19 giugno 2013

Il tocco del peccato (Jia Zhang-ke, 2013)

Il tocco del peccato (Tian zhu ding)
di Jia Zhang-ke – Cina 2013
con Jiang Wu, Zhao Tao, Wang Baoqiang
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quattro storie di violenza che si intersecano sul vasto sfondo della Cina di oggi, sospesa fra tradizione e rinnovamento, fra cultura e decadenza, fra amore e follia. L'inquieto Zhou San (Wang), giovane marito e padre, vaga per il paese compiendo rapine e omicidi perché a casa "si annoia": lungo il suo cammino sembra innescare altri delitti e altre tragedie, visto che i protagonisti delle altre tre storie sono tutte persone che vengono "sfiorate" dal suo passaggio. Il complessato Dahai (Jiang) vive in una piccola cittadina, dove un suo ex compagno di scuola si è arricchito a dismisura grazie ai proventi della miniera locale, un tempo di proprietà della collettività. Convinto che se ne sia impadronito illegalmente e in combutta con il capo del villaggio, Dahai lancia accuse che non vengono prese in considerazione, minaccia denunce che non giungono mai a buon fine, ed infine "sbrocca" facendo una strage con il fucile. Xiao Yu (Zhao) lavora come receptionist in un centro massaggi e sogna di avere un figlio dal suo amante, un uomo che non avrà mai il coraggio di lasciare la propria moglie. Aggredita da quest'ultima, umiliata sul lavoro, cederà a un impulso irrefrenabile e accoltellerà un cliente che esigeva da lei un "massaggio speciale". Xiao Hui (Luo Lanshan) è un giovane operaio che si trasferisce a Canton in cerca di un impiego migliore. Lavorando come cameriere in un nightclub, si innamorerà di una delle ragazze che "intrattengono" i facoltosi ospiti, ma il rapporto non è destinato a durare. Senza lavoro, amici e prospettive, sceglierà il suicidio. Co-prodotto dall'Office Kitano (e la cosa si ripercuote sullo stile, visti gli improvvisi scoppi di violenza che eruttano e si concludono in pochi secondi, come nei film del regista giapponese), questo affascinante film-mosaico vale nel suo insieme come (e forse più) la somma delle sue tessere, quattro tasselli che mettono a paragone la follia umana – che nasca dalla colpa, dall'umiliazione o dal desiderio di vendetta – con il mondo animale. I riferimenti a quest'ultimo, infatti, sono continui: ciascuno dei personaggi principali può essere associato direttamente a un animale (la tigre per Dahai, il serpente per Xiao Yu, un uccello per Xiao Hui – che infatti si suicida lanciandosi in volo da un palazzo), mentre per tutto il corso della pellicola incontriamo altri animali vessati, sfruttati, uccisi dall'uomo, o semplici spettatori delle sue azioni (il cavallo frustato, i pesci liberati in acqua, il tacchino sgozzato, le oche, la scimmia, le mucche, ecc.). Lo sfondo, come detto, è la Cina moderna, con le sue contraddizioni: grandi lavori in corso (ponti incompiuti, ferrovie e aeroporti in costruzione che richiamano centinaia di operai da una provincia all'altra), religioni locali e straniere che coesistono (si vedono templi buddisti e chiese cattoliche, suore e musulmani per la strada), dove i ragazzi affermano che "non vale più la pena di espatriare perché gli altri paesi sono tutti in bancarotta", dove il sogno è quello di arricchirsi (più o meno illegalmente) e dove la criminalità è alle stelle (alcuni ragazzi rapinano i passanti sulle strade, Zhou San compie un duplice omicidio solo per sottrarre la borsa a una signora, persino gli operai sono presi di mira dal racket), le risse scoppiano per un nonnulla, gelosie e vendette – o semplicemente il desiderio di riscatto – possono innescare eventi che sfuggono al controllo delle azioni (tranne nel caso di Zhou San, l'unico che invece le proprie azioni le controlla in maniera quasi maniacale). Il finale, almeno, offre qualche speranza a uno dei personaggi (Xiao Yu). Ottimi interpreti, scenografia e regia, che ingloba nella complessa sceneggiatura (premiata a Cannes) anche diversi recenti fatti reali di cronaca. E, come in "Still life", non mancano riferimenti al cinema popolare hongkonghese (si vedono spezzoni di "Exiled" di Johnnie To e di "Green Snake" di Tsui Hark). Il titolo stesso della pellicola ("A touch of sin" nella versione internazionale) potrebbe essere un riferimento ironico al classico "A touch of zen" di King Hu.

2 commenti:

Marisa ha detto...

In attesa di vederlo mi vengono in mente, a proposito della descrizione del "male di vivere" attraverso la sofferenza della natura e degli animali, come analogia e rispecchiamento del male umano i versi di Montale:

"Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato."

Christian ha detto...

Grazie di questi versi, che in effetti commentano molto bene il film di Jia Zhang-ke!