31 agosto 2017

I racconti della luna pallida d'agosto (K. Mizoguchi, 1953)

I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Masayuki Mori, Machiko Kyo
****

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel Giappone selvaggio e violento della fine del sedicesimo secolo, sconvolto dalle guerre civili, due abitanti di un povero villaggio sulle coste del lago Biwa sperano di fare fortuna approfittando degli scontri: il vasaio Genjuro (Masayuki Mori) intende arricchirsi a dismisura vendendo le sue terracotte nelle città assediate, mentre il contadino Tobei (Eitaro Ozawa) aspira a diventare un famoso samurai. Abbandonato il villaggio, i due si lasceranno distrarre dai rispettivi sogni. Genjuro, affascinato e sedotto dalla misteriosa Wakasa (Machiko Kyo), nobile dama che loda lui e il suo lavoro, si trasferirà a vivere nel lussuoso palazzo di lei, senza rendersi conto che si tratta di un fantasma. Tobei, approfittando vigliaccamente di un'opportunità favorevole, porta a un signore feudale la testa del suo nemico e sarà ricompensato con un cavallo, un'armatura e una piccola truppa di uomini. Ma nel frattempo, a fare le spese della loro prolungata assenza saranno le rispettive mogli, Miyagi (Kinuyo Tanaka) e Ohama (Mitsuko Mito). La prima, rimasta sola, viene uccisa da un soldato mentre cerca di proteggere il proprio figlioletto; la seconda, violentata, finirà col diventare una prostituta. Come in una fiaba, i due uomini impareranno a caro prezzo la lezione e torneranno alle loro umili occupazioni: Tobei a coltivare la terra in compagnia di Ohama, Tobei a realizzare i suoi vasi, aiutato stavolta da un altro fantasma: quello di Miyagi, la cui voce lo incita e risuona nella sua bottega di vasaio. Ispirato a una serie di racconti del diciottesimo secolo di Ueda Akinari (da cui prende il titolo), è il più famoso dei film di Mizoguchi, nonché uno dei capisaldi del cinema giapponese degli anni cinquanta, quello che insieme ad altri capolavori di quel periodo (come "Rashomon" e "I sette samurai" di Kurosawa, e "Viaggio a Tokyo" di Ozu) ha fatto conoscere anche in occidente la cinematografia dell'arcipelago. Vinse, fra le altre cose, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia, un premio che Mizoguchi finì per conquistare per ben tre anni di fila.

Suggestivo nella sua ambientazione storico-fiabesca, nel suo mescolare crudo realismo (la povertà dei contadini, gli orrori di una guerra mai idealizzata: da sottolineare il contrasto fra l'immagine nobile che Tobei ha dei samurai e gli atti riprovevoli che questi compiono, quali saccheggi e stupri) con istanti di poetica bellezza, e nella sua struttura di apologo morale sull'avidità (i due uomini, obnubilati dalle loro ambizioni – i sogni di gloria sul campo di battaglia per Tobei, la ricerca di profitto e di benessere materiale per Genjuro – perdono completamente di vista la realtà e ignorano i consigli pragmatici delle mogli: in maniera tipicamente mizoguchiana – il regista ha sempre messo queste tematiche al centro dei suoi lavori, una sorta di omaggio alla sorella maggiore che, quando lui era ancora bambino, fu "venduta" dalla famiglia per necessità economiche, e che pure sostenne e incoraggiò il fratello in tutte le prime fasi della sua carriera – proprio le due donne, vittime di una società dominata dai desideri degli uomini, ne pagheranno il prezzo più alto, anche se il finale in un certo senso può essere considerato lieto), il film è anche graziato da interpreti di alto livello. In mezzo ad habitué del regista nipponico come Mori e Tanaka, spicca la bellezza eterea e particolare di Machiko Kyo (appena reduce da un altro capolavoro, "Rashomon") nel ruolo della nobildonna fantasma. I suoi abiti e il suo volto, fortemente truccato, ricordano le maschere del teatro No. A livello di contenuti, invece, la grande novità per Mizoguchi è l'elemento fantastico: una delle due vicende raccontate è una ghost story con tutti i crismi, e proprio questa pellicola è considerata il precursore di un fortunato filone cinematografico a base di spiriti e di fantasmi che sfocerà in seguito più esplicitamente nell'horror e nel fantasy. Stilisticamente il film è ricco come sempre di long take, piani sequenza e riprese con carrelli e gru. Mizoguchi spiegò all'operatore Kazuo Miyagawa che desiderava che gli spettatori si sentissero come di fronte a un dipinto d'epoca che si dipanava su un lungo rotolo, senza soluzione di continuità. Fu una delle rare volte in cui il regista si complimentò apertamente con i suoi collaboratori per la buona riuscita del lavoro.

29 agosto 2017

Lettera da una sconosciuta (Max Ophüls, 1948)

Lettera da una sconosciuta (Letter from an unknown woman)
di Max Ophüls – USA 1948
con Joan Fontaine, Louis Jourdan
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Vienna, inizio novecento. Alla vigilia di una sfida a duello che non intende onorare, l'ex pianista prodigio Stefan Brand – che nel corso degli anni ha sperperato il suo talento per condurre una vita dissoluta e svagata – riceve una lunga lettera, scritta da quella che per lui è una totale sconosciuta. Leggendola, scoprirà che Lisa Berndle lo ha amato intensamente e profondamente, da vicino o da lontano, praticamente per tutta la sua vita, sin da quando era una ragazzina, seguendone ogni sviluppo ma incrociando apertamente la sua strada soltanto in brevi e fugaci momenti: e dall'unica notte occasionale passata insieme, che lui a malapena ricorda, ha avuto anche un figlio che ha cresciuto da sola. La sua triste vicenda, conclusasi con la morte per tifo, colpirà Stefan a tal punto che l'uomo sceglierà di non sottrarsi più al duello che l'aspetta, e dunque alle sue responsabilità. Da un romanzo di Stefan Zweig, un racconto pervaso da un romanticismo struggente, con atmosfere tipiche di inizio secolo e personaggi che vivono e soffrono per amore, più o meno inconsapevolmente. L'intera storia è raccontata in flashback, attraverso la lettera di Lisa. E naturalmente l'interpretazione che se ne deve fare è simbolica: Lisa rappresenta l'anima di Stefan, il suo rapporto con l'arte e la musica, quella parte di sé stesso che l'uomo inconsapevolmente finisce col perdere di vista, col dimenticare o non riconoscere più. L'ambientazione nell'Austria di inizio secolo, un microcosmo culturale fiorente ma che correva verso la catastrofe (e che proprio Zweig ha vissuto e così ben descritto nei suoi libri, come l'autobiografia “Il mondo di ieri”), si sposa alla perfezione con il tono melò della storia. Superba la confezione, con un bianco e nero avvolgente che, oltre ad ammantare di un'aura particolare gli scenari mitteleuropei, lascia sempre i personaggi e le loro anime in primo piano. Un piccolo gioiellino, fra i capolavori di quello che – ricordiamolo sempre – era il regista preferito di Kubrick.

28 agosto 2017

Kansas City (Robert Altman, 1996)

Kansas City (id.)
di Robert Altman – USA 1996
con Jennifer Jason Leigh, Miranda Richardson
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Alla vigilia delle elezioni congressuali del 1934, il ladruncolo Johnny O'Hara (Dermot Mulroney) tenta di rapinare un facoltoso scommettitore appena giunto in città per sperperare il proprio denaro allo Hey Hey Club, locale di musica e gioco d'azzardo gestito dal gangster Seldom Seen (Harry Belafonte). Scoperto, viene “prelevato” dagli uomini di questi, che intende punirlo per l'affronto. E per tirarlo fuori dai guai, la sua giovane moglie Blondie (Jennifer Jason Leigh) rapisce a sua volta Carolyn (Miranda Richardson), consorte – dipendente dal laudano – del politico Henry Stilton (Michael Murphy), consigliere del presidente F. D. Roosevelt, sperando di costringere le autorità a fare irruzione nel locale. Mentre dietro le quinte vengono fatte trattative e prese decisioni, le due donne trascorrono insieme tutta la notte in giro per la città, stringendo uno strano legame. Come al solito, Altman immerge i suoi personaggi in un ambiente che è quasi più importante della storia narrata: siamo negli anni del New Deal, un'epoca descritta attraverso gli abiti e le vetture, i riferimenti culturali (divi come Jean Harlow, di cui Blondie è una fan e imita la capigliatura, o Charles Lindberg, di cui si cita nei dialoghi il celebre caso del rapimento del figlioletto; il fumetto "Blondie" e il programma radiofonico "Amos 'n' Andy") e politici, e soprattutto la musica, con il jazz incessante nel locale di Seldom Seen, dove leggendari sassofonisti (come Coleman Hawkins, Lester Young e Ben Webster, interpretati da musicisti contemporanei) improvvisano l'uno di fronte all'altro in una sfida continua. Proprio il ritratto della vivace scena musicale della Kansas City di quegli anni è l'aspetto migliore della pellicola, mentre d'altro canto la struttura narrativa appare deboluccia, nonostante i diversi personaggi – Addie Parker e suo figlio Charlie, il futuro jazzista; la quattordicenne di colore Nettie (Jane Adams), giunta in città perché incinta; lo spregiudicato Johnny Flynn (Steve Buscemi), che manipola le elezioni portando carriolate di vagabondi e di disperati a votare ai seggi – che incrociano il cammino delle due protagoniste. A deludere è soprattutto il finale, che in qualche modo vanifica tutto quello che si era visto in precedenza (e rende persino inutili alcune sottotrame e diversi personaggi di contorno).

26 agosto 2017

Vita di O-Haru, donna galante (K. Mizoguchi, 1952)

Vita di O-Haru, donna galante (Saikaku ichidai onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1952
con Kinuyo Tanaka, Toshiro Mifune
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Giappone, diciassettesimo secolo. Al calar della sera, un'anziana prostituta rimasta senza clienti si rifugia in un tempio buddista: qui, nel volto di una delle tante statuette sacre disposte sull'altare, crede di riconoscere le sembianze del suo primo amore. E parte un lungo flashback in cui veniamo a conoscenza delle numerose e sfortunate vicissitudini della sua vita. Giovane ragazza di origini nobili, in servizio presso un palazzo di Kyoto, O-Haru ne venne scacciata quando si innamorò del servo Katsunosuke (Toshiro Mifune): lui fu costretto al seppuku, lei fu esiliata insieme ai genitori. Le tappe successive della sua vita saranno tutte contraddistinte dal fallimento, dovuto di volta in volta ai casi della vita, agli egoismi degli uomini, alle ingiustizie della società. O-Haru passa dall'essere scelta come concubina da un signore feudale di Edo, Matsudaira (al quale partorirà un erede maschio, che non potrà vedere che da lontano), all'essere venduta come geisha nei quartieri a luce rossa di Shimabara, dall'impiego come cameriera per un mercante di tessuti (la cui moglie la caccerà per gelosia) al matrimonio con un umile venditore di ventagli (che sarà ucciso da un ladro), da aspirante monaca a mendicante per la strada, fino appunto a diventare prostituta. Il film, che ricevette il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia l'anno successivo alla clamorosa vittoria a sorpresa di “Rashomon” di Kurosawa, e che dunque contribuì a rendere noto e popolare il cinema giapponese anche in occidente, inaugura la fase più fortunata della carriera di Mizoguchi, una stagione ricca di capolavori – per lo più pellicole di ambientazione storica e in costume – che lo resero per un breve periodo uno dei cineasti più famosi anche al di fuori del suo paese (sarà seguito in rapida successione da titoli come “I racconti della luna pallida d'agosto”, “L'intendente Sansho” e “Gli amanti crocifissi”, che parimenti faranno incetta di premi).

La storia è tratta da un romanzo di Ihara Saikaku, “Vita di una donna innamorata”, un classico della letteratura giapponese dell'epoca Edo (il titolo originale è traducibile in “Vita di una donna di Saikaku”). Nella successione di eventi sfortunati che fanno precipitare la povera O-Haru dalla nobiltà alla miseria, pare quasi di trovarsi di fronte a un capovolgimento del racconto di formazione. E in effetti, i libri di Saikaku – fra i primi a scegliere come protagonisti personaggi proletari o decaduti – si ponevano, già nel seicento, come irriverenti parodie di generi classici come quelli della tradizione aristocratica (il celebre “Storia di Genji”) o le confessioni buddiste. Alcuni aspetti ironici, incredibilmente, sopravvivono: si pensi alla scena del messo di Matsudaira in cerca di una concubina per il suo padrone, che esamina centinaia di ragazze senza trovare quella giusta (per via delle precisissime e assurde richieste fatte dal suo signore) e che sembra uscire da una fiaba. Mizoguchi, dal canto suo, si ritrova a suo agio nel raccontare le vicende di una donna vittima delle azioni degli uomini: sia quando si innamora (il servo Katsunosuke, il mercante di ventagli), sia quando è costretta a condividerne le sorti (il signore Matsudaira, il ladro Bunkichi), sia quando è una vera e propria vittima delle voglie altrui (il mercante Jisei, il cliente falsario), i suoi rapporti con l'altro sesso sono destinati a finire male e a portare sfortuna a lei e agli altri. Persino coloro con cui non ha rapporti romantici/sessuali, ma che hanno comunque potere su di lei, finiscono col tradirla (il padre; i nobili della corte di Matsudaira). Dalle donne, invece, le arriva spesso solidarietà (la madre, le prostitute), anche se alcune di queste – sentendosi tradite – le si rivolteranno contro (la monaca, la moglie di Jisei). Ma è sbagliato definire O-Haru come “vittima della società”, e in particolar modo di una società patriarcale, visto che la donna ci mette senza dubbio anche del suo. Semmai, è vittima del denaro (il padre che la vende) o della sua stessa bellezza. E a volte, al di là delle scelte sbagliate (che nel romanzo di Saikaku erano ancora più esplicite), è semplicemente sfortunata.

Kinuyo Tanaka, “musa” di Mizoguchi e protagonista di quasi tutti i film del regista degli anni quaranta e cinquanta, sfodera qui forse la sua piu grande prova attoriale, sofferta e intensissima, interpretando O-Haru dall'età di quindici anni fino alla vecchiaia, risultando sempre composta e credibile. Attorno a lei, come pianetini attorno a una stella, ruotano una serie di figure minori e a volte macchiettistiche. Estremamente calligrafico (soprattutto nelle scene che descrivono la vita a Kyoto) ma mai manierista, il film racconta la vicende di O-Haru con uno sguardo contemplativo e passa implacabilmente dalla descrizione di riti e momenti solenni ed eleganti agli abissi più profondi della natura umana, dal raffinatissimo cerimoniale di corte alla degradazione (e all'umiliazione) delle prostitute di strada, attraversando tutti gli stadi sociali (nobili, mercanti, monaci) e tutti i “tipi” umani. Notevoli, in particolare, i costumi, soprattutto i kimono che indossa la protagonista. E proprio i capi di vestiario, in più di un'occasione, sono parte integranti del suo destino (l'obi che il marito vuole regalarle è la causa della morte di questi; il kimono che le dona Bunkichi è la causa della sua cacciata da parte della monaca). In generale, anche il modo con cui O-Haru indossa i vestiti suggerisce il suo stato sociale e le tappe del suo degrado: dal raffinato vestiario degli inizi a quello sfacciato di quando lavora come geisha; dal velo che, da prostituta, le serve a mascherare il volto, ormai troppo vecchio per attrarre clienti, fino all'abito da monaca eremita. Due parole infine sullo stile del regista, ormai giunto alla matura perfezione: da ricordare fra i molti piani sequenza, spesso con inquadratura dall'alto e con straordinari movimenti di macchina, quello nel canneto in cui O-Haru vorrebbe suicidarsi con il coltello dopo aver appreso della morte di Katsunosuke e quello in cui cerca inutilmente di avvicinarsi al giovane figlio diventato signore del feudo.

24 agosto 2017

Quinto potere (Sidney Lumet, 1976)

Quinto potere (Network)
di Sidney Lumet – USA 1976
con William Holden, Faye Dunaway
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

L'anziano giornalista televisivo Howard Beale (Peter Finch), in crisi esistenziale anche perché, dopo anni di onorato servizio, sta per essere licenziato a causa dei bassi indici di ascolto, annuncia durante il telegiornale la sua intenzione di suicidarsi in diretta entro una settimana. Naturalmente l'audience schizza alle stelle, e i responsabili della rete tv gli offrono la possibilità di esternare, in un programma tutto suo, qualsiasi cosa gli passi per la testa. L'amico Max Schumacher (William Holden), direttore della sezione news, tenta inutilmente di opporsi: viene esautorato dal suo incarico, che passa nelle mani della spregiudicata Diana Christensen (Faye Dunaway), ideatrice di programmi che ricorrono a qualsiasi mezzo e qualsiasi argomento pur di provocare la reazione del pubblico. Quando però le “sparate” di Beale si faranno sempre più scomode e l'indice di gradimento ricomincerà a scendere, nell'impossibilità di cacciarlo di nuovo (perché ormai entrato nelle grazie del proprietario del network), i responsabili della programmazione, guidati dal cinico Frank Hackett (Robert Duvall), organizzeranno il suo omicidio in diretta tv. Più che una satira, una lucida e feroce critica al mondo della tv commerciale, descritto come cinico e insensibile e che l'anziano Max identifica con la giovane e rampante Diana, incapace di provare veri sentimenti e che sostituisce alla realtà un mondo fittizio fatto di cinismo e spettacolarizzazione. Sceneggiato da Paddy Chayefsky, il film è stato intitolato in italiano “Quinto potere” per fare il verso al capolavoro di Orson Welles: ma più che semplicemente la stampa e la televisione, il quarto e quinto potere andrebbero interpretati rispettivamente come il giornalismo che manipola l'opinione pubblica (ossia il potere dei mass media) e la volgarizzazione dell'intrattenimento (ossia il loro inevitabile scadimento con il puro fine della crescita dell'audience). Per Diana i programmi possono parlare di qualsiasi cosa, purché solletichino gli istinti degli spettatori e portino profitto. Non importa se si tratti di idee controverse o pericolose: si può persino sostituire il telegiornale con le previsioni di un'indovina, o finanziare un gruppo terrorista per mostrarne le azioni in anteprima. Beale, addirittura, diventa il “pazzo profeta dell'etere”, un guru in grado di manipolare le masse con il suo anticonformismo, all'insegna dello slogan “Sono incazzato nero, e tutto questo non lo tollererò più”: una specie di Beppe Grillo ante litteram. E naturalmente questo tipo di tv passa sopra a ogni vita e a ogni rapporto umano, visto che tutto è sacrificabile e contano solo lo share e l'indice di gradimento. Nel cast anche Wesley Addy, Ned Beatty e Beatrice Straight. Grande successo di critica, con dieci nomination e quattro premi Oscar vinti: per le interpretazioni a Finch (assegnato postumo), Dunaway e Straight (per soli cinque minuti di apparizione sullo schermo: record minimo di sempre), per la sceneggiatura a Chayefsky.

22 agosto 2017

Un héros très discret (J. Audiard, 1996)

Un héros très discret
di Jacques Audiard – Francia 1996
con Mathieu Kassovitz, Anouk Grinberg
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il timido e metodico Albert Dehousse (Kassovitz), il cui padre è morto nella prima guerra mondiale, si risparmia di combattere la seconda perché unico figlio di una vedova di guerra. Cresciuto in un villaggio nel nord della Francia, isolato e protetto da tutto, con la sola immaginazione (e i romanzi d'avventura) come valvola di sfogo, nell'immediato dopoguerra fuggirà di casa per raggiungere Parigi, dove comincerà a costruirsi una vita "fittizia" e spericolata, fingendo di essere stato membro della resistenza francese e frequentando i circoli degli ex combattenti, fino a diventare agli occhi di tutti quell'eroe che aveva sempre sognato di essere. La sua gigantesca menzogna – nel corso della quale si scorprirà persino bigamo: dopo aver abbandonato la moglie di provincia, Yvette (Sandrine Kiberlain), sposerà infatti Servane (Anouk Grinberg), una ragazza del suo nuovo ambiente – gli farà fare addirittura carriera: sempre più apprezzato da militari e politici, sarà nominato telente colonnello e messo a capo della commissione di inchiesta sui collaborazionisti francesi in Germania. Il secondo film di Audiard, tratto da un romanzo del diplomatico Jean-François Deniau e premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, è costruito in parte come un mockumentary (con tanto di interviste a storici e protagonisti della vicenda, e naturalmente al nostro "eroe", ormai invecchiato e interpretato da Jean-Louis Trintignant) e in parte come un racconto di formazione. Nella sua complessità sembra di percepire persino rimandi a "Barry Lyndon" (tutta la parte dell'incontro con i vari mentori a Parigi, per esempio: dal "Capitano" Dionnet (Albert Dupontel) al maneggione Mr. Jo, che gli insegnano o lo aiutano ad affinare l'arte del raggiro) e alle opere di Greenaway (le musiche di Alexandre Desplat contribuiscono senza dubbio, così come l'ossessione di Albert da bambino per i dizionari, l'osservazione, la costruzione di identità e storie fittizie). Il protagonista, "très discret", trascorre infatti il tempo a osservare, a leggere, a imparare e a imitare: si inventa storie e frasi (o si appropria di quelle che ascolta), se le ripete, le recita poi come attore consumato. "Le vite più belle sono quelle che ci inventiamo", si giustifica Albert, anziano, all'inizio del film. Decisamente interessante, anche se a tratti si dilunga troppo, e le singole parti sono forse più riuscite dell'insieme. Il tema del rapporto fra fantasia e realtà era probabilmente più nelle corde di un Ozon (vedi "Angel", "Frantz" o "Nella casa") che non di Audiard.

20 agosto 2017

Fireworks wednesday (A. Farhadi, 2006)

Fireworks Wednesday (Chaharshanbe suri)
di Asghar Farhadi – Iran 2006
con Taraneh Alidousti, Hedyeh Tehrani
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Rouhi (Taraneh Alidousti), una ragazza che lavora per un'agenzia di pulizie, viene mandata nella casa di una famiglia benestante per aiutarla a riordinare l'appartamento prima dell'imminente partenza per l'estero. Appena giunta lì, si ritrova nel bel mezzo di una lite coniugale: la moglie Mozhdeh (Hedye Tehrani) crede infatti che il marito Morteza (Hamid Farokhnezhad) la tradisca con una vicina di casa, Simin (Pantea Bahram), che gestisce un salone di bellezza nel proprio appartamento. Mentre la confusione le monta attorno (e quella dei sentimenti e delle emozioni è riflessa nel caos in cui versa la casa: dal citofono che non funziona a un vetro rotto, dalle valigie e dagli oggetti da sistemare al via vai di vicini e parenti), senza volerlo Rouhi finisce col lasciarsi coinvolgere sempre più nella vicenda, prendendo per un breve momento – e a turno – le parti di ciascuno dei tre protagonisti. Avrà ragione la moglie, che con il suo intuito femminile ha saputo cogliere le tracce del tradimento? Oppure il marito, onesto lavoratore e vittima della paranoia della donna? E qual è il ruolo della vicina, simpatica ed affabile, ma oggetto delle maldicenze degli altri inquilini? Mentre per le vie del quartiere si odono gli spari e i botti con cui gli iraniani festeggiano il nuovo anno (il titolo del film si riferisce all'ultimo mercoledì prima del capodanno persiano, che coincide con l'equinozio di primavera, quando c'è l'usanza di accendere fuochi nelle strade), Rouhi diventa suo malgrado testimone e parte attiva degli eventi, un'esperienza di cui forse saprà fare tesoro in vista del suo stesso imminente matrimonio con il giovane fidanzato. Un film semplice (racconta un piccolo episodio, si svolge nell'arco di sole 24 ore) e complesso e misterioso al tempo stesso, che si svela allo spettatore poco a poco, nobilitato da ottime prove d'attore (meravigliosa ed enigmatica, in particolare, Hedye Tehrani) e da un'eccellente caratterizzazione dei personaggi: fa da prodromo ai successivi capolavori di Farhadi ("About Elly" e "Una separazione"), senza dubbio il regista iraniano più attento all'analisi e all'introspezione psicologica.

18 agosto 2017

Deadpool (Tim Miller, 2016)

Deadpool (id.)
di Tim Miller – USA 2016
con Ryan Reynolds, Ed Skrein
**1/2

Visto in divx.

Malato di tumore e in cerca di una cura, il mercenario Wade Wilson (un Ryan Reynolds che ironizza anche su sé stesso) accetta di sottoporsi a un trattamento sperimentale, in grado di risvegliare le sue mutazioni latenti. Ne uscirà sfigurato ma dotato di poteri rigeneranti che guariscono ogni sua ferita. E col nome di Deadpool, un arsenale di armi e un costumino rosso (per non rovinarlo con le macchie di sangue!), si lancerà in una personale vendetta contro il responsabile dei suoi guai, lo spietato Francis/Ajax (Ed Skrein), che nel frattempo ha rapito Vanessa (Morena Baccarin), la donna che ama. Personaggio dei fumetti Marvel "moderni" (a differenza degli eroi delle altre pellicole, che hanno le loro origini negli anni sessanta e settanta, nasce negli anni novanta a opera di Rob Liefeld e raggiunge il successo solo nel nuovo millennio), legato all'universo degli X-Men (e questo spiega perché la pellicola sia stata prodotta dalla Fox: ma di mutanti compaiono soltanto Colosso (in CGI) e la sconosciuta Testata Mutante Negasonica (Brianna Hildebrand), al punto che il protagonista stesso scherza sulla povertà del budget a disposizione dei cineasti), Deadpool è un character dissacrante e sguaiato, che gioca sui cliché del mondo dei supereroi (ovviamente lui non si considera tale: a ben vedere, visto che opera al confine fra il bene e il male) e rompe frequentemente la "quarta parete" (parlando con gli spettatori e mostrando piena consapevolezza di trovarsi in una produzione cinematografica). Geek e citazionista (spesso a carte scoperte), sboccato, volgare, senza peli sulla lingua, è animato da un'energia viscerale e sfrenata, oltre che da una carica eversiva che lo avvicina alla parodia o alla satira in stile "Kick Ass". Ma se tutto questo aggiunge valore alla parte relativa alle origini e alla relazione con Vanessa, sinceramente sofferta e anticonformista, e tutto sommato arricchisce anche il rapporto con il "cattivo" Francis (dall'insopportabile accento inglese, e che si infuria se chiamato per nome), le scene in costume e ambientate nel presente rimangono invece prigioniere delle esigenze di un normale action movie supereroistico. Nel complesso, un film divertente ma incredibilmente stupido. Che qualcuno, fuorviato dalle parolacce e dalle tantissime gag a sfondo sessuale (che negli Stati Uniti hanno imposto il divieto ai minori non accompagnati), ne abbia parlato come di una pellicola "più adulta" rispetto alle altre della Marvel, mi perplime non poco: il target è comunque ed esclusivamente adolescenziale. Il regista Tim Miller, al debutto, fa ampio sfoggio di bullet time sin dai titoli di testa (a fini umoristici, però, il che se non altro ne rende l'abuso sopportabile). T.J. Miller è il barista Weasel, sidekick e spalla comica. Gina Carano è Angel Dust, forzuta tirapiedi di Francis. Stan Lee ha un cameo nella scena nello strip club. Nella scena dopo i titoli di coda, lo stesso Deadpool annuncia che nel sequel ci sarà Cable.

16 agosto 2017

Enrico V (Kenneth Branagh, 1989)

Enrico V (Henry V)
di Kenneth Branagh – GB 1989
con Kenneth Branagh, Derek Jacobi
***1/2

Rivisto in divx.

Per il suo esordio come regista cinematografico, l'allora ventottenne Kenneth Branagh sceglie di portare sullo schermo l'Enrico V di Shakespeare, misurandosi con la versione che ne aveva dato Laurence Olivier (anch'egli contemporaneamente regista e interprete) nel 1944. La storia del giovane sovrano d'Inghilterra che invade la Francia per rivendicarne il trono e sconfigge i suoi nemici nella campale battaglia di Agincourt (non prima di aver pronunciato davanti ai propri uomini un celebre discorso che fungerà da impronta e da modello per tante situazioni simili, a teatro come al cinema) è raccontata con energia e passione, e soprattutto con uno stile chiaramente cinematografico (notevoli, in particolare, i debiti a Kurosawa) che va al di là delle limitazioni teatrali (anche se la fedeltà al testo di Shakespeare non viene mai posta in discussione: è mantenuto persino il personaggio del coro, narratore che si rivolge agli spettatori invocando la loro magnanimità per la "povertà" della messa in scena). Shakespeare aveva già introdotto il personaggio di Enrico V nel precedente "Enrico IV": qui, messosi alle spalle gli anni giovanili trascorsi in bagordi con Falstaff e gli amici delle osterie (alcuni dei quali hanno comunque un ruolo, per quanto marginale, nella storia), è diventato un re dall'animo nobile e giusto, oltre che profondamente religioso. Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, il vero clou del dramma (e del film) risiede nella campale battaglia di Agincourt, che Branagh illustra con grande vigore, portando la macchina da presa in mezzo al fragore della mischia, sporcandola (e sporcandosi) di fango e sangue, e facendo ampio uso di ralenti appunto kurosawiani. Anche la musica fa la sua parte: nella colonna sonora di Patrick Doyle, diretta da Simon Rattle, spicca il canto dei soldati mentre attraversano il campo a battaglia finita. Fra tanti piccoli episodi da ricordare (Enrico alle prese con tre traditori; i continui incontri con l'ambasciatore Montjoy; l'arroganza dei nobili francesi, convinti di vincere facilmente; le scenette con i tre popolani Nym, Bardolfo e Pistola, figure comiche trattate però con tragico realismo; Caterina di Valois che cerca di imparare l'inglese), i momenti più suggestivi sono rappresentati dal giro in incognito del re nel campo immerso nella nebbia, alla vigilia della battaglia, per tastare l'umore dei soldati; e naturalmente dal già citato discorso di Agincourt, che riesce a caricare a mille i soldati inglesi nonostante la stanchezza e la netta inferiorità numerica ("Noi pochi, noi felici pochi"), promettendo loro gloria nel giorno di San Crispino e San Crispiano. L'esito dello scontro cambierà il destino dei due paesi e dell'Europa intera. Nel ricco cast, tanti nomi noti: fra gli altri, Derek Jacobi (il coro), Emma Thompson (Caterina), Robbie Coltrane (Falstaff), Brian Blessed (Exeter), Ian Holm (Fluellen), Christopher Ravenscroft (l'araldo Montjoy), Paul Scofield (il re di Francia), Richard Briers (Bardolfo), Judi Dench (Miss Quickly) e persino un Christian Bale ancora bambino (il figlioletto di Falstaff). In italiano Kenneth Branagh è doppiato da un ottimo Tonino Accolla. Premio Oscar per i migliori costumi, nomination a Branagh come regista e attore. Nel prosieguo della sua carriera, il cineasta tornerà ripetutamente ad affidarsi all'amato Shakespeare (realizzando, fra i tanti, i magnifici "Molto rumore per nulla" e "Hamlet").

14 agosto 2017

La signora di Musashino (K. Mizoguchi, 1951)

La signora di Musashino (Musashino fujin)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1951
con Kinuyo Tanaka, Masayuki Mori
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Michiko (Kinuyo Tanaka), discendente di una ricca e nobile famiglia di samurai, promette al padre morente che resterà sempre degna del nome che porta. Dopo la seconda guerra mondiale, tornata a vivere nella dimora di famiglia a Musashino insieme al marito Akiyama (Masayuki Mori), deve però sopportare il comportamento di questi, docente universitario che la trascura e che – favorito anche dal clima di trasformazione di cui è in preda il Giappone del dopoguerra – predica il rilassamento dei costumi e il libero adulterio. La promessa fatta al padre le impedirà sia di accettare il divorzio dal marito sia di farsi tentare dall'affetto del giovane cugino Tsutomu (Akihiko Katayama), con cui è molto più in sintonia, e con il quale ama ascoltare Chopin e fare passeggiate per l'adorata campagna. Da un romanzo di Shohei Ooka (l'autore di "Fuochi nella pianura"), adattato da Yoshikata Yoda, l'ultimo film "minore" di Mizoguchi prima della sequenza di capolavori degli anni cinquanta che gli diedero fama anche in Occidente (a partire da "Vita di O-Haru, donna galante" del 1952). Anche se il regista dichiarò di averlo girato controvoglia, i personaggi e i temi trattati sono perfettamente in linea con la sua poetica, tanto che la pellicola è considerata il tassello finale (con "Il ritratto della signora Yuki" e "La signora Oyu") di una trilogia di film di ispirazione letteraria e imperniati sui tormenti sentimentali di donne "imprigionate" dal loro ruolo sociale. Un altro tema che emerge prepotentemente (e che rende interessante un paragone con le opere coeve di Ozu) è quello del contrasto fra tradizione e modernità, evidente soprattutto nel confronto fra le due cugine Michiko e Tomiko (Yukiko Todoroki), con quest'ultima che si veste e arreda la casa all'occidentale. E l'ultima inquadratura rivela come la Musashino dei sogni di Tsutomu e Michiko sia appunto un luogo "mitico", mentre nella realtà la moderna città di Tokyo avanza e si appropria della natura incontaminata.

12 agosto 2017

Vogliamo i colonnelli (M. Monicelli, 1973)

Vogliamo i colonnelli
di Mario Monicelli – Italia 1973
con Ugo Tognazzi, Carla Tatò
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il sottotitolo, "Cronaca di un colpo di stato", illustra perfettamente di cosa tratti il film, una satira con cui Monicelli (e i suoi co-sceneggiatori Age e Scarpelli) mettono in scena un immaginario tentativo di golpe in Italia, organizzato dal politico di estrema destra Giuseppe Tritoni (Tognazzi) con la complicità di un gruppo di maldestri colonnelli. La pellicola, a metà fra il documentario e la commedia all'italiana, ne documenta le varie fasi nell'arco di un anno, da un 2 giugno (festa della Repubblica) a un altro. I riferimenti sono ovviamente alla giunta militare che in quegli anni governava la vicina Grecia (e un membro di tale giunta appare in alcune scene, per dare consigli ai cospiratori), ma anche ai tentativi di rovesciare la democrazia che furono realmente effettuati nel nostro paese nel 1964 e nel 1970. Come ne "I soliti ignoti", Monicelli racconta l'organizzazione del golpe sin nei minimi dettagli, ma il progetto sarà destinato a fallire per via dell'incompetenza dei suoi perpetratori, oltre che per elementi casuali e fortuiti che ne minano il preciso marchingegno. E ci sarà chi ne approfitterà. Satira politica, con rimandi all'attualità e immancabili venature comiche, dove però la farsa e il dramma si fondono: se i personaggi sono essenzialmente delle macchiette, le risate lasciano comunque spazio ai timori e alle inquietudini. Anche perché, come viene più volte ricordato, "anche la marcia su Roma fu una buffonata... ma riuscì". Al fianco di Tognazzi, un nutrito gruppo di caratteristi. Gli sgangherati colonnelli sono interpretati da Antonino Faà di Bruno, Camillo Milli, Giancarlo Fusco, Max Turilli e Giuseppe Maffioli. Carla Tatò è la stangona vamp Marcella Bassi-Lega, figlia del generale che consegna a Tritoni la lista dei possibili congiurati. Pino Zac è il giornalista di sinistra, Lino Puglisi il parlamentare approfittatore, Claude Dauphin il presidente della Repubblica.

10 agosto 2017

Vertical features remake (P. Greenaway, 1978)

Vertical Features Remake
di Peter Greenaway – GB 1978
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

L'Istituto per il Recupero e il Restauro (IRR), un ente statale inventato dallo stesso Greenaway, indaga sull'opera del visionario ricercatore Tulse Luper, misteriosamente scomparso: e basandosi su schizzi, appunti e fotografie ritrovati in vari momenti, tenta di ricostruire un suo film sulla struttura e l'organizzazione degli elementi verticali ("vertical features", appunto) all'interno del paesaggio di campagna inglese. Il progetto, andato perduto e forse distrutto, era costruito attorno a una griglia di 11x11, con 121 sequenze di durata variabile che immortalano tali elementi (alberi, pali, cancelli, ecc.). La pellicola – un falso documentario con la voce narrante di Colin Cantlie – mostra quattro diversi tentativi di ricostruzione del film, intermezzandoli con il resoconto delle diatribe di un gran numero di studiosi (tutti inventati, ovviamente, ma identificati con precisione da cognomi e foto) che, in un contesto pseudo-accademico, discutono delle intenzioni originarie di Tulse Luper (mettendo persino in dubbio la sua reale esistenza), criticano i remake o ne forniscono le intepretazioni più svariate. Non manca chi accusa il tutto di essere un "puro esercizio accademico di montaggio": certo, a chi non condivide la passione di Greenaway per la ricerca di correlazioni (anche fasulle) fra schemi, strutture e realtà, nei paesaggi come nella vita, l'operazione può sembrare inutile e fine a sé stessa: ma è anche indubbiamente affascinante. Tulse Luper, ornitologo immaginario (nonché alter ego di Greenaway) già citato in "A Walk Through H", tornerà a più riprese in altre opere del regista, compresi i mastodontici "The Falls" e "Le valigie di Tulse Luper". Nei primi due remake, le immagini sono accompagnate da una voce femminile che conta le sequenze; negli altri due, c'è una musica di Michael Nyman (ma il tema dell'IRR, elettronico e inquietante, è di Brian Eno).

9 agosto 2017

Dear phone (Peter Greenaway, 1977)

Dear Phone
di Peter Greenaway – GB 1977
**1/2

Visto in divx, in lingua originale.

In questo corto di 16 minuti, protagonisti sono i telefoni pubblici inglesi, per la precisione le leggendarie cabine rosse, una vera e propria icona nazionale, un tempo diffuse ovunque. Le immagini ne mostrano diversi esemplari, ripresi nelle grandi città come nelle stradine di campagna, mentre si sentono i suoni della composizione del numero, i toni della chiamata e la voce della centralinista (anche in francese e in italiano). In alternanza, lo schermo mostra i manoscritti (quasi illeggibili) o i dattiloscritti di 14 storielle surreali e apparentemente insignificanti, che una voce fuori campo recita a beneficio dello spettatore: tutte hanno naturalmente a che fare con i telefoni e presentano diversi elementi in comune, a partire da protagonisti con le iniziali H.C. – e spesso cognomi pseudo-italiani (Hiro Candici, Harry Contentino, Harrin Constanti, Hirohito Condotieri, Howard Contentin, ecc.) – nonché mogli o ex-mogli di nome Zelda. Come in altri lavori di questo periodo (si pensi anche a "Windows" e "Water Wrackets"), Greenaway costruisce un cortometraggio su una correlazione fantasiosa fra le immagini e la narrazione. L'elenco di personaggi dai nomi simili, ciascuno con la propria storia, anticipa "The Falls". Qui si possono leggere i testi dei racconti.

8 agosto 2017

Water Wrackets (Peter Greenaway, 1975)

Water Wrackets
di Peter Greenaway – GB 1975
**

Visto in divx, in lingua originale.

Su un montaggio di immagini che mostrano specchi d'acqua, laghetti, fiumi e stagni, una voce fuori campo ci racconta la storia dell'insediamento di un popolo chiamato Wrackets, abitanti delle paludi, nonché delle loro manovre militari attorno all'anno 12478 (curiosamente, man mano che la narrazione procede, gli anni procedono al contrario, tanto che si termina con il 12464: che si tratti di date precedenti l'anno zero, e dunque di una storia del lontano passato?), delle guerre contro i Marriots (altra popolazione che vive invece sulle colline), e soprattutto del tentativo del loro condottiero Agateer di costruire una diga per deviare un ruscello e formare così nove laghi dove stabilirsi insieme con la sua gente: solo cinque di questi laghi verranno davvero realizzati, e il narratore si dilunga nel descriverne le caratteristiche, gli usi e lo stato attuale in cui si trovano. Greenaway inventò questa popolazione immaginaria ispirandosi alle opere di J.R.R. Tolkien, che ammirava. Ma lo scarto fra la narrazione (con un linguaggio volutamente arcaico e un tono da saggio storico) e le immagini mostrate sullo schermo sembra troppo elevato: il film (di circa 12 minuti) è sicuramente meno interessante di altri cortometraggi degli esordi del regista.

6 agosto 2017

Il tesoro dell'Africa (John Huston, 1953)

Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil)
di John Huston – USA 1953
con Humphrey Bogart, Jennifer Jones
*1/2

Visto in divx.

L'avventuriero Billy Dannreuther (Bogey) e sua moglie Maria (Gina Lollobrigida) si trovano in Italia, in attesa di imbarcarsi per l'Africa in compagnia di quattro "soci d'affari" – loschi individui di varie nazionalità: Petersen (Robert Morley), O'Hara (Peter Lorre), Ravello (Marco Tulli) e il maggiore Ross (Ivor Barnard) – per darsi al contrabbando di uranio. Mentre aspettano che il piroscafo, in riparazione, sia pronto per la partenza, fanno conoscenza con un'altra coppia in viaggio, il compassato inglese Harry Chelm (Edward Underdown) e sua moglie Gwendolen (Jennifer Jones), donna curiosa e dalla forte immaginazione. Fra intrighi, sospetti e complotti (i gangster diffidano l'uno dell'altro), tra le due coppie scattano infatuazioni e innamoramenti incrociati... Girato sulla costiera amalfitana (fra Ravello e Atrani), sceneggiato a quattro mani da John Huston e Truman Capote, con un cast di stelle e di ottimi comprimari, un film che sulla carta aveva tutto per diventare un classico... e invece fallisce sotto ogni punto di vista. I toni oscillano fra la commedia e la farsa (gli autori intendevano fare una parodia delle pellicole di spionaggio), ma la trama, confusa e mai focalizzata, si dipana in modo incerto con gag inconcludenti e situazioni sospese (Huston e Capote lavoravano allo script giorno per giorno, durante le riprese: e si vede). E se la storia non va da nessuna parte, la caratterizzazione dei personaggi non è da meno: i gangster sono macchiette spaesate (che nemmeno grandi caratteristi come Morley o Lorre riescono a rivitalizzare più di tanto), mentre gli amori fra le due coppie lasciano il tempo che trovano. Sprecate anche le location, con una fotografia in bianco e nero che non rende giustizia ai paesaggi della costiera di Amalfi e alla vista dalla "Terrazza sull'infinito" di Villa Cimbrone.

4 agosto 2017

Sicario (Denis Villeneuve, 2015)

Sicario (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2015
con Emily Blunt, Benicio del Toro
**

Visto in divx, con Sabrina.

Un'agente dell'FBI (Blunt) viene convinta a collaborare con la CIA a un'operazione segreta contro il cartello della droga messicana, che da oltre il confine è responsabile anche di morti e di sequestri nel cuore degli Stati Uniti. Ma la donna, che mal digerisce le procedure non ortodosse del direttore della missione (Josh Brolin), scoprirà di essere stata usata come pedina, a soli fini burocratici, in un gioco al di fuori della legge che aveva lo scopo di permettere a un sicario rivale (Del Toro), che ora lavora per la CIA, di giungere fino al nascondiglio segreto del boss del narcotraffico messicano per sterminare lui e la sua famiglia. Nonostante la buona regia di Villeneuve, l'ottima fotografia di Roger Deakins e le discrete interpretazioni, è un thriller dai dilemmi morali scontati e abbastanza noioso, anche perché la protagonista – ovvero il personaggio che rappresenta il punto di vista dello spettatore – è frustrata, impotente e volutamente tenuta all'oscuro di quello che sta accadendo dietro le quinte. La versione italiana appiattisce il tutto, doppiando nella nostra lingua sia l'inglese che lo spagnolo (che in originale aveva i sottotitoli). E il ritratto delle città di confine, "terre di lupi" dove il pericolo è in agguato ad ogni angolo, pare francamente esagerato. Il personaggio più inutile è però il poliziotto messicano corrotto, che vediamo più volte interagire con il figlio, simbolo di tutte le vittime delle guerra per la droga. In programma un sequel, "Soldado", che sarà diretto da Stefano Sollima. Nel frattempo lo sceneggiatore Taylor Sheridan ha realizzato altri due film sul tema della frontiera americana ("Hell or High Water" e "I segreti di Wind River", quest'ultimo anche come regista).

2 agosto 2017

I Goonies (Richard Donner, 1985)

I Goonies (The Goonies)
di Richard Donner – USA 1985
con Sean Astin, Josh Brolin
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

La zona portuale di Astoria, cittadina dell'Oregon, sta per essere demolita per costruirvi un country club. E per un gruppo di ragazzini (soprannominati i Goonies: il termine – cosa non spiegata nella versione italiana – ha origine dal nome del quartiere in cui vivono, chiamato Goon Docks, ma è usato anche come slang per indicare uno sfigato o un sempliciotto), l'unica speranza per non lasciare la propria abitazione è quella di trovare il tesoro nascosto dal leggendario pirata Willy l'Orbo in una delle caverne presso la costa. A lanciarsi a capofitto nell'avventura, con l'ausilio di un'antica mappa spagnola rinvenuta nella soffitta di casa, sono il timido e asmatico Mikey (Sean Astin, il futuro Sam Gamgee de "Il Signore degli Anelli"), che nutre una particolare fascinazione per il pirata Willy, identificandosi in lui e riconoscendolo come "il primo Goonie"; lo sbruffone Mouth (Corey Feldman), vanesio e chiacchierone; il grassoccio Chunk (Jeff Cohen), pasticcione e dall'appetito insaziabile; e il cinesino Data (Ke Huy Quan, già visto l'anno prima nel secondo film di Indiana Jones), ingegnoso inventore di mille marchingegni degni dell'agente 007. A loro, inizialmente controvoglia, si uniranno anche tre ragazzi più grandi: Brandon (Josh Brolin), fratello maggiore di Mike; Andy (Kerri Green), la ragazza di lui innamorata; e Stef (Martha Plimpton), un'amica di quest'ultima. Dovranno vedersela, oltre che con le numerose trappole e i trabocchetti che Willy l'Orbo ha disseminato nelle gallerie che conducono alla sua grotta (dove è ancora ormeggiato il suo galeone), anche con una gang di pittoreschi rapinatori italo-americani, la banda Fratelli (Anne Ramsey, Robert Davi e Joe Pantoliano), che sembrano usciti da un cartoon (ricordano la Banda Bassotti, con la mamma al posto del nonno!) e che però nascondono un segreto: un fratello mostruoso e deforme, Sloth (John Matuszak, le cui fattezze si ispirano forse al Quasimodo di Charles Laughton), che pure si rivelerà un inaspettato alleato dei nostri eroi.

Prodotto da Steven Spielberg (autore anche del soggetto), un piccolo/grande film di culto generazionale. Ai tempi della sua uscita fu ritenuto una sorta di "Indiana Jones per bambini", visto che ne riproponeva il senso di avventura, esplorazione e pericolo, sia pure in un setting meno esotico. Alcuni dei "tracobetti" di Willy l'Orbo ricordano in effetti le trappole cui deve sfuggire Indy: ma c'è anche un richiamo ai marchingegni che lo stesso Mikey ha costruito a casa sua (come quello per aprire la porta), e che rappresentano un omaggio alle vignette del fumettista Rube Goldberg. La sceneggiatura di Chris Columbus è certo infantile (con caratterizzazioni ingenue e situazioni prevedibili), ma comunque efficace, e contribuì ad affermarlo definitivamente come autore di film con (e per) bambini: da notare che si diverte a citare in una linea di dialogo il suo precedente lavoro, "Gremlins". E se la storia è semicomica e divertente, con gag di ogni tipo (dal tormentone "E io che ho detto?", ai capitomboli e alle prese in giro), c'è comunque spazio per temi "seri" come la morte (dalla scena iniziale, che mostra una (finta) impiccagione, ai tanti scheletri disseminati nelle grotte: e in ogni caso, il pericolo per i nostri eroi è sempre concreto e palpabile), l'amore (mitica la scena in cui Mikey "ruba" al fratello Brandon il primo bacio con Andy), la diversità (il deforme Sloth, rifiutato e incatenato dai fratelli ma accettato dai bambini nel loro gruppo), oltre ovviamente alla crescita, all'amicizia e al coraggio. Magnifico l'incipit, che nel giro di pochi minuti (sulle note di "Fratelli Chase") presenta tutti i personaggi. Nella bella colonna sonora di Dave Grusin spicca una canzone di Cindy Lauper ("The Goonies 'R' Good Enough"): la cantante appare anche nel video che Brandon guarda in tv. Cameo, nel finale, per il regista Richard Donner nei panni di un poliziotto. Alcune curiosità: la nave di Willy l'Orbo era ispirata a quelle dei film di Errol Flynn (come "Lo sparviero del mare" o "Capitan Blood", di cui si vedono alcuhe scene in tv). Alcune sequenze sarebbero state dirette da Spielberg in persona: quelle dei ragazzini in bici ricordano ovviamente "E.T.". Donner, dal proprio canto, cita il suo "Superman" quando Sloth ne indossa la maglietta. Fra le scene tagliate, l'incontro con una piovra (di cui però rimane traccia nei dialoghi!).

31 luglio 2017

La morte e la fanciulla (R. Polanski, 1994)

La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)
di Roman Polanski – USA/GB/F 1994
con Sigourney Weaver, Ben Kingsley
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela.

In un paese sudamericano non identificato (modellato sul Cile post-Pinochet), Paulina (Weaver), ex attivista politica sopravvissuta alla prigionia durante la dittatura e ora moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un importante avvocato che si occupa di diritti umani, crede di aver identificato nel dottor Miranda (Ben Kingsley) l'uomo responsabile delle torture cui fu brutalmente sottoposta. E lo sequestra nella villa isolata di campagna dove abita col marito, con l'intenzione di estorcergli una piena confessione. Da un dramma teatrale di Ariel Dorfman (che ha contribuito all'adattamento), l'ennesimo magistrale "thriller da camera" polanskiano, che mette in scena tre soli personaggi in una casa e nell'arco di una notte. La tensione è altissima e palpabile, grazie alla maestria del regista (che sfrutta ogni mezzo a disposizione: l'illuminazione di Tonino Delli Colli, le inquadrature, il ritmo della narrazione), a dialoghi ficcanti ed espliciti, a interpreti in stato di grazia (Kingsley e soprattutto la Weaver sfornano forse le prove migliori della loro carriera) e a un soggetto sfaccettato e pieno di ambiguità, che mescola dilemmi morali e drammi personali, l'abuso di potere e il desiderio di giustizia, i sensi di colpa e la ricerca della verità, la vendetta e il perdono, ferite ancora aperte e altre che si aprono solo ora, il confine fra bene e male (non a caso si cita Nietzsche), ribaltando anche i ruoli di vittima e carnefice nell'ottica di un insolito revenge movie. Il risultato è intensissimo e, nonostante l'origine teatrale, tutt'altro che statico. A fare da filo conduttore, come indica il titolo, c'è il quartetto d'archi di Schubert "La morte e la fanciulla", che il dottore ascoltava durante gli stupri e le torture di Paulina, e che lei ha associato in maniera indelebile a quei momenti (quasi come la nona sinfonia di Beethoven in "Arancia meccanica"). E se le premesse del dramma sembrano un po' costruite ad arte (la casa isolata per via di un temporale, il fortuito incontro che porta Miranda nella villa), la storia mantiene la sua potenza e la sua ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore in dubbio a lungo (e forse anche dopo la conclusione del film) sulla reale colpevolezza o meno di Miranda. Di fronte a un personaggio femminile così forte, che passa da momenti di furiosa violenza ad altri di freddo distacco, dal desiderio di amore e conforto al tragico ricordo della propria degradazione (come nelle scene in cui rievoca i dettagli delle torture subite, raccontati a voce senza che nulla venga mostrato sullo schermo, ma non per questo meno devastanti per lo spettatore), il marito avvocato risulta una figura debole e impotente, il cui desiderio di rispettare la legge a tutti i costi ha un cedimento solo nel finale. Attraverso lui, Dorfman intendeva mettere in dubbio l'efficacia e la reale capacità di fare giustizia delle varie commissioni presidenziali istituite a questo scopo in Cile dopo la dittatura.

30 luglio 2017

On the road (Walter Salles, 2012)

On the road (id.)
di Walter Salles – USA/Brasile/Fra/GB/Can 2012
con Sam Riley, Garrett Hedlund
*

Visto in TV, con Sabrina.

Nel 1949, poco dopo la morte del padre, il giovane e aspirante scrittore newyorkese Sal Paradise (Riley) conosce lo scapestrato Dean Moriarty (Hedlund), spirito libero e anticonformista. Negli anni successivi, da solo o insieme a lui, vagabonderà per il paese, prima di mettere la testa a posto e decidere di raccontare le sue avventure in un romanzo. Difficile parlare di un film così, un adattamento di "Sulla strada" di Jack Kerouac che nel tentativo di mantenere la struttura episodica e "sincopata" del romanzo (richiamando in questo anche la musica jazz della colonna sonora) appare totalmente disgiunto e disorganizzato, senza direzione proprio come i suoi protagonisti. Quella che, nei primi minuti, sembrava essere solo una lunga e inutile introduzione per presentare i personaggi, si rivela invece la quintessenza dell'intera pellicola: il viaggio non pare mai davvero iniziare, ne osserviamo a tratti solo alcuni frammenti, al punto che (nonostante il titolo del film!) quasi mi sembra disonesto aggiungere il tag "On the road" a questo post. Di strada e di cammino se ne vedono ben poco, e la pellicola affastella scene di personaggi che parlano del nulla, che si separano e si rincontrano, che partono e tornano, saltando di palo in frasca senza alcuna logica e senza offrire allo spettatore qualsivoglia appiglio o emozione. Sal, Dean e i loro amici sono perdigiorno che bighellonano annoiati più che vagabondare curiosi, la loro libertà (anche sessuale) è fine a sé stessa, e mai si percepisce il desiderio di una ricerca (interiore o meno). Se Dean ha almeno il ruolo del faro-guida (con le sue tante donne e l'incapacità di stare a riposo, fra sesso, droga e fuga dalle responsabilità), il protagonista Sal è invece una figurina vuota, anonima e poco interessante. Gli elementi esistenziali sono del tutto assenti, mentre quelli edonistici e ribelli vengono trattati in modo superficiale. La narrazione è spezzettata, mai tenuta insieme da una regia manierista e da una fotografia patinata che però non rende giustizia ai (pochi) paesaggi del west americano. Nel complesso, per quanto mi sforzi, non trovo davvero un solo motivo per dargli più del voto minimo (una stellina). E no, la fedeltà al testo di partenza non è un pregio, se i risultati sono questi. Nel cast, in piccoli ruoli (alcuni dei quali, come la giovane Marylou, moglie sedicenne di Dean, avrebbero meritato un maggiore sviluppo), anche Kristen Stewart, Amy Adams, Kirsten Dunst, Alice Braga, Tom Sturridge, Viggo Mortensen e Steve Buscemi.

29 luglio 2017

Il secondo cerchio (Aleksandr Sokurov, 1990)

Il secondo cerchio (Krug vtoroy)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1990
con Pyotr Aleksandrov, Nadezhda Rodnova
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alla morte del padre, militare in pensione che viveva da solo, il suo unico figlio giunge da una città vicina per occuparsi del funerale. Non avendo grandi risorse, non potrà permettersi che una cerimonia ridotta al lumicino. Dopo aver espletato le formalità burocratiche, sarà quasi maltrattato dall'impresaria funebre cui si è rivolto, anche perché non intende cremare il corpo. Non sappiamo quale rapporto avesse con il padre in vita: probabilmente non erano vicini. Ma nella morte, tutto cambia: assai povero, il ragazzo finirà col togliersi calze e scarpe per metterle al cadavere. E terminato il rito, rimasto solo nella casa vuota, porterà fuori le poche cose rimaste (come la coperta del letto) per bruciarle. Primo lungometraggio di una cosiddetta "trilogia sulla morte e l'inesistenza" (seguiranno "Pietra" nel 1992 e "Pagine sommesse" nel 1994), il film di Sokurov è minimalista nel rappresentare i sentimenti come nel narrare gli eventi (si potrebbe dire che non mostra né la morte né la vita, ma solo ciò che vi gira attorno), con l'intenzione di raggiungere un piano metafisico attraverso il silenzio, la contemplazione e un concreto realismo. La forma non è da meno: fotografia dai colori seppiati (praticamente in bianco e nero), rarefazione assoluta di dialoghi e voci (per lunghi tratti il film è muto), assenza di colonna sonora (la musica si ode solo nell'ultima scena), macchina da presa quasi immobile e soprattutto un'estrema lentezza. A dirla tutta, sinceramente è un po' soporifero, ma la tristezza e le emozioni che genera possono restare a lungo con lo spettatore. Fuori dalla casa, la neve e il vento suggeriscono un'ambientazione siberiana. Il titolo fa forse riferimento all'inferno di Dante (anche se mi sarei aspettato che il film si intitolasse "Il primo cerchio", ovvero il limbo).

27 luglio 2017

Il ciclista (Mohsen Makhmalbaf, 1987)

Il ciclista (Bicycleran)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1987
con Moharram Zaynalzadeh, Esmail Soltanian
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

Per guadagnare il denaro necessario a pagare il ricovero in ospedale della moglie, gravemente malata, l'immigrato afgano Nassim – che in gioventù al suo paese era stato un campione di ciclismo – viene convinto da un impresario circense ad "esibirsi" nella pubblica piazza restando in sella a una bici per sette giorni e sette notti di fila. Attorno a lui, mentre gira lentamente in tondo in uno spazio ridottissimo, sorge un vero e proprio baraccone composto da spettatori, curiosi e personaggi di vario genere, dai venditori ambulanti (compresa una zingara che predice il futuro) ai gestori di scommesse clandestine, tanto che gli interessi affinché Nassim riesca (o fallisca) nella sua impresa crescono a dismisura, a sua insaputa: ci saranno dunque tentativi di sabotaggio e di protezione incrociati. Affidandosi alla metafora del cerchio, con stile dinamico e grande maestria tecnica (dalla fotografia al montaggio alternato), sia pure in un contesto di produzione "povera", Makhmalbaf firma una moderna parabola sulla disperazione e lo sfruttamento, al tempo stesso realista e pittoresca, che fu anche uno dei suoi primi grandi successi. Caratterizzato a tratti da un cinismo quasi wilderiano (si pensi, per esempio, a "L'asso nella manica"), il film fa ruotare attorno al protagonista tutta una serie di personaggi mirabilmente caratterizzati: dal figlioletto (che lo tiene al corrente dello stato di salute della madre) all'impresario (che fa soldi alle sue spalle, e nel frattempo lo esalta con racconti sempre più inverosimili: "quest'uomo in India ha fermato un treno con lo sguardo, e in Pakistan ha sollevato due buoi con un dito"), dal giudice (che deve controllare che non scenda mai dalla sella) ai vari medici che tengono sott'occhio le sue prestazioni (e, nel caso dei dottori assoldati dallo scommettitore rivale, fare in modo che non riesca nell'impresa), dall'amico che lo sostituisce per un breve momento durante la notte (e che pagherà caro il suo altruismo) alle personalità pubbliche che lo temono oppure lo elogiano in una serie di discorsi retorici, fino a personaggi minori come la figlioletta della zingara (interpretata da Samira, la figlia di Mohsen Makhmalbaf, che poi diventerà regista a sua volta), alla quale la moglie di Nassim regala il suo fermaglio per capelli in una scena ad alto impatto emotivo. Oltre al pathos e al neorealismo della prima parte, non mancano momenti onirici-surreali e tocchi di umorismo spietato (il rivale che assolda braccianti afgani, pagandoli cifre folli per farli scavare nel deserto, pur di togliere spettatori allo show; l'infermiera ribelle che somministra il sonnifero al medico anziché a Nassim; per non parlare della scena in cui alla moglie, in ospedale, vengono forniti il respiratore, la flebo e il cibo solo nel momento in cui arrivano i pagamenti). E il finale, con il protagonista che continua a pedalare, incapace di fermarsi anche dopo aver completato la sua sfida, si ammanta di sovratesti filosofici. Il sacrificio di Nassim, diventato quasi una figura messianica, non avrà mai fine (la moglie stessa è ancora ricoverata), proprio come il suo percorso circolare. Secondo alcune fonti il film è del 1987, secondo altre del 1989. L'attore Moharram Zaynalzadeh, che per interpretare la parte di Nassim dovette dimagrire di ben 18 chili, rimarrà poi a lungo un fedele collaboratore del regista.

25 luglio 2017

Chi protegge il testimone (R. Scott, 1987)

Chi protegge il testimone (Someone to watch over me)
di Ridley Scott – USA 1987
con Tom Berenger, Mimi Rogers
**

Rivisto in DVD.

Mike Keegan (Berenger), detective della polizia di New York al primo incarico, viene assegnato alla protezione della bella Claire (Rogers), che è stata sua malgrado testimone di un violento omicidio. Nell'attesa che il colpevole – il pregiudicato Joey Venza (Andreas Katsulas) – venga catturato e da lei identificato, Mike finisce per innamorarsi (ricambiato) della donna, anche se i loro mondi sono quanto di più diversi (semplice e proletario lui, ricca, colta e mondana lei) e la relazione rischia di mandare all'aria tanto il suo lavoro quanto il suo matrimonio (Mike ha infatti una moglie – Lorraine Bracco – e un bambino). Scritto da Howard Franklin, un poliziesco dalla trama forse non particolarmente originale o scoppiettante (più che sui temi torbidi, lo script insiste sui dilemmi morali) e con personaggi dalla caratterizzazione fin troppo semplice, elevato però al di sopra della media dalla regia avvolgente di Ridley Scott, capace di costruire un'atmosfera che richiama in più punti quella di "Blade Runner": dalla fotografia alle scenografie (le prime inquadrature di New York al tramonto, con i grattacieli puntinati dalle luci, ricordano la Los Angeles del suo capovaloro fantascientifico, così come il tema noir e persino la colonna sonora in stile retrò, che comprende – oltre ovviamente alla canzone di George e Ira Gershwin da cui il film prende il titolo, nell'interpretazione di Sting – brani di jazz e di musica classica, e persino una track di Vangelis che era già presente appunto in "Blade Runner"). È il primo film di Scott ambientato ai giorni nostri (dopo una pellicola in costume, due film di fantascienza e un fantasy).

24 luglio 2017

The young Victoria (Jean-Marc Vallée, 2009)

The young Victoria (id.)
di Jean-Marc Vallée – GB/USA 2009
con Emily Blunt, Rupert Friend
**

Visto in TV, con Sabrina.

Prodotto da Graham King e Martin Scorsese, e diretto dal canadese Jean-Marc Vallée (ai tempi reduce dal successo di "C.R.A.Z.Y." e al primo film fuori dal suo paese), questo biopic racconta gli anni giovanili della regina Vittoria (Emily Blunt), dal 1836, quando – ancora sedicenne – incontrò per la prima volta il futuro marito, il principe Albert (Rupert Friend), passando per l'incoronazione (nel 1837), il matrimonio e la nascita della prima figlia (1840). Attorno a lei, dapprima in quando erede al trono e poi perché sovrana giovanissima e inesperta, si muovono parenti interessati (la madre e il suo "controllore", John Conroy), politici più o meno opportunisti (il primo ministro Lord Melbourne), sovrani stranieri (re Leopoldo del Belgio) e naturalmente corteggiatori (Albert in primis), e proprio l'aspetto della politica che si intreccia con le esigenze individuali, fra intrighi di corte, regole, riti, obblighi, imposizioni e relazioni familiari, è l'elemento più interessante del film (la sottotrama romantica, che ne è il filo conduttore, pur non essendo fortunatamente troppo melensa, è svolta in maniera pedissequa: buono comunque il ritratto che ne esce tanto di Vittoria, ostinata e sicura di sé, che di Albert, uomo di buon senso e di buon cuore). Il principale interesse dei cineasti, e in particolare dello sceneggiatore Julian Fellowes, sembra essere stato quello di restare fedele ai fatti storici (diversi episodi sono riportati esattamente come narrati dalle cronache del tempo o dagli stessi diari di Vittoria). Fra le poche imprecisioni (o concessioni alle esigenze drammatiche) ci sono il ferimento del principe Albert durante l'attentato alla giovane regina e l'età di Melbourne (che in realtà aveva quarant'anni più di Vittoria). Un film di cui è difficile parlare male (bene tutto: gli attori, la regia, la fotografia, la scenografia, i costumi – che vinsero l'Oscar – e la bellissima colonna sonora che si ispira a tanti brani classici, da Schubert a Dvořák), e che si lascia senza dubbio guardare con piacere, ma che scorre senza alcun guizzo artistico in grado di elevarlo al di sopra della semplice routine o, se vogliamo, di un documentario. Nel cast, fra gli altri, anche Paul Bettany (Melbourne), Miranda Richardson (la madre), Mark Strong (John Conroy) e Jim Broadbent (Guglielmo IV).

22 luglio 2017

Il giorno degli zombi (George A. Romero, 1985)

Il giorno degli zombi (Day of the dead)
di George A. Romero – USA 1985
con Lori Cardille, Terry Alexander
***

Visto in DVD.

L'invasione di zombi cannibali ha ormai spazzato via gran parte della civiltà: le città sono deserte e i pochi sopravvissuti vivono in gruppi isolati e sotto assedio. In una base sotterranea in Florida, un ristretto gruppo di militari e scienziati cerca di trovare una cura all'epidemia che ha sconvolto il pianeta. Ma i progressi del dottor Logan (Richard Liberty), soprannominato "dottor Frankenstein" per via dei suoi mostruosi esperimenti sui cadaveri, che spera di riuscire ad addomesticare o "educare" i mostri per controllarli in qualche modo, non sono apprezzati dal comandante della base, l'ottuso e autoritario capitano Rhodes (Joseph Pilato), che pensa a una soluzione più rapida e radicale. Dopo "La notte dei morti viventi" e "Zombi", George Romero completa la sua trilogia zombesca (anche se poi ci ripenserà e sfornerà altri tre film) con un altro grande lungometraggio, appena meno epocale dei precedenti, nel quale mostra come anche in un microcosmo di una decina di persone il peggio dell'uomo finisca col tornare fuori. Al punto che quasi si fa il tifo per gli zombi quando, nel finale, invadono la base e si scatenano contro i suoi abitanti. Visivamente impressionante (gli effetti speciali di Tom Savini sono sempre più gore ed espliciti), violento negli assunti e negli sviluppi, e concettualmente significativo anche a livello politico (erano gli anni dell'imperialismo reaganiano), il film mette in scena senza filtro la follia e le paure dell'animo umano (dagli incubi di Sarah, unica donna del gruppo, alle minacce e alle ingiurie di Rhodes, che non si fa scrupolo di uccidere chi mette in dubbio la sua autorità), con la divisione in fazioni persino in una situazione di emergenza che non può che portare al caos e alla (auto)distruzione. Memorabile il personaggio di Bub (un grande Sherman Howard), lo zombi su cui il dottor Logan compie i suoi esperimenti, che ricorda ancora emozioni o frammenti della sua vita precedente e che nel finale – in un clamoroso capovolgimento di ruoli – insegue e uccide a revolverate il militare cattivo. Come al solito, Romero fa tutto prima di tutti (e meglio): le sue pellicole di zombi si rivelano sempre ben più che semplici horror, e influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito (a partire da "The Walking Dead"). Persino il "lieto fine" sull'isola deserta risuona come una resa o uno sberleffo finale. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere più lungo e ambizioso, ma il regista dovette fare i conti con una riduzione del budget. Contemporaneamente alla sua uscita nelle sale, John Russo (co-sceneggiatore della prima pellicola della serie) e Dan O'Bannon realizzarono a loro volta un sequel, "Il ritorno dei morti viventi", che diede vita a una fortunata saga parallela.

20 luglio 2017

Zombi (George A. Romero, 1978)

Zombi (Dawn of the dead)
di George A. Romero – USA/Italia 1978
con Ken Foree, Scott H. Reiniger
***1/2

Rivisto in DVD.

Dieci anni dopo il primo film sui "morti viventi", Romero rivisita il genere che gli aveva dato la notorietà, realizzando forse il miglior zombie movie di tutti i tempi: un sequel epocale e del tutto autonomo, che rispetto al prototipo mostra gli effetti dell'invasione degli zombi su scala più ampia, oltre a presentare letture metaforiche ben più esplicite dell'originale. A parte l'incipit in media res (al fenomeno che riporta in vita i morti sotto forma di zombi affamati di carne umana non viene data alcuna spiegazione, se non la celebre frase "Quando all'inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra"), l'intero film si svolge infatti in un enorme mall, o centro commerciale (che i dialoghi italiani dell'epoca si premurano di descrivere a uno spettatore che forse non li conosceva: "uno dei quei grandi complessi di negozi e supermercati"), fra le cui corsie si aggirano orde di zombi immemori, costretti dall'istinto a tornare in quei luoghi che significavano così tanto per loro quando erano in vita. La metafora del consumismo non potrebbe essere più esplicita, e permea l'intera pellicola a più livelli. Anche i quattro protagonisti – due membri delle squadre speciali della polizia, Peter (Ken Foree: come nel primo film, il leader del gruppo è un nero) e Roger (Scott H. Reiniger), e due giornalisti di una stazione televisiva, Stephen (David Emge) e Jane (Gaylen Ross) – barricatisi nel negozio dopo essere fuggiti in elicottero da una Filadelfia ormai in preda (come quasi tutto il Nord America) all'apocalittica invasione, approfittano della situazione per fare man bassa di tutta la merce che potrebbe servire loro, al punto da condurre per breve tempo una vita quasi lussuosa e spensierata: non a caso si rifiuteranno di condividere queste risorse con la banda di razziatori che assalta il centro commerciale nel finale, dando vita a un conflitto dove gli zombi diventano praticamente dei terzi incomodi. Tutt'altro che mostri inarrestabili, i "morti viventi" camminano come automi, con movimenti lenti e incerti, ma fanno paura perchè rispecchiano l'uomo a livello istintuale, aggirandosi instancabili in quelli che una volta erano i templi della civiltà (e del consumismo, appunto). Gli scienziati hanno un bel dire che si tratta di "una nuova specie": in realtà gli zombi siamo noi stessi, e – come recita il memorabile e inquietante prete con una gamba sola, all'inizio del film – "quando i morti camminano, bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra". Naturalmente, c'è anche spazio per questioni razziali e morali, come racconta la scena dell'irruzione degli SWAT nel caseggiato di "negri e portoricani" che si rifiutano di distruggere o conseguare i cadaveri dei loro cari. Rispetto al primo episodio, anche la confezione fa un notevole salto di qualità, e non soltanto per il passaggio dal bianco e nero al colore (notevole il make up degli zombi, che dona loro un colorito bianco-verdastro, opera di Tom Savini così come gli effetti speciali estremamente sanguinolenti e gore) e per una regia solida e claustrofobica, ma anche per le scene d'azione, le scenografie e un montaggio che genera tensione ininterrotta. Savini recita anche nei panni di un motociclista e di uno zombi, mentre John Landis è lo scienziato in tv con la benda sull'occhio. Dario Argento (che aiutò Romero a ottenere i finanziamenti necessari, e che è accreditato come "script consultant"), curò l'uscita della versione internazionale, che comprende una colonna sonora ad opera dei Goblin. Nel 1985 Romero realizzerà quello che avrebbe dovuto essere il capitolo finale della sua trilogia, "Il giorno degli zombi", in seguito trasformata in esalogia. "Zombi 2" e "Zombi 3" di Lucio Fulci sono invece sequel non ufficiali.

18 luglio 2017

La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La notte dei morti viventi (Night of the living dead)
di George A. Romero – USA 1968
con Duane Jones, Judith O'Dea
***

Rivisto in divx, per ricordare George Romero.

Una misteriosa epidemia fa risorgere i cadaveri sotto forma di "morti viventi", affamati di carne umana. Un gruppo di sopravvissuti, barricati in una casa isolata presso un cimitero in Pennsylvania, cerca di resistere per tutta la notte al loro assedio. George Romero (anche direttore della fotografia e, con John A. Russo, sceneggiatore e montatore), fino ad allora filmmaker per la pubblicità e la tv, esordisce alla regia con un B-movie autoprodotto che non soltanto diventerà un film di culto, capace di influenzare il cinema horror e l'intera cultura occidentale con le sue inquietudini e i suoi sottotesti, ma darà vita a un nuovo e fortunato filone dell'immaginario fantastico, ancora frequentatissimo ai giorni nostri (anche in tv, nei fumetti e nei videogiochi: si pensi alle serie di "Resident Evil" o "The Walking Dead"). In questo primo film, la parola zombi (o zombie, all'inglese) in realtà non compare mai: ma è evidente che l'ispirazione – oltre che dal romanzo "Io solo leggenda" di Richard Matheson e dal film "L'ultimo uomo della Terra" che quattro anni prima ne era stato tratto – nasca dalle leggendarie creature della tradizione folkloristica di Haiti (fino ad allora relegate al setting caraibico ma già protagoniste di pellicole come "Ho camminato con uno zombi" e nei fumetti con personaggi come il "Gongoro" di Carl Barks). Romero però rivisita il mito a modo suo, innanzitutto spogliandolo dalle radici dei riti voodoo (qui una possibile spiegazione del fenomeno che riporta in vita i morti è fornita sotto forma delle radiazioni emesse da una sonda spaziale inviata dalla NASA verso Venere) e poi caratterizzando i mostri in maniera originale e terrificante: la camminata lenta e strascicata, l'insaziabile appetito, l'apatia e il comportamento meccanico sono tutti fattori che contribuiranno a plasmare l'idea di zombi nell'immaginario collettivo (tanto che la parola stessa entrerà a far parte del linguaggio comune con il significato di persona apatica o assente).

Gli zombi di Romero, privi di intelligenza e mossi solo da istinto animale e fame atavica, rappresentano forze primarie e istintuali, di cui è fin troppo facile aver paura, anche perché espongono o infrangono quasi tutti i più temuti tabù della nostra società (il cannibalismo, la morte, i legami familiari: scene come quella della bambina che uccide la madre fecero scalpore). Questi mostri temono solo il fuoco, e possono essere definitivamente uccisi soltanto da esso (o da un colpo in testa, visto che la riattivazione del cervello è ciò che li fa risorgere). La loro minaccia è fisica e concreta, sono assenti significati soprannaturali. Ma naturalmente non mancano le metafore, a tratti persino sovversive: se alcuni critici ci hanno visto riferimenti alla guerra fredda o al conflitto in Vietnam, altri ci hanno letto una critica al razzismo (significativo che "l'eroe" del film sia nero, ma ancora più significativo che nei dialoghi non vi si faccia mai riferimento) o in generale ai rapporti umani. Girato in bianco e nero, con attori sconosciuti (molti erano amici di Romero o addirittura co-finanziatori della pellicola) e con pochi mezzi a disposizione, il film riesce a costruire una tensione palpabile e inquietante grazie non solo alla violenza esplicita (che scatenò forti polemiche all'epoca) ma anche alla maestria del regista, che si rifà agli stilemi del muto (in particolare dell'espressionismo tedesco) con le sue immagini sghembe, le soggettive, i giochi di ombre e i primi piani. Le atmosfere, fra gli altri, ispireranno Sam Raimi e Dylan Dog. Memorabile il finale shockante e a sorpresa, beffarda risoluzione di una vicenda cupa e progressivamente più disperata. L'enorme successo al botteghino genererà cinque sequel "ufficiali" diretti dallo stesso Romero (a partire dal mitico "Zombi" del 1978, il migliore), una serie "parallela" (da "Il ritorno dei morti viventi" di Dan O'Bannon del 1985) e svariati remake (fra cui quello di Tom Savini nel 1990). Curiosità: il film doveva inizialmente uscire con il titolo "Night of the Flesh Eaters". Quando questo fu cambiato, per errore venne eliminata anche la didascalia del copyright, rendendo così i diritti della pellicola di dominio pubblico.

17 luglio 2017

Salva e custodisci (Aleksandr Sokurov, 1989)

Salva e custodisci (Spasi i sokhrani)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1989
con Cécile Zervudacki, Robert Vaap
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata a un rozzo medico di campagna, l'infelice Emma (Zervudacki) si concede "sprazzi di vita" con una serie di amanti: prima un aristocratico (che la abbandonerà) e poi un giovane studente (per frequentare il quale si indebiterà fortemente). Alla fine, folle e disperata, sceglierà il suicidio, avvelenandosi con l'arsenico. Sokurov rilegge la "Madame Bovary" di Flaubert a modo suo, ambientandola nei desolati scenari dell'Asia centrale e concentrandosi sul vissuto interiore e le ossessioni della protagonista (una donna dal comportamento infantile e del tutto slegata dalla realtà, che sogna di vivere a Parigi e parla francese mentre tutti coloro intorno a lei parlano il russo), a parte piccole divagazioni sul marito (un medico incompetente che sbaglia spesso diagnosi e che non presta la dovuta attenzione alla moglie, fino al punto da fidarsi ingenuamente di tutto ciò che fa o che gli dice). L'interprete dona al personaggio un'aria costantemente spaesata, spesso avvizzita e annoiata, a volta scossa da improvvisi lampi di interesse e di felicità, recitando anche con il corpo nudo nelle numerose scene di intimità. La fotografia di Sergej Jurizditskij, luminosa e pittorica, ha una certa qualità surreale, e l'atmosfera è onirica e ipnotica, mentre le scenografie sono colme di piccoli dettagli che la luce mette in risalto (le piume sparse nella camera da letto, le mosche che camminano sul cibo, gli scenari naturali che circondano il villaggio), fino al funerale della donna con l'enorme bara di metallo (che ne contiene, come bambole russe, altre due di quercia e di mogano: come a volersi separare il più possibile da tutto ciò che l'ha circondata): ma al termine della cerimonia, nell'ultima inquadratura, Sokurov ci mostra Emma misteriosamente ancora viva e in casa sua (ma forse è solo la sua anima, che non ha saputo abbandonare il mondo). Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa.

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

13 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming (Jon Watts, 2017)

Spider-Man: Homecoming (id.)
di Jon Watts – USA 2017
con Tom Holland, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Dopo la popolare versione di Sam Raimi (tre film dal 2002 al 2007) e quella fallimentare di Marc Webb (due film nel 2012 e 2014), questo è il terzo reboot in quindici anni per l'Uomo Ragno (chiamato ormai in pianta stabile con il nome originale Spider-Man per questioni di marketing). E si tratta di un "ritorno a casa" in tutti i sensi, visto che il personaggio viene inglobato definitivamente nell'Universo Cinematico Marvel, dopo la comparsata già fatta in "Captain America: Civil War" (di cui rivediamo alcune scene dal punto di vista di Peter Parker... o meglio, della sua videocamera nascosta: un rimando all'abitudine che il personaggio ha, nei fumetti, di scattare foto di sé stesso mentre è in azione). Il film è infatti realizzato interamente, dal punto di vista creativo, dai Marvel Studios, che non perdono l'occasione per legarlo a doppio filo con le pellicole degli Avengers (l'arsenale dei cattivi ha origine dalla tecnologia aliena rimasta sulla Terra dopo la battaglia del primo film dei Vendicatori), come dimostrano le partecipazioni di Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.), Happy Hogan (Jon Favreau), Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e Captain America (Chris Evans, in una serie di buffi video motivazionali per le scuole, uno dei quali rappresenta l'easter egg dopo i titoli di coda). Le aspirazioni del giovane Peter Parker/Spider-Man (di cui ci viene risparmiata l'origine: tanto tutti la conoscono) per l'intera pellicola, in effetti, sono proprio quelle di entrare a far parte in pianta stabile del potente gruppo di supereroi fondato da Stark (il quale gli ha procurato il costume high-tech che sfoggia). E più che una lezione sulla responsabilità, per una volta la sua è una lezione sull'umiltà (il fatto che gli venga impartita, sia pure inconsapevolmente, da un mentore arrogante come Tony è ironico ma significativo). Peter aprà infatti imparare a mantenere i piedi per terra, accettando il suo ruolo di eroe "piccolo" ed urbano, di "amichevole Uomo Ragno di quartiere" ("friendly neighborhood Spider-Man", recitava uno dei versi della canzone degli anni sessanta, il cui tema si può udire all'inizio del film). Se la pellicola è realizzata dalla Marvel (ovvero dalla Disney), i diritti cinematografici del personaggio restano però in mano alla Sony, che attraverso la Columbia ci ha messo i soldi: è un caso più unico che raro di collaborazione fra due major hollywoodiane. Insolito anche l'accordo per la ripartizione dei ricavi: a Sony/Columbia andranno gli incassi in sala, a Disney/Marvel quelli del merchandising. Inutile dire che entrambi si prevedono copiosi.

A livello di contenuti, il film mi è parso il più fedele allo spirito (se non alla lettera) del fumetto originale di Stan Lee e Steve Ditko, di cui riprende quasi tutti gli elementi fondanti e caratteristici, attualizzandoli certo agli anni Duemila ma senza tradirli (come aveva fatto Raimi) o banalizzarli (come aveva fatto Webb). Innanzitutto l'ambientazione scolastica, che si riflette nella giovane età del personaggio, forse lo Spider-Man più giovane mai visto sullo schermo. Peter ha quindici anni, ama la scienza, è un nerd (magnifiche le sue t-shirt con battute su fisica e chimica), isolato e deriso dai compagni di classe più integrati (come Flash), che ha l'unico amico nel grassottello Ned (Jacob Batalon). La sua crescita è tutta interiore, i suoi problemi sono quelli di molti adolescenti, e per fortuna, nonostante la leggerezza e la vena scanzonata (il film è quasi una commedia), siamo ben lontani dalle storture cool e young adult della precedente versione (i due "Amazing Spider-Man" rimangono fra i peggiori film sul personaggio mai realizzati). Si respira il senso di novità, come nelle primissime storie di Ditko. Il Peter interpretato da Tom Holland (una ventata di aria fresca, dopo l'antipatico Tobey Maguire e il pessimo Andrew Garfield) è credibile, timido e impacciato ma pieno di energia e di passione, insicuro di sé ma sfrontato quando serve, diviso in due sotto ogni aspetto (la ragazza che ama, Liz, è una fan di Spider-Man, al punto da essere tentato di rivelarle la sua vera identità). E quando serve, sa compiere le decisioni giuste, anche a costo di sacrificare la propria felicità personale. Forse i puristi storceranno il naso per il casting che stravolge aspetto, etnia, età e ruolo narrativo di tanti celebri comprimari dei comics, da Ned, appunto, al bullo Flash, da Liz (Laura Harrier, il primo amore di Peter) a Betty, e persino a una zia May (interpretata da Marisa Tomei) che, come avevamo già visto in "Civil War", è ben più giovane e in salute della vecchietta decrepita dei fumetti; ma io non ci vedo nulla di male, anzi. E comunque, il fatto che i cognomi Leeds, Allan e Thompson non vengano mai citati (per non parlare del mini-twist a proposito di un'altra compagna di classe, Michelle) potrebbe permettere in futuro di reintrodurne versioni più canoniche. Qui, se non altro, la mancanza del cognome Allan consente il discreto colpo di scena sull'identità del padre di Liz.

A proposito, non ho parlato finora del villain della pellicola. Si tratta di Adrian Toomes, alias l'Avvoltoio, in una versione anch'essa high-tech (le sue ali sono il frutto della tecnologia aliena di cui sopra), interpretato da un brillante Michael Keaton – di ritorno ai supereroi alati dopo "Birdman" – che dona al personaggio sfaccettature e umanità presenti raramente (o solo in parte) nella sua versione fumettistica (vedi anche la scena finale in prigione). I cineasti hanno giustamente preferito non ricorrere ai nemici dell'Uomo Ragno che si erano già visti nei film precedenti (Goblin, Doc Ock, Venom, Lizard, Electro, ecc.), anche se tecnicamente si tratta di un altro universo e dunque non ci sarebbero state controindicazioni a usarli. Per loro, probabilmente, basterà aspettare qualche anno. Della banda guidata dall'Avvoltoio, comunque, fanno parte (in versioni rivedute e corrette) anche Shocker (sono due gli uomini che si danno il cambio sotto questo nome), lo Scorpione/Mac Gargan e il Riparatore/Phineas Mason (anche se all'inizio, visto che tutti facevano parte di un team impegnato in lavori edili, quasi mi aspettavo che si trattasse della Squadra di Demolizione). Solo i più accaniti fan dei comics riconosceranno invece nel ladruncolo Aaron Davis (Donald Glover) lo zio di Miles Morales, lo Spider-Man alternativo e afro-ispanico. E a proposito di strizzatine d'occhio, la sequenza in cui Peter rimane intrappolato sotto un enorme cumulo di macerie e deve ricorrere a tutta la sua forza di volontà per venirne fuori fa riferimento ad alcune amatissime pagine disegnate da Steve Ditko nel 1966 (nel numero 33 di "Amazing Spider-Man", per la precisione). Fra le scene che mi hanno convinto meno, quella davvero implausibile del traghetto diviso in due, anche se consente la gag del passeggero che per un breve attimo applaude Spider-Man, prima di cambiare idea (il fatto che l'Uomo Ragno fosse benvoluto dai newyorkesi era uno degli aspetti che meno ho amato nei film di Raimi: qui, per fortuna, l'eroe è temuto o al limite snobbato dall'opinione pubblica). Divertente invece la sequenza (anch'essa mutuata dai comics) di Spider-Man come un pesce fuor d'acqua nei quartieri periferici della città, dove mancano i grattacieli ai quali attaccarsi con la ragnatela. Come sempre, al cinema molti scoprono con estrema facilità la vera identità di Peter (qui Ned, Toomes e, proprio alla fine, zia May). Ma a parte questi piccoli dettagli, siamo di fronte a uno dei più soddisfacenti (e divertenti) adattamenti di un personaggio così iconico e popolare. Il film introduce nel MCU anche il Damage Control. Stan Lee appare nel suo consueto cameo come uno dei vicini alla finestra che si lamentano di Spider-Man.

12 luglio 2017

Il soldato americano (R. W. Fassbinder, 1970)

Il soldato americano (Der Amerikanische Soldat)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Karl Scheydt, Elga Sorbas
**

Visto in divx.

Richard Murphy (Karl Scheydt), killer tedesco da tempo emigrato in America (chiamato "soldato" nel titolo perché ha combattutto in Vietnam), torna a Monaco dopo diversi anni per eseguire una serie di contratti. Fra un omicidio e l'altro, trova il tempo di salutare l'amico di un tempo Franz Walsch (Fassbinder stesso, non accreditato) e di fare una breve visita alla madre alcolizzata e al fratello psicolabile (Kurt Raab). Quando chiede una ragazza alla reception dell'albergo in cui alloggia, uno dei detective che lo hanno assoldato (Jan George) gli fa mandare in camera la sua compagna Rosa (Elga Sorbas) per sorvegliarlo più da vicino. La donna finisce per innamorarsene e vorrebbe fuggire con lui, ma Richard la uccide. La resa dei conti sarà inevitabile. Terzo (e ultimo) capitolo della saga di Franz Walsch (dopo "L'amore è più freddo della morte" e "Dei della peste"), un lento pseudo-noir nichilista ed esistenzialista, colmo di rimandi e richiami (a volte freddamente ironici) ai gangster movie made in USA (un riferimento evidente è Sam Fuller, il cui cognome è dato all'informatrice Magdalene), girato in un algido bianco e nero e ambientato in un mondo cupo, misogino e privo di affetti (dove le donne, in particolare, non hanno scampo dai maltrattamenti e dalla violenza: vedi anche la cameriera dell'albergo, interpretata da Margarethe von Trotta, che finisce col suicidarsi nell'indifferenza di tutti per una delusione d'amore) e dove l'unico valore rimasto è l'amicizia. Anche se non si tratta dell'ultimo film dell'Antiteater, la morte di Walsch/Fassbinder simboleggia un po' la fine di quell'esperienza: dopo ben dieci film in due anni, dal 1971 il regista comincerà una nuova fase della sua carriera, dalle ambizioni più "cinematografiche" e sempre più acclamata dalla critica. La vicenda raccontata dalla Von Trotta nel suo soliloquio sarà portata sullo schermo da RWF quattro anni più tardi (nel film "La paura mangia l'anima"). Il tema musicale è opera del produttore Peer Raben, autore anche della canzone (con testi di Fassbinder) sull'interminabile sequenza finale.

11 luglio 2017

Si sente il mare (T. Mochizuki, 1993)

Si sente il mare (Umi ga kikoeru)
di Tomomi Mochizuki – Giappone 1993
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In occasione di una rimpatriata con i compagni delle scuole superiori, il giovane studente universitario Morisaki torna con la mente al suo primo amore: Rikako, una ragazza che si era trasferita da Tokyo a Kochi (città nell'isola di Shikoku) in seguito al divorzio dei suoi genitori, e che non era mai riuscita pienamente a integrarsi nel nuovo ambiente, aprendosi soltanto con lui e con il suo miglior amico Matsuno. Sentimenti, incomprensioni, amori e bisticci adolescenziali e scolastici, in una pellicola (la prima dello Studio Ghibli non diretta da Miyazaki o Takahata) prodotta per la tv. La vena è delicata e realista, sul filo dei ricordi e della malinconia (non molto diversa da "Pioggia di ricordi" dello stesso Takahata, uscito due anni prima), ma senza alcun volo di fantasia o momenti memorabili. Anche perché le situazioni sono ben poco originali (forse per favorire l'immedesimazione della maggior parte di spettatori possibile) e i protagonisti hanno scarsa personalità. La versione italiana targata Lucky Red è praticamente inguardabile per via dell'indecente adattamento dei dialoghi di Gualtiero Cannarsi. Bella la canzone sui titoli di coda (il cui tema è ricorrente nella colonna sonora).