30 gennaio 2012

J. Edgar (Clint Eastwood, 2011)

J. Edgar (id.)
di Clint Eastwood – USA 2011
con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer
**

Visto al cinema Colosseo.

Biografia romanzata di J. Edgar Hoover, uno degli uomini più popolari, controversi e temuti d'America, fondatore e direttore per quasi cinquant'anni dell'FBI (Federal Bureau of Investigation). Il film – che ne racconta la vita attraverso una serie di flashback (si immagina infatti che lo stesso Hoover, ormai invecchiato, detti le sue memorie a una serie di scrittori per pubblicare un libro autobiografico) – lo ritrae come fermo, solitario, represso, omosessuale, ossessionato dalla lotta al comunismo e alla criminalità, ma anche cacciatore di gloria personale e fortemente attaccato al potere e alla propria poltrona: impagabili le scene in cui, alla nomina di ogni nuovo Presidente degli Stati Uniti (nel corso della sua carriera se ne sono succeduti ben otto), si reca alla Casa Bianca con un dossier “scomodo” su di lui, per poterlo ricattare e assicurarsi in questo modo il suo appoggio. L’intero film – dominato da un ottimo DiCaprio – si poggia sulla figura di Hoover: gli altri personaggi appaiono in scena soltanto in funzione del suo rapporto con lui (tant’è che, fra di loro, non interagiscono mai). Ma il ritratto che ne esce fuori è ambiguo e poco lucido, e alla fine ci si chiede che cosa volesse raccontare questo film. Si salta di palo in frasca, in maniera talvolta arbitraria e senza collegamento: dall’introduzione del metodo scientifico nelle indagini (impronte digitali, archivi, intercettazioni: “l’informazione è potere” era uno dei suoi motti) al racconto di alcuni episodi e “casi” celebri (il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, la lettera di minacce inviata a Martin Luther King), dalla relazione con il suo braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer) al rapporto con la madre (Judi Dench). Non sempre convincente il trucco che invecchia i personaggi: ancora accettabile su DiCaprio, del tutto inadeguato per Hammer o per Naomi Watts (la segretaria). Alla fine si resta con la sensazione che Clint – qui autore anche delle musiche – negli ultimi anni stia sfornando un po’ troppi film: se dedicasse più tempo a “limare” i difetti di ciascuno di essi, per esempio curando meglio le sceneggiature (nulla da dire su regia e fotografia, invece), sarebbero potenzialmente tutti capolavori.

27 gennaio 2012

Arrivederci ragazzi (L. Malle, 1987)

Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants)
di Louis Malle – Francia/Germania 1987
con Gaspard Manesse, Raphaël Fejtö
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Per il Giorno della Memoria, ho rivisto questo classico film di Louis Malle, vincitore fra l’altro del Leone d’Oro al Festival di Venezia. Nell’inverno del 1943, nella Francia occupata dai tedeschi, il piccolo Julien Quentin è inviato dalla sua famiglia a frequentare un collegio religioso. Qui stringe una profonda amicizia con il coetaneo Jean Bonnet, il cui vero nome è Jean Kippelstein: si tratta infatti di un ebreo, accolto sotto falso nome dal direttore del collegio per proteggerlo dalle persecuzioni naziste. Ma sarà tutto inutile, visto che una mattina di gennaio la Gestapo farà irruzione nell’istituto e porterà via Jean insieme ad altri due ragazzi e al direttore della scuola (che saluterà gli alunni con la frase che dà il titolo alla pellicola). Ispirato a un’esperienza vissuta in prima persona dal regista (che a 11 anni fu testimone di eventi del tutto simili a quelli descritti sullo schermo), attraverso i dispetti e l’amicizia dei bambini il film fa riflettere sull’insensatezza dell’odio degli adulti e delle tragedie della storia. La cura nella descrizione delle dinamiche e delle psicologie infantili (che fa accomunare il film a tante altre pellicole francesi ambientate in scuole o collegi, da “Zero in condotta” a “I quattrocento colpi”, da “Essere e avere” al recente “La classe”) si sposa con la descrizione dell’Olocausto da un punto di vista personale e individuale, rendendo la tragedia ancora più ingiusta, assurda e incomprensibile perché osservata con gli occhi di un bambino. Da notare che si tratta di una coproduzione franco-tedesca. Malle aveva già affrontato il periodo storico e il tema del collaborazionismo nel precedente "Cognome e nome: Lacombe Lucien".

26 gennaio 2012

Il passo sospeso della cicogna (T. Angelopoulos, 1991)

Il passo sospeso della cicogna (To meteoro vima tou pelargou)
di Theodoros Angelopoulos – Grecia/Francia/Italia 1991
con Gregory Karr, Marcello Mastroianni
**

Visto in divx, con Marisa.

La recente scomparsa del regista greco Theo Angelopoulos, di cui praticamente non ho mai visto nulla (tranne qualche cortometraggio all’interno di film a episodi), mi ha spinto a recuperare una delle sue pellicole meno note, una meditazione sul tema dell’identità, dei confini e dell’immigrazione (il film si apre con l’immagine di alcuni clandestini dispersi in mare). Il giornalista televisivo Alexandre, inviato a realizzare un servizio in una città innevata presso il confine fra Grecia e Albania dove si ammassano orde di profughi e di immigrati (albanesi, turchi, curdi, iraniani) in attesa dei documenti per entrare nel paese, crede di riconoscere in uno dei disperati un celebre uomo politico e scrittore (Mastroianni) la cui misteriosa e volontaria sparizione, anni prima, aveva suscitato scalpore. Per confermare la sua identificazione, farà giungere fin lì la moglie dell’uomo (Jeanne Moreau, che recita in inglese), ma il mistero rimarrà. In parte profetico (la guerra nei Balcani era ancora da venire, ma la paralisi e l'incapacità della politica di far fronte ai problemi sociali e all'immigrazione era già evidente), pericolosamente vicino alle atmosfere di Antonioni e Tarkovsky (la “colpa” è di Tonino Guerra, co-sceneggiatore), pieno di metafore e di simboli, il film indaga con estrema lentezza "le frontiere politiche e quelle dell’anima", ma il risultato è spesso poeticista, pretenzioso e confuso, soprattutto nelle scene parlate. Meglio, molto meglio, quelle mute, che sprigionano un fascino particolare: su tutte, la carrellata sulle carrozze del treno usato come rifugio dagli immigrati, il piano sequenza della sala da ballo e soprattutto la scena del matrimonio sulle sponde del fiume, con gli sposi che si trovano sulle rive opposte e sono separati dall'acqua e dalla frontiera. Fondamentale la colonna sonora di Eleni Karaindrou. Il titolo fa riferimento alla posizione che il protagonista assume, con un piede sollevato, sulla linea che delimita il confine.

24 gennaio 2012

Il buono, il brutto, il cattivo (S. Leone, 1966)

Il buono, il brutto, il cattivo
di Sergio Leone – Italia 1966
con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef
****

Rivisto in Blu-ray con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra, Eleonora e Costanza.

Sullo sfondo della sanguinosa guerra di secessione americana, tre uomini che vivono ai margini della legge (un giustiziere senza nome soprannominato "il Biondo"; il fuorilegge messicano Tuco; e il killer a pagamento chiamato "Sentenza") si mettono sulle tracce di una cassa con duecentomila dollari in oro, sottratta all'esercito sudista e nascosta in un cimitero. La "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, che ha dato il via alla stagione dei western all'italiana, si conclude con il film forse più celebre e importante dell'intero filone, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare. Se Clint Eastwood era stato il protagonista assoluto del primo film ("Per un pugno di dollari"), affiancato poi da Lee Van Cleef nel secondo ("Per qualche dollaro in più"), qui i personaggi centrali diventano tre (come indica già il titolo della pellicola, fra l'altro ben più azzeccato e significativo di quelli dei due film precedenti, che in fondo avrebbero potuto essere appioppati a qualsiasi spaghetti western): il terzo incomodo è il formidabile Eli Wallach, nel ruolo più celebre di una carriera che pure lo ha visto recitare in compagnia di divi come Marilyn Monroe ("Gli spostati") e in pellicole come "I magnifici sette" e "La conquista del west". Proprio il suo personaggio, "il brutto" Tuco, è il più simpatico e "umano" dei tre protagonisti, non solo perché gli sono riservati i momenti più tipicamente comici ma anche e soprattutto perché è quello meglio caratterizzato (basti pensare al background che gli forniscono sequenze come quella dell'incontro con il fratello prete). Clint Eastwood, che naturalmente è "il buono", interpreta ancora una volta il ruolo dell'eroe senza nome (il fatto che soltanto nel finale giunga a indossare il celebre poncho che vestiva nei film precedenti suggerisce che questo possa essere – almeno idealmente – il prequel degli altri due). Van Cleef, invece, stavolta è "il cattivo" (e per ringiovanirlo rispetto al colonnello Mortimer, Leone gli ha fatto tingere i baffi e i capelli di nero): al contrario degli antagonisti nevrotici e spietati interpretati in precedenza da Gian Maria Volontè, però, la sua non è una cattiveria pura, bensì sempre controllata e finalizzata a un obiettivo.

Nonostante la monumentale durata (quasi tre ore), la storia che il film racconta è piuttosto semplice e il canovaccio è quello della caccia al tesoro, con ciascuno dei tre personaggi in possesso di solo una parte delle informazioni che consentono di trovare il bottino, il che li costringe a dar vita ad alleanze forzate che si formano e si disfano a seconda degli eventi. Sullo sfondo, come detto, c’è uno scenario storico preciso, quello della guerra civile americana, che non solo dona a tutta la vicenda un maggior respiro epico e quell’universalità che mancavano nei film precedenti ma ne accentua il continuo senso di morte imminente (che accompagna i personaggi dalla prima all'ultima sequenza: non a caso il climax del film si svolge in un cimitero). E di fronte agli orrori di un conflitto insensato ("Non ho mai visto morire tanta gente, tanto male", commenta il Biondo osservando una battaglia), anche gli inganni e le violenze dei tre protagonisti si fanno più piccoli e passano quasi in secondo piano, lasciandoli impegnati a battersi fra loro nella più totale indifferenza del resto del mondo, comprese le autorità o la legge. Pare che quest’idea sia stata suggerita a Leone da "Monsieur Verdoux", in cui Chaplin si chiedeva quanto contino i delitti "artigianali" di un singolo di fronte ai massacri voluti dai potenti del mondo. Il lungo viaggio dei tre personaggi incrocia dunque più volte la guerra, dalla quale entrano ed escono in continuazione: sono costretti a vestire divise, a interagire con i soldati, a evitare cannonate e battaglie, a superare trincee e linee nemiche, a evadere dai campi di prigionia... Non prendono posizione: che indossino o meno una divisa, rimangono del tutto indifferenti alle ragioni e agli ideali della guerra e non parteggiano per una parte o per l'altra: ma d'altronde lo stesso sembra valere per i soldati e i loro comandanti, ritratti come disperati o fatalisti (esemplare al riguardo la toccante sequenza di Aldo Giuffrè, il capitano nordista che sogna di far saltare il ponte che è stato incaricato di proteggere), che reputano la guerra qualcosa di sporco e di inutile a prescindere dalle parti in causa. E non contiamo quanti di loro sono mutilati, senza arti o con cicatrici.

Girato come i precedenti in Almeria (la regione della Spagna che storicamente ha sempre fornito le ambientazioni per gli spaghetti western: un debito riconosciuto in pellicole-omaggio come "800 Bullets" di Alex de la Iglesia), con la partecipazione dell'esercito franchista (che ha fornito i soldati per le scene di massa) e prodotto ancora da Alberto Grimaldi (con un ricco finanziamento della United Artists, che lasciò però carta bianca agli italiani), il film è il primo western ad alto budget di Leone, visto che le due pellicole precedenti – soprattutto la prima – erano state girate in economia. Recitato in una babele di lingue (inglese per i tre protagonisti, italiano per gli attori secondari, spagnolo per le comparse), venne poi doppiato in occasione delle varie uscite in sala. Non esiste dunque una vera e propria versione originale: alcuni attori (come Al Mulock) sul set recitavano addirittura parole senza senso o sequenze di numeri, sapendo che comunque sarebbero stati doppiati. Troppe sono le scene significative per ricordarle tutte: si dovrebbe raccontare, sequenza per sequenza, l’intero film. Vorrei però sottolinearne un paio che sono legate agli oggetti più iconici del western, le pistole. Innanzitutto la sequenza in cui Tuco, appena uscito dall’inferno del deserto, si presenta nel negozio di un venditore di armi e si "assembla" una pistola personalizzata scegliendo gli elementi ideali di ciascun modello che il commesso gli propone (la scena si conclude poi con uno sberleffo, la rapina al negoziante); e poi quella in cui il Biondo, dopo aver sconfitto Sentenza, avrà cura di farlo raggiungere nella tomba proprio dalla pistola e dal cappello: come scrive Francesco Minnini, si tratta di "accessori simbiotici del cowboy, che neppure un nemico oserebbe separare dal padrone, anche se morto". Quanto al "triello" finale, un celebre enigma di logica basato sulla teoria dei giochi suggerisce che al più "scarso" dei tre tiratori convenga sparare a vuoto: qui per Tuco ci pensa il Biondo, scaricandogli la pistola prima dello scontro (il che gli consente di vincere il duello con Sentenza perché a differenza del rivale sa già in partenza di doversi concentrare su un solo avversario).

Tornando al titolo (che pare sia stato ideato da Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore del film), non manca in esso una punta di ironia. I tre soprannomi, "il buono", "il brutto" e "il cattivo" (che compaiono scritti sullo schermo – a fianco dei rispettivi personaggi – sia all'inizio che alla conclusione del film) sembrano etichettare i personaggi in maniera netta e manichea, il che è naturalmente fuorviante: il Biondo è sì "buono", nel senso che "salva la vita" a Tuco sparando alla corda che lo sta impiccando (i due sono in realtà d'accordo: il primo consegna il secondo alle autorità per riscuotere la taglia, e poi lo libera) e dimostra più volte una spiccata sensibilità nei confronti di chi soffre (esaudisce l'ultimo desiderio del capitano nordista, offre il proprio sigaro al soldato sudista morente, e così via), ma in fondo anche lui è mosso dal desiderio di mettere le mani sull'oro e non certo da nobili ideali come quelli degli eroi del western classico; Sentenza è sì "cattivo", nel senso che non sembra porsi alcuno scrupolo nel tradire e uccidere pur di raggiungere i propri scopi, ma segue comunque un proprio codice d'onore ("Quando uno mi paga gli porto sempre a termine il lavoro"), non uccide se non è davvero necessario (risparmia la prostituta Maria, nonché la moglie e il figlio minore dell'uomo che rintraccia all'inizio: ne uccide invece il figlio maggiore, ma solo perché questi aveva tentato di aggredirlo con un fucile; dona una bottiglia al soldato ferito nell'ospedale di campo, e due monete a quello menomato che gli fornisce informazioni) e anche nel duello finale si batte secondo le regole; e Tuco, "brutto" sì ma fino a un certo punto (i suoi rivali, come i bounty killer che gli danno la caccia a inizio film – uno dei quali, quello che lo rintraccerà più avanti a metà pellicola, è interpretato dallo stesso Al Mulock che rivedremo nell'incipit di "C'era una volta il west" – hanno volti molto più sgradevoli del suo!), è un character talmente vivo e stratificato da non poter essere facilmente inquadrato nello stereotipo della macchietta comica, nonostante il suo aspetto sia quello del messicano sporco, basso e grassottello, agli antipodi rispetto all'iconografia dell'eroe alto, bello e muscoloso.

Oltre a segnare un punto d'arrivo fondamentale nello stile di Sergio Leone (i tempi ampi e dilatati, i primissimi piani, l’attenzione ai dettagli, l’integrazione con il paesaggio, la cura nell’inquadratura e nel montaggio) – il film trascende il genere western e presenta molti chiavi di lettura: di quella della storia e della violenza abbiamo detto; abbiamo poi una connotazione fiabesca, evidente da scene come quella in cui Tuco segue – come Pollicino! – le tracce del Biondo che ha disseminato il suo cammino di sigari sempre più caldi (l’ultimo, infatti, è ancora acceso), o da elementi surreali come il vezzoso ombrellino rosa nel deserto; c’è il tema della religione: quello di Leone è un west senza Dio, dove un frate può essere meno misericordioso di un bandito (vedi ancora una volta l’incontro di Tuco e suo fratello) e un bounty killer è "l'angelo custode" di un fuorilegge, dove i riti religiosi sono caricaturizzati (il buffo segno della croce che si fa Tuco) e i valori cristiani distorti (Sentenza che divide la cena con l’uomo che sta per uccidere, e che in seguito fa lo stesso con Tuco prima di torturarlo); c’è poi il tema del gioco (la caccia al tesoro è una sorta di gioco dell’oca, con i tre personaggi come pedine e il cimitero finale – che Tuco percorre in una folle corsa circolare, fino a ritrovarsi nello spiazzo centrale – come tabellone; e come nel tiro dei dadi, è spesso il caso o il destino a decidere le sorti dei giocatori: si pensi alle cannonate che cadono dal cielo e che in un paio di occasioni, come veri deus ex machina, consentono ai personaggi di scampare alla morte o agli agguati). La natura ludica della vicenda è sottolineata anche dal diffuso sense of humour che sfocia in un autentico florilegio di frasi memorabili. Solo per citarne qualcuna:

– "La tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari." – "Già, ma tu non somigli a quello che li incassa."
– "Quando si spara si spara, non si parla!"
– "Sei... il numero perfetto" – "Non era tre il numero perfetto?" – "Sì, ma io ho sei colpi qui dentro."
– "Dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me."
– "Dio è con noi, perché anche lui odia gli yankee!" – "No, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli."
– "Levati la pistola e mettiti le mutande."
– "Vado, l'ammazzo e torno."
– "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."
– "Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaa-aaa-aaa..."
(da sfumare sul tema musicale di Ennio Morricone)

E a proposito di Morricone, raramente una colonna sonora (diretta da Bruno Nicolai) si è rivelata così fondamentale per la buona riuscita della pellicola (una delle poche accoppiate regista/compositore che mi sentirei di paragonare a quella formata da Leone e Morricone – per la qualità del risultato filmico – è quella di Takeshi Kitano e Joe Hisaishi). Oltre al celeberrimo e riconoscibilissimo tema principale (con gli "ululati dei coyote"), i brani indimenticabili comprendono la ballata "La storia di un soldato" (che a dire il vero è un po’ troppo lenta per risultare credibile con l'utilizzo che ne fa Sentenza nel film, ossia quello di "coprire" le grida dei prigionieri che sta torturando), la musica quasi spettrale che accompagna la traversata nel deserto, il tema trascinante che fa da sfondo alla folle corsa di Tuco nel cimitero ("L'estasi dell'oro") e naturalmente quello del "triello" finale (che in parte riecheggia il carillon di "Per qualche dollaro in più"). Quest’ultima scena è un capolavoro anche di regia e di montaggio, con i suoi tempi dilatati che sembrano prolungare all’infinito l’attesa e la tensione, prima che i personaggi mettano finalmente mano alle pistole (Leone spesso regolava la durata delle scene proprio in base a quella dei brani musicali che Morricone componeva in anticipo). Ma il merito dell'eccezionale resa visiva di quella e di altre sequenze è anche dello spettacolare widescreen (e pensare che un tempo il film veniva proposto in tv in versione pan & scan: un vero delitto!) e della superba fotografia di Tonino Delli Colli. Al di là ai tre protagonisti, il cast offre poco spazio ad altri personaggi, ma comprende comunque buone e intense prove di Aldo Giuffré (il capitano nordista di cui si è detto), Luigi Pistilli (padre Ramirez, il fratello di Tuco), Mario Brega (il caporale Wallace, con una vistosa cicatrice che passa da un occhio all’altro!). Spicca invece la quasi totale assenza di figure femminili (se ne ricordano essenzialmente due, la moglie di Stevens e la prostituta Maria, che compaiono soltanto in una manciata di inquadrature), mancanza cui Leone rimedierà nel film successivo, "C'era una volta il west", dove Claudia Cardinale avrà un ruolo centrale.

22 gennaio 2012

Ombre ammonitrici (A. Robison, 1923)

Ombre ammonitrici (Schatten - Eine nächtliche Halluzination)
di Arthur Robison – Germania 1923
con Fritz Kortner, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube.

Nella casa di un ricco gentiluomo e della sua bella moglie giungono alcuni ospiti per cena: ma il padrone di casa si strugge di gelosia perché è convinto che la donna lo tradisca con uno degli invitati. Attraverso il suo spettacolo di ombre cinesi, un misterioso artista ambulante mostrerà a tutti una visione di quelle che potrebbero essere le tragiche conseguenze delle loro azioni. Fra Dickens e "Caligari", un film muto che si iscrive nel solco dell'espressionismo tedesco con la sua commistione fra realtà e fantasia, e che affronta il tema delle "ombre" su più piani: quelle dell'inconscio e dell'animo umano (la gelosia, il tradimento, la vendetta), che la magia – o l'ipnotismo – del bizzaro teatrante lascia libere di scatenarsi fino alle più cruente conseguenze; e quelle del mondo reale, specchio o distorsione della realtà, con le quali la regia gioca in continuazione, proiettandole sui muri dietro i personaggi (che sono illuminati dal basso) e di volta in volta minacciose, allusive o ironiche (con finezze come le scene in cui gli ospiti si divertono ad "accarezzare" l'ombra della donna, mentre il marito crede che la stiano davvero toccando; quella in cui la luce della candela rivela la sua silhouette dietro i vestiti mentre balla; o ancora quella in cui il marito vede la propria testa "adornata" dalle corna appese al muro). Persino i "capitoli" in cui è diviso il film sono indicati dall'ombra di una mano con una, due o tre dita sollevate. L'impianto scenico della pellicola è molto teatrale, sin dai titoli di testa dove i personaggi sono presentati al pubblico sul palco di un teatrino, e le scenografie e i buffi costumi sono decisamente ottocenteschi; ma la resa cinematografica è garantita dagli effetti visivi (i giochi di ombre, appunto) che contribuiscono alla descrizione di un ambiente dove le convenzioni sociali e borghesi lasciano via via il posto alla decadenza, all'erotismo, alla violenza e al sadismo. Nel cast, anche Gustav von Wangenheim (il giovane amante) e Alexander Granach (l'artista delle ombre), entrambi già nel "Nosferatu" di Murnau. Da notare che in tutta la pellicola non c'è alcun cartello di dialogo. Il titolo originale recita "Ombre – Un'allucinazione notturna".

20 gennaio 2012

Rusty il selvaggio (Francis F. Coppola, 1983)

Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke
***

Visto in DVD, con Eleonora, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Girato subito dopo "I ragazzi della 56a strada", di cui è il "gemello" meno mainstream e più personale (la sceneggiatura fu scritta nei ritagli di tempo della lavorazione di quel film, e il cast e la troupe sono in gran parte gli stessi), è l'adattamento di un altro romanzo di Susan E. Hinton, basato – come "The Outsiders" – sui temi delle bande di strada e del disagio giovanile. Il protagonista, il giovane Rusty James (Matt Dillon), vive in Oklahoma in compagnia del padre alcolizzato (Dennis Hopper) e nel mito delle imprese del suo fratello maggiore (Mickey Rourke), un leggendario e carismatico capobanda soprannominato "quello della moto" ("motorcycle boy" in originale), che ritorna inaspettatamente in città dopo un periodo di assenza trascorso in California. Proprio la relazione fra i due fratelli – tanto fragile e confuso il minore quanto alienato e fatalista il maggiore – è il centro nevralgico di una pellicola caratterizzata da uno stile fortemente espressionista e dall'attenzione alle psicologie dei personaggi più che alle loro vicende. La fotografia in bianco e nero ed estremamente contrastata di Stephen H. Burum (gli unici elementi a colori sono i "pesci combattenti" nell'acquario del locale negozio di animali, che simboleggiano proprio i giovani protagonisti: attaccano i loro simili ma solo perché sono confinati in un ambiente ristretto; se avessero maggior spazio a disposizione, non lotterebbero fra loro), lo stile barocco e manieristico (grandangoli, inquadrature sghembe, carrellate, accelerazioni), l'atmosfera onirica e sospesa (con una certa insistenza su immagini e simboli come gli orologi, il tempo, le ombre, le nuvole, il fumo), i suoni attutiti e amplificati, la colonna sonora sperimentale di Stewart Copeland dei Police, sono tutti elementi che rispecchiano sullo schermo il modo di essere e di sentire dei personaggi ("quello della moto", per esempio, afferma di non vedere i colori – è daltonico – e di percepire i suoni come distanti). Francis Coppola vedeva nel rapporto fra i due fratelli una relazione simile alla propria con il fratello August. Nel cast, molti volti noti (o destinati a diventarlo): Diane Lane, Nicolas Cage, Chris Penn, Lawrence Fishburne, Vincent Spano, Tom Waits, Sofia Coppola.

19 gennaio 2012

The magnificent scoundrels (Lee Lik-Chi, 1991)

The magnificent scoundrels (Qing sheng)
di Lee Lik-Chi – Hong Kong 1991
con Stephen Chow, Teresa Mo
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Shen, goffo truffatore di piccolo cabotaggio, si fa coinvolgere da una incompetente ‘collega’ (Teresa Mo) – che deve ripagare un cospicuo debito alla Triade – in un raggiro ai danni del ricco proprietario di una villa; ma ignora che anche questi è un impostore (Wu Ma), che si è sostituito al vero milionario (in vacanza) per ingannare un socio d’affari in arrivo dall’America – che crede essere appunto Shen – coinvolgendo nella messinscena una finta moglie (Tien Niu) e una finta figlia (la strepitosa Amy Yip). Entrambi i gruppi cercano inutilmente di estorcersi denaro a vicenda con inganni e ricatti di ogni tipo, prima di scoprire la verità (e cioè che sono tutti truffatori) e di allearsi contro i mafiosi. Con la sua solita comicità demenziale e surreale, spesso sopra le righe e ben poco politically correct (i maltrattamenti alla ‘socia’ Teresa Mo, le gag su vomito e pipì, le assurde scene degli abitanti di Hong Kong che fanno a pugni per salire sul taxi, le sequenze in cui si finge cieco), Chow sa sempre trovare un modo per strappare sonore risate (esilarante, per esempio, la sequenza in cui per un equivoco crede che Teresa Mo abbia ucciso le due vittime di una loro truffa). Ed è qui attorniato da un cast alla sua altezza, a partire da Amy Yip – le cui tette fuori dal comune sono al centro di numerose gag – e dal veterano Wu Ma, che comprende anche lo scaltro Karl Maka (il mentore di Chow) e la coppia di gangster Roy Cheung (il crudele boss) e Yuen Wah (il suo inetto braccio destro).

17 gennaio 2012

Hunger (Steve McQueen, 2008)

Hunger (id.)
di Steve McQueen – GB/Irlanda 2008
con Michael Fassbender, Liam Cunningham
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

L'opera che segna l'esordio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (e ogni scena suggerisce che ci troviamo di fronte a un grande talento, impressione che il successivo lungometraggio, “Shame”, non farà che confermare) racconta in maniera cruda, lucida e realista la storia vera di Bobby Sands e degli “scioperi della fame” che gli attivisti dell'IRA, rinchiusi nelle carceri britanniche dell'Irlanda del Nord, attuarono all'inizio degli anni ottanta per vedersi riconosciuto lo status di prigionieri politici (il governo di Margaret Thatcher, invece, insisteva nel considerarli come comuni criminali). Dopo essersi resi conto dell'inutilità di altre forme di protesta, come quelle dello “sporco” (che consisteva nel rifiutare di lavarsi o di radersi) e della "coperta" (la rinuncia all'uniforme del carcere), e messi di fronte all'inasprimento delle repressioni e al brutale maltrattamento da parte dei secondini, un gruppo di prigionieri – guidati dal carismatico Bobby Sands – decise di passare infatti a un metodo più radicale. Lo sciopero della fame che portò alla morte di Bobby e di una decina di altri suoi compagni scosse a tal punto l'opinione pubblica e il mondo intero da costringere il governo ad accogliere almeno in parte le richieste dei prigionieri (per esempio quella di poter indossare i propri abiti civili). Prima di giungere a concentrarsi sulla figura di Sands nella parte finale della pellicola, il film mostra anche le vite di altri prigionieri e secondini (come quello, interpretato da Stuart Graham, sulle cui nocche delle mani si leggono i pestaggi che effettua ai danni dei carcerati) in una serie di sequenze crude e lancinanti. Visivamente splendido, il lungometraggio racconta la sua storia attraverso la potenza delle immagini, l'intensità degli sguardi e i silenzi dei personaggi (è parlato pochissimo, con la notevole eccezione della straordinaria e lunga sequenza – quasi 17 minuti! – del colloquio in prigione fra Bobby e il prete, girata con camera fissa, in cui il primo mette al corrente il secondo della sua decisione di spingersi fino in fondo con lo sciopero della fame). Lo stupefacente Fassbender ha dovuto dimagrire di parecchi chili (sotto controllo medico) per sostenere la parte di Bobby Sands fino in fondo.

15 gennaio 2012

Lassù qualcuno è impazzito (J. Uys, 1989)

Lassù qualcuno è impazzito (The gods must be crazy II)
di Jamie Uys – Sudafrica/Botswana 1989
con N!xao, Lena Farugia
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Girato subito dopo “Ma che siamo tutti matti?”, ma distribuito nelle sale cinematografiche con un ritardo di qualche anno, è il seguito delle (dis)avventure del boscimano Xixo (chiamato soltanto Xi nel film precedente, e interpretato ancora una volta dall'attore non professionista N!xao). Rispetto al prototipo è forse meno interessante da un punto di vista cinematografico (e antropologico), ma è senza dubbio altrettanto divertente con la sua commistione di avventura, di comicità slapstick e di screwball in salsa africana. Questa volta i problemi per la tribù di Xixo nascono dal passaggio di un furgone di bracconieri a caccia di elefanti: quando i due giovani figli del boscimano, incuriositi, salgono a bordo dell'automezzo, questo riparte senza dar più loro la possibilità di saltare giù. Xixo si mette all'inseguimento attraverso il deserto del Kalahari, e durante il suo lungo cammino incontrerà anche stavolta diversi personaggi “civilizzati”: un'avvocatessa americana (Lena Farugia), perdutasi nel cuore dell'Africa insieme a uno zoologo (Hans Strydom, che assomiglia a Tom Selleck) dopo essere precipitata con un velivolo ultraleggero; e due soldati in guerra fra loro, un angolano e un cubano (!?). Oltre che una lunga serie di comiche vicissitudini (le difficoltà della giovane avvocatessa alle prese con le insidie dell'Africa; gli scontri fra i due soldati, che comunque finiranno con il diventare amici) e le toccanti peripezie dei due simpaticissimi bambini, la pellicola si lascia ricordare con piacere per le numerose scene con gli animali (su tutti, il divertentissimo e aggressivo “tasso del miele” che se la prende con gli stivali dello zoologo).

13 gennaio 2012

Le fantasie di una tredicenne (J. Jireš, 1970)

Le fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů)
di Jaromil Jireš – Cecoslovacchia 1970
con Jaroslava Schallerová, Helena Anýžová
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Valerie vive con la nonna in un villaggio medievale. Nella stessa notte in cui passa dall’infanzia all’adolescenza (ovvero in cui ha le sue prime mestruazioni), riceve in sogno la visita di Orlik, un ragazzo che potrebbe essere il suo fratello da tempo perduto. La mattina dopo lo ritrova in compagnia di una creatura demoniaca e vampiresca, forse legata al passato della sua famiglia, alla quale la nonna si concede in cambio di una nuova giovinezza. Attraverso l'incontro con una serie di personaggi fiabeschi, bizzarri e inquietanti (streghe e vampiri, un gruppo di saltimbanchi, una congrega di missionari fra i quali si cela un parroco vizioso che cerca di insidiarla), Valerie va alla scoperta della sessualità, dell'amore e della morte, in un'atmosfera onirica e surreale, dominata dai temi del sangue e della crescita. Evidenti i rimandi a "Cappuccetto rosso", "Alice nel paese delle meraviglie" e "Nosferatu", in una inquietante commistione fra sogno, fiaba e horror. Ambienti e scenografie rimangono impressi anche grazie alla fotografia espressionista e alla cura nella messa in scena. Tratto dal romanzo gotico e surrealista di Vítězslav Nezval (noto anche con il titolo inglese, "Valerie and her week of wonders"), il film ha ispirato, fra gli altri, la scrittrice Angela Carter (e il film di Neil Jordan "In compagnia dei lupi", da lei sceneggiato).

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

9 gennaio 2012

Laundry (Junichi Mori, 2002)

Laundry (id.)
di Junichi Mori – Giappone 2002
con Yosuke Kubozuka, Koyuki
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Lo stralunato ventenne Teru, leggermente ritardato dopo che ha battuto la testa da piccolo, lavora nella lavanderia a gettoni di proprietà della nonna, preoccupandosi che nessuno rubi la biancheria lasciata incustodita. La bella fioraia Mizue, che in seguito a una delusione d’amore è diventata cleptomane e ha tentato il suicidio, cerca di ricostruirsi una vita tornando al paese di provincia dal quale proveniva. Entrambi emarginati dalla società, troveranno affetto e conforto l’uno nell’altra. La loro storia è raccontata in modo dolce e delicato, in un film minimalista e (leggermente) melodrammatico, il cui sviluppo “a strappi” (lo scenario cambia ogni venti-trenta minuti, come se si trattasse di tanti episodi di un telefilm divisi l’uno dall’altro da una breve schermata nera) fa quasi pensare che possa essere tratto da un manga: si tratta invece di una sceneggiatura originale dello stesso Mori, regista pubblicitario e televisivo, qui al suo esordio cinematografico. Fra momenti poetici, situazioni surreali e personaggi bizzarri (i clienti della lavanderia, l’addestratore di piccioni da cerimonia), il film si sviluppa in maniera semplice e quieta, evitando le trappole della leziosità e riuscendo a descrivere un amore platonico e armonioso, tenero e triste, al tempo stesso profondo e “fuori dal mondo”.