19 maggio 2008

Heimat 2 (Edgar Reitz, 1992)

Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza (Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend)
di Edgar Reitz – Germania 1992
film in tredici episodi
****

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann Simon), Salome Kammer (Clarissa Lichtblau), Anke Sevenich (Schnüsschen), Noemi Steuer (Helga), Daniel Smith (Juan), Gisela Müller (Evelyne), Michael Seyfried (Ansgar), Armin Fuchs (Volker), Martin Maria Blau (Jean-Marie), Michael Schönborn (Alex), Lena Lesing (Olga), Peter Weiss (Rob), Frank Röth (Stefan), Laszlo I. Kish (Reinhard), Franziska Traub (Renate), Hannelore Hoger (Frau Cerphal), Holger Fuchs (Bernd), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Manfred Andrae (Gerold Gattinger), Michael Stephan (Clemens), Hanna Köhler (Frau Moretti), Franziska Stömmer (Frau Ries), Susanne Lothar (Esther), Anna Thalbach (Trixi), Carolin Fink (Kathrin), Alexander May (console Handschuh).

"Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci, e che chiamiamo la seconda patria... Siamo nati due volte, una volta dalle nostre madri e una volta per nostra libera scelta... Il lavoro, le amicizie e la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria d'elezione. Essa si fonda sulla nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria".
(Edgar Reitz)

Se il primo "Heimat" aveva l'impronta della saga storico-familiare, questa seconda e altrettanto eccezionale opera (26 ore divise in 13 episodi, la cui durata stavolta è più regolare e omogenea: circa due ore l'uno) non si concentra più sulle vicende di un intero popolo quanto su quelle di una singola generazione, quella composta da coloro che avevano vent'anni durante i turbolenti anni '60. "Cronaca di una giovinezza", recita infatti il sottotitolo: è la gioventù di Hermann Simon, che a 19 anni lascia il suo villaggio natale per trasferirsi a Monaco a studiare musica (proprio come Reitz aveva fatto per andare a studiare cinema: il film è decisamente autobiografico). Il titolo originale, "la seconda patria", si riferisce alla scelta di abbandonare le proprie radici per cercare di formarsi una nuova vita, la "propria" vita, lontano da casa (per nessuno dei numerosi personaggi questo concetto è estremo quanto per Juan, fuggito addirittura dal Cile). La città bavarese, il luogo eletto per questa (ri)fondazione da parte di un gruppo di giovani artisti e intellettuali, fa così da sfondo a un film-fiume avvincente e trascinante, un romanzo di formazione (Bildungsroman) che alterna ancora una volta scene a colori e in bianco/nero, fra ideali e contraddizioni, evoluzioni e drammi. Ogni episodio è dedicato a un diverso personaggio che ne è il filo conduttore e quasi sempre lo introduce con la sua voce narrante (insieme, di volta in volta, a quella di Hermann). Sono assenti invece i riassunti degli episodi precedenti. Tredici film (dedicati a dodici personaggi) possono sembrare tanti, eppure ci sono anche figure che attraversano tutta la saga con notevole risalto senza avere un episodio loro dedicato (Renate, Olga, Volker, Jean-Marie).
Ondeggiando continuamente fra pubblico e privato, fra vicende personali e cambiamenti sociali e storici, il film è sostenuto da una regia attenta e multiforme e soprattutto da un'elevatissima intensità emozionale. Non c'è mai la sensazione di un assestamento, i personaggi sembrano continuamente in mezzo a un guado di trasformazioni ed evoluzioni dinamiche che potrebbero portarli ovunque. Se il valore del primo "Heimat" stava nell'insieme, ovvero nel quadro generale che risultava dalla somma delle sue parti, il secondo eccelle di più nei singoli episodi, molti dei quali sono a tutti gli effetti film autosufficienti e compiuti in sé stessi. "Heimat 2" è anche un'opera molto più "politica" della precedente: lì gli eventi storici venivano subiti passivamente, qui invece si ha spesso la sensazione che i personaggi facciano del proprio meglio per plasmarli o almeno per comprenderli e farne parte in modo più tangibile e consapevole.
Gli attori sono bravissimi, a partire dal protagonista Henry Arnold (che negli extra presenti nel cofanetto di DVD dimostra di padroneggiare un ottimo italiano): volti poco noti ma quasi tutti perfetti nel dare vita a una serie di personaggi che, con il passare del tempo, sembra davvero di conoscere da una vita. La differenza con prodotti quali telefilm, soap opera e telenovelas, naturalmente, sta nel fatto che questi personaggi evolvono, crescono e cambiano con il tempo, senza rimanere immutabili per scelta di marketing come nel caso di molte serie viste sul piccolo schermo.
Qualche parola va spesa anche sulla colonna sonora, molto più importante rispetto al primo "Heimat", visto che gran parte dei protagonisti sono appunto musicisti. Il compositore Nikos Mamangakis ha realizzato una serie di brani originali (per piano, violoncello, flauti, percussioni, orchestra o voci soliste) che brillano per varietà, stile e sperimentazione, ricostruendo perfettamente l'ambiente d'avanguardia di quegli anni. Spesso i brani – che sono stati raccolti in un cofanetto di quattro imperdibili CD (uno per "Heimat", tre per "Heimat 2") – sono stati eseguiti direttamente dagli attori, che Reitz ha scelto anche in base alle loro capacità musicali.
In Germania, a differenza che in Italia, "Heimat 2" ha riscosso meno successo della prima parte, che aveva raccolto attorno a sé un popolo che sentiva l'esigenza di recuperare la propria memoria storica e collettiva: secondo il regista, l'ottimo riscontro ottenuto dall'opera nel nostro paese si deve forse alla maggior affinità degli abitanti mediterranei verso il tema dei giovani artisti e quello del distacco volontario dalle proprie radici familiari.

1 – L'epoca delle prime canzoni (Hermann, 1960)
Il primo capitolo di questa nuova saga si apre e si chiude con una lettera di Klärchen a Hermann e si ricollega direttamente al nono episodio del primo "Heimat", di cui riprende addirittura alcune sequenze (anche se l'attore che interpreta il protagonista è cambiato). Deluso dalla madre Maria e dal fratello Anton, che hanno distrutto il suo primo amore, il giovane Hermann fa a sé stesso tre promesse che cambieranno la sua vita. Primo: non amare più nessuna donna; secondo: andare via da Schabbach per sempre; terzo: dedicare tutto sé stesso all'arte ("La musica sarà la mia seconda patria"). E difatti, non appena si diplomerà nel 1960, lascerà il villaggio per recarsi a Monaco di Baviera a studiare al conservatorio, con l'obiettivo di diventare un compositore. I primi passi nella grande città non sono privi di ostacoli, ma Hermann sembra baciato dalla fortuna: riesce subito a trovare un alloggio (anche se si libererà solo il mese dopo) nella casa di Frau Moretti, corpulenta immigrata ungherese appassionata di canto, e nel frattempo viene ospitato prima dalla timida Renate, studentessa di legge conosciuta per caso, e poi dal compaesano Clemens, batterista jazz, in un appartamento presso una rivendita di carbone; si fa rapidamente alcuni nuovi amici (fra i quali spicca Juan, musicista cileno, giocoliere e poliglotta, che conosce undici lingue, "dieci più la musica"); e soprattutto supera il difficile test di ammissione alla scuola. La città è scossa dalla febbre del nuovo: i giovani studenti di musica, di arte e di cinema si lanciano nelle sperimentazioni e sognano di cambiare il mondo. Hermann conosce Clarissa, affascinante violoncellista della quale si innamora a prima vista, ma anche altri musicisti avanguardisti più anziani di lui (Jean-Marie, direttore d'orchestra, e Volker, compositore) e persino un gruppo di cineasti (Stefan, Reinhard, Rob) che si professano amanti della Nouvelle Vague ("bisogna girare nelle strade, fuori dagli studi e dentro la vita"!). Vergognandosi del suo accento dell'Hunsrück, che lo lega ancora alla "prima patria", cerca di perderlo rapidamente frequentando un corso di dizione.

2 – Due occhi da straniero (Juan, 1960/61)
Mentre Hermann è vittima di una serie di inaspettate vicissitudini (l'appartamento che avrebbe dovuto ospitarlo non si libera più, e così è costretto a rimanere da Clemens; gli viene rubata la valigia contenente tutte le sue composizioni; è preda di una violenta febbre che lo lascia debilitato per parecchi giorni), l'episodio segue le vicende di Juan, che nonostante le sue fin troppe capacità ha fallito l'esame di ammissione al conservatorio ed è indeciso se rimanere a Monaco o ripartire. Innamorato a sua volta di Clarissa, Juan accompagna la ragazza in una breve visita nella sua città natale: anche lei però è in cerca di una "zweite Heimat" e manifesta con tutta la forza il desiderio di staccarsi da quella terra. Per racimolare qualche soldo, Juan, Hermann e altri compagni si esibiscono come musicisti in una villa dell'alta borghesia, mentre il loro gruppo di giovani artisti comincia ad attirare l'interesse di alcuni intellettuali della città: in particolare vengono ospitati dalla signora Cerphal, ricca ereditiera che "colleziona artisti come se fossero francobolli". Hermann riceve anche la visita inaspettata del suo professore del liceo di Simmern, giunto a Monaco con una delle sue studentesse, la giovane Marianne, con cui ha una relazione clandestina: il loro rapporto fa tornare alla mente di Hermann la sua storia con Klara. Nonostante la promessa di non innamorarsi mai più (che non gli impedisce di passare una notte con Renate), il ragazzo non può negare la forte attrazione che prova per Clarissa: ricambiata, perché i due sanno di essere molto simili l'uno all'altra. Di sfuggita incontriamo alcuni nuovi personaggi: l'attrice Olga, amica del regista Stefan, l'intellettuale Alex e lo studente di medicina Ansgar, con il quale Hermann lavora per un breve periodo alla ARRI (storica fabbrica di obiettivi e di macchine da presa). Nel finale, ricoperto dalla prima neve dell'inverno, Edel muore assiderato. Era il filosofo ubriacone incontrato da Hermann in treno nel primo episodio: già pensavamo che ci avrebbe accompagnato per tutta la saga, come una sorta di novello Glasisch.

3 – Gelosia e orgoglio (Evelyne, 1961)
È il bellissimo episodio con cui anche questo secondo "Heimat" mi ha definitivamente conquistato. Introduce un nuovo personaggio, Evelyne, nipote di quella signora Cerphal che ospita frequentemente nella sua villa, la Fuchsbau (la "tana della volpe"), i giovani artisti di Monaco (compresi Hermann, Clarissa e Juan). Anche Evelyne, dopo la morte del padre e la scoperta di non essere figlia della donna che fino ad allora aveva considerato sua madre, decide di abbandonare il proprio luogo di origine (il paesino di Neuburg sul Danubio) per trasferirsi a Schwabing, il quartiere universitario di Monaco. Ospite della zia, progetta di studiare musica e di cercare notizie sulla sua vera madre, morta durante la guerra. Nella villa entra in contatto con il gruppo di artisti, affascina tutti (soprattutto Hermann) con il proprio canto e la voce bassa e calda, e si innamora – ricambiata – del cinico Ansgar. Quasi tutta la prima parte dell'episodio si svolge in una sola nottata (e non a caso nei dialoghi si accenna a "La notte" di Antonioni, appena uscito al cinema): nella villa viene proiettato un documentario sperimentale di Stefan, Rob e Reinhard e abbiamo l'occasione per conoscere meglio altri componenti del gruppo di artisti: fra questi c'è Helga, poetessa che improvvisa composizioni sul suono delle parole. Interessante è anche il personaggio di Gerold Gattinger, amministratore della villa, che i ragazzi sospettano di un passato da nazista (e l'ombra del nazismo si stende anche sulla ricchezza dei Cerphal: la casa apparteneva originariamente a un ebreo, Goldbaum, amico di famiglia). Anche Renate, che confessa di avere velleità artistiche da cantante o da attrice, comincia a frequentare il gruppo. Hermann ha una lite con Juan, geloso del suo rapporto con Clarissa, la quale a sua volta abbandona la festa in un moto d'orgoglio dopo aver assistito a un bacio fra Hermann e Helga. L'amore fra Clarissa e Hermann (che compone per lei un concerto per violoncello) è ormai evidente: se lo dichiarano reciprocamente in due lettere scritte in fretta e furia, che forse non verranno mai lette dai rispettivi destinatari. Il giorno seguente Evelyne e Ansgar ripercorrono il tragitto compiuto dai genitori della ragazza nel giorno in cui lei era stata concepita. Nel frattempo viene innalzato il muro di Berlino. L'episodio si chiude con i giovani cineasti che attaccano ovunque adesivi con il loro slogan rivoluzionario: "Papas Kino is tot", "il cinema dei padri è morto" (il motto del manifesto di Oberhausen, di cui faceva parte lo stesso Reitz).

4 – La morte di Ansgar (Ansgar, 1961/62)
Se la relazione romantica fra Ansgar ed Evelyne sembra essere diventata un punto di riferimento per tutti loro amici ("Il loro amore aveva il sapore dell'eternità"), quella fra Hermann e Clarissa continua a essere incompiuta e tormentata. La ragazza, che si assenta da Monaco per quasi due mesi, viene celebrata come una nuova stella del firmamento musicale quando vince un concorso di violoncello e suona addirittura alla radio il concerto composto per lei da Hermann, il cui nome non viene invece nemmeno menzionato dai critici musicali. Il ragazzo soffre a rimanere nell'ombra, nonostante abbia ricevuto la lettera che Clarissa gli aveva spedito nell'episodio precedente. Clarissa suona ora con un antico strumento italiano donatole dal Dottor K., un misterioso personaggio di mezza età invaghito di lei (scopriremo più avanti che si tratta del dottor Kirchmeier, amico di famiglia). Nel frattempo alla "tana della volpe" la vita continua: Reinhard gioca con un fucile dichiarando il proprio amore per il cinema western, Olga non riesce a rassegnarsi all'idea di essere stata lasciata da Ansgar e si affida pericolosamente alle droghe, Helga presenta al gruppo la sua amica d'infanzia Dorli. Hermann, che mette in scena una composizione goliardica e virtuosistica per Frau Moretti, deve abbandonare l'appartamento che divideva con Clemens perché Josef il carbonaio ha cessato la sua attività e viene infine accolto a dimorare direttamente in casa Cerphal. Ansgar, dopo aver cacciato a male parole i genitori bacchettoni e possessivi che erano venuti a trovarlo (e che continuavano a lodare i suoi tentativi giovanili di diventare un artista), muore infine – come rivelato dal titolo spoileroso – in un banale incidente: il suo piede rimane agganciato a un tram nel quale prestava servizio come controllore. La morte aveva sempre aleggiato su di lui, nei suoi discorsi cinici e nell'immagine dello scheletro che faceva mostra di sé in casa sua (ricordiamoci che studiava medicina!). È Evelyne a portare la tragica notizia agli amici, interrompendo una festa di carnevale. "Adesso abbiamo i nostri primi morti a Monaco", commentano Hermann e Juan al cimitero. La seconda patria comincia ad avere solide e tristi fondamenta.

5 – Il gioco con la libertà (Helga, 1962)
Questo episodio molto bello e pieno di tensione si incentra quasi esclusivamente su Hermann e Helga (gli altri personaggi compaiono brevemente soltanto nel finale), il cui rapporto sembra farsi sempre più stretto. Mentre Hermann dà lezioni private di pianoforte al piccolo Tommy, figlio di un'eccentrica e facoltosa coppia che lo invita a trascorrere con loro le imminenti vacanze al mare (siamo infatti all'inizio dell'estate), lui e Helga rimangono coinvolti nei disordini della Leopoldstrasse a Schwabing, con la polizia che si scaglia contro gli studenti e i suonatori ambulanti. Di fronte ai tumulti, i ragazzi acquisiscono di colpo consapevolezza dell'intolleranza che serpeggia fra la borghesia nei confronti della gioventù e delle novità, e Reitz ne approfitta per mettere in scena una forte perturbazione atmosferica che riflette i moti dell'animo dei personaggi. Presa da un'inspiegabile nostalgia, Helga fa ritorno al suo paese d'origine, Dulmen, dove facciamo la conoscenza dei suoi genitori (e per l'ennesima volta capiamo perché i personaggi di "Heimat 2" scelgano di abbandonare i luoghi natali: l'insofferenza di Helga per i valori borghesi, ottusi e reazionari del padre è manifesta). Più tardi a Dulmen ci capita anche Hermann, in fuga da Monaco dopo uno scontro con la polizia nel quale ci ha rimesso la chitarra e diretto verso il mare, deciso ad accettare l'offerta dei genitori di Tommy. Il ragazzo, che continua a riscuotere un notevole successo con le donne, viene ospitato da Helga e dalle sue amiche Dorli e Marianne, con le quali si dedica a un festino notturno a base di dolci, musica e baci. Ma nonostante sia Helga a dichiarargli il proprio amore, Hermann preferisce passare la notte con Marianne, sposata e con due figlie, che con i suoi undici anni in più non può non ricordargli Klara. Il ritorno alla Fuchsbau, a fine episodio, è come l'uscita da un sogno, al termine del quale riappare Clarissa con i polsi fasciati per il troppo esercizio con il violoncello.

6 – Noi figli di Kennedy (Alex, 1963)
Un altro magnifico episodio, che si apre con uno struggente lieder e si svolge completamente nell'arco di una sola giornata, il 23 novembre 1963, data dell'assassinio di J.F. Kennedy (a confermare una volta di più come l'intreccio fra le vicende private e quelle pubbliche permei tutta la saga di Reitz). Se a Dallas splende il sole, a Monaco piove e le cornacchie volano basse nel cielo plumbeo. Il filo conduttore del capitolo è un personaggio di cui finora sapevamo ben poco: Alex, filosofo squattrinato ed eterno studente, pur essendo il più anziano del gruppo. Solitamente dorme fino a mezzogiorno perché è convinto che i peggiori crimini dell'umanità vengano commessi di mattina, ma stavolta si sveglia presto, deciso a "mettere alla prova" i suoi amici cercando – inutilmente – di ottenere un prestito da ciascuno di loro. Alla fine sarà il destino a fargli trovare 150 marchi abbandonati da uno sconosciuto in una cabina telefonica. Il momento è delicato: il gruppo sta mostrando alcune crepe (forse cominciate dopo la morte di Ansgar: a proposito, che fine ha fatto Evelyne, che non si vede più da allora?), un albero morto si abbatte sulla veranda della Fuchsbau e le sue fronde penetrano nella stanza di Hermann. La signora Cerphal medita addirittura di vendere la villa. Hermann affigge per le strade i manifesti del suo prossimo concerto, dal quale ha dovuto eliminare la parte per violoncello perché Clarissa si è tirata indietro. La ragazza ha i suoi problemi: è incinta, chiede del denaro a Hermann per abortire (senza rivelargli il motivo) e poi mette Volker e Jean-Marie di fronte ai fatti: il figlio è di uno di loro, ma lei non ama nessuno dei due. L'aborto clandestino (in Germania l'interruzione di gravidanza era ancora vietata) avverrà in uno squallido studio di un medico fuori città. Nel frattempo a Monaco è giunta Waltraud, detta Schnüsschen, compaesana dell'Hunsrück ed ex compagna di liceo di Hermann (era la ragazza che gli aveva insegnato a baciare a 15 anni, nell'ottavo episodio del primo "Heimat"!). Ora fa la guida turistica e porta a spasso un torpedone di americani. Alex, nel suo girovagare, giunge sul set dove il trio dei giovani cineasti sta girando il remake di una scena de "La notte" di Antonioni. Stefan (regista) e Reinhard (sceneggiatore) litigano furiosamente su alcune scelte artistiche (faranno più tardi la pace davanti a una pentola di gulasch). Olga, raffreddata, si autoscatta delle foto in costume da bagno da inviare a Roma per un provino, poi discute con Helga (che continua a struggersi d'amore per Hermann) di genio e mediocrità, aiutandola a chiarirsi le idee nella maniera più crudele. Juan cucina empanadas per Hermann e Schnüsschen, poi vanno tutti e tre al cinema a vedere il monumentale "Cleopatra" di Joseph L. Mankiewicz. Ma lo spettacolo viene interrotto dal direttore della sala per annunciare la notizia della morte di Kennedy (proprio come all'inizio di "Evita": mi sono chiesto se oggi potrebbe ancora accadere una cosa del genere, e mi sono risposto di no). Alex e Stefan si recano da Helga per informarla dell'attentato, scoprono che ha tentato il suicidio ingerendo dei barbiturici e riescono a salvarla. Renate canta l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro" e fa amicizia con Bernd, l'organizzatore delle riprese sul set del film di Stefan. Alla fine tutti (tranne Clarissa) si ritroveranno storditi e affranti alla Fuchsbau a riflettere sugli avvenimenti della giornata.

7 – I lupi di Natale (Clarissa, 1963)
Ancora un capitolo molto intenso, che finalmente riporta Clarissa al centro dell'attenzione. Sono trascorsi soltanto pochi giorni dalla conclusione dell'episodio precedente e la ragazza, che deve continuare a fare i conti con la tipica tendinite dei violoncellisti, si ammala e viene ricoverata all'ospedale per una setticemia: si tratta di una conseguenza del suo aborto clandestino, che così viene alla luce, suscitando la riprovazione della madre che accusa lei di essere un'assassina e Volker, giunto a trovarla in ospedale, di avere le responsabilità dell'accaduto. Nel frattempo Hermann dirige finalmente il suo concerto, nel quale Evelyne canta e il violoncello di Clarissa è in scena muto e ricoperto da un telo. Le dinamiche del gruppo continuano ad agitarsi e a dare vita a nuove coppie: Renate e Juan (ma tutto lascia intendere che non funzionerà: Juan, che annuncia ancora di voler tornare in Cile, è troppo franco e irritante per la ragazza), Helga e Stefan (che trascorrono la notte di Natale in una baita fra le montagne, ma anche in questo caso il legame non promette bene: lei – sempre più interessata alla politica – è troppo polemica e "complicata" per lui) e soprattutto Hermann e Schnüsschen: al ragazzo sembra di trovare in lei (che rappresenta ormai il suo unico legame con l'Hunsrück) quel calore e quella semplicità che non vede nelle artiste sofisticate e metropolitane come Clarissa e Helga. Dopo il concerto, nessuno va alla Fuchsbau per festeggiare, e Hermann ci rimane male ("Non si fa musica solo per sé stessi"). A Natale, Clarissa – che sta leggendo "L'uomo senza qualità" di Musil – si taglia i capelli e fugge dall'ospedale. Dopo aver cercato inutilmente Jean-Marie e Volker (sono entrambi a Strasburgo, il secondo ospite nella villa del primo), si reca da Hermann e lo trova solo e infreddolito perché ha finito il carbone per la stufa. Hermann si ferisce la mano sfasciando la staccionata della villa per procurarsi legna da ardere e annuncia a Clarissa che sta meditando di sposarsi con Schnüsschen. I due giovani ammettono di amarsi ma anche di non poter fare a meno di fuggire l'uno dall'altro, e infine si coricano affiancati, come due lupi che dormono insieme senza sbranarsi.

8 – Il matrimonio (Schnüsschen, 1964)
Se la problematica Clarissa (nella cui mente la musica e il trauma dell'aborto si fondono dando vita a sogni surreali e angoscianti) è ormai fonte per lui di incubi e inquietudini, la compagnia di Schnüsschen rappresenta invece per Hermann – che non torna a casa da quattro anni e afferma di non sentirne la mancanza – un mezzo per placare quella nostalgia inconfessata verso la prima patria e verso un mondo semplice e sereno che a Monaco, nonostante le soddisfazioni intellettuali, sembra mancare. Dopo aver trascorso il capodanno del 1964 nel caldo ambiente familiare, a maggio Schnüsschen convince Hermann a passare una serata con lei come babysitter per i bambini di una coppia di ricchi amici, Rolf ed Elisabeth (una fotografa dilettante), fra dischi dei Beatles e arredi giapponesi. Vista la sintonia che sembra unirli e sperimentati i piaceri della vita familiare, i due decidono di cercare un appartamento in affitto per vivere insieme: pur di ottenerlo dichiarano di essere in procinto di sposarsi, ma ben presto da semplice scherzo l'idea assume contorni concreti. Il 22 luglio Hermann e Schnüsschen si uniscono in matrimonio, con una cerimonia civile! Lo stesso giorno, Clarissa si trova a Parigi per un provino che, superato, il mese successivo la condurrà a suonare in America. Ma nel frattempo la ragazza rientra velocemente a Monaco per presentarsi alla Fuchsbau alla cena di nozze dell'amico, proprio quando ormai nessuno pensava di rivederla (il suo posto a tavola era stato naturalmente predisposto in mezzo a Jean-Marie e Volker, "la santa trinità"). Durante la festa c'è un breve ritorno alle atmosfere dell'Hunsrück (se Hermann non va a Schabbach, è Schabbach a venire da lui: dal lontano paese giungono infatti – insieme a una nipotina – la zia Pauline e la prozia Marie-Goot, interpretate dalle stesse attrici del primo "Heimat"!), si rivedono anche Clemens e Bernd, mentre nel gruppo degli amici ci sono nuovi assestamenti: Renate ha ormai adocchiato definitivamente Bernd; Frau Moretti si interessa all'anziano dottor Bretschneider; Evelyne si presenta con un ragazzo africano di colore che aveva incontrato nell'episodio precedente; Juan arriva con una bionda finlandese, Anniki, che però sembra gradire il corteggiamento di Rob lasciando il cileno nella sua inquieta e pensierosa solitudine; Helga si concede letteralmente al primo venuto, Wladimir, trombettista della banda musicale di Clemens, scatenando la gelosia e il rancore di Stefan; Reinhard gioca con Olga; Volker dichiara nuovamente il proprio amore a una Clarissa annoiata e sopraffatta dai rimpianti; Jean-Marie flirta con una cameriera. Dopo che gli sposi e i parenti hanno lasciato la villa per raggiungere il nuovo appartamento, le tensioni esplodono: Elisabeth e Rolf hanno un violento e inaspettato litigio; Juan tenta addirittura il suicidio con il fucile di Reinhard, che lo salva appena in tempo; Stefan, dopo una scenata con Olga e Wladimir, si azzuffa pure con Reinhard; e la signora Cerphal, stanca e delusa da tutti, minaccia di non voler più accoglierli in casa sua. È la fine di un'epoca?

9 – L'eterna figlia (La signorina Cerphal, 1965)
Da un anno Frau Cerphal ha ormai chiuso le porte della Fuchsbau ai suoi artisti, che si sono dispersi e hanno preso tutti strade diverse. La donna, delusa dalla gioventù, rimpiange di non essere nata nel Settecento ("A quei tempi contava soltanto il genio, a quindici anni come a cinquanta"). Solo Juan ha mantenuto il diritto di restare nella casa, ospite nella stanza che fu di Hermann, e viene impegnato in lavoretti lunghi e inutili come la pavimentazione del vialetto con un disegno di stampo precolombiano, nella speranza di sviare i suoi pensieri da un nuovo tentativo di suicidio. Con il suo silenzio e la sua franchezza (è lui a definire l'immatura Frau Cerphal con il termine che dà il titolo all'episodio), il sudamericano sembra comunque fuori posto ovunque si trovi. Per distrarlo, Alex lo conduce nel locale notturno aperto da Renate e Bernd (a tema marinaro: "Renate's U-Boot"), dove la ragazza – con entusiasmo e tanta faccia tosta – si esibisce come cantante e danzatrice. Qui scopriamo che Helga è in attesa di un figlio, che però non è di Stefan (presente nel locale in compagnia della sua montatrice Dagmar): forse di Wladimir? Frattanto Clarissa torna trionfalmente dall'America, ma il suo amato violoncello viene danneggiato durante il trasporto in aereo. Il dottor K. la accoglie con il consueto (e ambiguo) affetto, mentre la madre le rivela che Volker (da lei definito "depravato" solo due episodi prima) è diventato un pianista di successo e che dunque ora non vedrebbe più di cattivo occhio una loro relazione. In effetti Volker, che si è anche fatto crescere i baffi, è protagonista di un grande concerto nella sala dell'università dove esegue – sotto la direzione di Jean-Marie – il concerto per mano sinistra di Ravel. Anche il padre di Frau Cerphal può usare soltanto la mano sinistra (l'altra è paralizzata) per scrivere le sue ultime volontà dal letto d'ospedale: e ordina alla figlia di terminare gli studi se vuole ricevere l'eredità, ma anche di far sparire dal suo ufficio nella casa editrice di famiglia documenti e foto compromettenti che rivelano il suo coinvolgimento con il nazismo. Come avevamo intuito molti episodi fa, la Fuchsbau era di proprietà del socio ebreo di Cerphal, Goldbaum, che l'aveva intestata all'amico con la promessa di riprenderla dopo la guerra: ma Goldbaum e la figlia Edith – la miglior amica di Frau Cerphal – finirono a Dachau, e la casa non fu mai restituita ai loro eredi. In ogni caso, dopo la morte del padre (che avviene nell'esatto istante in cui la figlia spara – involontariamente? – un colpo di pistola contro la sua poltrona), Frau Cerphal si ritrova a fare i conti anche con il proprio passato, con i vent'anni (dalla fine della guerra a oggi) trascorsi senza far nulla, nella rimozione di ogni sentimento e di ogni esperienza "adulta", e decide di vendere la proprietà, che nel frattempo si era trasformata occasionalmente nel punto di ritrovo di Helga e della sua combriccola di attivisti politici.
È l'episodio in cui Hermann compare di meno, anche se scopriamo grandi novità che lo riguardano: ha terminato gli studi (e usa il diploma come pezzo di carta per ripararsi dalla pioggia), vive insieme alla moglie nel nuovo appartamento (hanno anche un inquilino) e da quattro mesi è padre di una bambina, evidentemente concepita durante quella notte a casa di Elisabeth e Rolf: scopriremo poi che si chiama Lulu, come il personaggio di Wedekind e Berg, ma in questo episodio la madre la chiama Simona. Schnüsschen teme che lei e la bambina possano distogliere Hermann dalla sua arte, senza capire che inconsapevolmente il ragazzo è proprio alla ricerca di una vita normale e "privata". In tutto l'episodio non incrocia mai i vecchi amici, mentre invece Schnüsschen incontra per strada Clarissa e le mostra con orgoglio la bambina. "È la figlia di Hermann?", chiede Clarissa. "Sì... e mia", replica Schnüsschen, più con orgoglio che con malizia.

10 – La fine del futuro (Reinhard, 1966)
Ennesimo bellissimo episodio. Un altro anno è passato, Reinhard e Rob sono appena tornati da un lungo viaggio in Messico e in America del Sud, dove hanno girato un documentario, e scoprono che la "tana della volpe" è stata improvvisamente demolita, nel corso di una sola notte, da alcuni speculatori edilizi. A Reinhard (che soffre anche per la "Vendetta di Montezuma") la cosa non va giù: il passato sembra ridimensionarsi (la villa era così piccola?), il presente è sfuggente e irrappresentabile, il futuro arriva troppo in fretta. Da buon documentarista decide così di fare qualcosa per salvare la memoria, scrivendo una sceneggiatura sulla scomparsa della casa (per la quale Hermann ha composto un bizzarro requiem che offre agli amici una delle rare possibilità di tornare a incontrarsi davanti alle macerie). Volendo rintracciare Frau Cerphal per chiederle un finanziamento, il cineasta si reca a Venezia dove vive nientemeno che Esther Goldbaum, figlia del nazista Gerold Gattinger e dell'ebrea Edith, l'amica di famiglia che era morta a Dachau. Fra Reinhard e la ragazza, che lavora come fotografa d'arte, scocca la scintilla. Mentre apprendiamo che la signora Cerphal ha perso tutto il denaro ricavato dalla vendita della casa in un investimento sbagliato, Reinhard si trattiene a Venezia per diverse settimane fino a quando non ha terminato la sceneggiatura, che ora verte completamente sulla storia di Esther. Le scene che Reitz ambienta nella città italiana sono belle e ricche di fascino, sospese fra atmosfere da noir americano (cui contribuisce la figura massiccia di Reinhard in canottiera che lavora alla macchina da scrivere), decadenti e viscontiane. Nel frattempo Hermann e Schnüsschen non sono gli unici ad aver sperimentato le "gioie" della paternità: anche Helga ha dato alla luce una bambina, e soprattutto lo ha fatto Clarissa, che ha donato un figlio (Arnold) a Volker, benché i due non siano ancora sposati. Naturalmente né Helga né Clarissa sono madri perfette: la seconda, in particolare, sente il proprio bambino come un perfetto estraneo e confessa ancora una volta (alla madre e a sé stessa) di non amare affatto Volker. Juan annuncia per l'ennesima volta la sua intenzione di lasciare la Germania, Renate si esibisce nuda in una vasca nel suo locale (dove risuonano le note di "Yesterday" e Alex prosegue il suo vuoto filosofeggiare), mentre Olga si appresta a recitare il ruolo di protagonista nel film di Reinhard, mandando su tutte le furie la quindicenne Trixi, sorella della montatrice Dagmar, che si illudeva di farlo lei e che aveva una cotta per Reinhard. L'episodio si conclude però con una misteriosa e inaspettata tragedia, in qualche modo preannunciata dall'acqua alta che allagava piazza San Marco al momento della partenza del cineasta per la Germania: prima di poter iniziare le riprese del suo film, Reinhard scompare cadendo da una barca nelle acque dell'Ammersee, e la polizia e i sommozzatori cercano inutilmente le sue tracce.

11 – L'epoca del silenzio (Rob, 1967/68)
Rob non ama le parole, preferisce comunicare con i silenzi, le immagini e lo sguardo: per questo motivo ha scelto di diventare cameraman. All'inizio dell'episodio lo troviamo sulle rive dell'Ammersee, dove risiede la sua famiglia, mentre va a caccia con il padre, un guardiaboschi. Qui incontra Esther, giunta da Venezia per fotografare il lago, ovvero la tomba di Reinhard ("ora è diventato lui stesso una storia"). In seguito vedremo la ragazza recarsi con il padre Gerold a Dachau (in un inutile pellegrinaggio nel luogo dove è morta la madre), poi alla casa editrice di famiglia (dove Frau Cerphal sta facendo scrivere a due studenti la propria tesi di laurea) e infine ad "ammirare" l'orribile condominio costruito al posto della Fuchsbau (Gerold possiede i due piani superiori e promette di lasciarle in eredità tre o quattro appartamenti). Hermann intanto se la passa male dal punto di vista economico e ha ripreso a suonare nei locali con il gruppo di Clemens: non compone da tempo e non vede più gli amici, tranne Helga che ogni tanto gli piomba in casa con la sua cricca di attivisti politici della sinistra alternativa, fra i quali spicca la bella Kathrin. Ma una sua vecchia composizione per un documentario pubblicitario vince un premio al festival di Cannes e gli dona un po' di notorietà. A questo punto si fa vivo un nuovo personaggio, il ricco e bizzarro console Handschuh, ex compositore e proprietario della Isarfilm, che vuole dare una possibilità creativa a giovani in vena di sperimentare. Handschuh si offre di costruire per Hermann uno studio di musica elettronica e gli propone di coinvolgere anche Rob nella progettazione del Varia-Vision, un'installazione audiovisiva che ambisce a diventare il cinema del futuro. Anche Helga vi collabora con alcuni testi, mentre Volker – non più baffuto – ci rimane male per essere stato escluso e critica la deriva stilistica di Hermann. Forse il suo rapporto con Clarissa, che nel frattempo ha sposato, non va così bene: Volker tenta addirittura un goffo approccio a Schnüsschen, che rifiuta, anche se a sua volta si sente sola. La ragazza si confida con Clarissa: non vede quasi mai Hermann, troppo impegnato con il suo lavoro, ma soprattutto si sente infelice e irrealizzata e confessa di avere sogni e aspirazioni artistiche di cui nessuno sembra accorgersi. Mentre Hermann tradisce per una notte Schnüsschen con Erika, la segretaria di produzione del Varia-Vision, Rob va in giro a riprendere immagini in compagnia di Zielke, anziano regista refrattario alle sperimentazioni che durante la guerra aveva girato pellicole di propaganda in Russia filmando le ritirate come fossero avanzate (non sarà mica quello che aveva Anton alle proprie dipendenze nel primo "Heimat"?). Nell'anniversario della morte di Reinhard, quasi tutti – comprese Dagmar e Trixi – si ritrovano sulla riva del lago. Il giorno dell'inaugurazione del Varia-Vision, invece, un corto circuito manda tutto all'aria e Rob rimane abbagliato dallo scoppio di una lampada. Riacquisterà la vista qualche giorno dopo, davanti all'Ammersee, mentre Esther su una barca fotografa "la tomba di Reinhard" in un ultimo tentativo di catturare una realtà sfuggente attraverso le immagini.

12 – L'epoca delle molte parole (Stefan, 1968/69)
Dopo un episodio dedicato alle immagini e ai silenzi, eccone uno dominato dal caos delle parole: sono gli anni della contestazione giovanile, caratterizzati da un'infinità di slogan, opinioni e discorsi politici. Ognuno vuole dire la sua, cresce la confusione, persino Helga inizia a sentirsi a disagio in compagnia dei suoi amici attivisti, forse perché sta meditando scelte ancora più radicali. Stefan è sempre stato un personaggio un po' superficiale, e anche nell'episodio a lui dedicato non viene particolarmente approfondito: forse c'è comunque poco da approfondire, visto che sembra rifiutare il confronto con gli altri per rifugiarsi in un'idea di genio creativo chiuso al mondo e alle emozioni esterne. Il film si apre con il suo viaggio in auto verso Berlino, attraverso la Germania Est, in compagnia di Olga. Lì lo attendono Bernd, Rob e il resto della troupe per iniziare a girare (con un finanziamento pubblico) il film tratto dalla sceneggiatura di Reinhard. Ma Stefan si attarda a fare mille modifiche al copione (forse per "intellettualizzare" le passioni di Reinhard) e nel frattempo la troupe, sobillata da Helga, inizia a discutere sul ruolo del regista come unico autore dell'opera e se non sia meglio un approccio collettivo e "democratico" al processo creativo. È tempo di cambiamenti e di rivoluzioni anche a Monaco, dove Clarissa – che ha rinunciato ormai definitivamente al violoncello – scopre la propria vocazione di cantante grazie a Camilla, un'amica americana hippy e con l'anima da "strega". Hermann invece lavora ormai da mesi nello studio del console Handschuch e ha prodotto musichette per commercial di successo. Per premiarlo, il console gli regala due mesi di tempo per dare liberamente sfogo alla propria arte senza doversi preoccupare di comporre musica su commissione. Ma l'irrequieto Hermann è in crisi creativa, si sente inadeguato: "I Beatles sono mille volte meglio di noi, la musica leggera ci ha sorpassato", si sfoga con l'assistente Gross. Inoltre il suo rapporto con Schnüsschen non va bene: la moglie, nel tentativo di realizzarsi pienamente e uscire da un ruolo che sente stretto, si è iscritta all'università, studia psicologia, collabora con un centro di recupero per tossicodipendenti e spesso porta in casa giovani poco raccomandabili. Il domicilio coniugale, che per Hermann doveva essere un'oasi di tranquillità, diventa caotico e quasi invivibile (a un certo punto ci capita persino Trixi, che ora frequenta un giovane drogato e che si impossessa delle chiavi per svaligiare l'appartamento). Dopo una furiosa lite con Schnüsschen, Hermann fugge impulsivamente a Berlino dove l'aveva invitato Kathrin, l'amica di Helga, e soggiorna con lei per qualche giorno in una comune, sperimentando droghe e sesso libero. Nel frattempo il film di Stefan non procede: e quando alcuni produttori americani gli offrono una forte somma per ritardare l'inizio delle riprese (vorrebbero a propria disposizione l'attore che deve interpretare la parte di Gattinger), il regista ne approfitta per mandare tutto all'aria e tornarsene a Monaco, con gran costernazione di Rob che ritiene così rotta la loro amicizia. Schnüsschen cerca Hermann ovunque, anche al locale di Renate (proprio nella notte in cui Neil Armstrong sbarca sulla Luna), ma quando il ragazzo – stordito dalla sua prima esperienza con gli stupefacenti – torna a casa, non la trova più. Il film si conclude con Hermann che parte con sua figlia Lulu per un viaggio in treno, rifugiandosi fra le montagne e difendendosi così dall'ondata di caos revisionistico ("il nazifascismo dei sentimenti").

13 – L'arte o la vita (Hermann e Clarissa, 1970)
Immerso nei rumorosi festeggiamenti dell’Oktoberfest, e dopo aver provato a sperimentare come un sordo percepirebbe la festa (in una scena che ne ricorda una analoga dell’episodio conclusivo del primo “Heimat”), il trentenne Hermann si sente irrealizzato e impotente e si ritrova improvvisamente a riflettere su quel che ne è stato della propria vita e del proprio talento. Eppure, prima l’anziano Zielke (che gli propone di fare società con lui, acquistando lo studio di musica sperimentale del console e mettendosi in proprio) e poi lo stesso Handschuch (che, essendo senza figli, vorrebbe “adottarlo” e lasciargli in eredità la casa di produzione) si dimostrano interessati alla sua giovinezza e ai suoi ideali. Indeciso sul da farsi, senza più alcun amico cui chiedere consiglio e tormentato da una nostalgia per l’Hunsrück mai sentita prima, il ragazzo – che nel frattempo si è separato da Schnüsschen, andata via con la figlia Lulu – decide impulsivamente di partire in treno sulle tracce di Clarissa, che si trova lontano da Monaco perché impegnata in un tour con l’amica Camilla (stanno mettendo in scena “La passione della strega”, uno spettacolo teatrale di sole donne nel quale lei canta l’agonia di una condannata dall’inquisizione). Lungo il suo viaggio attraverso la Germania, Hermann incrocia molti dei suoi amici degli ultimi dieci anni a Monaco. Veniamo così a conoscenza dei loro destini finali: Juan è diventato un saltimbanco in un circo; Alex, malato e alcolizzato, finisce con l’autodistruggersi; Renate, chiuso il suo locale, continua a esibirsi in giro per il paese con i suoi bizzarri travestimenti e con molto entusiasmo; Jean-Marie e Volker – abbandonato da Clarissa – allestiscono un balletto; Helga è diventata una pericolosa terrorista della banda Baader-Meinhof, ricercata dalla polizia, e si rifugia momentaneamente nell’appartamento di Stefan (che nel frattempo, apprendiamo, ha vinto un premio alla mostra del cinema di Venezia – proprio come Reitz – con il suo film “L’angoscia tedesca”): la mattina dopo, quando Helga se ne è già andata, le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa e feriscono Stefan alle gambe; rivediamo brevemente persino la fotografa Elisabeth (separatasi a sua volta dal marito Rolf), che regala a Hermann un doloroso viaggio nella memoria con le fotografie della festa del matrimonio di sei anni prima (una sequenza che ricorda i bellissimi riassunti degli episodi del primo “Heimat”); Kathrin, solare come sempre; e Marianne, felice con le sue due figlie. Il girovagare di Hermann termina ad Amsterdam, dove raggiunge finalmente Clarissa (“ti ho sempre aspettato”), al cui spettacolo sono presenti anche Frau Cerphal e Gerold Gattinger. L’incontro fra i due giovani, che passano la notte insieme in una camera d’albergo, sublima nella passione e nell’amore i dieci anni di attesa (“potremo mai recuperarli?”). È la fine della lunga fuga di Hermann? No di certo, perché quando la ragazza gli chiede di attenderla mentre conclude gli ultimi impegni legati al suo tour, “i ritmi della seconda patria riprendono il sopravvento sulla quiete dei sentimenti” e lui si rende finalmente conto di non essere capace di aspettare, come invece hanno sempre fatto tutte le donne della sua vita a partire dalla madre Maria, il cui settantesimo compleanno è imminente. E dunque non gli resta altro che riprendere il treno e tornare finalmente a Schabbach, al suo luogo natale, alla “Heimat” da dove era partito dieci anni prima e dove lo attendono una vecchissima conoscenza, Glasisch (“Non sei cambiato per nulla, Hermännchen”), e la strada di campagna già vista innumerevoli volte. Lì finalmente potrà “imparare ad aspettare”.

18 maggio 2008

Sojux 111 - Terrore su Venere (K. Maetzig, 1960)

Sojux 111 - Terrore su Venere (Der schweigende Stern)
di Kurt Maetzig – Germania Est 1960
con Yoko Tani, Oldrich Lukes
**

Visto in DVD, con Martin.

Dopo aver scoperto un misterioso messaggio lanciato da Venere cinquant’anni prima, l’umanità organizza una missione spaziale esplorativa per raggiungere il pianeta. Gli astronauti, appartenenti a razze e nazionalità differenti e fra i quali spicca una scienziata giapponese la cui madre è morta a Hiroshima, scopriranno che il piano dei venusiani di distruggere la Terra con l’energia atomica ha invece provocato la loro estinzione. Tratto da un romanzo di Stanislaw Lem, è un film ingenuo e un po' noiosetto che pur non brillando né per tensione né per la caratterizzazione dei personaggi, è comunque interessante considerando l'anno di uscita e, soprattutto, la nazione di appartenenza (la Germania comunista): rimangono impresse, per esempio, le colorate scenografie del pianeta e il messaggio di pace e di collaborazione universale che anticipa a suo modo qualcosa di “Star Trek”. Girato in piena guerra fredda, si schiera decisamente contro la proliferazione delle armi nucleari. In Italia è stato rieditato con il titolo “Il pianeta morto” e ha subito pesanti e incomprensibili alterazioni, in particolare nel finale.

17 maggio 2008

Allegro non troppo (B. Bozzetto, 1977)

Allegro non troppo
di Bruno Bozzetto – Italia 1977
con Maurizio Nichetti, Maurizio Micheli
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD.

Usare i cartoni animati per illustrare la musica classica è sempre stata un'aspirazione di tutti gli animatori dotati di una certa “fantasia”. E cosa importa se ci aveva già pensato prima un certo Frisney... Pisney... Grisney...? Con il suo lungometraggio più celebre e popolare – e con la collaborazione di alcuni fra i migliori artisti e disegnatori italiani dell'epoca (Giuseppe Laganà, Walter Cavazzuti, Giovanni Ferrari, Guido Manuli...) – Bruno Bozzetto ha creato un'opera ironica e diseguale ma a tratti davvero affascinante, che regge assolutamente il confronto con l'illustre precedessore anche se non intende certo ricalcarne lo stile. Le sei sequenze animate (sette, se si conta anche il grottesco finale) sono introdotte e inframmezzate da scene con attori in carne e ossa, girate in un bianco e nero espressionista e ricche di toni surreali, nelle quali vediamo il produttore del film (Micheli) alle prese con l'organizzazione dello spettacolo: c'è un'orchestra composta da vecchiette decrepite, un burbero direttore spagnolo (Nestor Garay), una giovane sguattera (Maria Luisa Giovannini, alla sua prima e unica apparizione sullo schermo) e soprattutto un povero artista (Nichetti), schiavizzato e costretto a realizzare in tempo reale i disegni animati mentre l'orchestra sta suonando. Le gag di questi spezzoni live, ambientati sul palcoscenico del teatro Donizetti di Bergamo, spaziano dalla parodia felliniana ai dispetti in stile Stanlio e Ollio, ma naturalmente l'interesse principale del film sta nei segmenti animati, che presentano una notevole varietà di stili e atmosfere. Più che rappresentare graficamente la musica (come capitava nei pezzi più astratti di “Fantasia”), a Bozzetto interessa raccontare storie che abbiano i brani come sfondo. Nel Preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy, un anziano satiro tenta inutilmente di correre ancora dietro alle giovani ninfe. La Marcia slava n. 7 di Dvořák è un divertente inno contro il conformismo. Il Bolero di Ravel (il segmento più ambizioso e più famoso del film) mostra l'evoluzione della vita (sulla Terra?) a partire da una bottiglietta di Coca-Cola abbandonata da un astronauta. Nel Valzer triste di Sibelius, un gatto malnutrito si aggira fra le rovine di un palazzo distrutto, ricordando con nostalgia la vita, gli oggetti e le persone che un tempo lo abitavano. Nel Concerto in do maggiore di Vivaldi, un'ape intenta ad abbuffarsi di polline viene disturbata da una coppia che amoreggia sull'erba. Nell'Uccello di fuoco di Stravinsky, infine, non essendo riuscito a tentare Adamo ed Eva, il serpente dell'Eden mangia la mela lui stesso e piomba nell'inferno del mondo moderno e del consumismo. Il mio episodio preferito è quello di Sibelius (impossibile trattenere le lacrime di fronte alle immagini melanconiche e nostalgiche del gatto), ma mi piacciono molto anche quelli di Ravel (che con i suoi dinosauri può ricordare La sagra della primavera di “Fantasia”) e di Dvořák (l'episodio in stile Bozzetto più puro).

Stringi i denti e vai (R. Brooks, 1975)

Stringi i denti e vai (Bite the bullet)
di Richard Brooks – USA 1975
con Gene Hackman, James Coburn
*1/2

Visto in divx.

All'inizio del novecento, un giornale organizza una grande corsa attraverso il west, con settecento miglia da percorrere a cavallo: vi partecipano nove concorrenti, fra i quali due vecchi amici che hanno combattuto a Cuba con Theodore Roosevelt (l'animalista Hackman e lo scommettitore incallito Coburn), un'ex prostituta che intende liberare il proprio uomo, condannato ai lavori forzati (Candice Bergen), un gentleman inglese, un messicano con il mal di denti, un giovane sbruffone e un anziano cowboy pieno di acciacchi. Un film lungo e meno divertente di quanto mi aspettassi: c'è da dire che comunque non amo molto le pellicole incentrate sulle corse (tipo i vari “Cannonball Run”). Il titolo si riferisce al bossolo di proiettile con il quale il messicano (che cura il suo dolore con pastiglie di eroina!) copre il dente malato. I vari concorrenti, pur in competizione fra loro, si aiutano a vicenda lungo il tragitto salvandosi dai vari pericoli che affrontano. Il film ha costituito probabilmente la fonte di ispirazione primaria per “Steel Ball Run”, la settima serie del manga "Le bizzarre avventure di JoJo".

16 maggio 2008

The Bird People in China (T. Miike, 1998)

The Bird People in China (Chugoku no chojin)
di Takashi Miike – Giappone 1998
con Masahiro Motoki, Renji Ishibashi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un impiegato di un'industria mineraria giapponese, inviato dai suoi capi in Cina per stimare il valore di una cava di giada da aprire in una sperduta regione montuosa del paese, e uno scontroso yakuza, che gli sta alle costole perché l'azienda ha contratto un forte debito con la mafia, percorrono in compagnia e di malavoglia una lunga e difficile strada che li conduce fino a un villaggio isolato dal resto del mondo. Qui, fra miti antichissimi e leggende che parlano di "uomini-uccello", rimangono affascinati in maniera diversa dall'esistenza tranquilla e dall'atmosfera fuori dal tempo che si respira, al punto da non essere più capaci di tornare alla loro vita precedente: l'impiegato perché conquistato da una giovane ragazza che discende da un paracadutista inglese della prima guerra mondiale, lo yakuza perché attratto da uno stile di vita pura e incontaminata. Si tratta dell'ennesimo film insolito per Miike, un regista che evidentemente vuole sorprendere con ogni suo lavoro: il tono da commedia on the road lascia presto il posto a un'ambientazione rarefatta e sospesa fra suggestioni fantastiche e surreali (la scuola di volo) e bucolico-realistiche (il ritorno alla natura). Bello e senza eccessi di poetismo, anche se non tutto è coerente. Fra le fonti di ispirazione, anche se è improbabile, mi piace pensare a "Orizzonte perduto" di Capra e soprattutto alle tante storie disneyane di Rodolfo Cimino su strani popoli che abitano sperdute vallate.

D.E.B.S. (Angela Robinson, 2004)

D.E.B.S. - Spie in minigonna (D.E.B.S.)
di Angela Robinson – USA 2004
con Sara Foster, Jordana Brewster
**1/2

Visto in divx.

Questo film non prometteva nulla di buono (l'ho visto solo per curiosità e per la presenza di Devon Aoki), e invece si è rivelato molto più interessante e originale del previsto. Certo, resta una pellicola un po' stupida, ma è salvata da un'ironia non banale che la rende sostenibile: in più i personaggi sono simpatici e i colpi di scena non mancano. Le D.E.B.S. sono un gruppo di spie e supereroine giovani e sexy, addestrate in una speciale accademia per difendere il mondo dalle minacce terroristiche. Ma quando fra Amy (la migliore della squadra) e Lucy Diamond (la perfida supercriminale) inaspettatamente scocca l'amore, tutte le regole andranno a farsi benedire. Il film è in realtà il remake e l'ampliamento di un cortometraggio che la regista esordiente Angela Robinson aveva realizzato l'anno precedente, presentandolo con grande successo a diversi festival: una parodia di "Charlie's Angels", dove le tipiche situazioni del film di azione/spionaggio e l'ambientazione high tech si fondono con il teen movie, fra complicazioni sentimentali e appuntamenti al buio con spietate killer russe. Il fatto che la Robinson sia effettivamente lesbica può spiegare l'importanza della storia d'amore fra "buona" e "cattiva" e la delicatezza con cui è stata rappresentata. Non male il cast, dove spicca la Brewster nei panni della supercriminale in crisi di affetti e con la fissa di voler distruggere l'Australia, ma anche Devon Aoki è esilarante come imperturabile ninfomane e fumatrice che parla (chissà perché) in francese, per non parlare dello "sgherro" Jimmi Simpson che fa il confidente sentimentale del suo capo.

14 maggio 2008

Il treno per il Darjeeling (Wes Anderson, 2007)

Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)
di Wes Anderson – USA 2007
con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman
**

Visto al cinema Apollo, con Hiromi.

Tre fratelli – Owen Wilson, il maggiore, con il volto segnato dalle conseguenze di un incidente in moto; Adrien Brody, intimorito dalla sua imminente paternità; e Jason Schwartzman, scrittore in crisi sentimentale – si ritrovano a bordo di un treno in India per compiere un "viaggio spirituale" e raggiungere la madre, che si è fatta suora ed è irreperibile sin dal giorno del funerale del padre, un anno prima. Proprio la figura del padre (rievocato attraverso le sue valigie colorate, l'automobile tedesca, i tanti oggetti di cui Brody si è appropriato, la dedica del libro di Schwartzman) sembra essere il collante che li unisce. Dopo "I Tenenbaum" (che non mi era piaciuto), Anderson prosegue nel descrivere le dinamiche di famiglie eccentriche e nel mettere in scena personaggi-macchiette privi di contatto con la realtà, anche se stavolta per fortuna i character da seguire sono di meno e il film è più compatto, simpatico e godibile. Ma rimane essenzialmente una pellicola superficiale, con personaggi sempre uguali a sé stessi e situazioni ripetute che da un certo punto in poi cominciano anche a stancare. I maggiori pregi, più che nella recitazione (gli attori sono bravi ma la sceneggiatura non offre particolari occasioni per brillare) o nella regia (che li mette sempre in posa, tutti e tre nella stessa inquadratura a beneficio delle locandine), stanno nell'ambientazione indiana. Ma ahimè, temo proprio che il cinema di questo Anderson non faccia per me: mi passa attraverso senza toccare alcuna corda. Piccolo cameo, all'inizio e alla fine, per Bill Murray. In sala il film era preceduto dal cortometraggio "Hotel Chevalier", che ne costituisce una sorta di introduzione, con l'incontro fra Schwartzman e Natalie Portman (bellissima con i capelli corti) in un albergo di Parigi.

American Splendor (Berman, Pulcini, 2003)

American Splendor
di Shari Springer Berman, Robert Pulcini – USA 2003
con Paul Giamatti, Hope Davis
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A metà strada fra la commedia indie americana (ha vinto anche il gran premio della giuria al Sundance Film Festival) e il documentario biografico, questo interessante film – diretto proprio da una coppia di documentaristi – ha come protagonista Harvey Pekar, lo scrittore di una serie di fumetti underground (intitolati appunto "American Splendor"), illustrati a partire dal 1976 da diversi artisti (fra cui Robert Crumb) e ispirati alla sua vita privata. Pekar, che lavorava come impiegato all'ospedale per i veterali di Cleveland, è stato fra i primi a intuire che i comics potessero parlare anche della "noiosa" vita reale, e non soltanto di avventura, fantasia o supereroi: le vicende minimaliste dei suoi fumetti, non idealizzate e stemperate da una robusta dose di cinismo, ironia e anticonformismo, costituiscono l'ossatura di una pellicola quasi unica nel suo genere, che non si limita a riproporre semplicemente un adattamento delle pagine disegnate ma vi innesta sopra i retroscena della loro nascita, interviste all'autore, alla moglie e ai suoi amici, spezzoni di trasmissioni televisive come gli show di David Letterman al quale Pekar ha partecipato per diverso tempo come ospite regolare, riflessioni sulla vita e sull'arte, e naturalmente vignette e disegni tratte dalle pagine della serie principale e dal volume "Our cancer year", scritto insieme alla moglie per documentare le paure e il travaglio di una lunga malattia. Pekar, che fornisce anche la voce narrante in prima persona, commenta metacinematograficamente le scene nel quale il suo personaggio è interpretato da un bravissimo Paul Giamatti e le vicende della propria vita al quale fanno riferimento. Purtroppo il film, che vanta una regia e una costruzione narrativa fresca e originale che fonde continuamente finzione e realtà, a quanto mi risulta non è mai uscito in Italia.

13 maggio 2008

Batman begins (C. Nolan, 2005)

Batman begins (id.)
di Christopher Nolan – USA 2005
con Christian Bale, Liam Neeson
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

La nuova franchise cinematografica di Batman, che ha rinnovato il personaggio facendolo uscire dagli infantilismi barocchi del precedente ciclo di Burton e Schumacher, si apre con un cielo al tramonto sconvolto da stormi di pipistrelli. Dovendo ricominciare dalle origini, il talentuoso Nolan utilizza oltre un'ora di pellicola per narrare con uno stile lucido e cupo – e senza lesinare sorprese – come il giovane Bruce Wayne, sconvolto dalla morte dei genitori e dalla morsa di criminalità che avvolge Gotham, la sua città natale, abbia lentamente dato vita al suo terrificante alter ego. Il tema della paura è preponderante: è proprio il terrore che il protagonista vorrebbe incutere nel cuore dei suoi nemici a motivare la creazione del suo bizzarro travestimento. Tutti gli elementi caratteristici del personaggio vengono contestualizzati e presentati come tappe di un percorso che non può che sfociare nell'inevitabile risultato finale: la caverna sotterranea (scoperta sotto le fondamenta della villa di famiglia), la bat-mobile (un tank corazzato, non dissimile da quello descritto da Frank Miller ne "Il ritorno del Cavaliere Oscuro"), i molti gadget da battaglia (forniti da una sorta di "Q", interpretato da Morgan Freeman), le arti marziali e le tattiche da ninja (apprese dal mentore-rivale Ra's Al Ghul, un Liam Neeson che è anche il supercattivo dell'episodio). L'altro villain, tanto per insistere sul tema della paura, è lo Spaventapasseri, incarnato da un bravo Cillian Murphy che quando il film è uscito vedevo all'opera per la prima volta. Il ricco cast è completato da mostri sacri quali Michael Caine (il maggiordomo Alfred), Gary Oldman (un commissario Gordon che ha finalmente un ruolo di primo piano nelle avventure di Batman), Rutger Hauer (il direttore delle Wayne Enterprises) e Tom Wilkinson (il boss Carmine Falcone). Unico neo, invece, l'inadeguata Katie Holmes nei panni di una vecchia fiamma di Wayne, inutile presenza femminile in un film che non ne aveva certo bisogno. Rispetto alla Gotham di Tim Burton, la città di Nolan è più moderna e credibile, anche se forse meno fascinosa. Ma nel suo complesso il film è decisamente migliore di tutti quelli realizzati in precedenza sul personaggio, e Bale – pur non brillando particolarmente – surclassa ogni passata incarnazione dell'uomo pipistrello.

12 maggio 2008

Reinette e Mirabelle (E. Rohmer, 1987)

Reinette e Mirabelle (4 aventures de Reinette et Mirabelle)
di Éric Rohmer – Francia 1987
con Joëlle Miquel, Jessica Forde
**

Visto in DVD.

Reinette e Mirabelle sono due ragazze ventenni: la prima vive in campagna ed è un'aspirante pittrice, la seconda è parigina e studia etnologia. Si incontrano casualmente e fanno rapidamente amicizia, al punto che Mirabelle invita Reinette a dividere con sé il suo appartamento di Parigi. Attraverso quattro brevi scenette, quasi dei cortometraggi, Rohmer le rende protagoniste di piccoli episodi di vita vissuta e ne mette a confronto le diverse filosofie di vita. Reinette è semplice, idealista, ha fiducia nelle persone e non smette di parlare, mentre Mirabelle è più pacata, cinica e sofisticata. Peccato però che il film scorri via in maniera piuttosto piatta e che le vicende di cui sono protagoniste le due ragazze siano troppo minimaliste per suscitare interesse nello spettatore. Soltanto l'ultimo episodio, quello con Fabrice Luchini nei panni del direttore di una galleria d'arte, sorprende per simpatia e curiosità, grazie anche al suo finale folgorante. Ne "L'ora blu", l'unico episodio che si svolge in campagna, Reinette cerca di far sì che Mirabelle possa assaporare quel breve attimo di assoluto silenzio che si verifica prima dell'alba, quando gli animali notturni cessano ogni attività e gli uccelli diurni non hanno ancora iniziato a cantare (ma lo spunto ricorda troppo "Il raggio verde"); ne "Il cameriere del caffè", Reinette è alle prese con un cameriere eccentrico e sgarbato; ne "Il mendicante, la cleptomane e l'imbrogliona", le due ragazze vivono tre brevi incontri con bizzarri personaggi e discutono di morale, di generosità e di giustizia; ne "La vendita del quadro", Reinette deve portare un suo dipinto a una galleria d'arte, ma ha scommesso con Mirabelle che non aprirà bocca per tutta la giornata. Per fortuna, di fronte a un gallerista ancora più loquace e didascalico di lei, le parole non saranno necessarie.

8 maggio 2008

Iron Man (Jon Favreau, 2008)

Iron Man (id.)
di Jon Favreau – USA 2008
con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow
***

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Inutile girarci attorno: vedere i personaggi e gli eroi dei fumetti prendere vita sullo schermo (grazie anche ai prodigi della grafica al computer) è sempre un'emozione che dona un valore aggiunto al film, purché naturalmente sia gradevole e ben fatto come questo "Iron Man", che si colloca di diritto ai primi posti nella mia graduatoria personale delle pellicole ispirate ai personaggi della Marvel. Per di più il vendicatore rosso e oro è sempre stato uno dei miei supereroi preferiti (forse il preferito in assoluto fra i personaggi "singoli", esclusi dunque i gruppi come i Fantastici Quattro e gli X-Men), e sono rimasto decisamente soddisfatto nel vedere come la sceneggiatura ne abbia conservato tutte le caratteristiche salienti senza snaturarlo o banalizzarlo come invece era successo in altri casi ("Daredevil", "Elektra" e pure i F4). Le sue origini, come era lecito aspettarsi, sono state attualizzate (ma già la Marvel stessa, in passato, ne aveva spostato la collocazione dalla guerra in Corea a quella del Vietnam) e la grotta nella quale Tony Stark costruisce il prototipo della sua armatura si trova ora in Afghanistan, ma rimane intatta la sua ambigua e multiforme natura di inventore geniale, industriale milionario, playboy impenitente e mercante d'armi pentito che si trasforma in supereroe ipertecnologico quando si rende conto del reale utilizzo che viene fatto dei suoi prodotti e delle sue invenzioni. Attorno al protagonista, pieno di debolezze (l'alcolismo è stato lasciato saggiamente da parte, forse per il sequel) e che a differenza di altri supereroi non ha una doppia personalità (se il milionario Bruce Wayne è per Batman solo una facciata dietro la quale nascondere la propria natura di vigilante, Tony Stark è invece veramente donnaiolo e amante del lusso), il film mette una serie di comprimari azzeccatissimi: la Paltrow mi ha sorpreso in positivo per il suo ritratto di Pepper Potts, la segretaria tuttofare di Stark, segretamente innamorata del suo capo: di solito i personaggi femminili sono la palla al piede in questi film, stavolta invece ne è uno dei punti di forza; Terrence Howard è un buon Jim Rhodes, anche se il suo ruolo nella storia è un po' limitato (ma c'è una strizzatina d'occhio per i lettori che ricordano War Machine); e Jeff Bridges è un eccellente Obadiah Stane, un vero cattivo, ambiguo e ambizioso al punto giusto, altro che il Dottor Destino del primo film dei F4! Gli episodi del fumetto in cui Stark combatteva contro Stane, culminati con l'albo numero 200, non sono mai stati pubblicati in Italia (furono saltati nel passaggio dall'Editoriale Corno alla Play Press), ma lo scontro finale fra Iron Man e Iron Monger (che a qualcuno ha ricordato "Transformers": paragone improponibile sia concettualmente sia qualitativamente, naturalmente a tutto svantaggio di Michael Bay) mi ha esaltato. Jarvis, infine, non è un maggiordomo in carne e ossa ma un programma informatico. La pellicola fa abbondante uso di product placement (tutte marche di lusso, vista le disponibilità economiche del protagonista) e mette in mostra una tecnologia credibile e futuristica al tempo stesso. Imperdibili i cameo di Stan Lee (scambiato da Stark per Hugh Hefner!), di Jon Favreau (nei panni dell'autista Happy Hogan) e di Samuel L. Jackson (dopo i titoli di coda, un Nick Fury che annuncia la prossima nascita dei Vendicatori: in effetti il film rappresenta il debutto ufficiale del "Marvel Cinematic Universe", una serie di pellicole interconnesse fra loro – e dunque in continuity! – che saranno prodotte dalla stessa Marvel, senza licenziatari). E da applausi la prova di Robert Downey Jr., che pare sia stato scelto dal regista perché le sue vicissitudini personali, che lo hanno spesso portato sotto l'occhio dell'opinione pubblica, lo avvicinerebbero molto al personaggio di Tony Stark. Infine una riflessione: "Iron Man" era anche il sottotitolo del "Tetsuo" di Shinya Tsukamoto. I due film hanno poco in comune, ma a tratti la commistione fra uomo e macchina (il cuore di Stark ha bisogno di un impianto cibernetico per poter funzionare) può ricordare proprio alcune cose di Tsukamoto e di Cronenberg: chissà come sarebbe stato il film se lo avesse diretto uno di loro due al posto del "normale" Favreau? Sicuramente avremmo perso il tono da commedia sofisticata anni quaranta (vedi le scene con la Paltrow) e non so se sarebbe stata una buona cosa.

6 maggio 2008

L'ultima missione (O. Marchal, 2008)

L'ultima missione (MR 73)
di Olivier Marchal – Francia 2008
con Daniel Auteuil, Olivia Bonamy
***

Visto al cinema Odeon, con Hiromi.

Marchal si riconferma degno erede della lunga tradizione francese del cinema polar e mette in scena una storia cupa, violenta e disperata, caratterizzata da un'atmosfera opprimente grazie anche alla fotografia notturna e contrastata e alla recitazione di un Auteuil, bravissimo come al solito, nei panni di un poliziotto fallito, ubriaco, vendicativo, perennemente con la barba incolta e gli occhiali da sole. Il film è forse meno perfetto del precedente e la sceneggiatura si sfilaccia un po' nella seconda parte, ma Marchal riesce comunque a comunicare emozioni e tensione senza concedere nulla alle aspettative dello spettatore e dunque gli si perdona più che volentieri qualche difetto nella narrazione. Il finale, poi, è magistrale ed evoca sia Coppola ("Il padrino") sia Kitano ("Hana-bi"), mentre la prima parte mi ha invece riportato alla mente le due pellicole di David Fincher sui serial killer, peraltro diversissime fra loro: "Seven" per l'efferatezza degli omicidi e la crudeltà della natura umana, "Zodiac" per l'indagine poliziesca meticolosa ma infruttuosa. Il protagonista, che ci viene subito presentato come un uomo a pezzi psicologicamente dopo che un incidente stradale gli ha distrutto la famiglia, viene sollevato da ogni incarico investigativo ma ciò nonostante non rinuncia a proseguire personalmente le indagini sull'autore di una serie di brutali omicidi. La sua storia, ambientata in una Marsiglia grigia e piovosa, si interseca – e per lungo tempo non capiremo perché – con quella di una giovane ragazza che attende con indignazione che il brutale assassino dei suoi genitori esca dal carcere per buona condotta. Fra poliziotti corrotti, superiori disposti a coprire ogni sorta di nefandezza, rivalità fra colleghi, false piste e frammenti di ricordi angoscianti, Marchal conduce lo spettatore in un mondo oscuro e decisamente non consolatorio, pur riservandosi di mostrare nel finale la nascita di una nuova speranza, con un parto vissuto in diretta e in contemporanea a una morte annunciata. Catherine Marchal, che intepreta Marie, la bionda amante di Auteuil e che si era già vista in "36, Quai des Orfèvres", nella realtà è la moglie del regista. Il titolo originale (quello italiano è invece completamente anonimo) si riferisce al modello di pistola che il protagonista utilizza contro i suoi nemici.

29 aprile 2008

La confessione della signora Doyle (F. Lang, 1952)

La confessione della signora Doyle (Clash by night)
di Fritz Lang – USA 1952
con Barbara Stanwyck, Paul Douglas
**1/2

Visto in DVD.

Ritornata con la coda fra le gambe nella cittadina costiera da dove era scappata dieci anni prima con la speranza di fare fortuna in una grande città, una donna ambiziosa accetta di sposare un pescatore del luogo per il timore di invecchiare da sola, pur non amandolo: ma non riuscirà ad abituarsi a una vita troppo borghese e limitata e si farà tentare dalla corte di un amico più affascinante, progettando di fuggire con lui. Alla fine, però, saprà rinunciare all'egoismo e accettare le responsabilità di un matrimonio che dovrà necessariamente basarsi più sulla fiducia che sull'amore. In un film insolito per Lang, e non certo uno dei suoi più memorabili, la Stanwyck dà vita a un personaggio sofferto e disperato, complesso e a tutto tondo, che guarda il mondo con occhi cinici e non crede nei sentimenti: "Solitudine, paura, rispetto, noia, ecco quello che chiamano amore". A farle da contraltare, oltre ai personaggi maschili, c'è una giovane Marilyn Monroe – irresistibile in jeans o in costume da bagno – nei panni della fidanzata del fratello minore. Bravi tutti gli attori (c'è anche Robert Ryan nel ruolo dell'amante) e molto bella l'ambientazione, fra cieli plumbei e mari in tempesta che rispecchiano i tormenti del personaggio principale e una quieta calura estiva sconvolta dai continui ritrovamenti di cadaveri di bambini.

24 aprile 2008

Sangue e arena (Fred Niblo, 1922)

Sangue e arena (Blood and sand)
di Fred Niblo – USA 1922
con Rodolfo Valentino, Nita Naldi
***

Visto in DVD.

Il giovane Juan Gallardo, povero e bello, sogna di diventare un abile torero e di sposare la pura e virginale Carmen (Lila Lee), sua compagna sin dall'infanzia (molto bello il breve stacco che li mostra bambini, di spalle, mentre guardano il manifesto di una corrida). Ma quando finalmente il successo e la popolarità gli arridono, cade vittima del fascino della ricca e manipolatrice Doña Sol, demoniaca tentatrice e mangiatrice di uomini che lo conduce alla perdizione. "Nella vita di ogni uomo c'è un amore buono e uno malvagio", si giustifica Juan: ma il suo destino è ormai segnato.
Uno dei film che hanno contribuito alla nascita del mito e del culto di Rodolfo Valentino, forse il primo sex symbol maschile della storia del cinema, la cui scomparsa nel 1926, a soli trentun anni e prima dell'avvento del cinema sonoro, sconvolse le folle oceaniche – soprattutto femminili – dei suoi ammiratori. Nonostante il film sia interamente costruito attorno all'attore italiano, ed è in effetti dominato dalla sua figura forte e fragile allo stesso tempo, al suo fianco si muovono numerosi personaggi che gli si contrappongono o lo accompagnano nella ricerca della gloria o del riscatto: su tutti, il brigante Plumitas, anima gemella con il quale ha in comune molte cose, compreso il destino finale: "entrambi si guadagnano da vivere uccidendo, ma il primo riceve applausi e il secondo patisce la fame". Interessante anche il filosofo umanista che scandisce il procedere della storia con le sue massime ("La donna è stata creata per la felicità dell'uomo, ma invece ha distrutto la tranquillità del mondo"). Era la prima volta che vedevo un film di Valentino: il suo personaggio, che esibisce coraggio e forza di fronte ai tori e condivide amicizia e cameratismo con gli altri uomini, appare singolarmente debole davanti alle donne, dalle quali si fa dominare completamente. La sceneggiatura, tratta da un romanzo di Vicente Blasco Ibáñez che verrà portato sullo schermo anche da Rouben Mamoulian nel 1941 con Tyrone Power e Rita Hayworth, condanna la corrida e definisce il pubblico che si appassiona per simili spettacoli come "una bestia con diecimila teste".

22 aprile 2008

Indiana Jones e l'ultima crociata (S. Spielberg, 1989)

Indiana Jones e l'ultima crociata
(Indiana Jones and the last crusade)
di Steven Spielberg – USA 1989
con Harrison Ford, Sean Connery
**

Rivisto in DVD.

Con il terzo film del popolare archeologo-avventuriero, Spielberg e Lucas tornano alle origini e – quasi disconoscendo il secondo capitolo, che evidentemente non li aveva soddisfatti – ripropongono temi, personaggi e situazioni della prima pellicola (ci sono addirittura delle scene quasi identiche, come la lezione di Indy all'università). Il film gioca così la carta dell'autoreferenzialità: invece della narrativa avventurosa pulp e fumettistica del passato, il punto di riferimento diventa proprio "I predatori dell'arca perduta", sul quale viene innestata una trama che si basa sul rapporto conflittuale fra Indy e il padre Henry (un sornione Sean Connery), insegnante di letteratura medievale del quale finora non si era fatta menzione. Ma se il secondo episodio cercava almeno di sperimentare una propria strada, indipendente e differente dal prototipo, qui ci si rifugia nel già visto e nel poco rischioso: ecco dunque ancora un reperto di origine biblica (la coppa del sacro Graal), i nazisti e vari personaggi già visti in passato, fra recuperi inutili e fuori contesto (Sallah/Rhys-Davies) e caratterizzazioni deludenti (Brody/Elliott). Devo ammettere che rivedendo tutti e tre i film di fila – e a distanza di vent'anni – si rivaluta un po' anche questo, ma comunque rimane il più debole della serie, oltre che il più pretenzioso. Quando lo vidi per la prima volta al cinema, con la sua atmosfera "fasulla" contribuì a farmi disamorare di Steven Spielberg e a farmelo depennare dalla lista dei registi che seguivo con interesse. L'introduzione, ambientata nel 1912, serve a presentare Indy da bambino (interpretato da River Phoenix), un boy scout non troppo simpatico, e a spiegare in un colpo solo l'origine della sua fobia per i serpenti, quella dell'uso della frusta e la provenienza del suo cappello. Nel 1938 ritroviamo il nostro eroe sulle tracce del Graal e soprattutto di suo padre, sparito misteriosamente durante le ricerche della coppa. Naturamente Indy impiegherà pochi minuti a scoprire un sepolcro rimasto nascosto per sette secoli sotto il pavimento di una chiesa veneziana (ai serpenti e agli insetti dei primi due film si sostituiscono qui i topi), ma si lascerà irretire dal fascino di una bella studiosa austriaca che si rivelerà essere al soldo dei tedeschi. La parte centrale della pellicola, quella che vede i due Jones, padre e figlio, interagire direttamente per fuggire dall'Austria prima e dalla Germania poi, è forse la migliore per ritmo e situazioni: come non ricordare l'incontro con Hitler (l'adunata nazista, con tanto di falò di libri, ricorda per atmosfera e fotografia la cerimonia dei thugs del secondo film) o la fuga dallo Zeppelin? Deludente invece il climax nel deserto: il luogo dove si trova il Graal è forse il meno fascinoso di tutti i tre film, e le prove da superare sono quasi ridicole (su tutte quella della passerella di roccia). Anche la colonna sonora di John Williams non mi è parsa all'altezza delle precedenti. Nel finale scopriamo che Indy si chiama in realtà Henry, come il padre, e che Indiana era il nome del suo cane: un altro caso di autoreferenzialità, visto che questo era anche il nome del cane di George Lucas. Quando il film uscì, Spielberg assicurò che sarebbe stato l'ultimo della serie: a quasi vent'anni di distanza ha cambiato idea.

21 aprile 2008

Indiana Jones e il tempio maledetto (S. Spielberg, 1984)

Indiana Jones e il tempio maledetto
(Indiana Jones and the temple of doom)
di Steven Spielberg – USA 1984
con Harrison Ford, Karen Capshaw
**1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1935 (un anno prima degli eventi de "I predatori dell'arca perduta", del quale è dunque un prequel più che un sequel), l'archeologo Indiana Jones fugge in aereo da Shanghai all'India settentrionale per ritrovarsi coinvolto in una pericolosa avventura: dovrà contrastare il tentativo di alcuni fanatici adoratori della dea Kalì di ridar vita alla setta dei thugs e recuperare la pietra sacra sottratta a un villaggio, il tutto con l'aiuto di un intraprendente bambino cinese e di un'imbranata cantante americana. Se il primo film voleva essere un omaggio all'atmosfera dei B-movie d'avventura di un tempo, il secondo sembra esso stesso un B-movie. Il tono è ancora più caricaturale, fumettistico e sopra le righe (come dimenticare la cena nel palazzo del marajah?), le situazioni sono irrealistiche e improponibili, e le scene girate nel tempio sotterraneo – fra sacrifici umani e luci rossastre – quasi degne di un horror. L'inizio è sorprendente ed è forse la cosa migliore della pellicola, con Kate Capshaw che canta "Anything goes" in cinese e le inaspettate coreografie da musical che fanno da sfondo ai titoli di testa. La mini-avventura introduttiva si collega stavolta senza soluzione di continuità alla trama principale, nel quale ritroviamo un Indiana Jones (stavolta il nome del personaggio, per renderlo più memorabile al pubblico, è direttamente nel titolo) piuttosto diverso da quello del film precedente, più avventuriero e meno accademico, quasi un supereroe con tanto di sidekick (il giovane vietnamita Ke Huy Quan, rivisto l'anno dopo ne "I Goonies", del quale non si faceva alcuna menzione ne "I predatori") e in compagnia di un comprimario femminile dal carattere così diverso dalla Marion del primo film, più una spalla comica che altro. Nonostante alcuni elementi in comune fra le due pellicole (gallerie, meccanismi segreti, insetti al posto dei serpenti) e alcune autocitazioni (Indy che cerca di sfoderare la pistola di fronte a due nemici con la scimitarra, anche se il film si svolge un anno prima del precedente), a tratti sembra quasi di assistere a una delle tante imitazioni dell'originale. Ma il divertimento e l'azione non mancano e la confezione è comunque di alto livello. La sceneggiatura è forse più adatta a un Peter Jackson che a uno Spielberg, che infatti ha dichiarato di considerarlo uno dei suoi film meno riusciti. A me, comunque, non dispiace! Le pietre sacre che si illuminano quando si avvicinano mi hanno ricordato le dragonball di Toriyama, mentre i nemici che si ammazzano da soli (rimanendo impigliati fra pale o ruote che girano) cominciano a essere un po' troppi. La corsa sotterranea nei vagoni ferroviari, che sembra uscita da un'attrazione di un parco dei divertimenti, era stata prevista inizialmente nel primo film ma poi eliminata in fase di sceneggiatura.

20 aprile 2008

Icarus XB 1 (Jindrich Polák, 1963)

Icarus XB 1 (Ikarie XB 1)
di Jindrich Polák – Cecoslovacchia 1963
con Zdenek Stepánek, Radovan Lukavský
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un altro sorprendente film di fantascienza cecoslovacco, stavolta sul genere dell'esplorazione spaziale alla "Star Trek". L'Ikarie XB 1 è un'astronave con un equipaggio di quaranta persone, sia maschile sia femminile, composto più da scienziati che da militari (ci troviamo in un futuro nel quale si parla dei secoli passati come brutali e guerrafondai), in viaggio dal sistema solare verso Alpha Centauri alla ricerca di altre forme di vita. Il viaggio durerà quindici anni terrestri, ma per effetto della distorsione relativistica per l'equipaggio sarà come se fossero trascorsi solo 28 mesi. I pericoli non mancano: gli esploratori prima si imbatteranno in una vecchia astronave del ventesimo secolo, abbandonata e dotata di armi nucleari, e poi dovranno vedersela con una misteriosa Stella Nera che emette radiazioni in grado di provocare torpore e follia. Avvincente space opera di stampo heinleiniano, da un lato debitrice a "Il pianeta proibito" (c'è persino un robot simile a Robbie) e alla "Corazzata spaziale Yamato", dall'altro anticipatrice di certe cose di "2001: Odissea nello spazio" o "Solaris", in ogni caso perfettamente godibile come film a sé stante e dotato di una certa originalità stilistica. Non si respira mai aria di B-movie o di lavoro raffazzonato, anzi regia e scenografie sono di ottimo livello e il tema del viaggio verso l'ignoto si sposa con sottotrame più lievi come la descrizione della vita a bordo, con i suoi momenti di svago e di discussione, e una buona caratterizzazione dei moltissimi personaggi, nessuno dei quali assume mai al rango di vero protagonista.

19 aprile 2008

Rancho Notorious (Fritz Lang, 1952)

Rancho Notorious (id.)
di Fritz Lang – USA 1952
con Marlene Dietrich, Arthur Kennedy
***

Visto in DVD.

Alla disperata ricerca di un bandito che ha ucciso la sua promessa sposa pochi giorni prima delle nozze, un cowboy giunge in un ranch la cui proprietaria Ambra Altair, ex ballerina e cantante di saloon, offre ospitalità e un nascondiglio a rapinatori e ricercati in cambio di una percentuale del loro bottino. Forse l'omicida si nasconde fra loro?
Un western insolito e di grande atmosfera, lirico e crepuscolare, magistralmente diretto da Lang con toni barocchi e claustrofobici (cui contribuisce la bella fotografia a colori) e interpretato da una Dietrich carismatica e autoritaria come non mai, unica donna in un mondo di uomini tormentati dall'odio e dalla sete di vendetta, splendida sia in abiti sfarzosi sia in pantaloni da lavoro. Numorose le sequenze degne di nota, dalla "corsa dei cavalli" nel saloon alla giornata delle elezioni nel villaggio in cui Kennedy incontra Mel Ferrer, la "simpatica canaglia" innamorata di Ambra; dalla canzone intonata dalla donna durante la quale il protagonista scruta con odio i volti dei presenti, fino al duello finale. Il ranch della Dietrich, che in italiano si chiama Mulino d'Oro, prende il nome dal Chuck-a-Luck, una sorta di gioco d'azzardo simile alla ruota della fortuna: il titolo del film avrebbe dovuto essere proprio "The legend of Chuck-a-Luck", come quello della canzone che sin dai titoli di testa accompagna il cammino dei personaggi, ma venne cambiato in "Rancho Notorious" per volontà del produttore Howard Hughes.

17 aprile 2008

Juno (Jason Reitman, 2007)

Juno (id.)
di Jason Reitman – USA 2007
con Ellen Page, Michael Cera
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Rimasta incinta dopo la prima esperienza sessuale con un coetaneo, la sedicenne Juno decide di portare a termine la gravidanza per poi donare il bambino in adozione a una ricca coppia sterile (interpretata da Jason Bateman e Jennifer Garner), la cui vita perfetta e la cui armonia si rivelano però soltanto apparenti. Dopo "Thank you for smoking", il figlio di Ivan Reitman conferma il suo buon inizio di carriera con un altro film leggero, simpatico e un po' ruffiano, tutto incentrato come il precedente su una protagonista eccentrica (per la sua maturità) e su un tema, se non trasgressivo, comunque "delicato" ma trattato con ironia e senso della misura. Se il tentativo di alcuni media e pseudo-politici italiani di spacciarlo per un film contro l'aborto alla prova dei fatti si dimostra del tutto privo di senso (la pellicola parla infatti di tutt'altro, e il tema dell'interruzione di gravidanza è sfiorato appena in una breve scena all'inizio), si rimane invece piacevolmente colpiti dall'assenza di un certo tipo di retorica: non c'è un solo momento in cui Juno si lasci tentare dalle gioie della maternità, anzi la sua decisione è mantenuta con coerenza e convinzione fino alla fine e mai messa in dubbio. Nel complesso, un film gradevole che si iscrive perfettamente nello stile recente della commedia indipendente americana, ma senza graffiare particolarmente. La sceneggiatura, premiata con l'Oscar, è firmata da Diablo Cody, blogger ed ex spogliarellista.

16 aprile 2008

La collina degli stivali (G. Colizzi, 1969)

La collina degli stivali
di Giuseppe Colizzi – Italia 1969
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in DVD.

Un pistolero, ferito e braccato da alcuni inseguitori, si rifugia nel carrozzone di una compagnia circense i cui membri lo aiuteranno a sgominare una banda di farabutti che intende appropriarsi delle concessioni di una comunità di minatori. Un oggetto strano, questo film, sicuramente un corpo estraneo nella filmografia della coppia Spencer-Hill, la cui caratterizzazione fa un passo indietro rispetto al precedente "I quattro dell'Ave Maria". Bud addirittura non compare prima di metà film, e i primi trenta minuti sono noiosi e pesanti. Che la pellicola non intendesse procedere sulla strada aperta dai due precedenti film di Colizzi lo dimostra anche l'assenza di gag: non c'è nessuna scazzottata (tranne quella nel finale, ambientata nel saloon ed evidentemente posticcia, visto che è completamente fuori luogo rispetto al tono generale del film e alla cruenta sparatoria che avviene all'esterno) né una particolare interazione comica fra i personaggi. Da notare la presenza di Woody Strode (era, fra le altre cose, uno dei tre uomini che attendevano l'arrivo del treno nell'incipit di "C'era una volta il west" di Leone) e di Lionel Stander (nei panni del direttore del circo). Il termine "collina degli stivali", che nel film non viene mai usato, si riferiva a un cimitero per pistoleri, ossia per coloro che "morivano con gli stivali ancora addosso".

15 aprile 2008

Justice, my foot! (Johnnie To, 1992)

Justice, my foot! (Sam sei goon)
di Johnnie To – Hong Kong 1992
con Stephen Chow, Anita Mui
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Stephen Chow è un avvocato brillante ed eccentrico, dalla parlantina irrefrenabile e in grado di vincere persino le cause in cui i suoi clienti sono colpevoli, ma sua moglie (una splendida Anita Mui, che si dimostra perfettamente adatta anche ai ruoli comici) lo convince a ritirarsi dalla professione perché convinta che il suo attaccamento al denaro porti sfortuna: non a caso tutti i figli della coppia muoiono ancora in fasce. Dovrà però tornare a esercitare per difendere una donna (Carrie Ng) accusata di aver avvelenato il marito e affrontare magistrati corrotti e intrighi di ogni tipo. Anche se la trama è seria e il film è essenzialmente un courtroom drama, il tono è comico: e non poteva essere altrimenti con un protagonista come Chow, pronto a farsi beffe di tutti, fra gag tipiche della commedia cantonese – a dire il vero stavolta più verbali che fisiche e spesso quasi incomprensibili per uno spettatore occidentale – e un pizzico di arti marziali (con abbondante uso di wire work). Non mancano nemmeno assurde citazioni, come quando Chow viene creduto pazzo ed è legato come Hannibal Lecter ne "Il silenzio degli innocenti". Ma il risultato convince solo a tratti e non lo annovererei né fra le migliori commedie dell'attore né fra i migliori film del regista, nonostante all'epoca fu un grande successo che contribuì a far decollare le carriere di entrambi.

14 aprile 2008

L'albero della vita (D. Aronofsky, 2006)

L'albero della vita (The fountain)
di Darren Aronofsky – USA 2006
con Hugh Jackman, Rachel Weisz
*1/2

Visto in DVD.

Già non ero fra quelli che si erano stracciati le vesti di fronte ai precedenti lavori di Aronofsky (anche se "Requiem for a dream" non mi era dispiaciuto), figuriamoci quanto poco possa avermi entusiasmato questo confuso polpettone misticheggiante, colmo di cialtronerie new age e di deliri storici e scientifici. E pensare che il regista ha lavorato parecchi anni (la gestazione del film risale al 1999 e inizialmente avrebbe dovuto intepretarlo Brad Pitt) per partorire un simile cumulo di banalità sull'amore e la morte, mescolando la leggenda della fontana dell'eterna giovinezza con il mito biblico dell'albero della vita (per una volta il titolo italiano non è a sproposito). Ma se il film è essenzialmente palloso e decisamente presuntuoso, pieno com'è di simboli vuoti e di immagini cortocircuitanti, devo anche ammettere che presenta un certo fascino dal punto di vista dell'estetica e persino della narrazione, così ipnotica, onirica e richiusa su sé stessa, e che nei giorni successivi alla visione può lasciare un retrogusto piacevole. Persino i due interpreti si salvano: Jackman veste i panni di un improbabile ricercatore che tenta disperatamente di trovare una cura per la moglie morente, scoprendo che la corteccia di una pianta sudamericana fa ringiovanire un macaco malato di tumore: la sua storia si intreccia con quella – narrata dalla moglie in un libro – di un conquistador spagnolo inviato dalla regina Isabella nel Nuovo Mondo a cercare l'albero della vita per salvare la Spagna dall'inquisizione (!) e con quella – forse sognata, forse proveniente dal futuro – di un misterioso viaggiatore astrale che medita a gambe incrociate all'interno di una bolla di sapone (sicuramente la parte più indifendibile del film). A parte i pochi pregi, resta essenzialmente una pellicola sbagliata che si merita più pernacchie che tentativi di analisi critica.

12 aprile 2008

I predatori dell'arca perduta (S. Spielberg, 1981)

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the lost ark)
di Steven Spielberg – USA 1981
con Harrison Ford, Karen Allen
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Nel 1936 l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) si reca in Egitto alla ricerca dell'arca dell'alleanza, il leggendario reperto che ha contenuto le tavole dei dieci comandamenti e che fa gola anche ai nazisti per via dei suoi (supposti) poteri soprannaturali. Un film fondamentale nel rinnovare gli stilemi del cinema di avventura, pur guardando al passato e rifacendosi direttamente ai fumetti e alle riviste pulp degli anni trenta (non a caso la grafica del titolo sui manifesti richiama il logo di riviste quali "Amazing stories"). Tratto da una storia di George Lucas sceneggiata da Lawrence Kasdan, ha dato vita a un personaggio talmente popolare da diventare protagonista di altri due film (e un quarto è in arrivo fra pochi mesi), di una serie televisiva, di numerosi videogiochi e soprattutto di innumerevoli imitazioni e parodie non solo cinematografiche. Gli elementi che lo caratterizzano visivamente (compreso il cappello e la frusta) lo rendono probabilmente uno dei character più riconoscibili della storia del cinema. E pensare che a interpretarlo non sarebbe dovuto essere Ford, bensì Tom Selleck, che rifiutò la parte perché troppo impegnato con le riprese del telefilm "Magnum P.I.". Spielberg fonde alla perfezione avventura e azione, ritmo e humour, inseguimenti e acrobazie, il fascino del mistero soprannaturale e quello della storia, cambiando anche più registri stilistici: il professor Jones si trasforma da compassato accademico in un vero e proprio avventuriero (come dimostra subito la bella sequenza iniziale dell'idolo nella giungla), protagonista di sequenze che recuperano l'ingenuità dei bei tempi andati (la sfera di roccia che gli rotola dietro, citazione da una storia di Carl Barks), di meravigliosi momenti umoristici (il nemico con la scimitarra nel mercato al Cairo o la gruccia appendiabiti del nazista), di episodi da brivido (i serpenti nel pozzo delle anime, autentici perché all'epoca non si parlava ancora di CGI, e naturalmente l'apertura dell'arca), di tesissime scene d'azione (l'inseguimento sul camion) e di battute memorabili ("Non sono gli anni... sono i chilometri!"). Fra i comprimari, oltre alla bella Karen Allen, sono da segnalare John "Gimli" Rhys-Davies, Denholm Elliott e un debuttante Alfred Molina ("Adios, imbecille!"). Degna di menzione anche la colonna sonora di John Williams e indimenticabile tanto l'incipit, con il vecchio logo della Paramount che si trasforma in un'autentica montagna (giochino che sarà ripetuto nei capitoli successivi), quanto il finale, con l'immenso magazzino di scatoloni (un omaggio a "Quarto potere"). Nei piani iniziali avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a basso budget, praticamente un B-movie, ma naturalmente Lucas e Spielberg si fecero prendere la mano. Il film è stato poi rieditato con il titolo "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta", per coerenza con i capitoli successivi. Il nome Indiana era quello del cane di George Lucas, mentre il cognome Jones sarebbe stato scelto il giorno stesso dell'inizio delle riprese: in origine il personaggio avrebbe dovuto chiamarsi Indiana Smith. Una curiosità personale: ricordo ancora la campagna di lancio del film (avevo undici anni), con il claim "Il ritorno della grande avventura" sui manifesti che mi aveva fatto erroneamente pensare che si trattasse di un seguito del film "La grande avventura" di Stewart Raffill.

11 aprile 2008

I quattro dell'Ave Maria (G. Colizzi, 1968)

I quattro dell'Ave Maria
di Giuseppe Colizzi – Italia 1968
con Terence Hill, Bud Spencer
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo l'ottimo riscontro del film precedente, "Dio perdona... io no!", Colizzi prova subito a riproporre la stessa coppia di protagonisti che, stando agli screen test, quando comparivano insieme sullo schermo suscitavano l'entusiasmo del pubblico. Grazie al finanziamento di alcuni produttori americani, stavolta il regista può permettersi un budget decisamente più elevato e l'ingaggio di un attore di richiamo come Eli Wallach, già coprotagonista de "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Nei titoli e nella locandina i nomi di Hill e di Wallach sono davanti a tutti gli altri, ma a tratti il mattatore è proprio Bud Spencer, la cui alchimia con il compagno comincia a decollare anche se le dinamiche fra i due sono ancora limitate. La pellicola è dichiaratamente un sequel della precedente (all'inizio vediamo Bud e Terence restituire il denaro rubato da Bill Santantonio e "riscuotere" la ricompensa), ma il tono è meno violento – pur se sparatorie e morti continuano a non mancare – e più ironico e scanzonato, anche per la presenza di Wallach nei panni di Cacopulos, pulcioso e inaffidabile bandito di origine greca, inizialmente rivale dei due amici e poi loro alleato in cerca di vendetta nei confronti di chi l'aveva tradito anni prima. Ai tre protagonisti si affianca, non si capisce bene perché, un pistolero e acrobata di colore (Brock Peters): insieme, i quattro sconfiggeranno i cattivi in un duello "all'ora dell'Ave Maria". Anche se l'ambientazione è ancora quella di un tipico western all'italiana, si intravedono squarci del "genere universale" del tutto particolare dei futuri film di Spencer e Hill: c'è persino la prima scazzottata in due contro molti. La trama presenta qualche lungaggine di troppo, è tutt'altro che compatta e procede per spunti ed episodi quasi slegati l'uno dall'altro (l'introduzione dei personaggi, la prima vendetta in Messico, lo scontro nella casa da gioco con la roulette truccata). Guardandolo, mi sono trovato a apprezzare e a rimpiangere il bel doppiaggio di quei tempi (indimenticabile la voce mellifua di Wallach: "e io miagolavo...") e un periodo in cui persino gli attori italiani accettavano di far sostituire la propria voce per risultare più adeguati (prendi esempio, Bellucci!).

10 aprile 2008

Dio perdona... io no! (G. Colizzi, 1967)

Dio perdona... io no!
di Giuseppe Colizzi – Italia 1967
con Terence Hill, Bud Spencer
**

Rivisto in DVD.

Dopo aver scoperto che il responsabile di una sanguinosa rapina al treno è un vecchio amico della cui morte – soltanto inscenata – si credeva responsabile, un avventuriero parte alla sua ricerca per vendicarsi e per sottrargli il bottino. Lo aiuterà un altro compare che ora lavora per la compagnia che ha assicurato il treno. Girato in Almeria quando il western all'italiana – dopo gli exploit di Leone – sembrava in fase calante, è il film che ha contribuito a rivitalizzare il genere ma soprattutto quello che ha dato vita alla coppia Bud Spencer-Terence Hill, peraltro nata in modo piuttosto casuale: Carlo Pedersoli, ex olimpionico di nuoto, venne scelto per debuttare sullo schermo soltanto in funzione della sua stazza, ma dimostrò buone doti recitative e soprattutto un eccellente physique du rôle; Mario Girotti sostituì a riprese già iniziate il protagonista ingaggiato in origine, Peter Martell, che si era infortunato al piede durante una lite con la fidanzata (!). Anche i loro nomi d'arte nascono con questa pellicola, su richiesta dei produttori che volevano vendere il film all'estero, e sembravano destinati a non essere riproposti in futuro. I due attori, a dire il vero, non costituiscono ancora una vera e propria coppia: compaiono raramente insieme sullo schermo (ma quando lo fanno mettono già in mostra un buon affiatamento) e sono soltanto due delle tre pedine sulle quali si regge una trama non memorabile, eppure sono già uniti dal consueto rapporto di amicizia/rivalità, incarnano ruoli ben delineati e offrono persino la loro prima scazzottata all'interno di un film che per il resto è ricco di morti violente (basti pensare che si apre con l'immagine di un treno pieno di cadaveri) e sicuramente meno ironico e scanzonato dei successivi. La pellicola doveva inizialmente intitolarsi "Il cane, il gatto e la volpe", ma il titolo venne cambiato all'ultimo momento, dando origine alla moda dei rimandi religiosi nei nomi degli spaghetti western (cui non si sottrassero Spencer e Hill con il successivo "I quattro dell'Ave Maria" e naturalmente con i due "Trinità"). Durante il film, infatti, la battuta del titolo non viene mai pronunciata né – a parte la musica, con un coro sulle parole del "Dies irae", e il nome del cattivo, Bill Santantonio – ci sono riferimenti di qualsivoglia tipo alla religione.

Doppio gioco (Robert Siodmak, 1949)

Doppio gioco (Criss cross)
di Robert Siodmak – USA 1949
con Burt Lancaster, Yvonne De Carlo
**

Visto in DVD.

Un uomo torna in città dopo una lunga assenza e cerca di riallacciare i rapporti con l'ex moglie, che nel frattempo si è sposata con un gangster (Dan Duryea). Per amor suo accetta di entrare nella banda e di partecipare come complice a una rapina al furgone portavalori di cui è l'autista, ma all'ultimo momento ci ripenserà e cercherà di fare il doppio gioco: troppo tardi. Sinceramente speravo che questo film mi piacesse di più, visto che gli altri noir di Siodmak li avevo graditi parecchio (soprattutto "La scala a chiocciola" e "I gangster"). Più che sull'azione e la suspense, la pellicola si concentra sulla costruzione psicologica del personaggio di Lancaster, un uomo disposto a perdersi completamente per amore e a rinunciare a ogni cosa, compresa la propria onestà, per una donna che sembra sfuggirgli e della quale si faticano a comprendere sentimenti e motivazioni. Non si tratta di una classica dark lady calcolatrice, infatti, ma di una semplice opportunista. Tutta la prima parte della vicenda viene raccontata in un lungo flashback, e la regia ha alcuni buoni momenti (l'incontro alla stazione, per esempio, permeato dal caso e dal destino), anche se le atmosfere non sono sempre memorabili e i colpi di scena sono poco efficaci. Il doppiaggio dell'epoca appioppa in maniera ridicola nomi italiani a tutti i personaggi.

9 aprile 2008

Frank Costello faccia d'angelo (J.P. Melville, 1967)

Frank Costello faccia d'angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1967
con Alain Delon, François Périer
***1/2

Rivisto in DVD.

Rarefatto e sospeso, quasi muto e quasi in bianco e nero (la fotografia è a colori, sì, ma i toni di grigio e di beige predominano e l'atmosfera da noir pervade ogni ambiente e ogni personaggio), è l'indimenticabile ritratto di un killer solitario e metodico, che va incontro al proprio destino senza mostrare disperazione né accettare compromessi. Alain Delon, con la sua espressione immutabile e gli occhi di ghiaccio, è perfetto nel tratteggiare un personaggio freddo e silenzioso, che vive in un appartamento spoglio e ha come unico compagno un uccellino in gabbia, e che dopo aver commesso un omicidio in un locale notturno fugge inspiegabilmente senza eliminare la giovane pianista di colore che lo ha visto in volto. Nonostante tutto il suo alibi regge, meticolosamente costruito con l'aiuto della bella Jane (interpretata dalla moglie Nathalie Delon), ma la polizia continua a indagare su di lui e anche i suoi mandanti decidono di eliminarlo. La versione italiana modifica il titolo del film (nonché il nome del protagonista, che in originale si chiamava Jeff e non Frank), aggiunge una musica bossanova sopra il silenzio e il cinguettio dell'uccellino, ed elimina anche il cartello introduttivo nel quale Melville aveva voluto inserire una finta citazione del Bushido ("Non vi è solitudine più profonda di quella del samurai, se non quella di una tigre nella giungla, forse...), cancellando così del tutto il riferimento ai guerrieri giapponesi e alla loro aderenza a un codice di regole e di doveri che tanto ricorda, appunto, i protagonisti di molte pellicole orientali, il Kitano di "Sonatine" e "Hana-bi" in primis. Sono innumerevoli comunque i film e gli autori che hanno tratto ispirazione dalla pellicola: persino alcuni insospettabili, tanto il loro stile è diverso da quello di Melville, come John Woo (la trama di "The killer" gli assomiglia molto) e la coppia Bud Spencer/Terence Hill (ricordate il sicario Paganini in "Altrimenti ci arrabbiamo"?), oltre a naturalmente a Jim Jarmusch, che nel suo "Ghost dog" recupera il parallelo fra il codice del killer e quello dei samurai.

8 aprile 2008

Una notte al museo (S. Levy, 2006)

Una notte al museo (Night at the museum)
di Shawn Levy – USA 2006
con Ben Stiller, Robin Williams
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Nel museo dove Ben Stiller è appena stato assunto come guardiano notturno, di notte la storia prende vita: a causa di un'antica maledizione egiziana, infatti, gli scheletri di dinosauro, gli animali impagliati, le statue di cera e i soldatini dei diorama si animano e se ne vanno in giro per le stanze e per i corridoi. L'idea è carina, ma la sceneggiatura non riesce a sfruttarla a dovere e tutte le sorprese vengono bruciate nei primi trenta minuti: dopo ci sono solo capitomboli, inseguimenti e situazioni prevedibili (per l'ennesima volta un padre divorziato che deve riconquistare la fiducia del figlio!) che rendono il film decisamente più infantile rispetto alla media di Stiller. Non a caso producono Chris Columbus e Stephen Sommers (quello de "La mummia"). In mano a un regista come Joe Dante forse ne sarebbe potuto uscire qualcosa di più interessante, ma chi si accontenta di poco si divertirà comunque: agli altri consiglio una diversa pellicola ambientata in un museo: "Arca russa" di Sokurov! La presenza di Robin Williams, che interpreta la statua del presidente Theodore Roosevelt, evoca "Jumanji". Da sottolineare comunque la partecipazione degli anziani Dick van Dyke e Mickey Rooney (oltre al meno noto Bill Cobbs) nei panni dei precedenti guardiani notturni. Naturalmente è già in programma un sequel.

7 aprile 2008

2022: i sopravvissuti (R. Fleischer, 1973)

2022: i sopravvissuti (Soylent green)
di Richard Fleischer – USA 1973
con Charlton Heston, Edward G. Robinson
***1/2

Rivisto in VHS.

Periodo di lutti, questo: è scomparso anche Charlton Heston, che voglio ricordare attraverso una delle sue interpretazioni più memorabili in uno dei miei film di fantascienza preferiti. Tratto da un romanzo di Harry Harrison noto in Italia con il titolo "Largo! Largo!", la pellicola offre il disperato ritratto di una società futura in cui la sovrappopolazione ha distrutto tutte le risorse disponibili, inquinato irrimediabilmente il mondo e sterminato la vita animale e vegetale, anche con il contribuito di un riscaldamento globale che ha annullato le stagioni dando vita a un'estate torrida che dura tutto l'anno. Il film è ambientato in una New York con 40 milioni di abitanti (che all'epoca sembravano tantissimi... e dire che oggi ci sono megalopoli, soprattutto in Asia, le cui aree metropolitane si stanno avvicinando a grandi passi a quella cifra!), dove l'aria è inquinatissima (Fleischer applica un filtro verde all'obiettivo), l'energia e il cibo sono razionati e non si produce più nemmeno cultura: i libri non vengono più stampati e le conoscenze sono affidate a biblioteche umane, i cosiddetti "uomini-libro"; di cinema e televisione non c'è traccia, mentre solo i più ricchi possono permettersi svaghi come vetusti videogiochi (che forse nei primi anni settanta non sembravano così vetusti!); soltanto a chi sceglie una nobile forma di eutanasia è permesso di godersi gli ultimi istanti della propria vita con un filmato che mostra le meraviglie ormai scomparse che il pianeta offriva un tempo ai suoi abitanti. Gli uomini si nutrono essenzialmente di soylent, un concentrato di alghe e plancton ad alto potere nutritivo, e l'azienda che lo produce e distribuisce governa praticamente il mondo. Heston, nei panni dell'agente di polizia Thorn, indaga sul misterioso omicidio di un potente politico (il film è strutturato quasi come un giallo), scoprendo poco a poco una terribile verità. Il grande Edward G. Robinson, al suo ultimo film, interpreta Sol Roth, "uomo-libro" di fiducia di Thorn e protagonista della scena più toccante del film, quella in cui si "reca al tempio". Leigh Taylor-Young è invece la giovane ragazza "in dotazione" all'appartamento in cui viveva l'uomo assassinato, della quale Thorn si innamora. L'uso di tutti questi eufemismi ("andare al tempio", in originale "going home", per l'eutanasia; "ragazza in dotazione" per la prostituzione, e così via) contribuisce alla descrizione di una società distopica non poi così diversa dalla nostra: e proprio la paura che il tragico mondo descritto dal film possa in fondo un giorno avverarsi rende la pellicola così avvincente. Bello l'incipit, con fotografie che seguono il percorso dell'umanità, dei consumi e dell'urbanizzazione dalla fine dell'800 fino ai giorni nostri, e grandioso il finale.

6 aprile 2008

Meltdown (Wong Jing, 1995)

Meltdown – La catastrofe (Shu dan long wei, aka High Risk)
di Wong Jing – Hong Kong 1995
con Jet Li, Jacky Cheung
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Ho un po' di nostalgia per quel periodo felice del cinema di Hong Kong in cui si realizzavano pellicole come questa, che spaziavano senza vergogna dall'azione pura e frenetica in stile "Die hard" (indirettamente citato), coreografata dal grande Yuen Kwai, alla comicità stupida e volgarotta che costituisce il marchio di fabbrica di Wong Jing. A dire la verità, quando l'avevo visto per la prima volta, su un video-cd di importazione e in lingua originale, mi era piaciuto di più. Stavolta, in italiano e con la brutta musica rap che ci hanno aggiunto gli americani, mi è sembrato meno divertente, ma resta comunque uno spettacolone ingenuo ed efficace. Jet Li interpreta un ex soldato dei servizi speciali che, dopo aver perso la moglie in un attentato terroristico, si ricicla come guardia del corpo e deve affrontare una banda di criminali che ha sequestrato un intero grattacielo. Gli ruba però spesso la scena Jacky Cheung, il cui personaggio di attore di arti marziali è una parodia di Bruce Lee (i nunchaku e la tutina gialla) ma soprattutto una feroce satira di Jackie Chan (il divo che non utilizza stuntmen), per il quale era stata scritta originariamente la parte e che avrebbe litigato con il regista sul set di "City Hunter": peccato, sarebbe stata la prima apparizione di Jackie e Jet fianco a fianco sullo schermo! Degno di nota il cast femminile: si va dalla procace Chingmy Yau, compagna e musa del regista (che veste i panni di una improbabile giornalista), alla timida Charlie Yeung, fino alla bella e cattiva Valerie Chow. Stranamente per Li ci sono poche arti marziali ma molte scene con automobili (nell'ascensore!), elicotteri e pistole.

Pasolini, un delitto italiano (M. T. Giordana, 1995)

Pasolini, un delitto italiano
di Marco Tullio Giordana – Italia 1995
con Carlo De Filippi, Giulio Scarpati
**

Visto in DVD.

Il 2 novembre 1975 veniva ritrovato sul lungomare di Ostia il cadavere di Pier Paolo Pasolini, ucciso dal giovane Pino Pelosi. Da quella notte prende il via questo film di Giordana, che ricostruisce (con l'aiuto anche di filmati d'epoca) le fasi successive dell'indagine fino al processo di primo grado presso il tribunale minorile, ed è essenzialmente un film giudiziario o un legal thriller. I protagonisti, l'avvocato di famiglia e un coriaceo ispettore, sono convinti che Pelosi non abbia agito da solo e che dietro l'omicidio possano nascondersi frange dell'estrema destra romana o addirittura nomi potenti della politica (Pasolini nei suoi ultimi anni aveva pesantemente attaccato l'establishment, proponendo provocatoriamente addirittura di processare la Democrazia Cristiana). Ma le autorità insabbieranno l'indagine. Pur interessante per l'argomento che tratta, Il film non coinvolge particolarmente, indeciso com'è fra il documentario e la fiction (con volti come Claudio Amendola e Nicoletta Braschi in parti minori), e soprattutto non rende alcuna giustizia all'arte di PPP, che rimane un "oggetto" misterioso ed estraneo. Buona invece la descrizione della Roma dell'epoca, con l'odio diffuso verso i gay e la "degradazione antropologica" che Pasolini stesso lamentava. Il finale, nel quale lo scatolone con i materiali dell'indagine viene portato nei meandri dell'immenso archivio del tribunale, ricorda quello de "I predatori dell'arca perduta" di Spielberg.

5 aprile 2008

Pandora (Albert Lewin, 1951)

Pandora (Pandora and the Flying Dutchman)
di Albert Lewin – USA 1951
con Ava Gardner, James Mason
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Mi piace andare a recuperare vecchi film hollywoodiani quasi dimenticati. Questa è una pellicola insolita e tragica, barocca e surreale, romantica ma senza molti termini di paragone (soprattutto per l'epoca), che gioca con i miti, le leggende e con il concetto di amour fou, ben rappresentato dalla frase che i protagonisti ripetono per tutto il film: "la misura di un amore dipende da quello cui si è disposti a rinunciare per esso". In un'esotica cittadina costiera della Spagna, la bellissima americana Pandora Reynolds attira le attenzioni di quasi tutti gli uomini della ristretta comunità che frequenta. Indifferente a tutti ma contesa in particolare da un pilota automobilistico e da un altezzoso torero, Pandora si innamora dell'enigmatico navigatore Hendrik van der Zee, ignorando che si tratta del leggendario Olandese Volante, immortale da oltre tre secoli e condannato a espiare le proprie colpe vagando in eterno per i mari fino a quando non troverà una donna disposta a morire per lui. Naturalmente, essendosi invaghito a sua volta di Pandora (reincarnazione della sua fiamma precedente?), l'Olandese vorrebbe allontanarla da sé per non costringerla a sacrificarsi, preferendo rinunciare così alla propria redenzione: ma il destino non potrà che spingerli di nuovo insieme. Le scenografie, condite da reperti archeologici di ogni tipo (alcune scene, come quella del ballo notturno fra statue e colonne, ricordano i dipinti di De Chirico), sono suggestive e coloratissime. Notevole anche il racconto delle origini dell'Olandese, narrato in un flashback nel flashback.

4 aprile 2008

Le ultime 36 ore (G. Seaton, 1965)

Le ultime 36 ore (36 Hours)
di George Seaton – USA 1965
con James Garner, Eva Marie Saint, Rod Taylor
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Brillante thriller bellico-spionistico, tratto da un racconto di Roald Dahl e basato su un'idea semplice e originale: nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia, i tedeschi rapiscono un maggiore americano, uno dei pochi a conoscere tutti i dettagli dell'invasione (e in particolare il luogo in cui avverrà), e lo trasportano, privo di sensi, in un finto ospedale statunitense ricostruito nel cuore della Germania. Qui gli fanno credere di trovarsi già nel 1950, che la guerra è finita da tempo, naturalmente con la vittoria americana, e che lui – "invecchiato" ad arte – soffre di amnesia. Fra giornali finti, trasmissioni radiofoniche artefatte e una miriade di attori che recitano per ingannarlo (proprio come in "The Truman Show"), il protagonista cade facilmente nell'inganno e, confidandosi con un affabile medico (nato negli Stati Uniti ma trasferitosi in Germania a sedici anni) e con una graziosa infermiera (proveniente da un campo di concentramento, forse il personaggio più debole della pellicola), si lascia così sfuggire il prezioso segreto. "Datemi un americano qualsiasi e in 36 ore ne farò un traditore", recitava la frase di lancio del film, che forse sarebbe stato più accattivante se il gioco non fosse stato svelato subito allo spettatore. La parte finale, dopo la fuga, è infatti forse un po' troppo lunga e meno interessante di quella ambientata nel falso ospedale di campo. La versione che ho visto era ricolorata.

3 aprile 2008

Un bacio romantico (Wong Kar-wai, 2007)

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/USA 20007
con Norah Jones, Jude Law
**

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film di Wong Kar-wai in lingua inglese, nonostante il regista mantenga il proprio stile, i temi e le ambientazioni preferite, mi ha un po' deluso. Non solo non sembra offrire molto di nuovo rispetto ad alcune pellicole precedenti (a tratti sembra quasi una versione made in USA di opere come "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"), ma è anche meno efficace nel mettere in scena i soliti personaggi in cerca d'amore o di consolazione e le loro piccole manie, le abitudini, i sogni e i desideri. La protagonista, la cantante Norah Jones (al suo esordio sullo schermo), reduce da una delusione d'amore, trova conforto nell'amicizia con il barista Jude Law, nel cui locale si reca ogni sera all'ora di chiusura per scambiare qualche chiacchiera e divorare la torta al mirtillo che – immancabilmente – nessun cliente ha ordinato durante la giornata. Partirà poi per un anno di vagabondaggi da una costa all'altra degli Stati Uniti, lavorando come cameriera in diner e locali notturni e incrociando i destini di altri personaggi più o meno tormentati: un poliziotto alcolizzato (David Strathairn) abbandonato dalla moglie (Rachel Weisz) e una giovane giocatrice di poker (Natalie Portman) che non si fida delle altre persone. Alla fine la ragazza non potrà che tornare al punto di partenza, al locale newyorkese di Jude Law, dove i due si scambieranno il bacio che i distributori italiani hanno voluto proditoriamente mettere nel titolo della pellicola. Senza il fidato Christopher Doyle alla fotografia (ma Darius Khondji è altrettanto colorato, anche se più iperrealista), e affidandosi a una ricca colonna sonora rhythm'n'blues (a fianco di pezzi classici e di brani inediti di Ry Cooder e della stessa Jones c'è persino un rifacimento del tema di "In the mood for love"), Wong traspone le sue storie in un ambiente americano che sembra disposto ad accoglierle bene: peccato che i personaggi siano poco interessanti e che quello più promettente, ossia Jude Law, funga soltanto da cornice a tutta la vicenda. L'inizio del film, nel suo bar, è infatti la parte migliore di una pellicola che poi si perde in un viaggio a vuoto.