7 gennaio 2010

La maschera del demonio (M. Bava, 1960)

La maschera del demonio
di Mario Bava – Italia 1960
con Barbara Steele, John Richardson
***

Visto in DVD, alla Fogona, con Marisa.

Nella cupa Moldavia del Seicento, una strega viene condannata dalla sua stessa famiglia a bruciare sul rogo insieme al suo amante: ma le fiamme sono spente da un'improvvisa tempesta, e così la donna viene semplicemente sepolta nella cripta del castello, con la "maschera del demonio" inchiodata sul volto e una croce a impedirle di uscire. Duecento anni dopo viene liberata da incauti viaggiatori di passaggio, due medici diretti in Russia per partecipare a un convegno, e tenta di vendicarsi di chi l'aveva condannata, impossessandosi del corpo di una sua discendente, la principessa Katja. Il primo film di Bava (o almeno il primo a lui accreditato), fino ad allora direttore della fotografia e tecnico degli effetti speciali, è un horror che inaugura un nuovo filone nel cinema di genere italiano e che riscuoterà interesse e successo in tutto il mondo, influenzando grandi autori con le sue atmosfere e il suo approccio visivo (qualche anno prima, in realtà, c'era stato "I vampiri" di Riccardo Freda, al quale peraltro aveva collaborato lo stesso Bava). Alla ricerca di uno stile personale, e prendendo in parte le distanze da quello che si faceva negli stessi anni in America o in Inghilterra, il regista si ispira a fonti letterarie e ai classici film degli anni venti, trenta e quaranta, da "Nosferatu" a "Frankenstein" (la carrozza che conduce i protagonisti in un entroterra gotico e oscuro, il villaggio mitteleuropeo, i contadini e i paesani che cacciano la strega con le torce, il tema dei vampiri, il confine fra religione e paganesimo), arricchendone però l'estetica con un gusto più barocco e visionario, quasi una fusione fra l'espressionismo tedesco e la cultura bizantina. Il tono del racconto (ispirato da un racconto di vampiri di Gogol) è, di pari passo, quasi fiabesco, con ampio spazio ai temi della decadenza (la cripta è in rovina, la famiglia di Katja è ormai in declino, i corpi riportati in vita dalla strega sono come zombi putrefatti), del doppio (la dicotomia fra il bene e il male è naturalmente esplicitata dai due personaggi interpretati dalla Steele, ma c'è anche la lotta fra la razionalità – i due medici – e la superstizione) e della sessualità (non si era mai visto prima negli horror un "mostro" femminile così seducente e inquietante), mentre fondamentali per il risultato finale risultano le scenografie e gli spazi in cui si svolgono le vicende: la brughiera e la foresta, gli ampi saloni del palazzo, la polverosa cripta di famiglia, i corridoi e i passaggi segreti, la locanda, tutti ripresi in un fascinoso bianco e nero. La scena della bambina che viene costretta a recarsi a mungere nella stalla di notte, oltre a evocare ulteriori suggestioni fiabesche (Cappuccetto Rosso, ecc.), può forse far venire alla mente "L'uomo leopardo" di Jacques Tourneur. La protagonista, l'allora sconosciuta Barbara Steele (nel doppio ruolo della strega malvagia e della sua inerme vittima), capace di calarsi apparentemente senza difficoltà nei panni di una vergine indifesa e di una crudele demoniessa, con il suo volto inquietante e dai tratti particolarmente marcati divenne un'icona del genere, comparendo poi negli anni successivi in numerosi film (soprattutto italiani, ma anche – per esempio – ne "Il pozzo e il pendolo" di Corman).

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Grandissimo horror italiano, ce ne fossero ancora di registi così!!!

Ale55andra

Christian ha detto...

E quasi non sembra italiano, infatti! ^^

Purtroppo di registi bravi come Bava (e questo è un discorso che va al di là del genere dei film, parlo solo di maestria tecnica) in Italia è ormai difficile vederne. Il prolifico sistema produttivo di quegli anni è stato smantellato. Lui veniva da anni di gavetta e di lavoro come direttore della fotografia, tecnico, aiuto regista, ecc. Oggi invece i registi esordiscono subito, spesso giovani e già con ambizioni autoriali, e ognuno lavora per contro proprio senza scambi o feedback da parte degli altri, non c'è da stupirsi se di maestri non se ne vedono più.

MonsierVerdoux ha detto...

che grande film: con questo film bava cmabia le regole dell'horror classico (vedi l'uso inusuale delle musiche), creando un film tutto giocato sull'atmosfera:un capolavoro, e non è un caso che registi oggi grandissimi come tim burton, tarantino o peter jackson lo considerino fra il loro film preferito

Christian ha detto...

Infatti, credo che Bava sia stato uno dei registi che ha più influenzato i suoi futuri colleghi...