24 luglio 2013

Le iene (Quentin Tarantino, 1992)

Le iene (Reservoir dogs)
di Quentin Tarantino – USA 1992
con Harvey Keitel, Tim Roth
****

Rivisto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Dopo un furto in una gioielleria finito male, alcuni dei rapinatori sopravvissuti si rifugiano in un magazzino isolato, per raccogliere le idee e capire se fra loro si nasconde un traditore. Fra inattesi colpi di scena e flashback chiarificatori, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Fologorante esordio alla regia di Quentin Tarantino, autore-cinefilo con la passione per il cinema di genere (su tutti i B-movies, i film di exploitation e i poliziotteschi italiani degli anni settanta) e già autore di un paio di sceneggiature ad alta tensione che verranno portate sullo schermo negli anni immediatamente successivi ("Una vita al massimo", "Natural Born Killers"), ha il suo punto di forza nella sceneggiatura dello stesso Quentin, che come nel successivo capolavoro "Pulp fiction" è a livello stratosferici, a mio parere mai più raggiunti in seguito dal regista. Pur non descrivendo la rapina, ma solo i suoi preparativi e le conseguenze del suo fallimento, il film è permeato da una forte violenza grafica e da una suspense capace di raggiungere punte assai elevate. La ricchezza dei dialoghi (anche quando l'oggetto della discussione è marginale rispetto alla vicenda principale: vedi il meraviglioso incipit nella caffetteria, dove si discorre sul significato di "Like a Virgin" di Madonna o si filosofeggia sulle mance alle cameriere) e le battute affilate e ciniche al servizio di personaggi ottimamente caratterizzati si sposano con una struttura narrativa non lineare, coadiuvata da un montaggio che porta continuamente avanti e indietro nella vicenda, giocando con le attese degli spettatori e rivelando informazioni e retroscena dei personaggi solo quando è il momento giusto: in questo modo fa montare inesorabilmente la tensione fino a liberarla all'improvviso in scoppi di violenza che giungono inaspettati e come pugni nello stomaco. Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge un fermo controllo sulla materia trattata (che apparentemente ricorre persino all'unità di tempo e di spazio – se si eccettuano per l'appunto i brevi flashback, l'intero film è ambientato in un vasto capannone – e fa quasi pensare di trovarsi di fronte a un testo teatrale), nonché l'eccellente studio dei personaggi (caratterizzati con una forte ambiguità morale) e la straordinaria capacità di dirigere gli attori, un formidabile cast che comprende vecchie glorie (Keitel) e giovani talenti (Roth), nomi allora sconosciuti (Madsen) e habitué del cinema indipendente (Buscemi), tutti messi in condizione di sfornare prove davvero intense.

Dopo aver venduto le sue prime sceneggiature e aver frequentato un workshop al Sundance Film Institute di Robert Redford, Tarantino era stato incoraggiato a mettersi dietro la macchina da presa dal regista Monte Hellman, che lo aveva aiutato anche a trovare finanziamenti. Inizialmente avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a bassissimo budget, senza nomi di rilievo nel cast (gli interpreti, a parte lo stesso Tarantino e l'amico-produttore Lawrence Bender, dovevano essere i colleghi del videonoleggio dove Quentin lavorava): solo con l'ingresso di Harvey Keitel, che volle figurare anche come co-produttore, il progetto salì di livello. Girato in sole cinque settimane, il film si basa su un soggetto che – a detta dello stesso Tarantino – è fortemente debitore a "Rapina a mano armata" di Stanley Kubrick, da cui riprende non solo il tema principale ma anche l'utilizzo di una narrazione decostruita. Altra fonte di ispirazione è il noir hongkonghese "City on fire" di Ringo Lam, la cui seconda metà presenta virtualmente la stessa trama de "Le iene". Ma vista la cinefilia di Tarantino, la sua caratteristica di "rimasticatore" del cinema di genere e la sua passione per citazioni e riferimenti, non deve stupire come in questo film d'esordio abbondino gli omaggi a pellicole del passato. L'iconico abbigliamento dei sei rapinatori (giacca e cravatta con occhiali neri, come veri e propri "men in black" o magari impiegati del crimine) richiama quello dei protagonisti della saga di "A better tomorrow" di John Woo, in particolare il secondo episodio. I nomi in codice basati sui colori – Mister Black, Mister Orange, Mister Pink... – provengono dal thriller "Il colpo della metropolitana" di Joseph Sargent. La violenza iperstilizzata fa pensare alle opere d'esordio di Martin Scorsese ("Mean Streets") e ai western crepuscolari di Sam Peckinpah ("Il mucchio selvaggio"). La sequenza del taglio dell'orecchio potrebbe essere stata ispirata dal western italiano "Django" di Sergio Corbucci così come dal giapponese "The shogun assassin" di Kinji Fukasaki, ma più probabilmente dal film noir "La polizia bussa alla porta" di Joseph H. Lewis (il cui cattivo è un sadico gangster che si chiama, guarda caso, Mr. Brown). E Quentin condisce il tutto con ulteriori riferimenti a film, canzoni, fumetti che ama: da Pam Grier (protagonista di tante pellicole blaxploitation e futura protagonista di "Jackie Brown") ai Fantastici Quattro (si cita la Cosa, si vede un poster di Silver Surfer).

La decisione di non mostrare le sequenze della rapina è stata spiegata dal regista come una scelta voluta e non solo una questione di budget. Il film, di fatto, non è un heist movie: non parla del furto ma "di altre cose". Oltre ai sei rapinatori – Mr. White (Harvey Keitel, il gangster compassionevole), Mr. Orange (Tim Roth, il poliziotto infiltrato), Mr. Pink (Steve Buscemi, la macchietta comica), Mr. Blonde (Michael Madsen, il sadico psicopatico), Mr. Brown (Quentin Tarantino) e Mr. Blue (Edward Bunker), con gli ultimi due che escono di scena quasi subito – il roster comprende di fatto solo altri quattro personaggi: Joe (Lawrence Tierney), l'organizzatore della rapina; Eddie "il bello" (Chris Penn), suo figlio; Holdaway (Randy Brooks), l'agente che istruisce Mr. Orange; e Marvin (Kirk Baltz), il poliziotto catturato e torturato da Mr. Blonde in quella che è forse la scena che più rimane impressa nella memoria dello spettatore. Da notare che il vero nome di Mr. Blonde (uno dei pochi che viene rivelato) è Vic Vega: si tratta infatti del fratello di Vincent Vega, il personaggio interpretato da John Travolta in "Pulp Fiction". Fra i progetti di Tarantino c'era anche un film sui due fratelli Vega ("The Vega Brothers"), ambientato ovviamente prima degli eventi dei suoi due film d'esordio, ma la cosa non si è mai realizzata (e difficilmente lo sarà, vista ormai l'età dei due attori). Fondamentale, come nella pellicola seguente, la colonna sonora, tutta a base di canzoni vintage (prevalentemente degli anni settanta, visto che in gran parte vengono ascoltate alla radio, attraverso la trasmissione "K-Billy's Super Sounds of the Seventies", il cui dj ha nella versione originale la voce di Steven Wright): fra le altre spiccano "Little Green Bag" (The George Baker Selection, sui titoli di testa), "Fool for Love" (Sandy Rogers), "Stuck in the Middle with You" (Stealers Wheel, nella scena della tortura) e "Coconut" (Harry Nilsson, sui titoli di coda). Inizialmente presentato proprio al Sundance Film Festival, il film ottenne un meritato successo di critica ma rimase per lo più sconosciuto al grande pubblico. Dopo il successo di "Pulp fiction", nel 1994, fu rieditato nelle sale, riscuotendo nuovo interesse ma anche correndo il rischio di essere irrimediabilmente "accomunato" al secondo lavoro del regista (ricordo per esempio che gli spettatori esplodevano in risa fragorose anche durante scene, come quella dell'orecchio tagliato, che erano state costruite come disturbanti e in cui francamente non c'era niente da ridere: anche se l'humor nero ne "Le iene" non manca, il livello di ironia fra le due pellicole è infatti ben diverso, ma molti non se ne accorgevano e si lasciavano trascinare dalle loro aspettative). In Italia il film ha ispirato l'omonimo programma televisivo, i cui conduttori e inviati si vestono come i protagonisti della pellicola stessa.

2 commenti:

Babol ha detto...

Un capolavoro scioccante. La prima volta che lo vidi non ci dormii la notte, soprattutto per la sofferenza di Mr. Orange. E da lì è nato l'aMMore per Quentin!!!

Christian ha detto...

Io lo recuperai subito dopo aver visto in sala "Pulp Fiction", e fu la conferma di un grande talento (ho spesso detto che gli anni novanta ci hanno regalato tre geni che si sono staccati nettamente su tutti: Tarantino, Kitano e von Trier). Però in seguito (tranne in parte "Kill Bill") il buon Quentin non mi ha più entusiasmato come allora.