Future Part III)
di Robert Zemeckis – USA 1990
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
**

Rivisto in DVD.

La trilogia di "Ritorno al futuro" giunge a compimento con quello che, decisamente, è il meno bello dei tre film. Forse perché il tema dei viaggi nel tempo e dei paradossi gioca un ruolo assai più limitato, essendo in pratica tutta ambientata nel Vecchio West (tranne l'incipit nel 1955 e la conclusione nel 1985), alla pellicola mancano sia l'approccio paradossale e nostalgico del primo che il senso di sfrenato divertimento del secondo. Anche la trama è molto più lineare: partendo dalla conclusione del secondo capitolo (ricordo che i due film sono stati girati insieme, per essere distribuiti poi nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro), questa volta Marty viaggia indietro nel tempo fino al 1885 per salvare la vita di Doc, rimasto intrappolato nel Vecchio West e destinato a essere ucciso in duello da Buford Tannen, l'antenato fuorilegge di Biff. Nella Hill Valley di fine ottocento, fra le altre cose, Marty incontra i propri antenati (Seamus McFly è interpretato dallo stesso Michael J. Fox), mentre Doc si innamora a prima vista di Clara Clayton (Mary Steenburgen), la maestrina del villaggio, che condivide con lui la passione per la scienza e per i libri di Giulio Verne. Il problema sorge al momento di tornare nel presente: per rimediare all'assenza di benzina, la DeLorean – i cui circuiti di volo sono andati distrutti – viene portata alla velocità di 88 miglia orarie facendola spingere da una locomotiva. La trama comprende tutti i cliché del western (il saloon, i duelli, gli indiani) e le consuete strizzatine d'occhio al pubblico moderno (Marty si fa chiamare Clint Eastwood, sa sparare perché si è allenato "a Disneyland", cita il famoso monologo di "Taxi Driver") e naturalmente ai fan della saga (diversi personaggi, luoghi, oggetti ed eventi prefigurano quelli già visti nelle pellicole precedenti: per esempio lo sceriffo Strickland è l'antenato del bidello della scuola di Hill Valley, e i nostri eroi assistono all'inaugurazione dell'orologio della torre).

Il vero protagonista del film, questa volta, è Doc Brown. D'altronde se nel primo film assistevamo all'impatto che il viaggio nel tempo aveva sul giovane McFly, ora i riflettori sono tutti puntati su Doc, mentre Marty assume quasi un ruolo da giovane sidekick. Il che non gli impedisce, in ogni caso, di evolvere, superando le sue paure e i suoi difetti, come la perdita di controllo ogni volta che qualcuno lo accusa di essere un codardo: grazie alla nuova maturità raggiunta, nel finale Marty modificherà il destino che gli era stato previsto nel secondo capitolo, rinunciando ad accettare la stupida provocazione che avrebbe compromesso il suo futuro. La trilogia si conclude all'insegna di un messaggio chiaro: "Il vostro futuro non è ancora stato scritto", dice Doc a Marty e Jennifer. "Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono". C'è da dire che la fantascienza e il western, nel cinema come in altri media, non hanno quasi mai funzionato bene insieme, se non in qualche sorta di commistione steampunk. E se fa piacere vedere come molti elementi delle pellicole precedenti facciano una ricomparsa per essere usati in maniera utile (il volopattino salva ancora una volta la situazione; e la scena in cui Marty indossa una protezione di metallo sotto il poncho durante il duello con Buford riecheggia quella di "Per un pugno di dollari" che Biff guardava in televisione nel secondo capitolo), altri risultano del tutto pretestuosi (gli antenati di Marty, per esempio). I membri del gruppo rock ZZ Top compaiono nel ruolo dell'orchestrina che suona alla festa del paese, mentre Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, figura nei panni di Needles, il bullo che sfida Marty nel presente (era già apparso nel secondo film, come suo capufficio nel futuro, in un rapporto di forza simile a quello di Biff nei confronti di George McFly). In ogni caso, nonostante le sue debolezze, il film rappresenta una conclusione degna e coerente nello spirito per una saga cinematografica rimasta nella memoria e nel cuore di tanti spettatori.

21 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte II (R. Zemeckis, 1989)

Ritorno al futuro - Parte II (Back to the Future Part II)
di Robert Zemeckis – USA 1989
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Pubblico questo post il 21 ottobre 2015, il "Back to the Future day", ovvero il giorno esatto in cui i protagonisti di questo film sbarcano nel futuro con la loro macchina del tempo. Visto che quello che per loro era il futuro per noi è il presente, è molto divertente andare a scoprire quante delle previsioni e delle meraviglie tecnologiche immaginate nel film si sono realmente avverate. Alcune naturalmente sono rimaste fantascienza (le auto volanti in primis, ma anche i reattori per la fusione nucleare a uso famigliare, il collare che porta fuori il cane da solo, la pizza disidratata, "Lo squalo 19"), altre potrebbero essere in arrivo o in via di sviluppo (le scarpe autoallaccianti, gli skateboard fluttuanti e – almeno al momento in cui scrivo – i Chicago Cubs che vincono le World Series) e tante, invece, sono già fra noi (i telefoni con videochiamata, i televisori piatti, giganti e multischermo, i tablet e i palmari, i videogame senza comandi manuali, i droni, i computer parlanti o interattivi, gli ologrammi 3D, i metodi di identificazione tramite voce o impronte digitali, la domotica, l'incremento della chirurgia plastica, e persino – se vogliamo – la nostalgia per gli anni 80!). Non male, in fondo, per una saga che di certo non puntava sul realismo delle previsioni o sull'accuratezza scientifica, sempre in secondo piano rispetto all'intrattenimento e all'avventura. La prima pellicola terminava con un finale aperto, che prometteva per Marty McFly (Fox) e Doc Brown (Lloyd) un nuovo viaggio di trent'anni, questa volta nel futuro, in compagnia anche di Jennifer, la fidanzata di Marty (interpretata stavolta da Elisabeth Shue, che sostituisce la Claudia Wells del primo film). Da quello che allora poteva sembrare solo uno spunto comico (anche con qualche controindicazione, come la costrizione a inserire anche Jennifer nella trama, personaggio di cui peraltro ci si libererà in fretta), Zemeckis e lo sceneggiatore Bob Gale traggono una storia ricolma di paradossi, linee temporali e realtà alternative, scatenata e divertente ma anche molto più intricata e densa del relativamente più lineare primo episodio. Non a caso, il titolo di lavorazione era "Paradox".

Visto l'enorme successo del primo film, i produttori decisero di mettere in cantiere non uno ma ben due seguiti, da girare back-to-back, ovvero in un'unica soluzione: questo spiega il colossale cliffhanger con cui termina questa seconda parte e la presenza, prima dei titoli di coda, di un trailer che annuncia la terza. La realizzazione di due o più film in contemporanea era una procedura allora insolita per il cinema di intrattenimento, ma che poi è stata replicata in numerosi casi (per esempio, per i tre film de "Il signore degli anelli", ma anche per i capitoli 2 e 3 delle saghe di "Matrix" o de "I pirati dei Caraibi"). Il film riparte esattamente da dove si concludeva il primo capitolo (la scena è stata girata nuovamente, però, visto che l'attrice che interpreta Jennifer è cambiata). Doc conduce Marty e la sua fidanzata nel 2015, allo scopo di salvare i loro figli, destinati a finire in prigione per colpa di Griff Tannen, il nipote di Biff. L'impresa riesce, ma per un momento la DeLorean rimane incustodita: e il vecchio Biff ne approfitta per tornare indietro nel tempo, nel 1955, e consegnare alla versione giovane di sé stesso un almanacco con tutti i risultati sportivi della seconda metà del ventesimo secolo. Biff lo utilizzerà per vincere alle scommesse e diventare uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo, al punto che quando i nostri eroi torneranno nel presente, lo troveranno cambiato in una sua versione cupa, decadente e distopica, dominata dal crimine e dal gioco d'azzardo, dove – fra le altre cose – Doc è stato internato, il padre di Marty è morto e la madre è stata costretta a risposarsi con Biff. Per rimediare, non resta altro che tornare nuovamente nel 1955 e recuperare l'almanacco sportivo. E qui la storia del secondo film si intreccia con quella del primo in un'intricata ma riuscitissima rappresentazione visiva del concetto dei paradossi temporali. Dopo una lunga serie di eventi, che si succedono in maniera densa e frenetica, tutto sembra risolto: ma un fulmine colpisce la DeLorean, proiettando Doc ancora più indietro nel tempo (nel 1885, ovvero nel Vecchio West) e lasciando Marty da solo, ancora una volta, negli anni cinquanta. Da notare come l'ambientazione del terzo episodio venga prefigurata a più riprese (il videogioco western, il film con Clint Eastwood, l'antenato di Biff, l'asserzione di Doc sul Vecchio West come il suo periodo storico preferito).

Questa volta, dunque, i nostri eroi visitano ben tre epoche diverse – il 2015, il 1985 "alternativo" e distopico, e il 1955 già visto nella pellicola originale – di cui il film mostra le differenze e gli inevitabili paralleli. E fra i tanti paradossi, capiterà loro di incontrare o di incrociare sé stessi, dando vita a scene in cui lo stesso attore interpreta due ruoli contemporaneamente sullo schermo (che si tratti della stessa persona in diversi momenti della propria vita, come capita a Marty, Doc, Biff e Jennifer, oppure di un proprio antenato/discendente: Thomas F. Wilson interpreta sia Biff che suo nipote Griff, mentre Fox recita anche nei panni di suo figlio Marty jr. e persino di sua figlia, Marlene!). La trovata di ritornare nel 1955, e proprio nello stesso giorno già visto nel primo film, offre ai cineasti l'opportunità di mostrarci nuovamente tantissime scene del capitolo precedente, rimontate e rivisitate con la presenza di un altro Marty e un altro Doc, che si muovono dietro le quinte all'insaputa degli stessi personaggi del prototipo, in certi casi interagendo con essi! La sezione del presente alternativo colpisce per i toni cupi: qui il personaggio di Biff, da semplice bullo che era, si trasforma in un nemico ben più pericoloso e letale. Nel mondo futuro, invece, sono relativamente assenti temi distopici od orwelliani, anche se ritorna il concetto delle scelte sbagliate che possono rovinare una vita (quella di Marty e dei suoi figli) o di come la percezione di qualcosa possa cambiare con il tempo (il quartiere di Hilldale, ritenuto esclusivo e di pregio negli anni ottanta, è considerato "un quartieraccio" nel ventunesimo secolo). Divertente la presenze del "Caffè 80", ricolmo di nostalgia per gli Eighties, con foto e video di Michael Jackson o Ronald Reagan (quest'ultimo già aveva un ruolo "comparativo" nel primo film). Fra gli elementi più iconici, stavolta, spicca il volopattino, ovvero lo skateboard volante usato da Marty (rosa e della Mattel, visto che lo prende in prestito da una bambina!). Tornano molti tormentoni (frasi come il "Pronto? C'è nessuno in casa?" di Biff, o il trucco "Ehi, che diavolo è quello?" di Marty) e se ne creano di nuovi (Marty che perde il controllo di sé quando viene chiamato fifone, Biff che sbaglia le espressioni idiomatiche). La mancanza di un vero finale, il che rende necessaria la visione anche del terzo episodio, è forse l'unico punto debole di una pellicola densissima ma per il resto memorabile almeno quanto la prima.

19 ottobre 2015

Ritorno al futuro (Robert Zemeckis, 1985)

Ritorno al futuro (Back to the Future)
di Robert Zemeckis – USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Okay, è giunto il momento di riguardarsi (per l'ennesima volta!) la trilogia di "Ritorno al futuro", in vista del "Back to the Future day" che sta per cadere fra pochi giorni, il 21 ottobre 2015. Si tratta della data in cui, nel secondo film della saga, i protagonisti sbarcano in quello che per loro era il futuro ma che per noi è il presente: se in questo primo lungometraggio, infatti, il protagonista viaggia di trent'anni nel suo passato (dal 1985 al 1955), nel secondo si sposterà di trent'anni in avanti. Scritto da Zemeckis con l'amico Bob Gale (con il quale aveva già collaborato nelle sue precedenti pellicole), "Ritorno al futuro" è uno dei film più iconici degli anni ottanta, nonché uno dei titoli più popolari del frequentatissimo filone fantascientifico dei viaggi nel tempo, anche se a suo modo se ne discosta parecchio e offre allo spettatore un approccio del tutto differente, non basato soltanto su concetti classici della fantascienza come i paradossi temporali (per quelli ci sarà ben più spazio, per usare un eufemismo, nel sequel) ma sui toni della commedia tee, della commedia romantica e sulla nostalgia per gli anni cinquanta. Grazie a una sceneggiatura perfettamente calibrata e scoppiettante, a una coppia di protagonisti memorabili (in particolare lo scienziato che inventa la macchina del tempo, il dottor Emmet Brown detto "Doc", caratterizzato in modo mirabile da un eccellente Christopher Lloyd), per non parlare di elementi quintessenziali come la DeLorean (sì, la macchina del tempo qui è una macchina vera e propria, in senso cioè automobilistico!), "Ritorno al futuro" ha spopolato al botteghino (il che giustificherà la messa in cantiere di due sequel, peraltro già potenzialmente anticipati da un finale ironicamente aperto) e conquistato un posto nel cuore e nell'immaginario di tantissimi spettatori. Ha inoltre reso Michael J. Fox una star (per breve tempo, ahimè) e fatto decollare la carriera di Robert Zemeckis che, nata all'ombra di Steven Spielberg (qui produttore esecutivo), lo porterà alle vette dell'Oscar ("Forrest Gump") e del cinema mainstream ("Cast Away", "Contact"), prima di collassare su sé stessa negli anni duemila con una serie di inspiegabili pellicole in motion capture.

Marty McFly (Fox) è un diciassettenne che vive nella cittadina di Hill Valley. Il suo amico "Doc" Brown, eccentrico inventore da sempre ossessionato con il tempo (lo dimostrano le centinaia di orologi che possiede in casa: il tema è ovviamente ricorrente in tutto il film, come dimostrerà il climax sulla torre dell'orologio nella piazza centrale della città), ha messo a punto un'automobile in grado di viaggiare in questa dimensione. Peccato solo che per generare l'energia necessaria abbia dovuto trafugare una gran quantità di plutonio a un gruppo di terroristi libici (a proposito: curiosa la preveggenza di Zemeckis che, ancora prima della caduta del muro, non ha scelto i soliti russi come cattivi). Quando questi si presentano, decisi a vendicarsi, Marty è costretto a fuggire con la DeLorean: e raggiungendo le 88 miglia orarie, si ritrova proiettato indietro di 30 anni, senza alcuna possibilità di tornare nel suo tempo. Tranne, ovviamente, quella di rivolgersi allo stesso Doc, di trent'anni più giovane, per trovare il modo di "ricaricare" la batteria della macchina. Nel frattempo, la sua permanenza nel 1955 non è senza conseguenze: senza volerlo interferisce nel primo incontro fra i suoi genitori (che qui hanno la sua stessa età!). La sua futura madre, Lorraine (Lea Thompson), finisce così con l'innamorarsi di lui anziché di quello che dovrebbe diventare suo marito, George McFly (Crispin Glover). E questo mette a repentaglio l'esistenza dello stesso Marty, che dovrà ingegnarsi per correggere l'errore prima di tornare nel 1985, spingendo l'inetto George a conquistare Lorraine. Complicazioni su complicazioni rendono avvincente la storia, movimentata dalle classiche dinamiche dei film scolastici (il bullo cattivo, la rivincita del loser) e da divertenti anacronismi (Marty che suona il rock al ballo della scuola, ispirando di fatto Chuck Berry). Il fatto che la maggior parte della pellicola si svolga negli anni cinquanta non solo non va a detrimento dell'aspetto "fantascientico" della storia, ma veicola un senso di familiarità e di nostalgia nello spettatore che, come il protagonista, si ritrova a riflettere su quanto (o quanto poco) il mondo e le persone siano cambiate nel corso del tempo. Alcuni critici, a causa del setting, hanno addirittura paragonato il film a classici di Frank Capra come "La vita è meravigliosa".

Rivedendo il film trent'anni dopo, colpisce come anche quello che allora era inteso come "presente" ci sembra ormai "passato": gli abiti del 1985 (il piumino senza maniche di Marty, che nel 1955 tutti scambiano per un "giubbotto di salvataggio"), le musiche, i riferimenti socio-culturali sono ormai quasi altrettanto distanti per noi di quanto quelli di trent'anni prima non fossero per Marty. Eppure non si può non apprezzare la cura per i dettagli che gli sceneggiatori e gli scenografi hanno immesso nella pellicola: quasi ogni elemento, ogni luogo di Hill Valley, ogni simbolo appare in due versioni, mostrando la differenza fra le due epoche. Ci sono anche diverse strizzatine d'occhio, come il "Three Pines Ranch" del 1955 che diventa il "Twin Pines Mall" nel 1985 dopo che Marty ha abbattuto uno dei suddetti alberi con la sua automobile E poi, lo skateboard di Marty (che nel passato è una semplice tavola di legno), gli slogan elettorali del sindaco, i negozi e i cinema... Nei due film successivi, ovviamente, vedremo gli stessi elementi ulteriormente trasfigurati (nel "futuro" del 2015 e nel "passato" del 1885!). Il trucco consente di utilizzare gli stessi attori per entrambe le epoche, invecchiandoli nel presente (non solo i genitori di Marty, ma anche il "bullo" Biff Tanner, interpretato da Thomas F. Wilson). Fra i tanti temi c'è quello del contrasto generazionale: Marty arriva a scoprire che i suoi genitori (la madre in particolare) non erano poi così differenti da lui, e che in fondo tutti gli adolescenti fanno le stesse cose e hanno le stesse trasgressioni. Più delicato il risvolto edipico, per quanto trattato con umorismo. E naturalmente, le citazioni culturali ("Sono Darth Vader del pianeta Vulcano", "Levis Strauss" - che in originale era "Calvin Klein" - o "Johnny B. Goode"). Nella colonna sonora, oltre al memorabile tema di Alan Silvestri, spicca la canzone "The power of love" di Huey Lewis and the News. Tante le frasi e i tormentoni destinati a rimanere nella storia: "McFly? McFly? C'è nessuno in casa?", "Ehi tu, porco, levale le mani di dosso", "Scusa la rozzezza di questo modello, ma non ho avuto il tempo di farlo in scala e di dipingerlo", "Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!", mentre il "Great Scott!" ("Grande Giove!") di Doc viene tradotto in questo primo film come "Bontà divina!".

18 ottobre 2015

Coherence (James Ward Byrkit, 2013)

Coherence (id.)
di James Ward Byrkit – USA/GB 2013
con Emily Baldoni, Maury Sterling
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro coppie di amici si ritrovano a cenare in casa di una di loro. Ma il passaggio di una cometa scatena strani effetti: i telefoni e internet smettono di funzionare, la luce va via e gli otto amici si scoprono isolati dal resto del mondo. Ben presto si rendono conto che l'unica casa visibile nel quartiere è in realtà la loro stessa casa, abitata da versioni "parallele" di sé stessi. La cometa ha infatti portato a "coesistere" delle realtà differenti, incoerenti fra loro e normalmente separate, ma che per breve tempo condividono lo stesso spazio... Proprio come gli stati della meccanica quantistica (resi popolari dal celebre esperimento del gatto di Schrödinger). Opera prima del regista e sceneggiatore James Ward Byrkit, un thriller pseudoscientifico, girato praticamente tutto in una stanza, che prende spunto dai concetti della fisica moderna per far riflettere i personaggi su sé stessi, sul proprio passato e presente, su cosa avrebbe potuto essere e non è stato, e sulle possibile svolte della propria vita (si cita anche "Sliding doors"), al punto da voler affrontare e sopprimere il proprio lato oscuro (o, al contrario, scoprire che i "gemelli malvagi" sono loro e non gli altri). Il tutto con la tensione che monta man mano che il tempo scorre e ci si rende conto che "nessuno torna alla casa che ha lasciato": le varie realtà si mescolano in continuazione, col rischio che – dopo che il corpo celeste sarà passato – gli stati collassino in uno solo, magari non quello più auspicabile. Accattivante dal punto di vista intellettuale e girato con pochi mezzi ma tante idee, il film potrebbe essere accostato ad altre pellicole indipendenti come "Cube" o "Primer". I dialoghi, assai realistici e che spesso vedono più voci sovrapporsi (come nelle chiacchiere reali, o nei film di Rohmer), sono stati in parte improvvisati dagli attori stessi.

16 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian (R. Scott, 2015)

Sopravvissuto - The martian (The Martian)
di Ridley Scott – USA 2015
con Matt Damon, Jessica Chastain
***

Visto al cinema Colosseo.

Abbandonato a malincuore su Marte dai suoi compagni, costretti a ripartire verso la Terra a causa di un'improvvisa tempesta che ha messo a repentaglio la missione, l'astronauta della NASA Mark Watney è creduto morto da tutti. Invece è incredibilmente sopravvissuto, anche se si ritrova da solo su un pianeta a 200 milioni di chilometri dalla Terra, senza possibilità di comunicare con nessuno e con problemi urgenti da risolvere: primo fra tutti, il cibo. Ridley Scott torna a sfornare un ottimo film dopo una decina di anni costellati da pellicole sempre più deludenti e noiose, adattando un romanzo di Andy Weir che si inserisce nel filone dei "naufragi spaziali", già frequentato di recente al cinema da pellicole come "Gravity" (con cui condivide la volontà del protagonista di sopravvivere a ogni costo), "Interstellar" (che vedeva lo stesso Matt Damon nel cast) e "Moon" (sul tema dell'uomo costretto a un lungo periodo da solo su un corpo celeste lontano). Qui, però, i toni sono meno claustrofobici e più avventurosi, a tratti addirittura divertenti, grazie a un personaggio pieno di risorse e che non perde mai la voglia di scherzare. Pur trovandosi in una situazione apparentemente senza via d'uscita, Watney – che è un botanico – riuscirà a trovare il modo di coltivare patate (concimandole con i suoi escrementi), di comunicare con la NASA (riesumando il rover di una precedente missione), di spostarsi sul pianeta rosso e infine di farsi salvare dai suoi compagni, tornati indietro per prelevarlo. La vicenda è raccontata in parallelo: alla permanenza di Mark su Marte si accostano le riunioni e i tentativi, da parte degli scienziati sulla Terra, di trovare un modo di soccorrerlo. Da notare la collaborazione dei cinesi: nell'esplorazione spaziale, si auspica, le divisioni politiche possono essere messe da parte. La narrazione è avvincente (senza zavorre pretenziose, intellettuali o metafisiche) e gran parte degli aspetti tecnici e scientifici sono ben curati grazie alla collaborazione della NASA, anche se non mancano momenti assurdi o implausibili come tutta la manovra di salvataggio nel finale. Diverse le strizzatine d'occhio alla cultura nerd: la riunione segreta dei vertici della NASA è paragonata al Consiglio di Elrond del "Signore degli Anelli" (e il fatto che nel cast ci sia anche Sean Bean, che nei film di Peter Jackson era presente a quel Consiglio nei panni di Boromir, rafforza la citazione), mentre le evoluzioni di Mark con la tuta spaziale lo portano a paragonarsi ad Iron Man. Ottima l'interpretazione di Damon, che da un certo punto in poi appare particolarmente dimagrito. Nel cast anche Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Michael Peña e Kate Mara. Il film nasce inizialmente da un progetto dello sceneggiatore Drew Goddard, che avrebbe dovuto anche dirigerlo, ma la produzione ha dato il via libera solo dopo che sono saliti a bordo nomi noti come Scott e Damon. Se Kubrick aveva fatto risuonare nello spazio i valzer di Strauss e altri brani classici, Scott ci propone una divertente colonna sonora a base di canzoni pop e disco anni '70 e '80, con l'inevitabile "I will survive" sui titoli di coda.

15 ottobre 2015

John Rambo (Sylvester Stallone, 2008)

John Rambo (Rambo)
di Sylvester Stallone – USA/Germania 2008
con Sylvester Stallone, Julie Benz
**

Visto in TV.

Il quarto film della saga di Rambo giunge a vent'anni di distanza dal precedente. Dopo Rocky, rivisitato nel 2006, Stallone ha scelto infatti di riprendere anche il secondo dei due personaggi che gli avevano dato la fama di eroe d'azione negli anni ottanta: e lo fa senza tradirne lo spirito, e anzi approfondendo il personaggio più di quanto non provassero a fare i capitoli due e tre (il primo rimane una cosa a parte). Scopriamo subito che in questi vent'anni l'ex guerrigliero è rimasto in Thailandia, dove si guadagna da vivere catturando e vendendo serpenti velenosi (!). Quando un gruppo di missionari americani lo assolda affinché li conduca con la sua barca fino in Birmania (dove intendono portare medicine e la parola di Dio ai poveri contadini), il vecchio John si ritrova in mezzo all'azione: il gruppo viene infatti catturato dai soldati dell'esercito birmano, e toccherà a lui – insieme a un pugno di mercenari assoldati per l'occasione – liberarli e portarli in salvo. Se all'inizio il personaggio appare (giustamente) stanco, disilluso e anche un po' bolso e sovrappeso, per il resto nella franchise nulla sembra cambiato: una trama che più lineare non si può, cattivi cattivissimi (la parte tocca stavolta alla giunta militare che governa la Birmania, i cui soldati sono mostrati mentre assaltano e compiono nefandezze ai danni dei contadini cristiani, uccidendo gli uomini, stuprando le donne e rapendo i bambini per farne dei soldati a loro volta), sparatorie e tattiche di guerriglia, violenza e centinaia di morti, il tutto recitato e girato in stile anni ottanta (ed è un pregio). Di fronte all'idealista e pacifista Sarah, che ritiene che le cose possano cambiare facilmente, o ai mercenari ingaggiati, che al contrario ragionano in termini troppo pragmatici, Rambo esprime la sua filosofia, riassumibile nella frase più memorabile del film: "Vivere per niente o morire per qualcosa, scegliete voi". Nel gruppo dei comprimari spiccano l'inglese arrogante e razzista (Graham McTavish) e il giovane marine School Boy (Matthew Marsden): ma naturalmente Rambo funziona meglio quando agisce da solo, come nell'attacco alla chiatta dei pirati o nella fuga dopo l'assalto al campo. I mercenari inizialmente lo guardano dall'alto in basso, ritenendolo troppo vecchio o addirittura un semplice barcaiolo: ma si dovranno ricredere. Nel finale, vediamo John che dopo tanto tempo torna finalmente in patria, nella fattoria di famiglia: una sorta di (meritato) lieto fine per il personaggio, anche se Sly ha dichiarato che – a differenza di Rocky, su cui ha posto ormai la parola fine – immagina altre possibili avventure per lui.

13 ottobre 2015

Master & Commander (Peter Weir, 2003)

Master & Commander - Sfida ai confini del mare
(Master and Commander: The Far Side of the World)
di Peter Weir – USA 2003
con Russell Crowe, Paul Bettany
***

Rivisto in TV.

Nel 1805, durante le guerre napoleoniche, il comandante della marina britannica Jack Aubrey (Crowe) viene incaricato di rintracciare la nave da guerra francese Acheron al largo delle coste del Brasile, per catturarla o affondarla. L'impresa si rivela difficile, visto che l'Acheron è più grande, veloce e potente della HMS Surprise di Aubry, oltre a sovrastarla anche tatticamente. Ma questi, con tenacia e ostinazione, la inseguirà oltre il Capo Horn e fino alle isole Galapagos... Dai romanzi marinareschi di Patrick O'Brian, un film epico e d'avventura su larga scala con cui Weir, per la prima volta, fa ricorso agli effetti digitali, peraltro perfettamente fusi con le riprese dal vivo. Il tema, come spesso avviene nelle opere del regista australiano, è quello del rapporto fra l'uomo e l'ambiente che lo circonda: più che contro i nemici, in fondo, la battaglia di Aubry è con sé stesso e il mondo di cui fa parte. L'ampio respiro della vicenda, i personaggi mirabilmente caratterizzati, l'eccellente ricostruzione storica, le immagini suggestive, la riuscita fusione fra la trama principale e la coralità della storia, lo rendono un piacevolissimo kolossal d'autore. Pur incentrato su una rivalità fra due navi che rappresentano – anche così lontano dall'Europa – i due paesi in guerra ("Questa nave è l'Inghilterra", grida Aubry al suo equipaggio per incitarlo a combattere), il punto di vista rimane sempre parziale: il regista non si allontana mai dalla nave inglese, mentre quella francese – prima dello scontro finale – compare solo fugacemente, come un fantasma nella nebbia, senza che se ne intraveda mai l'equipaggio o il comandante, alimentando in questo le superstizioni della ciurma che la paragonano a una creatura infernale. A proposito di superstizioni: la sequenza in cui i marinai accusano il giovane ufficiale Hollom (Lee Ingleby) di essere un "Giona", spingendolo al suicidio, è decisamente tipica del cinema di Weir, fra le cui tematiche figura da sempre la scoperta del mondo da parte di ragazzi e adolescenti (a volte con gravi conseguenze). Al fianco di Aubry, tenace navigatore cresciuto nel culto di Nelson, c'è l'inseparabile Stephen Maturin (Bettany), medico di bordo al quale è legato da un'amicizia fraterna non scalfita dai frequenti battibecchi (che ricordano quelli fra il capitano Kirk e il dottor McCoy di "Star Trek") e cementata dal comune amore per la musica (i due suonano rispettivamente violino e violoncello: nel film si ascoltano brani di Bach, Mozart, Corelli e Boccherini). Maturin, che è anche un esperto naturalista, nel passaggio per le Galapagos rimane affascinato dalle insolite specie animali dell'arcipelago ed è sul punto di anticipare le intuizioni di Charles Darwin, ma è continuamente distratto in ciò dalle ragioni della guerra. Curiosità: proprio Bettany interpreterà Darwin in un film del 2009, "Creation". La coralità, cui accennavo, è garantita dal resto della ciurma, che comprende marinai esperti e giovani ufficiali, fra cui anche bambini come il piccolo Blakeney (Max Pirkis), che nonostante perda un braccio si rivela un ottimo aiutante tanto per Aubry (che gli affida addirittura il comando della nave, temporaneamente, durante un abbordaggio) quanto per Maturin (dal quale assorbe l'interesse per le scienze naturali). Nel cast anche Billy Boyd (il timoniere Bonden), James D'Arcy (il secondo in comando), Chris Larkin, Edward Woodall e Max Benitz. Finale con sberleffo, come per lasciare aperta l'avventura a una continuazione, potenzialmente infinita. Ma le voci di un possibile sequel non hanno mai avuto riscontro.

11 ottobre 2015

Fuga (Pablo Larraín, 2006)

Fuga (id.)
di Pablo Larraín – Cile 2006
con Benjamín Vicuña, Gastón Pauls
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Eliseo Montalbán, giovane musicista cileno rimasto traumatizzato da bambino per aver assistito all'assassinio della sorella maggiore, compone un'unica opera, un concerto per pianoforte ed orchestra chiamato "Rapsodia macabra" e ispirato in qualche modo a quegli eventi. Durante la prima esecuzione, però, la pianista muore mentre lo sta suonando, e lo shock è tale da spingere Eliseo a distruggere tutte le copie della partitura, prima di essere ricoverato in un ospedale psichiatrico e poi sparire nel nulla. Qualche anno dopo, il mediocre compositore argentino Gastón Pauls, giunto in qualche modo in possesso di una parte dello spartito, si lancia alla sua ricerca, intenzionato a recuperare il concerto... Il film d'esordio di Pablo Larraín (poi autore degli eccellenti "Tony Manero" e "Post mortem") è un dramma sul tema della "musica maledetta", che segue – in un'alternanza di passato e presente – le vicissitudini trascorse da Eliseo e i tentativi di Gastón (non del tutto avulsi da motivi personali) di ritrovarlo e riportarne alla luce la musica. Una buona idea, un'ottima tecnica realizzativa, ma scarso controllo sulla materia, poca tensione narrativa e interpretazioni non all'altezza (se si eccettua il grandioso Alfredo Castro nei panni del paziente gay dell'ospedale psichiatrico, in un'interpretazione che ricorda Al Pacino: non a caso diventerà l'attore feticcio di Larraín e sarà il protagonista dei suoi successivi film) per una pellicola comunque interessante e che lascia intravedere tutto il talento del regista. La follia di Eliseo è al centro di ogni cosa, con i traumi familiari alla sua origine (non solo la morte della sorella, ma anche il rapporto con il padre, un ministro più interessato alla propria carriera politica che a lui), a cui fa da contraltare il desiderio di fama e notorietà di Gastón. Da notare che lo stesso Pablo Larraín è figlio di un senatore di ultradestra, Hernán Larraín, il che può suggerire qualche connotazione autobiografica nel personaggio di Eliseo (anche perché, non in questa ma nelle pellicole successive, il regista si è posto decisamente in antitesi con la corrente politica paterna). Bello il finale sul mare, che rispecchia l'incipit dell'intera vicenda con Eliseo bambino nella piscina di casa Montalbán.

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non il fatto di essere una principessa e di avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al trascorrere del tempo: ma l'effetto non era certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.

7 ottobre 2015

Nightmare 3 (Chuck Russell, 1987)

Nightmare 3 - I guerrieri del sogno (A Nightmare on Elm Street 3: Dream Warriors)
di Chuck Russell – USA 1987
con Heather Langenkamp, Craig Wasson
**1/2

Visto in divx.

Il terzo "Nightmare" è indubbiamente il migliore dei sequel canonici della serie, anche perché è l'unico che vede coinvolto il suo creatore Wes Craven: non come regista, ma come sceneggiatore. Non a caso, "bypassa" il secondo film e fa tornare in scena i personaggi del primo lungometraggio, dando così una continuità alla storia e approfondendo in maniera coerente il villain Freddy Krueger (a proposito, finalmente viene chiamato "Freddy" e non "Fred"). Ambientato sei anni dopo il film originale, ci rivela che Nancy (Heather Langenkamp) è diventata dottoressa ed esperta in casi di disturbo del sonno, come quelli che affliggono i giovani pazienti di un istituto psichiatrico di Springwood. Ricoverati per aver tentato il suicidio (in realtà indotti in questo da Freddy), i ragazzi sono terrorizzati dalla possibilità di ritornare vittime di Krueger durante gli incubi, e fanno di tutto per non addormentarsi. Sfruttando i poteri paranormali di una di loro, Kristen (Patricia Arquette), che ha la capacità di far entrare gli altri nei propri sogni, cercheranno insieme di resistere agli assalti di Freddy: il tutto mentre, nel mondo reale, un medico della clinica (Craig Wasson) e il padre di Nancy (John Saxon) indagano sulla vera origine del nemico. Rispetto al deludentissimo secondo capitolo, ma anche al grezzo film originale (che aveva dovuto fare i conti con un budget assai ridotto), questo terzo film è senz'altro più convincente nel mettere in scena gli incubi dei ragazzi, molto più onirici e orrorifici. In più regala alcune inquietanti suggestioni (la suora fantasma) e ha la buona idea di rendere protagonisti e vittime del mostro dei ragazzi disadattati anziché i soliti borghesucci figli di papà. Craven intendeva completare una "trilogia" che avrebbe dovuto mettere la parola fine alla serie, con il chiarimento sulle origini del mostro dei sogni (Freddy è il frutto della violenza subita da sua madre da parte dei pazzi criminali dello stesso ospedale psichiatrico) e la sua definitiva sconfitta (attraverso la sepoltura dei suoi resti in terra consacrata). Ma, come nei film precedenti, proprio nell'ultima scena c'è il consueto sberleffo che lascia una porta aperta. E infatti, negli anni successivi, ecco spuntare come funghi (quasi uno all'anno!) altri sequel di mediocre fattura per allungare la serie, fino a quando Craven non interverrà di nuovo per dire la sua, con l'atipico e metareferenziale "Nuovo incubo". Nel cast si riconoscono Laurence Fishburne (uno dei custodi della clinica) e Zsa Zsa Gabor (in un cameo nei panni di sé stessa in televisione, massacrata ovviamente da Freddy). Curiosità: il doppiaggio italiano traduce ogni volta in maniera diversa la filastrocca che i bambini intonano per proteggersi dall'uomo nero, che appare in tutti i film e che nella versione originale è sempre la stessa ("One, two, Freddy's coming for you...").

6 ottobre 2015

Nightmare 2 (Jack Sholder, 1985)

Nightmare 2 - La rivincita (A Nightmare on Elm Street Part 2: Freddy's Revenge)
di Jack Sholder – USA 1985
con Mark Patton, Kim Myers
*1/2

Visto in divx.

Il grande successo del primo "Nightmare" spinse i produttori della New Line a mettere rapidamente in cantiere un seguito, al quale non partecipò però Wes Craven, regista e sceneggiatore dell'originale. Ambientato cinque anni dopo la precedente pellicola, "Nightmare 2" ha in realtà poco in comune con essa: giusto il personaggio di Freddy Krueger (chiamato così nel sottotitolo, ma ancora "Fred Krueger" nei dialoghi), interpretato sempre da Robert Englund, che però agisce stavolta in maniera diversa rispetto al solito: si "impadronisce" del corpo del giovane Jesse (che con la sua famiglia si è trasferito a vivere in Elm Street, proprio nella casa dova abitava Nancy nel primo film) e tramite lui riesce a scatenare la sua violenza anche nel mondo reale. La mancanza del binomio sogni-realtà (e del tema "resta sveglio o muori" che caratterizzava il prototipo) toglie parecchio fascino alla vicenda: a questo si aggiunge una regia piatta (le numerosissime scene di pericolo o di minaccia si susseguono senza scuotere più di tanto lo spettatore), una sceneggiatura senza ritmo, e personaggi decisamente anonimi e senza spessore (con l'eccezione forse di Lisa, la ragazza di Jesse, che infatti è la protagonista dello scontro finale con Freddy nella fabbrica dove questi lavorava da vivo). Fra cliché e noia, la pellicola è da salvare in parte solo per l'atmosfera anni ottanta, per la trovata del caldo come filo conduttore della presenza di Freddy, e per poche sequenze di un certo fascino (l'incipit con lo scuolabus che precipita all'inferno, e la scena in cui Freddy fuoriesce letteralmente dal corpo di Jesse). Il pubblico comunque apprezzò, e il film fece faville al botteghino, dando così il via libera alla realizzazione di ulteriori seguiti. Craven (che tornerà, ma solo come sceneggiatore, nel terzo capitolo) alluderà scherzosamente alla cattiva qualità del film nel secondo "Scream", facendo dire a un personaggio ""Il genere horror è stato solo danneggiato dai sequel!".

3 ottobre 2015

Inside out (Pete Docter, 2015)

Inside out (id.)
di Pete Docter [e Ronnie del Carmen] – USA 2015
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Elena, Andrea, Eva, Marisa e Sabrina.

Nella mente della undicenne Riley, da un'apposita sala di controllo, le sue emozioni "personificate" immagazzinano i suoi ricordi e gestiscono i suoi comportamenti e, dunque, la sua personalità. A svettare su tutti è Gioia, che ha il suo gran da fare per tenere a bada Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. E apparentemente ci riesce, visto che l'infanzia di Riley non potrebbe essere più felice: ma gli sconvolgimenti dello status quo, in occasione del trasferimento della famiglia dalle montagne del Minnesota alla città di San Francisco, con conseguente perdita delle amicizie e l'insorgere di stress e malumori, porteranno Gioia a comprendere come anche le emozioni apparentemente negative – la Tristezza in testa – possano avere un importante valore e un profondo significato per la crescita della bambina. Dopo un paio di film inferiori alla sua media, la Pixar torna ai massimi livelli con una pellicola che, come nei suoi migliori lavori, è godibile a più livelli e comunica in maniera diversa a seconda del pubblico: dall'avventura colorata e divertente (per gli spettatori più piccoli) alle riflessioni sulle emozioni e sui rapporti umani (attraverso un inedito e umoristico meccanismo che mostra come "funziona il cervello" dall'interno). E mentre sfiora concetti come la memoria a lungo termine, il pensiero astratto, la nascita dei sogni e altri ancora, il film racconta il passaggio dall'infanzia all'adolescenza in maniera toccante e sincera, per una volta senza tingere tutto di rosa. Il messaggio più importante, infatti, è quello succitato: se da piccoli, quello che conta è solo "divertirsi", man mano che si cresce e bisogna affrontare anche le difficoltà o le avversità della vita, è importante lasciarsi indietro alcune cose (gli amici immaginari) e dare valore anche alla malinconia e alla sofferenza, senza metterle da parte o rimuoverle. Un concetto quasi catartico, decisamente controcorrente nell'ambito dell'intrattenimento hollywoodiano, ancora più prezioso perché veicolato a un pubblico giovane attraverso un linguaggio che lo visualizza simbolicamente in maniera diretta e geniale. Nulla da lamentare, come al solito, sul versante tecnico: dal disegno dei personaggi alle ambientazioni, dal ritmo all'animazione, dalla dicotomia fra realtà e "interno del cervello" agli esilaranti scorci nelle menti degli altri personaggi (i genitori di Riley, ma anche altre persone e persino cani e gatti), tutto concorre a fare della pellicola l'ennesimo gioiellino di Lasseter & Co. Il regista Pete Docter, che aveva già firmato "Monster & Co." e "Up", è qui affiancato dal co-sceneggiatore Ronaldo Del Carmen: per la trama i due hanno consultato anche psicologi e neuroscienziati. Da apprezzare, fra le tante, la citazione a "Chinatown" di Roman Polanski ("Lascia perdere, Jake, è la città delle nuvole"). Al cinema il film era preceduto dal cortometraggio "Lava", storia d'amore fra due vulcani nell'Oceano Pacifico, accompagnata da una ballata tropicale.