22 gennaio 2014

Al di là della vita (M. Scorsese, 1999)

Al di là della vita (Bringing out the dead)
di Martin Scorsese – USA 1999
con Nicolas Cage, Patricia Arquette
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Francesca, Ginevra ed Eleonora.

Tre notti all'inferno (e ritorno) del paramedico Frank (Nicolas Cage), che gira in ambulanza per le strade di New York in compagnia di tre diversi colleghi (John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore). Tormentato dai fantasmi delle persone di cui ha assistito al decesso, e in particolare dal volto di una ragazzina che mesi prima non era riuscito a salvare (e della cui morte si sente responsabile), Frank viaggia attraverso un caos confuso e allucinato di una città popolata da tossici, prostitute, pazzi, violenti ed eccentrici. Soltanto alla fine di un lungo percorso di colpa e di redenzione, riuscirà a ritrovare la pace e la serenità fra le braccia di una donna di nome Mary: la luminosa inquadratura finale, che riecheggia la "Pietà", è soltanto uno dei tanti rimandi religiosi-spirituali di un'opera complessa e dalla struttura a mosaico, tripartita (le tre notti corrispondono ad altrettanti gironi infernali) e stratificata. Quella di Frank è di fatto una storia di morte e resurrezione, mentre le sue vicissitudini a fianco dei tre colleghi illustrano differenti modi di rapportarsi alla professione medica ma soprattutto alla morte stessa (un concetto con il quale chi lavora come paramedico ha continuamente a che fare), di volta in volta con cinismo e rassegnazione, con ironia e sarcasmo, oppure con furia e follia. Se la presenza di Paul Schrader alla sceneggiatura (ma il soggetto è tratto da un libro di Joe Connelly), le atmosfere urbane notturne e il protagonista "on the road" per le strade di New York possono far pensare a una nuova versione di "Taxi Driver" (impressione fortificata anche dall'impressionistica fotografia notturna di Robert Richardson), in realtà i temi trattati sono alquanto diversi: sensi di colpa, espiazione, salvezza e redenzione. Memorabili le sequenze onirico-intimiste, tappe di un percorso (quello di Frank) sempre meno lucido perché sempre più alterato da stanchezza, alcool, droghe e allucinazioni. Ottimo Cage, che quando vuole dimostra di saper sfornare prove attoriali di grande livello. Ma bravi anche i comprimari, fra i quali Patricia Arquette (Mary, figlia di un uomo in coma, uno dei primi pazienti che Frank assiste nel film e che "salverà" in seguito donandogli l'eutanasia), Marc Anthony (il folle Noel, che il protagonista incrocia a più riprese), Cliff Curtis (il pusher che vende "sonno" e riposo), Afemo Omilani (la guardia di sicurezza dell'ospedale, un ambiente ritratto come non meno caotico delle strade all'esterno). In originale le voci della radio con cui comunicano gli autisti delle ambulanze sono di Queen Latifah e di Scorsese stesso. Nella colonna sonora, canzoni dei REM, dei Clash, di Van Morrison e di Janis Joplin.

20 gennaio 2014

Orizzonte perduto (Frank Capra, 1937)

Orizzonte perduto (Lost horizon)
di Frank Capra – USA 1937
con Ronald Colman, Jane Wyatt
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935, mentre il mondo comincia a essere sconvolto da venti di guerra, il diplomatico britannico Robert Conway (Ronald Colman) fugge dalla Cina in rivolta a bordo di un aereo. Il velivolo, su cui si trovano anche il fratello di Conway, George (John Howard), un paleontologo (Edward Everett Horton), un uomo d'affari ricercato per bancarotta fraudolenta (Thomas Mitchell) e una cinica americana, malata terminale (Isabel Jewell), si schianta però fra le montagne, in una regione inesplorata dell'Himalaya. I passeggeri, sopravvissuti all'impatto, scoprono che fra le vette innevate si nasconde una vallata calda e fertile, Shangri-La, i cui abitanti hanno dato vita a una vera e propria utopia: non esistono guerre o conflitti di nessun tipo, né tantomeno crimini, denaro o persino malattie (la durata della vita è prolungata, in una sorta di eterna giovinezza), e l'idilliaca esistenza si dipana all'insegna della moderazione, del baratto e della serenità. Il pacifista Conway si trova perfettamente a suo agio in un luogo del genere (e si innamora anche di una ragazza del posto), così come pian piano fanno i suoi compagni; tutti tranne George, più pragmatico e realista, che invece non vede l'ora di tornare in patria... Film epico ed epocale, tratto da un romanzo di James Hilton, è forse il più ambizioso (e costoso) lungometraggio della carriera di Frank Capra, una pellicola che dietro l'appartenenza al genere avventuroso non si sforza di nascondere i suoi intenti idealisti, con il risultato che il film si focalizza troppo sui temi e poco sulla storia o i personaggi (la cui caratterizzazione è fin troppo semplice e monodimensionale). Inoltre, proprio una delle cose più belle, i set così ricchi e sontuosi (i palazzi di Shangri-La, in stile art decò, sono moderni e opulenti, e valsero allo scenografo Stephen Gosson un meritato premio Oscar), stonano un po' con il messaggio che predica uno stile di vita "semplice e moderato". Commovente però il finale, con il faticoso ritorno di Conway al suo "paradiso perduto" e ritrovato.

La lavorazione fu lunga e problematica: pare che Capra volesse girare a colori, ma fu costretto a scegliere il bianco e nero perché le immagini di repertorio dell'Himalaya a sua disposizione erano tutte in monocromia. Avendo sforato il già cospicuo budget previsto (per non parlare del tempo per le riprese), il film causò una mezza crisi finanziaria alla Columbia Pictures e incrinò i rapporti fra il regista e il produttore Harry Cohn, nonché quelli con lo sceneggiatore Robert Riskin (che aveva collaborato con Capra in gran parte dei suoi lungometraggi precedenti). La versione completa durava circa sei ore, e inizialmente si pensò di distribuirla al cinema divisa in due parti; in seguito, però, Capra la ridusse a tre ore e mezza, rigirando anche alcune scene, e in previsione dell'uscita Cohn la tagliò ulteriormente fino a due ore e dodici minuti. Lo scarso successo al box office spinse poi i produttori ad eliminare altri quattrodici minuti di girato: pesantemente rimaneggiato, il film è oggi disponibile in DVD in una versione restaurata dove però alcune parti (ormai perdute) sono presentate sotto forma di fotogrammi fissi, essendo stato recuperato solo l'audio. Colman, protagonista indiscusso, è attorniato da una serie di caratteristi (Horton, Mitchell...) che fanno del loro meglio per dare una qualche personalità a personaggi decisamente sacrificati e poco sviluppati. Nel resto del cast, anche Sam Jaffe (il "grande saggio", in originale "High Lama"), Jane Wyatt (la donna di cui Robert si innamora), Margo (la "russa" Maria) e H.B. Warner (il vecchio Chang). Da notare che al film (e al libro di Hilton) si sono ispirati diversi autori disneyani, in particolare Carl Barks (la memorabile "Zio Paperone e la dollarallergia"), Romano Scarpa ("Topolino nel favoloso regno di Shan-Grillà") e Rodolfo Cimino (specializzatosi proprio in storie sul tema della vallata sperduta dove una popolazione vive in armonia, lontana dalle guerre e dai conflitti del "mondo civile", peraltro ricorrente nella narrativa e nei fumetti d'avventura della prima metà del ventesimo secolo).

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

12 gennaio 2014

Giunone e il pavone (A. Hitchcock, 1930)

Giunone e il pavone (Juno and the Paycock)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Edward Chapman, Sara Allgood
**

Visto in divx.

Il "capitano" Boyle, scansafatiche ed ubriacone che in realtà non ha mai visto il mare ed è refrattario a ogni tentativo di cercare lavoro, vive con la famiglia in un modesto appartamento di Dublino (siamo nell'Irlanda scossa dalla guerra civile per l'indipendenza) e trascorre le sue giornate a battibeccare con la moglie Juno, a bighellonare con il compagno di bevute "Joxer" Daly e a pavoneggiarsi delle imprese passate. Nonostante la sua mancanza di iniziativa e le difficoltà economiche, le cose sembrano mettersi bene per la famiglia quando il giovane avvocato Bentham, fidanzato della figlia Mary, annuncia che è in arrivo per loro una cospicua eredità da parte di un lontano cugino. I Boyle si montano la testa e cominciano a far spese senza pensare alle conseguenze: scopriranno più tardi, però, che l'eredità non esiste. E non è tutto: Bentham ha messo incinta Mary ed è fuggito, mentre l'altro figlio Johnny viene accusato dai partigiani irlandesi di essere una spia. Tratto da un popolare dramma teatrale di Sean O'Casey, il secondo film sonoro di Hitchcock (il primo a nascere come tale, visto che "Ricatto" fu sonorizzato quando la lavorazione era già iniziata) affronta temi sociali, sfiora argomenti come la politica, la morale e la religione, ed è ambientato interamente – con pochissime eccezioni, fra cui la scena iniziale al pub – fra le quattro mura del piccolo appartamento dove vivono i Boyle. La mano del regista si vede ben poco, e sir Alfred non si concede praticamente nessun vezzo d'autore (da segnalare giusto alcuni long shot, come il prolungato piano sequenza sul volto del figlio Johnny mentre è in corso il funerale dell'uomo che ha tradito), mentre il flusso dei dialoghi procede senza un attimo di pausa: è un film assai "parlato", che peraltro ondeggia – fra un "atto" e l'altro – da commedia a tragedia, mostrando scenette di vita famigliare degne di una strip comica che culminano in un climax fin troppo melodrammatico, e perdendo forse per strada qualcuno dei tanti fili intrecciati. La Allgood vestiva i panni della saggia matrona Juno (che si contrappone alla stupidità del marito, come in una fiaba di Esopo) anche nella versione teatrale. Da segnalare, in positivo, la prova di diversi interpreti, da John Laurie nei panni del tormentato Johnny a Sidney Morgan in quelli del caratterista "Joxer".

10 gennaio 2014

A spasso con Daisy (B. Beresford, 1989)

A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy)
di Bruce Beresford – USA 1989
con Morgan Freeman, Jessica Tandy
*

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Georgia degli anni cinquanta, l'anziana e ricca vedova ebrea Daisy Werthan (Jessica Tandy), maestra in pensione impossibilitata a guidare, è costretta dal figlio (Dan Aykroyd) ad assumere uno chauffer, il nero ed analfabeta Hoke Coburn (Morgan Freeman). Questi ha il compito di portarla in giro: in sinagoga, dai parenti, a fare la spesa, ecc. Inizialmente ostile all'idea, con il passare del tempo la testarda Miss Daisy inizia ad abituarcisi e a stringere amicizia con l'uomo, nonostante le differenze di razza e di ceto sociale. E il loro rapporto, che si snoda per un arco di venticinque anni, si intreccia con l'evolversi della società nel profondo sud dell'America. Tratta da una pièce di Broadway, una delle pellicole più insulse e meno meritevoli fra tutte quelle che hanno mai vinto l'Oscar per il miglior film, che attraverso due personaggi dall'evoluzione quasi inesistente vorrebbe affrontare – ma di fatto le sfiora soltanto, con un trattamento all'acqua di rose – questioni sociali come il razzismo e l'integrazione, limitandosi giusto a citare una volta Martin Luther King. La regia è anonima, la ricostruzione storica è assai mediocre (lo scorrere degli anni si intravede a malapena), la colonna sonora di Hans Zimmer è ricattatoria, ma il difetto principale della pellicola è il ritmo piatto e noioso: la struttura episodica non si concede mai un climax o un picco, e l'andamento uniforme e sempre uguale mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Nota di demerito per lo "sbarazzino" titolo italiano, che – chissà perché – elimina il "Miss" dal nome di Daisy (fino alla fine, invece, Hoke si rivolge a lei con deferenza).

8 gennaio 2014

Cars 2 (John Lasseter, 2011)

Cars 2 (id.)
di John Lasseter [e Brad Lewis] – USA 2011
animazione digitale
**

Visto in TV.

Forse le idee cominciano a scarseggiare, o forse anche alla Pixar (ormai legata a doppio filo alla Disney) hanno scoperto che buoni personaggi e buone ambientazioni possono essere sfruttate per più di un film, dando ufficialmente vita a delle franchise. E così, dopo quello che a lungo era rimasto come un caso isolato ("Toy Story 2"), ecco che Lasseter e soci hanno iniziato a offrire al pubblico sequel (e prequel) dei loro titoli più popolari: si comincia con "Cars 2", che sarà poi seguito da "Toy Story 3", da "Monster University" e dall'imminente "Alla ricerca di Dory". Questa volta il protagonista non è Saetta McQueen, auto da corsa impegnata in una sfida di velocità con il rivale italiano Francesco Bernoulli, bensì il suo scalcinato amico Carl Attrezzi, detto "Cricchetto". Quella che era la spalla comica del film precedente si ritrova invischiata in una vicenda di spionaggio internazionale, affiancando una coppia di agenti segreti inglesi che indagano su misteriosi sabotaggi ai danni delle automobili da corsa che usano carburanti alternativi. Le prime sequenze della pellicola, che mostrano la spia Finn McMissile in azione (in puro stile James Bond), lasciano pensare che si tratti di una parodia, e che magari stiamo osservando un "film nel film" guardato dai nostri eroi, un po' come l'incipit di "Toy Story 2" si rivelava un videogioco. Invece è tutto "vero", e la sceneggiatura porterà Saetta, Cricchetto e gli altri amici in giro per il mondo, con McQueen impegnato su circuiti di diverse città (Tokyo, l'italiana Portocorse – un incrocio fra Portofino e Montecarlo! – e Londra) mentre il carro attrezzi è al centro dell'intricata trama principale. Il divertimento non manca, gli stereotipi internazionali "rivisitati" in chiame automobilistica pure (i cliché su giapponesi, francesi, italiani e inglesi si sprecano: a Tokyo ci sono lottatori di sumo, sushi e wasabi, macchinette distributrici e water tecnologici; a Parigi, mimi, baguette e torri Eiffel; in Italia, piazze con monumenti, famiglie numerose, rubacuori e cibo buono; a Londra, Big Ben, la guida sul lato sbagliato della strada, Bobbies e guardie reali), così come le strizzatine d'occhio (chi è appassionato di automobili si divertirà certamente a riconoscere marche e modelli esistenti, ciascuno associato a un personaggio adeguato: dalle utilitarie giapponesi alle vetture da corsa o da rally, dalla vecchie Topolino alle raffinate auto del controspionaggio inglese, dal Papa – con tanto di Papamobile – alla regina Elisabetta, per finire con i mafiosi che ovviamente sono vecchi "catorci", pieni di malanni e spesso d'oltrecortina), la morale è ovviamente presente (l'elogio dell'amicizia, del coraggio, dell'essere sé stessi, ecc.), quello che forse manca è una seconda chiave di lettura. Solo entertainment, dunque, sia pure ai massimi livelli tecnici (che non è poco). In ogni caso, è stato il primo film Pixar non baciato dalla fortuna critica.

6 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 2 (David Yates, 2011)

Harry Potter e i doni della morte - parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 2)
di David Yates – USA/GB 2011
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**

Visto in divx.

L'ottavo e ultimo film di Harry Potter, seconda parte della vicenda raccontata nel settimo volume della saga di J.K. Rowling, presenta il tanto atteso scontro finale fra il protagonista e la sua nemesi, Lord Voldemort. La battaglia – perché di una vera e propria guerra si tratta, con tanto di caduti anche fra le fila dei buoni (tutti personaggi minori, non preoccupatevi!) – si svolge, come doveva essere, fra le mura della scuola di magia di Hogwarts, luogo che aveva fatto da sfondo quasi esclusivo alle prime sei avventure e che spiccava invece per la sua assenza nel film precedente. In effetti, il tono di quest'ultimo capitolo è distante anni luce da quelli passati: niente lezioni, niente "vita scolastica", niente Quidditch, niente più intrighi e sotterfugi ma uno scontro solenne e risolutivo, in cui tutti i nodi vengono al pettine. Se Yates si conferma un regista di uniforme mediocrità anche nel mettere in scena un finale di tale portata, i pregi del film (comunque migliore della parte 1) stanno nella fedeltà al testo di partenza e nell'aver saputo chiudere con coerenza una trama di largo respiro che la Rowling aveva progettato sin dall'inizio, seminando numerosi indizi nei capitoli precedenti (non sempre colti dai cineasti che ne realizzavano gli adattamenti: a loro parziale discolpa, si ricordi comunque che i film sono stati messi in cantiere quando gli ultimi volumi dovevano ancora essere scritti, e dunque quando i retroscena di alcuni personaggi, anche di primo piano, non erano ancora noti). Se il ruolo dei "doni della morte" nell'economia della storia si rivela marginale (e il mantello dell'invisibilità ce lo siamo scordato?), e molti retroscena sono bellamente omessi (quelli sulla famiglia di Silente, per esempio), fra una scena di battaglia e l'altra si scopre finalmente perché il cattivo era indissolubilmente legato ad Harry, oltre a venire a conoscenza del vero piano del preside e della reale fedeltà del professor Piton. Quest'ultimo, personaggio pivotale e probabilmente il più complesso della serie, è un po' sacrificato sullo schermo rispetto alle pagine dei libri, ma può contare sull'interpretazione di quello che è forse il miglior attore del cast (Alan Rickman): la sua parabola, che sin dal primo capitolo è legata a quella – quasi speculare – di Silente, dona nel complesso profondità all'intera vicenda, che se avesse dovuto appoggiarsi soltanto sulla personalità del protagonista Harry non avrebbe fatto molta strada.

Visto che siamo giunti alla fine, dopo undici anni di film (dal 2001 al 2011), mi pare giusto trarre anche un consuntivo sull'intera saga cinematografica, che nel complesso è stata deludente: i film peggiori sono stati sicuramente il secondo, il sesto e il settimo, mentre i migliori (leggi: gli unici che si stagliano oltre la sufficienza) mi sono parsi il terzo e il quinto. E non a caso: "Il prigioniero di Azkaban" è stato il solo che ha potuto contare su un grande regista (Alfonso Cuarón), mentre "L'ordine della fenice" è stato l'unico non sceneggiato da Steve Kloves, scrittore la cui attività cinematografica consiste essenzialmente solo nell'adattamento di libri... cosa che fa pure male, in maniera piatta e letterale. Apprezzabile l'andamento in crescendo dei toni, da quelli più infantili dei primi capitoli a quelli più cupi degli ultimi (caratteristica riflessa dai libri), peccato che non sempre la caratterizzazione dei personaggi andasse di pari passo. Capitolo attori: scegliere tre bambini di 10-12 anni e sperare che "crescessero bene" nella successiva decade era certo un azzardo, ma sin dal primo film era parso evidente che Radcliffe sarebbe stato il punto debole dell'intera operazione. Meglio la Watson e (mi costa un po' dirlo) un Grint che negli ultimi capitoli è andato in crescendo. Eccezionale invece il cast di supporto, in tutti i sensi (almeno i personaggi adulti: per Draco e gli altri ragazzi, invece, vale lo stesso discorso fatto per i tre protagonisti): Ralph Fiennes, Michael Gambon, David Thewlis, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Maggie Smith e via dicendo, fino al già citato Alan Rickman, erano delle garanzie, per non parlare di quelli apparsi praticamente in un solo episodio (da Kenneth Branagh a Jim Broadbent, da Emma Thompson a Gary Oldman, da Brendan Gleeson a Imelda Staunton). Bene, è finita: ciao Harry, la tua versione cinematografica non mi mancherà.

4 gennaio 2014

Harry Potter 7 - parte 1 (David Yates, 2010)

Harry Potter e i doni della morte - parte 1 (Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 1)
di David Yates – USA/GB 2010
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto in divx.

Quando è stato annunciato che l'ultimo capitolo delle avventure di Harry Potter sarebbe stato diviso in due parti, tutti avevano già capito che si trattava soltanto di una mossa commerciale, un modo per incassare due volte il prezzo del biglietto. Giunti ormai alle battute conclusive della saga (sin dall'inizio prevista in sette volumi dalla sua autrice J.K. Rowling), era ovvio che la Warner Bros. avrebbe cercato di spremerla fino all'ultima goccia, forte del fatto che basta mandare in sala un film con il nome "Harry Potter" nel titolo per riscuotere incassi elevati a prescindere dalla qualità del film stesso (come dimostrato dalle pellicole precedenti). Per di più, il settimo e conclusivo volume era anche il meno indicato per un'operazione di questo tipo, visto che per gran parte di esso – e soprattutto nella prima parte – non succede essenzialmente nulla. Come risultato abbiamo un film fatto di tempi morti e di ritmi rilassati, il che paradossalmente non è nemmeno un male, visto che per una volta (accadeva in parte anche nel sesto film, a essere onesti) c'è spazio e tempo per tratteggiare meglio i personaggi senza lasciarsi sopraffare da scenografie ed effetti speciali. Peccato solo che da un regista come Yates e da tre attori come i nostri ex bambini (impressionante soprattutto la piattezza di Radcliffe: ora che è cresciuto lo possiamo dire) non si possa pretendere nulla di particolarmente profondo. Primo film della saga non ambientato nella scuola di Hogwarts, primo quasi senza effetti speciali (avevo definito il sesto capitolo come quello meno "magico" di tutti, ma questo lo supera di gran lunga), con una sceneggiatura che mostra per quasi tutto il tempo gli ormai diciassettenni Harry, Ron ed Hermione vagare per la Gran Bretagna, alloggiando in tenda fra boschi e brughiere, alla ricerca degli Horcrux (i sette manufatti in cui il cattivo Voldemort ha nascosti i frammenti della propria anima), in un'atmosfera di accerchiamento e paranoia (il nemico si è impadronito del potere, ha preso il controllo di Hogwarts e ha piazzato i suoi seguaci persino al Ministero della Magia), senza poter contare più su nessuno (il preside Silente – del quale peraltro si cominciano a intravedere i lati oscuri – è morto, come ci viene ricordato in continuazione; gli altri alleati sono perseguitati o resi impotenti), i ragazzi devono fare tutto da soli... e non è che facciano molto, a essere sinceri, in una pellicola che consiste essenzialmente nel "prendere tempo" in attesa del film conclusivo (e che, nonostante questo, risulta quasi incomprensibile per i "non adepti" per il modo in cui sono snocciolati nomi ed eventi del passato). Dal piattume generale ci si risolleva un po' nel finale, quando vengono finalmente introdotti (con una bella sequenza animata) i "doni della morte" che danno il titolo all'episodio e che si riveleranno fondamentali nel seguito. Insomma, l'impressione è che si sia trattato solo di un inutile antipasto in attesa della portata principale. Persino la Warner Bros. deve averla pensata in questo modo, visto che il film era stato annunciato in 3D (sarebbe stata una novità per la serie) ma poi è uscito nelle sale in sole due dimensioni, rimandando il 3D alla parte 2, girata contemporaneamente a questa e uscita pochi mesi dopo. Fra le new entry di prestigio da segnalare (anche se appaiono solo in una manciata di scene) Bill Nighy nei panni del ministro Rufus Scrimgeour, Rade Šerbedžija in quelli di Gregorovitch, e Rhys Ifans in quelli di Xenophilius Lovegood (il padre di Luna).

3 gennaio 2014

Ragazze vincenti (Penny Marshall, 1992)

Ragazze vincenti (A league of their own)
di Penny Marshall – USA 1992
con Geena Davis, Tom Hanks
**

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1943, con i giocatori professionisti impegnati al fronte durante la seconda guerra mondiale, la federazione americana di baseball decise di organizzare un campionato tutto al femminile per riempire gli stadi e tenere desta l'attenzione del pubblico. Il film ne racconta i retroscenza focalizzandosi su una delle squadre, le Rockford Peaches, guidate in panchina da Jimmy Dugan (Tom Hanks, in una delle sue migliori interpretazioni), ex campione costretto al ritiro da un infortunio al ginocchio, alcolizzato e inizialmente scettico sulla qualità del gioco delle ragazze. Ma queste, a partire dalla stella Dottie Keller (Geena Davis), saranno capaci di sorprenderlo, aiutando al tempo stesso anche lui a risalire la china. Semplice ed efficace nel mettere in scena le dinamiche interne al gruppo (su tutte, l'amicizia-rivalità fra Dottie e la sorella Kit, interpretata da Lori Petty, che sceglierà di giocare per una squadra avversaria) e buono nella ricostruzione storico-ambientale, il film è però scolastico nella regia, soffre per una debole caratterizzazione dei personaggi (monodimensionale in alcuni casi, inesistente in altri) ed è condito dalla consueta retorica dei film sportivi (appena attenuata dal fatto che si tratta di una storia vera: più che la vittoria a tutti i costi – vedi il finale – le ragazze cercano lo spirito di gruppo, la solidarietà e l'auto-affermazione). Finale nostalgico ambientato negli anni novanta, in cui le protagoniste invecchiate presenziano all'apertura della sezione dell'Hall of Fame a loro dedicata. Nel cast anche Bill Pullman (il marito di Dottie) e, fra le giocatrici, Madonna.

1 gennaio 2014

Philomena (Stephen Frears, 2013)

Philomena (id.)
di Stephen Frears – GB 2013
con Steve Coogan, Judi Dench
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Cresciuta in un orfanotrofio irlandese, la giovane Philomena fu costretta a separarsi da suo figlio poco dopo la sua nascita, quando il bimbo venne "venduto" dalle suore – a sua insaputa e senza il suo consenso – a una coppia benestante in cerca di adozione. Soltanto cinquant'anni dopo, con l'aiuto del giornalista Martin Sixsmith, la donna partirà per l'America nella speranza di ritrovarlo. Tratto da una storia vera (è liberamente ispirato al libro-reportage scritto da Sixsmith), un film "a tesi" che il regista ha voluto rendere più "gradevole" oscillando di continuo fra la denuncia delle condizioni in cui vivevano le ragazze – di fatto segregate – nei conventi cattolici dell'Irlanda del dopoguerra (celebre il caso "Magdalene", peraltro citato di sfuggita) e i toni da commedia leggera on the road con cui si descrive il viaggio di Philomena e Martin a Washington. L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. E anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore. Vero punto di forza del film sono invece i due interpreti, il brillante Steve Coogan (anche co-sceneggiatore e produttore) e l'intensa Judi Dench.

26 dicembre 2013

Regalo di Natale (Pupi Avati, 1986)

Regalo di Natale
di Pupi Avati – Italia 1986
con Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono
***1/2

Visto in TV, con Marisa.

A Bologna, nella notte di Natale, quattro amici di lunga data (Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman) si ritrovano dopo parecchi anni per giocare a poker in una lussuosa villa fuori città. L'intenzione è quella di spennare un "pollo" di passaggio, un bizzarro e ricco industriale dai modi eccentrici (lo straordinario Carlo Delle Piane, premiato a Venezia come miglior attore): ma non tutto è come sembra, e nel corso della nottata verranno alla luce vecchi rancori e nuovi retroscena. Uno dei film più celebri e belli di Avati, che innesta sul tema dell'amicizia – costante di gran parte del cinema italiano – una riflessione amara e malinconica sul fallimento, la solitudine e la discontinuità fra passato e presente, per non parlare dell'abile costruzione della suspense legata alla partita a poker: la posta si alza vertiginosamente man mano che il gioco procede, fino al punto di non ritorno, con tanto di colpo di scena finale. Se la sceneggiatura asciutta e precisa (dello stesso Avati) è efficace nello scavare a fondo nei personaggi (Franco è il proprietario di un cinema di Milano, l'unico del gruppo che ha fatto fortuna; Ugo è un conduttore di scalcinate televendite su una tv locale; Lele è un giornalista e critico cinematografico fallito, con una passione per John Ford; Stefano è il gestore di una palestra gay), attraverso l'unità di tempo e d'azione (a parte i brevi incipit che presentano i personaggi e alcuni flashback che illustrano le ragioni della rivalità tra Franco e Ugo – per colpa di una donna, ovviamente, interpretata da Kirstina Sevieri – quasi tutta la pellicola è ambientata al tavolo da gioco) riesce a mescolare abilmente commedia e dramma. Fu grazie a questo film che Abatantuono cominciò ad abbandonare lo stereotipo del "terrunciello" e a farsi apprezzare anche come attore drammatico. Musiche di Riz Ortolani. Con un seguito nel 2004, "La rivincita di Natale".

24 dicembre 2013

The family man (Brett Ratner, 2000)

The Family Man (id.)
di Brett Ratner – USA 2000
con Nicolas Cage, Téa Leoni
**

Visto in divx, con Sabrina.

Jack Campbell (Nicolas Cage), ricco broker finanziario con un lussuoso appartamento a Wall Street, il lavoro come unica priorità e una donna diversa ogni notte, è convinto di non aver null'altro da chiedere alla vita. Proprio alla vigilia di Natale, per dimostrargli che ha torto, una misteriosa entità (Don Cheadle) gli mostra cosa sarebbe accaduto se tredici anni prima avesse scelto di sposare la sua fidanzata dell'epoca, Kate (Téa Leoni), anziché volare a Londra per cogliere un'opportunità di carriera: sarebbe diventato un "padre di famiglia", con due bambine, un impiego modesto, una piccola casetta nei sobborghi, ma anche tanta felicità. Fra Dickens ("Canto di Natale") e Frank Capra ("La vita è meravigliosa"), una commedia romantica-natalizia-fantastica a sfondo morale. I temi sono quelli soliti: le scelte che facciamo ci cambiano, la famiglia è la cosa più importante e la ricchezza è incompatibile con la felicità (un concetto, quest'ultimo, ipocritamente onnipresente nel cinema americano mainstream, dove peraltro sembra che ogni cosa ruoti intorno al denaro). Bravo Cage (che all'inizio canta "La donna è mobile") e il resto del cast (che graziosa la bambina!), ma tutto è assai schematico e prevedibile, anche se il finale è quello giusto.

23 dicembre 2013

Frozen (C. Buck, J. Lee, 2013)

Frozen - Il regno di ghiaccio (Frozen)
di Chris Buck, Jennifer Lee – USA 2013
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Elsa, principessa del regno di Arundell, ha il magico potere di generare e controllare ghiaccio e neve. Nel timore che possa fare involontariamente del male alla sorellina Anna o ad altre persone, i genitori le impongono di non uscire mai dalle sue stanze del castello. Quando è cresciuta, il giorno della sua incoronazione, perde però il controllo dei suoi poteri e ricopre l'intero reame di una coltre di neve, dando il via a un gelido e perenne inverno. Ritenuta una strega malvagia, fugge sulle montagne: spetterà alla sorella minore andarla a cercare e riportare tutto alla normalità. Ispirato alla fiaba "La regina delle nevi" di Andersen, un film che procede sulla strada segnata da "Rapunzel" ("Tangled" in originale: c'è continuità anche nei titoli, con l'uso di un participio passato): versioni moderne e "leggere" delle classiche favole, con protagoniste "super-simpatiche", numerose canzoni (non memorabili in verità, a parte "Let it go", in italiano "All'alba sorgerò"), spalle comiche come nel periodo d'oro dell'animazione disneyana, anche se con meno profondità (non siamo alla Pixar, nonostante John Lasseter figuri come produttore esecutivo) e un utilizzo spinto delle gag fisiche e visive (bisogna pur tenere il passo di DreamWorks, Fox e compagnia!). Non che manchino, dal punto di vista della sceneggiatura, alcune soluzioni di "rottura" rispetto al passato – su tutte, la "regina malvagia" che per una volta è in realtà buona, e la principessa che salva sé stessa (Anna, moribonda, può essere salvata solo da un "atto di puro amore": ma non si tratta del bacio del principe, come tutti credevano, bensì da un'azione che lei stessa deve compiere) – ma per il resto siamo nella routine e nel puro intrattenimento, con la consueta maestria tecnica per quanto riguarda l'animazione. Perfetto per i bambini (ma qualcuno si annoierà comunque), molto meno per gli adulti. Ciò nonostante, enorme il successo di pubblico, tanto che la pellicola ha fatto segnare il record di incassi per un film d'animazione. Non eccezionale il character design, che rende le due protagoniste delle bamboline. E a proposito delle spalle comiche, raramente se n'è vista una così inutile dal punto di vista narrativo come Olaf, il pupazzo di neve: molto meglio l'alce Sven, anche se non parla (o forse proprio per questo). Due premi Oscar (miglior film d'animazione, il primo per la Disney (!) da quando esiste la categoria, e miglior canzone). Un sequel nel 2019.

21 dicembre 2013

Burn after reading (Joel ed Ethan Coen, 2008)

Burn After Reading - A prova di spia (Burn After Reading)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2008
con Frances McDormand, George Clooney
*

Visto in TV.

Un agente della CIA di terz'ordine (John Malkovich), licenziato per alcolismo, decide per vendetta di scrivere le proprie memorie. Ma il CD con le bozze, smarrito negli spogliatoi di una palestra, viene trovato da due impiegati della struttura (Brad Pitt e Frances McDormand), che provano a ricattare l'agente e poi, dopo il suo rifiuto, a vendere le presunte informazioni segrete ai russi. La storia si complica per una serie di tradimenti incrociati: la moglie di Malkovich (Tilda Swinton), per esempio, è amante di un poliziotto (George Clooney) che – fra le sue mille scappatelle – ha anche una relazione con la McDormand. Raccontata con i toni di una farsa che non fa mai ridere, questa presunta satira di costume non è altro che una delle tante scemenze a cui i Coen ci hanno purtroppo da tempo abituati. I due sopravvalutati fratelli si rifanno stavolta al modello di "Fargo", mettendo in scena una serie di personaggi stupidi, traditori ("Tutti vanno a letto con tutti", si commenta a un certo punto), egocentrici e fasulli, uno più deprecabile dell'altro. Nessuno si salva, fra adulteri, alcolizzati, ipocriti, nevrotici, incompetenti, triviali, ossessionati dalla cura del corpo (la McDormand pensa soltanto a procurarsi il denaro necessario ai suoi interventi di chirurgia estetica) o semplici cazzoni (Pitt): ne esce un ritratto di un'America decerebrata, amorale e senza speranza, dove a guidare la vicenda (che non può che finire male) non è nemmeno il caso o il destino ma la stupidità dei suoi stessi protagonisti. Peccato però che la sceneggiatura sia non meno superficiale dei personaggi, senza una direzione precisa e incapace di dar vita non dico a una satira tagliente ma semplicemente a una black comedy di discreto livello. Ogni volta che sembra che la storia stia per decollare (buoni i momenti che illustrano la paranoia di George Clooney, per esempio), la sequenza successiva fa immancabilmente cambiare idea. E il tutto sfocia in un finale tanto inconcludente quanto anticlimatico (come nel precedente "Non è un paese per vecchi", alcune scene clou vengono raccontate da altri personaggi anziché mostrate allo spettatore), al punto da far recriminare – nonostante il buon cast – per il tempo dedicato alla visione.

17 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug (Peter Jackson, 2013)

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug
(The Hobbit: The Desolation of Smaug)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2013
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Orfeo (in 3D), con Sabrina.

L'hobbit Bilbo Baggins e i tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia proseguono il loro viaggio verso Erebor, la Montagna Solitaria, dove il drago Smaug riposa a guardia del tesoro rubato. Sempre braccati dagli orchi di Dol Guldur (capeggiati stavolta da Bolg, figlio di quell'Azog che ha un conto aperto con Thorin), i nostri eroi dovranno separarsi dallo stregone Gandalf, che preferirà dirigersi verso sud per indagare sulla reale natura del misterioso Negromante; attraversare l'inospitale Bosco Atro, dove combatteranno contro una nidiata di ragni giganti; fuggire dalle prigioni degli elfi di Thranduil, signore del Reame Boscoso (e padre di Legolas, che torna prepontentemente in azione); viaggiare lungo il fiume – nascosti in tredici barili – fino a raggiungere Esgaroth, cittadina sulle sponde del lago, dove faranno la conoscenza dell'arciere Bard, in rotta con il corrotto governatore della cittadina; arrampicarsi sui fianchi della Montagna Solitaria, dove si cela un ingresso segreto per i saloni al suo interno; e infine affrontare il possente Smaug, senza però riuscire a sconfiggerlo e anzi scatenando la sua ira. Il resto (Battaglia dei Cinque Eserciti compresa) è rimandato al terzo e conclusivo capitolo, in uscita nelle sale fra un anno. La decisione di dividere l'avventura in ben tre parti, ora si può cominciare a dirlo, non è stata delle più felici: se la Terra di Mezzo rimane senza dubbio un posto meraviglioso da visitare, la narrazione qui soffre per i ritmi dilatati, intervallati da lunghissime ed elaborate scene d'azione (la fuga nei barili, la lotta col drago) che tendono più ad annoiare che ad esaltare lo spettatore, mentre la sottotrama che coinvolge Gandalf (a proposito: la scoperta che il Negromante è in realtà Sauron non contraddice quanto si sapeva all'inizio de "Il Signore degli Anelli"?) è quasi una fonte di distrazione.

Anche stavolta non mancano diversi cambiamenti al testo originale, con una sceneggiatura che, ahimè, non sempre convince appieno: al ridimensionamento forse eccessivo di Beorn (manca purtroppo la divertentissima scena dell'introduzione dei nani – uno a uno – nella sua casa) fa da contraltare l'approfondimento di Bard, una scelta saggia visto la futura importanza del personaggio nella risoluzione del conflitto con Smaug. E sempre nell'ottica di aggiungere stratificazione e complessità alla vicenda va letta l'introduzione dell'elfa Tauriel, personaggio del tutto originale, e la sua "love story" (chiamiamola così) con il nano Kili, che riesce contemporaneamente a caratterizzare meglio uno dei compagni di Thorin (che nel libro di Tolkien, nomi e pochi dettagli a parte, erano quasi indistinguibili l'uno dall'altro) e ad aggiungere sottotrame ulteriori a una storia che per il resto – e giustamente, trattandosi di una fiaba – è molto più lineare di quella de "Il Signore degli Anelli". Non aggiunge invece moltissimo il ritorno di Legolas, che come quelli di Saruman e Galadriel nel film precedente è soprattutto una strizzatina d'occhio per i fan della prima trilogia, anche se non si tratta di una forzatura visto che in effetti l'elfo interpretato da Orlando Bloom è di casa proprio nel Reame Boscoso (divertente lo scambio di battute con Glóin a proposito del figlioletto di quest'ultimo, Gimli). Thorin inizia a mostrare il suo lato oscuro, che si focalizza nell'avidità e nel desiderio di impadronirsi dell'Archengemma (e dunque del potere) a qualunque costo, anche a quello di sacrificare le vite dei suoi compagni, così come l'Anello comincia lentamente a esercitare il suo influsso nefasto su Bilbo, anche se per ora è più un utile oggetto magico che una reale minaccia.

Se il secondo episodio de "Il Signore degli Anelli" brillava per l'introduzione di Gollum, il capitolo centrale de "Lo Hobbit" sarà ricordato per il drago Smaug, creatura digitale stupefacente, dinamica e carismatica. Si temeva che mostrare una tale belva che parla (la voce in originale è di Benedict Cumberbatch) potesse risultare ridicolo o "disneyano", ma così non è stato. Anzi, le sequenze di Bilbo alle prese con il mostro sono forse le più visivamente impressionanti e memorabili dell'intera pellicola, ravvivandola nel finale, giusto in tempo perché la storia si interrompa sul più bello (nessuno degli altri quattro film tolkieniani di Jackson aveva mai avuto un simile cliffhanger). Per il resto, sul versante degli attori sono da segnalare le new entry Luke Evans nei panni di Bard (il cui ruolo, come già detto, è stato considerevolmente aumentato rispetto al romanzo, dandogli un notevole background), Lee Pace in quelli di re Thranduil (già apparso brevemente nel film precedente) ed Evangeline Lilly in quelli dell'elfa Tauriel. Mikael Persbrandt è Beorn, Lawrence Makoare (già pluri-cattivo ne "Il Signore degli Anelli") è Bolg, Stephen Fry è il Governatore di Esgaroth. Quanto ai camei, Peter Jackson continua a mangiare carote per le strade di Brea, mentre le due figlie di Bard sono interpretate dalle figlie di James Nesbitt (Bofur). A proposito dei nani, oltre al già citato Kili e agli evidenti Thorin e Balin, c'è un po' più di spazio e di caratterizzazione per Bombur, Bofur, Glóin e Dwalin. Meno memorabile del solito la colonna sonora di Howard Shore, e niente canzoni stavolta, mentre l'unico flashback è all'inizio e mostra l'incontro a Brea fra Gandalf e Thorin (narrato da Tolkien nei "Racconti incompiuti").

16 dicembre 2013

La tragedia di un uomo ridicolo (B. Bertolucci, 1981)

La tragedia di un uomo ridicolo
di Bernardo Bertolucci – Italia 1981
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée
*1/2

Visto in divx, con Marisa.

Una misteriosa banda di rapitori sequestra Giovanni, unico figlio dell'industriale parmense Primo Spaggiari. Quando l'uomo si convince che il figlio sia stato ormai ucciso, progetta di utilizzare i soldi del riscatto (ottenuti attraverso prestiti particolarmente favorevoli) per salvare il proprio caseificio dal fallimento. Un film confuso e non troppo riuscito, che da un lato vorrebbe far riflettere sul rapporto fra padri e figli (tema cardine di tutto il cinema di Bertolucci) e dall'altro offrire un amaro ritratto dei piccoli imprenditori in un'Italia che aveva ormai passato il momento del boom economico ed era scossa dalle contestazioni giovanili e dal terrorismo (evidente il distacco fra le vecchie e le nuove generazioni, incapaci di capirsi o di parlarsi). Il tutto attraverso lo sguardo e la voce (spesso fuori campo, rivolgendosi direttamente agli spettatori) di un personaggio consapevole di essere inadeguato, o meglio – come recita il titolo – "ridicolo", e che cerca disperatamente di tenersi a galla pur trovandosi inviluppato in una ragnatela di misteri (portati avanti anche dagli evasivi personaggi interpretati da Laura Morante e Victor Cavallo, rispettivamente la ragazza di Giovanni e il "prete operaio" suo amico) la cui matassa viene lasciata da sbrogliare allo spettatore (il film si conclude con le parole "Il compito di svelare l'enigma lo lascio a voi": eh no, Bertolucci, così è troppo facile!). La pellicola, che punta le sue carte sull'ambiguità e su un'impalpabilità quasi metafisica, risulta al tempo stesso semplicistica e contraddittoria, e soffre – oltre che per il finale onirico e appicicaticcio – per una malriuscita e ondivaga fusione fra dramma e satira (si pensi alla presenza di macchiette sopra le righe, se non grottesche, come il commissario di polizia o gli usurai; per non parlare di scene del tutto fuori contesto, come Laura Morante che si denuda o l'inciampo del suddetto commissario). Non riescono purtroppo a salvarla né la buona interpretazione degli attori (Tognazzi vinse a Cannes) né la consueta ambientazione tanto cara al regista (la "Bassa", con i suoi argini e le sue fattorie, i formaggi, i prosciutti, la musica di Verdi). Volendo, il film potrebbe essere considerato "speculare" a "Strategia del ragno": a parte il setting simile, lì c'era un figlio che indagava i segreti del padre, qui è il contrario (Primo scopre per esempio che Giovanni frequentava e proteggeva estremisti di sinistra). Per una volta Bertolucci (autore anche del soggetto e della sceneggiatura) non si affida a Vittorio Storaro per la fotografia ma a Carlo Di Palma. Colonna sonora di Ennio Morricone. Giovanni è interpretato da Ricky Tognazzi, figlio di Ugo anche nella realtà.

14 dicembre 2013

Un uomo a nudo (Frank Perry, 1968)

Un uomo a nudo (The swimmer)
di Frank Perry – USA 1968
con Burt Lancaster, Janice Rule
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli.

Ospite di alcuni amici nella loro villa con piscina sulle colline del Connecticut, in un'assolata domenica di fine estate, Ned Merrill decide di tornare a casa a piedi, o meglio "a nuoto", bagnandosi, una dopo l'altra, in tutte le piscine delle ville della contea che lo separano dalla sua formando una sorta di catena (o un "fiume", come lo chiama lui). Quella che sembra soltanto una bizzarria da parte di un uomo di successo, che si distingue dai suoi amici di mezza età per essere rimasto ancora un sognatore e un ottimista come quando era giovane, un dongiovanni tuttora atletico e con una famiglia felice che lo aspetta (una moglie e due figlie, che cita continuamente e con orgoglio), si rivelerà una sorta di Odissea al contrario, una parabola dove il viaggio verso casa comporta l'amara e dolorosa presa di coscienza del proprio fallimento. Piscina dopo piscina, scopriremo infatti – e forse anche lui con noi, visto che sembrava averlo rimosso – che l'immagine idilliaca che ci era stata presentata poggiava su basi ormai crollate, fino al più completo sfacelo. Ogni tappa del viaggio rappresenta un aspetto della personalità del protagonista che viene alla luce, in maniera non sempre piacevole, cancellando il falso sorriso che sfoggiava all'inizio (l'incontro con il bambino è un tuffo nella propria infanzia solitaria, quello con l'amante mette in crisi il suo orgoglio di dongiovanni, la festa e la piscina pubblica rappresentano le fasi di un'umiliazione sociale, dapprima da parte dei membri della sua stessa classe alto-borghese e poi da quelli del proletariato). Frank Perry ("David e Lisa", "Brevi giorni selvaggi") è uno dei registi più interessanti – e purtroppo misconosciuti – del cinema americano degli anni sessanta: qui tratteggia magistralmente, con un linguaggio che a volte assume i tratti surreali dell'allegoria, un'epoca in cui i miti del successo, del benessere e dell'american dream cominciavano a incrinarsi e a venarsi di inquietudine e di dubbi. Lancaster (a petto nudo e in costume da bagno – o addirittura senza – per l'intera durata della pellicola) è il mattatore, mentre fra i comprimari si segnalano Janet Landgard (la giovane babysitter), Joan Rivers (la donna alla festa) e Janice Rule (l'ex amante). La sceneggiatura di Eleanor Perry (moglie e collaboratrice abituale del regista) è tratta da un racconto breve di John Cheever. Alcune scene sarebbero state rigirate da Sydney Pollack (non accreditato) su richiesta dei produttori, che ritenevano "troppo intellettuale" l'interpretazione di Perry.

12 dicembre 2013

Ferro 3 (Kim Ki-duk, 2004)

Ferro 3 - La casa vuota (Bin-jip)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2004
con Jae Hee, Lee Seung-yeon
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Un ragazzo taciturno si introduce nelle case lasciate temporaneamente vuote dai loro abitanti (ovvero quelle in cui nessuno ha tolto dalle porte i volantini pubblicitari che lui stesso aveva precedentemente piazzato) e le "abita" per un breve periodo di tempo. Non ruba nulla, ma si fa il bagno, mette in ordine, si lava i vestiti, dorme, mangia, ripara piccoli oggetti o elettrodomestici rotti, si scatta una "foto ricordo" e poi va via prima che i proprietari tornino. Un giorno, in una villa di lusso, incontra una ragazza triste e solitaria come lui, una modella maltrattata dal marito, e decide di "salvarla" portandola via con sé. Per un po' la ragazza lo seguirà nelle sue scorrerie, fino a quando la polizia li arresterà, chiudendo lui in prigione e rimandando lei dal marito. Ma il ragazzo imparerà a essere silenzioso e invisibile come un fantasma, e potrà così tornare da lei all'insaputa di tutti... Bizzarro, romantico e metafisico, fatto di silenzi e di poesia, insieme a "Primavera, estate..." è stato il film che ha aiutato Kim a far breccia nei cuori del grande pubblico occidentale. Presentato a sorpresa alla Mostra del cinema di Venezia, vinse il premio per la miglior regia. Le molte peculiarità (il fatto che i due protagonisti non si scambino mai nemmeno una parola; l'incredibile capacità del ragazzo di risultare "invisibile" nel finale, dando così vita a un ménage à trois segreto) lo rendono un film davvero memorabile, dove la vena visionaria e metaforica di Kim si sviluppa in più direzioni (oggetti, immagini, fotografie, specchi, per non parlare in inquadrature simboliche come quella che conclude la pellicola, con i due amanti in piedi sulla bilancia la cui lancetta segna lo zero). In colonna sonora, solo una canzone: l'arabeggiante "Gafsa" di Natacha Atlas. Il titolo occidentale ("Bin-jip" significa semplicemente "La casa vuota") fa riferimento alla mazza da golf con cui il marito si vendica del ragazzo, che a sua volte lo aveva colpito con le palline al momento di "rapire" la donna. Il "ferro 3" è una delle mazze meno usate durante il gioco; e proprio al golf sono legati i pochi momenti di violenza che Kim si porta dietro dalle pellicole precedenti (su tutte, la scena in cui la pallina scagliata dal protagonista colpisce una donna in macchina). Però, ci sono anche dei difetti: a tratti la trama sembra improvvisata, come se il regista avesse cominciato a dirigere il film avendo in mente solo lo spunto iniziale, e va un po' a casaccio, puntando sull'atmosfera e sull'impalpabilità dei personaggi: difetti che, amplificati nei lavori immediatamente successivi, condurrano a pellicole inguardabili come "Soffio".

11 dicembre 2013

Yattaman (Takashi Miike, 2009)

Yattaman - Il film (Yattaman)
di Takashi Miike – Giappone 2009
con Sho Sakurai, Kyoko Fukada
**1/2

Visto in divx.

Adattamento di un popolarissimo anime degli anni settanta (il più celebre della serie "Time Bokan" prodotta dalla Tatsunoko), presenta il talentuoso Takashi Miike nella sua vena più comica e meno violenta. Protagonisti sono due gruppi contrapposti che si battono, per mezzo di buffi e scalcinati robot, per la conquista della misteriosa Dokrostone, un antico cimelio a forma di teschio che è stato diviso in quattro parti e che, se riunito, permetterà di infrangere le barriere dello spazio-tempo. I buoni sono due ragazzini, Ganchan e Janet, che si trasformano nei paladini della giustizia Yatta 1 e Yatta 2; i cattivi sono invece i tre malfattori Miss Dronio, Boyakki e Tonzura, in arte il Trio Drombo, che organizzano complicate truffe per ottenere il denaro necessario alla costruzione dei loro robot. I tre sono al servizio del misterioso Dokrobei, "il re dei ladri", che impartisce ordini solo tramite la propria voce e li "punisce" dopo ogni fallimento. L'umorismo demenziale, surreale e infantile, le avventure in giro per il mondo (pur con una geografia comicamente distorta), le assurde e variopinte tecnologie (quasi tutti i robot hanno le sembianze di animali), le impagabili canzoncine sceme con tanto di scenografie e balletti, e soprattutto la personalità dei cattivi (il Trio Drombo è quasi il vero protagonista del film) si sposano con l'inventiva di Miike e con l'ottimo lavoro di adattamento: tanto i personaggi quanto gli scenari e le tecnologie sono stati trasposti con grande cura dal disegno allo schermo cinematografico, il che fa di "Yattaman" uno dei migliori e più fedeli live action tratti da un anime fra tutti quelli visti finora. Poche le modifiche rispetto al materiale di partenza, segnatamente la natura della Dokrostone e l'identità di Dokrobei (forse per lasciare qualche sorpresa agli spettatori che conoscevano già la serie animata), mentre l'accenno di una love story fra buono e cattiva era presente anche nel cartone. Fra gli attori, spiccano la bella Kyoko Fukada (ormai un mito, dopo "Dolls" e "Kamikaze girls") nei panni della seducente Miss Dronio, e Katsuhisa Namase in quelli di Boyakki, il suo buffo spasimante. Nella scena del ristorante c'è un cameo per i tre doppiatori del Trio Drombo della serie originale.

10 dicembre 2013

Indovina chi sposa mia figlia! (N. Vollmar, 2009)

Indovina chi sposa mia figlia! (Maria, ihm schmeckt’s nicht!)
di Neele Leana Vollmar – Germania/Italia 2009
con Christian Ulmen, Lino Banfi
*

Visto in TV.

Il tedesco Jan (Christian Ulmen) sta per sposare Sara (Mina Tander), figlia di un immigrato pugliese in Germania (Lino Banfi). Questi insiste affinché il matrimonio si celebri in Puglia, nella cittadina natale della famiglia, Campobello. Ma per Jan il soggiorno laggiù sarà un inferno, fra parenti invadenti, burocrazia assurda, faide di paese, incomprensioni di ogni tipo... Grande successo di pubblico in Germania, questo incrocio fra "Benvenuti al sud" e "Il mio grosso grasso matrimonio greco" è un film senza alcuna originalità, che sfrutta tutti i cliché e gli stereotipi culturali su tedeschi e italiani, senza nemmeno poter contare su una comicità disarmante (è pur sempre un film tedesco: avete mai visto un film tedesco divertente?). Unico punto di forza – e mi costa fatica dirlo – è Lino Banfi (che nella versione originale, non conoscendo il tedesco, recitava leggendo "cartelli" posizionati davanti a lui) e il suo personaggio, che dalla macchietta iniziale acquisisce via via spessore grazie ai flashback che mostrano il suo passato da immigrato in Germania come gastarbeiter ("lavoratore ospite"). Per il resto, tutto da dimenticare. Imbarazzante, in particolare, il protagonista. Colonna sonora a base di canzoni italiane pescate qui e lì a caso (ce ne fosse una pugliese!) e di musica che sembrerebbe più adatta a un film di Kusturica. Il titolo originale significa "Maria, non gli piace!" e fa riferimento alle scene a tavola in cui la nonna (e in generale tutti i presenti) si domandano se il tedesco non gradisce la loro cucina.

8 dicembre 2013

L'odio (Mathieu Kassovitz, 1995)

L'odio (La haine)
di Mathieu Kassovitz – Francia 1995
con Vincent Cassel, Saïd Taghmaoui, Hubert Koundé
***1/2

Rivisto in TV.

"Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: «Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene». Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio". Potente ed espressivo, girato in tempi record a ridosso delle sommosse del 1995 nelle banlieue parigine (le immagini che si vedono sui titoli di testa sono reali riprese d'archivio), il film usa il meccanismo della metafora per mettere in guardia dal vortice di odio e violenza nel quale il disagio sociale stava facendo precipitare la Francia multirazziale (non mancano, fra l'altro, riferimenti polemici al modo in cui la destra di Le Pen "cavalcava" la situazione): il contrasto non è solo quello fra teppisti o emarginati (spesso immigrati di seconda generazione) e le forze dell'ordine, ma anche fra gli abitanti delle periferie e quelli del centro (esemplificativa la scena in cui i protagonisti provano ad "attaccar bottone", senza successo, con due ragazze parigine: fra mondi diversi pare esserci una totale incomunicabilità). Protagonisti della pellicola, che si svolge nell'arco di 24 ore, sono tre ragazzi (l'ebreo Vinz, l'arabo Saïd e il nero Hubert: i nomi sono gli stessi dei giovani attori) che, dopo una nottata di scontri con la polizia in seguito al pestaggio di un giovane immigrato da parte di un agente, sono entrati in possesso della pistola di un poliziotto. Vinz intende usarla "per pareggiare i conti" nel caso che l'amico picchiato, finito in coma, non dovesse sopravvivere. I tre trascorrono l'intera giornata vagabondando per il quartiere, per poi trasferirsi a Parigi e infine fare ritorno in periferia. Nel loro viaggio allucinato, senza prospettive e senza speranze, ci saranno avventure di vario tipo, momenti di tensione e altri persino umoristici, nonché incomprensioni e chiarimenti che sembrano portare uno spiraglio di luce nelle loro esistenze: ma il duro finale dimostra come è difficile uscire dalla spirale dell'odio. Capo d'opera di Kassovitz (che recita nella parte del naziskin "catturato" dai tre protagonisti), girato interamente in bianco e nero e vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes, il film ha lanciato l'attore Vincent Cassel (già apparso in precedenza nella pellicola d'esordio di Kassovitz, "Métisse") ed è da apprezzare per il modo assai naturale con cui mette in scena il disagio giovanile e la rabbia sempre pronta ad esplodere in violenza (almeno per quanto riguarda Vinz, mentre Hubert è più calmo e lucidamente fatalista, e Saïd sembra più deciso a "tirare a campare": i tre personaggi non sono uguali fra loro). L'uso del bianco e nero accentua la natura quasi documentaristica, soprattutto nella descrizione delle architetture urbane, dello sguardo di un regista che comunque non ha paura di prendere posizione. Peccato che nel prosieguo della sua carriera non sia più riuscito a sfornare film di pari livello. A livello di singole scene, da notare alcune piccole citazioni "cinefile", più o meno dichiarate ("Taxi Driver", "Il cacciatore", "Scarface").

7 dicembre 2013

Crank: High voltage (Neveldine, Taylor, 2009)

Crank: High Voltage (id.)
di Mark Neveldine, Brian Taylor – USA 2009
con Jason Statham, Amy Smart
**

Visto in TV.

Sopravvissuto per miracolo alla fine del film precedente (il "Crank" del 2006), l'indistruttibile killer Chev Chelios scopre che gli è stato espiantato il cuore, sostituito con un organo artificiale che deve essere mantenuto in funzione tramite l'elettricità. Per restare in vita e scoprire dove è finito il suo cuore originale (e contemporaneamente evitare la vendetta di un misterioso rivale che gli dà la caccia), deve dunque "ricaricare" a intervalli frequenti il proprio corpo con robuste dosi di energia elettrica. Tutto va bene: batterie d'automobile, taser della polizia, tralicci dell'alta tensione, persino lo "sfregamento" della pelle (il che condurrà a un'altra, esilarante, scena di sesso in pubblico con la sua fidanzata Eve, stavolta sulla pista dell'ippodromo). Frenetico e adrenalinico come il prototipo, questo sequel è – se possibile – ancora più assurdo ed esagerato, con un protagonista che più che un eroe d'azione diventa un incrocio fra un videogioco e un personaggio dei cartoni animati (c'è persino una sequenza, quella ambientata alla centrale elettrica, che lo paragona ai "mostri di gomma" tipo Godzilla). Colmo di sberleffi e di scene di cattivo gusto, alla resa dei conti è un (riuscito) divertissement tanto per chi lo ha realizzato (registi e attori) quanto per gli spettatori. Oltre a riportare in scena quasi tutti i personaggi del primo film (anche un paio che erano deceduti!), ne presenta anche di nuovi: Bai Ling è la cinesina Ria, David Carradine è l'anziano boss della Triade, Geri Halliwell è la madre di Chev, mentre nella sequenza della protesta in strada compaiono diversi celebri attori porno (da Ron Jeremy a Jenna Haze).

6 dicembre 2013

Fase 4: distruzione Terra (Saul Bass, 1974)

Fase 4: distruzione Terra (Phase IV)
di Saul Bass – USA/GB 1974
con Michael Murphy, Nigel Davenport
**1/2

Visto in divx.

Incuriosito dall'anomalo comportamento delle formiche in una regione desertica dell'Arizona (dove specie diverse di insetti, di solito antagoniste fra loro, si alleano e combattono insieme i loro naturali predatori, oltre ad erigere misteriose "torri" di sabbia), un ambizioso biologo (Davenport) si stabilisce sul posto per studiare il fenomeno, coadiuvato da un tecnico (Murphy) specializzato nel decifrare il linguaggio animale. Insieme assistono all'escalation di quella che è una vera e propria "guerra" delle formiche contro gli esseri umani, divisa in "fasi" (la pellicola mostra le prime tre fasi: il titolo lascia intendere che la fase successiva comporterà la conquista o addirittura la distruzione dell'intero pianeta). Tratto da una sceneggiatura originale di Mayo Simon (poi trasposta in un romanzo da Barry Malzberg), l'unico lungometraggio mai diretto da Saul Bass (più celebre come title designer che come regista, avendo curato le sequenze iniziali di tanti celebri film, in particolare per Otto Preminger e Alfred Hitchcock) è un thriller di fantascienza davvero insolito, con pochissimi personaggi (essenzialmente tre: oltre ai due scienziati c'è la ragazza interpretata da Lynne Frederick), dai toni inquietanti e catastrofici, sul tema della natura che si ribella all'uomo. Numerose le sequenze che vedono gli insetti come protagonisti (il film si apre con sette-otto minuti in cui si vedono solo formiche!), grazie a riprese ravvicinate e girate con maestria dall'entomologo Ken Middleham. L'atmosfera claustrofobica e paranoica è rinforzata dal ritmo lento con cui evolve la vicenda (e con cui monta la tensione), nonché dalle musiche spettrali ed elettroniche di Brian Gascoigne, David Vorhaus e Desmond Briscoe. Degna di nota la scena in cui i due protagonisti scoprono un "cerchio nel grano" realizzato dalle formiche super-intelligenti (in seguito proveranno a comunicare con loro utilizzando appunto forme geometriche): secondo alcuni esperti, proprio quella scena (che precede di due anni i primi avvistamenti di fenomeni simili) sarebbe stata la fonte di ispirazione per i burloni che disegnano strane forme nei campi. L'origine della mutazione delle formiche non è spiegata, ma si suggerisce che sia dovuta a qualche evento di natura "cosmica". Gran parte del film si svolge nel laboratorio isolato e computerizzato in cui i due scienziati si sono rinchiusi, assediati dalle colonie di insetti che li tengono sotto scacco dall'esterno. La conclusione giunge un po' improvvisa: i produttori avrebbero tagliato il finale "spettacolare e surreale", lungo quattro minuti, in cui Bass mostrava come sarebbe cambiata la vita sulla Terra una volta che le formiche avessero preso il sopravvento.

5 dicembre 2013

Quaranta pistole (Samuel Fuller, 1957)

Quaranta pistole (Forty guns)
di Samuel Fuller – USA 1957
con Barbara Stanwyck, Barry Sullivan
***

Rivisto in DVD.

Tre agenti governativi, i fratelli Bonell (Griff, Wes e Chico), giungono in una cittadina dell'Arizona con il compito di arrestare un rapinatore. Ma quest'ultimo è uno dei quaranta pistoleri (veri e propri "quaranta ladroni") al soldo di una potente proprietaria terriera, Jessica Drummond, che spadroneggia nella regione con metodi non sempre legali. L'escalation del conflitto fra la donna e i rangers causerà spargimenti di sangue, ma anche un'inattesa redenzione. Scritto, diretto e prodotto da Fuller, è un western atipico, energico e crepuscolare (si parla espressamente di un'epoca che sta finendo), che forma con "Rancho Notorious" (1952) di Fritz Lang e "Johnny Guitar" (1954) di Nicholas Ray un'ideale trilogia di pellicole con protagoniste donne forti, carismatiche e dominatrici, insolite per un genere dalla pesante caratterizzazione maschile: quasi delle dark lady, e infatti siamo più dalle parti del noir che dal western. Se all'inizio il plot sembra simile a quello di tanti altri film di frontiera (pare di essere in un fumetto di Tex, con il protagonista Griff nei panni del personaggio "duro" e invincibile, preceduto dalla sua fama: il paragone, fra l'altro, è curiosamente rinforzato dal cognome Bonell, quasi identico a quello del creatore del celebre fumetto), lo sviluppo della vicenda riserva parecchie sorprese e colpi di scena, fra momenti drammatici (il suicidio per amore dello sceriffo corrotto, l'uccisione improvvisa di Wes nel giorno delle sue nozze) e conflitti fra sentimenti e dovere (fra Griff e Jessica nasce un'intensa love story, ma dovranno perdonarsi reciprocamente la morte di un fratello), comprimari interessanti (i già citati fratelli di Griff e lo sceriffo, ma anche la giovane armaiola bionda e Morris, lo scapestrato fratello minore di Jessica), per non parlare della regia nervosa ed inventiva, che ricorre talvolta a soluzioni filmiche non convenzionali per l'epoca (tanto che la pellicola era amatissima da Godard e dai suoi sodali della nouvelle vague francese), come il montaggio rapido, i primi piani ravvicinati (il volto imperturbabile di Barry Sullivan mentre cammina verso il luogo del duello con Morris ricorda in modo impressionante il Charles Bronson del leoniano "C'era una volta il west"), lunghi carrelli e piani sequenza (che beneficiano del widescreen: si pensi alla sequenza del funerale di Wes). Nella scena del tornado, la Stanwyck girò personalmente (senza controfigure) la scena in cui le rimane il piede infilato nella staffa e viene trascinata dal cavallo. Il personaggio di Jessica è al centro di un aneddoto che sembra anticipare i "Chuck Norris facts": "Da bambina fui morsa da un serpente...", racconta infatti. E Griff conclude: "...che morì avvelenato".

2 dicembre 2013

Don Jon (J. Gordon-Levitt, 2013)

Don Jon (id.)
di Joseph Gordon-Levitt – USA 2013
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

L'italo-americano Jon Martello (Joseph Gordon-Levitt), soprannominato "Don" dagli amici perché – come un novello Don Giovanni – è in grado di conquistare una ragazza ogni notte, preferisce in realtà la pornografia su internet al sesso reale. Quando incontra la bellissima Barbara Sugarman (Scarlett Johansson), sembrerebbe mettere la testa a posto. Ma non durerà, visto che la ragazza tenterà di plasmarlo secondo la propria volontà. A fargli conoscere l'importanza di una relazione davvero basata sulla coppia, e non "a senso unico", sarà invece la più matura Esther (Julianne Moore), una vedova da lui conosciuta a una scuola serale. Scritto e diretto dallo stesso Gordon-Levitt (al debutto come regista), una vivace commedia con indubbie qualità e qualche difetto, soprattutto per come scivola verso un finale dalla morale scontata (se c'è l'amore, il sesso è migliore). Per il tema della pornodipendenza, peraltro affrontato con ironia e intelligenza, può sembrare una versione light di "Shame", mentre tutta la sezione dedicata al rapporto con Barbara (peccato non sia stata sviluppata maggiormente) lo rende una commedia romantica decisamente non tradizionale. Non convince del tutto invece il personaggio interpretato dalla Moore, così come si rimane con la sensazione che ci sia troppa carne al fuoco e che sarebbe stato meglio concentrarsi maggiormente su alcuni elementi che invece, alla resa dei conti, risultano solo propedeutici alla svolta finale. Impagabile comunque la scena in cui Jon, alla ragazza che lo attacca perché vede i porno, le rinfaccia gli sdolcinati film romantici (i cosiddetti "chick flick") per cui lei va matta, sottolineando non senza ragione come si tratti di prodotti analoghi, seppur diretti a pubblici diversi. Bello anche l'utilizzo che Gordon-Levitt fa, a livello registico e narrativo, del meccanismo della ripetitività: vediamo spesso il protagonista all'interno di sequenze sempre uguali (la confessione in chiesa, la palestra, il pranzo dai genitori, ecc.), e solo a un certo punto, quando acquisisce consapevolezza, riesce a "rompere" la routine (porge a sua volta domande al confessore, sceglie di giocare a basket con gli amici). In ogni caso, un promettente debutto dietro la macchina da presa.

30 novembre 2013

Verso il sole (M. Cimino, 1996)

Verso il sole (The sunchaser)
di Michael Cimino – USA 1996
con Woody Harrelson, Jon Seda
**1/2

Visto in divx.

Un delinquente sedicenne, Brandon "Blue" Monroe (Seda), malato terminale (gli resta poco più di un mese di vita per un tumore addominale), sequestra l'oncologo che lo ha in cura, l'ambizioso chirurgo Michael Reynolds (Harrelson), per farsi condurre in auto fino in Arizona, nella riserva navajo (il ragazzo è mezzosangue indiano) dove, secondo le leggende di una tribù chiamata "i cacciatori del sole", in cima a una montagna sacra si troverebbe un lago dalle acque miracolose. Il settimo e ultimo film di Cimino, uscito a sei anni dal precedente, è un road movie costruito sul classico tema del cambiamento e della scoperta di sé stessi attraverso il viaggio. Il medico, inizialmente interessato soltanto alla carriera e con fede solo nella scienza (qui contrapposta alla credenze spirituali), nel corso del tragitto muta il proprio punto di vista e le proprie prospettive (anche perché il rapporto con il giovane "Blue" gli riporta alla memoria la traumatica esperienza vissuta con il fratello maggiore, malato anch'esso di cancro e al quale lui stesso staccò – su sua richiesta – il respiratore), tanto da aiutarlo ad evitare la polizia che dà loro la caccia e a fare di tutto per condurlo fino a destinazione. Che poi il lago sacro esista davvero o sia soltanto un punto d'arrivo metaforico e – appunto – spirituale, poco importa. Non poche le similitudini con il primo film di Cimino, "Una calibro 20 per lo specialista", anch'esso incentrato sulla fuga di una coppia di uomini, di cui uno giovane e più anziano, che proprio durante il percorso cementano un'amicizia inizialmente improbabile. Più prevedibile del dovuto, soprattutto nella caratterizzazione stereotipata dei personaggi, a tratti manierista nella regia e nella fotografia, alterna momenti riusciti e commoventi con altri che sembrano tirati via: ma non mancano alcune sequenze splendide, come la corsa della Cadillac insieme ai cavalli nella riserva indiana, per mimetizzarsi con la polvere, quasi un rimando a Ulisse che si confonde con le pecore per fuggire dai ciclopi ne "L'Odissea". Eccellente, comunque, l'uso scenografico che Cimino fa di paesaggi come la Monument Valley, che rendono la seconda parte della pellicola quasi un western moderno. Alcune situazioni evocano o anticipano "Thelma & Louise", "Un mondo perfetto" e – perché no? – "Into the wild". Anne Bancroft è la hippie sciroccata che dà un passaggio ai due fuggitivi. Non sempre azzeccata la colonna sonora.

28 novembre 2013

La ragazza sul ponte (P. Leconte, 1999)

La ragazza sul ponte (La fille sur le pont)
di Patrice Leconte – Francia 1999
con Daniel Auteuil, Vanessa Paradis
***

Rivisto in divx, con Paola, Marta, Beatrice, Esther, Costanza, Florian e Sabine.

La giovane Adèle sta per suicidarsi gettandosi in acqua da un ponte di Parigi, stufa di un'esistenza fatta di rapporti sentimentali tanto frequenti quando sfortunati. A salvarla è Gabor, lanciatore di coltelli che "recluta" le proprie partner fra coloro che non sembrano aver più nulla da chiedere alla vita. Nel corso del loro tour per l'Europa, fra circhi ambulanti e spettacoli sulle navi da crociera, scopriranno di portarsi reciprocamente fortuna: insieme si completano, come una banconota strappata che torna ad avere valore solo unendo le due metà. E proprio il tema della fortuna, del rischio e del gioco d'azzardo (e cosa c'è di più "azzardato" del lancio di coltelli?) fa da sfondo a una storia d'amore quasi metafisica che Leconte gira con estro e sensibilità, aiutato da un'espressiva fotografia in bianco/nero che riveste tutto di un'aura romantica e fuori dal tempo. La magia unisce i due protagonisti anche nel finale, quando si separano momentanemante ma continuano a "comunicare" fra di loro anche a distanza di chilometri l'uno dall'altra: una sorta di entanglement quantistico? Per tutta la pellicola sembra quasi di assistere a un incrocio fra il "realismo poetico" del cinema francese d'anteguerra (che in fondo si tratti di una fiaba è suggerito da diversi elementi: a un certo punto Gabor si autodefinisce "una fata") e la surrealità di certi lavori di Fellini (impressione rinforzata dall'ambiente circense e dal mood delle scene girate in Italia), anche se non manca – soprattutto nella parte iniziale – una certa dose di sarcasmo quasi da black comedy. La raggiante Paradis brilla di luce propria, ma anche il bravo Auteuil non è mai stato così bello e fascinoso. Ottima la colonna sonora, dove spiccano le canzoni "Who will take my dreams away" di Marianne Faithfull (usata durante il lancio dei coltelli), "I'm Sorry" di Brenda Lee e il classico "Sing, Sing, Sing" di Benny Goodman. Da segnalare in particolare due scene dove la musica aggiunge qualcosa di più a sequenze già magnificamente girate, recitate e montate: quella dello shopping a Montecarlo (dove Vanessa Paradis sfoggia per la prima volta il taglio corto di capelli) e quella del lancio dei coltelli "in privato", in un capannone dietro la stazione, quasi il surrogato di un atto sessuale. Ovviamente, il ponte stesso è una metafora dell'amore (qualcosa che unisce due elementi altrimenti separati). Il finale, ambientato su un altro ponte (stavolta a Istanbul), chiude il cerchio in maniera forse prevedibile, ma non era possibile terminare altrimenti.

26 novembre 2013

Thor: The dark world (Alan Taylor, 2013)

Thor: The Dark World (id.)
di Alan Taylor – USA 2013
con Chris Hemsworth, Natalie Portman
**

Visto al cinema Orfeo.

L'infido Loki è stato imprigionato, i Nove Regni sono in pace e Odino regna da Asgard con saggezza e serenità. Tutto bene? No, perché sta per verificarsi un raro "allineamento" dei mondi, e il malvagio elfo scuro Malekith vuole approfittarne per avvolgere l'universo in un'eterna oscurità. Quando l'astrofisica terrestre Jane Foster, ancora innamorata di Thor, viene contaminata dal malefico Aether, la sostanza necessaria al nemico per portare a termine i suoi loschi piani, il dio del tuono non può far altro che condurla su Asgard in cerca di una cura. Il regno degli dèi è però attaccato da Malekith con la sua astronave: e nel corso dell'assalto, fra i caduti, c'è anche Frigga, madre di Thor nonché moglie di Odino. Per vendicarla, il nostro eroe stringerà un'alleanza addirittura con il fratellastro Loki... Il secondo episodio cinematografico dedicato al personaggio creato da Jack Kirby e Stan Lee (che fa il suo consueto cameo: è uno dei vecchietti dell'ospedale psichiatrico) – il terzo se contiamo anche "The Avengers", al quale non mancano un paio di riferimenti (a un certo punto Loki assume per scherzo persino le sembianze di Capitan America) – è una pellicola ancor più fracassona e tonitruante della precedente, e di cui è più facile apprezzare l'aspetto visivo, i costumi e le fantasiose scenografie (gran parte della storia si svolge su Asgard o su altri mondi) che non lo svolgersi della vicenda, infantile e sempliciotta. Alla regia Kenneth Branagh è sostituto da Alan Taylor, l'autore de "I vestiti nuovi dell'imperatore" con Ian Holm (nonché di alcuni episodi del telefilm fantasy "Il trono di spade"): non fa un brutto lavoro, intendiamoci, ma la sua è la tipica regia anonima di molti "giocattoloni" hollywoodiani d'azione o supereroistici. Chris Hemsworth, Tom Hiddleston e Natalie Portman riprendono i ruoli, rispettivamente, di Thor, Loki e Jane, mentre Christopher Eccleston (il nono Doctor Who) è Malekith il maledetto, personaggio che nei fumetti era stato creato da Walt Simonson. Immutato anche il cast di contorno, tanto sul versante "asgardiano" (da Anthony Hopkins e Rene Russo nei panni di Odino e Frigga, a Idris Elba in quelli di Heimdall; l'unica novità è Fandral, ora interpretato da Zachary Levi) quanto su quello "terrestre" (tornano i comprimari Stellan Skarsgård e Kat Dennings, in ruoli sempre più comici): tutti personaggi (per non parlare dei vari Volstagg, Sif, ecc.) dalla caratterizzazione piuttosto spicciola, con l'eccezione forse di Loki, che anche questa volta si rivela la figura più complessa e interessante del lotto. Divertente comunque la battaglia finale a Greenwich, ravvivata da continui passaggi fra le varie dimensioni. Proprio la robusta dose di ironia, che si fonde spesso e volentieri con l'azione, rende piacevole la visione e fa sì che il film si mantenga in linea con le aspettative e con i presupposti del fumetto originale. Nel post-finale, Benicio Del Toro nei panni del Collezionista rivela che il Tesseratte (visto in "The Avengers") e l'Aether sono due delle sei gemme dell'infinito: immagino che lo spunto sarà sviluppato nell'imminente film Marvel dedicato ai Guardiani della Galassia.

25 novembre 2013

Il carretto fantasma (Victor Sjöström, 1921)

Il carretto fantasma (Körkarlen)
di Victor Sjöström – Svezia 1921
con Victor Sjöström, Astrid Holm
***1/2

Visto in divx.

Secondo un'antica leggenda scandinava, l'uomo che muore per ultimo nella notte del 31 dicembre è costretto a condurre per un anno intero il carretto della Morte che va in giro a raccogliere le anime dei defunti destinati all'inferno. È quello che capita allo scapestrato David Holm, ucciso proprio sul rintocco di mezzanotte in una rissa con due compagni di bevute in un cimitero: attraverso una serie di flashback assistiamo alla storia del suo degrado, a come sia stato trascinato verso l'alcolismo dalle cattive amicizie e a come abbia abbandonato la moglie e i figli per dedicarsi ai bagordi e al vagabondaggio, rifiutando persino i nobili tentativi di Edith, una suora laica innamorata di lui, di redimerlo. Ma quando il precedente carrettiere, Georges, gli mostra la morte di Edith (malata di tisi proprio a causa sua) e il tentativo di suicidio della moglie (che intende avvelenare anche i due bambini), David comprende finalmente i propri errori, viene perdonato e riportato in vita. Tratto dall'omonimo romanzo (1912) di Selma Lagerlöf, un memorabile film muto diretto e interpretato da quel Victor Sjöström che nel 1957 sarà il protagonista de "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman. I toni lugubri e spettrali sono abilmente resi con sovraimpressioni (tramite doppia esposizione direttamente in camera), giochi di luce o di ombra e angolazioni ardite, mentre l'insegnamento morale con la redenzione possibile anche all'ultimo istante e attraverso l'intervento soprannaturale ricorda il Dickens de "Il canto di Natale" e prefigura a sua volta il film di Frank Capra "La vita è meravigliosa". La scena in cui David abbatte a colpi di ascia la porta che lo separa dalla stanza in cui la moglie e i figli si sono rifugiati presenta notevoli similitudini con quella analoga in "Shining" di Stanley Kubrick (a onor del vero, una scena simile appare anche in "Giglio infranto" di D.W. Griffith, del 1919). Hilda Borgström è la moglie di David, Tore Svennberg è Georges il carrettiere. In precedenza Sjöström aveva già adattato per lo schermo altri lavori della Lagerlöf, ma fu questo film – distribuito nelle sale proprio il giorno di capodanno del 1921 – a renderlo celebre anche fuori dai suoi confini e a rivelarsi pivotale per il cinema svedese. Fra le altre cose, la pellicola ha avuto una forte influenza su Ingmar Bergman, che ha affermato di averla vista e rivista più volte e le ha dedicato un film per la tv, "The image makers", oltre a prenderne spunti per "Il settimo sigillo" e "Il posto delle fragole".

24 novembre 2013

Eva (Kike Maíllo, 2011)

Eva (id.)
di Kike Maíllo – Spagna 2011
con Daniel Brühl, Claudia Vega
**

Visto in divx, con Sabrina.

In un vicino futuro, la robotica è progredita a tal punto che gli uomini convivono ormai con robot di ogni forma e funzione. Ci sono persino automi antropomorfi, anche se la realizzazione di un'intelligenza artificiale del tutto simile a quella degli esseri umani è ancora di là da venire. Álex Garel, genio della cibernetica, fa ritorno dopo una decina d'anni al paese di montagna dove è cresciuto, dove vive tuttora suo fratello David, e dove ha studiato nell'università locale, che lo ha richiamato per portare a termine un delicato progetto: costruire un robot dotato della complessità emotiva di un vero bambino di dieci anni. Álex sceglie di prendere come modello Eva, figlia di David e di Lana, la donna con cui aveva avuto una relazione prima di fuggire dal paese. La ragazzina è vivace, carismatica e piena di sorprese, e Álex – che scopre di avere una notevole affinità con lei – comincia a sospettare che possa addirittura essere sua figlia: in un certo senso ha ragione, ma non come crede lui... Insolita pellicola di fantascienza "minimalista", dall'ambientazione quasi contemporanea e incentrata sui rapporti emotivi e umani prima che sugli effetti speciali. Se il tema della convivenza fra umani e robot e quello della consapevolezza della propria natura artificiale possono renderlo paragonabile per certi versi ad "A.I." e a "Blade runner", del tutto originale è l'ambientazione innevata e ai limiti del fiabesco (Eva che va in giro con la sua mantellina sembra quasi Cappuccetto Rosso). Peccato soltanto che la tensione non superi mai il livello di guardia e che la sceneggiatura non offra particolari guizzi. Maíllo è all'esordio come regista, mentre il veterano Lluís Homar è Max, il maggiordomo robotico. Da ricordare la frase con cui è possibile "resettare" qualsiasi robot: "Cosa vedi quando chiudi gli occhi?".

23 novembre 2013

Basic instinct (Paul Verhoeven, 1992)

Basic instinct (id.)
di Paul Verhoeven – USA 1992
con Michael Douglas, Sharon Stone
**1/2

Visto in TV.

Il detective Nick Curran (Douglas) della polizia di San Francisco indaga sull'omicidio di una ricca rock star in pensione, uccisa con un rompighiaccio durante un rapporto sessuale. La principale indiziata è Catherine Tramell (Stone), scrittrice bella, ricca, viziosa e bisessuale, che fa ben poco per allontanare da sé i sospetti, attirando invece volontariamente le attenzioni di Nick e scegliendolo addirittura come modello per il protagonista del suo prossimo romanzo. E proprio da un libro scritto da Catherine in passato, che descrive il delitto fin nei più piccoli particolari, potrebbe aver preso spunto l'assassino: sempre che non si tratti proprio della donna, manipolatrice diabolica e misteriosa quanto basta. Entrato nella memoria collettiva per la scena dell'interrogatorio della Stone alla centrale di polizia, quando accavalla le gambe mostrando di essere senza mutandine, più che un thriller erotico è un ingarbugliato noir che punta tutto sul fascino da femme fatale della protagonista e su un plot quasi chandleriano (e non hitchcockiano, come invece hanno scritto molti critici). Certo, alla fine non tutto torna, molte scene di sesso sono gratuite, le caratterizzazioni dei personaggi lasciano a desiderare e la sceneggiatura di Joe Eszterhas (vero "autore" della pellicola, prima ancora di Verhoeven) non è proprio il massimo della "trasparenza"... ma l'insieme, tutto sommato, funziona nel costruire una relazione torbida e speculare fra i due personaggi (lo stesso Nick è stato sospettato di omicidio, in passato, e i dialoghi lasciano intendere che se la sia cavata in maniera non dissimile da Catherine, ingannando la macchina della verità), più simili di quanto si pensasse, e dunque fatti l'uno per l'altra. Il classico film che per qualche indecifrabile motivo risulta migliore della somma delle parti, tanto che i tentativi di farne un sequel (l'orrido "Basic instinct 2") o di ripeterne il successo a base di sesso e di inganni da parte degli stessi autori ("Showgirls", che tre anni dopo avrebbe riunito la coppia Eszterhas-Verhoeven con i produttori Mario Kassar e Alan Marshall) sono disastrosamente naufragati. La Stone, fino ad allora pressoché sconosciuta (nonostante una parte in "Atto di forza" dello stesso Verhoeven), divenne una star. Velo pietoso sul resto del cast, a partire da Jeanne Tripplehorn nei panni della psicologa della polizia.

20 novembre 2013

Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013)

Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure)
di Roman Polanski – Francia 2013
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Thomas, scrittore e regista teatrale, intende mettere in scena una commedia tratta dal romanzo "Venere in pelliccia" di Leopold von Sacher-Masoch (da cui deriva il termine masochismo). Alle audizioni si presenta (in ritardo, quando ormai tutti sono andati via e nel teatro è rimasto lui solo) un'attrice che aspira alla parte femminile e che si chiama Wanda, proprio come il personaggio che dovrebbe interpretare. Inizialmente titubante a farle un provino (la donna, anche se piena di energia, sembra sboccata e ignorante), Thomas si deve ricredere quando scopre, già dalle prime battute, che conosce la parte a menadito, fin nelle più sottili sfumature, e che sarebbe dunque perfetta per il ruolo. Ma nel prosieguo della serata, mentre si lascia trascinare sempre più dalla recitazione identificandosi a fondo con il suo protagonista, scoprirà che forse Wanda è qualcosa di più di una semplice attrice: un'incarnazione della stessa dea Venere, giunta lì per vendicarsi di lui. Tratto a sua volta da una pièce teatrale (di David Ives, che ha collaborato alla sceneggiatura), il nuovo film di Polanski è – come il precedente "Carnage" – un altro perfetto esempio di "cinema da camera". Stavolta gli attori in scena sono solo due, gli ottimi Amalric e Seigner (moglie dello stesso Polanski, qui davvero strepitosa), e forse rispetto alla pellicola precedente il ritmo è meno incalzante, ma l'autoironia e la "crudeltà" nel mettere in scena una sorta di guerra dei sessi (del tutto sui generis, visto che in fondo asseconda il desiderio di degradazione del personaggio maschile) sono allo stesso livello, il crescendo degli eventi è ben dosato e il gioco del "teatro nel teatro" (qui, in realtà, si tratta di "teatro nel cinema") è sfruttato fino alle estreme conseguenze, a cominciare dalla straniante scenografia (i resti di uno spettacolo western precedente, che fa sì che si debba recitare fra cactus finti e fornelli da campo). Sul palco i due interpreti entrano ed escono in continuazione dai rispettivi personaggi (con il comico contraltare fra la svagata semplicità e la volgarità dell'attrice rispetto all'eleganza e la raffinatezza della Contessa che interpreta) e si scambiano più volte i ruoli, non solo quelli dei personaggi ma anche la posizione dominante e quella di sottomissione (nella "realtà", almeno all'inizio, è il regista a dirigere l'attrice e dunque a dare ordini; nella "finzione", invece, è la donna a comandare), tanto che, pian piano, anche sul palco avviene lo stesso ribaltamento di potere descritto nel romanzo e nella commedia. Allo stesso tempo omaggio a Sacher-Masoch, rilettura delle sue ossessioni in chiave psicanalitica e moderna, e attacco alla sua misoginia di fondo (che non poteva non scatenare l'ira "divina" di Afrodite), la vicenda assume così i contorni di un gioco intellettuale che richiama appunto i miti greci e che sfocia – in un crescendo irresistibile – in uno sberleffo finale contro la megalomania dell'artista, che viene "demolito" sia come uomo che come scrittore-demiurgo, in balia di forze più grandi di lui (e che stesse per scatenarsi un intervento soprannaturale lo suggerivano già le inquadrature iniziali, quelle di una Parigi vuota e sferzata dalla pioggia).

19 novembre 2013

Skyfall (Sam Mendes, 2012)

Skyfall (id.)
di Sam Mendes – GB/USA 2012
con Daniel Craig, Judi Dench, Javier Bardem
**

Visto in divx.

Il terzo film di 007 con Daniel Craig nel ruolo di James Bond non prosegue la vicenda del precedente "Quantum of Solace", come era lecito aspettarsi, ma è un episodio stand-alone, peraltro punto di svolta della saga. "Svolta" si fa per dire, perché non fa altro che ristabilire lo status quo e ricollegarsi idealmente agli inizi delle vicende bondiane, un po' come faceva "Star Wars episodio 3" nei confronti della trilogia classica. Dominato dai temi della vecchiaia (all'agente 007 – che fallisce pure i test fisici per tornare operativo! – viene prospettato il pre-pensionamento; di più, è tutto l'apparato del controspionaggio inglese – il celebre MI6 – a essere messo in discussione dai politici e dai burocrati che lo ritengono ormai antiquato o incapace di affrontare le sfide di "un mondo che è cambiato") e del rinnovamento (che passa però attraverso il recupero del vecchio: Bond rispolvera persino la classica Aston Martin), il film è il canto del cigno di Judi Dench nei panni di "M", ruolo che ha ricoperto nelle ultime sette pellicole, destinata a essere sostituita da Ralph Fiennes. Viene introdotta anche la (nuova) Miss Moneypenny, una Naomie Harris che condivide con Bérénice Marlohe il podio delle bond girl più dimenticabili di sempre. Anche perché, a ben vedere, l'autentica bond girl di questo episodio è proprio lei, Judi Dench, attorno al cui personaggio ruota l'intera vicenda. È per vendicarsi di "M", infatti, che il cattivo del film – l'ex agente Raoul Silva (interpretato da un Javier Bardem dai capelli biondi e dall'atteggiamento effemminato) – organizza un piano tanto complicato quanto, tutto sommato, idiota: perché farsi catturare da Bond per poi intraprendere una spettacolare evasione allo scopo di uccidere "M" quando sarebbe bastato volare direttamente a Londra e raggiungere il suo obiettivo? Non è l'unico punto debole del soggetto, visto che anche le contromosse di Bond e di "M" appaiono altrettanto stupide (perché farsi seguire volontariamente dai cattivi fino a un luogo – scelto da loro stessi, si badi bene! – dove non hanno a disposizione né alleati né armi?). Tale luogo, per inciso, è Skyfall, la villa nella brughiera scozzese dove James Bond è nato e cresciuto, un modo come un altro per mostrare il background dell'agente segreto più famoso del mondo (si citano anche i suoi genitori, con tanto di lapide con i nomi incisi sopra). Mah... Nonostante la regia professionale di Mendes, la raffinata fotografia (i cui toni cambiano però completamente da scena a scena: ogni setting – Turchia, Shanghai, Macao, Londra – sembra affidato a un operatore differente) e l'ottima – come al solito – introduzione pop-musicale (la title song è di Adele), questo nuovo corso bondiano continua a lasciarmi piuttosto perplesso. Nulla da dire sulle qualità attoriali di Craig, beninteso: ma oltre a non sembrarmi l'interprete giusto per il ruolo, è tutto quello che ruota attorno a lui ad apparire banalissimo (vogliamo parlare del nuovo "Q", il solito ragazzino/mago dei computer già visto in millemila pellicole?), schematico o artificioso, come se gli sceneggiatori volessero disperatamente "giustificare" gli elementi classici della saga aggiornandoli ai tempi che corrono, quando non ce ne sarebbe affatto bisogno. E non si rendono nemmeno conto di non essere poi così originali: l'idea di usare proprio un ex-agente MI6 come avversario, per esempio, era già stata sfruttata in passato e con risultati migliori ("Goldeneye", everyone?).