29 febbraio 2012

Metropolis (Fritz Lang, 1927)

Metropolis (id.)
di Fritz Lang – Germania 1927
con Gustav Fröhlich, Brigitte Helm
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Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Paola, Costanza e Marco.

Siamo nell’anno 2026. L'avveniristica città di Metropolis è divisa in due livelli: in superficie, dove si stagliano imponenti grattacieli, fra giardini idilliaci, strade percorse da veicoli o treni superveloci e cieli solcati da aeromobili, vivono gli eletti, gli intellettuali e la classe dirigente, dediti a svaghi e piaceri di ogni tipo; nel cupo sottosuolo abitano invece gli operai, che con il loro lavoro mantengono in funzione le complesse macchine che forniscono energia alla città e le consentono di prosperare. Il giovane Freder (figlio di Joh Fredersen, il signore di Metropolis) si innamora della bella Maria, gentile "rivoluzionaria" che predica – in segreto, nelle catacombe – l’armonia e una maggior comprensione fra le classi sociali. E per seguire la ragazza si avventura nei livelli inferiori, dove osserva con i propri occhi le tremende condizioni di vita degli operai, costretti a massacranti turni di lavoro davanti a macchinari disumani (memorabile la scena – ispirata a “Cabiria” – in cui Freder, attraverso un’allucinazione, vede una delle macchine trasformarsi in un “moloch” che letteralmente divora le masse indifese). Ma ogni suo tentativo di sensibilizzare il padre su questo tema si rivela inutile: anzi, Fredersen ordina allo scienziato Rotwang – che nel suo laboratorio ha appena costruito un sofisticato robot femminile – di dare all'androide le fattezze di Maria, nell’intento di esercitare ancora di più la propria influenza sui lavoratori e tenerli così a bada. Ma il robot sfugge al controllo del suo creatore e sobilla invece gli operai alla rivolta: questi sabotano le macchine, senza rendersi conto che così facendo condanneranno alla distruzione anche la propria città sotterranea, che viene rapidamente invasa dalle acque. A salvare i figli dei lavoratori, che erano rimasti bloccati nel sottosuolo, saranno Freder e la vera Maria: e proprio il giovane diventerà, come auspicato dalla ragazza, “il cuore che fa da mediatore fra la mente e il braccio”, favorendo il dialogo e la riconciliazione fra i due gruppi (un messaggio di pace e di collaborazione che cerca di superare la teoria della lotta di classe propugnata dal marxismo: ma il finale, fortemente voluto dalla sceneggiatrice Thea von Harbou, non convinceva del tutto Lang, che aveva immaginato invece una fuga di Freder e Maria dalla città e un viaggio verso le stelle).

Uno dei più suggestivi e celebri kolossal della storia del cinema, costato oltre cinque milioni di marchi della Repubblica di Weimar (all’epoca si trattava del film più costoso di tutti i tempi), con decine di migliaia di comparse e una lavorazione durata quasi un anno e mezzo (dal 22 maggio 1925 al 30 ottobre 1926), è uno dei capisaldi dell’espressionismo tedesco e del cinema di fantascienza. Scritto da Lang e dalla moglie Thea von Harbou a partire da un romanzo di quest’ultima, può contare su collaborazioni di prestigio come quella del direttore della fotografia Karl Freund, che costruisce una serie di scene visivamente splendide, e del compositore Gottfried Huppertz, che per la versione originale scrisse un’imponente colonna sonora per orchestra con influenze da Wagner, Strauss e Berlioz. Di grande impatto le scene di massa e di distruzione: gli stupefacenti effetti speciali di Eugen Schüfftan comprendono l’utilizzo di modelli in miniatura della città (all’interno dei quali vengono inseriti gli attori grazie a un gioco di specchi, una tecnica che sarebbe stata chiamata proprio “effetto Schüfftan”) e straordinarie costruzioni tecnico-architettoniche che danno vita a un’ambientazione urbana che avrebbe influenzato gran parte dell’immaginario fantascientifico del ventesimo secolo (si pensi, per fare un esempio, a “Blade Runner”). La città è la vera protagonista del film: non a caso Lang dichiarò di aver concepito per la prima volta il film dopo aver osservato, nel 1924, la skyline notturna di New York dal transatlantico che lo portva negli Stati Uniti per la prima americana de “I Nibelunghi”. Fra le altre fonti di ispirazione, oltre a “Cabiria” (e a “Intolerance” di Griffith, evidente in passaggi dal sapore biblico o “mesopotamico” come quello in cui Maria racconta la vicenda della Torre di Babele), si possono citare romanzi come il “Frankenstein” di Mary Shelley (a questo proposito, il film di James Whale del 1931 potrebbe a sua volta essere stato ispirato da sequenze come quella del laboratorio di Rotwang) e “Il gobbo di Notre Dame” di Victor Hugo (per la cattedrale gotica dove avviene lo scontro finale fra Freder e Rotwang, una sorta di Quasimodo che rapisce Maria/Esmeralda), ma anche Herman Hesse (Freder è quasi un novello Siddharta, che abbandona il lusso della villa paterna quando prende coscienza del dolore e delle difficoltà degli umili e degli oppressi), e suggestioni esotiche di ogni tipo (il locale dove la falsa Maria si esibisce, in coreografie orientaleggianti sotto gli occhi assatanati dei suoi ammiratori, si chiama Yoshiwara, come il "quartiere dei piaceri" di Edo, l'antica Tokyo).

Fra gli elementi più iconici del film c’è il cosiddetto “Maschinenmensch” (“uomo-macchina”), il primo robot – nel senso in cui lo intendiamo oggi – della storia del cinema: denominato “Parodia” o “Futura” nel romanzo originale di Thea Von Harbou, venne visivamente progettato dallo scultore Walter Schulze-Mittendorff. Le sue fattezze, che uniscono influenze art decò a suggestioni tecno-futuristiche, hanno ispirato quelle dell’androide C3PO (D3BO) di “Guerre stellari”, che ne è di fatto una versione maschile. Se alcuni attori avevano già lavorato con Lang (come Rudolf Klein-Rogge, che interpreta il folle Rotwang, e Alfred Abel, che è l’arrogante Joh Fredersen), altri erano relativamente sconosciuti: in particolare la diciannovenne Brigitte Helm, che ben si destreggia nel doppio ruolo della virginale Maria e della sua malvagia sosia meccanica, era alla sua prima esperienza cinematografica (in una bella foto di scena la si vede sul set mentre indossa il “costume” robotico: essendo questo molto scomodo, la giovane attrice a un certo punto chiese al regista di poter essere sostituita da una controfigura, visto che gli spettatori non avrebbero mai saputo che sotto la maschera non c’era lei. “Ma io lo saprei”, rispose Lang). Alla sua uscita, il film suscitò reazioni contrastanti: amato dal pubblico e dai dirigenti del partito nazista (in particolare da Goebbels), fu criticato – fra gli altri – da H.G. Wells, che non ne apprezzava il messaggio anti-tecnologico, convinto com’era che in futuro le macchine avrebbero alleviato, e non inasprito, le fatiche dei lavoratori (le scene che mostrano gli operai impegnati in compiti così estenuanti ed esasperatamente meccanici sembrano anticipare “Tempi moderni”, naturalmente senza le venature comiche di Chaplin). Con il passare degli anni, però, il film ha acquisito gradualmente uno status da cult movie, e soprattutto ha dimostrato di essere invecchiato bene, rivelandosi estremamente profetico in parecchi suoi spunti (il contrasto fra le classi sociali, l’automatizzazione della società, la dipendenza della tecnologia). Quasi subito dopo la prima proiezione, la pellicola venne tagliata e notevolmente accorciata per la successiva distribuzione all’estero (furono eliminate, per esempio, le sequenze che mostrano l’ossessione di Rotwang per Hel, la donna da lui amata e contesa con Fredersen: è proprio nel tentativo di “riportarla in vita” che lo scienziato crea il robot femminile): e a lungo si è pensato che la versione integrale fosse andata perduta per sempre. Nel 1984 Giorgio Moroder ne curò un’edizione "moderna", con una bella colonna sonora da lui composta, con canzoni interpretate – fra gli altri – da Freddie Mercury (“Love kills”), Bonnie Tyler (“Here she comes”) e Pat Benatar (“Here’s my heart”), sottotitoli al posto dei cartelli, una vivace colorazione monocromatica ed effetti visivi, che contribuì a riaccendere l’interesse sul film e ad accrescerne la popolarità. Soltanto di recente, nel 2008, è stata rinvenuta negli archivi di un museo di Buenos Aires una copia quasi completa (che comprende molte scene dimenticate o mancanti da tutte le altre edizioni, come quelle che vedono come protagonisti l’operaio 11811 e la spia di Fredersen), il che ha permesso di ottenere una versione di 145 minuti (da confrontare con gli 80 minuti della versione di Moroder, che fra l’altro era maggiormente accelerata, e i 153 minuti della versione proiettata alla “prima” del 1927).

5 commenti:

Franci ha detto...

A proposito di grandi visionari ti segnalo questi fantastici "bozzetti":
http://www.starwars.com/news/ralph_mcquarrie_remembered.html

Christian ha detto...

Grazie! ^^
Dalla prima immagine, fra l'altro, è evidente il riferimento al robot di "Metropolis".

Ecco un confronto.

Franci ha detto...

Prego! :D Infatti, ecco perchè quando li ho visti ho pensato al tuo post! ciao!

Luciano ha detto...

Un film che guardo ogni volta con grande piacere e ogni volta mi sembra di vedere per la prima volta. Una grande emozione.

Christian ha detto...

Per me è uno dei film più importanti della storia del cinema... E la cosa incredibile è che oggi non solo non appare datato ma sembra quasi più attuale di un secolo fa!