29 maggio 2013

La grande bellezza (P. Sorrentino, 2013)

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2013
con Toni Servillo, Sabrina Ferilli
****

Visto al cinema Arcobaleno.

"Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani": così si presenta il sessantacinquenne Jap Gambardella (uno straordinario – come al solito – Toni Servillo), giornalista viveur che ha abbandonato la carriera di scrittore dopo aver pubblicato, quarant'anni prima, il suo primo e unico libro, "L'apparato umano". Ora trascina le proprie notti in sfrenate feste sulle terrazze di Roma con gli amici, pseudo-intellettuali che si divertono a bere, a ballare, a sniffare cocaina e a fare i trenini sulle note remixate di Raffaella Carrà fino a tarda notte (ma il sole che sorge per loro è quello del logo Martini), magari in cerca di improbabili avventure amorose, non meno soli e disperati di lui ma forse non altrettanto cinici e disincantati. Dal suo appartamento con vista sul Colosseo, Jep domina un mondo dove tutto è "sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Paragonato o confrontato da quasi tutti i critici a classici del cinema italiano come "La dolce vita" e "Roma" di Fellini o "La terrazza" di Scola – forse perché mette in scena la vita gaudente ed effimera in una Roma metafisica e allucinata, "ridotta a Babilonia" e che altro non è che uno specchio dell'intero paese – in realtà il sesto film di Sorrentino ha un'anima tutta sua, molto più intima, crepuscolare e decadente. Quelle pellicole raccontavano anche l'ottimismo e le illusioni della società del dopoguerra e degli anni del boom economico (peraltro non scevri da lati oscuri e da una sottile malinconia), mentre in questo caso c'è la constatazione di un fallimento esistenziale già compiuto e della vacuità del presente, che si trascina a fianco dei rimpianti per il passato. Se da un lato si tratta di un film sulla vecchiaia, sul bilancio di un'esistenza o – come lo ha definito lo stesso autore – "sulle occasioni mancate", dall'altro la Roma "indolente, barocca, papalina", dove il trash si fonde con il sublime, è per l'appunto ancora una volta una metafora dell'Italia intera, lo specchio della decadenza di un paese di "pezze e pizze" (l'immagine che meglio la rappresenta è quella della Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio), in cui latitanti possono vivere indisturbati per anni in pieno centro, o in cui nugoli di suore si fotografano davanti ai monumenti.

Agli splendori del passato (anche se la città è vecchia, è ancora abbastanza bella da provocare un infarto a un turista giapponese, e la macchina da presa del regista ne svela tantissimi tesori: le strade, le fontane, i parchi, le rovine... come dimenticare la magica passeggiata notturna alla scoperta dei tesori nascosti negli antichi "palazzi delle principesse"?) si contrappone la mediocrità del presente, dominata dalla volgarità e dalla superficialità dell'apparire (anche un funerale è una recita); all'abilità dei grandi scultori, pittori e architetti che hanno reso Roma celebre nel corso dei millenni, fanno da contrasto le forme di "arte degenerata" della scena contemporanea (la performance dell'artista concettuale "alternativa" che sbatte la testa contro i muri; la bambina pittrice, costretta a esibirsi controvoglia dai suoi genitori; l'uomo che fotografa solo sé stesso, simbolo del narcisismo portato ai massimi livelli); il kitsch e la decadenza affiorano da ogni parte: si va dal chirurgo estetico che inietta botulino a ricche pazienti in coda con il numerino come se fossero dal droghiere, alle sale di spogliarello invase dalle "polacche", dai nobili decaduti che guardano i programmi di Real Time e si fanno "noleggiare" per essere ospitati alle feste, al cardinale (interpretato da Roberto Herlitzka) che anziché sulla spiritualità si concentra solo sulle ricette di cucina. Ma anche dallo sfacelo e dalla vecchiaia, alla fine, può nascere un nuovo impulso; dalla constatazione dei propri limiti e del proprio fallimento può arrivare una nuova saggezza, un nuovo equilibrio: il film si conclude così con un raggio di speranza, con l'alba di un nuovo giorno che può portare a una nuova vita. Ed è curioso che lo stimolo provenga dal personaggio più anziano e decrepito di tutti, la "Santa", protagonista di alcune delle sequenze più surreali (la scena con i fenicotteri che si fermano sul balcone di Jep) di un film comunque sempre sorprendente, a cui non mancano squarci visionari (il mare sul soffitto, simbolo dei ricordi mai sopiti per la gioventù e per il primo amore; la giraffa che sbuca improvvisamente fra le rovine di Caracalla, come se fossimo in un film di Buñuel). L'alternanza fra i rimpianti per la giovinezza e l'amara constatazione della vecchiaia è portata avanti da Sorrentino grazie a una regia di grandissimo livello, come ci ha abituati, fra lenti e virtuosistici movimenti di camera (non si contano le carrellate kubrickiane), un montaggio pop e a tratti allucinato, una fotografia luminosa e folgorante, anche nelle numerose scene notturne. Meravigliosi i titoli di coda, le cui immagini ci fanno letteralmente "navigare" lungo il Tevere e sotto i ponti di Roma. Notevole la colonna sonora, spesso diegetica, fra ensemble vocali che eseguono musica sacra, canzonette pop durante le feste, brani sinfonici (Górecki e Bizet). Nel ricchissimo cast, dove spiccano Carlo Verdone (l'autore teatrale fallito che spera ancora di tornare sulle scene) e Sabrina Ferilli (quarantacinquenne che si esibisce come spogliarellista nel locale di proprietà del padre), ci sono anche Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti (il "custode delle chiavi"), Luca Marinelli, Serena Grandi, Giovanna Vignola (la nana Dadina), Isabella Ferrari ("Che lavoro fai?" "Sono ricca"), Anna Della Rosa, più camei (nella parte di sé stessi) per Fanny Ardant e Antonello Venditti.

28 maggio 2013

True lies (James Cameron, 1994)

True lies (id.)
di James Cameron – USA 1994
con Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'insaputa della moglie Helen e della figlia Dana, che lo credono un noioso rappresentante di computer, Henry Tasker (Schwarzy, al terzo film con Cameron dopo i due "Terminator") è in realtà un agente segreto che combatte in mezzo mondo contro il terrorismo. Ispirato a un film francese di tre anni prima ("La Totale!" di Claude Zidi), una commedia che mescola gli stereotipi del cinema d'azione (il riferimento diretto è 007: si pensi soltanto all'incipit, con la "mini-missione" in Svizzera, l'intrusione alla festa e la fuga sulla neve) con gli equivoci coniugali in stile hawskiano (tutta la parte centrale, quella in cui Henry sospetta dell'infedeltà di Helen, è sicuramente la migliore del film), e cui non manca nemmeno una punta di ironica misoginia. Se Schwarzy per una volta si sforza di recitare, a rubargli la scena è una strepitosa Jamie Lee Curtis nei panni di Helen, contemporaneamente comica e sexy: indimenticabile, per esempio, il suo spogliarello impacciato ma sensuale nella stanza d'albergo, davanti a un uomo che – a sua insaputa – è proprio suo marito. Spettacolari, comunque, le scene d'azione, talmente "cariche" nel comparto acrobazie, spari ed esplosioni (la sparatoria nei bagni, l'inseguimento fra il cavallo e la moto che culmina sulla terrazza dell'hotel, la fuga dalla base dei terroristi – così esagerata da sembrare una sequenza di "Commando" – e l'attacco finale con il jet contro il palazzo) da poter passare quasi per una parodia del genere come "Last Action Hero". Al momento della sua uscita si trattava di uno dei film più costosi mai prodotti (oltre 100 milioni di dollari), anche se a rivederla oggi si potrebbe definirla come la pellicola meno ambiziosa di Cameron, quasi una pausa di "leggerezza" fra un "Terminator 2" e un "Titanic". Il tema portante, annunciato sin dal titolo, è quello delle bugie: se uno dei talenti di una spia è proprio quello di saper mentire, per condurre la sua "doppia vita" Henry deve farlo tanto con i nemici che con la sua famiglia. Mente però anche Helen, che sogna una vita avventurosa a fianco del "belloccio" Simon (Bill Paxton); mente quest'ultimo, venditore di auto usate che si spaccia per spia pur di conquistare le sue prede femminili; e mentono, prima o poi, quasi tutti i personaggi. Ma le bugie si ritorcono più volte contro di loro, come quando Henry, per mettere alla prova la moglie e verificare se lei lo ama davvero, le fa credere di essere stata assoldata a sua volta come agente segreto, finendo però per coinvolgerla veramente nella sua lotta contro i terroristi arabi (a proposito: il muro di Berlino era crollato da poco, e dunque al posto dei soliti russi ecco che i cattivi sono islamici; ai tempi ci furono critiche per questa scelta, ma con il senno di poi il film – uscito sette anni prima dell'11 settembre – seppe davvero cogliere o anticipare i tempi; e proprio dopo l'attentato delle Torri Gemelle, Cameron mise da parte il progetto di realizzare un sequel, affermando che il terrorismo non era più un argomento da affrontare in maniera leggera). Battute memorabili: Helen che, dopo aver visto Schwarzy in azione, commenta: "Ho sposato Rambo!". Ed Henry che, alla moglie che gli domanda se abbia mai ammazzato qualcuno, risponde candidamente: "Sì, ma erano tutti cattivi". Nel cast anche Charlton Heston (il capo dell'agenzia segreta per cui lavora Henry), Art Malik (il capo della "Crimson Jihad"), Eliza Dushku (Dana, la figlia di Henry ed Helen) ma soprattutto la bella Tia Carrere (l'infida trafficante d'arte che lavora per i terroristi).

27 maggio 2013

Il paziente inglese (A. Minghella, 1996)

Il paziente inglese (The english patient)
di Anthony Minghella – USA/GB 1996
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche
**

Rivisto in TV.

Mentre gli alleati avanzano in Italia durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, un uomo gravemente ferito, dal volto sfigurato e privo di memoria (Ralph Fiennes), viene affidato alle cure della giovane infermiera canadese Hana (Juliette Binoche), che se ne prende cura fra i ruderi di un monastero abbandonato nella campagna toscana. Conosciuto solo come "il paziente inglese", l'uomo riacquista pian piano i suoi ricordi: si tratta in realtà di un avventuriero ungherese, il conte Laszlo de Almásy, che prima della guerra lavorava come cartografo e pilota per la Reale Società Geografica nel deserto del Sahara. La sua vicenda, dominata dalla tragica passione per Katherine (Kristin Scott Thomas), moglie dell'agente inglese Geoffrey Clifton (Colin Firth), viene narrata alternandola in parallelo con le sequenze ambientate in Italia, nelle quali a far compagnia al ferito e alla sua infermiera giungono il misterioso ladro morfinomane Caravaggio (Willem Dafoe), che aveva già conosciuto Almásy al Cairo e lo sospetta di essere una spia tedesca, e l'artificiere sikh Kip (Naveen Andrews), di cui Hana si invaghisce. Da un romanzo di Michael Ondaatje (che ha collaborato alla sceneggiatura), un polpettone patinato che, nonostante la bellezza dei luoghi in cui è girato (l'entroterra senese – il monastero si trova presso Pienza – e il deserto egiziano), l'intensità dei personaggi e la drammaticità degli eventi, alla resa dei conti si rivela abbastanza... palloso. Potrà non dispiacere ai cultori del romanticismo tragico e disperato (dove le vicende private e sentimentali si intrecciano inevitabilmente con quelle della guerra, e i tradimenti coniugali fanno passare in secondo piano quelli nazionalisti), e ha di certo le sue buone carte da giocare dal lato della tecnica cinematografica (più la fotografia – che nelle scene egiziane si rifà pedissequamente allo Storaro de "Il tè nel deserto" – e il montaggio che la regia, abbastanza piatta), ma è francamente difficile sostenerne una seconda visione, anche perché è fin troppo lungo per la storia che racconta. Fra gli spunti da ricordare: il libro di Erodoto (colmo di lettere, appunti e disegni) da cui Almásy non si separa mai; e la bellezza della "caverna dei nuotatori" che gli esploratori scoprono nel deserto del Sahara, che fa da contraltare alle pareti della chiesa toscana che Kip porta Hana ad esplorare ("imbragandola" con delle funi e facendola ondeggiare lungo le pareti alla luce di una torcia: la scena più bella e memorabile del film) durante la loro permanenza in Italia. Fiennes recita per metà film con il volto sfigurato, anticipando in un certo senso quello che sarà il suo aspetto nei panni di Voldemort nei film di Harry Potter. Vincitore di ben nove premi Oscar, incluso quelli per miglior film, regia e attrice non protagonista (la Binoche).

23 maggio 2013

I duellanti (Ridley Scott, 1977)

I duellanti (The duellists)
di Ridley Scott – GB 1977
con Keith Carradine, Harvey Keitel
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Eleonora, Marco, Paola, Marta e Sabrina.

Per tutta la vita, l'ufficiale napoleonico Armand d'Hubert (Keith Carradine) è perseguitato dal "collega" Gabriel Feraud (Harvey Keitel), che ritiene di aver ricevuto da lui un'offesa da lavare con il sangue in un duello. Che si sia in pace o in guerra, che i due siano sullo stesso fronte (la campagna di Russia) o su fronti contrapposti (dopo l'esilio di Napoleone, Feraud rimane un fervente bonapartista mentre d'Hubert passa dalla parte di Luigi XVIII), ogni volta che le loro strade tornano a incrociarsi ecco che inevitabilmente il duello prosegue, senza mai giungere a una conclusione definitiva. Per il suo esordio cinematografico, Ridley Scott (fino ad allora regista pubblicitario) sceglie di adattare un racconto di Joseph Conrad, "Il duello" (inizialmente aveva pensato a "Cuore di tenebra", per poi farsi da parte quando venne a sapere che ci stava già lavorando Francis Ford Coppola). Il film ottenne un ottimo riscontro di critica, vincendo fra le altre cose il premio per la miglior opera prima al Festival di Cannes. Rispetto al racconto originale, la storia è ampliata (per esempio con l'introduzione del personaggio di Laura, la donna amata da Armand) ma soprattutto è narrata in maniera assai cinematografica. Uno dei suoi maggiori pregi, che diverrà peraltro il marchio di fabbrica del regista, è proprio la qualità pittorica e naturalistica dell'immagine, grazie alla cura estrema della luce e della fotografia, che esalta gli scenari e gli ambienti. Anzi, come spesso capita con Scott, la forma rischia di prevalere sulla sostanza: se visivamente si resta abbagliati e affascinati dalla ricostruzione storica, dagli echi kubrickiani (evidenti i rimandi estetici e manieristici a "Barry Lyndon") e tarkovskiani (la campagna che fa di sfondo al duello conclusivo, con le sue rovine fra la vegetazione, sembra una regione della "Zona" di Stalker), per contro la trama è davvero esile e all'approfondimento psicologico dei personaggi (soprattutto di Feraud, ridotto alla sua ossessione per il duello che lo porta persino a mistificare la realtà, quando gli viene chiesta la ragione del suo scontro con Armand) è dato poco spazio. Ma ciò nonostante, il film funziona benissimo: Feraud in fondo è il "cattivo" della storia, e la sua inspiegabile ostinazione (agli occhi tanto di d'Hubert quanto dello spettatore) ne fa un "mostro" simile all'Alien del film successivo del regista (o al camionista rivale di "Duel"). Di contro, del più limpido Armand seguiamo da vicino tutte le vicende, l'evolversi della carriera, il farsi una famiglia, il cercare di ricostruirsi una vita normale al di fuori dell'esercito e della politica (pur rimanendone sempre coinvolto): il film non è simmetrico, è lui il vero protagonista con cui identificarsi. Nel cast anche Albert Finney, Tom Conti, Robert Stephens, Diana Quick, Cristina Raines e, in un ruolo minuscolo (il valletto-barbiere del generale Treillard), Pete Postlethwaite (alla sua prima apparizione sul grande schermo). Alla resa dei conti, la pellicola si rivela un esordio con i fiocchi, grazie anche a due interpreti in stato di grazia: certo che, a giudicare dai suoi tre primi lungometraggi (dopo questo ci furono "Alien" e "Blade Runner"), ai tempi si sarebbe stati tentati di collocare Scott nell'olimpo dei grandi registi, con gli Scorsese, i Kubrick e i Kurosawa: in seguito, invece, alternerà pochi altri film di grande livello a tante pellicole deludenti. Per l'aspetto puramente tecnico, comunque, resta uno dei miei preferiti; sarà per questo che non mi perdo mai un suo lavoro.

20 maggio 2013

Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

Il grande Gatsby (The great Gatsby)
di Baz Luhrmann – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Negli anni Venti, in uno sfarzoso palazzo sulla costa di Long Island, il miliardario Jay Gatsby (le cui origini sono misteriose così come la provenienza del suo denaro) organizza sontuose feste alle quali partecipano tutti gli abitanti più in vista della vicina New York. Ma il suo vero obiettivo è rincontrare Daisy, la donna che ha sempre amato e che cinque anni prima – quando Gatsby era ancora povero – aveva preferito sposare l'aristocratico Tom Buchanan, la cui dimora è proprio di fronte alla sua, dall'altro lato della baia. Con l'aiuto del giovane Nick Carraway, cugino di Daisy (e narratore dell'intera vicenda), Gatsby riesce a riallacciare i rapporti con la ragazza: ma il destino e le regole sociali congiurano contro di lui, e finirà in tragedia. Quinto adattamento cinematografico del romanzo di Francis Scott Fitzgerald (il più famoso resta quello del 1974, con Robert Redford): da un regista come Luhrmann, tanto attento alla forma e poco alla sostanza, non ci si poteva attendere che uno spettacolone in 3D dove le cose migliori sono le scenografie e i costumi (abiti e accessori sono di Prada), e dove lo spessore psicologico dei personaggi e la tensione drammatica sono vicini allo zero. E così, se una grande cura è stata messa nel mostrare sullo schermo la lussuosa villa di Gatsby e nel coreografare le sfarzose feste a base di alcol, jazz, fox trot e charleston, quando si scende a livello di psicologie e di sentimenti si rimane nel regno del banale, rischiando peraltro di trascinare a fondo anche il povero Fitzgerald, il cui romanzo – anziché essere valorizzato, magari insistendo sui temi dell'idealismo e della decadenza (chissà cosa ne avrebbe tratto un Orson Welles!) – sembra ridursi a uno scialbo e dozzinale romanticismo. E questo nonostante le numerose citazioni pressoché letterali dalle pagine del libro (in italiano nella versione tradotta da Fernanda Pivano). L'enfasi sugli aspetti visivi, con l'esagerazione scenografica (dove tutto appare fasullo, anche per il forte ricorso alla CGI nelle scene in esterni) e l'utilizzo di una colonna sonora moderna, com'è tipico di Luhrmann (che mescola e contamina ogni cosa, dando l'impressione di pescare a caso a destra e a manca: qui riesce persino a mischiare Gerschwin con il rap!), fa persino passare in secondo piano l'analisi sociale, ovvero la descrizione degli umori e della ricchezza della prospera America dei "ruggenti anni Venti", quell'ubriachezza collettiva e quell'ottimismo che erano destinati a terminare bruscamente con il crollo della borsa del 1929 e la Grande Depressione. Buoni gli attori, fra i quali giganteggia il sempre ottimo DiCaprio: forse l'avere a fianco un attore dall'aspetto ancor più adolescenziale di lui, come Tobey Maguire, ha aiutato il buon Leo ad apparire più "adulto" e più imponente. Nel comparto femminile, invece, ho apprezzato più la comprimaria Elizabeth Debicki (la statuaria Jordan Baker) della protagonista Carey Mulligan (un'insipida Daisy). Completano il cast Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George Wilson) e Isla Fisher (Myrtle Wilson).

18 maggio 2013

Oblivion (Joseph Kosinski, 2013)

Oblivion (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2013
con Tom Cruise, Olga Kurylenko
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel 2077, dopo una guerra nucleare contro una razza aliena (gli Scavengers) che ha invaso la Terra e distrutto la Luna (provocando così terremoti e tsunami), il pianeta è ridotto a un deserto semi-radioattivo e virtualmente disabitato. Gli esseri umani sopravvissuti si sono trasferiti su Titano, la luna di Saturno, mentre sulla Terra sono rimasti soltanto pochi "tecnici" con il compito di riparare i droni che pattugliano i cieli e proteggono dagli Scavengers le "trivelle" che estraggono energia dall'acqua marina per inviarla alla colonia. Uno di questi tecnici, Jack Harper (Tom Cruise), scoprirà però che le cose non stanno come ha sempre creduto... Dal regista di "Tron Legacy" (anche sceneggiatore: la storia è tratta da una sua graphic novel mai pubblicata), un solido film di fantascienza dal mood quasi anni '70 che, pur costruito su una trama non particolarmente originale (sono numerosi gli spunti che provengono da pellicole del passato: solo per citarne alcune, "Matrix" e "Moon"; ma anche "Il pianeta delle scimmie", "L'ultimo uomo sulla Terra", "Independence day"...), alla resa dei conti si rivela più interessante ed equilibrato del blockbuster hollywoodiano medio. Nonostante una buona dose di colpi di scena, infatti, la pellicola non "sbraca" e mantiene la propria coerenza fino alla fine. E riesce persino a sviluppare bene (forse meglio che nella maggior parte dei film tratti davvero da opere di Philip K. Dick) il tema dickiano dell'identità e della memoria. Merito anche dei (pochi) attori: Cruise, indubbiamente il centro del film (non si ricordano scene o sequenze che non lo vedano sullo schermo), recita per una volta in modo del tutto adeguato, così come la comprimaria Olga Kurylenko (che stavolta mi è piaciuta di più rispetto al film di 007 che aveva interpretato, "Quantum of solace"). Nel cast anche l'immancabile Morgan Freeman (il capo degli Scavengers) e l'interessante Andrea Riseborough (la "collega" di Jack). Da ricordare anche la colonna sonora degli M83, così come le architetture e le tecnologie (la torre con piscina sospesa dove vivono Jack e Victoria, i droni volanti, l'elicottero "a bolla", il Tet) e le scenografie naturali (il film è girato in gran parte in Islanda) con innesti in CGI della New York post-apocalittica, distrutta e "ricoperta" dalla Natura (con le strade trasformate in un Grand Canyon!).

17 maggio 2013

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

Iron Man 3 (id.)
di Shane Black – USA 2013
con Robert Downey, Jr., Gwyneth Paltrow
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'esperienza con i Vendicatori e la battaglia newyorkese contro gli alieni, l'approccio di Tony Stark alla vita da supereroe è profondamente cambiato: soggetto all'ansia e a frequenti attacchi di panico (il tema dell'eroe fragile e incapace di gestire i propri poteri è un "classico" dei fumetti Marvel), il playboy inventore si è rinchiuso nella sua lussuosa dimora a progettare armature sempre più sofisticate e potenti. Ma è costretto a uscire dal proprio guscio quando il suo ex autista e guardia del corpo, Happy Hogan, viene gravemente ferito in un attentato organizzato dal Mandarino (Ben Kingsley), un misterioso terrorista che minaccia il governo degli Stati Uniti. La sfida di Iron Man al Mandarino provoca la reazione di quest'ultimo, che distrugge la casa di Tony, cattura la sua fidanzata Pepper Potts e lo costringe alla fuga. Nel corso delle sue indagini, il nostro eroe scoprirà che dietro agli attentati c'è l'A.I.M., un'organizzazione guidata dallo scienziato Aldrich Killian (Guy Pearce) che ha messo a punto un'incredibile biotecnologia capace di trasformare le persone in armi umane. Al terzo film dell'Uomo di Ferro (ma fra il precedente e questo c'è stato, appunto, "The Avengers"), Jon Favreau lascia la regia – ma non il ruolo di Happy – a Shane Black, il leggendario sceneggiatore di tanti action movie degli anni ottanta e novanta ("Arma letale", "L'ultimo boy scout", "Last action hero"). E si vede: Black acuisce ancor più l'ironia della serie, rendendo Tony Stark protagonista di situazioni comiche o ridicole e ne aumenta a dismisura le battute ciniche e fulminanti (come in tutta la sottotrama con il ragazzino, aspirante sidekick che per fortuna dura poco). Ma se la verve non manca e la sceneggiatura è convincente, la trama (ispirata allo story arc del virus Extremis, ideato da Warren Ellis) non è però abbastanza incisiva, e a visione terminata la pellicola lascia ben poco di memorabile allo spettatore, che dopo qualche giorno rischia di aver dimenticato gran parte del film. Fanno eccezione alcune trovate (su tutte la natura "fittizia" del Mandarino, ma anche il ruolo "super-eroico" di Pepper Potts) che riescono a sorprendere anche (e soprattutto) i Marvel fan di vecchia data. Questi apprezzeranno inoltre le solite citazioni/camei (Stan Lee, la Roxxon) e le strizzatine d'occhio (l'upgrade in War Machine in Iron Patriot), mentre l'abuso di effetti speciali dà meno fastidio del solito, vista la natura "fracassona" del film (notevole la battaglia finale al molo, con la "moltiplicazione" dell'eroe grazie alle numerose armature che Tony getta nella mischia, tutti "alter ego" di un personaggio che mai come in questa pellicola mette in mostra contemporaneamente la dipendenza dalla sua corazza e il tentativo di farne a meno). La scena in cui Tony, abbigliato con un poncho, trascina la sua armatura sotto la neve è probabilmente una citazione dal primo "Django". Dopo i titoli di coda, apaprizione-cameo anche per Mark Ruffalo (ovvero Bruce Banner in "The Avengers").

14 maggio 2013

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

Confessions (Kokuhaku)
di Tetsuya Nakashima – Giappone 2010
con Takako Matsu, Yukito Nishii
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Yuko Moriguchi, insegnante in una scuola media, scopre che due alunni – che lei chiama "studente A" e "studente B" – sono i responsabili della morte della sua figlioletta di tre anni, avvenuta pochi mesi prima. Poiché i due ragazzi, anche se venissero incriminati, sono protetti dalla legge giapponese sui delitti commessi da minori, anziché denunciarli l'insegnante preferisce mettere in atto una terribile vendetta personale, di cui rivela i particolari alla classe nell'ultimo giorno di lezione prima di dimettersi. Dopo la sua "confessione", il resto della pellicola è composto dalle "confessioni" interlacciate degli altri protagonisti della storia: lo "studente A" è il brillante Shuya, che ha organizzato il delitto nella speranza di attirare l'attenzione della madre che lo ha abbandonato quando era piccolo; lo "studente B" è Naoki, l'esecutore materiale, irretito da Shuya che gli ha fatto credere di avere finalmente un amico e di poter realizzare per una volta qualcosa di importante; altre "confessioni" sono quelle della madre di Naoki, che dopo l'omicidio vede il figlio rinchiudersi in sé stesso, e di Mizuki (Ai Hashimoto), la capoclasse, l'unica che cerca di stabilire un legame affettivo con Shuya. Con questo insolito thriller psicologico dalle atmosfere scabrose e ricco di colpi di scena fino alla fine, il regista di "Kamikaze girls" adatta un fortunato romanzo (di Kanae Minato, casalinga al suo esordio letterario) e realizza un film che, se da un lato ha il suo punto di forza nella sceneggiatura che "incastra" fra loro le diverse vicende dei personaggi, saltando a volte avanti e indietro nel tempo per mostrare gli snodi chiave da diversi punti di vista (peccato solo che, fra i tanti personaggi, non ce ne sia uno con il quale lo spettatore possa stabilire un legame empatico: di conseguenza il film – come ha scritto un critico – è "virtualmente impenetrabile a livello emotivo"), dall'altro si affida al suo consueto stile folgorante e visivamente eccelso, grazie anche a una straordinaria fotografia dai toni cupi e plumbei. Pur con il linguaggio del thriller (e il formalismo visivo dell'horror), il film indaga profondamente nel malessere della società e della gioventù giapponese: colpiscono l'indifferenza per la vita e i sentimenti altrui, l'egoismo e la crudeltà di ragazzi di tredici anni (ma non solo), a volte "anestetizzati" e altre volte socialmente psicopatici, così come i riferimenti a casi di cronaca nera avvenuti realmente o a celebri antefatti letterari (è espressamente citato, per esempio, "Delitto e castigo" di Dostoevskij). La regia di Nakashima, che non perde mai il controllo sulla materia trattata, non rinuncia poi ad alcuni tocchi visionari (uno su tutti, l'esplosione nel finale, "riavvolta" a ritroso e al rallentatore). Il coniglietto rosa presente sui vestiti e sui gadget della piccola Manami, la figlia di Yuko, è evidentemente uno spoof di Hello Kitty.

11 maggio 2013

No – I giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

No – I giorni dell'arcobaleno (No)
di Pablo Larraín – Cile 2012
con Gael García Bernal, Alfredo Castro
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Visto al cinema Eliseo.

Nel 1988, la dittatura militare cilena fu costretta – anche da pressioni internazionali – a organizzare un referendum per chiedere al popolo se mantenere il generale Pinochet al potere per altri otto anni o se, al contrario, indire delle elezioni democratiche. Per la prima volta in quindici anni, alle forze di opposizione venne dato spazio in televisione (quindici minuti al giorno, a tarda ora, per ventisette giorni) per lanciare la propria campagna per il "No". Contro ogni pronostico, fu proprio il "No" a vincere e a porre così fine al governo della giunta. Con un film semidocumentaristico e che fa ampio ricorso a filmati e materiali d'epoca, Larraín conclude la sua trilogia sulla dittatura cilena: dopo "Post mortem", che ne descriveva i tumultuosi inizi con il colpo di stato ai danni di Salvador Allende, e "Tony Manero", che ne ritraeva la terribile e quotidiana "normalità", ecco una pellicola che ne racconta la fine. E come negli altri due film, lo fa da un insolito punto di vista, quello di René Saavedra (Bernal), giovane pubblicitario di successo, incaricato di mettere a punto la creatività della campagna per il "No". Le difficoltà (le scarse risorse, le intimidazioni della giusta, l'ostilità dei colleghi di lavoro – il suo capo, interpretato dall'Alfredo Castro che era stato il protagonista dei due precedenti film, lavora invece per il "Sì" – e soprattutto la paura e il pessimismo diffuso che spingevano molti cileni verso l'astensione) vengono superate grazie all'intuizione di sfruttare il linguaggio pubblicitario proprio come se si trattasse di "vendere" un prodotto, lanciando un messsaggio più semplice possibile. L'idea chiave è quella di ammantare la campagna di toni giocosi e allegri: al "No" viene abbinato un arcobaleno, i claim e i jingle intonano "Cile, l'allegria sta arrivando!", e l'ironia la fa da padrona. Passo dopo passo, l'atmosfera cambia e la situazione si capovolge, fino alla vittoria alle urne. Meno cupo, intenso ed esistenzialista dei due film precedenti, "No" descrive alla perfezione il potere della pubblicità, che trasforma in marketing anche l'attivismo politico (irritando coloro che avrebbero preferito comunicare al pubblico il proprio programma, oppure mettere in luce gli orrori e i crimini della dittatura: indicativo come, terminata l'esperienza della campagna per il referendum, René torni al suo normale lavoro e a pubblicizzare prodotti di scarsa qualità, come bibite o telenovele, con lo stesso metodo e le stesse strategie) ma anche il contagioso potere dell'ottimismo e dell'allegria, forse davvero il modo migliore per opporsi a una dittatura senza scendere sul suo stesso terreno fatto di violenza e sopraffazione. Basato su un dramma inedito di Antonio Skármeta, "El plebiscito", il film si caratterizza anche per la cura nella ricostruzione storica e il realismo delle immagini (il formato in 4:3 e la fotografia sovraesposta danno spesso l'impressione di assistere a un filmato girato in quei tempi), che si spiega anche con la decisione, da parte del regista, di utilizzare una videocamera a nastro magnetico e a bassa definizione, identica a quelle che erano usate dalle televisioni cilene negli anni ottanta. Anche per questo, l'ampio ricorso a materiali d'archivio (le vere campagne dell'epoca, le interviste, le scene degli scontri di piazza) non stonano al fianco del girato moderno. Interessante il cameo di protagonisti dell'epoca come i veri Patricio Aylwin (che l'anno dopo venne eletto presidente del Cile) e Patricio Bañados (l'anchorman televisivo), il cui aspetto attuale e invecchiato "sfuma" in quello più giovane delle riprese d'epoca. Vincitore della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, è anche il primo (e finora unico) lungometraggio cileno ad aver ricevuto una nomination agli Oscar per il miglior film straniero.

10 maggio 2013

L'uomo con i pugni di ferro (RZA, 2012)

L'uomo con i pugni di ferro (The Man with the Iron Fists)
di RZA – USA 2012
con RZA, Russell Crowe
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina.

Gold Lion, leader di un clan che vive nel turbolento Jungle Village (siamo nella Cina del diciannovesimo secolo), viene tradito dai suoi luogotenenti Silver Lion e Bronze Lion, che si impossessano di un carico d'oro affidatogli in custodia dall'imperatore e lo nascondono nel Pink Blossom, il bordello del villaggio, gestito dall'infida Madame Blossom (Lucy Liu). Ma sarà vendicato dal figlio Zen-Yi, alias X-Blade (Rick Yune), aiutato dal cowboy inglese (!) Jack Knife (un Russell Crowe ironico e sovrappeso) e dal fabbro Thaddeus (l'inespressivo rapper RZA, anche sceneggiatore e regista), ex schiavo di colore fuggito da una piantagione in America e convertitosi al buddismo e alle arti marziali. Questi, che realizza formidabili armi per chiunque glielo chieda (con il ricavato spera di comprare la libertà dell'amata Lady Silk, la più bella prostituta del Pink Blossom), viene mutilato dagli scagnozzi di Silver Lion: ma innesterà sui propri moncherini dei formidabili pugni di ferro che gli consentiranno di sconfiggere anche il fortissimo Brass Body (David Bautista), in grado di trasformare il proprio corpo in metallo (come Colosso degli X-Men). Anche tirando un velo pietoso sui nomi ridicoli, il resto del film non allontana l'impressione che sia stato concepito e prodotto per un pubblico adolescente (e pure in crisi ormonale, viste le numerose gag – se così si possono chiamare – a sfondo sessuale, ambientate nel bordello). Rivisitazione in stile tarantiniano (il nome del buon Quentin figura sui cartelloni in veste di "presentatore") di tante classiche pellicole degli Shaw Brothers (in particolare quelle appartenenti a filoni come "One-armed boxer" e "The flying guillottine"), su cui innesta elementi degli spaghetti western e del cinema splatter/horror, è un guazzabuglio ultraviolento e pasticciato che non ha alcuno scopo se non quello di intrattenere per 90 minuti e farsi poi dimenticare in fretta. A tratti sembra una brutta copia di "Kill Bill": in effetti RZA, che del film di Tarantino aveva composto la colonna sonora, aveva assistito alla sua lavorazione prendendo appunti proprio in vista del suo futuro debutto alla regia. Nei piani originari la pellicola avrebbe anche dovuto contenere un cross-over con "Django Unchained", ma le scene che dovevano unire i due film (con un giovane Thaddeus venduto in un'asta di schiavi) non sono state mai girate per problemi di tempo. La caratterizzazione dei personaggi, che sembrano la line-up di un videogioco di combattimenti, è inesistente e si basa solo sull'aspetto fisico, sui poteri e sulle armi che utilizzano (l'unico con un passato descritto sullo schermo è il fabbro), la colonna sonora mescola senza pudore rap, country pop e persino la canzone di Sally Yeh da "The killer" di John Woo, i combattimenti (peraltro coreografati da Corey Yuen) sono girati in maniera confusa, e gli split screen sembrano del tutto gratuiti. Da salvare: Bautista nei panni del cattivo e le tante belle ragazze del Pink Blossom (fra le quali spicca Jamie Chung). Nel cast anche Daniel Wu (il corrotto Poison Dagger), Andrew Lin e Grace Huang (i guerrieri gemelli). Camei "tarantiniani" per Gordon Liu, Pam Grier ed Eli Roth (co-sceneggiatore), più altri "habitué" del gongfupian hongkonghese come Chen Kuan-tai e Bryan Leung.

8 maggio 2013

Qualcuno da amare (A. Kiarostami, 2012)

Qualcuno da amare (Like someone in love)
di Abbas Kiarostami – Giappone/Francia 2012
con Tadashi Okuno, Rin Takanashi
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Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Akiko (Rin Takanashi), una studentessa universitaria che si prostituisce all'insaputa del geloso fidanzato Noriaki (Ryo Kase), viene inviata dal suo protettore (Denden) a casa di Takashi (Tadashi Oduno), un anziano insegnante di sociologia che vive da solo. Vedendoli insieme, Noriaki pensa inizialmente che l'uomo sia suo nonno, ma quando scopre la verità diventerà furibondo. Dopo "Copia conforme", che aveva girato in Italia (ma di produzione francese), Kiarostami realizza un altro film lontano dall'Iran, questa volta in Giappone, senza peraltro rinunciare al proprio stile semidocumentaristico e neorealistico, all'approccio esistenzialista e ai suoi marchi di fabbrica (prolungate conversazioni, sequenze che scorrono e si concatenano l'una nell'altra, ampio ricorso a scene ambientate in automobile, mille dettagli solo apparentemente insignificanti e altri, fondamentali, che rimangono impliciti). La trama si sviluppa in maniera al tempo stesso lineare (per lunghi tratti sembra quasi dipanarsi in tempo reale) e obliqua (lo spettatore resta talvolta in attesa di una spiegazione o di un colpo di scena che non si verificherà mai), fino a un finale improvviso, che giunge quasi come uno shock visto il ritmo rilassato del resto del film. E il titolo spiega già tutto sui temi della pellicola: il disperato bisogno non tanto di amore quanto di "qualcuno da amare", per superare la solitudine e il dolore dell'esistenza. Questo vale per Akiko (bellissima la scena del mancato incontro con la nonna, giunta a Tokyo dalla campagna per rivederla), per Noriaki (il cui amore per Akiko sconfina nell'ossessione), ma soprattutto per l'anziano Takashi, che vive da solo (la moglie è morta, la figlia e la nipote non vengono mai a trovarlo), e che cerca nella ragazza non una notte di sesso ma soltanto compagnia. Il resto sono squarci di grande cinema (la scena del viaggio in taxi di Akiko, con le luci e le insegne di Tokyo che si riflettono sul finestrino, e il doppio giro dell'auto attorno alla piazza della stazione per permettere alla ragazza di vedere – se pur a distanza – la nonna) e dialoghi naturalistici (che nascono spesso da incontri casuali e inaspettati, come quelli fra Noriaki e Takashi mentre aspettano Akiko davanti all'università; fra Takashi e il suo ex alunno nell'autofficina; fra Akiko e la vicina impicciona davanti alla casa di Takashi), a compensare quell'elusività (vera o apparente) che potrebbe respingere uno spettatore non abituato allo stile del regista, qui perfettamente a proprio agio con il setting nipponico.