19 dicembre 2008

Amami stanotte (R. Mamoulian, 1932)

Amami stanotte (Love me tonight)
di Rouben Mamoulian – USA 1932
con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald
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Visto in divx.

Un esuberante sarto parigino si reca in una tenuta aristocratica di campagna per esigere il pagamento degli abiti che ha realizzato per un giovane visconte. Viene però scambiato per un barone (anche perché il visconte vuole tenere lo zio all'oscuro dei propri debiti) e si innamora di una principessa che ignora le sue umili origini. L'amore trionferà o durerà solo lo spazio di una notte? Splendida commedia musicale che, per quanto non offra nulla di imprevedibile a livello di trama (ma la sceneggiatura è abile a dare a tutta la vicenda una patina fiabesca e irreale che avrebbe affascinato Demy), è davvero superlativa dal punto di vista tecnico e artistico. Dialoghi scoppiettanti e impertinenti, pieni di doppi sensi e di satira sociale, quasi alla Lubitsch, e numeri musicali che non fungono da semplice riempitivo ma fanno avanzare la storia fondendosi meravigliosamente con la scenografia e il montaggio (a ulteriore dimostrazione di come bastarono pochissimi anni dall'introduzione del sonoro per padroneggiare il mezzo alla perfezione) sono al servizio di una sorta di operetta tradizionale che recupera lo spirito della commedia francese con grazia, leggerezza, ironia e stravaganza. Per realizzare questo capolavoro gli sceneggiatori sono partiti dalla colonna sonora composta ex novo da Richard Hodgers e Lorenz Hart e da una pièce già popolare ("La principessa e il sarto" di Paul Armont e Léopold Marchand). Il resto lo hanno fatto gli interpreti, perfettamente in parte, e soprattutto Mamoulian, con i suoi movimenti di macchina, i giochi di luce e di ombre sulla parete, le movimentate coreografie (alcune canzoni, come la trascinante "Isn't it romantic?", la dolce "Mimi" e la buffa "That son-of-a-gun is nothing but a tailor", sono talmente contagiose che passano da personaggio a personaggio in un crescendo di situazioni comiche e di ambientazioni sia nobili sia proletarie), il fascino di Parigi (la sequenza di apertura, con i rumori del quartiere che si trasformano in colonna sonora, è da antologia; e la prima canzone di Maurice, mentre si reca alla sua bottega, potrebbe aver ispirato l'incipit de "La bella e la bestia" disneyana) e lo sfarzo delle ville dell'aristocrazia (di cui si sarebbe sicuramente ricordato Jean Renoir ne "La regola del gioco": c'è persino una battuta di caccia!). Chevalier canta in inglese ed è affiancato da un cast di primordine, che oltre alla MacDonald (che nel finale si lancia arditamente a cavallo all'inseguimento del treno sul quale il suo uomo sta scappando, mettendosi sui binari per fermare il convoglio, con un insolito rovesciamento dei classici ruoli fra maschio e femmina di questo tipo di film), vede una giovane e radiosa Myrna Loy nei panni di una contessa ninfomane e maliziosa e ottimi caratteristi come Charles Ruggles (lo squattrinato visconte), Charles Butterworth (il flemmatico conte) e C. Aubrey Smith (lo zio duca). Da non dimenticare nemmeno le tre vecchie zie della principessa, che sembrano le parche del destino. Fra le mie scene preferite c'è quella in cui viene presentato il cavallo Solitudine, che si chiama così "perché torna sempre da solo". Magistrale, comunque, anche la sequenza della caccia, con scene prima velocizzate e poi rallentate (il regista gioca molto con tecniche insolite per l'epoca, come zoom, split screen e sovrapposizioni di immagini, e persino con effetti speciali: vedi il ritratto che partecipa a una canzone collettiva) e il montaggio alternato nel finale fra il treno in corsa e il cavallo al galoppo. Curiosamente i due personaggi principali hanno gli stessi nomi degli attori che li interpretano, Maurice e Jeanette. Il film, uscito prima dell'introduzione del codice Hays (e si vede!) ebbe comunque molti problemi con la censura per le frequenti battute o situazioni a sfondo sessuale e venne tagliato a più riprese. Proprio per questo motivo, purtroppo, la copia oggi esistente manca di alcune sequenze (e, pare, di alcune canzoni) che sono andate distrutte.

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