30 gennaio 2010

Repulsion (Roman Polanski, 1965)

Repulsion (id.)
di Roman Polanski – GB 1965
con Catherine Deneuve, Ian Hendry
***1/2

Rivisto in DVD.

Il secondo lungometraggio di Polanski dopo "Il coltello nell'acqua", nonché il primo realizzato all'estero, è l'allucinante cronaca della discesa di una ragazza verso la follia, un piccolo gioiello di angoscia e analisi psicopatologica. Carol, una giovane introversa e sessuofoba, lavora come manicure in un salone di bellezza e vive a Londra in un piccolo appartamento insieme alla sorella maggiore, alla quale è morbosamente legata. Quando quest'ultima parte per una breve vacanza insieme al suo amante, la ragazza rimane da sola in casa e si ritrae sempre più dal mondo, smettendo di lavorare e rinchiudendosi fra le quattro mura insieme ai propri incubi e alle proprie allucinazioni. Il film, girato in uno splendido e angosciante bianco e nero, con un'attenzione tra il surreale e l'iperreale ai dettagli visivi e agli effetti sonori (mentre i dialoghi sono ridotti all'osso), è un crescendo di delirio e di claustrofobia, sorretto dalla magistrale interpretazione della Deneuve che dà vita a un personaggio sperduto dentro sé stesso, spaesato, catatonico, sempre sovrappensiero. Tutto, naturalmente, ruota intorno al rapporto con il sesso, che Carol sembra rifuggire in ogni modo: dapprima osteggiando la presenza dell'amante della sorella in casa, poi scoraggiando in continuazione un suo giovane pretendente, e in seguito materializzando le proprie paure attraverso incubi (in cui viene violentata) e allucinazioni che diventano evidenti simboli e metafore (le crepe che si aprono nei muri, le mani che fuoriescono dalle pareti). L'atmosfera si fa via via più malsana (il coniglio che si decompone, le uccisioni), di pari passo con il disordine che invade la casa e la mente della protagonista. Come ad anticipare "Shining", il film su chiude sull'inquadratura ravvicinata di una fotografia che mostra come la follia fosse già presente negli occhi di Carol sin da piccola (e l'immagine dell'iride che chiude la pellicola rispecchia quella che l'aveva invece aperta, quando la scritta "Regia di Roman Polanski" aveva tagliato la pupilla orizzontalmente come nel "Cane andaluso" di Luis Buñuel).

28 gennaio 2010

Sonatine (Takeshi Kitano, 1993)

Sonatine (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 1993
con Takeshi Kitano, Aya Kokumai
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Murakami, yakuza stanco e disilluso che sta meditando di ritirarsi a vita privata, viene inviato a Okinawa con un pugno di uomini per aiutare una gang alleata in difficoltà. Ma in realtà è stato tradito dal suo boss, che intende sbarazzarsi di lui mandandolo incontro a morte certa. Il quarto lungometraggio di Kitano, quello con cui il regista comincia a raccogliere una certa notorietà internazionale, è un titolo fondamentale nella sua filmografia, il primo nel quale coniuga la violenza e il nichilismo già visti nei lavori precedenti con un'estetica e una poesia imprevedibile e astratta, che non può non lasciare disorientato uno spettatore che si attende magari un "normale" film di gangster (per quanto gli elementi classici del genere, come il tradimento e la vendetta, siano rigorosamente presenti). La pellicola è nettamente divisa in tre parti: nella prima, ambientata a Tokyo, facciamo la conoscenza con i personaggi, ritratti come spietati e insensibili (memorabile la frase di Murakami, colma di humour nero e sarcasmo, al suo vice Katagiri: "Siamo cattivi, vero?"); la terza, quella della resa dei conti finale, è secca e folgorante, con la sparatoria conclusiva che viene genialmente mostrata dall'esterno, attraverso il riverbero dei colpi di mitra sui vetri delle finestre, e che riecheggia l'epica disperata di Peckinpah. Ma il vero fulcro del film è la sezione centrale, che ha portato il Mereghetti a definire l'intero film "un beach-movie metafisico", in cui Murakami e i suoi compagni attendono inutilmente sulla spiaggia di ricevere notizie da Tokyo e si rendono conto infine di essere stati traditi. I giochi demenziali, le trappole scavate nella sabbia, la roulette russa, gli incontri di sumo (prima con le sagome di carta e poi con persone in carne e ossa che le imitano), le danze e i canti, le battaglie con i fuochi d'artificio, il frisbee e tutte le altre attività in cui i personaggi indulgono non rappresentano una pura regressione infantile né una semplice "perdita di tempo", ma un recupero del senso del gioco che è strettamente connesso al rischio, alla paura e alla morte, ovvero gli elementi che costituiscono l'essenza stessa di uno yakuza. Lontani dalla città e dai rituali sociali, e di fronte soltanto alla natura, i personaggi recuperano la loro dimensione più intima e personale. Murakami è perfettamente cosciente di questa situazione, e al suo sottoposto che gli domanda "Non è un po' troppo infantile, capo?", risponde "Che altro posso fare?". Anche il rapporto con la ragazza, la prostituta senza nome che si unisce al gruppo, è quasi un gioco di ruolo più che una relazione sessuale o di coppia: la ragazza non vuole essere protetta o "posseduta" da lui (che non l'aveva nemmeno aiutata mentre assisteva al suo stupro), ma lo ammira al punto da volersi identificare con la sua figura (gli chiede di poter sparare con il suo mitra, gli domanda notizie sul suo passato). Anche per questo, forse, si tratta di un rapporto insolitamente dolce e privo dei consueti sberleffi kitaniani.

Tutta la parte centrale del film, sospesa in un limbo magico dove il tempo non sembra mai trascorrere e la luna piena rimane in cielo per giorni e giorni di seguito, non rappresenta comunque un "buco nero" avulso dal resto della pellicola ma prefigura con lucidità ed essenzialità quello che avverrà dopo: si pensi al gioco della roulette russa, che si traduce prima in un sogno e poi nel suicidio del protagonista, ma anche alle continue sparatorie (il tiro al frisbee, la battaglia sulla spiaggia con i razzi), che anticipano lo scontro finale. L'elemento ludico verrà rivisitato altrettanto esplicitamente, è vero, ne "L'estate di Kikujiro", ma qui assume una valenza forse maggiore e più significativa, visto che non ci sono di mezzo bambini e che è dunque intimamente legato alla realtà e alla morte. Il mare, già intravisto in "Boiling point" e protagonista ne "Il silenzio sul mare", diventa in "Sonatine" uno scenario insostituibile, con i suoi rumori (il vento, le onde) e i colori, come sarà in seguito nella maggior parte delle pellicole del regista. La tavolozza cromatica si espande ed esplode: non solo il blu del mare o del cielo, ma anche il verde dei campi, il giallo della sabbia, il rosso del sangue, dei fiori e del frisbee. La grandezza del film è completata dall'umorismo, a volte ironico e a volte cinico (l'affogamento del gestore della sala da mahjong, appeso alla gru; la doccia sotto la pioggia, subito interrotta; l'auto che esce di strada; la gag della camicia floreale), dalla bellezza della messa in scena, spesso sorprendente (nelle riunioni fra i gangster, raramente è inquadrato chi sta parlando; sulla spiaggia invece predominano i campi lunghi che abbracciano tutti i personaggi), dall'asciuttezza della violenza (il pestaggio nel bagno; le sparatorie improvvise; il misterioso killer-pescatore), dall'umanità dei personaggi (l'amicizia che nasce fra Ken e il giovane Ryoji; la confessione a cuore aperto di Murakami quando rivela la sua paura della morte) e naturalmente dalla musica di Joe Hisaishi.

27 gennaio 2010

I vestiti nuovi dell'imperatore (A. Taylor, 2001)

I vestiti nuovi dell'imperatore (The Emperor's New Clothes)
di Alan Taylor – GB/Italia/Germania 2001
con Ian Holm, Iben Hjejle
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

E se Napoleone Bonaparte non fosse morto in esilio sull'isola di Sant'Elena, il 5 maggio 1821, ma fosse riuscito a tornare a Parigi sotto falso nome? Questa simpatica pellicola prova a giocare con la storia e immagina che l'imperatore si sia fatto sostituire da un sosia, sia sbarcato segretamente in Francia con l'intenzione di sollevare le folle e riprendere il potere, ma alla fine si sia adattato a condurre una vita tranquilla in famiglia, in compagnia di un'umile venditrice di cocomeri. L'implausibilità della vicenda si fa perdonare grazie alla leggerezza, all'ironia della narrazione e alla bravura degli interpreti (con uno strepitoso Ian Holm, che riesce a far ridere di Napoleone senza risultare caricaturale, e che in precedenza aveva già vestito i panni dell'imperatore francese in altre due occasioni, fra cui i "Banditi del tempo" di Terry Gilliam). Fra le scene più carine, quella in cui Napoleone visita il sito turistico sorto a Waterloo (e dorme in un letto su cui campeggia la scritta "L'imperatore ha dormito qui"); la sequenza in cui organizza la vendita dei cocomeri per le strade di Parigi come se si trattasse di una battaglia campale; e soprattutto il momento in cui si ritrova per un attimo in un manicomio, circondato da numerosi matti che si credono proprio... Napoleone, rendendosi finalmente conto che forse è meglio mettere da parte le manie di grandezza e accontentarsi della nuova felicità che è riuscito a costruirsi, per quanto su piccola scala. Il titolo del film è ripreso da una fiaba di Andersen (quella della celebre frase "Il re è nudo!"), con cui però non ha praticamente nulla in comune.

26 gennaio 2010

La ronde (Max Ophüls, 1950)

La ronde - Il piacere e l'amore (La ronde)
di Max Ophüls – Francia 1950
con Anton Walbrook, Danielle Darrieux
***

Visto in DVD.

Un narratore misterioso e soprannaturale (Walbrook), che manipola personaggi e destini cambiando di volta in volta le proprie vesti, spostandosi avanti nel tempo e agendo come un demiurgo su un palco teatrale o un set cinematografico (in alcune occasioni lo vediamo tenere in mano un ciak, passare accanto a una macchina da presa o addirittura sforbiciare la pellicola a mo' di censura dopo una scena particolarmente audace), ci introduce alla "ronde" dell'amore, ovvero a un continuo passaggio di testimone fra diversi personaggi che si incontrano, si amano e si lasciano per proseguire il giro fino a quando questo non si chiude come era iniziato. Una prostituta che soffre di solitudine (Simone Signoret) si concede a un soldato senza chiedere nulla in cambio; il soldato (Serge Reggiani) corteggia e danza con una domestica, ma poi la abbandona dopo aver ottenuto ciò che voleva; la domestica (Simone Simon) trova lavoro in una casa borghese, dove seduce un giovane studente; questi (Daniel Gélin), scoperte le gioie dell'amore, affitta una garçonnière e ci porta una signora sposata, con la quale ha un attimo di défaillance (e in quel momento anche la giostra azionata dal nostro narratore sperimenta un breve guasto!); la signora (Danielle Darrieux), a casa, riflette sull'onestà e sul tradimento in compagnia del proprio marito, che le fa la morale; l'uomo (Fernand Gravey) porta una giovane amante, una sartina, nel salottino privato di un ristorante, e poi la sistema in un appartamento; la sartina (Odette Joyeux) vi riceve un eccentrico poeta, che gioca a non voler farsi riconoscere; il poeta (Jean-Louis Barrault) ha una complessa relazione d'amore e odio con l'attrice principale dell'opera teatrale che ha appena messo in scena; l'attrice (Isa Miranda) conquista rapidamente e senza molta fatica un conte, costringendolo a rivedere le proprie idee sul sesso; il conte (Gérard Philipe), ubriaco, si risveglia il mattino dopo nel letto della stessa prostituta che aveva dato inizio alla "ronde". Tratto dal "Girotondo" di Arthur Schnitzler, ambientato nella Vienna del 1900 (proprio come il racconto "Doppio sogno" dello stesso autore, dal quale Kubrick ha preso spunto per "Eyes wide shut": se pensiamo che il regista preferito di Kubrick era Ophüls, ecco che siamo di fronte a un'altra "ronde"!), è un film sfarzoso e moderno nella messa in scena, elegante e raffinata (la regia utilizza, in modo quasi invisibile, lunghi piani sequenza; le scenografie sono curatissime; i piani della realtà e della finzione metacinematografica si intrecciano continuamente), che si dipana in modo leggero e surreale e che lancia uno sguardo del tutto particolare sul tema del desiderio fisico e dell'impulso sessuale, fra seduzioni, tradimenti, ironia e cinismo, e che non a caso ebbe problemi con la censura. Il vero protagonista, il misterioso narratore, è una sorta di Cupido che con le sue azioni guida e poi osserva i "suoi personaggi" (così li chiama), a qualunque classe sociale appartengano, senza giudicarli con inutili moralismi ma svelandone comunque tutte le ipocrisie e le menzogne che ne segnano il continuo passaggio da sedotti a seduttori, da conquistatori ad abbandonati (curioso, per esempio, come sia il marito sia la sartina siano protagonisti di un dialogo identico dopo essere stati traditi dall'amante, quello che inizia con "Che ore sono?").

23 gennaio 2010

Avatar (James Cameron, 2009)

Avatar (id.)
di James Cameron – USA 2009
con Sam Worthington, Zoe Saldana
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano (in 3D), con Martin e Gabriele.

A dodici anni di distanza dal suo capolavoro "Titanic", James Cameron fa un ritorno in grande stile, pronto a superare sé stesso con un altro film-kolossal destinato a entrare nella storia del cinema, almeno per quanto riguarda la spettacolarità, gli incassi al box office, le innovazioni tecniche e (presumibilmente: lo scopriremo nei prossimi mesi) i premi vinti. Peccato però che il cinema sia anche – e soprattutto – emozioni, fantasia, personaggi, storie: e da questo punto di vista "Avatar" si rivela parecchio carente, e non può non deludere chi (come me) da un film si aspetta qualcosa di più che una lunga carrellata di immagini in computer grafica, per quanto belle. Fa anzi rabbia vedere "sprecato" tanto talento e tanta tecnologia con una sceneggiatura così debole, con sviluppi ampiamente prevedibili, con personaggi la cui caratterizzazione è scontata e stereotipata (con nota di demerito per il militare cattivo e ottuso) e la cui evoluzione praticamente non esiste, e con un mondo alieno così poco... "alieno" per fantasia e creatività, al punto che sembra quasi essere stato ideato da un bambino di dieci anni. Oltre al mancato coinvolgimento emotivo, la mancanza di sense of wonder è il difetto principale del film. Non bastano pochi ritocchi a piante e animali terrestri (per esempio: aggiungiamo due zampe e allunghiamo il muso a un cavallo, ed ecco che abbiamo una cavalcatura aliena!) per dare vita a qualcosa capace di lasciare davvero a bocca aperta. Se la semplicità della storia poteva benissimo essere messa in conto (anche le pellicole precedenti di Cameron non brillavano da questo punto di vista, e i loro punti di forza erano ben altri), l'assenza di stupore e la penuria di emozioni invece no.

Nonostante la lunghezza (160 minuti), la trama si riassume in poche righe: nel 2154, sul pianeta Pandora, unica fonte di approvvigionamento del preziosissimo minerale Unobtainium, gli esseri umani devono fronteggiare un ambiente ostile e soprattutto gli indigeni Na'vi, che professano una simbiosi totale fra tutte le forme di vita. Il marine paraplegico Jake Sully, la cui coscienza viene trasferita dentro un corpo artificiale Na'vi (un "avatar"), entra in contatto con un gruppo di questi alieni, supera tutte le prove per essere accettato fra loro e si innamora della figlia del capo tribù. Convertitosi al loro stile di vita, li guiderà in battaglia contro l'esercito terrestre che intendeva distruggere l'intero ecosistema. Come si vede, se spogliamo il soggetto dei (pochi) elementi fantascientifici, quello che resta è qualcosa già letto o visto mille volte. Come hanno detto in molti, le somiglianze con "Pocahontas" e "Balla coi lupi" (o, se vogliamo rimanere nell'ambito della SF, con il John Carter di Marte creato da Edgar R. Burroughs) sono lampanti, anche se questo in sé non è un difetto. A pesare in negativo sono semmai la divisione monolitica fra buoni e cattivi e l'assenza totale di colpi di scena. Per di più, anche gli elementi di fantascienza non sono in fondo nulla di nuovo: a parte alcune cosette che peraltro Cameron ci aveva già mostrato in passato (gli esoscheletri manovrabili, Sigourney Weaver che si sveglia dal sonno criogenico...), l'unico spunto davvero centrale è quello dell'avatar, che pure avrebbe potuto essere sviluppato meglio, magari anche a livello simbolico o esistenziale: per dirne una, manca qualsiasi riflessione sull'identità.

Dunque i pregi del film – oltre che nel "mestiere" del regista, comunque una garanzia – stanno soprattutto nel suo apparato visivo, questo sì davvero impressionante. Il mondo di Pandora è vasto, imponente, colmo di colori e paesaggi mozzafiato (boschi, montagne, cascate). Gli effetti digitali sono quanto di meglio si sia mai visto prima in una pellicola cinematografica. Non c'è confronto nemmeno con il "Signore degli Anelli" (c'è sempre la Weta Digital di mezzo), dove comunque le creature digitali erano riconoscibili come tali: qui i Na'vi, gli animali e i mostri di Pandora, le astronavi e tutti gli elementi generati al computer si fondono alla perfezione fra loro e nell'interazione con gli attori umani, lasciando allo spettatore l'impressione che tutte queste meraviglie esistano davvero e che Cameron si sia "limitato" a recarsi su un altro pianeta con la macchina da presa. Cosa pagherei per vedere una tale qualità al servizio di una sceneggiatura più intelligente e profonda: che so, un nuovo adattamento cinematografico di "Dune"! L'animazione è fluida, la regia impeccabile, la fotografia suggestiva. Iconograficamente c'è forse qualche debito di troppo verso Hayao Miyazaki (soprattutto "Laputa", per le montagne volanti, e "Princess Mononoke", per il bosco e gli animali) e Moebius ("Arzack"), ma sono debiti che si pagano con piacere. La scena più bella del film per me è quella in cui Jake deve catturare e domare la sua cavalcatura alata: sarà forse per il fascino del volo, ma è l'unica in cui ho quasi provato un brivido.

I Na'vi, a parte la pelle blu e altre caratteristiche anatomiche (magrissimi e longilinei, sono alti quasi quattro metri e hanno la coda), sono chiaramente ispirati ai nativi americani, mentre le loro credenze ricordano anche i miti indiani (d'altronde il termine stesso "avatar" è di origine indù e ha a che fare con l'incarnazione) e la residenza sugli alberi fra pensare agli elfi di Tolkien. Una loro caratteristica peculiare, forse la più interessante e originale, è la capacità di "connettersi" empaticamente con altri esseri viventi, piante comprese, attraverso l'estremità dei capelli (curiosamente questo aspetto non viene ulteriormente sviscerato: per esempio, durante il sesso si "connettono" fra loro?). Tutto, nel loro rapporto con la propria terra, è un elogio del panteismo, dell'animismo e della comunione con la natura, per quanto rappresentata in maniera assai fideistica. In confronto, gli esseri umani (a parte Jake e due o tre suoi amici, come i personaggi interpretati da Sigourney Weaver e da Michelle Rodriguez) fanno una ben magra figura: aridi, stupidi, egoisti, spietati, insensibili. Nel film non manca un sottostante messaggio anti-guerrafondaio ("Se qualcuno è seduto su una cosa che vuoi, prima lo rendi tuo nemico e poi te la prendi", con evidente riferimento alla politica estera americana nell'era Bush), ma non meno importante è il messaggio ecologico: ogni cosa è legata a tutte le altre, e l'intero pianeta può ribellarsi contro coloro che stanno cercando di distruggerlo per impadronirsi delle sue risorse (che poi, nel film, nemmeno viene spiegato perchè è tanto importante e prezioso questo Unobtainium: a proposito, un nome meno ridicolo non glielo si poteva trovare? Sembra uscito da "Topolino").

E veniamo infine al tanto acclamato 3D. Ancora una volta questa modalità di proiezione non mi ha convinto, anzi mi ha lasciato con la quasi certezza che si tratti di una bufala pazzesca. Se gli effetti digitali sono senza dubbio il punto di forza del film, tanto che senza di questi la pellicola perderebbe ogni interesse, al contrario la visione in tre dimensioni non aggiunge nulla di veramente essenziale all'esperienza dello spettatore, e forse la peggiora. Saranno stati gli scomodi occhialetti del cinema dove l'ho visto (pesanti, scuri e sporchi), fatto sta che dopo pochi minuti avrei già desiderato poter passare immediatamente alla tradizionale visione in 2D. Se sullo schermo l'utilizzo delle tre dimensioni è realistico, non invadente e sicuramente ben realizzato (molto meglio che nei film che avevo visto finora con questa tecnologia, "Coraline" e "A Christmas Carol"), dal lato narrativo non offre nessuna emozione aggiuntiva, non aumenta il coinvolgimento dello spettatore, anzi rischia di sviare la sua attenzione. Per fortuna, essendo il film così lungo, a un certo punto ci si abitua e si tende quasi a dimenticare che lo si sta vedendo in 3D: ma allora a cosa serve, se non a far pagare un biglietto maggiorato e a costringere a una visione più scomoda? Infine, ultima nota di biasimo (ma ormai non è più una novità) per l'orrendo e piattissimo doppiaggio italiano, che abbinato a un mediocre adattamento dei dialoghi ("carne a domicilio su rotelle": ma un marine parla davvero così?), mi costringerà a rivedere questo film, se mai lo rivedrò in futuro, rigorosamente in lingua originale e in 2D.

22 gennaio 2010

Creature del cielo (P. Jackson, 1994)

Creature del cielo (Heavenly Creatures)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda/GB 1994
con Melanie Lynskey, Kate Winslet
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Ginevra.

Christchurch, Nuova Zelanda, anni cinquanta: fra due studentesse quattordicenni – la scontrosa e introversa Pauline e la benestante e spocchiosa Juliet – nasce un'amicizia fortissima che assume caratteri via via più morbosi e sfocia in una simbiosi psicotica. Unite dalle comuni passioni (come quelle per il tenore Mario Lanza e per la narrativa fantastica), dai problemi di salute (la ferita alla gamba di Pauline, la tubercolosi di Juliet), dai disagi in famiglia (Pauline odia la propria madre, che a suo dire le "tarpa le ali", mentre Juliet soffre per l'imminente separazione dei suoi genitori) e dalla chiusura totale verso il mondo esterno (che si esplicita nel disprezzo verso la scuola e le compagne di classe, alle quali si sentono superiori), le due danno vita a un mondo di fantasia dove ambientano le storie da loro inventate e del quale si immaginano protagoniste (al punto da assumere i nomi di due dei loro personaggi, Gina e Debora). Quando i genitori, preoccupati per l'intensità del loro rapporto, cercheranno di dividerle, le ragazze progetteranno insieme l'omicidio della madre di Pauline: processate, come rivela la didascalia conclusiva, saranno condannate a non rivedersi mai più. Disturbante anche perché tratto da una storia vera (le frasi del diario di Pauline sono autentiche), non è solo il film d'esordio della bravissima Kate Winslet (nonché della coprotagonista Melanie Lynskey; anche lei molto brava, ma dalla carriera non altrettanto fortunata) ma anche quello con cui Peter Jackson si è allontanato per la prima volta dall'horror goliardico che lo aveva reso noto, dimostrandosi capace di affrontare anche film incentrati soprattutto sulla psicologia dei personaggi. Naturalmente il futuro regista della trilogia del "Signore degli Anelli" (a proposito, il libro di Tolkien veniva pubblicato proprio in quegli stessi anni cinquanta) non dimentica di essere un appassionato di fantasy e si diverte a ricostruire con ironia e artigianato, come un novello Ray Harryhausen, il mondo immaginario delle due ragazzine attraverso i personaggi di plastilina che prendono vita. Gli effetti speciali sono curati dalla Weta Digital, la compagnia dello stesso Jackson fondata per l'occasione. Ma nonostante l'indubbia bellezza tecnica del film (evidente anche nelle inquadrature, nei movimenti ariosi di macchina, nella fotografia colorata), il suo cuore poetico e crudele resta tutto nelle due interpreti e nei loro personaggi, adolescenti inquiete come tante altre, che si sentono uniche e unite contro il resto del mondo. E la sceneggiatura si mantiene sempre in equilibrio, raccontando gli eventi e i sentimenti senza cedere alla tentazione di una lettura sociologica o moralista ma nemmeno tessendo un semplice elogio della fantasia e dell'anticonformismo. Allo spettatore non si chiede né di giustificare le due ragazze né di condannarle.

21 gennaio 2010

Cani arrabbiati (Mario Bava, 1974)

Cani arrabbiati, aka Semaforo rosso
di Mario Bava – Italia 1974
con Riccardo Cucciolla, Maurice Poli
***

Visto in DVD, con Martin.

Dopo una sanguinosa rapina a un portavalori (nel corso della quale un loro compagno ci ha lasciato le penne), tre criminali fuggono prendendo in ostaggio una donna e salgono a bordo dell'automobile con la quale un uomo sta portando il figlioletto all'ospedale, costringendolo a condurli fuori città. Quasi tutto il film si svolge all'interno della vettura, in un ambiente claustrofobico e carico di tensione condiviso da rapitori e sequestrati, mentre fuori dai finestrini scorre il paesaggio dell'Italia centrale (si va da Roma verso Firenze). Caratterizzato da una violenza iperreale e stilizzata che travalica spesso le righe e tocca punte di cinismo e di grottesco, complice anche la caratterizzazione semplicistica ma efficace dei personaggi (i banditi sono sadici e psicopatici), il film gode di un'aura da cult movie non solo per il ritmo serrato e per l'abilità registica di Bava, ma anche per la sua travagliata lavorazione: a causa della bancarotta di uno dei produttori, infatti, la pellicola (che pure era a bassissimo budget) venne sequestrata dal tribunale e non fu mai distribuita nelle sale. L'etichetta di "film maledetto" ne accrebbe la fama a dismisura fra gli appassionati di cinema italiano di genere, fino a quando una versione intitolata "Semaforo rosso" uscì in DVD in Germania dopo oltre vent'anni grazie all'interesse dell'attrice Lea Lander, che qui interpreta la donna in ostaggio (ma ne esiste anche una versione americana, "Kidnapped", per la quale Lamberto Bava, figlio del regista, ha girato nuove scene e cambiato il montaggio e la colonna sonora). Nonostante sia rimasto a lungo invisibile, il film è stato una delle fonti di ispirazione per il primo lungometraggio di Quentin Tarantino, "Le iene", com'è evidente sin dal titolo (da "Rabid dogs" a "Reservoir dogs" il passo è breve) ma anche per l'impianto drammaturgico. L'atmosfera minacciosa, il ritmo senza un attimo di pausa, la musica nervosa di Stelvio Cipriani, i continui colpi di scena (memorabile quello finale, davvero spiazzante), le vigorose interpretazioni (su tutti spicca George Eastman nei panni dell'energico e strafottente "Trentadue", mentre Maurice Poli è il flemmatico "Dottore" e Don Backy il nevrotico "Bisturi"; l'autista sequestrato è invece il placido Riccardo Cucciolla), la fotografia che non perde occasione per sottolineare ogni goccia di sangue o di sudore (i primi piani naturalmente abbondano, visto che la storia si svolge in uno spazio chiuso e ristretto) e la sceneggiatura dai contorni nichilisti ne fanno un film unico nel suo genere. Il soggetto è ispirato a un racconto di Ellery Queen.

20 gennaio 2010

Fuori di testa (Tom Mankiewicz, 1991)

Fuori di testa (Delirious)
di Tom Mankiewicz – USA 1991
con John Candy, Mariel Hemingway
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo un incidente stradale, lo scrittore di una soap opera televisiva in stile "Beautiful" si risveglia nel mondo che lui stesso ha creato. Si trova così a interagire con i suoi personaggi e scopre di essere praticamente onnipotente: ogni frase che digita sulla sua macchina da scrivere, infatti, si traduce all'istante in realtà, dandogli persino il potere di resuscitare i morti. Naturalmente proverà ad approfittarne per conquistare la bella attrice (o meglio, il "perfido" personaggio che lei interpreta) di cui è da sempre invaghito, ma ignora che nel frattempo i produttori dello show hanno assoldato un altro scrittore che ha idee diverse dalle sue sullo sviluppo della storyline... Nello spirito di "Ricomincio da capo", una commedia romantico-fantastica che affronta il tema del demiurgo che entra a far parte della propria creazione. Ma il freno a mano è tirato, le gag non fanno ridere e nel complesso la buona idea non è sfruttata appieno né portata alle sue estreme conseguenze. E il film è pieno di momenti deboli e di situazioni ripetute e trascinate stancamente. Non mancano comunque alcune trovate carine (come quando il protagonista scrive una scena da ubriaco, facendo diversi errori di battitura, e ne escono cose surreali). Nel cast, nei panni del patriarca della potente famiglia della soap, anche Raymond Burr. Produce Richard Donner, con il quale il regista (che è il figlio di Joseph L. Mankiewicz!) aveva già collaborato in qualità di sceneggiatore ai tempi di "Superman".

19 gennaio 2010

A single man (Tom Ford, 2009)

A single man (id.)
di Tom Ford – USA 2009
con Colin Firth, Julianne Moore
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Dal romanzo "Un uomo solo" di Christopher Isherwood, la storia dell'elaborazione di un lutto da parte di un professore di letteratura gay nella Los Angeles degli anni sessanta. L'improvvisa morte del suo compagno, con cui conviveva da sedici anni, scatena nel protagonista progetti di suicidio che verranno accantonati soltanto al termine di un breve-lungo percorso individuale (il film si svolge praticamente nell'arco di 24 ore), costellato di dolorosi ricordi (come i flashback dei momenti trascorsi con Jim), illuminanti confronti (come quello con l'amica e confidente di sempre Charley, che rimpiange un loro possibile amore e lo mette di fronte alla prospettiva di convivere con qualcuno che non si ama: ma che a George non interessi una vista senza sentimenti lo aveva già spiegato al collega che gli suggeriva di costruirsi come lui un rifugio antiatomico) e nuove possibilità (l'incontro con il giovane studente interpretato da Nicholas Hoult). Alla fine, comunque, il destino busserà alla sua porta (anche se sul finale, che mi pare un po' gratuito, ho qualche perplessità: probabilmente funzionava meglio nel libro). Lo stilista d'alta moda Tom Ford esordisce alla regia con un film freddo e misurato, dove spiccano le magistrali prove degli attori – Colin Firth su tutti – e le eleganti scenografie. La casa del protagonista, gli oggetti e gli arredamenti d'epoca, l'abito serale di Julianne Moore, l'ambientazione kennedyana fanno da sfondo alla vicenda di un uomo disperato, posto di fronte a un'improvvisa solitudine. Il film è un susseguirsi di scene chiave: la lezione in classe su Aldous Huxley con le riflessioni sulle minoranze "invisibili" e la ragione per cui vengono perseguitate (la paura), l'incontro con lo hustler spagnolo, i meticolosi preparativi per il suicidio, la serata trascorsa con Charley, il possibile inizio di una nuova relazione con il giovane studente. Da notare il parallelo fra i due cani posseduti dalla coppia George-Jim e loro stessi: uno muore, l'altro – rimasto solo – fugge verso un destino sconosciuto.

18 gennaio 2010

Le ombre degli avi dimenticati (S. Paradžanov, 1964)

Le ombre degli avi dimenticati (Tini zabutykh predkiv)
di Sergej Paradžanov – URSS 1964
con Ivan Mikolajchuk, Larisa Kadochnikova
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nonostante l'odio che intercorre fra le loro famiglie, il giovane pastore Ivan si innamora di Marichka, figlia dell'uomo che ha ucciso suo padre. Quando la ragazza scompare tragicamente cadendo nel fiume, Ivan si sposa con la ricca Palaghna, ma il ricordo della sua amata – della quale comincia ad apparirgli il fantasma – continuerà ad ossessionarlo. Paradžanov – fino ad allora "cineasta di regime" – girò questo film in occasione del centenario della nascita dello scrittore ucraino Mykhailo Kotsiubynsky, adattandone un racconto ambientato presso il popolo degli Hutsuli, una piccola comunità dei Carpazi. Molto più personale e visionaria di quelle che aveva realizzato all'interno del rigido sistema cinematografico dell'Unione Sovietica, la pellicola si allontana tanto dal "realismo socialista" quanto dai documentari di carattere etnografico che allora venivano prodotti a scopi didattici: il folclore assume qui tratti quasi "primitivi", ancestrali e irrazionali, ed è indissolubilmente legato alla religione. Se la storia e i personaggi sono piuttosto semplici, quasi come in una fiaba, il fascino del film sta tutto nelle immagini, nei canti, nei costumi, per non parlare dell'originale e caotica tecnica cinematografica (la fotografia coloratissima, le inquadrature ravvicinate, gli audaci e quasi frenetici movimenti di macchina – a tratti sembra quasi che sia stata usata una videocamera a mano per seguire i personaggi nei loro spostamenti – e il montaggio espressionista) con la quale vengono illustrati i riti, le tradizioni, le usanze, le canzoni e la spiritualità di questa comunità montana di pastori, agricoltori e boscaioli che vive in mezzo alla natura selvaggia, fra paesaggi innevati, coperti di fiori, immersi nella nebbia o spazzati dal vento. In tutto l'insieme spiccano alcune sequenze (Palaghna che si reca a pregare nuda nella brughiera per avere un figlio, Ivan e Marichka che fanno il bagno da bambini, le risse con l'ascia, le cerimonie religiose) e immagini sfuggenti (la soggettiva di un albero che cade, il fantasma di Marichka che appare oltre la finestra, le gambe scoperte di Palaghna, il sangue del padre di Ivan che si trasforma nelle silhouette rosse di cavalli al galoppo). La pellicola venne accolta senza troppo entusiasmo dalla critica ufficiale sovietica, nonostante il buon riscontro ottenuto in alcuni festival cinematografici all'estero.

16 gennaio 2010

Arizona dream (Emir Kusturica, 1992)

Arizona dream (id.)
di Emir Kusturica – USA 1992
con Johnny Depp, Faye Dunaway
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il giovane Axel (Johnny Depp), introverso sognatore che dopo la morte dei genitori si è trasferito a New York a lavorare come catalogatore di pesci, viene richiamato in Arizona dallo zio Leo Sweetie (un sorprendente Jerry Lewis) per fare da testimone al suo imminente matrimonio. Lo zio, che agli occhi di Axel è l'incarnazione del successo e del sogno americano, vorrebbe che il nipote si stabilisse lì definitivamente per vendere cadillac nel suo salone di automobili: ma quando il ragazzo fa la conoscenza di due eccentriche donne che vivono in una casa nel deserto – la stravagante vedova Elaine (Faye Dunaway), appassionata di macchine volanti, e la sua gelosa e irrequieta figliastra Grace (Lili Taylor), allevatrice di tartarughe e aspirante suicida – si trasferisce da loro, innamorato della prima nonostante la differenza d'età. Dopo gli iniziali successi in Jugoslavia, Kusturica ha realizzato questo film insolito e surreale negli Stati Uniti per raccontare l'incontro fra una serie di personaggi bizzarri, vivaci o malinconici, alle prese con sogni e desideri che naturalmente non possono avverarsi, visto che sono fuorvianti, semplicemente assurdi o indice di scarsa maturità. Axel, infatti, è proprio come l'halibut, il pesce che – nei suoi sogni – gli eschimesi pescano dal ghiaccio e che da giovane ha entrambi gli occhi da un solo lato del corpo: solo quando raggiunge l'età adulta uno dei suoi occhi si sposta dall'altro lato, consentendogli così di avere una visione completa del mondo (ma, allo stesso tempo, perdendo qualcosa di sé). La pellicola, comunque, tocca di sfuggita molti altri temi, come l'amore, la morte e il rapporto con i genitori (metaforicamente, visto che in realtà né Axel né Grace sono davvero figli di Leo e di Elaine). Soffre però anche per una certa anarchia narrativa, per una caratterizzazione dei personaggi confusa e caotica e per la scarsa linearità della storia, i cui sviluppi si accavallano senza un vero senso logico, proprio come in un sogno: è un film da prendere o lasciare. Magnifica la colonna sonora di Goran Bregovic (con la collaborazione di Iggy Pop) e grandioso il cast. Fra le scene più memorabili, quella in cui Paul (uno straordinario Vincent Gallo), aspirante attore, appassionato cinefilo e commesso nel salone dello zio di Axel, sale sul palco durante l'ora del debuttante per mimare la sequenza di "Intrigo internazionale" in cui Cary Grant è alle prese con l'aereo che lo attacca nel deserto. Molto belle, comunque, anche le sequenze ambientate in Alaska fra gli eschimesi (in quella finale, Jerry Lewis e Johnny Depp sembrano esprimersi in una lingua inuit, ma in realtà sono parole inventate). In Italia la pellicola è uscita con qualche anno di ritardo, dopo essere stata inizialmente annunciata con il titolo "Il valzer del pesce freccia", e solo quando Kusturica era ormai noto presso il grande pubblico per i suoi capolavori "Underground" e "Gatto nero, gatto bianco". Depp, che avrebbe recitato con la Dunaway anche in "Don Juan DeMarco", viene citato nei dialoghi quando Paul lo nomina insieme ad altri grandi attori, chiedendo "Credi che qualcuno si permetta di toccare Johnny Depp in faccia?".

15 gennaio 2010

Max amore mio (Nagisa Oshima, 1986)

Max amore mio (Max mon amour)
di Nagisa Oshima – Francia 1986
con Charlotte Rampling, Anthony Higgins
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Peter, diplomatico inglese presso l'ambasciata britannica di Parigi, viene a sapere che la moglie Margaret ha un amante; quando però scopre che si tratta di Max, uno scimpanzé, decide di accoglierlo in casa propria per indagare meglio la natura del loro strano rapporto. L'animale porta scompiglio nel mondo alto-borghese della coppia, entusiasmando il figlioletto, scandalizzando o incuriosendo gli amici, scatenando l'allergia della cameriera e rendendo il povero Peter sempre più frustrato. Ma alla fine l'armonia tornerà e si darà vita a una "famiglia allargata", con una sorta di ménage à trois. Il giapponese Oshima, i cui precedenti lavori "Ecco l'impero dei sensi" e "L'impero della passione" erano già stati coprodotti dalla Francia, sbarca in occidente per dirigere una bizzarra pellicola ideata da Jean-Claude Carrière (lo sceneggiatore degli ultimi film di Buñuel), che in un certo senso ne è il vero autore. Ma non si tratta, nonostante il tema, di un film scabroso o scandaloso: la provocazione resta confinata sul piano intellettuale, mentre il tono paradossale della situazione è stemperato da una messa in scena fredda e algida come la recitazione della Rampling, dove non c'è posto per la passione, almeno a livello esplicito. Al pari di Peter, lo spettatore vorrebbe trasformarsi in voyeur e scoprire qualcosa di più sulla relazione sessuale fra la donna e la scimmia, ma viene costantemente tenuto a distanza e non può nemmeno sbirciare dal buco della serratura come i titoli di testa del film lasciavano presagire. L'unica inquadratura dei due personaggi ripresi nell'intimità – dall'alto, nella stanza chiusa – li mostra teneramente abbracciati ma non svela altri dettagli. E quando Peter assolda una prostituta per osservarla mentre fa l'amore con Max, l'animale rifiuta ogni contatto perché non la trova di suo gusto: nonostante la donna si spogli davanti alla scimmia, lo stimolo visivo si rivela per l'animale meno importante di quello olfattivo o soprattutto di quello uditivo, visto che sono proprio i rumori – i latrati dei cani, il fragore dei tuoni, le grida dei commensali, la canzoncina di Margaret – a stimolare le sue reazioni. La sceneggiatura, al cui servizio si mette una regia classica ed essenziale, sembra più interessata a spingere sui pedali della satira e del paradosso (come nel finale, quando la scimmia è acclamata dalla folla come se si trattasse di quella regina d'Inghilterra il cui viaggio a Parigi è stato pianificato dal diplomatico) che ad indagare in profondità possibili temi come la natura bestiale dell'uomo, il rapporto di coppia o la rottura delle consuetudini sociali e sessuali. E la natura sovversiva della situazione viene via via fatta rientrare nell'alveo della normalità. Nella versione originale il film è parlato per metà in inglese e per metà francese (persino della scimmia si dice che è "bilingue"!). Nel cast ci sono anche Victoria Abril (la cameriera Maria) e Milena Vukotic (la madre di Margaret).

14 gennaio 2010

La leggenda del re pescatore (T. Gilliam, 1991)

La leggenda del re pescatore (The fisher king)
di Terry Gilliam – USA 1991
con Jeff Bridges, Robin Williams
***1/2

Rivisto in DVD, con Ginevra, Giovanni e Rachele.

La carriera di Jake Lucas, speaker radiofonico cinico e rampante, si arresta bruscamente quando spinge senza volerlo uno dei suoi ascoltatori a compiere una strage in un locale di Manhattan frequentato da yuppie. Sconvolto dai sensi di colpa, Jake finisce col ritirarsi dal mondo: ma verrà scosso dall'incontro con l'eccentrico Parry, ex professore di storia trasformatosi in un barbone e precipitato nella follia dopo aver perso la moglie proprio in quella sparatoria. Convinto di essere un cavaliere medievale e di avere il compito di recuperare il Santo Graal (in realtà un trofeo custodito nella libreria di una casa sulla quinta avenue), Parry chiede l'aiuto di Jake, il quale – sentendosi responsabile del suo stato – se ne prende a cuore le sorti e cerca di ripagare il proprio debito aiutandolo a conquistare il cuore della goffa impiegata Lydia, di cui Parry è invaghito. Ma chi ha veramente bisogno di aiuto è Jake, non Parry: e per risorgere dall'inferno in cui è precipitato dovrà fare ben di più, calandosi fino in fondo nel mondo irreale e fiabesco dell'amico e lasciandosi guidare da lui fino a riscoprire la semplicità della vita e la bellezza del mondo che lo circonda. Uno dei migliori film di Terry Gilliam, nonostante si tratti di un progetto non suo (è il primo lungometraggio al quale non ha collaborato a livello di scrittura – anche se il Santo Graal, la follia e gli elementi fantastici in un contesto urbano sono elementi tipici delle sue opere – nonché il primo in cui non figura nessuno degli ex membri dei Monty Python). Le tendenze più estreme e visionarie del regista vengono tenute sotto controllo dall'ottima sceneggiatura di Richard LaGravanese, capace di fondere romanticismo ed elogio della pazzia e di lavorare sui temi del perdono, della redenzione e della grazia divina, benché alcuni passaggi – soprattutto nel finale – sembrino un po' affrettati. Davvero ottimi i due interpreti, ben affiancati da Mercedes Ruehl e Amanda Plummer (e c'è anche un cameo di Tom Waits), per non parlare della buffa drag queen Michael Jeter. Ma a colpire è soprattutto la trasfigurazione in chiave fantasy e surreale della città di New York, trasformata (grazie a luci, effetti, scenografie e alla fotografia di Roger Pratt) in un'ambientazione fiabesca e medievale, con tanto di castelli, boschi e cavalieri, dove la verità e la bellezza si nascondono fra montagne di rifiuti, negli scantinati, in scalcinati videoshop, in contrapposizione ai freddi attici e ai grattacieli dei quartieri alti. Come regista, Gilliam aggiunge molte idee di suo: meravigliosa, per esempio, la sequenza in cui Perry sta seguendo Lydia e, per un momento, la hall della stazione si trasforma in un salone da ballo; visivamente interessante anche l'interno del palazzo-castello, con le scalinate che sembrano uscire da un quadro di M. C. Escher. In una scena è ben visibile un poster di "Brazil" sulla parete, mentre fra le canzoni intonate da Robin Williams spiccano "How about you?" (più volte) e "Lydia the tattooed lady" (resa celebre da Groucho Marx). Nel ciclo arturiano, il "re pescatore" è il malato custode del Santo Graal che può essere curato dalla sua infermità soltanto grazie all'intervento di un "eletto" dall'animo semplice: nel film questo personaggio può essere identificato con ciascuno dei due protagonisti, visto che in un certo senso Jake e Parry si guariscono a vicenda.

12 gennaio 2010

Racconto di primavera (E. Rohmer, 1990)

Racconto di primavera (Conte de printemps)
di Eric Rohmer – Francia 1990
con Anne Teyssèdre, Florence Darel
***

Rivisto in DVD.

Gran parte dei film di Eric Rohmer, il grande regista della nouvelle vague scomparso ieri all'età di 89 anni e che ho voluto ricordare riguardandomi uno dei suoi lavori da me preferiti, sono suddivisi programmaticamente in cicli tematici, pur essendo godibili anche come pellicole a sé stanti. Dopo il ciclo dei "Sei racconti morali" e quello delle "Commedie e proverbi", nel 1990 il cineasta francese ne iniziò uno nuovo, denominato "Racconti delle quattro stagioni", dove i titoli dei lungometraggi non si riferiscono solo al periodo dell'anno nel quale le storie sono ambientate, ma anche – metaforicamente – a un determinato momento della vita dei personaggi. In questo primo film, per esempio, le protagoniste si trovano ad attraversare una fase di cambiamento (entrambe si sentono trascurate dai rispettivi ragazzi) che potrebbe forse portare alla fioritura di nuovi rapporti sentimentali. Jeanne, una giovane insegnante di filosofia, e Natasha, una studentessa di pianoforte, si conoscono per caso a una festa e diventano subito amiche e confidenti. La prima, che ha prestato il proprio appartamento alla cugina, viene ospitata per qualche giorno dalla seconda, che in seguito la invita anche a trascorrere insieme a lei un weekend nella casa di famiglia in campagna. Che il sogno di Natasha sia quello di far scoccare un colpo di fulmine fra l'amica e il padre divorziato, con la giovane amante del quale, Eve, non va assolutamente d'accordo? Come suo solito, Rohmer gira un film assai "parlato", dove i personaggi discutono a cuore più o meno aperto di sentimenti, filosofia, comportamenti, gusti, manie, ossessioni, ricordi, e che vivono la propria vita più mentalmente e intellettualmente che fisicamente... Questo contribuisce a tracciarne un vibrante quadro psicologico, approfondendoli e rendendoli distanti dalle solite macchiette delle pellicole a sfondo romantico. Jeanne, ordinata e controllata, non sopporta il caos e l'intrusione nelle vite degli altri, cerca di non lasciarsi coinvolgere dalla complessa situazione familiare di Natasha e finisce col mantenere il proprio status quo (un fidanzato che non vediamo mai, con il quale forse non c'è perfetta sintonia), rinunciando all'opportunità di cambiare vita che la primavera le aveva offerto. Natasha, spigliata e immatura, si lascia invece trasportare in maniera quasi impulsiva dalle proprie simpatie e antipatie, come quando fa la guerra alla "saccente" Eve (che accusa persino di aver rubato una collana; ma il vero timore è che le sottragga il padre, non a caso il fidanzato di Natasha ha quasi la stessa età del genitore). Ecco dunque che i ciliegi in fiore, i cambi d'abiti negli armadi, i lavori di giardinaggio e tutti gli elementi che indicano che la primavera è arrivata non si traducono in luoghi comuni o in scelte scontate, ma diventano sintomi dell'irrequietezza e della ricerca di un nuovo equilibrio che però non viene mai raggiunto. Alla fine, dopo una serie di litigi, incomprensioni e rifiuti, la situazione torna la stessa di partenza, come se "non fosse successo niente". Le occasioni di cambiamento non sono state colte: ma chissà che sotto il terreno non ci siano germogli già pronti a sbocciare. Controllatissima ed essenziale la regia, che si concede appena un paio di lenti zoom e si preoccupa di mostrare il più possibile l'ambiente attorno ai personaggi, come le diverse case in cui vivono. Davvero convincenti gli attori, in particolare le due protagoniste (molto bella la distaccata Teyssèdre, con la sua acconciatura da maschietto; spontanea e comunicativa la giovane Darel). E assai indovinata, seppure ridotta ai minimi termini, anche la colonna sonora, dove spicca la deliziosa sonata per pianoforte e violino di Beethoven intitolata appunto "La primavera".

11 gennaio 2010

La ragazza che sapeva troppo (M. Bava, 1963)

La ragazza che sapeva troppo
di Mario Bava – Italia 1963
con Letícia Román, John Saxon
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nora Davis, ventenne turista americana in visita a Roma, si ritrova coinvolta in una situazione da incubo che sembra uscita da uno dei libri gialli di serie B di cui è appassionata lettrice. Dopo aver assistito a un misterioso omicidio notturno sulla scalinata di Trinità dei Monti, che però forse non è mai avvenuto oppure si è verificato dieci anni prima, scopre di essere stata presa di mira da un serial killer che uccide giovani donne seguendo l'ordine alfabetico dei loro cognomi. E decide di indagare, aiutata da un giovane medico innamorato di lei. Ispirandosi a un racconto di Fredric Brown (lo stesso che sarà alla base de "L'uccello dalle piume di cristallo" di Dario Argento) e, in parte, ai film di Hitchcock (com'è evidente sin dal titolo), Bava realizza una pellicola senza molti precedenti in Italia, che con la sua struttura da thriller dà l'avvio a uno dei generi più fortunati della cinematografia del nostro paese, il cosiddetto "giallo" all'italiana (chiamato proprio così nei paesi di lingua inglese). Ma l'approccio leggero e quasi da gioco delle parti, l'utilizzo ironico dei cliché e degli stereotipi della narrativa di genere (agguati, pedinamenti, telefonate anonime, false tracce, colpi di scena scanditi a intervalli regolari), le gag più o meno sotterranee, la prevedibilità dell'identità dell'assassino (soprattutto per uno spettatore smaliziato come quello odierno) e in fondo la mancanza di realismo e verosimiglianza (il tono è spesso onirico, e alla fine la protagonista ha per un attimo l'assurdo dubbio che tutte le vicende occorsele siano state un'allucinazione dovute a una sigaretta drogata) impediscono al film di prendersi troppo sul serio. La tensione e i momenti inquietanti comunque non mancano. Notevole il lato tecnico, con una regia moderna, una stupenda fotografia in bianco e nero e una grande cura nelle inquadrature. E magnifica la Roma ritratta da Bava, tanto di notte quanto di giorno.

10 gennaio 2010

Sherlock Holmes (Guy Ritchie, 2009)

Sherlock Holmes (id.)
di Guy Ritchie – USA 2009
con Robert Downey jr., Jude Law
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Monica e Marisa.

Di fronte a un avversario che sembra dotato di poteri esoterici e soprannaturali (lord Blackwood, appartenente a una loggia massonica e apparentemente resuscitato dopo la morte), persino il razionale Sherlock Holmes si trova in difficoltà: ma grazie alle sue straordinarie capacità (non solo intellettive, ma anche fisiche), e con l'aiuto del fedele dottor Watson (in procinto di sposarsi e di abbandonare l'appartamento di Baker Street che condivideva con l'amico) e dell'affascinante ladra-spia Irene Adler, riuscirà a risolvere il mistero. Ritchie "modernizza" il personaggio creato da Arthur Conan Doyle, ringiovanendolo e rendendolo protagonista, più che di un giallo, di un vero e proprio action movie vittoriano, con frenetiche scene d'azione, scazzottate, esplosioni e dialoghi brillanti (vedi i continui battibecchi fra lui e Watson). Eppure il film funziona e mostra una propria coerenza interna che lo rende assai gradevole: l'intrattenimento e il divertimento non mancano, la sceneggiatura non trascura alcun dettaglio, e alla fine i conti tornano. Quanto alla rivisitazione di un personaggio classico, non me la sento di accusare il regista di lesa maestà, visto che – seppur trasfigurati – gli elementi classici dei racconti di Conan Doyle ci sono tutti (tranne il cappello e mantellina scozzese, e la frase "Elementare, Watson"), a partire dalle eccezionali capacità deduttive di Holmes e dalle sue conoscenze scientifiche, per finire con la citazione di decine di elementi o di personaggi, anche minori, dell'universo originale. E una lettura attenta dei racconti potrebbe riservare qualche sorpresa a coloro che pensano che Ritchie si sia preso troppe libertà. Che Holmes usi la sua intelligenza anche per combattere non mi ha dato fastidio, e nemmeno lo stile "moderno" di regia e montaggio, che ben si sposa con i toni generali della pellicola. Ottimi gli attori: oltre ai due mattatori Downey jr. e Law (entrambi bravissimi e in grado di caratterizzare i loro personaggi a tutto tondo), mi ha fatto piacere rivedere Rachel McAdams (che seguo dai tempi di "Mean Girls"). Il personaggio di Irene Adler compariva in un solo racconto di Conan Doyle, ma il suo nome ricorderà qualcosa ai lettori degli X-Men (Chris Claremont lo aveva attribuito alla veggente Destiny). Ma è bella, soprattutto, l'ambientazione: una Londra sporca, piovosa e piena di cantieri navali, ponti in costruzione, fabbriche, stabilimenti chimici, mattatoi, mercati, banchi dei pegni, carrozze, chiatte sul fiume, brulicante di vita e di attività.

9 gennaio 2010

Il fiore sulla pietra (S. Paradžanov, 1962)

Il fiore sulla pietra (Tsvetok na kamne)
di Sergej Paradžanov – URSS 1962
con Georgij Karpov, Ljudmila Čerepanova
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film, l'ultimo realizzato da Paradžanov su commissione prima di abbandonare le pellicole a sfondo ideologico e propagandistico per dedicarsi a un cinema più personale, descrive la comunità che gravita attorno a una miniera di carbone presso Donetsk, in Ucraina. Griva, operaio perdigiorno e ubriacone, si innamora della bionda e bella Luda, segretaria locale del Komsomol (la sezione giovanile del partito comunista), e per amor suo abbandona le cattive compagnie e comincia a lavorare in miniera. Il titolo della pellicola si riferisce a un fossile che il giovane trova durante gli scavi e regala alla ragazza. Decisamente più interessante è però la vicenda parallela che riguarda una setta religiosa di pentecostali che introduce clandestinamente alcuni suoi seguaci per reclutare nuovi adepti fra i minatori. Fra questi c'è anche la giovane Katrina, che il leader della setta vorrebbe convincere a rinunciare all'amore che prova per il coetaneo Arsen, ritenuto incompatibile con l'amore per Dio. Lo schematico attacco alla religione che "avvelena l'anima della gente" è dunque il tema preponderante della pellicola, che la sceneggiatura di Vadim Sobko porta avanti in evidente ossequio alle direttive sovietiche (e in curioso contrasto con la religiosità diffusa che sarà invece presente nelle opere successive di Paradžanov): i membri della setta sono ritratti come fanatici o come sprovveduti facilmente plagiabili, mentre i capi sono ipocriti e truffatori che si arricchiscono intascando di nascosto le offerte dei fedeli. Alla fine Arsen spiegherà alla ragazza che gli uomini "sono più forti di Dio, visto che Dio non esiste". L'intera vicenda è rivissuta in flashback da Griva, ricoverato in ospedale perché ferito alla testa nel tentativo di salvare Arsen dall'agguato dei religiosi. Buona la regia, all'insegna del realismo sociale ma anche caratterizzata da una certa dinamicità nei movimenti di macchina e ben coadiuvata da un'avvolgente fotografia in bianco e nero.

8 gennaio 2010

Essi vivono (John Carpenter, 1988)

Essi vivono (They live)
di John Carpenter – USA 1988
con Roddy Piper, Keith David
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Ilaria.

Attraverso un paio di "speciali" occhiali da sole, un operaio in cerca di lavoro – trasformato in senzatetto dalla crisi economica – scopre la vera realtà del mondo in cui vive: la Terra è stata invasa e colonizzata da una razza di alieni che si mimetizzano fra gli esseri umani; gli extraterrestri si sono infiltrati fra le élite, occupano tutti i posti di comando nella società e sottomettono il resto della popolazione tenendola a bada con messaggi subliminali nei mass media che invitano al conformismo e al consumismo ("Obbedite", "Consumate", "Non mettete in dubbio l'autorità", "Sposatevi e riproducetevi", "Guardate la TV", "Non pensate", per non parlare della scritta "Questo è il tuo dio" sulle banconote). Con questa insolita pellicola che fonde scenari fantastici e socio-politici, Carpenter ribalta le convenzioni della fantascienza degli anni '50 (della quale riprende alcuni stilemi grafici, come i piccoli dischi volanti da B-movie che si aggirano nei cieli), quando film come "L'invasione degli ultracorpi" suggerivano semmai un parallelo fra gli extraterrestri e la minaccia comunista. In epoca reaganiana, stretta fra la disoccupazione e l'omologazione culturale dettata dalla tv (ogni volta che nel film si intravede uno schermo, trasmette inevitabilmente programmi spazzatura), a minacciare l'umanità sono invece i "poteri forti", i leader economici e capitalisti che con le loro azioni puntano ad anestetizzare le masse e a garantirsi una forza lavoro sempre disponibile e da sfruttare. E la salvezza non può che provenire dalla rivolta delle classi sociali più basse. Anticipatore per certi versi di "Matrix" (molti elementi sono simili: la scoperta che la realtà in cui viviamo è un inganno e che l'umanità è schiava di qualcun altro, la necessità di un "eletto" che guidi i ribelli alla vittoria – all'inizio il predicatore cieco invoca l'arrivo di un uomo d'azione – e naturalmente gli occhiali neri ^^), il film ebbe poco successo e passò generalmente inosservato, forse proprio per la sua radicale presa di posizione anticapitalista e antisistema: eppure è una delle poche pellicole a rendere materialmente credibile e tangibile – nonostante l'approccio fantastico – un tema "popolare" come quello della cospirazione e del complotto dietro cui si reggerebbero l'economia e il "nuovo ordine mondiale". Il protagonista Roddy Piper è un wrestler canadese, occasionalmente prestato al cinema: questo spiega la lunga scena della scazzottata nel vicolo che, senza conoscere il background dell'interprete, potrebbe sembrare troppo prolungata (Carpenter dichiarò di essersi ispirato alla lotta fra John Wayne e Victor McLaglen ne "Un uomo tranquillo"). Curiosamente il personaggio principale del film non si presenta né viene mai chiamato per nome in tutta la pellicola: i titoli di coda gli attribuiscono l'appellativo di "Nada", che era il nome del protagonista del breve racconto di Ray Nelson al quale Carpenter si è ispirato per la sceneggiatura.

7 gennaio 2010

La maschera del demonio (M. Bava, 1960)

La maschera del demonio
di Mario Bava – Italia 1960
con Barbara Steele, John Richardson
***

Visto in DVD, alla Fogona, con Marisa.

Nella cupa Moldavia del Seicento, una strega viene condannata dalla sua stessa famiglia a bruciare sul rogo insieme al suo amante: ma le fiamme sono spente da un'improvvisa tempesta, e così la donna viene semplicemente sepolta nella cripta del castello, con la "maschera del demonio" inchiodata sul volto e una croce a impedirle di uscire. Duecento anni dopo viene liberata da incauti viaggiatori di passaggio, due medici diretti in Russia per partecipare a un convegno, e tenta di vendicarsi di chi l'aveva condannata, impossessandosi del corpo di una sua discendente, la principessa Katja. Il primo film di Bava (o almeno il primo a lui accreditato), fino ad allora direttore della fotografia e tecnico degli effetti speciali, è un horror che inaugura un nuovo filone nel cinema di genere italiano e che riscuoterà interesse e successo in tutto il mondo, influenzando grandi autori con le sue atmosfere e il suo approccio visivo (qualche anno prima, in realtà, c'era stato "I vampiri" di Riccardo Freda, al quale peraltro aveva collaborato lo stesso Bava). Alla ricerca di uno stile personale, e prendendo in parte le distanze da quello che si faceva negli stessi anni in America o in Inghilterra, il regista si ispira a fonti letterarie e ai classici film degli anni venti, trenta e quaranta, da "Nosferatu" a "Frankenstein" (la carrozza che conduce i protagonisti in un entroterra gotico e oscuro, il villaggio mitteleuropeo, i contadini e i paesani che cacciano la strega con le torce, il tema dei vampiri, il confine fra religione e paganesimo), arricchendone però l'estetica con un gusto più barocco e visionario, quasi una fusione fra l'espressionismo tedesco e la cultura bizantina. Il tono del racconto (ispirato da un racconto di vampiri di Gogol) è, di pari passo, quasi fiabesco, con ampio spazio ai temi della decadenza (la cripta è in rovina, la famiglia di Katja è ormai in declino, i corpi riportati in vita dalla strega sono come zombi putrefatti), del doppio (la dicotomia fra il bene e il male è naturalmente esplicitata dai due personaggi interpretati dalla Steele, ma c'è anche la lotta fra la razionalità – i due medici – e la superstizione) e della sessualità (non si era mai visto prima negli horror un "mostro" femminile così seducente e inquietante), mentre fondamentali per il risultato finale risultano le scenografie e gli spazi in cui si svolgono le vicende: la brughiera e la foresta, gli ampi saloni del palazzo, la polverosa cripta di famiglia, i corridoi e i passaggi segreti, la locanda, tutti ripresi in un fascinoso bianco e nero. La scena della bambina che viene costretta a recarsi a mungere nella stalla di notte, oltre a evocare ulteriori suggestioni fiabesche (Cappuccetto Rosso, ecc.), può forse far venire alla mente "L'uomo leopardo" di Jacques Tourneur. La protagonista, l'allora sconosciuta Barbara Steele (nel doppio ruolo della strega malvagia e della sua inerme vittima), capace di calarsi apparentemente senza difficoltà nei panni di una vergine indifesa e di una crudele demoniessa, con il suo volto inquietante e dai tratti particolarmente marcati divenne un'icona del genere, comparendo poi negli anni successivi in numerosi film (soprattutto italiani, ma anche – per esempio – ne "Il pozzo e il pendolo" di Corman).

6 gennaio 2010

Mad detective (Johnnie To, Wai Ka-Fai, 2007)

Mad detective (Sun taam)
di Johnnie To, Wai Ka-Fai – Hong Kong 2007
con Lau Ching-Wan, Andy On
***

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Lo schizofrenico Bun, un tempo poliziotto dal brillante intuito che risolveva molti casi con i suoi metodi controversi (il suo motto era "applica le emozioni all'indagine, non la logica") e che portava alle estreme conseguenze la tecnica di calarsi nei panni della vittima o dell'assassino, è stato licenziato per i suoi comportamenti sempre più psicotici: era arrivato addirittura a tagliarsi un orecchio di fronte al proprio capo come omaggio quando questi era andato in pensione. Il giovane Ho, che vedeva in lui un maestro, gli chiede però di tornare in azione per aiutarlo a risolvere un enigma ormai irrisolto da diversi mesi: la misteriosa sparizione di un agente, Wong, e della sua pistola, con la quale qualcuno sta ora commettendo una serie di delitti. Bun però è ormai ritenuto da tutti un folle senza speranza: vede attorno a sé persone che non esistono o fantasmi del passato (come la moglie, che nella realtà lo ha abbandonato da tempo: da notare che la moglie reale e quella immaginaria sono interpretate da due attrici diverse, rispettivamente Kelly Lin e Flora Chan) e soprattutto afferma che gli altri gli appaiono non con le loro reale fattezze, ma con quelle delle loro personalità interne; Ho, per esempio, per lui ha le sembianze di un ragazzino sperduto e impaurito. Pedinando Chi-wai (Lam Ka-Tung), ex compagno di pattuglia di Wong e principale sospettato della sua sparizione, Bun scopre che questi ha addirittura sette personalità distinte, fra le quali spicca quella di una donna fredda e calcolatrice che domina su tutte le altre (la più inerme e subordinata di tutte è invece il "ciccione" Lam Suet)...

Alternando immagini della "realtà" a quelle filtrate dalla mente di Bun, e lasciando il dubbio se si tratti davvero di follia oppure di un istinto soprannaturale (da brivido quando le personalità di Chi-wai commentano sgomente: "È capace di vederci!") e iper-amplificato (visto anche che tutte le intuizioni del protagonista si rivelano immancabilmente esatte), il film si sviluppa come un interessante poliziesco dai toni surreali e decisamente sui generis. Probabilmente è più un film di Wai Ka-Fai (autore anche della sceneggiatura) che di Johnnie To (per quanto lo spunto della pistola scomparsa possa ricordare "PTU" e la regia solida e senza fronzoli sia fondamentale nel tenere il soggetto sotto controllo). Fra i momenti più interessanti, l'imbarazzante cena "a quattro" fra Bun, Ho e le rispettive compagne (con la moglie di Bun che interagisce con gli altri solo nella sua testa) e lo "scambio" finale delle pistole che passano da una mano all'altra (all'inizio nessuno spara con la propria; in seguito c'è un complesso lavoro di "rotazione" delle armi per nascondere le prove di quello che è realmente avvenuto). Ma la stessa sparatoria finale in un oceano di specchi rotti è girata da manuale e ispirata forse alla "Signora di Shanghai" di Orson Welles. Bravi gli interpreti (Lau Ching-Wan, un attore che mi piace molto, è brillante e ambiguo come al solito), magnifiche le scenografie e suggestive le atmosfere (a tratti le immagini sono impercettibimente distorte, proprio come i titoli di testa inclinati e di sbieco, a rivelare che non tutto quello che vediamo può essere considerato reale).

5 gennaio 2010

Amore che redime (B. Wilder, 1934)

Amore che redime (Mauvaise graine)
di Billy Wilder e Alexander Esway – Francia 1934
con Pierre Mingand, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

In fuga dalla Germania nazista, e nell'attesa di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Billy Wilder si trattenne in Francia per quasi un anno, durante il quale ebbe modo di scrivere con alcuni colleghi una sceneggiatura che sarebbe diventata il primo film da lui diretto (il co-regista che viene accreditato, Alexander Esway, si limitò a fare da prestanome per permettere a Wilder di ottenere i finanziamenti necessari. Sul set, almeno stando alle memorie della Darrieux, c'era invece sempre e solo Billy). Da notare che lo stesso aveva fatto Fritz Lang, che sempre nel 1934, durante la sua permanenza a Parigi, aveva diretto il suo unico film "francese", "La leggenda di Liliom". Wilder, comunque, si riteneva principalmente uno sceneggiatore e non un regista: e infatti non avrebbe più firmato la regia di un altro film fino al 1942, data del suo debutto americano con "Frutto proibito".

Henri Pasquier è un giovane playboy che trascorre le giornate divertendosi a scorrazzare a bordo della sua Buick. Ma quando suo padre vende l'automobile e gli annuncia che d'ora in poi dovrà guadagnarsi la vita da solo, Henri entra a far parte di una banda di ladri d'auto professionisti. Del variopinto gruppo fanno parte anche il giovane Jean, appassionato "collezionista" di cravatte che prende subito Henri in simpatia, e sua sorella Jeanette (la Darrieux, unico nome noto del cast): proprio l'amore per la ragazza spingerà il protagonista a decidere di abbandonare la criminalità per rifarsi una vita con lei all'estero: ma nel finale di una pellicola che ondeggia senza troppo equilibrio fra la commedia "leggera" e il dramma a sfondo sociale, ci sarà anche spazio per la tragedia.
Per essere una prima prova, pur con qualche ingenuità, la regia di Wilder non è male e appare già dinamica e vivace. Le influenze di Lubitsch si vedono tutte (si pensi per esempio alle sequenze in cui Jeanette deve adescare le "vittime" cui i suoi complici ruberanno le auto, come nella scena in cui la ragazza passeggia sul marciapiede mostrandosi recalcitrante, e poi – subito dopo che un camion ha impallato per un attimo l'inquadratura – la vediamo già a bordo della macchina del malcapitato corteggiatore). Non mancano nemmeno occasionali scenette comiche che rimandano al cinema muto (come quelle che vedono come protagonista "Zebra", il membro più incapace della gang). Nonostante un argomento "contemporaneo" come quello dei furti d'auto (una didascalia, a un certo punto, ci informa che ben "un parigino su otto" possiede un automobile!), il film si tiene lontano dall'attualità (non vi sono menzioni o riferimenti ai temi sociali o politici dell'epoca, come quelli dai quali Wilder era in fuga) e affronta dilemmi più classici come la fascinazione che il mondo della criminalità esercita su un borghese privilegiato (Henry si unisce ai ladri per l'eccitazione che gli dà il furto, più che per i soldi che guadagna) e quello della redenzione finale (come indica il brutto titolo italiano). Interessanti, per l'epoca, anche le numerose scene di inseguimenti e di auto in movimento.

4 gennaio 2010

Il ritratto di Jennie (W. Dieterle, 1948)

Il ritratto di Jennie (Portrait of Jennie)
di William Dieterle – USA 1948
con Jennifer Jones, Joseph Cotten
***

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Per rendere omaggio a Jennifer Jones, scomparsa di recente, mi sono visto uno dei suoi film più celebri e romantici, vero inno all'arte e all'amour fou con venature oniriche e fantastiche: una pellicola letteralmente fuori dal tempo, appena un poco contaminata dai linguaggi del noir e del melò. Ne è protagonista Joseph Cotten nei panni di Eben Adams, pittore spiantato e senza ispirazione che in una sera d'inverno a Central Park, nel cuore di New York, incontra Jennie, una misteriosa bambina, bellissima e vivace, che accende in lui una scintilla e gli fa tornare la voglia di dipingere. Nei giorni successivi la rivede in più occasioni, e ogni volta gli appare sempre più cresciuta, fino a quando – ormai diventata una giovane ragazza – accetta di farne il ritratto: la ragazza diventa la sua musa e ben presto anche l'oggetto del suo amore. Dopo essersi reso conto di essere l'unico in grado di vederla, scoprirà che si tratta di una persona già vissuta decenni prima e scomparsa in una furiosa tempesta in mare, al largo di un faro sulle coste del Massachusetts. Nel corso del loro ultimo, drammatico incontro, il pittore non potrà impedire la morte (già scritta) di Jennie: ma la sua figura gli darà l'ispirazione per rinnovare la propria arte. Il soggetto del film (l'amore che supera le barriere del tempo, della vita e della morte, unendo due persone destinate a incontrarsi anche se vissute in epoche diverse), di ispirazione chiaramente tardo-romantica, è sostenuto da una forma filmica decisamente particolare: ambienti e atmosfere surreali e pittorici (a volte nel paesaggio si intravede addirittura la trama della tela), frutto di riprese in esterni e non in studio, e una fotografia in bianco e nero che – nell'ultimo rullo della pellicola – viene dapprima virata in verde e in rosso e infine si mostra completamente a colori nell'inquadratura finale, quella del ritratto di Jennie esposto nel museo. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin saccheggia Debussy ("Preludio al pomeriggio di un fauno" e altro), mentre nel resto del cast spicca Ethel Barrymore (la proprietaria della galleria d'arte). Nonostante l'intrecciarsi dei temi del ritratto e del tempo, la storia non ha quasi nulla a che vedere con "Il ritratto di Dorian Gray".