19 giugno 2013

The congress (Ari Folman, 2013)

The congress (id.)
di Ari Folman – Israele/Fra/Ger/Pol 2013
con Robin Wright, Harvey Keitel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Robin Wright, attrice in declino, viene convinta dall'agente Al (Keitel) a lasciare che gli studi Miramount digitalizzino la sua immagine per creare una "interprete virtuale" da usare a proprio piacimento nei futuri film: in cambio di una grossa somma di denaro (che le servirà per tentare di curare la grave malattia degenerativa che ha colpito suo figlio Aaron), dovrà anche promettere di non recitare mai più dal vivo. Vent'anni dopo, la donna – in quanto simbolo degli studios – è invitata a partecipare a un "congresso futurista" nel corso del quale viene a sapere che la Miramount è pronta ad andare persino oltre il cinema: ha infatti sviluppato una sostanza chimica e allucinogena che permette a chi la inala di sperimentare direttamente le illusioni generate dalla propria mente. Quando l'albergo dove si svolge il congresso viene preso d'assalto durante una rivolta, la sostanza viene liberata nell'aria e dà vita a un mondo completamente dominato dalle allucinazioni. Ispirandosi liberamente al romanzo "Il congresso di futurologia" di Stanislaw Lem, Folman (già regista di "Valzer con Bashir") realizza un film surreale, stratificato e ambizioso, che mescola più piani di verità. Metacinematografico, lisergico, fantascientifico, esistenzialista, colmo di riferimenti cross-culturali che fondono la realtà con la fiction (la Wright recita di fatto nel ruolo di una versione fittizia di sé stessa, di cui comunque condivide la carriera, la famiglia – anche nella realtà è divorziata con due figli – e parecchi tratti caratteriali: curiosamente all'inizio afferma di non amare la fantascienza, e poi si ritrova protagonista proprio di un film di questo genere), può lasciare disorientati ma anche affascinare per la sua ricchezza tematica e (soprattutto) visiva. Se la prima parte della pellicola è recitata dal vivo, infatti, la seconda (quella che deriva direttamente dal romanzo di Lem) è tutta in animazione, con disegni retrò e underground e una straordinaria inventiva grafica, dalla fantasia sfrenata e colma di rimandi pop (da notare che, trattandosi di allucinazioni generate dalla mente, è naturale che quelle di Robin siano in linea con l'immaginario di un'attrice nata e cresciuta negli anni settanta: icone hollywoodiane, simboli della controcultura "seventies" e un pizzico di religione; nel finale, invece, quando la donna si focalizzerà sull'obiettivo di ritrovare il figlio, ne "rivivrà" la vita fino a ricongiungersi con lui). Nel cast anche Danny Huston, il produttore della Miramount, e Paul Giamatti, il medico che visita Aaron. Quest'ultimo è appassionato di volo e di aviazione: e il suo aquilone rosso è come un filo (di Arianna) che guida Robin nella sua odissea e la aiuta a trovare la strada. Bella la colonna sonora di Max Richter. Il nome degli studi Miramount fa riferimento, ovviamente, alla Paramount, mentre nella figura del "guru" Reeve Bobs si riconosce Steve Jobs.

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