31 gennaio 2009

Un'ora d'amore (Ernst Lubitsch, 1932)

Un'ora d'amore (One hour with you)
di Ernst Lubitsch – USA 1932
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Remake sonoro del muto "Matrimonio in quattro" (realizzato da lui stesso nel 1924), questa splendida commedia musicale è un esempio perfetto del cosiddetto "tocco di Lubitsch", capace di infondere vivacità e malizia a un soggetto piuttosto semplice (una storia di seduzioni, tentazioni e tradimenti incrociati) senza mai perdere di vista leggerezza e ironia, e dimostrando ancora (come in "Mancia competente") di padroneggiare alla perfezione dialoghi e musica a pochissimi anni di distanza dalla nascita del sonoro. I coniugi parigini Andre e Colette Bertier sono fedeli e innamoratissimi, ma il loro rapporto è messo a dura prova dagli intrighi della rubacuori Mitzi, miglior amica di lei e intenzionata a sedurre lui. In occasione di una sontuosa cena da loro organizzata, entrambi i coniugi cedono alla tentazione della corte di un elemento "perturbatore": ma alla fine il loro idillio ne uscirà più forte che mai. Anziché mettere alla berlina l'istituzione del matrimonio, Lubitsch la esalta preferendo scatenarsi contro l'ingombrante apparato di sentimenti e di consuetudini "morali" che questa si porta appresso, dalla fedeltà alla gelosia. Tutti, in fondo, non vogliono altro che "un'ora d'amore". Chevalier e la MacDonald (la stessa coppia di "Amami stanotte" di Mamoulian e di tanti altri film di Lubitsch di quel periodo) sono perfetti nei rispettivi ruoli: lui si rivolge direttamente al pubblico, guardando in macchina e chiedendo consiglio, conforto o complicità, mentre lei appare radiosa e sexy come non mai. Dai dialoghi pieni di doppi sensi e ammiccamenti (spesso a sfondo sessuale) alle canzoni perfettamente inserite nel contesto (al punto che talvolta non c'è nemmeno bisogno dell'accompagnamento musicale: i personaggi parlano in rima e in metrica anche quando non cantano), dai formidabili "assoli" di Chevalier (su tutti l'incredibile "Ohh... that Mitzi!" con cui rivela di essere affascinato dalla sfrontatezza dell'amica seduttrice) alla gag ripetuta dei bigliettini segnaposto scambiati, dai vivaci confronti fra Andre e il marito di Mitzi (la fiera delle allusioni e degli eufemismi) alla spudorata scena della finta visita medica ("Three times a day"), viene quasi l'impressione che il codice Hays sia stato introdotto (un paio d'anni dopo) come legge ad personam, per mettere un freno alle arditezze di Lubitsch! Inutile dire che oggi tutte queste finezze maliziose nei dialoghi, nelle canzoni, nelle immagini e nelle inquadrature risultano innocue e anzi deliziose, tipiche di un mondo d'altri tempi dove bastava un cravattino slacciato per far sospettare un uomo di adulterio. Molte le battute memorabili ("In Svizzera c'è una legge molto curiosa: se un uomo uccide la propria moglie, finisce in carcere", "Hai il diritto di sbagliare. Sei una donna. E le donne sono nate per sbagliare", "Madame, penserà che sono un vigliacco... ma lo sono!"). Una curiosità: George Cukor è accreditato come assistente alla regia. Sul Mereghetti si legge che inizialmente il film avrebbe dovuto essere diretto interamente dal giovane allievo e che Lubitsch, insoddisfatto del suo lavoro, sia intervenuto prendendo personalmente in mano le redini della pellicola.

2 commenti:

Dea Silenziosa ha detto...

uhm, bè, agli inizi anche un Cukor forse può non apparire soddisfacente all'occhio del suo maestro, poi però...come s'è rifatto!
Di Lubitsch, mi sto apprestando a rivedere il delizioso "scrivimi fermo posta"...
Quanto mi fa piacere vedere recensiti film 'd'epoca', e anche film orientali... amo gli uni e gli altri moltissimo...

Christian ha detto...

Ciao Dea (che bel nickname!), benvenuta! Sono felice di leggere che anche tu ami i film classici (che spesso, diciamolo, sono molto più stimolanti e interessanti di quelli recenti...!).
Sono naturalmente d'accordo con te quando ricordi che Cukor ha girato in seguito moltissimi bei film. Ma il suo stile era forse troppo "americano" e "cinematografico" per i gusti del raffinato Lubitsch. Un interessante resoconto di cosa avvenne sul set si trova nel libro "Ernst Lubitsch" di Scott Eyman (pagine 185-187), leggibile qui su Google Libri:
http://books.google.it/books?id=4gFsUb-oY3oC&pg=PA185