31 marzo 2014

Il dottor Jekyll (Rouben Mamoulian, 1931)

Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Fredric March, Miriam Hopkins
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Brillante scienziato e medico filantropo, propugnatore di idee audaci sulla possibilità di "separare" le due nature dell'uomo (quella virtuosa e razionale da quella istintiva e animalesca), il dottor Jekyll è impaziente di convolare a nozze con la fidanzata Muriel. Ma il padre di lei, il rigido generale Carew (Halliwell Hobbes), intende farlo aspettare ancora a lungo. E allora, per dare libero sfogo ai propri impulsi, Jekyll si trasforma nello scimmiesco Mr. Hyde. La prima versione sonora del classico racconto di Robert Louis Stevenson (i precedenti adattamenti cinematografici erano tutti muti) è probabilmente la migliore di sempre: merito dell'intensità interpretativa di Fredric March nel duplice ruolo dello scienziato e del suo alter ego (che gli valse l'Oscar come miglior attore); della scoppiettante sceneggiatura che a tratti, soprattutto nella prima parte, non ha nulla da invidiare alle commedie sofisticate dell'epoca; della maestria registica di Mamoulian, che si concede tocchi di gran classe (come i primi cinque minuti, interamente in soggettiva), eleganti movimenti di camera e astuzie di montaggio (con un utilizzo moderato, ma comunque sempre a scopi narrativi, di sovrimpressioni e split screen), per non parlare degli effetti visivi (eccezionali le scene delle trasformazioni, che avvengono in tempo reale davanti ai nostri occhi); ma soprattutto dell'ardito taglio psicologico che vira l'intera vicenda in chiave sessuale, trasformando la dicotomia fra Jekyll e Hyde da una banale lotta fra bene e male nel contrasto fra il desiderio di resistere ai propri impulsi primari e la necessità di soddisfarli. Realizzato prima dell'entrata in vigore del codice Hays (che già pochi anni dopo avrebbe impedito una lettura tanto esplicita), il film esprime questo dualismo attraverso il rapporto di Jekyll con i due personaggi femminili: Muriel, la fidanzata casta e fedele (Rose Hobart), che per volere suo o del padre non può concedersi al fidanzato prima delle nozze, e la provocante prostituta Ivy (Miriam Hopkins, dalla dirompente sensualità, in particolare nella scena dello spogliarello con la gamba nuda che ciondola fuori dal letto), "contraltare peccaminoso" della prima (e in questo modo si introduce il tema del doppio pure nel campo femminile!) ma anche principale vittima del selvaggio Hyde. Costretto a ignorare o a reprimere i propri istinti da una società ipocrita e vittoriana (impersonata dal padre di Muriel), Jekyll è quasi costretto dalle circostanze a lasciar sfogare l'Hyde dentro di sé (che, al suo primo apparire, esclama infatti "Libero, finalmente!"): metaforicamente esemplare, al riguardo, l'immagine della pentola sul fuoco, con la pressione che a un certo punto fa saltare il coperchio. E a questo approccio si deve anche la rappresentazione "scimmiesca" di Hyde, le cui fattezze manifestano il lato animalesco dell'uomo, quello maggiormente "legato alla terra". Non a caso la prima trasformazione spontanea di Jekyll, ovvero senza l'utilizzo della pozione, avviene in un contesto naturale, nel parco cittadino, dopo aver assistito all'agguato di gatto ai danni di un uccellino. La sensazione di libertà di cui Hyde è propugnatore viene amplificata dalla scena in cui questi si bagna sotto la pioggia, bevendola avidamente ("Cosa succede a un uomo assetato se gli tolgono l'acqua?", si era chiesto Jekyll poco prima). Strepitoso successo di pubblico all'epoca, la pellicola è anche passata alla storia per essere stato il primo film vietato in Germania dopo l'avvento di Hitler.

30 marzo 2014

Pinkus l'emporio della scarpa (E. Lubitsch, 1916)

Pinkus l'emporio della scarpa (Schuhpalast Pinkus)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Else Kentner
**

Visto su YouTube.

Espulso da scuola per aver copiato durante un esame, il discolo Sally Pinkus trova lavoro come commesso in un negozio di scarpe, ma anche lì resiste ben poco. Su suggerimento di una cliente, però, decide di mettersi in proprio e di aprire un emporio personale: e grazie a trovate pubblicitarie particolarmente aggressive e ingegnose (come l'idea di organizzare una sfilata di modelle nel negozio per presentare scarpe e stivaletti), raggiungerà il successo. Uno dei primi lungometraggi (forse addirittura il primo, dopo diversi corti?) di Lubitsch, che qui è ancora anche l'inteprete principale delle sue pellicole, introduce un personaggio comico che il regista riprenderà anche in seguito, ribattezzandolo Sally Meyer (a partire dal film "Meyer il berlinese") e trasformandolo nella caricatura un po' stereotipata dell'ebreo pigro, imbroglione e donnaiolo. Se nella prima parte (quella ambientata a scuola e dai toni slapstick) il personaggio è una sorta di Pierino ante litteram che fa scherzi ai professori, fa dannare i genitori e corre dietro alle ragazze, nella seconda (decisamente più interessante) la pellicola vira sulla satira sociale e su quella del mondo del lavoro. Stilisticamente, anche se siamo ancora lontani dalle vette successive, sono da apprezzare la cura e la varietà delle inquadrature, dinamiche e cinematografiche. Alla sceneggiatura c'è Hanns Kräly (anche nel ruolo dell'insegnante), che con Lubitsch collaborerà per ben 30 film fino al 1929. Alcuni spunti, come le dinamiche nel negozio di scarpe, sembrano prefigurare, sia pure molto alla lontana, "The shop around the corner" (ossia "Scrivimi fermo posta"). Nel cast si riconosce Ossi Oswalda nei panni della commessa del primo negozio in cui Pinkus lavora.

22 marzo 2014

Otto anni

Come passa il tempo... Oggi "Tomobiki Märchenland" compie otto anni (è stato inaugurato infatti il 22 marzo 2006) e li festeggia con le consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi ho scritto di 196 film, un dato in risalita dopo i 162 dell'anno precedente (e i 179 dei dodici mesi ancora prima), anche se lontano dai primi anni, quando superare abbondantemente i 200 titoli era la norma. Di questi, 153 sono il frutto di prime visioni, mentre le pellicole riviste sono state 43. I film che ho visto al cinema sono stati 63 (di cui 33 all'interno delle rassegne di Cannes e Venezia), quelli a casa 133. Il regista più rappresentato (con 6 film) è stato Alfred Hitchcock, di cui sto "affrontando" la filmografia completa in ordine cronologico (anche se procedo lentamente, visto che mi trovo ancora "impantanato" nel periodo inglese), seguito da François Ozon con 3. Nel prossimo anno, fra le altre cose, mi riprometto di riprendere e magari di completare le filmografie di Kurosawa, Ozu e Mizoguchi (soprattutto dei primi due, visto che il più è fatto). Nel frattempo, per celebrare, mi prendo una settimana di pausa. Ci ritroviamo a fine mese! ^^

20 marzo 2014

Lei (Spike Jonze, 2013)

Lei (Her)
di Spike Jonze – USA 2013
con Joaquin Phoenix, Amy Adams
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un futuro prossimo vengono sviluppati nuovi sistemi operativi per computer (OS) talmente sofisticati da adattarsi all'utente, provare emozioni ed evolversi, utilizzando l'intuito e imparando dalle esperienze. E il solitario, introverso ma sensibile Theodore, scrittore reduce da un matrimonio fallito e che fa fatica a intraprendere una nuova relazione, finisce con l'innamorarsi di "Samantha", il suo OS personale. Dal regista di "Essere John Malkovich" (qui anche sceneggiatore), un'insolita storia d'amore fra un uomo e un'intelligenza artificiale. L'idea non è nuova (già nel 1984 c'era stato "Electric Dreams", triangolo amoroso fra un ragazzo, una ragazza e un computer... ma se vogliamo si può risalire fino al mito di Pigmalione: in fondo è Theodore stesso che "forgia" Samantha, a cominciare dalla scelta di darle una voce e una personalità femminile), ma Jonze riesce a trattarla con la giusta delicatezza e introspezione. Da un lato si concentra solo sul rapporto fra i due protagonisti, sviluppando il bizzarro punto di partenza senza perdersi in inutili rivoli (e senza ricorrere al cinismo o alla satira, come sarebbe stato anche comprensibile visto l'argomento, bensì mantenendosi su toni inaspettatamente dolci e teneri), e dall'altra fa riflettere sulle possibili (e credibili) evoluzioni dei rapporti sociali nell'era dell'informatica pervasiva, dei social network e dell'ossessione per la tecnologia (cosa c'è in fondo di così diverso dalle varie chat room, dai siti di incontri o dalle relazioni a distanza tramite Skype? La tecnologia può aiutare a combattere la solitudine?). Non mancano i paradossi che sorgono dalla dicotomia fra reale e virtuale (che si rispecchia anche nel lavoro di Theodore, il quale di professione scrive intime ed appassionate lettere per conto terzi, piene di quei sentimenti e di quella sensibilità che invece fatica ad esprimere nella vita reale). Quello fra Theodore e Samantha è un rapporto fra due menti e un corpo solo, con tutti i limiti che questo comporta. A tratti si cerca di porvi rimedio, come nella sequenza in cui viene coinvolta un'altra ragazza, che però non risolve il problema: si passa a tre menti e due corpi, c'è sempre qualcosa di troppo! (Strano, però, che non si sia pensato a mettere in commercio bambole gonfiabili, robot o animatroni in cui "inserire" l'OS).

Nonostante il loro amore e l'apparente comunanza di spiriti, gli ostacoli alla relazione fra Theodore e Samantha sono tanti: il sospetto che la personalità e le emozioni dell'OS non siano spontanee ma soltanto il frutto della sua programmazione; o che i sentimenti di Theodore per lei siano una "scorciatoia" di comodo (l'ex moglie gli rinfaccia di non saper gestire una relazione con una persona vera); per non parlare delle complicazioni che sorgono quando Theodore si rende conto che le capacità dell'OS di lavorare in multitasking gli permettono di "interfacciarsi" nello stesso istante con numerosi altri utenti (il mondo è troppo limitato per una creatura capace di amore infinito!). Eppure il furbo Jonze lascia che la narrazione fluisca in maniera quieta e naturale ("mimando" i vari step di una vera relazione romantica, comprese le piccole crisi, i dubbi e le incomprensioni), senza appesantire la storia con riflessioni filosofiche che, pur presenti, rimangono sottotraccia: e questo aiuta il film a risultare meno cervellotico e più accessibile rispetto ai lavori passati del regista, il che forse ha contribuito in parte a fargli vincere il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. A livello tecnico, buona la cura con cui si è descritto il mondo prossimo futuro, a partire dagli abiti, dagli arredamenti e dalle architetture, per finire con le interfacce grafiche dei computer (e vogliamo parlare dei videogiochi?). Nella versione originale la voce di Samantha è di Scarlett Johansson, che per questo ruolo ha vinto il premio come miglior attrice al Festival di Roma pur non apparendo mai di persona: un caso simile, ma speculare, a quello del film "Locke", dove invece un solo attore ci "mette la faccia" e tutti gli altri personaggi recitano solo con la voce. In italiano Samantha è doppiata da Micaela Ramazzotti. Bravo e intenso come sempre il qui baffuto Joaquin Phoenix, mentre nel resto del cast figurano Amy Adams, Rooney Mara e Olivia Wilde. Il regista stesso dà invece la voce al buffo e dispettoso personaggio del videogioco.

19 marzo 2014

Half a loaf of kung fu (Chen Chi-Hwa, 1980)

Half a loaf of kung ku (Dian zhi gong fu gan chian chan)
di Chen Chi-Hwa – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Dean Shek
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yang Tao (Jackie), giovane inetto che aspira a diventare un campione di arti marziali, viene addestrato da un misterioso mendicante e si lascia coinvolgere nella lotta fra numerosi clan di banditi che vorrebbero impadronirsi di un prezioso tesoro in viaggio verso la capitale. Alla terza collaborazione con il regista Chen Chi-Hwa, Jackie (il cui nome, nei titoli di testa, è ancora scritto con la grafia Jacky Chan) ottiene il totale controllo creativo e lascia che la propria improvvisazione prenda il sopravvento sulla rigidità dei gongfupian classici, seminando a piene mani situazioni demenziali, combattimenti clowneschi e rivisitazioni parodistiche dei luoghi comuni del genere (sin dall'incipit in cui sogna di essere nei panni di celebri eroi dei film di arti marziali – come Zatoichi, lo spadaccino cieco – rimediando però sonore batoste). Il risultato è un film di kung fu dichiaratamente comico ("più vicino a Charlie Chaplin che a Bruce Lee", è stato detto), ingenuo, raffazzonato e incoerente, ma forse non meno importante di "Drunken Master" o di "Fearless Hyena" nel definire l'approccio "leggero" e innovativo di Jackie al genere delle arti marziali. Pare che fosse talmente inviso al produttore Lo Wei che questi scelse di non distribuire la pellicola – girata nel 1977 – se non tre anni più tardi, quando ormai la fama di Jackie era "esplosa" con i lavori successivi. Nella prima parte abbondano le gag, amplificate (ancor più che nei precedenti film girati con Chen) dal ricorso a effetti sonori comici e persino da spezzoni di celebri soundtrack occidentali (compreso il tema di "Braccio di ferro" e quello di "Jesus Christ Superstar"!). Nella seconda, man mano che l'addestramento del protagonista gli permette di tenere testa ai rivali, la trama prende invece il sopravvento, anche se l'elemento buffonesco non viene mai abbandonato del tutto, grazie anche a comprimari come Dean Shek, lo studente scoreggione che insegna al nostro eroe le tecniche più insolite ed inutili. Tipici delle produzioni di Lo Wei sono il numero impressionante di personaggi, più o meno bizzarri, che vanno e vengono e di cui si fatica a tenere il conto, nonché la sceneggiatura contorta e confusa. Lo scontro finale si svolge su un campo di battaglia disseminato di foglietti grazie ai quali Jackie legge e impara nuove mosse sul momento. Nel cast, fra i cattivi, si riconoscono James Tien e Kang Chin (Kam Kong); fra le donzelle, Doris Lung e Gam Ching Lan.

18 marzo 2014

Once a thief (John Woo, 1991)

Once a thief (Zong heng si hai)
di John Woo – Hong Kong 1991
con Chow Yun-Fat, Leslie Cheung
**

Rivisto in DVD.

I tre orfani Joe (Chow Yun-Fat), Jim (Leslie Cheung) e Cherie (Cherie Chung) sono stati allevati da un trafficante d'arte che ne ha fatto dei ladri provetti. Dopo un audace colpo in Francia, dove sottraggono un prezioso dipinto, i tre decidono di tornare ad Hong Kong e di smetterla con i furti: ma non sarà semplice. Uno degli ultimi film di John Woo prima del trasferimento a Hollywood, ha i toni della commedia leggera e rinuncia al (melo)dramma in favore di spigliatezza e comicità (soprattutto quando è di scena il personaggio di CYF, protagonista di siparietti mo lei tau degni di Stephen Chow: vedi anche il controfinale slapstick sui titoli di coda). I classici temi delle pellicole precedenti di Woo (segnatamente di "A better tomorrow", da cui provengono anche la maggior parte degli attori maschili) sono ancora presenti, ma virati in burletta o sviluppati all'acqua di rose: l'amicizia (che non viene mai messa in crisi, nonostante il triangolo sentimentale che coinvolge i tre protagonisti), l'handicap (ma qui, a differenza di ABT, le ferite alle gambe di Chow Yun-Fat sono fasulle), la difficoltà di uscire dal giro della criminalità e di condurre una vita onesta (da cui il titolo). Scene d'azione e sparatorie non mancano, ma lo stesso regista sceglie di non dar loro quel "peso" e quella spettacolarità che ne avevano fatto il suo marchio di fabbrica, concentrandosi semmai di più sugli inseguimenti e sulle sequenze dei furti, in stile "Mission Impossible" o addirittura alla "Occhi di gatto" (con un tocco di commedia sofisticata, almeno per quanto "sofisticata" possa essere una pellicola honkonghese di inizio anni 90). Nel complesso, un film di puro intrattenimento e poco più. Interessante la dicotomia fra bene e male che si esplica nella presenza di due padri: quello cattivo (il trafficante di quadri che ha cresciuto i ragazzi con rigore e interesse) e quello buono (il poliziotto che ha vegliato su di loro e cerca tuttora, un po' ingenuamente, di mantenerli sulla retta via), interpretati rispettivamente da Kenneth Tsang e da Chu Kong. Il buon successo di pubblico ha portato alla nascita di una serie televisiva, girata in Canada e con attori occidentali (il cui episodio pilota è stato poi distribuito sotto forma di tv movie: "Soluzione estrema").

16 marzo 2014

Before midnight (Richard Linklater, 2013)

Before Midnight (id.)
di Richard Linklater – USA 2013
con Ethan Hawke, Julie Delpy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nel 1995 ("Prima dell'alba") si erano incontrati a bordo di un treno e avevano trascorso la notte passeggiando per Vienna. Nove anni dopo ("Before sunset - Prima del tramonto") si erano ritrovati a Parigi, e lui aveva scelto di non prendere l'aereo di ritorno negli Stati Uniti per rimanere con lei. Ora, dopo altri nove anni, scopriamo che da allora Jesse e Céline vivono insieme, hanno avuto due figlie gemelle, e stanno trascorrendo l'estate in vacanza presso alcuni amici nel Peloponneso. Il terzo episodio di una delle saghe più originali del cinema ci mostra l'evoluzione del rapporto fra due personaggi che ormai conosciamo come se fossero nostri amici, e l'insorgere di una crisi che potrebbe comprometterne la felicità, anche se il finale suggerisce una riconciliazione (pur non rivelandone – proprio come i due film precedenti – gli sviluppi futuri). Anche stavolta quasi tutta la pellicola consiste in chiacchierate e discussioni (sull'arte, sull'amore eterno, sulla famiglia) che si dipanano magistralmente in piani sequenza o lunghe scene mentre Jesse e Céline camminano, guidano, siedono a tavola con gli amici o in una stanza d'albergo. Ma il punto di forza, nuovamente, è la naturalezza e la spontaneità con cui vengono descritti i personaggi e la loro relazione, senza forzature melodrammatiche o caratterizzazioni artificiali (la sceneggiatura è opera a sei mani del regista e dei due interpreti). La scelta di ambientare l'episodio in Grecia (un altro scenario europeo, dopo Vienna e Parigi) non risponde soltanto a fini estetici, turistici o culturali: è emblematico infatti che proprio in un paese che sta vivendo una profonda crisi economica (di cui peraltro poco o nulla si vede sullo schermo) si dipani una piccola crisi di coppia. La vera differenza con i capitoli precedenti, in effetti, è proprio questa: ormai Jesse e Céline sono una coppia stabile e, pur amandosi ancora, devono far fronte agli ostacoli e alle difficoltà che una convivenza pluriennale può provocare: le abitudini, la routine, gli impegni domestici, le esigenze personali... Sembra non esserci più spazio per l'idealismo romantico o la seduzione (anche se quando si è in vacanza tutto è possibile!), soprattutto se durante una lite ciascuno ha le proprie ragioni da difendere. Girato in soli 15 giorni, il film è umano, realistico, profondo e assolutamente all'altezza dei due predecessori. E fa desiderare di possedere davvero una macchina del tempo (come afferma, scherzosamente, Jesse) per andare avanti di altri nove anni e osservare le successive evoluzioni dei nostri due amici.

14 marzo 2014

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2012
con Jessica Chastain, Jason Clarke
*1/2

Visto in TV.

Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 (di cui non vengono mostrate immagini: si odono solo suoni e registrazioni audio su uno schermo nero), un'unità speciale della CIA dà la caccia al principale responsabile, Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda. Seguendo per anni una pista assai esile, un'agente particolarmente ostinata riuscirà a individuare il suo rifugio segreto in Pakistan, permettendo così ai marines di irrompere nell'edificio e di ucciderlo. Dopo l'imprevisto successo di "The Hurt Locker", la Bigelow decide di battere il ferro finché è caldo e sforna una versione romanzata della caccia all'uomo più ricercato del mondo, che la sceneggiatura (di Mark Boal) racconta dal punto di vista di un singolo personaggio, l'agente Maya (interpretato da Jessica Chastain), ritratta dapprima come sperduta e a disagio e poi, via via, sempre più dura, decisa e ostinata. Ma tale protagonista, dalla caratterizzazione superficiale e priva di personalità, non è in alcun modo in grado di fare da guida allo spettatore, lasciato di fatto a sé stesso in una pellicola noiosa e senza ritmo né suspense, che si barcamena infelicemente fra finzione e documentario e che cerca inutilmente di coprire la propria mediocrità con l'emozione fornita dai fatti reali. Il risultato è piatto, retorico, vendicativo, americano-centrico, incapace di approfondire tanto il contesto storico quanto i suoi stessi personaggi, oltre che troppo lungo e senza un'idea di cinema che lo sostenga. Dopo 20-25 minuti già avevo perso ogni interesse in un film che per quasi un'ora e mezza gira a vuoto, e solo nel finale pare cambiare marcia con la sequenza dell'irruzione dei marines, peraltro girata (con notevole stacco stilistico rispetto al resto) come se si trattasse di un videogioco: irreale, del tutto priva di tensione e da guardare come anestetizzati. Velatamente pro-Bush e anti-Obama, soprattutto nella descrizione delle torture e degli interrogatori da parte degli agenti della CIA, ritratti come necessari: quando viene eletto il nuovo presidente, gli agenti commentano che "è cambiata l'aria" e si mostrano delusi di non poter più continuare con gli stessi metodi perché i nuovi politici non glielo permetteranno. Il titolo significa, in gergo militare, "mezzanotte e mezza", l'ora in cui è stato ucciso Bin Laden.

12 marzo 2014

Lo straniero senza nome (C. Eastwood, 1973)

Lo straniero senza nome (High Plains Drifter)
di Clint Eastwood – USA 1973
con Clint Eastwood, Verna Bloom
***

Rivisto in TV.

Un misterioso pistolero giunge a Lago, sperduto avamposto di frontiera, i cui abitanti lo assoldano per sbaragliare tre criminali che stanno dirigendosi fin lì per vendicarsi. I tre, un tempo al soldo della compagnia mineraria, erano stati infatti arrestati un anno prima per aver ucciso lo sceriffo locale. L'uomo accetta l'incarico, ma lo svolge a modo suo: e i suoi metodi sembrano diretti non soltanto a sconfiggere i banditi, ma a punire gli stessi cittadini. Archetipico, essenziale (persino nelle scenografie: il villaggio consiste in poche case di legno – alcune non ne mostrano che lo scheletro – collocate come modellini in mezzo al deserto e sulle rive del lago), dai toni surreali e visionari (memorabile il paese tutto dipinto di rosso e ribattezzato Hell, "inferno", per accogliere nel migliore dei modi i tre banditi): il primo western diretto da Eastwood (e il suo secondo lungometraggio in assoluto) da un lato si rifà esplicitamente agli stilemi delle pellicole italiane che lo avevano reso una star (in particolare nelle caratterizzazioni dei personaggi, che sembrano davvero uscire da uno spaghetti western; e anche l'idea del protagonista senza nome sembra provenire più da "Per un pugno di dollari" – e di converso da "La sfida del samurai" di Kurosawa – che non da prototipi a stelle e strisce più o meno celebri), ma dall'altro presenta una propria e precisa identità, dai toni lugubri ed espressionisti, evidenti non solo nelle scene di violenza improvvisa e stilizzata quanto soprattutto nella costruzione dell'attesa (si pensi ai flashback che mostrano la morte dello sceriffo, accompagnati dalla musica spettrale di Dee Barton), al punto da sospettare che fra le fonti di ispirazione ci sia non solo l'ovvio "Mezzogiorno di fuoco" (il cui assunto è ribaltato: qui tutti i cittadini sono coinvolti e costretti a collaborare) ma anche il teatro dell'assurdo di Beckett. L'esile ma intensa sceneggiatura è di Ernest Tidyman (già responsabile di quella de "Il braccio violento della legge"), autore anche del soggetto. Nella scena finale il doppiaggio italiano chiarisce la vera identità del protagonista, che in originale rimaneva ambigua e velata di soprannaturale: al nano Mordecai, che afferma di non conoscere il suo nome, Clint risponde "Yes, you do" (da sottolineare come l'attore che interpreta il defunto sceriffo Duncan sia Buddy Van Horn, da sempre la controfigura di Eastwood). Sempre nel finale, al cimitero sarebbero presenti due tombe con i nomi di Sergio Leone e Don Siegel: un tributo di Clint ai suoi due registi di riferimento.

10 marzo 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (J. S. Robertson, 1920)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di John Stuart Robertson – USA 1920
con John Barrymore, Martha Mansfield
**1/2

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico londinese filantropo e progressista, inventa una pozione che gli permette di trasformarsi nel mostruoso Mister Hyde, dandogli così la possibilità di sfogare i più bassi istinti senza compromettere – o almeno così crede – la propria anima. Trascura così la fidanzata "rispettabile" Millicent e si tuffa in vizi e depravazioni di ogni tipo (di cui ben poco, ovviamente, è mostrato sullo schermo). Ma portare alla luce il proprio lato oscuro si rivelerà una strada senza uscita. Primo lungometraggio (dopo i corti usciti tra il 1908 e il 1913) tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, il film si rifà – così come gran parte delle versioni precedenti e successive – al testo teatrale di Thomas Russell Sullivan (che, fra le altre cose, introduceva il personaggio della fidanzata) più che al racconto originale. Qui il personaggio di Sir George Carew (Brandon Hurst), padre di Millicent, è il "tentatore" che per primo porta Jekyll nei locali notturni e gli fa assaporare quella vita dissoluta che spingerà lo scienziato a "liberare" il proprio alter ego. In quello stesso 1920 uscirono altre due adattamenti cinematografici del racconto di Stevenson, entrambi con notevoli alterazioni al setting e ai nomi dei personaggi: quello di J. Charles Haydon, ambientato nella New York del ventesimo secolo, e quello tedesco di F. W. Murnau, "Der Januskopf" con Conrad Veidt, andato perduto. Nel 1931, naturalmente, arriverà la versione-capolavoro di Mamoulian con Fredric March. Tecnicamente impeccabile ma registicamente ordinario e privo di particolari effetti visivi (se si eccettua la scena dell'allucinazione con il ragno gigante ai piedi del letto), il film di Robertson brilla comunque per la fedeltà al materiale di partenza, per la generale coerenza dell'adattamento e per l'interpretazione di Barrymore nel doppio ruolo di Jekyll e Hyde. Anzi, è il principale responsabile dell'ormai classica iconografia di quest'ultimo: grosso e robusto (benché gobbo e deforme), con mantello, bombetta e capelli lunghi e scapigliati (si pensi anche al villain della Marvel). Nita Naldi è la conturbante danzatrice italiana che "tenta" Jekyll e cade poi vittima di Hyde.

9 marzo 2014

Ricco e strano (Alfred Hitchcock, 1931)

Ricco e strano (Rich and strange, aka East of Shanghai)
di Alfred Hitchcock – GB 1931
con Henry Kendall, Joan Barry
**1/2

Visto in divx.

Stufo della vita anonima che conduce, l'umile impiegato londinese Fred Hill approfitta di un'inattesa eredità per intraprendere un viaggio per mare intorno al mondo in compagnia della fedele (e più saggia) moglie Emily. Tutto bene (e prime "ubriacature" di vita) nelle tappe iniziali: Parigi, Marsiglia, il Mediterraneo. Ma oltrepassato il Canale di Suez a bordo di una nave da crociera diretta in Estremo Oriente, l'ingenuo Fred cade nei lacci di un'affascinante principessa (che in realtà non è altro che un'avventuriera): attratto dall'esotico, è sul punto di lasciare la moglie, a sua volta corteggiata dal prestante comandante della nave. Più per caso che per volontà, alla fine i due non si separeranno; e durante il viaggio di ritorno, in seguito a un naufragio e a un salvataggio di fortuna da parte di una giunca di pirati cinesi, non soltanto ritroveranno l'armonia perduta ma impareranno (almeno lui) ad apprezzare le piccole cose della vita, accontentandosi di quel poco che hanno a casa. Un curioso film a sfondo morale, ironico e movimentato nonostante le caratterizzazioni semplicistiche e le dinamiche più da fotoromanzo che da melodramma. Il titolo è ispirato da un verso de "La tempesta" di Shakespeare ("C'è un sortilegio del mare / che lo va trasformando / in qualcosa di ricco e strano"): e tante sono proprio le "tempeste" (reali o metaforiche) che la coppia attraverserà nel corso delle sue peripezie. Sir Alfred lo amava particolarmente (il soggetto è stato adattato, insieme alla moglie Alma Reville, da un romanzo di Dale Collins), e si vede anche dalla regia: vivace, sbarazzina e "sperimentale", a partire dall'espressionistico incipit che mostra Fred uscire dal lavoro sotto la pioggia per tornare in metropolitana fino a casa, dove si lamenterà con la moglie affermando di volere "di più" dalla vita: soldi, emozioni, avventura. Curiosamente, alla fine dell'odissea, i punti di vista saranno invertiti: Fred non desidererà altro che non muoversi più dalla vecchia casa, mentre Emily avrà imparato a sognare in grande. Per il resto, la pellicola fa ancora ampiamente ricorso agli stilemi del cinema muto, con uno stile di recitazione esasperato, un make-up pesante, numerose (soprattutto nella prima parte) gag visive, pochi dialoghi e un'abbondante presenza di "cartelli": si ha quasi la sensazione di trovarsi di fronte a un film sonorizzato soltanto a lavorazione ormai già inoltrata. Carinissima la protagonista, la bionda Joan Barry, che per Hitch aveva già doppiato la voce della ceca Anny Ondra in "Ricatto", e che terminò la sua carriera nel 1934, a soli 31 anni. Elsie Randolph, che interpreta la passeggera zitella e impicciona, tornerà invece a recitare per sir Alfred in "Frenzy", ben 41 anni più tardi!

6 marzo 2014

Snowpiercer (Bong Joon-ho, 2013)

Snowpiercer (Seolgungnyeolcha)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2013
con Chris Evans, Song Kang-ho
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un mondo futuro, stretto nella gelida morsa di una nuova glaciazione (provocata da un esperimento scientifico, finito male, per fermare il riscaldamento globale), gli ultimi sopravvissuti dell'umanità viaggiano a bordo di un treno corazzato che percorre incessantemente un binario che avvolge tutto il pianeta. All'interno del convoglio c'è una rigida divisione in classi sociali: le elite ricche e benestanti risedono nelle carrozze di testa, in mezzo al lusso, mentre i poveri e gli sfruttati sono mantenuti in coda, sorvegliati e duramente repressi dall'esercito. Stufo dei sorprusi cui sono sottoposti, il ribelle Curtis (Chris Evans) guida una rivolta: e con l'aiuto del tecnico Namgoong Minsu (Song) e di sua figlia Yona (Go Ah-sung) conquista vagone dopo vagone, fino a giungere nella "sacra locomotiva" dove risiede il leggendario Wilford (Ed Harris), il creatore del treno. Da un fumetto francese, "Le Transperceneige" di Jean-Marc Rochette, e dal regista sudcoreano di "The host", un kolossal dal cast internazionale che fonde talmente tante anime da rendere difficile prenderlo sul serio. Fra implausibili scene d'azione, momenti drammatici, siparietti comici e grotteschi e i classici scenari post-apocalittici, l'intrattenimento non manca: e il divertimento e i colpi di scena "compensano" un messaggio a sfondo sociale di grana grossa. Affascinante il treno, una moderna Arca di Noè il cui contenuto scopriamo vagone dopo vagone, come se fossimo di fronte a tanti episodi di un fumetto (evidente l'origine del materiale) o di un videogioco. Passiamo così dalle carrozze cupe e fatiscenti di coda, a quelle sempre più lussuose e variopinte di testa, attraversando di volta in volta vagoni con serre e acquari, ristoranti (di sushi) e centri benessere, scuole e palestre, saune e discoteche. Nel cast anche l'eccezionale Tilda Swinton (nei panni del ministro Mason), John Hurt (Gilliam, il vecchio mentore dei ribelli) e Jamie Bell (Edgar, il giovane compagno di Curtis).

5 marzo 2014

Anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962)

Anni ruggenti
di Luigi Zampa – Italia 1962
con Nino Manfredi, Gino Cervi
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Marco, Ginevra, Paola, Marta, Esther, Beatrice e Sabrina.

Nel 1937, in piena era fascista, i notabili di un paesino del meridione (non identificato ma collocato in Puglia, a pochi chilometri da Alberobello: gran parte degli esterni sono stati girati a Ostuni) sono in subbuglio perché hanno saputo, per vie traverse, dell'imminente arrivo di un funzionario del partito, che dovrebbe giungere in incognito da Roma per compiere un'ispezione politico-amministrativa. Avendo tutti qualcosa da nascondere, ed essendo convinti di avere individuato il gerarca in Omero Battifiori (Nino Manfredi), che si presenta come un semplice agente di assicurazioni, i vertici locali cercano in ogni modo di finire nelle sue grazie, rendendo piacevole il suo soggiorno in paese e mostrando davanti ai suoi occhi un'assoluta fedeltà al regime. Il podestà (Gino Cervi) arriva addirittura al punto di favorire il suo fidanzamento con la figlia Elvira (Michèle Mercier). Ma alla fine la verità verrà a galla. Liberamente ispirato alla commedia "L'ispettore generale" di Gogol, il film di Zampa (che firma la sceneggiatura insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari) è una pungente satira non tanto del fascismo in sé, quanto dell'Italietta dove tutti si adeguano all'aria che tira, un malcostume mai scomparso e che rende la pellicola tuttora attuale. In realtà nessuno dei personaggi è veramente e convintamente "fascista": i notabili mettono in atto elaborate messinscene soltanto per perseguire i propri interessi e nascondere le proprie malefatte, mentre la fiducia del protagonista in Mussolini è frutto soprattutto di un'ingenuità che sarà messa a dura prova quanto entrerà in contatto con realtà povere e disastrate come quelle che circondano il villaggio (vedi la sequenza ambientata nelle "grotte", girata ai Sassi di Matera, dove Omero acquisisce una nuova consapevolezza sociale). Molte le scene da ricordare: la visita alla scuola, quella alle fattorie (dove si trovano sempre le stesse trenta mucche, trasportate in furgone da una masseria all'altra), la parata, e il finale con Omero che legge in treno la lettera per il Duce che gli ha consegnato un vecchio contadino. Nel cast, fra tanti caratteristi, anche Gastone Moschin (il rappresentante politico locale) e Salvo Randone (il medico antifascista). Insieme ai precedenti "Anni difficili" e "Anni facili", il film completa un'ideale trilogia con cui Zampa, attraverso la satira, denuncia i vizi sociali e politici degli italiani di prima e (soprattutto) di dopo la guerra.

3 marzo 2014

Hiroshima mon amour (Alain Resnais, 1959)

Hiroshima mon amour (id.)
di Alain Resnais – Francia/Giappone 1959
con Emmanuelle Riva, Eiji Okada
***1/2

Rivisto in divx.

Come ricordare Alain Resnais, il grande regista francese appena scomparso, se non con quella che, oltre a essere una delle pellicole più significative della seconda metà del ventesimo secolo, può essere considerata a tutti gli effetti anche la sua opera d'esordio? Resnais aveva già girato, è vero, una lunga serie di cortometraggi e di documentari (il più celebre dei quali è "Notte e nebbia", sul tema dell'Olocausto): ma è con questo lungometraggio di finzione che colui che diventerà un importante punto di riferimento per Godard e Truffaut dà di fatto il via alla stagione della Nouvelle Vague (di cui è spesso ritenuto il "teorico", pur non avendo mai formalmente aderito al movimento). Inizialmente il progetto era quello di realizzare un altro breve documentario, stavolta sull'incubo della bomba atomica, un tema in quegli anni ancora drammaticamente d'attualità. Ma Resnais volle andare oltre e fare qualcosa di più. Si appoggiò pertanto alla sceneggiatura e ai dialoghi di Marguerite Duras (collaborare con porsonalità di solito estranee all'ambiente del cinema rimarrà una costante di tutta la sua carriera) per dare vita a qualcosa di diverso: non un resoconto degli eventi che portarono al bombardamento della città, né una semplice testimonianza degli orrori della bomba atomica (anche se nella prima parte della pellicola vengono abbondamente usate immagini e filmati di repertorio), bensì un invito a riflettere sul passato e sulla persistenza della memoria attraverso le esperienze presenti, una visione della storia che passa attraverso le vicende personali, amplificate dai sentimenti e dai ricordi. La guerra e l'amore, elementi così distinti e contrastanti, si rispecchiano l'una nell'altro, allo stesso modo in cui il passato (di lei, in Francia) e il presente (di lui, in Giappone) si fondono e contribuiscono a "formare" un'unica e inedita testimonianza, non soltanto dei dolori della guerra ma anche e soprattutto di quelli del dopoguerra.

Una donna e un uomo si incontrano e si amano a Hiroshima. Lei è un'attrice francese, giunta lì per girare un film sulla pace; lui un architetto giapponese. Durante l'amplesso, lei gli racconta della sua permanenza nella città, di ciò che ha visto e sentito, della sua visita al museo che ricorda la catastrofe della bomba atomica; lui le spiega che non ha ancora visto nulla. La loro relazione (peraltro clandestina, visto che entrambi sono sposati) sembrerebbe destinata a durare soltanto poche ore, visto che il ritorno in patria della donna è imminente; ma anche durante il giorno successivo i due scoprono di non poter fare a meno di rivedersi. Scavando dentro di sé, come in una seduta di psicanalisi, lei gli racconta la storia del suo primo amore, negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, quando aveva amato un soldato tedesco nella sua città natale, Nevers. Il montaggio incrociato e parallelo fra le scene di Hiroshima e della Francia unisce inevitabilmente le loro anime, ma anche quelle dei due paesi, nonostante le diverse modalità con cui hanno assistito alla fine della guerra. Tutto il film, a ben vedere, è un'unica e ininterrotta conversazione intensa e divagante fra i due personaggi, un flusso di pensieri e di coscienza che fonde le esperienze personali e intime con il vissuto sociale e politico, aiutato in questo dallo straordinario montaggio frammentato (i brevissimi flashback sono, letteralmente, dei brevi "flash di memoria"), al servizio di una narrazione non-lineare. Coproduzione franco-giapponese, il film non condivide soltanto due interpreti ma anche scene girate nei rispettivi paesi, con differenti troupe e direttori della fotografia: quello di Nevers è Sacha Vierny, quello di Hiroshima è Michio Takahashi. Il locale che la donna visita nel finale si chiama "Casablanca", e questo ha suggerito al critico James Monaco un parallelo con il celebre film di Curtiz: in entrambi si racconta "un'impossibile storia d'amore fra due persone che soffrono per una guerra distante". Da notare che i due protagonisti non si dicono mai i rispettivi nomi: nel finale si identificano con i loro luoghi di nascita: "Hiroshima è il tuo nome" - "E il tuo è Nevers, en France".

2 marzo 2014

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Herbert Brenon, 1913)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Herbert Brenon [e Carl Laemmle] – USA 1913
con King Baggot, Jane Gail
**

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico che trascura la fidanzata Alice e la propria vita privata per dedicare gran parte del suo tempo ai pazienti poveri che cura per beneficenza, mette a punto una pozione per "liberare" la propria parte malvagia e trasformarsi, anche fisicamente, nel malvagio Mister Hyde. Prima (e unica sopravvissuta, a quanto pare) di tre – o quattro? – versioni cinematografiche del romanzo di Stevenson apparse nel 1913, è tecnicamente di buona fattura e riesce, nonostante la breve durata (26 minuti, divisi in due rulli), a condensare gran parte degli elementi fondamentali della storia, al punto che rappresenterà un buon punto di partenza per gli adattamenti successivi (a partire da quello del 1920 con John Barrymore). A mancare, anche in questo caso, sono però i dilemmi alla base della decisione di Jekyll di creare la pozione, che sembra avvenire per caso o per semplice curiosità. Una delle didascalie, letteralmente, descrive Jekyll come "un martire della scienza". Pare che il protagonista King Baggot provvedesse di persona al proprio make-up: quando recita nei panni di Hyde, fra l'altro, cammina rannicchiato per sottolineare la sua bassa statura (una caratteristica menzionata nel romanzo, ma che in pochi film viene evidenziata). Non accreditato, il grande Carl Laemmle avrebbe contribuito alla regia al fianco di Brenon (quest'ultimo è per lo più noto per aver ricevuto una nomination come miglior regista nel 1927, alla prima edizione degli Oscar, grazie al film "Sorrell and Son").

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Lucius Henderson, 1912)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Lucius Henderson – USA 1912
con James Cruze, Florence La Badie
*1/2

Visto su YouTube.

Il rispettabile dottor Jekyll, fidanzato con la figlia del pastore del villaggio in cui vive (niente Londra vittoriana!), sperimenta su sé stesso un farmaco che separa la sua parte buona da quella malvagia, trasformandosi così nel repellente signor Hyde. Quando si rende conto che non può più tenere la metamorfosi sotto controllo, preferirà avvelenarsi. Non il primo adattamento cinematografico del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma il più antico a essere sopravvissuto (quello del 1908 è infatti andato perduto), ne mantiene solo l'ossatura di base: lo sviluppo della vicenda è molto rapido e compresso (d'altronde il film dura soltanto 12 minuti), i personaggi non hanno background né approfondimento (Jekyll non beve la pozione per esigenze particolari, ma solo per mettere alla prova le proprie teorie) e mancano del tutto i dilemmi morali e l'intensità drammatica. Anche Hyde – interpretato in alcune scene da Harry Benham – sembra più un folletto dispettoso (con i canini di fuori e i capelli scuri anziché bianchi come quelli di Jekyll) che non un uomo vizioso e criminale. Interessante solo dal punto di vista storico, per paragonarlo alle versioni successive. Il protagonista James Cruze intraprenderà più tardi la carriera di regista.