29 febbraio 2012

Metropolis (Fritz Lang, 1927)

Metropolis (id.)
di Fritz Lang – Germania 1927
con Gustav Fröhlich, Brigitte Helm
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Paola, Costanza e Marco.

Siamo nell’anno 2026. L'avveniristica città di Metropolis è divisa in due livelli: in superficie, dove si stagliano imponenti grattacieli, fra giardini idilliaci, strade percorse da veicoli o treni superveloci e cieli solcati da aeromobili, vivono gli eletti, gli intellettuali e la classe dirigente, dediti a svaghi e piaceri di ogni tipo; nel cupo sottosuolo abitano invece gli operai, che con il loro lavoro mantengono in funzione le complesse macchine che forniscono energia alla città e le consentono di prosperare. Il giovane Freder (figlio di Joh Fredersen, il signore di Metropolis) si innamora della bella Maria, gentile "rivoluzionaria" che predica – in segreto, nelle catacombe – l’armonia e una maggior comprensione fra le classi sociali. E per seguire la ragazza si avventura nei livelli inferiori, dove osserva con i propri occhi le tremende condizioni di vita degli operai, costretti a massacranti turni di lavoro davanti a macchinari disumani (memorabile la scena – ispirata a “Cabiria” – in cui Freder, attraverso un’allucinazione, vede una delle macchine trasformarsi in un “moloch” che letteralmente divora le masse indifese). Ma ogni suo tentativo di sensibilizzare il padre su questo tema si rivela inutile: anzi, Fredersen ordina allo scienziato Rotwang – che nel suo laboratorio ha appena costruito un sofisticato robot femminile – di dare all'androide le fattezze di Maria, nell’intento di esercitare ancora di più la propria influenza sui lavoratori e tenerli così a bada. Ma il robot sfugge al controllo del suo creatore e sobilla invece gli operai alla rivolta: questi sabotano le macchine, senza rendersi conto che così facendo condanneranno alla distruzione anche la propria città sotterranea, che viene rapidamente invasa dalle acque. A salvare i figli dei lavoratori, che erano rimasti bloccati nel sottosuolo, saranno Freder e la vera Maria: e proprio il giovane diventerà, come auspicato dalla ragazza, “il cuore che fa da mediatore fra la mente e il braccio”, favorendo il dialogo e la riconciliazione fra i due gruppi (un messaggio di pace e di collaborazione che cerca di superare la teoria della lotta di classe propugnata dal marxismo: ma il finale, fortemente voluto dalla sceneggiatrice Thea von Harbou, non convinceva del tutto Lang, che aveva immaginato invece una fuga di Freder e Maria dalla città e un viaggio verso le stelle).

Uno dei più suggestivi e celebri kolossal della storia del cinema, costato oltre cinque milioni di marchi della Repubblica di Weimar (all’epoca si trattava del film più costoso di tutti i tempi), con decine di migliaia di comparse e una lavorazione durata quasi un anno e mezzo (dal 22 maggio 1925 al 30 ottobre 1926), è uno dei capisaldi dell’espressionismo tedesco e del cinema di fantascienza. Scritto da Lang e dalla moglie Thea von Harbou a partire da un romanzo di quest’ultima, può contare su collaborazioni di prestigio come quella del direttore della fotografia Karl Freund, che costruisce una serie di scene visivamente splendide, e del compositore Gottfried Huppertz, che per la versione originale scrisse un’imponente colonna sonora per orchestra con influenze da Wagner, Strauss e Berlioz. Di grande impatto le scene di massa e di distruzione: gli stupefacenti effetti speciali di Eugen Schüfftan comprendono l’utilizzo di modelli in miniatura della città (all’interno dei quali vengono inseriti gli attori grazie a un gioco di specchi, una tecnica che sarebbe stata chiamata proprio “effetto Schüfftan”) e straordinarie costruzioni tecnico-architettoniche che danno vita a un’ambientazione urbana che avrebbe influenzato gran parte dell’immaginario fantascientifico del ventesimo secolo (si pensi, per fare un esempio, a “Blade Runner”). La città è la vera protagonista del film: non a caso Lang dichiarò di aver concepito per la prima volta il film dopo aver osservato, nel 1924, la skyline notturna di New York dal transatlantico che lo portva negli Stati Uniti per la prima americana de “I Nibelunghi”. Fra le altre fonti di ispirazione, oltre a “Cabiria” (e a “Intolerance” di Griffith, evidente in passaggi dal sapore biblico o “mesopotamico” come quello in cui Maria racconta la vicenda della Torre di Babele), si possono citare romanzi come il “Frankenstein” di Mary Shelley (a questo proposito, il film di James Whale del 1931 potrebbe a sua volta essere stato ispirato da sequenze come quella del laboratorio di Rotwang) e “Il gobbo di Notre Dame” di Victor Hugo (per la cattedrale gotica dove avviene lo scontro finale fra Freder e Rotwang, una sorta di Quasimodo che rapisce Maria/Esmeralda), ma anche Herman Hesse (Freder è quasi un novello Siddharta, che abbandona il lusso della villa paterna quando prende coscienza del dolore e delle difficoltà degli umili e degli oppressi), e suggestioni esotiche di ogni tipo (il locale dove la falsa Maria si esibisce, in coreografie orientaleggianti sotto gli occhi assatanati dei suoi ammiratori, si chiama Yoshiwara, come il "quartiere dei piaceri" di Edo, l'antica Tokyo).

Fra gli elementi più iconici del film c’è il cosiddetto “Maschinenmensch” (“uomo-macchina”), il primo robot – nel senso in cui lo intendiamo oggi – della storia del cinema: denominato “Parodia” o “Futura” nel romanzo originale di Thea Von Harbou, venne visivamente progettato dallo scultore Walter Schulze-Mittendorff. Le sue fattezze, che uniscono influenze art decò a suggestioni tecno-futuristiche, hanno ispirato quelle dell’androide C3PO (D3BO) di “Guerre stellari”, che ne è di fatto una versione maschile. Se alcuni attori avevano già lavorato con Lang (come Rudolf Klein-Rogge, che interpreta il folle Rotwang, e Alfred Abel, che è l’arrogante Joh Fredersen), altri erano relativamente sconosciuti: in particolare la diciannovenne Brigitte Helm, che ben si destreggia nel doppio ruolo della virginale Maria e della sua malvagia sosia meccanica, era alla sua prima esperienza cinematografica (in una bella foto di scena la si vede sul set mentre indossa il “costume” robotico: essendo questo molto scomodo, la giovane attrice a un certo punto chiese al regista di poter essere sostituita da una controfigura, visto che gli spettatori non avrebbero mai saputo che sotto la maschera non c’era lei. “Ma io lo saprei”, rispose Lang). Alla sua uscita, il film suscitò reazioni contrastanti: amato dal pubblico e dai dirigenti del partito nazista (in particolare da Goebbels), fu criticato – fra gli altri – da H.G. Wells, che non ne apprezzava il messaggio anti-tecnologico, convinto com’era che in futuro le macchine avrebbero alleviato, e non inasprito, le fatiche dei lavoratori (le scene che mostrano gli operai impegnati in compiti così estenuanti ed esasperatamente meccanici sembrano anticipare “Tempi moderni”, naturalmente senza le venature comiche di Chaplin). Con il passare degli anni, però, il film ha acquisito gradualmente uno status da cult movie, e soprattutto ha dimostrato di essere invecchiato bene, rivelandosi estremamente profetico in parecchi suoi spunti (il contrasto fra le classi sociali, l’automatizzazione della società, la dipendenza della tecnologia). Quasi subito dopo la prima proiezione, la pellicola venne tagliata e notevolmente accorciata per la successiva distribuzione all’estero (furono eliminate, per esempio, le sequenze che mostrano l’ossessione di Rotwang per Hel, la donna da lui amata e contesa con Fredersen: è proprio nel tentativo di “riportarla in vita” che lo scienziato crea il robot femminile): e a lungo si è pensato che la versione integrale fosse andata perduta per sempre. Nel 1984 Giorgio Moroder ne curò un’edizione "moderna", con una bella colonna sonora da lui composta, con canzoni interpretate – fra gli altri – da Freddie Mercury (“Love kills”), Bonnie Tyler (“Here she comes”) e Pat Benatar (“Here’s my heart”), sottotitoli al posto dei cartelli, una vivace colorazione monocromatica ed effetti visivi, che contribuì a riaccendere l’interesse sul film e ad accrescerne la popolarità. Soltanto di recente, nel 2008, è stata rinvenuta negli archivi di un museo di Buenos Aires una copia quasi completa (che comprende molte scene dimenticate o mancanti da tutte le altre edizioni, come quelle che vedono come protagonisti l’operaio 11811 e la spia di Fredersen), il che ha permesso di ottenere una versione di 145 minuti (da confrontare con gli 80 minuti della versione di Moroder, che fra l’altro era maggiormente accelerata, e i 153 minuti della versione proiettata alla “prima” del 1927).

27 febbraio 2012

Dolls (Takeshi Kitano, 2002)

Dolls (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2002
con Hidetoshi Nishijima, Miho Kanno
***1/2

Rivisto in DVD.

Kitano ha sempre alternato pellicole ironiche e violente ad altre più intime, poetiche e romantiche, benché non certo meno nichiliste (e curiosamente in quest'ultime sceglie spesso di non recitare e di rimanere dietro la macchina da presa: si pensi a "Il silenzio sul mare" o a "Kids Return"). "Dolls", film di una bellezza struggente, è forse il suo lavoro più lirico e stilizzato, una raccolta di storie disperate – raccontate in chiave astratta e antirealista – sul tema dell'amore perduto. Il titolo, come ci rivela la sequenza introduttiva, fa riferimento al bunraku, il tradizionale teatro giapponese delle marionette, di cui ci viene mostrato un frammento di un'opera del 1711 ("Meido no hikyaku", ovvero "I messi dell'inferno", di Chikamatsu Monzaemon, storia di un doppio suicidio d'amore). Come in un film a episodi, la pellicola racconta tre storie separate (anche se occasionalmente i personaggi si incrociano fra loro). Quella principale riguarda due innamorati, Matsumoto (Hidetoshi Nishijima) e Sawako (Miho Kanno), che vagano per il mondo nei panni dei "vagabondi legati", congiunti l'uno all'altra da un cordone rosso (immagine che richiama un'antica tradizione giapponese, quella che afferma che ogni coppia di innamorati è legata da un invisibile filo rosso). La loro vicenda è narrata in una serie di flashback: quando il primo, pur di fare carriera e per cedere alle insistenze dei genitori, aveva accettato di sposare la figlia del presidente della società in cui lavorava, la seconda aveva tentato il suicidio e aveva perduto la ragione. Da allora Matsumoto ha abbandonato ogni cosa per andarsene con lei in giro per il Giappone, riscoprendo i luoghi della loro vita passata e rivivendone i momenti salienti. Una seconda storia parla di un vecchio capo yakuza (Tatsuya Mihashi) che ritrova la donna che aveva amato e lasciato in gioventù (Chieko Matsubara), la quale non ha mai smesso di recarsi ogni sabato nel parco dove era solita incontrarsi con lui per portargli il pranzo. La terza, infine, racconta dell'idolatria di un ragazzo (Tsutomu Takeshige) per la pop star Haruna (Kyoko Fukada): quando la giovane idol rimane ferita a un'occhio dopo un incidente stradale e decide di ritirarsi dalle scene, anche il fan si acceca volontariamente (dopo aver "memorizzato" per un'ultima volta il suo viso) pur di starle accanto. I protagonisti delle tre storie, tutte inevitabilmente senza lieto fine, non soffrono per il fato avverso o per tragedie causate da fattori esterni ma sempre per azioni e scelte dipendenti dalla propria volontà e dovute all'interesse, alla vanità, all'ambizione o all'egoismo: i personaggi maschili, in particolare, rinunciano all'amore per poi pentirsene e, non potendo recuperare quello che ormai hanno perduto, cercano in qualche modo di redimersi e di rimediare quando è già troppo tardi. Molto bella la fotografia di Katsumi Yanagishima, che inonda lo schermo con i colori delle stagioni (il rosa della primavera, il verde dell'estate, il rosso dell'autunno, il bianco dell'inverno). I costumi sono di Yohji Yamamoto, mentre la colonna sonora di Joe Hisaishi (purtroppo alla sua ultima collaborazione con Kitano) è più sparsa e minimalista – e meno memorabile – del solito: comprende però una canzone (quella cantata da Haruna), che – in puro stile J-Pop – è tanto stupida quanto difficile da togliersi dalla testa (da notare che la melodia è la stessa della suoneria del cellulare di Matsumoto). La Fukada, un'autentica idol, è apparsa anche nel divertente "Kamikaze Girls" di Tetsuya Nakashima e nello "Yattaman" di Takashi Miike.

26 febbraio 2012

Das wandernde Bild (Fritz Lang, 1920)

Das wandernde Bild (aka Madonna im Schnee)
di Fritz Lang – Germania 1920
con Mia May, Hans Marr
**

Visto su YouTube.

Perseguitata dal cognato John per una questione di eredità, la vedova Irmgard Vanderheit si rifugia in una località turistica montana. Ma l'uomo la rintraccia fin là: per sfuggirgli, la donna tenta di oltrepassare a piedi le montagne ma è costretta a ripararsi in un rifugio alpino in compagnia di un misterioso eremita che si rivelerà essere proprio suo marito Georg. Questi, partigiano dell'amore libero e convinto che le nozze siano la tomba dell'amore, aveva infatti finto il proprio suicidio dopo che Irmgard aveva inscenato un matrimonio fasullo con l'aiuto del fratello gemello. Ritiratosi fra i monti, ha giurato di non fare ritorno al mondo finché la statua della Madonna delle Nevi, situata ai piedi del picco, non camminerà fino a valle. Durante una tempesta, Irmgard porterà in salvo un bambino fino al villaggio: e scambiando la sua sagoma per quella della statua, Georg accetterà di riunirsi a lei. Romantico (nell'accezione "tedesca" e ottocentesca del termine) e macchinoso (la storia è poco equilibrata, e comincia a farsi interessante soltanto dopo il flashback chiarificatore a metà pellicola), il film segna la prima collaborazione fra Lang e la sceneggiatrice Thea von Harbou, che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie. Ritenuto a lungo perduto, nel 1985 ne fu ritrovata una copia in Brasile, mancante di alcune parti e dei cartelli di testo (quelli della versione attualmente in circolazione sono stati ricostruiti a partire dal programma di sala distribuito in occasione della prima). La May recita in maniera estremamente melodrammatica, mentre più misurato e convincente è Marr nella doppia parte di Georg e del fratello malvagio John. Rudolf Klein-Rogge (accreditato come Klein-Rhoden), ex marito di Thea e futuro "Mabuse", è il cugino Wil Brand che salva i due coniugi dagli intrighi di John. Il titolo originale significa "La statua che cammina" (letteralmente, "L'immagine errante"), mentre quello di lavorazione recitava "La Madonna nella neve".

24 febbraio 2012

La scala a chiocciola (R. Siodmak, 1946)

La scala a chiocciola (The spiral staircase)
di Robert Siodmak – USA 1946
con Dorothy McGuire, George Brent
***

Rivisto in DVD.

A inizio secolo, una tranquilla cittadina del New England è scossa da una catena di delitti. Tutte le vittime sono giovani donne afflitte da un handicap o da un difetto fisico: e molte cose lasciano intendere che il prossimo bersaglio del serial killer sarà Helen (“Elena”, nel doppiaggio italiano d’epoca), una ragazza diventata muta in seguito a uno shock infantile, che lavora come domestica fuori città nella grande villa vittoriana della ricca famiglia Warren e che si sente in pericolo anche perché l’assassino potrebbe essere proprio uno degli abitanti di quella casa… Un piccolo gioiellino di suspence e inquietudine, vagamente hitchcockiano e capostipite di una lunga serie di thriller psicologici (nonché di horror/gialli all’italiana: evidenti sono infatti le influenze che il film ha avuto su Dario Argento e soci), che alterna sequenze da brivido ad altre oniriche e angoscianti, come l’immagine della protagonista che si riflette in un grande specchio senza la bocca, o l’inquadratura dell’occhio dell’assassino che scruta le sue vittime. Siodmak firma una regia elegante e precisa, che sfrutta alla perfezione gli spazi e gli ambienti della casa, aiutato anche dalla sontuosa fotografia in bianco e nero di Nicholas Musuraca. E pazienza se per uno spettatore moderno e smaliziato non è poi impossibile indovinare in anticipo l'identità del colpevole. La “scala a chiocciola” del titolo è quella che conduce alla cantina della villa, dove si verifica uno degli omicidi e dove avverrà la resa dei conti finale. Buona la prova della protagonista Dorothy McGuire, costretta a recitare e ad esprimere le proprie paure senza ricorrere alla parola (all’inizio del film la vediamo ironicamente assistere alla proiezione di un film muto), ma su tutti giganteggia Ethel Barrymore nei panni dell’anziana matrigna, malata ma lucida, che sembra sempre sapere qualcosa che gli altri ignorano. Il buon cast è completato da George Brent (il figlio maggiore), Gordon Oliver (il figlio minore), Kent Smith (il medico innamorato di Helen), Rhonda Fleming (la segretaria), Elsa Lanchester (la cuoca), Rhys Williams (il domestico) e Sara Allgood (l’infermiera).

23 febbraio 2012

.45 (Gary Lennon, 2006)

.45 (id.)
di Gary Lennon – USA 2006
con Milla Jovovich, Angus Macfadyen
*

Visto in DVD.

La bella Kat (Milla) è talmente innamorata di “Big Al” (Angus Macfadyen), un buzzurro geloso e violento che traffica in merce rubata e pistole (da cui il pretestuoso titolo del film, che si riferisce alla calibro 45 di proprietà di Al), da non essere in grado di ribellarsi ai suoi maltrattamenti, nonostante l’invito a denunciarlo o a liberarsene che gli rivolgono (in maniera non certo disinteressata, visto che sono tutti invaghiti di lei) l’amica lesbica Vic (Sarah Strange), il giovane complice di Al, Reilly (Stephen Dorff), e l’assistente sociale Liz (Aisha Tyler). Con l’aiuto di uno di loro, però, Kat riuscirà a “incastrare” Al e a rifarsi una nuova vita. Ambientata nel sottobosco criminale di Hell’s Kitchen, la pellicola vorrebbe affrontare il delicato tema dei maltrattamenti alle donne e della loro dipendenza dai propri aguzzini, ma lo fa in maniera pedestre, risultando inutilmente cinica e volgare: le psicologie dei personaggi sono tagliate con l’accetta o presentano inspiegabili incongruenze, mentre il mediocre regista (esordiente e autore anche della sceneggiatura) riesce nell’incredibile impresa di annullare la carica sexy di Milla persino quando la mostra seminuda o impegnata in scene lesbiche. Inutili, e completamente avulse da tutto il resto, le “interviste” ai vari personaggi (fra cui le pietose madri di Al e Kat) che, come in un documentario, espongono direttamente allo spettatore i propri pensieri e le proprie opinioni.

20 febbraio 2012

A better tomorrow 3 (Tsui Hark, 1989)

A better tomorrow 3 (Ying hung boon sik III: Jik yeung ji gor)
di Tsui Hark – Hong Kong 1989
con Chow Yun-Fat, Anita Mui
***

Rivisto in DVD.

Vietnam, 1974: un giovane Mark Gor (Chow Yun-Fat) raggiunge a Saigon il cugino Michael (Tony Leung Ka-Fai) e lo zio Cheung. La città sta per cadere, e la guerra sta per invaderne le strade che nel frattempo sono sconvolte da proteste e disordini. Per racimolare il denaro necessario a far fuggire lo zio dal paese, Mark e Michael stringono un’alleanza con la misteriosa Kitty (Anita Mui), una donna coinvolta in traffici non sempre leciti e "immanicata" con gangster e soldati corrotti. Il rapporto fra Kitty e Mark si tramuta presto in amore, ma lui preferisce farsi da parte per non mettere a repentaglio l’amicizia con Michael. Quando però l’ex amante della donna, il gangster Sam (Saburo Tokito), si rifarà vivo, tutte le tensioni e le contraddizioni esploderanno. La saga più popolare del cinema hongkonghese degli anni ottanta si conclude con un prequel che racconta la giovinezza di quello che, sin dal primo episodio, ne era apparso come il personaggio più importante (cosa che qui viene ufficialmente sancita, trasformandolo in protagonista assoluto). Dopo le incomprensioni avvenute sul set del secondo film, Tsui Hark “esautora” John Woo (che riutilizzerà lo script che aveva originariamente pensato per dar vita a quello che forse è il suo capolavoro, “Bullet in the head”) e dirige personalmente la pellicola, scegliendo un registro melodrammatico e virando al femminile molti dei temi che caratterizzavano l’universo esclusivamente maschile del collega. Lo dimostra la rivelazione che è stata proprio una donna a insegnare al giovane Mark a sparare, a donargli gli occhiali e lo spolverino che ne caratterizzeranno il look, e a “formarne” il carattere: una rivoluzione di non poco conto, se si pensa che il primo “A better tomorrow” aveva a sua volta influenzato l’immaginario virile di milioni di spettatori (e persino di veri membri della triade) del sud-est asiatico e dell’estremo oriente. Struggente storia d’amore e d’amicizia sullo sfondo storico del conflitto in Vietnam, il film appassiona per l’epica drammaticità (“Non si può essere romantici: dobbiamo sopravvivere”, dice Mark) che sfocia in un finale memorabile, dove assistiamo – in un montaggio alternato – all’arrivo dei Vietcong a Saigon e alla contemporanea e disperata fuga dei protagonisti in elicottero. Certo, lo stacco con i primi due film è notevole: si tratta di tutt’altro genere, non più incentrato sulle scene d’azione (che pure non mancano, anche se Tsui le gira in maniera più estetizzante e decisamente meno dinamica rispetto a Woo) ma sulla nostalgia e sui sentimenti, come suggerisce anche il sottotitolo “Amore e morte a Saigon”. In ogni caso, un film appassionante e coinvolgente, con due degli attori più carismatici di tutta la cinematografia hongkonghese (CYF e la fascinosa Anita Mui, dalle labbra rosso fuoco), una fotografia calda e avvolgente e una splendida canzone retrò interpretata dalla stessa Mui.

17 febbraio 2012

Partner (Bernardo Bertolucci, 1968)

Partner (aka Il sosia)
di Bernardo Bertolucci – Italia 1968
con Pierre Clementi, Stefania Sandrelli
**

Visto in divx.

Giacobbe, timido e nevrotico insegnante di teatro che dalla vita riceve solo umiliazioni, incontra un sosia che si chiama come lui ma che, a differenza sua, è spregiudicato e trasgressivo. Ne diventa amico e lo ospita nella propria casa, a Roma: e questi comincia a sostituirlo nella vita reale, conquistando la ragazza che ama (la Sandrelli), commettendo misteriosi omicidi e progettando azioni sovversive con i ragazzi dell’accademia teatrale. Nel finale, il protagonista si rivolgerà in prima persona agli spettatori, invitandoli ad accogliere anch'essi la propria parte nascosta: “Ciascuno di voi ha il proprio sosia: cercatelo! E liberate la belva!”. Ispirato al tema del doppio e naturalmente a “Il sosia” di Dostoevskij, che rilegge all'insegna di una “esposizione teorica antirealistica”, il film “riflette su teatro, cinema, politica e vita, per dimostrare come nulla di tutto ciò sia vero e naturale ma solo rappresentazione”. Al suo terzo lungometraggio, Bertolucci sembra però ancora in cerca di una propria strada. Dopo le influenze pasoliniane (“La commare secca”), è ora succube di quelle godardiane, già evidenti in “Prima della rivoluzione” ma che qui esplodono in maniera netta: si veda la decostruzione narrativa, l’uso e abuso di cartelli e di slogan (“Vietato vietare”, “Buttiamo via le maschere”), lo studio della gioventù e dei suoi rapporti con il mondo esterno, i temi politici del momento (la bandiera del “Vietnam libero”, presente sin dai titoli di testa con lo schermo diviso in due metà, una rossa e una blu). Il risultato è altalenante, confuso e purtroppo assai datato, anche per le eccessive ambizioni (fra i numerosi temi affrontati ci sono attacchi al consumismo e alla pubblicità, riflessioni sull’arte e sul libero arbitrio, la descrizione dell’ambiguità esistenziale, e una percezione della crisi sociale e culturale dell’Italia alla vigilia delle rivolte del 1968). Stilisticamente non mancano comunque le scene notevoli (la lotta fra le ombre, per esempio), mentre la regia non prova nemmeno a fingere di nascondere i trucchi ottici necessari a far apparire due Pierre Clementi nella stessa inquadratura. Spudorate alcune citazioni cinematografiche (“Nosferatu”, “La corazzata Pokemkin”). Esordio di Stefania Sandrelli in un film di Bertolucci (la ritroveremo ne “Il conformista” e “Novecento”), mentre Tina Aumont è la giovane venditrice di detersivi con gli occhi dipinti sulle palpebre e Sergio Tofano è il “maggiordomo” Petrushka. Fra gli studenti di teatro si riconosce Ninetto Davoli. La colonna sonora è di Ennio Morricone, le scenografie di Altan.

15 febbraio 2012

Megane (Naoko Ogigami, 2007)

Megane
di Naoko Ogigami – Giappone 2007
con Satomi Kobayashi, Masako Motai
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Taeko, turista in fuga dalla città e in cerca di “un posto dove il cellulare non prenda”, giunge fuori stagione – siamo all’inizio di primavera – in un’isoletta nel sud del paese. Qui alloggia in un albergo isolato, popolato da eccentrici personaggi fra i quali spicca la misteriosa signora Sakura, vero centro carismatico della comunità, che vende (o meglio, offre) le sue granite in un baracchino sulla spiaggia, organizza esercizi di ginnastica mattutini, si muove su un rudimentale triciclo e cucina prelibati piatti a base di pesce. Dalla regista di "Kamome diner" ("La locanda del gabbiano"), con cui ha in comune alcune interpreti nonché lo stile surreale e stralunato a metà fra Kitano e Kaurismäki, un film lento e minimalista sull’importanza di “non avere fretta”, di riflettere su sé stessi e il passato, di imparare a “crepuscolare”. Impagabili le mappe assai essenziali che il gestore dell’albergo disegna per i propri clienti (“Quando comincerete a pensare di esservi persi, andate avanti ancora 80 metri e poi girate a destra”). Il titolo, che significa “occhiali”, si riferisce al fatto che tutti i personaggi li portano, anche se a volte è necessario toglierseli per guardare il mondo da un altro punto di vista. Molte le cose non dette e le domande lasciate senza risposta (da cosa fugge Taeko? da dove viene la signora Sakura?). Ma in fondo, vista la natura metafisica della pellicola, non è importante sapere tutto. Bellissimi i paesaggi e gli ambienti, le spiagge con la sabbia bianchissima, il colore del mare, il vento, la luna.

13 febbraio 2012

I ragazzi della 56a strada (F. Coppola, 1983)

I ragazzi della 56a strada (The Outsiders)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con C. Thomas Howell, Matt Dillon
**1/2

Visto in VHS, con Marisa.

Nella cittadina di Tulsa, in Oklahoma, l'odio e la rivalità dividono la banda dei "greasers" (i ragazzi dei bassifondi) e quella dei "social" (i rampolli di buona famiglia). Quando il quattordicenne Ponyboy (C. Thomas Howell) e il suo amico sedicenne Johnny (Ralph Macchio) uccidono un rivale che li aveva aggrediti, sono costretti a rifugiarsi per qualche giorno in una chiesa abbandonata in campagna. Dopo aver salvato eroicamente alcuni bambini da un edificio in fiamme, torneranno in città per uno scontro risolutore con la banda nemica: ma la morte di Johnny spingerà l'amico Dallas (Matt Dillon) verso l'autodistruzione. Tratto da un romanzo della scrittrice Susan E. Hinton e ambientato negli anni sessanta, è un film che a livello di trama non sembra aggiungere molto a quello che già altre pellicole (da "Gioventù bruciata" a "West Side Story") avevano detto sull'argomento, anche se Coppola ci innesta alcune sequenze poeticamente significative (come la scena in cui Ponyboy e Johnny ammirano il tramonto e la bellezza della natura, riflettendo sul valore della gioventù attraverso i versi di Robert Frost). Oltre che su una regia stilizzata, su una fotografia espressionista e dai colori accesi, su inquadrature e caratterizzazioni da teen movie (si veda tutta la prima parte, ambientata al drive in), può contare su un nutrito cast di giovani promesse (molte delle quali faranno carriera: Patrick Swayze, Tom Cruise, Emilio Estevez, Rob Lowe, Diane Lane) e di guest star (Tom Waits, la stessa Susan Hinton). Reduce dal flop del suo film precedente, "Un sogno lungo un giorno", Coppola decise di realizzare la pellicola su suggerimento degli studenti di una scuola media che lo avevano letto in classe. Durante la lavorazione, stese – insieme alla Hinton – la sceneggiatura di un altro film da girare negli stessi luoghi, con la stessa troupe e parte dello stesso cast: il più sperimentale e meno commerciale "Rusty il selvaggio", uscito nello stesso anno e che con questo forma un dittico sui temi del disagio esistenziale e della delinquenza giovanile. Nella colonna sonora di Carmine Coppola (padre del regista), spicca la canzone "Stay Gold", cantata da Stevie Wonder. Nella riedizione del 2005 (che presenta molte scene aggiunte o modificate), gran parte della musica è stata sostituita con canzoni degli anni sessanta (di Elvis Presley e altri). Senza senso il titolo italiano, che sembra collocare la vicenda a New York.

12 febbraio 2012

Super Size Me (M. Spurlock, 2004)

Super Size Me (id.)
di Morgan Spurlock – USA 2004
con Morgan Spurlock, Alexandra Jamieson
*1/2

Visto in TV.

L’obesità è ormai una vera e propria epidemia in molti paesi industrializzati, Stati Uniti in testa. Per dimostrare la dannosità dei cibi grassi e ricchi di zucchero, come quelli serviti dalle grandi catene di fast food, il regista e interprete di questo documentario ha provato a nutrirsi per 30 giorni esclusivamente da McDonald’s, mangiando hamburger e patatine a colazione, pranzo e cena (abbinando il tutto a una completa assenza di esercizio fisico, in modo da “riprodurre” lo stile di vita di molti americani). L’esperimento, condotto sotto stretto controllo medico, rivela quello che in fondo si sapeva già dal principio: mangiando così, si ingrassa e si sta male. C’era davvero bisogno di farci su un film? Realizzata nel periodo in cui alcuni gruppi di consumatori cominciavano a far causa a McDonald’s e soci perché non li avrebbero informati dei danni provocati dal loro cibo, la pellicola intende denunciare gli effetti di una dieta di scarsa qualità, accusare le compagnie alimentari di lanciare campagne pubblicitarie rivolte ai minori per fornire loro un “imprinting” sin dall’infanzia, dare voce agli esperti nutrizionisti che sconsigliano di ingurgitare cibo spazzatura. Ma se il messaggio è giusto e l’argomento importante, lo stile di Spurlock (sulle orme di Michael Moore) è paternalista, retorico, banale, sensazionalista. Non mancano comunque alcuni spunti interessanti (come le riflessioni sul fatto che, mentre negli Stati Uniti è ormai “socialmente accettato” criticare i fumatori, attaccare una scorretta alimentazione – tranne quando riguarda i bambini, con riferimento alle mense scolastiche – è ancora visto come una limitazione della libertà personale). Uno degli effetti della pellicola fu quello di spingere McDonald’s a eliminare il menù “Super Size” dai suoi ristoranti.

9 febbraio 2012

Hugo Cabret (M. Scorsese, 2011)

Hugo Cabret (Hugo)
di Martin Scorsese – USA 2011
con Asa Butterfield, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Agli inizi degli anni trenta, il piccolo orfano Hugo Cabret vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse di Parigi, dove – aggirandosi fra stanze segrete, meccanismi e ingranaggi – si preoccupa di far funzionare correttamente i numerosi orologi presenti nell'edificio. L'unico legame che gli resta con il padre, scomparso in un incendio, è un misterioso automa scrivano che l'uomo stava cercando di riparare prima di morire. Per renderlo di nuovo funzionante, Hugo ruba pezzi di ricambio dal negozio di giocattoli della stazione, il cui proprietario nasconde un segreto che il bambino cercherà di svelare con l'aiuto della coetanea Isabelle. Adattando il libro di Brian Selznick, Scorsese realizza il suo primo film per bambini, nonché il suo primo film in 3D: apparentemente una pellicola per famiglie come tante altre, man mano che la trama procede si rivela un esplicito omaggio al cinema degli albori, immergendo lo spettatore nella magia delle opere di George Méliès. Pioniere degli trucchi ottici e degli effetti speciali, Méliès fu il primo cineasta a usare il linguaggio della settima arte per descrivere mondi fantastici e raccontare sogni e mirabolanti avventure anziché riprodurre semplicemente la realtà, come avveniva invece nei primi esperimenti dei fratelli Lumière. Già illusionista e giocattolaio (i cenni biografici narrati nel film sono in gran parte autentici), fu autore di centinaia di film (spesso colorati direttamente sulla pellicola): il più celebre, pluricitato nella pellicola di Scorsese, è il "Viaggio nella luna" del 1902. E il regista italoamericano utilizza il 3D – oltre che per rendere vivo e avvolgente l’ambiente della stazione di Montparnasse (a un certo punto cita anche il celebre incidente ferroviario del 1895) – proprio per riprodurre in tre dimensioni gli stessi film di Méliès (e quelli dei Lumière: in particolare "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", con gli spettatori che si spaventano credendo di essere travolti, che in versione stereoscopica acquista ancora maggior realismo): una “giunzione” fra i due estremi della storia – e della tecnica – del cinema che ha davvero del magico. Innumerevoli, comunque, le citazioni cinematografiche: Hugo e Isabelle assistono al cinema a "Preferisco l’ascensore" con Harold Lloyd (la famosa scena in cui l’attore rimane appeso alle lancette di un orologio sulla facciata di un palazzo, ripresa – oltre che in questo film, nella sequenza in cui lo stesso Hugo si appende alle lancette dell’orologio di Montparnasse – anche da Jackie Chan in "Project A"), mentre del montaggio fanno parte alcuni filmati d'epoca sulla guerra (che scorrono sulle note della “Gnossienne n. 1” di Erik Satie: ma la colonna sonora – per il resto di Howard Shore – comprende anche la “Danza macabra” di Saint-Saëns) e brevi flash con Louise Brooks, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino e mille altri protagonisti del cinema muto. Curioso, a questo proposito, come nello stesso anno – il 2011 – siano usciti due film che rendono omaggio al cinema degli esordi (l'altra è ovviamente "The Artist"), entrambi dati fra i favoriti agli Oscar: evidentemente ci troviamo in un periodo particolarmente nostalgico. E pensare che una è una pellicola francese che omaggia il cinema americano, l'altro è un film americano che omaggia il cinema francese. Scorsese, poi, è ancora più ammirevole perché è riuscito a rivolgere il suo appassionato grido d’amore per il cinema proprio ai più giovani (non dimentichiamo che il target della pellicola è comunque infantile). Accanto ai due protagonisti bambini (Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, il cui personaggio – entusiasta ed accanita divoratrice di libri – ricorda l'Hermione di "Harry Potter") si muove un interessante cast di adulti, a partire da Ben Kingsley nei panni di Méliès: Sacha Baron Cohen è l’ispettore ferroviario (i cui inseguimenti a Hugo lungo le banchine della stazione forniscono gli inevitabili momenti comici di questo tipo di film, di cui si poteva forse fare anche a meno), Jude Law è il padre di Hugo, Christopher Lee è il libraio, Helen McCrory è la moglie di Méliès, Emily Mortimer è la fioraia.

8 febbraio 2012

Cattivissimo me (Coffin, Renaud, 2010)

Cattivissimo me (Despicable Me)
di Pierre Coffin e Chris Renaud – USA/Francia 2010
animazione digitale
**

Visto in divx, con Hiromi.

Dopo che un suo rivale è stato in grado di sottrarre la Piramide di Cheope, il supercriminale Gru progetta di rubare la Luna per dimostrare agli altri “cattivi” di essere il migliore di tutti. Per mettere in atto il suo piano è costretto ad adottare tre bambine provenienti da un orfanotrofio, alle quali finirà con l’affezionarsi. Divertente e innocua parodia dei “supervillain” di tanti fumetti e film sui supereroi (i “buoni”, curiosamente, sono del tutto assenti), che prende spunto – oltre che dagli albi Marvel occasionalmente dedicati a criminali come il Dottor Destino – da “Gli incredibili” della Pixar, dal dottor Male di “Austin Powers” e dalla serie “Spy versus Spy”. L’idea è carina, ma viene sviluppata senza particolari guizzi e senza offrire alcuna sorpresa allo spettatore: tutto è prevedibile e telefonato, dall’obbligata simpatia dei personaggi (fra i quali spiccano gli innumerevoli “minions”, gli sgherri al servizio del protagonista) al lieto fine sdolcinato, compresa la “normalizzazione” del supercriminale (la cui base segreta, piena di attrezzature tecnologiche, è inserita fra le villette a schiera della tipica periferia americana), che deve fare la spesa, chiedere prestiti in banca (naturalmente si tratta della Banca del Male, “già Lehman Brothers”), e con tanto di mamma a carico. Ben trattato, comunque, il tema dell’infanzia (si rivela che la Luna è sempre stata al centro dei sogni e dei desideri del protagonista fin da quando era bambino). Prodotto dalla Universal (è il primo film della neonata divisione Illumination Entertainment), è stato interamente realizzato dallo studio francese Mac Guff.

6 febbraio 2012

Furia (Fritz Lang, 1936)

Furia (Fury)
di Fritz Lang – USA 1936
con Spencer Tracy, Sylvia Sidney
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Costanza, Ginevra, Eleonora.

Il primo film americano di Lang – che era fuggito da poco dalla Germania nazista – è ispirato (pare) a un fatto di cronaca e soprattutto a un’inquietante statistica, citata nella stessa pellicola: nei 45 anni precedenti, negli Stati Uniti si erano verificati più di 6.000 casi di linciaggi di massa, nella maggior parte dei quali i responsabili non sono mai stati identificati né condannati. L’onesto garagista Joe (Tracy), proprio alla vigilia delle sue nozze con Kate (Sidney), viene scambiato per un rapitore di bambini e portato in carcere nella cittadina di Strand, in attesa di giudizio. La voce del suo arresto si sparge per il paese, e ben presto la folla assalta la prigione per farsi giustizia da sola. L’edificio viene dato alle fiamme, e soltanto dopo il suo crollo si scoprirà che l’uomo era innocente. Miracolosamente scampato all’incendio, e ritenuto morto da tutti, Joe medita una crudele vendetta, facendo in modo che ventidue dei cittadini di Strand vengano processati e condannati a morte per il suo omicidio. Il titolo “Furia” può dunque riferirsi tanto alla follia omicida della massa quanto all’ira vendicativa del protagonista. Cupo thriller che il lieto fine (imposto dai produttori, fra i quali figura Joseph L. Mankiewicz) non riesce completamente a edulcorare, il film è un impietoso ritratto della provincia americana, di cui descrive la brutalità e la violenza repressa (in contrasto con la visione ottimistica e la fiducia nel popolo che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti) e la consuetudine di farsi giustizia da soli (così diffusa allora del paese, soprattutto nelle regioni del Sud e del Midwest). Sfiorando temi già trattati nelle sue pellicole tedesche (in particolare “M, il mostro di Düsseldorf”), Lang approfondisce in particolare il concetto a lui caro del potenziale assassino nascosto in ciascun essere umano (impagabile la scena del barbiere che racconta di essere talvolta preso dall’impulso di tagliare la gola ai suoi clienti), che si tratti di un singolo o di una folla (e qui la mente corre alle celebre pagine manzoniane sulla massa che agisce senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni), un tema che tornerà a più riprese anche nei lavori successivi, da “Sono innocente” a “La donna del ritratto”. Da notare che la cagnolina Rainbow è interpretata dalla stessa “attrice” (Terry) che tre anni dopo sarà Totò nel “Mago di Oz” di Victor Fleming. La scena in cui l’immigrato rivendica di conoscere la costituzione degli Stati Uniti meglio di coloro che in America ci sono nati, avendo dovuto studiarla per ottenere il visto d’ingresso, fa evidentemente riferimento all’esperienza dello stesso Lang.

4 febbraio 2012

Prima della rivoluzione (B. Bertolucci, 1964)

Prima della rivoluzione
di Bernardo Bertolucci – Italia 1964
con Francesco Barilli, Adriana Asti
***

Visto in divx, con Marisa.

Ambientato a Parma all’inizio degli anni sessanta, il secondo lungometraggio di Bertolucci – all’epoca ventitrenne – è il suo primo film veramente “personale” (la pellicola precedente, “La commare secca”, era ancora troppo pasoliniana): non solo perché si svolge nella sua terra, ma anche e soprattutto perché fonde e mescola – come accadrà in tutta la filmografia successiva del regista emiliano – il tema dell’impegno e dell’ideologia politica con quello dell’esistenzialismo, del cambiamento, dei sentimenti e delle relazioni personali e individuali. Il titolo proviene da una citazione di Tayllerand: “Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non sa cos’è la dolcezza del vivere”. Il giovane Fabrizio (Francesco Barilli), di famiglia borghese ma di idee comuniste, vive la contraddizione di far parte di una comunità dove persino i proletari aspirano a integrarsi nel sistema anziché, come un tempo, a "rompere le catene". Scosso dalla morte improvvisa dell’amico Agostino, annegato nel Po, si innamora della sua giovane zia Gina (Adriana Asti), con la quale stringe un’intensa e segreta relazione. Anche la donna è in fuga (da sé stessa, da Milano) e in cerca di qualcosa che non riesce ad afferrare (scopriremo più avanti che è in cura da uno psicanalista, probabilmente Cesare Musatti, con cui proprio la Asti era in analisi: “lei ha la febbre dei nervi, io la febbre del presente”, dirà il ragazzo) ma la sua storia "rivoluzionaria" con il nipote non è destinata a durare. Quando Fabrizio si renderà conto che è impossibile conciliare le idee che gli stanno a cuore con il tessuto sociale in cui vive, abbandonerà l’impegno politico e tornerà nell’alveo della “normalità", accettando di sposare la ragazza cattolica e di buona famiglia che fin dall’inizio gli era stata predestinata (“Per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione”). Oltre che per i contenuti (che per certi versi sembrano anticipare le inquietudini de "I pugni in tasca" di Bellocchio), il film si differenzia da Pasolini anche per lo stile, chiaramente debitore verso i maestri della nouvelle vague: debito che viene riconosciuto nella scena in cui l’amico cinefilo di Fabrizio (interpretato da Gianni Amico, co-sceneggiatore del film) afferma – dopo aver visto “La donna è donna” di Godard – che “lo stile è un fatto morale” (e che “non si può vivere senza Rossellini”). Un altro omaggio metacinematografico è dato dalla sequenza della "camera ottica", dove il mondo esterno è osservato attraverso il riflesso in uno specchio, l'unica a colori in un film per il resto in bianco e nero. Da notare che i nomi dei personaggi sono gli stessi dei protagonisti de “La certosa di Parma” di Stendhal. La colonna sonora di Ennio Morricone è integrata dal jazz di Gato Barbieri, da un paio di canzoni di Gino Paoli e, nel finale, dal Macbeth di Verdi in scena al Teatro Regio, cui Fabrizio assiste dal palco di famiglia della sua fidanzata. Nel cast, diversi attori non professionisti: Cesare, l’ideologo comunista che fa anche il maestro elementare (e che nel finale legge ai suoi alunni “Moby Dick”, simbolo di una ricerca eterna e impossibile) è interpretato dal critico cinematografico Morando Morandini; Puck, il proprietario terriero che rimpiange i tempi andati, è Cecrope Barilli, curiosamente omonimo di un pittore parmense dell'ottocento di cui Francesco Barilli, il protagonista del film, è il nipote. Ma Puck è un nome shakespeariano, e Shakespeare fa subito venire in mente un parallelo fra Fabrizio ed Enrico V...

3 febbraio 2012

Sex and Zen III (Aman Chang, 1998)

Sex and Zen III (Yu pu tuan III: zhi guan ren wo yao)
di Aman Chang – Hong Kong 1998
con Karen Yeung, Timothy Zhao
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ancora prodotto – come il secondo – da Wong Jing, il terzo film della serie è quello che meno tiene fede al proprio titolo: di "zen", ormai, non c'è proprio traccia! La pellicola si discosta dalle precedenti anche per il tono generale, che mette da parte l'ironia e gli elementi fantastici in favore di un impanto melodrammatico che a tratti sfocia addirittura nel torture movie. Tre ragazze povere – Susan (Karen Yeung), Fanny (Tung Yi) e Chinyun (Chung Chun) – vengono vendute dalle rispettive famiglie al bordello di madame Tall Kau (Chik King-Man), dove vengono addestrate per diventare esperte prostitute. Susan si innamora, ricambiata, dello studente Chu Chi-Ang (Timothy Zhao), scatenando la gelosia di Fanny, che la accusa di aver ucciso il mercante di cavalli Sir Lui (Elvis Tsui). Richiamato da Chinyun, sarà proprio il giovane Chu, che nel frattempo è diventato un magistrato (e ha appreso straordinarie tecniche sessuali da un misterioso giustiziere), a salvarla dalla terribile prigione in cui è stata rinchiusa. Rispetto ai due film precedenti mancano gli attori di spicco (se si eccettua il solito Elvis Tsui) e soprattutto l'umorismo demenziale. Se aggiungiamo che la trama è piatta e prevedibile, che la sceneggiatura è raffazzonata (i pochi spunti interessanti non vengono poi approfonditi), ma soprattutto che nessuna delle attrici ha il carisma o la carica erotica di Shu Qi, di Amy Yip o delle altre interpreti dei film precedenti, si capisce perché questo capitolo è decisamente il meno riuscito della saga.

2 febbraio 2012

Sex and Zen II (Chin Man Kei, 1996)

Sex and Zen II (Yu pu tuan II: yu nu xin jing)
di Chin Man Kei – Hong Kong 1996
con Loretta Lee, Shu Qi
**

Visto in divx.

La trama del secondo episodio di "Sex and zen" (prodotto da Wong Jing, prolifico filmmaker hongkonghese specializzato in pellicole trash e di exploitation) non ha legami con il precedente, anche se non mancano alcuni deboli riferimenti interni. Ispirato dalle imprese di Lawrence Ng nel primo film, infatti, il ricco e potente Sai Moon Kin (Elvis Tsui) fortifica la propria virilità e si pone l'obiettivo di conquistare più donne possibile, non esitando ad approfittare anche della giovane e bellissima moglie (Shu Qi) del suo figlio ritardato. Ma ignora che questa è in realtà una perfida strega, la "Signora del Miraggio", che ha il potere di risucchiare le energie di tutti coloro con cui fa l'amore, uomini o donne che siano. A sconfiggerla ci penserà l'altra figlia di Sai, Yiau (Loretta Lee), che si veste da ragazzo e indossa una cintura di castità, aiutata da un misterioso giustiziere, Uomo di Ferro, e da un giovane studente lascivo con il membro di metallo (alla "Tetsuo"). Dopo un inizio grezzo e grottesco, ricco di gag bizzarre e demenziali quanto e più quelle del primo film (la gara di eiaculazione ce la potevano risparmiare!), i toni della pellicola virano decisamente verso il fantasy/horror nello stile di "Storia di fantasmi cinesi", seppur con una robusta dose di sesso (ma sempre nei limiti del softcore). E non manca un certo fascino visivo, fra creature demoniache e spettrali, veli fluttuanti, una fotografia colorata ed eterea. Ingegnosa la trovata del veleno che condanna a morte chi lo ingerisce a meno che non faccia l'amore con una donna entro un'ora, e memorabile il duello finale all'ultimo orgasmo fra Loretta Lee e Shu Qi. In effetti, i fan di quest'ultima – tra cui c'è anche il sottoscritto – non resteranno delusi: la splendida interprete, a inizio carriera (si tratta praticamente del suo debutto), si concede allo spettatore con generosità ed è protagonista delle sequenze più hot. D'altronde, prima di diventare una diva mainstream, si è fatta le ossa proprio con pellicole come queste, e per lungo tempo ha faticato a togliersi di dosso la fama di attrice di film "Category III". Anche Elvis Tsui, che interpretava il mercante di seta nel film precedente, è uno dei volti (e corpi) maschili più noti del genere: sarà l'unico attore ad apparire in tutti e tre i capitoli della serie (pur interpretando personaggi sempre diversi).

1 febbraio 2012

Sex and Zen (Michael Mak, 1991)

Sex and Zen (Yu pu tuan zhi: tou qing bao jian)
di Michael Mak – Hong Kong 1991
con Lawrence Ng, Amy Yip
*1/2

Rivisto in divx.

Primo di una fortunata serie di "Category III" (le pellicole hongkonghesi vietate ai minori, di cui è il campione d'incassi di sempre) e ispirato da un classico romanzo erotico cinese del diciassettesimo secolo ("Il tappeto da preghiera di carne" di Li Yu, che è poi il sottotitolo della versione italiana), è un film che – com'è tipico del cinema di Hong Kong in generale – si caratterizza per una continua alternanza di registri, passando senza vergogna dalla farsa boccaccesca e demenziale al melodramma di ambientazione storica e dai toni tragici, un mix che può certamente lasciare perplesso uno spettatore occidentale. Proprio il diffuso sense of humour, in ogni caso, ne rende in parte interessante la visione. Il giovane Mei Yeung-Sheng, lascivo e donnaiolo, si fa trapiantare il membro di un cavallo per conquistare la moglie di un rozzo venditore di tessuti. Mentre però è lontano da casa, passando da un'avventura amorosa all'altra, la sua stessa consorte viene sedotta e abbandonata: la ritroverà in un bordello. Alternando scene spinte (ma mai completamente esplicite, anche se le nudità femminili abbondano, così come amplessi, masturbazioni, rapporti saffici e sadomaso) e altre decisamente comiche o grottesche (quando i due elementi non coesistono, come nelle sequenze del flauto o del pennello), il film procede fra alti e bassi con una struttura a episodi che si chiude nel finale all'insegna della morale "chi la fa l'aspetti", ovvero "ogni azione ha delle conseguenze". La pettoruta Amy Yip, già celebre per "Erotic Ghost Story", è la diva per eccellenza di questo genere cinematografico, mentre il protagonista Lawrence Ng è più noto come interprete di serie televisive. Nel cast figurano anche Kent Cheng (il chirurgo) e Carrie Ng (la proprietaria del bordello), oltre a Lo Lieh (il bandito), Elvis Tsui (il mercante di seta), Mari Ayukawa (sua moglie), Isabella Chow e Rena Murakami (le due dame cugine). Nel corso degli anni novanta sono usciti due seguiti (con storie in realtà indipendenti) e, di recente, anche una versione in 3D (naturalmente approdata subito nelle nostre sale, quando invece i film hongkonghesi d'autore sono ormai regolarmente trascurati dai distributori italiani).