30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro...

Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!"). Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

29 maggio 2009

Il cittadino si ribella (E. G. Castellari, 1974)

Il cittadino si ribella
di Enzo G. Castellari – Italia 1974
con Franco Nero, Giancarlo Prete
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

La città di Genova è scossa da un'ondata di crimini senza precedenti (molto bella la sequenza dei titoli di testa, con un susseguirsi frenetico di furti, effrazioni, rapimenti e sparatorie). Durante una rapina in banca, un tranquillo professionista (l'ingegner Carlo Antonelli) viene preso come ostaggio, umiliato e malmenato dai malviventi prima di essere rilasciato. Sconvolto dall'inerzia della polizia, che sospetta addirittura di collusione con i banditi, decide di indagare in prima persona, intrufolandosi nell'ambiente della criminalità per rintracciare i tre rapinatori. Ci riuscirà con l'aiuto di un giovane ladruncolo, ma attirerà su di sé la vendetta dei criminali e ne seguirà un bagno di sangue. Il secondo poliziottesco di Castellari dopo "La polizia incrimina, la legge assolve" è ovviamente è un film a tema che si iscrive a pieno titolo nel filone del cittadino che sceglie (o è costretto) di farsi giustizia da solo. Ma a differenza del "Giustiziere della notte" o di titoli simili, il protagonista è presentato come debole, maldestro e non privo di lati negativi, un benpensante borghese che si rivela violento e sanguinario quanto i criminali e riceve lezioni morali, di civiltà e di amicizia dal ladro che si sacrifica per lui. La scena in cui il mondo stesso della criminalità si attiva per rintracciare i tre rapinatori, colpevoli di aver attirato troppo l'attenzione della polizia, riecheggia addirittura "M" di Fritz Lang. La compagna del protagonista è Barbara Bach, il commissario è Renzo Palmer, mentre la colonna sonora, come in quasi tutti i film di Castellari, è dei fratelli De Angelis. Buona la regia, con inquadrature curate e un utilizzo espressionistico di ralenti, montaggio e movimenti di macchina.

28 maggio 2009

L'erba del vicino è sempre più verde (S. Donen, 1960)

L'erba del vicino è sempre più verde (The grass is greener)
di Stanley Donen – GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr
**

Visto in divx, con Marisa.

Una coppia di nobili inglesi (Grant e la Kerr), in ristrettezze economiche, ha trasformato il proprio castello in un museo aperto al pubblico. Un giorno, fra i turisti in visita, giunge un miliardario americano (Robert Mitchum) che si innamora della lady, ricambiato. Il marito, senza perdere il suo aplomb britannico, cercherà di riconquistare la consorte con l'aiuto di una vecchia amica (Jean Simmons) e del fedele maggiordomo (Moray Watson). Commedia alla Noël Coward, chiaramente ispirata a un lavoro teatrale (di Hugh Williams e Margaret Vyner), visto che è estremamente verbosa e si svolge (quasi) sempre fra le quattro mura del castello. Mi è parsa un po' scontata e non particolarmente avvincente, a dire il vero, nonostante gli interpreti. Ma probabilmente era da guardare in lingua originale, visto che molti giochi di parole si basano sulle differenze fra l'inglese britannico e americano. Divertenti i titoli di testa, con i protagonisti e la troupe impersonati da alcuni neonati.

27 maggio 2009

L'insolito caso di Mr. Hire (P. Leconte, 1989)

L'insolito caso di Mr. Hire (Monsieur Hire)
di Patrice Leconte – Francia 1989
con Michel Blanc, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto in DVD, con Marisa e Giovanni.

Tratto da un racconto di Georges Simenon e girato con stile lento e calligrafico (cui contribuiscono anche le musiche di Michael Nyman), è un thriller psicologico che ho trovato un po' ostico durante la visione, forse per la caratterizzazione introversa e disturbante del personaggio principale e per la totale assenza di leggerezza e ironia, ma che successivamente ho rivalutato. Il protagonista è un sarto parigino di mezza età, solitario e misantropo, che si invaghisce di Alice, la sua giovane dirimpettaia, e che trascorre le serate a osservarla segretamente dalla finestra. Quando la ragazza se ne rende conto, inizia a sospettare che l'ometto possa essere al corrente di un delitto compiuto dal suo fidanzato Emile e che lei ha aiutato a nascondere: decide così di approcciarlo, approfittando del suo amore per lei... Dietro una superficie tranquilla, la pellicola mette dunque in mostra sentimenti forti e contrastanti: l'amore assoluto di Hire per Alice, quello stereotipato fra Alice ed Emile, e quello interessato e fasullo di Alice per Hire. Poco importa, allora, che la sottotrama gialla sia relativamente prevedibile: quel che conta sono l'atmosfera e lo studio psicologico dei personaggi. Bravi i due attori principali. Nei panni del poliziotto che indaga sul delitto, invece, c'è il kaurismakiano André Wilms.

25 maggio 2009

La moglie del soldato (N. Jordan, 1992)

La moglie del soldato (The crying game)
di Neil Jordan – GB 1992
con Stephen Rea, Jaye Davidson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Jody (Forest Whitaker), un soldato di colore stanziato in Irlanda del Nord, viene sequestrato da un gruppo di terroristi dell'IRA che intendono usarlo come pedina di scambio per chiedere agli inglesi la liberazione di uno dei loro capi. Durante la prigionia Jody stringe amicizia con Fergus, uno dei suoi carcerieri, al quale chiede di recarsi a trovare la sua donna, Dil, dopo che lui sarà stato ucciso. Quando Fergus cerca di tranquillizzarlo ("Non è detto che ti uccideremo"), Jody commenta amaramente: "Non ne potrete fare a meno: è nella vostra natura". E proprio i temi dell'identità e della natura delle persone, esemplificati dalla celebre favola morale dello scorpione e della rana, sono al centro di questo magnifico film, senza dubbio il capolavoro di Neil Jordan, capace di sorprendere, di avvincere e di far riflettere: l'identità di chiunque è infatti complessa e sfaccettata, e per arrivare a comprendere la propria natura è necessario un lungo cammino, una sorta di evoluzione (si pensi alla frase di San Paolo citata da Fergus: "Quando ero bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato grande, non ho più ragionato da bambino..."). Ma se è difficile accettare sé stessi, capire gli altri è ancora più ostico a causa di condizionamenti sociali, ideologici, politici o sessuali: e alla fine di una persona si finiscono col vedere soltanto quegli aspetti che meglio si adattano ai pregiudizi che abbiamo già in partenza. L'osservazione superficiale e schematica porta così a dividere l'umanità, a seconda dei punti di vista, in buoni e cattivi, normali e anormali, perbene e criminali, occupanti e resistenti, tutori dell'ordine e terroristi, vittime e sfruttatori, amanti e amici, uomini e donne, perdendo di vista le sfumature. Eppure Jung affermava che in ogni uomo è presente una parte femminile, e in ogni donna una parte maschile; e lo stesso concetto si ritrova nel simbolo dello yin e dello yang.

Spesso la ricerca della propria identità porta a una strada senza uscita (Jude, interpretata da Miranda Richardson, è ormai così calata nel ruolo di guerrigliera da usare la propria femminilità soltanto al servizio della causa; nonostante sfrutti le proprie forme per attirare Jody in trappola, non si vede più come una donna: "ho cambiato look perché volevo un aspetto più duro"). D'altra parte, le semplici apparenze ingannano: un terrorista omofobico (la scena in cui Fergus deve aiutare Jody a espletare le sue funzioni corporali è fondamentale e anticipatrice!) può rivelarsi un individuo sensibile e aperto, così come una persona fragile, in cerca di identità e di amore ("Uno è appena un po' gentile con me, e sono tutta sua" dice Dil), può esprimere sicurezza e spavalderia dietro vesti particolari e risultare invece invece spersa e spaesata dopo un semplice taglio di capelli e un cambio d'abiti.
Naturalmente il lungometraggio è diventato celebre per l'inaspettato colpo di scena a metà pellicola, al punto da essere ormai un titolo regolarmente citato (al fianco de "I soliti sospetti", "Il sesto senso" e "Fight club") quando si parla di pellicole caratterizzate da un plot twist folgorante. Ma sebbene la sceneggiatura (premiata con l'Oscar) sia costruita in modo tale da arrivare a stupire lo spettatore in quel particolare momento, il film mantiene la propria forza e validità anche se lo si guarda conoscendo già il "segreto" di Dil (che da allora, peraltro, è stato rivelato e spoilerato in numerosi altri film, serie televisive e fumetti).
Il titolo originale della pellicola è quello della canzone che si sente nel film in tre versioni diverse: in quella cantata nel locale da Dil (in realtà da Kate Robbins), in quella originale di Dave Berry su una vecchia musicassetta, e in quella di Boy George nei titoli di coda. Ma la bella colonna sonora comprende anche pezzi come "When a man loves a woman" e "Stand by your man".

22 maggio 2009

Star Trek (J.J. Abrams, 2009)

Star Trek - Il futuro ha inizio (Star Trek)
di J.J. Abrams – USA 2009
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin e Gabriele.

Revisione/reboot di una delle più classiche serie di fantascienza della tv americana, virata in chiave blockbuster, adolescenziale e antifilosofica da un regista-produttore-sceneggiatore di chiaro stampo televisivo (è quello di "Lost", di cui non sono mai riuscito a vedere più di due minuti, e sto esagerando per eccesso). Tolta gran parte della profondità e della suggestione allo scenario e ai personaggi originali, Abrams li "modernizza" e li ringiovanisce (il film racconta del primo incontro e della prima missione di Kirk, Spock & Co.) adeguandoli al gusto del pubblico odierno, con il risultato di farne quasi una parodia involontaria. E come se non bastasse, con la trovata di un viaggio indietro nel tempo da parte dei cattivi (e dello Spock originale, interpretato ancora una volta dall'anziano Leonard Nimoy), crea una biforcazione temporale che di fatto gli consente un "reset" narrativo di tutte le loro avventure, senza dubbio con il solo scopo di poter produrre in seguito una nuova versione della serie classica, cinematografica o – molto più probabilmente – televisiva. Ne risulta un film d'intrattenimento leggero e fracassone che, intendiamoci, si lascia anche guardare con relativo piacere. Ma quello che si guadagna in spettacolarità (gli effetti speciali digitali, comunque, non sorprendono più e testimoniano solo della cospicuità del budget a disposizione) e appeal verso un pubblico più giovane, si perde però in spessore, introspezione e soprattutto gusto per l'esplorazione dello spazio (in barba al titolo della serie), al punto che la celebre frase "Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise...", declamata solo nel finale, sembra quasi fuori posto, visto che la pellicola ha mostrato flirt, battaglie e scontri gerarchici, ma mai curiosità verso l'ignoto, desiderio di conoscenza, avventura, misteri e viaggi "là dove nessuno è mai giunto prima". Insomma, la frase simbolo del film potrebbe benissimo essere "Let's kick some Romulan ass" (pronunciata davvero da uno dei personaggi, non sto scherzando). A questo punto c'era più sincerità in un film grottesco e satirico come "Starship troopers", o più sense of wonder in una parodia dichiarata come "Galaxy Quest", due titoli decisamente migliori di questo.

L'inizio della pellicola è disastroso, tra scene madri inutilmente iperdrammatiche (la nascita di Kirk su un'astronave che sta per essere distrutta, con tanto di genitori che non solo non ne conoscevano ancora il sesso ma che in nove mesi non hanno mai avuto il tempo di discutere su quale nome dargli; lo stesso Kirk in versione "bambino ribelle" che guida un'auto d'epoca verso un precipizio e viene arrestato da uno pseudo-Robocop, uscito forse da "Judge Dredd") e sequenze purtroppo immancabili in ogni teen movie liceale che (non) si rispetti (Spock che affronta tre bulletti vulcaniani che lo sfottono perché sua madre è terrestre; la rissa nel bar, prodromo all'assurdo triangolo sentimentale fra Kirk, Spock e Uhura, di cui certo non si sentiva la mancanza!). Poi, quando si sale finalmente a bordo dell'Enterprise, le cose migliorano, ed è anche divertente vedere come gli sceneggiatori (re)introducano uno a uno tutti i membri dell'equipaggio storico in versione "ggiovane", fra gag dall'ingenuità quasi commovente, scazzottate in plancia, dinamiche semplicistiche e caratterizzazioni da barzelletta (vedi Checov o Scott). Ci sarebbe da stendere un velo pietoso, invece, sui cattivi (e sulle loro motivazioni), un gruppo di romulani con l'aspetto da mafiosi russi in trench e con tanto di tatuaggi, che pur possedendo un'arma in grado di creare buchi neri e di far sparire interi pianeti restano con le mani in mano per venticinque anni per poi farsi fregare da una coppia di ragazzini. E non parliamo delle assurdità scientifiche, in quantità decisamente insolita per un film di Star Trek, dove almeno la coerenza interna non era mai mancata e dove la "fanta" non aveva mai preso un tale sopravvento sulla "scienza" (buchi neri la cui attrazione gravitazionale si accende e si spegne a seconda delle esigenze di sceneggiatura; mostri alieni che non sanno muoversi nemmeno nell'ambiente in cui si sono evoluti; persone teletrasportate mentre erano in caduta libera e che perdono – chissà come – la propria energia cinetica; e così via: a proposito, davvero brutto il nuovo effetto grafico e "filamentoso" del teletrasporto). La regia è anonima, ovviamente televisiva, non solo con poche idee e scarsa personalità (difficile ricordare momenti originali o sequenze degne di nota) ma anche confusa (l'abuso della camera a mano durante le scene d'azione serve forse per camuffare il fatto che sulla plancia delle astronavi nessuno abbia le cinture di sicurezza) e mal supportata da una fotografia che spara riflessi ed effetti luminosi e stroboscopici negli occhi dello spettatore dall'inizio alla fine. E anche il cast non lascia una particolare impressione, con interpreti scelti più per la loro somiglianza con gli attori originali che per le capacità recitative (l'unico "vero" attore è Simon Pegg, nella parte di Scott, ma la sua verve comica c'entra come i cavoli a merenda; irriconoscibili invece Winona Ryder ed Eric Bana in ruoli marginali). In conclusione, cosa pensare di questo film? Vogliamo dargli una sufficienza stiracchiata, visto che che comunque come pellicola d'intrattenimento funziona? Diamogliela. Ma nulla di più.

21 maggio 2009

La polizia incrimina, la legge assolve (E. G. Castellari, 1973)

La polizia incrimina, la legge assolve
di Enzo G. Castellari – Italia 1973
con Franco Nero, Fernando Rey
**

Visto in DVD, con Martin.

Il vicecommissario Belli indaga a Genova su una banda di spacciatori di droga, i cui capi si annidano fra gli industriali più ricchi e potenti della città. I gangster non esitano ad ammazzare a sangue freddo i superiori e persino i familiari di Belli, ma questi trova un alleato nel boss di un'altra banda di Marsiglia che usa metodi più "vecchio stile". Considerato uno dei capostipiti del poliziottesco all'italiana, di cui ha contribuito a codificare gli stereotipi, non è altro che un onesto film di genere, piuttosto cruento ma senza particolari motivi di interesse. Se la sceneggiatura non eccelle, il cast però è soddisfacente (James Whitmore dà vita a un caparbio commissario, Duilio Del Prete e Silvano Tranquilli sono i "cattivi" fratelli Griva, mentre Fernando Rey è stato ingaggiato probabilmente per la sua interpretazione di un gangster marsigliese ne "Il braccio violento della legge") e alcune soluzioni di regia anche, come le inquadrature riflesse negli specchi d'acqua o nelle lenti degli occhiali dei cattivi, oltre all'uso cospicuo, nel montaggio, di frasi e immagini in funzione di flashback. Bello anche l'inseguimento iniziale sulle strade della riviera ligure. Fuorviante invece il titolo, visto che di aspetti o temi giudiziari nella sceneggiatura non c'è proprio traccia. La traccia audio del dvd K-storm è piuttosto rovinata.

19 maggio 2009

La tigre di Eschnapur (Fritz Lang, 1959)

La tigre di Eschnapur (Der Tiger von Eschnapur)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Nel 1921, ancora sconosciuto e a inizio carriera, Lang progettò di realizzare un film di avventure esotiche tratto dal romanzo "Das indische Grabmal" di Thea von Harbou. Stese il copione insieme alla scrittrice (che sarebbe poi diventata sua moglie e sceneggiatrice di fiducia), ma il progetto gli venne tolto dal produttore Joe May che preferì girarlo di persona (la pellicola uscì divisa in due episodi, come si usava spesso a quei tempi). Soltanto nel 1959, alla fine della sua carriera e dopo i tanti bei film realizzati negli Stati Uniti, Lang ebbe l'opportunità di riprendere in mano la storia originale e di farne una versione personale, distribuita come la precedente in due parti, "La tigre di Eschnapur" e "Il sepolcro indiano" (per la cronaca, è da segnalare anche l'esistenza di un primo remake sonoro di Richard Eichberg del 1938, quando Lang era già fuggito dalla Germania nazista). Non stupisce dunque che il dittico langhiano appaia come un film fuori dal tempo, ingenuo e fumettoso con la sua fotografia colorata, i personaggi bidimensionali e i cliffhanger da prodotto seriale, anche se per certi versi anticipa persino il cinema degli anni ottanta (alcune sequenze e le ambientazioni lo fanno sembrare un film di Indiana Jones ante litteram: da notare però che anche il personaggio di Lucas e Spielberg si rifaceva a sua volta all'immaginario dei pulp magazines d'anteguerra). Il protagonista è l'architetto tedesco Harald Berger, invitato in India dal giovane e ricco maharaja di Eschnapur affinché costruisca nuovi edifici nei suoi territori. Durante il viaggio Berger salva la danzatrice Seetha dall'assalto di una tigre selvaggia, e i due si innamorano reciprocamente. Ma anche il maharaja ha messo gli occhi sulla ragazza, e intende sposarla: quando la loro tresca viene scoperta, Berger e Seetha devono fuggire dal palazzo e inoltrarsi nel deserto. Scenografie monumentali (memorabile soprattutto il tempio dove la sensuale Debra Paget danza davanti a un'enorme statua di divinità femminile), scenari esotici, belve feroci, amori immortali, oscuri complotti (il maharaja deve guardarsi da parenti e cortigiani che tramano per usurpare il suo trono): tutto concorre a farne un film godibile e avvincente, benché semplice, ingenuo e certamente lontano dalle vette più alte del cinema langhiano.

Il sepolcro indiano (Fritz Lang, 1959)

Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**

Visto in DVD, con Marisa.

Nel secondo episodio del dittico indiano di Lang (che negli Stati Uniti venne distribuito come un unico film, in una versione tagliata, rimontata e intitolata "Journey to the Lost City") proseguono le avventure dell'architetto Harald Berger e della danzatrice Seetha. Catturati dagli uomini del maharaja Chandra, i due amanti sono ricondotti al palazzo di Eschnapur, dove Berger viene imprigionato nelle caverne sotterranee. Il perfido fratello di Chandra, che sta organizzando un colpo di stato, persuade il maharaja a perdonare Seetha e a prenderla in moglie, convinto che il matrimonio con una mezzosangue (il padre della danzatrice era europeo) scatenerà la ribellione del popolo e dei sacerdoti. Nel frattempo la sorella di Berger e suo marito, anch'egli architetto, cercano di scoprire il luogo dove questi è tenuto prigioniero. Gran parte del film, complessivamente meno avvincente del capitolo precedente, si svolge fra cunicoli e tunnel sotterranei, e i protagonisti del primo episodio hanno un ruolo decisamente meno attivo. A parte un paio di scene che riguardano Seetha (quella in cui supplica Shiva di intervenire in suo aiuto, e immediatamente un ragno tesse la sua tela davanti all'imbocco della caverna dove la ragazza si nasconde, convincendo così gli inseguitori che la grotta sia vuota; e la famigerata danza di fronte al cobra velenoso, talmente audace e sensuale da essere stata censurata nella versione italiana), la sceneggiatura si sofferma infatti soprattutto sul maharaja Chandra (il cui personaggio assume nel finale una dimensione spirituale) e sul complotto ai suoi danni. La caverna in cui vengono rinchiusi i lebbrosi ricorda l'esilio sotterraneo degli operai di "Metropolis", mentre la loro fuga e le loro movenze sembrano anticipare quelle degli zombi di Romero. Nel complesso la doppia pellicola intrattiene ma non esalta, anche se sono comunque apprezzabili il fascino ingenuo per l'avventura esotica, la struttura seriale, l'ambientazione in un'India irreale e stereotipata, e le scenografie (tanto quelle "fasulle", come il tempio o le grotte di cartapesta, quanto quelle reali).

17 maggio 2009

Riverworld (K. Skogland, 2003)

Riverworld - Il popolo del fiume (Riverworld)
di Kari Skogland – USA/Canada 2003
con Brad Johnson, Jonathan Cake
*1/2

Visto in divx.

È l'episodio pilota (trasformato poi in tv movie e trasmesso dal canale satellitare Sci Fi) di una serie televisiva mai realizzata, ispirata al bellissimo ciclo di romanzi de "Il mondo del fiume" di Philip J. Farmer. Pessimo però l'adattamento, che banalizza non poco i concetti filosofici di Farmer, ne elimina ogni suggestione (per non parlare della suspense) e vi aggiunge scene d'azione e di combattimento che sembrano uscite da "Xena". Il protagonista, che nei romanzi è Richard Burton (l'avventuriero britannico, non l'attore!), è sostituito da un anonimo e stereotipato astronauta americano con il mascellone, interpretato da un attore mediocre; meno grave invece che il cattivo, anziché Giovanni Senza Terra, sia l'imperatore Nerone (ma stendiamo un velo pietoso sulla verosimiglianza storica del personaggio). Lo scenario ideato da Farmer resta comunque affascinante: tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra, provenienti da ogni epoca, risorgono dopo la loro morte e si ritrovano misteriosamente ringiovaniti sulle rive di un fiume immenso, circondato da montagne invalicabili su un pianeta sconosciuto. Personaggi famosi (Alice Liddell, Samuel Clemens), sconosciuti (un polacco morto ad Auschwitz, un'improbabile – ma sexy – sacerdotessa-amazzone africana) ed enigmatici (un alieno di Tau Ceti, una bambina muta) si alleano per risalire il fiume a bordo di un battello (il film copre più o meno gli eventi dei primi due romanzi, "Il fiume della vita" e "Alle sorgenti del fiume"). Ma nella piatta sceneggiatura molti dettagli non tornano, a partire dalla presenza dei cavalli e dalla rapidità con cui si riformano le varie civiltà, mentre i misteri che caratterizzavano la saga originale vengono appena abbozzati (d'altronde questo avrebbe dovuto essere soltanto un assaggio). Pare che nel 2009 ci sarà un nuovo tentativo di trasformare i romanzi in un prodotto televisivo, con un concept che agli appassionati di serie come "Lost" non dovrebbe dispiacere.

16 maggio 2009

Tra le pietre grigie (K. Muratova, 1983)

Tra le pietre grigie (Sredi serykh kamnej)
di Kira Muratova – URSS 1983
con Igor Shaparov, Oksana Shlapak
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un severo giudice, ossessionato dalla morte della moglie, si trasferisce con i figlioletti in una fatiscente villa di campagna che un tempo era appartenuta a un conte. Attorno alla casa, nei giardini e fra le rovine di un'antica chiesa, si aggira un gruppo di vagabondi, folli e straccioni: fra loro, oltre a ex generali, aristocratici e intellettuali che ormai sopravvivono rubando e mendicando, ci sono anche quelli che un tempo erano i servitori del conte. Vasya, il figlio del giudice, stringe amicizia con il giovane Valek e con la piccola Marusia, una bambina che ben presto si ammala perché "le pietre grigie succhiano la vita". Con lentezza tarkovskiana, la pellicola affronta temi di natura sociale quali il contrasto fra povertà e rispetto della legge, l'onestà e la necessità, la proprietà e il furto, il destino e le differenze di classe, con i bambini pronti a superare le barriere che tengono invece separati i mondi degli adulti. Proprio il piccolo Vasja, che ruba la bambola della sorella per donarla alla febbricitante Marusia, favorirà una sorta di comprensione fra i senzatetto e il giudice, e aiuterà anche il padre a scuotersi dal suo torpore. Girato presso Odessa, il film avrebbe subito forti tagli da parte della censura dell'URSS, al punto che la Muratova ha fatto togliere il proprio nome dai titoli sostituendolo con lo pseudonimo di Ivan Sidorov. Ma oggi la critica alla società sovietica pare meno interessante degli aspetti puramente cinematografici, immagini e atmosfere comprese. Dopo una prima mezz'ora davvero snervante e difficile da seguire, il film cresce di significato e di intensità: però non mi ha lasciato con la voglia di recuperare altri lavori della regista. Belle comunque le scene dove la bambina abbraccia la bambola, con l'una che è quasi una copia dell'altra.

15 maggio 2009

Ultimo domicilio conosciuto (J. Giovanni, 1970)

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu)
di José Giovanni – Francia/Italia 1970
con Lino Ventura, Marlène Jobert
***

Visto in divx, con Marisa.

L'esperto e decorato ispettore Leonetti, trasferito in un commissariato di periferia per aver pestato i piedi a un "potente", e la giovane ausiliaria Jeanne, al suo primo incarico, devono rintracciare in pochi giorni un importante testimone in un processo per omicidio, che si è reso irreperibile da anni e che sembra svanito nel nulla. L'indagine – snervante e minuziosa – andrà a buon fine, ma le conseguenze saranno amare. È il primo film di Giovanni che vedo, su consiglio di Ale: si tratta di un poliziesco insolito, tutto incentrato su una lunga caccia all'uomo in una Parigi caotica e mastodontica che sembra inghiottire le persone e le loro storie senza lasciarne traccia. Più che per la trama gialla, in fondo lineare e schematica (ma il finale dona spessore a tutta la vicenda), la pellicola merita di essere vista per la regia tesa e dettagliata, aiutata da un montaggio efficace; per la bella colonna sonora, che accompagna con ostinazione spostamenti e interrogatori; e soprattutto per la caratterizzazione dei due personaggi principali, antitetici e complementari: il granitico detective è ormai stanco e disilluso, talmente inserito nel sistema da non essere più in grado di ribellarsi alle sue storture, mentre la giovane volontaria, inizialmente ricca di speranze e di entusiasmo, si lascia coinvolgere dal lato più umano dell'indagine ma deve poi fare i conti con la manipolazione e il cinismo della propria professione. Anche per questo motivo, i due – che nel corso dell'indagine si avvicinano gradualmente l'uno all'altra – non potranno che respingersi irrimediabilmente.

13 maggio 2009

State of play (K. Macdonald, 2009)

State of play (id.)
di Kevin Macdonald – USA 2009
con Russell Crowe, Ben Affleck
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Paola.

Un giornalista vecchio stampo del "Washington Globe" (Crowe, ingrassato e trasandato), aiutato da una giovane blogger alle prime armi (la bella Rachel McAdams), indaga sulla morte sospetta della collaboratrice di un politico rampante (Affleck, il meno convincente del cast). Quest'ultimo, legato al reporter da un'amicizia di antica data, sta mettendo sotto inchiesta una potente impresa di sicurezza privata, contractor della difesa statunitense: ma le voci di una sua relazione clandestina con la ricercatrice defunta rischiano di mettere a repentaglio la sua carriera. Thriller vecchio stampo e di buona fattura che si iscrive nel ricco filone del giornalismo americano d'inchiesta (è quasi una versione aggiornata di "Tutti gli uomini del presidente": non a caso qua e là fa capolino la parola Watergate), ispirato a una miniserie televisiva che non avevo mai sentito nominare. Gli attori, chi più chi meno, sono bravi (ci sono anche Robin Wright Penn, la moglie del politico, ed Helen Mirren, l'arcigna caporedattrice), la sceneggiatura scorre senza scossoni, la regia e la fotografia si mettono al servizio della storia. Non mancano riflessioni sul declino del giornalismo tradizionale (il quotidiano cartaceo è in crisi di vendite, mentre il sito web è sulla cresta dell'onda), sullo scontro fra i diversi modi di lavorare del reporter e del blogger, e sugli interessi economici – prima ancora che politici – dietro ai temi della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ma è anche un film privo di guizzi particolari, uno di quelli che piacciono mentre li si sta guardando (e di questi tempi è già qualcosa) ma che non lasciano poi molto a visione terminata. Il suo maggior pregio, in fondo, è quello di non avere grandi difetti.

12 maggio 2009

Il passato è una terra straniera (D. Vicari, 2008)

Il passato è una terra straniera
di Daniele Vicari – Italia 2008
con Elio Germano, Michele Rondino
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Giovane di buona famiglia, a un passo dalla laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e fidanzato con una ragazza perbene, il barese Giorgio conosce a una festa il misterioso e tenebroso Francesco e si lascia trascinare da lui in un mondo più oscuro, fatto di partite a poker, imbrogli, delinquenza, droga, sesso e violenza: un'escalation drammatica che porterà alla luce il suo lato peggiore. Quando tutto sarà tornato normale, però, quell'esperienza sembrerà soltanto una breve parentesi, come un viaggio in una terra straniera "dove le cose si fanno in maniera diversa" (il titolo è una citazione da L. P. Hartley) e che si tende a dimenticare una volta tornati a casa... Tratto da un romanzo di Gianrico Carofiglio, è un noir convincente e parecchio distante dai consueti buonismi del cinema italiano, un film che scava nella psiche del protagonista mostrandone l'insoddisfazione per la propria vita borghese e le pulsioni verso un'esistenza trasgressiva e violenta che l'incontro con Francesco non fa altro che catalizzare. L'amicizia fra i due è intensa e contrastata, fino a raggiungere il punto di rottura. Anche se la corsa di Giorgio verso il baratro si arresta, al contrario di quella dell'amico, al ragazzo manca però un vero riscatto finale: il rientro nei ranghi, con la coda fra le gambe, è motivato dai propri sensi di colpa e non da una crescita interiore, al punto che il fugace incontro in tribunale con la ragazza che gli riporta alla mente la sua vita passata lo lascia scosso e inebetito, come se si trovasse di fronte a un fantasma che sperava di aver rimosso. Bella l'ambientazione, discreti gli attori e buona la confezione.

11 maggio 2009

Eagle shadow fist (Zhu Mu, 1973)

Eagle shadow fist, aka Fist of anger (Ding tian li di)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Wong Ching, Jackie Chan
*

Rivisto in VHS, in inglese.

Da non confondere con "Snake in the eagle's shadow" (il film di Yuen Woo-Ping che nel 1978 ha definitivamente lanciato Jackie Chan e il suo kung-fu comico), questa pellicola vede il buon Jackie – all'epoca solo diciassettenne – come semplice comprimario, nonostante sia stata poi ridistribuita in home video facendo credere che ne fosse invece il protagonista. Ambientato durante il periodo dell'occupazione giapponese in Cina, il film racconta di un ex attore del teatro cinese (Wong Ching) che si ribella alle truppe nipponiche che spadroneggiano in un villaggio (e che se la prendono naturalmente con anziani, donne e bambini). Mediocre e noioso sotto tutti i punti di vista, con combattimenti fiacchi benché si faccia grande spreco di sangue finto e di effetti sonori ridicoli, può interessare relativamente soltanto i completisti di Jackie: fra l'altro è una delle pochissime pellicole in cui il nostro muore, e per di più già a metà film.

9 maggio 2009

Un volto nella folla (E. Kazan, 1957)

Un volto nella folla (A face in the crowd)
di Elia Kazan – USA 1957
con Andy Griffith, Patricia Neal
***1/2

Visto in DVD, con Marisa.

La conduttrice di un programma radiofonico trasmesso da una piccola stazione dell'Arkansas, "Un volto nella folla", scopre il talento di un giovane cantante incarcerato, "Lonesome" ("Solitario") Rhodes, e lo rende protagonista di una trasmissione dove può parlare a ruota libera. Semplice, diretto, spontaneo e senza peli sulla lingua, Rhodes diventa l'idolo degli ascoltatori, prima della sua cittadina e poi di tutto lo stato. Ben presto fa il gran salto in televisione (che in quegli anni stava rapidamente sostituendo la radio nelle preferenze degli americani), trasferendosi a New York come conduttore di uno show tutto suo e affermandosi anche come influente testimonial pubblicitario. Dopo aver accresciuto a livelli smisurati la propria popolarità in tutta la nazione, viene assunto come consulente di un rampante politico di destra che si prepara a lanciare la sua candidatura come presidente degli Stati Uniti. Ma la stessa donna che lo aveva scoperto, Marcia, disgustata dalla sua trasformazione in un ipocrita megalomane (per ambizione ha anche rinunciato al proprio amore per lei, preferendo sposare una giovane majorette), distrugge la sua carriera lasciando volontariamente aperti i microfoni al termine di uno show e facendo in modo che gli spettatori ascoltino quello che lui pensa veramente di loro, ossia che non sono altro che idioti manipolabili con le parole e il carisma. Un film sul potere dei mass media, talmente in anticipo sui tempi che sembra quasi incredibile che risalga al 1957: è ancora attuale e moderno, e se uscisse oggi in molti ci vedrebbero riferimenti diretti a protagonisti della scena politica e pubblica odierna. Non si tratta infatti semplicemente del racconto dell'ascesa e caduta di un personaggio, quanto di un'acuta analisi sul populismo e sul ruolo della televisione e della pubblicità nell'influenzare non solo le opinioni delle persone ma persino i loro sentimenti. Sebbene la sceneggiatura di Budd Shulberg possa in parte ricordare alcuni film di Frank Capra (come "Arriva John Doe") e certi temi erano già apparsi in quegli anni (per esempio ne "La ragazza del secolo" di George Cukor), il concetto di sfruttare il marketing e la tv per condizionare le masse e per fare fortuna in politica non era mai stato presentato al cinema in maniera tanto esplicita e dirompente (a un certo punto Rhodes dice che per conquistare i voti degli elettori non servono programmi e idee ma "slogan pubblicitari, barzellette e belle ragazze": vi ricorda qualcuno?). Griffith era al suo debutto sul grande schermo, prima di fare fortuna – ironicamente – proprio in televisione. Nel cast anche Lee Remick (la giovane moglie di Rhodes, anche lei esordiente), Walter Matthau (lo scrittore intellettuale) e Anthony Franciosa (il manager opportunista).

8 maggio 2009

Arahan (Ryoo Seung-wan, 2004)

Arahan - Potere assoluto (Arahan jangpung daejakjeon)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2004
con Ryoo Seung-beom, Yoon So-yi
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Un poliziotto goffo e ingenuo viene addestrato da un gruppo di anziani maestri di Tai Chi (che dietro l'aspetto dimesso sono in realtà i superstiti dei leggendari Sette Maestri del Taoismo) per sviluppare le proprie capacità latenti, raggiungere l'illuminazione e sconfiggere un loro ex compagno che intende conquistare il potere assoluto e dominare il mondo. Insolito film di arti marziali che sembra quasi un "wuxiapian urbano", caratterizzato da uno strano squilibrio fra la prima parte, decisamente scanzonata e autoironica, e la seconda, che invece lascia più spazio all'azione seria. L'avevo visto anni fa, al MIFED, e ne avevo apprezzato l'ambientazione quotidiana e il tono "scaled down", con i grandi maestri che utilizzano i loro (super)poteri in contesti del tutto prosaici, come la levitazione per cambiare le lampadine, e si guadagnano da vivere con cartomanzia e televendite. Doppiato in italiano, a dire il vero, l'umorismo appare un po' fiacco, mentre resta intatto il fascino da videogioco del combattimento finale. Il protagonista è il fratello del regista, del quale ho già visto anche la divertente tarantinata "City of violence".

6 maggio 2009

Giovani, carini e disoccupati (B. Stiller, 1994)

Giovani, carini e disoccupati (Reality bites)
di Ben Stiller – USA 1994
con Winona Ryder, Ethan Hawke
**

Visto in divx, con Marisa, Monica e Roberto.

Gli amori, le amicizie, le esperienze e le insicurezze di un gruppo di giovani neolaureati, nella Houston degli anni novanta, che si dibattono faticosamente tra lavoretti precari e licenziamenti, speranze e delusioni: il tutto è narrato in modo cinico e frammentario, con uno stile a metà tra la sitcom e il documentario. L'esordio cinematografico di Ben Stiller come regista è piuttosto distante dalla comicità da Saturday Night Live che lo caratterizza ancora oggi. Il film non è brutto, ma a distanza di un decennio appare già datato e un po' noioso, con personaggi che guardano solo al proprio ombelico e sembrano ben poco interessati ad aprirsi al mondo esterno. La cosa più interessante è il cast: Winona Ryder, la vera protagonista della pellicola, è Lelaina, una ragazza che sogna di diventare documentarista, lavora come assistente in un talk show televisivo e nel frattempo riprende con la videocamera la vita dei suoi amici; Ethan Hawke è Troy, cantante in un gruppo rock, incapace di tenersi un lavoro e innamorato da sempre di Elaine; Janeane Garofalo è Vickie, coinquilina di Elaine, commessa in un grande magazzino e terrorizzata dall'idea di avere l'AIDS; Steve Zahn è Sammy, amico di Troy e intenzionato a confessare ai propri genitori di essere gay; Ben Stiller, infine, è Michael, un giovane dirigente di un canale televisivo in stile MTV, l'unico a non far parte inizialmente del gruppo di amici, visto che appartiene di fatto a un altro mondo, quello degli yuppie. Il ritratto della "generazione X" che esce dalla pellicola è cinico e non consolatorio, ma anche troppo filosofico e chiuso in sé stesso per riuscire a coinvolgere quegli spettatori che non hanno già in partenza una particolare affinità con i personaggi e la loro introspezione. Non a caso si fa leggermente più interessante quanto i riflettori si spostano dai problemi esistenziali/lavorativi a questioni più universali come i conflitti amorosi, con il triangolo fra Elaine, Troy e Michael.

5 maggio 2009

Non rimpiango la mia giovinezza (A. Kurosawa, 1946)

Non rimpiango la mia giovinezza (Waga seishun ni kuinashi)
di Akira Kurosawa – Giappone 1946
con Setsuko Hara, Susumu Fujita
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il quinto film di Kurosawa è anche il primo che il regista giapponese ha potuto girare con una certa libertà creativa (sebbene alla censura dei nazionalisti nipponici si fosse sostituita quella degli occupanti americani), e affronta in chiave del tutto individualistica i contrasti del periodo storico-politico immediatamente precedente alla seconda guerra mondiale. La pellicola si apre infatti nel 1933, quando il governo militarista comincia a reprimere la libertà nelle università giapponesi, suscitando la protesta degli insegnanti e degli studenti più liberali. La frivola e superficiale Yukie, figlia di un professore di scienze politiche di Kyoto, è corteggiata da due studenti di suo padre, il socialista Noge e il conservatore Itokawa. Sposerà il primo che però, diventato nel frattempo un dissidente clandestino, verrà arrestato e morirà in prigione. Finalmente con uno scopo nella vita, quello di vivere una vita "che non possa essere rimpianta", Yukie sceglie di rinunciare alle comodità borghesi e di trasferirsi dai suoceri, una coppia di anziani e poveri contadini emarginati ormai da tutto il loro villaggio, bollati come "la famiglia della spia" e considerati dunque traditori della patria. La forza di volontà della ragazza, che lavora nelle risaie giorno e notte e non si ferma nemmeno di fronte alla distruzione delle coltivazioni da parte degli altri contadini, riuscirà a restituire la dignità ai genitori di Noge e a riabilitare la figura e i valori morali del marito. Nonostante il soggetto "a tema", che in mano a un autore meno abile avrebbe potuto rappresentare una palla al piede, il film riesce a mantenersi fuori dai confini dell'ideologia e ad affrontare la vicenda con spontaneità. Ha i suoi punti di forza nel sincero ritratto della protagonista (interpretata dall'ottima Setsuko Hara, in seguito "musa" di Ozu), una donna che acquisisce gradualmente una coscienza sociale ma che anziché convertirsi in una militante preferisce dedicarsi a un'esistenza semplice e degna di essere vissuta (un concetto, quello dell'automiglioramento, molto giapponese), e nel disinvolto linguaggio cinematografico di Kurosawa, che risalta soprattutto nella seconda parte, dove le potenti immagini che descrivono la dura vita nelle risaie contrastano notevolmente con lo stile più classico della prima. Interessante anche l'uso delle canzoni: i canti spensierati degli studenti sulla primavera lasciano il posto prima a quelli antifascisti e poi alle marce militari, per tornare "apolitici" e disimpegnati nel finale, dopo la fine della guerra.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

3 maggio 2009

A history of violence (D. Cronenberg, 2005)

A history of violence (id.)
di David Cronenberg – USA 2005
con Viggo Mortensen, Maria Bello
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Tom Stall, tranquillo padre di famiglia, sventa una rapina nella tavola calda che gestisce in una cittadina di provincia, uccidendo due pericolosi malviventi e mostrando una freddezza inaspettata. Il fatto lo trasforma in un eroe locale, ma attira anche l'attenzione di alcuni gangster di Philadelphia che credono di riconoscere in lui Joey Cusack, un killer di cui da tempo si erano perse le tracce. E persino la sua stessa famiglia inizia a dubitare della sua reale identità. Tratto da un fumetto di John Wagner e Vince Locke, è il film con il quale Cronenberg solo apparentemente si allontana dalle atmosfere horror e inquietanti dei suoi precedenti lavori. In realtà la tensione, il tema dell'identità e quello dell'assurdo che invade il quotidiano lo rendono perfettamente in linea con la filmografia del regista canadese: semmai è la confezione a essere più mainstream e accessibile anche a un pubblico più vasto. Nonostante il ritmo lento, la pellicola è vivacizzata da improvvisi scoppi di violenza (anche notevole dal punto di vista grafico) che fa di colpo uscire di scena personaggi fino ad allora ben caratterizzati. Rispetto al fumetto originale, la sceneggiatura elimina lunghi e inutili flashback sulla vita precedente del protagonista e amplia invece il focus sui rapporti familiari, vero e proprio filo conduttore del film: Tom/Joey ha abbandonato la sua famiglia "violenta" per dedicarsi a una nuova vita, e la scena finale nella quale torna a casa, incerto su come verrà accolto, è di intensità elevata. Ottimo il cast: fra i "cattivi" spiccano Ed Harris e William Hurt, ma convincono anche la bella Maria Bello (scusate il bisticcio) e il giovane Ashton Holmes, rispettivamente nei panni della moglie e del figlio di Viggo. La bambina piccola (Heidi Hayes) sembra invece una bambola. Con Mortensen, Cronenberg entra subito in sintonia, tanto che l'attore sarà protagonista anche del suo successivo lavoro, "La promessa dell'assassino".