18 gennaio 2010

Le ombre degli avi dimenticati (S. Paradžanov, 1964)

Le ombre degli avi dimenticati (Tini zabutykh predkiv)
di Sergej Paradžanov – URSS 1964
con Ivan Mikolajchuk, Larisa Kadochnikova
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nonostante l'odio che intercorre fra le loro famiglie, il giovane pastore Ivan si innamora di Marichka, figlia dell'uomo che ha ucciso suo padre. Quando la ragazza scompare tragicamente cadendo nel fiume, Ivan si sposa con la ricca Palaghna, ma il ricordo della sua amata – della quale comincia ad apparirgli il fantasma – continuerà ad ossessionarlo. Paradžanov – fino ad allora "cineasta di regime" – girò questo film in occasione del centenario della nascita dello scrittore ucraino Mykhailo Kotsiubynsky, adattandone un racconto ambientato presso il popolo degli Hutsuli, una piccola comunità dei Carpazi. Molto più personale e visionaria di quelle che aveva realizzato all'interno del rigido sistema cinematografico dell'Unione Sovietica, la pellicola si allontana tanto dal "realismo socialista" quanto dai documentari di carattere etnografico che allora venivano prodotti a scopi didattici: il folclore assume qui tratti quasi "primitivi", ancestrali e irrazionali, ed è indissolubilmente legato alla religione. Se la storia e i personaggi sono piuttosto semplici, quasi come in una fiaba, il fascino del film sta tutto nelle immagini, nei canti, nei costumi, per non parlare dell'originale e caotica tecnica cinematografica (la fotografia coloratissima, le inquadrature ravvicinate, gli audaci e quasi frenetici movimenti di macchina – a tratti sembra quasi che sia stata usata una videocamera a mano per seguire i personaggi nei loro spostamenti – e il montaggio espressionista) con la quale vengono illustrati i riti, le tradizioni, le usanze, le canzoni e la spiritualità di questa comunità montana di pastori, agricoltori e boscaioli che vive in mezzo alla natura selvaggia, fra paesaggi innevati, coperti di fiori, immersi nella nebbia o spazzati dal vento. In tutto l'insieme spiccano alcune sequenze (Palaghna che si reca a pregare nuda nella brughiera per avere un figlio, Ivan e Marichka che fanno il bagno da bambini, le risse con l'ascia, le cerimonie religiose) e immagini sfuggenti (la soggettiva di un albero che cade, il fantasma di Marichka che appare oltre la finestra, le gambe scoperte di Palaghna, il sangue del padre di Ivan che si trasforma nelle silhouette rosse di cavalli al galoppo). La pellicola venne accolta senza troppo entusiasmo dalla critica ufficiale sovietica, nonostante il buon riscontro ottenuto in alcuni festival cinematografici all'estero.

2 commenti:

Giuliano ha detto...

Di fronte a film come questi, mi viene da pensare: ecco una cosa che io non avrei mai saputo fare, nemmeno se avessi studiato tutta la vita per fare cinema.
E "Il colore del melograno" e "La fortezza di Suram" sono ancora più belli.

Christian ha detto...

È un film che gronda vita ed energia: per realizzare una cosa del genere ci vuole un regista che "senta" la materia trattata e che si lasci trascinare dal proprio gusto estetico, non basta avere una sceneggiatura in mano e girarla così com'è.
Prossimamente vedrò gli altri.