31 gennaio 2019

L'ultimo spettacolo (Peter Bogdanovich, 1971)

L'ultimo spettacolo (The last picture show)
di Peter Bogdanovich – USA 1971
con Timothy Bottoms, Jeff Bridges
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Agli inizi degli anni cinquanta, ad Anarene – cittadina texana perennemente battuta dal vento e dove non accade mai nulla di importante – i giovani si barcamenano fra i primi amori, il poco lavoro e le scarse attività a disposizione (il cinema, il football, la locale sala da biliardo). Duane (Jeff Bridges) viene lasciato dalla fidanzata Jacy (Cybill Shepherd), che aspira a un fidanzamento di maggior prospettiva. Il suo amico Sonny (Timothy Bottoms) ha una relazione con la frustrata quarantenne Ruth (Cloris Leachman), moglie del suo allenatore di football. E nel frattempo i vecchi muoiono – a partire da “Sam il leone” (Ben Johnson), una sorta di padre per Sonny – e le attività chiudono: l'ultimo spettacolo del titolo è quello del cinema locale, che serra i battenti per l'ultima volta con una proiezione del western “Il fiume rosso” di Howard Hawks, al quale Duane e Sonny assistono prima di dividere le loro strade (il primo parte per la guerra in Corea, il secondo si rassegna a rimanere nella cittadina). Un film sulla fine della gioventù, velato di tristezza e nostalgia, privo di una vera trama e costruito su una successione di piccoli eventi di pigra quotidianità e “fatti della vita” che, nell'insieme, formano un significativo affresco del passaggio verso l'età adulta (tanto a livello individuale che collettivo). Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Larry McMurtry (co-sceneggiatore insieme al regista), fu girato in bianco e nero su suggerimento di Orson Welles e rappresentò il primo successo per Bogdanovich, fino ad allora noto soprattutto come critico cinematografico. La Shepherd era al debutto. Ben Johnson e Cloris Leachman vinsero l'Oscar come attori non protagonisti (la pellicola ebbe in tutto otto nomination, comprese quelle per il miglior film, la regia e la sceneggiatura). Nel cast anche Ellen Burstyn (la madre di Jacy), Sam Bottoms (il giovane Billy: l'attore è il fratello minore di Timothy, che interpreta Sonny), Clu Gulager e Randy Quaid. Nel 1990 Bogdanovich ne ha girato un sequel, “Texasville”, con gli stessi attori, ambientato trent'anni più tardi.

30 gennaio 2019

Amanti senza amore (Gianni Franciolini, 1948)

Amanti senza amore
di Gianni Franciolini – Italia 1948
con Roldano Lupi, Clara Calamai, Jean Servais
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Quando scopre che il celebre violinista Enrico Miller (Servais) è tornato nella sua città per un concerto, un'insana gelosia spinge il medico Piero Leonardi (Lupi) ad affrontarlo, convinto che si tratti dell'amante di sua moglie Elena (Calamai). In una serie di flashback veniamo a conoscenza degli antefatti: di come il rapporto fra Piero ed Elena si fosse da tempo deteriorato, con i due coniugi uniti più dall'odio o dall'insofferenza che dall'amore, e di come – nonostante questo – l'arrivo di Enrico nella vita di lei avesse suscitato sospetti e rabbia in Piero, incapace di comprenderne l'amicizia (anche perché filtrata da un linguaggio, quello della musica, a lui estraneo). Liberamente tratto dal romanzo breve “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj (di cui sposta l'ambientazione sulla riviera ligure, fra Sanremo e Genova), un film su un matrimonio infelice prima ancora che sull'ossessione e sull'ambiguità (come nel racconto originale, non sapremo mai se i due amanti fossero effettivamente tali), con tinte da melodramma e una fotografia espressionista o da noir americano. Alla sceneggiatura hanno collaborato, fra gli altri, Antonio Pietrangeli e Gianna Manzini. La colonna sonora di Nino Rota ingloba temi della “Sonata a Kreutzer” di Beethoven, il brano per pianoforte e violino che Elena ed Enrico suonano insieme.

29 gennaio 2019

Treni strettamente sorvegliati (Jiří Menzel, 1966)

Treni strettamente sorvegliati (Ostře sledované vlaky)
di Jiří Menzel – Cecoslovacchia 1966
con Václav Neckár, Josef Somr
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane Milos Hrma (Václav Neckár), discendente di una famiglia di “fannulloni”, comincia a lavorare come apprendista nella stazione ferroviaria di una piccola cittadina in Boemia. Siamo nel 1945, quando il paese è sotto l'occupazione tedesca: ma gli echi della seconda guerra mondiale giungono a malapena in un microcosmo dove non capita quasi niente, se non i (tragi)comici episodi di vita quotidiana che coinvolgono il protagonista e i suoi colleghi. Fra un passaggio di treno e l'altro, Milos frequenta la sua coetanea Masa, ma scopre di soffrire di eiaculazione precoce e per questo motivo tenta il suicidio. Su suggerimento di un dottore (interpretato dal regista stesso), chiede al più esperto collega (e dongiovanni) Hubicka di presentargli una donna che possa insegnargli a fare l'amore: la scelta cadrà su Viktoria Freie, partigiana che li coinvolgerà nel sabotaggio a un treno delle SS, carico di armi, di passaggio nella stazione. Fra coming-of-age e commedia, ironia ed erotismo (notevole la scena in cui Hubicka "timbra" le cosce e il sedere della giovane telegrafista), satira – apparentemente in chiave antitedesca ma in realtà diretta al regime comunista (la commissione disciplinare) – e dramma, un "piccolo" gioiellino dall'ambientazione circoscritta e dai personaggi vivaci e realistici, fra i migliori esempi della cosiddetta Nová vlna (Nouvelle vague) cecoslovacca. Bohumil Hrabal, autore del romanzo originale, collaborò all'adattamento con il regista, al primo lungometraggio dopo alcuni corti. La pellicola vinse l'Oscar per il miglior film straniero. In Italia è stata distribuita anche con i titoli "Quando l'amore va a scuola" e "Presto, datemi una donna!".

28 gennaio 2019

Charlie - Anche i cani vanno in paradiso (Don Bluth, 1989)

Charlie - Anche i cani vanno in paradiso (All Dogs Go to Heaven)
di Don Bluth – Irlanda/GB/USA 1989
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

Louisiana, 1939: il pastore tedesco Charlie, avanzo di galera che gestisce insieme al subdolo pitbull Carface una bisca clandestina per cani, viene ucciso a tradimento dal socio. Ma saprà fuggire dal paradiso e tornare in vita per vendicarsi, trovando la propria redenzione e sacrificandosi nuovamente per salvare una povera bambina orfana, Anne Marie, che ha la capacità di parlare con gli animali. Commistione fra gangster story e cinema fantastico alla Frank Capra, il tutto in chiave animalesca, è il quarto e ultimo dei titoli "di successo" di Don Bluth degli anni ottanta (dopo "Brisby e il segreto di NIHM", "Fievel sbarca in America" e "Alla ricerca della Valle Incantata"), con cui il regista cercò di affrancarsi dalla Disney e recuperare il fascino e le atmosfere (anche dark) delle pellicole dei primordi della Casa di Burbank: titoli che ebbero un certo riscontro soprattutto nel campo dell'home video, generando fra l'altro sequel e spin-off a ripetizione, non sempre con il coinvolgimento dello stesso Bluth ("Charlie", per esempio, darà vita a un seguito cinematografico e a una serie televisiva). Nonostante il budget limitato rispetto ai tre lavori precedenti (ma la qualità dell'animazione non ne risente più di tanto), il film ha un suo fascino particolare per come gioca con temi (la morte, il crimine, il gioco d'azzardo, un anti-eroe come protagonista) poco frequentati dal cinema d'animazione per bambini. Anche altre caratteristiche tipiche dei film Disney, come le canzoni, sono presenti in chiave trasfigurata, quasi parodistiche o comunque espressionistiche (interessante l'uso dei colori). La voce di Charlie in inglese è di Burt Reynolds, quella del suo amico Itchy è di Dom DeLuise. Il titolo italiano traduce in maniera imprecisa quello originale, che sarebbe "Tutti i cani vanno in paradiso" (ovvero, a differenza degli uomini, anche quelli cattivi).

26 gennaio 2019

La favorita (Yorgos Lanthimos, 2018)

La favorita (The favourite)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2018
con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Alla corte della regina Anna Stuart (Olivia Colman), nell'Inghilterra agli inizi del Settecento, le cugine Sarah Churchill (Rachel Weisz) e Abigail Masham (Emma Stone) si contendono la sua amicizia, i suoi favori (anche sessuali) e il ruolo di dama di compagnia e consigliera. Eccezionale e pungente period drama sul tema del potere, virato in chiave femminile attraverso un triangolo (isoscele) ai cui vertici troviamo tre attrici in stato di grazia. Ispirato a figure reali, è una sorta di "Eva contro Eva" in chiave storica: come nel film di Mankiewicz, la nuova arrivata (Abigail in questo caso) prova a scalzare la rivale – Sarah, duchessa di Marlborough, da sempre la più stretta amica e confidente della regina, al punto da condizionarne anche le scelte politiche – fingendo innocenza e utilizzando trucchi e manipolazioni di ogni tipo, compiendo così una vera e propria scalata sociale. Lo stile di Lanthimos (da notare stilisticamente l'uso del grandangolo) fonde, qui più che mai, il rigore di Kubrick (durante numerose scene viene spesso in mente "Barry Lindon", anche per via dell'illuminazione a candela o della colonna sonora a base dei soliti Händel, Bach, Purcell, Vivaldi, Schumann e Schubert: ma non mancano compositori moderni o sperimentali come Messiaen, Luc Ferrari e Anna Meredith) con il grottesco di Greenaway ("I misteri del giardino di Compton House": e si pensi anche ai colloquiali titoletti dei vari capitoli). Ma rispetto ai suoi lavori precedenti, almeno apparentemente, c'è un evidente scarto: per la prima volta ci troviamo in un luogo e in un'epoca storica ben precisa, e la vicenda appare più lineare e "accessibile" e meno ostica (anche perché la pellicola non è scritta da lui né dal suo consueto collaboratore Efthymis Filippou). In realtà non manca nemmeno stavolta quel senso di universalità, tipico della tragedia greca, che trasforma i personaggi in simboli e personificazioni delle passioni umane (il dominio, la gelosia, la devozione, l'inganno, la sofferenza, la dipendenza). E il divertimento è garantito dai tanti momenti stranianti, surreali o insoliti che arricchiscono la vicenda e donano spessore a tutte le figure, comprese quelle di contorno. La corte di Anna è un microcosmo dove gli eventi del mondo esterno (la guerra contro la Francia, per esempio) sono filtrati o alterati dalle idiosincrasie personali, dagli intrighi, dagli interessi o dalle distrazioni più bizzarre (la corsa delle anatre, il lancio delle melagrane). La stessa regina, forse il personaggio più complesso del film, trasfigura le proprie sofferenze in qualche modo (il dolore per la morte dei figli – non ha mai portato a termine una gravidanza – è sublimato dall'affetto per i conigli che tiene come animali domestici). E i temi del potere, della dominanza e della sottomissione assumono le forme più diverse (sessuali, ludiche, politiche). Le tre interpreti sono state giustamente nominate tutte e tre all'Oscar: ma chissà in base a quali criteri la Colman è stata candidata come miglior attrice, mentre la Stone e la Weisz come non protagoniste (sarebbe stato forse più giusto il contrario). In ogni caso, la pellicola ha ricevuto ben dieci nomination, compreso quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura originale (di Deborah Davis e Tony McNamara) e i costumi. La Weisz e la Colman avevano già recitato per Lanthimos in "The lobster". Nel cast anche Nicholas Hoult (Harley), Joe Alwyn (Masham) e James Smith (Godolphin).

25 gennaio 2019

Im Juli (Fatih Akin, 2000)

Im Juli (Im Juli.)
di Fatih Akin – Germania 2000
con Moritz Bleibtreu, Christiane Paul
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

All'inizio dell'estate Daniel (Moritz Bleibtreu), insegnante liceale di Amburgo, parte in auto per recarsi a Istanbul, dove spera di incontrare Melek (İdil Üner), una ragazza da poco conosciuta ma di cui crede di essersi innamorato. Durante il tragitto attraverso l'Europa (Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria), ricco di disavventure e di inconvenienti, si scoprirà invece affezionato a Luglio (Christiane Paul), sua occasionale compagna di viaggio. Commedia romantica on the road, spigliata e rocambolesca, che inizia in media res (con Daniel sperduto in Bulgaria che chiede l'autostop a İsa (Mehmet Kurtuluş), un bizzarro individuo con un cadavere nel bagagliaio) per poi raccontare in flashback gli antefatti e tirare le fila del discorso nel finale. I personaggi attraversano un'Europa caricaturale e sopra le righe, per raggiungere quella Turchia che è anche la patria di origine del regista tedesco: i due paesi, e il legame fra essi, saranno al centro della maggior parte delle sue pellicole (da “La sposa turca”, la più celebre, a “Ai confini del paradiso”). Da notare la simbologia del sole, onnipresente nel film (che si apre con un'eclissi), affiancata a quella della luna. Fatih Akin stesso interpreta la guardia di confine rumena, mentre suo fratello Cem è la guardia al confine turco. Il titolo originale (che significa “A luglio”, il mese in cui si svolge la storia ma anche il nome della coprotagonista) comprende anche il punto alla fine.

24 gennaio 2019

The fall (Tarsem Singh, 2006)

The Fall (id.)
di Tarsem Singh – USA/India 2006
con Lee Pace, Catinca Untaru
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

All'inizio del novecento, in un ospedale di Los Angeles, lo stuntman del cinema muto Roy Walker (Lee Pace), ferito alle gambe dopo un “salto” sul set, fa amicizia con la piccola rumena Alessandria (Catinca Untaru). Per ingraziarsi la bambina (e spingerla a procurargli le medicine con cui vorrebbe tentare il suicidio), l'uomo le racconta una storia inventata sul momento, che la fantasia della piccola trasfigura in un'avventura epica e colorata, con loro stessi come protagonisti. Assistiamo così alle vicende del “Bandito mascherato” e dei suoi variopinti compagni (un principe indiano, uno schiavo africano, un bombarolo italiano, un selvaggio mistico e il naturalista Charles Darwin) nella lotta contro il perfido governatore spagnolo Odious, collocate in scenari suggestivi in giro per il mondo (il film è stato girato in India, ma anche in Namibia, Bolivia, Indonesia, Sudafrica, Italia – a Roma e Tivoli – e a Praga). Il tutto mentre, nella “realtà”, l'affetto di Alessandria per Roy riuscirà a scuoterlo e a farlo desistere dai suoi propositi autodistruttivi. Remake di un film bulgaro del 1981, “Yo ho ho” di Zako Heskiya, è forse il miglior film di Tarsem, quello in cui il suo curatissimo talento visivo è anche al servizio di una storia compiuta e non banale. Una struttura che ricorda “Il labirinto del fauno” di Del Toro, con la commistione fra fiaba e dura realtà fitrata dagli occhi di una bambina, e un'estetica (costumi e architetture compresi) che rievoca a tratti Paradžanov (oltre che i colori di Bollywood) si mescolano attraverso le suggestioni storiche, la mescolanza di razze e di culture e la potenza dell'affabulazione (unita al fascino per gli albori del cinema, che ai tempi era assai “fisico”: nel finale si mostrano spezzoni di pellicole di Buster Keaton, Charlie Chaplin e altri “acrobati” del muto). Da notare come ci sia spesso uno scarto fra le parole del racconto di Roy (che si ispira a persone realmente esistite: non solo Darwin ma anche lo schiavo Ota Benga) e le immagini nella mente della bambina (per dirne una, quando l'uomo parla di indiani si riferisce probabilmente ai pellerossa dei film western in cui lavora, mentre Alessandria dà loro le fattezze degli indù che ha visto nella piantagione di arance: allo stesso modo la bambina si immagina gli abiti stravaganti dei personaggi e dona loro i volti e le fattezze delle persone attorno a lei). I costumi sono di Eiko Ishioka. La lavorazione è stata assai lunga, anche perché Tarsem ha voluto limitare al minimo l'uso di effetti speciali (e girare in location reali). Nella colonna sonora spicca l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven.

23 gennaio 2019

Piove sul nostro amore (Ingmar Bergman, 1946)

Piove sul nostro amore (Det regnar på vår kärlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1946
con Birger Malmsten, Barbro Kollberg
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

David, ex galeotto, e Maggi, fuggita di casa perché incinta, si incontrano per caso alla stazione ferroviaria in una piovosa notte di ottobre e decidono di andare a vivere insieme. I loro tentativi di costruirsi una nuova vita onesta (acquistando una casetta e trovando un lavoro), fra mille traversie, saranno frustrati in continuazione dalla società, dalla morale e dai pregiudizi della gente. Ma alla fine, grazie all'intervento del misterioso “narratore” della storia (una sorta di angelo custode), che li difenderà in tribunale durante un processo, riusciranno ad avere una nuova occasione. Secondo film di Bergman, che sotto l'aspetto del fotoromanzo melodrammatico sfiora già temi profondi e di spessore, come il rapporto fra individuo e società (in particolare quello dei giovani che devono fare i conti con le leggi e la burocrazia “paterna”). Lo fa con toni leggeri (la commistione fra dramma e commedia anticipa quasi Fellini, anche se la trama ricorda “L'uomo del sud” di Renoir e lo stile è debitore in generale alle atmosfere del realismo poetico di Marcel Carné), una struttura un po' improvvisata e una forma ondivaga ma comunque gradevole, anche grazie alla buona caratterizzazione dei tanti personaggi di contorno (come i due venditori ambulanti e la vicina bonacciona, ma anche il perfido proprietario della casetta e i vari rappresentanti dell'ordine – il prete, l'avvocato, il funzionario – che mettono i bastoni fra le ruote ai due giovani). Tipicamente bergmaniano, invece, il personaggio del narratore-angelo custode.

22 gennaio 2019

I Origins (Mike Cahill, 2014)

I Origins (id.)
di Mike Cahill – USA 2014
con Michael Pitt, Àstrid Bergès-Frisbey, Brit Marling
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

Il biologo molecolare Ian Gray studia l'evoluzione dell'occhio per dimostrare che Dio non esiste (soprattutto negli Stati Uniti, infatti, questo è uno degli argomenti chiave nel dibattito fra scienziati e creazionisti). Dopo la tragica morte della sua fidanzata Sofi, che a differenza sua era profondamente credente, proprio la struttura dei suoi occhi gli farà scoprire una sconvolgente verità sulla reincarnazione. Il secondo film del regista di “Another Earth” cerca, come il precedente, di mantenersi in equilibrio fra la fantascienza e il romantico-filosofico (o addirittura, in questo caso, la religione), ma stavolta il risultato è un po' un pasticcio, che affonda fra luoghi comuni (la netta divisione fra lo scienziato ateo e la ragazza “aperta” alla spiritualità, che lo critica perché con i suoi esperimenti di modificazione genetica di esseri viventi in laboratorio “gioca a fare Dio”), confusione narrativa (troppi ingredienti vengono introdotti senza che abbiano il necessario payoff: la lesione agli occhi di Ian o il prete incontrato in ascensore, per esempio) e, cosa peggiore di tutte, le stimmate del film a tesi (vedi anche l'utilizzo delle coincidenze). L'ultima parte, quella ambientata in India, dove il protagonista si reca in cerca della possibile reincarnazione della sua amata, è in particolare talmente prevedibile da mettere a repentaglio anche l'eventuale buona disposizione dello spettatore. E il continuo insistere sulla dicotomia (a livello peraltro banale) fra scienza e religione rivela soltanto un'ossessione tipicamente americana. Peccato, perchè la forma della pellicola non era male, con il suo ritmo rilassato e la fotografia suggestiva, ma finisce per essere sovrastata dai contenuti.

20 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody (Bryan Singer, 2018)

Bohemian Rhapsody (id.)
di Bryan Singer [e Dexter Fletcher] – USA 2018
con Rami Malek, Lucy Boynton
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

La vita e la figura di Freddy Mercury raccontata attraverso la storia dei Queen (dalle origini nel 1970 al concerto Live Aid del 1985), il suo stile eccentrico, le crisi personali, il successo planetario, la scoperta della malattia. Potendo contare (oltre che sull'ottima interpretazione di Rami Malek) su un punto di forza indiscutibile come la stratosferica musica del gruppo, il film sceglie giustamente di lasciare ampio spazio a quest'ultima (in particolare nel finale), a costo di sacrificare il contorno e gli approfondimenti. E dunque, se la sceneggiatura è quella di una biografia convenzionale (in contrasto con le scelte artistiche e di immagine di Mercury), l'energia dei brani musicali e la loro capacità di fondere i generi (il rock, l'opera, la disco) e di risultare anche melodicamente memorabili, bastano e avanzano per coinvolgere lo spettatore e farlo entrare emotivamente in sintonia con il personaggio principale, un artista di enorme talento che vaga alla ricerca dell'amore o anche solo dell'amicizia. Anche la fedeltà nella ricostruzione storica è talvolta sacrificata ad esigenze di semplificazione o di narrazione: ma il risultato è comunque trascinante come se ci si trovasse a un vero concerto (soprattutto se il film viene visto in sala o con un impianto audio all'altezza). Pur essendo la regia accreditata al solo Singer, questi in realtà ha abbandonato la pellicola con qualche polemica durante le riprese, che sono state completate da Dexter Fletcher. Per il ruolo di Freddy Mercury si era pensato a Sacha Baron Cohen e poi a Ben Whishaw. I membri dei Queen (il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor e il bassista John Deacon) sono interpretati rispettivamente da Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello. Lucy Boynton è Mary Austin, l'amica e compagna di Freddy, Allen Leech è Paul Prenter, il suo segretario personale. Cameo per Mike Myers nei panni del produttore (fittizio, ma ispirato al boss della EMI Roy Featherstone) che si fa sfuggire la band perché spaventato dalla durata e dalla novità di "Bohemian Rhapsody". Di quest'ultimo brano, che pure dà il titolo al film, si sentono numerosi passaggi ma non è mai riprodotto per intero. Nella colonna sonora ci sono quasi tutte le canzoni più celebri dei Queen: da "Killer Queen" a "Love of My Life", da "We Will Rock You" ad "Another One Bites the Dust", da "I Want to Break Free" a "Who Wants to Live Forever", da "Radio Ga Ga" a "We Are the Champions", per concludere (sui titoli di coda) con "The Show Must Go On". Nella sua casa, circondato da gatti, Freddy ascolta invece brani d'opera (in particolare Puccini, dalla "Madama Butterfly" alla "Turandot"). Le scene ambientate a Monaco di Baviera sembrano rifarsi alle atmosfere dei film di Fassbinder. Accolta tiepidamente dalla critica (ma premiata ai Golden Globe e agli Oscar), la pellicola ha riscosso un enorme successo di pubblico, restando nelle sale diversi mesi (anche in versione karaoke) e diventando il biopic musicale con il maggior incasso di sempre.

19 gennaio 2019

Life, animated (Roger Ross Williams, 2016)

Life, animated (id.)
di Roger Ross Williams – USA 2016
con Owen Suskind, Ron Suskind
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

A tre anni, a Owen Suskind viene diagnosticato l'autismo. Il bambino si chiude rapidamente in sé stesso, senza un'apparente via d'uscita. E invece, il suo amore per i film d'animazione della Disney riesce a fornirgli uno strumento per dare un senso al mondo che lo circonda e per comunicare con l'esterno, attraverso le battute delle pellicole (che ha memorizzato) e le emozioni dei personaggi dei cartoni, grazie alle quali pian piano esce dal suo guscio. Questo documentario ce lo mostra quando, a 23 anni, si diploma e va a vivere da solo, affrontando in autonomia le prime difficoltà della vita (una relazione sentimentale, la ricerca del lavoro). Interessante come argomento, e per come intreccia il tema della malattia ai messaggi fondanti delle pellicole Disney (in particolare quelle sulla crescita e l'accetazione di sé, come "Il re leone", "Peter Pan" e "Bambi", ma anche sull'emarginazione, come "Il gobbo di Notre Dame" o "La sirenetta"), il film fa anche uso di alcuni spezzoni animati appositamente (che ritraggono Owen da bambino, o le storie che lui stesso ha inventato). Peccato però che sia un po' troppo lungo: a metà strada ha già detto tutto quello che aveva da dire, ma si trascina ulteriormente pur di raggiungere la durata di un lungometraggio. La pellicola è tratta dal libro di memorie scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind.

18 gennaio 2019

8 Mile (Curtis Hanson, 2002)

8 Mile (id.)
di Curtis Hanson – USA 2002
con Eminem, Kim Basinger
***

Rivisto in TV.

Il giovane Jimmy Smith Jr. – chiamato da tutti "B-Rabbit" – non sembrerebbe il miglior candidato per diventare un grande rapper (quale è il suo sogno): per cominciare è bianco, mentre quasi tutti gli altri "artisti dell'hip-hop", affermati o aspiranti tali, sono neri. Poi vive in una roulotte ancora con la madre (e in un mondo dove tutti si atteggiano a "duri", non ci potrebbe essere umiliazione più grande!). E in generale è un loser, con una vita quanto mai disagiata: lavora con turni massacranti in una fabbrica di automobili (siamo a Detroit, dopotutto), ha problemi familiari, bazzica con una cricca di amici sfigati, e viene tradito persino dalla sua stessa ragazza (Brittany Murphy), che pur di ottenere un ingaggio come modella si concede a uno dei suoi rivali. Ma proprio dalla rabbia e dalla frustrazione riesce a trovare la forza per tirare orgogliosamente su la testa, continuare a lottare e sconfiggere i suoi avversari nella battaglia finale a colpi di slang e di rime. Non amo il rap, ma la visione di questo film (liberamente ispirato alla vera vita di Eminem, che oltre a recitare firma anche la colonna sonora) ha rappresentato uno dei rari casi in cui ho apprezzato (e capito, almeno in parte) questo genere musicale. Il bello è che si tratta essenzialmente di una pellicola di arti marziali o di pugilato, dove però i combattimenti sul ring sono sostituiti dalle "battaglie" freestyle, ovvero aggressive improvvisazioni vocali a colpi di rime e di ironia con cui i rapper si insultano a vicenda, e dove il vincitore è colui che lascia senza parole l'avversario o gli ritorce contro i suoi stessi insulti nel modo migliore. Pur con qualche limite, Eminem si dimostra un attore sorprendentemente efficace nel dar vita a un personaggio perfettamente calato in una realtà difficile e disagiata, il quartiere 313 di Detroit (dal numero del prefisso telefonico), un ambiente fatto di periferie industriali, di gang di perdigiorno o di criminali, di fallimenti e di sogni di riscatto. Da notare che il doppiaggio italiano cerca goffamente di tradurre lo slang usato dai personaggi (per esempio, l'epiteto "man" con cui tutti si chiamano l'un l'altro diventa "bello"): per fortuna (e inevitabilmente, direi), le "canzoni" sono però lasciate in inglese con sottotitoli (le traduzioni si perdono comunque mille sfumature). Il titolo si riferisce alla strada (8 Mile Road) che divide il quartiere bianco da quello nero. Kim Basinger, che per Hanson aveva recitato già in "L.A. Confidential", è la scapestrata madre del protagonista. Nel cast anche Mekhi Phifer, Evan Jones e Anthony Mackie. Il regista John Singleton ha un cameo come buttafuori. Il film vinse l'Oscar per la miglior canzone con "Lose Yourself" (fu la prima volta che il premio andò a un brano rap).

17 gennaio 2019

The tourist (F. Henckel von Donnersmarck, 2010)

The tourist (id.)
di Florian Henckel von Donnersmarck – USA/GB/Fra/Ita 2010
con Johnny Depp, Angelina Jolie
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In vacanza a Venezia, un insegnante americano (Depp) viene scambiato per un criminale che da anni ha fatto perdere le proprie tracce. Ed è coinvolto da una misteriosa donna (Jolie) in una pericolosa avventura, inseguito sia dalla polizia inglese che dai gangster ai quali l'uomo ha sottratto milioni di dollari. Remake del film francese "Anthony Zimmer" di Jérôme Salle, il secondo lungometraggio del regista de "Le vite degli altri" è un deludente e frivolo spy movie senza troppa originalità, che mescola un canovaccio hitchcockiano con ingredienti noti (lo scenario "esotico", la femme fatale, i cattivi russi) puntando le sue carte – oltre che sulle location della città lagunare – su due soli (teorici) punti di forza: gli interpreti di grido e il colpo di scena conclusivo. Peccato che Depp e Jolie recitino con il freno a mano tirato, con una sola espressione per tutto il film (sperduto lui, sorniona lei), e che il finale sia ampiamente prevedibile almeno da metà pellicola (preannunciato anche dal simbolismo legato al dio Giano bifronte). Resta straniante vedere attori (spesso comici) italiani come Christian De Sica, Neri Marcoré, Nino Frassica e Raoul Bova in un baraccone hollywoodiano a fianco dei suddetti e degli altri nomi noti del cast (Paul Bettany, Timothy Dalton).

16 gennaio 2019

Limitless (Neil Burger, 2011)

Limitless (id.)
di Neil Burger – USA 2011
con Bradley Cooper, Robert De Niro
**

Visto in TV.

Assumendo un farmaco sperimentale, uno scrittore fallito (Bradley Cooper) riesce ad avere accesso alla parte inutilizzata del proprio cervello. Diventa così più intelligente, creativo, disinibito e pieno di iniziativa, ottenendo successo in campo letterario e lanciandosi poi in ardite speculazioni finanziarie. Ma si scopre anche incapace di fare a meno della droga, che gli procura dipendenza ed alcuni effetti negativi. E naturalmente, il farmaco inizia a fare gola ad altre persone, mettendo a repentaglio la vita del protagonista... Uno spunto interessante, forse non sviluppato al pieno del suo potenziale (di certo non ai livelli di quanto farà Luc Besson con la sua "Lucy" qualche anno più tardi), per un film che si lascia guardare ma che alla fine lascia ben poco di memorabile, nonostante la regia spigliata di Burger (buoni gli effetti visivi che mostrano lo stato di coscienza alterato di chi è in preda al farmaco). E bravi comunque gli interpreti, soprattutto un Bradley Cooper che a tratti ricorda il primo Ralph Fiennes, affiancato da Robert De Niro (l'affarista di cui il nostro eroe diventa il braccio destro), Abbie Cornish (la fidanzata) e Andrew Howard (il mafioso russo). Dal film è stata tratta una serie tv (di una sola stagione) nel 2015.

14 gennaio 2019

Ralph spacca Internet (Johnston, Moore, 2018)

Ralph spacca Internet (Ralph breaks the Internet)
di Phil Johnston, Rich Moore – USA 2018
animazione digitale
**

Visto al cinema CityLife Anteo, con Sabrina.

Sequel di "Ralph Spaccatutto", realizzato (e ambientato) sei anni dopo l'originale. Per recuperare un pezzo di ricambio per il videogioco "Sugar Rush", in vendita soltanto su eBay, Ralph e la sua amica Vanellope abbandonano la comfort zone della loro sala giochi per tuffarsi online nello sconfinato (e sconosciuto) mondo di Internet. Qui, fra novità e pericoli di ogni tipo, allargheranno i propri orizzonti e la loro amicizia sarà messa a dura prova quando Vanellope si lascerà affascinare da un gioco di corse assai più realistico (e cupo) del proprio, "Slaughter Race". Raramente i sequel di film-gioiello sono all'altezza del prototipo, e questo ne è il tipico esempio. La pellicola originale era perfetta nel suo mix di avventura, kawaii, citazionismo e nostalgia per gli anni ottanta: questa vuole allargare il campo all'universo della rete che ci circonda, citando i siti e i servizi più disparati (ma ben pochi, come appunto eBay, hanno un ruolo nella trama) nonché alcuni degli aspetti più affascinanti e deleteri al tempo stesso (i video acchiappaclick, lo spam, i commenti degli hater, il dark web), ma lasciando intendere che il fulcro di tutto devono rimanere i rapporti umani. E infatti il climax della pellicola ruota attorno al concetto di amicizia, a rischio di scomodare cliché e di suscitare sbadigli. Anche perché i due protagonisti, estrapolati dal loro ambiente naturale, sembrano di colpo molto più convenzionali e meno interessanti. Fra le scene migliori (anche se si tratta di una strizzatina d'occhio autoreferenziale, essendo la pellicola prodotta dalla casa di Burbank), quella dell'incontro di Vanellope con le principesse Disney, che le insegnano la loro filosofia e l'utilizzo delle canzoni per esprimere i propri sentimenti. Una cosa, però, lasciatemela dire: "Sugar Rush" era molto più divertente di "Slaughter Race".

13 gennaio 2019

Un po', tanto, ciecamente (C. Cornillac, 2015)

Un po', tanto, ciecamente (Un peu, beaucoup, aveuglément)
di Clovis Cornillac – Francia 2015
con Clovis Cornillac, Mélanie Bernier
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Lei è una pianista insicura di sé, che ha appena traslocato in un nuova casa per preparare un importante concorso. Lui è un misantropo inventore di giochi e rompicapo, che ama il silenzio e vive da recluso. Purtroppo abitano in due appartamenti adiacenti, separati da una parete sottilissima che lascia filtrare ogni minimo rumore, dandosi reciprocamente fastidio. Dapprima si fanno la guerra, poi si accordano sui rispettivi orari in cui lavorare, e infine si innamorano e decidono di fidanzarsi... il tutto rimanendo ciascuno dalla propria parte del muro e dunque senza mai vedersi di persona ("Staremo insieme, ma separati"). Un'originale commedia romantica che, al di là di tutti i luoghi comuni del genere risulta fresca e accattivante grazie a una trovata che ricorda (specie nel "liberatorio" finale) lo spunto di "The hole" di Tsai Ming-liang, anche se qui è tutto è all'insegna della leggerezza e della simpatia. Fra i brani che la protagonista suona c'è tanto Chopin (ma anche Mendelssohn e Beethoven). Cornillac, noto soprattutto per essere stato uno degli interpreti live action di Asterix, assomiglia leggermente a DiCaprio ed era all'esordio come regista. Lilou Fogli (anche co-sceneggiatrice) e Philippe Duquesne sono rispettivamente la sorella di lei e il miglior amico di lui: mitica la cena "a quattro", divisa a metà fra i due appartamenti.

12 gennaio 2019

Unbreakable (M. Night Shyamalan, 2000)

Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable)
di M. Night Shyamalan – USA 2000
con Bruce Willis, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV.

Dopo essere stato l'unico sopravvissuto di uno spaventoso disastro ferroviario, dal quale è uscito miracolosamente incolume e senza un graffio, la guardia giurata David Dunn (Willis) viene contattata dall'ambiguo e misterioso Elijah Price (Jackson), commerciante di tavole di fumetti (e teorico del genere, che vede come un archetipo dell'intera società umana), convinto che l'uomo sia "indistruttibile" e, pertanto, destinato a diventare un supereroe. Il secondo film di Shyamalan ad attirare l'attenzione del pubblico dopo il successo de "Il sesto senso" (sempre con Bruce Willis come protagonista) cementa la sua fama come autore di pellicole con il "finale a sorpresa", anche se in questo caso il plot twist è più prevedibile e meno sconvolgente del precedente. Introdotto da una serie di strampalate statistiche sui comic book americani, il film gioca con la mitologia e gli stereotipi dei fumetti di supereroi, affrontando però la materia con realismo e in versione esistenziale, calandola nella quotidianità (dai nomi in codice ai costumi colorati, dai punti deboli degli eroi alla dicotomia fra bene e male), "camuffando" dunque la sua reale natura fino alla fine sotto la forma di un thriller (para)psicologico. La sceneggiatura (dello stesso Shyamalan) si prende i suoi tempi nell'introdurre gli elementi importanti della vicenda, condisce il tutto con una buona caratterizzazione dei personaggi (compresi i comprimari, come la moglie e il figlio di David o la madre di Elijah), ed è coadiuvata da una regia che, parimenti, cela alcuni tocchi geniali (nella sequenza sui titoli di testa, per esempio, i seggiolini del treno che separano i personaggi trasformano lo schermo in una successione di vignette come quelle di un fumetto). Indimenticabili i due protagonisti: David è un Superman inconsapevole, che si ritrae e tiene tutti a distanza, insicuro di sé e dei suoi poteri (non solo invulnerabilità, ma anche superforza e una sorta di precognizione); Elijah è il suo opposto, anche fisicamente, visto che soffre di una sindrome genetica che gli rende le ossa estremamente fragili, tanto da essere soprannominato "L'uomo di vetro" ("Mr. Glass" in originale). Willis e Jackson avevano già recitato insieme in "Die Hard 3" e "Pulp Fiction". Robin Wright Penn è la moglie di David. Il regista fa come di consueto una breve apparizione di persona: è lo spacciatore fermato allo stadio. Anche se la maggior parte degli albi a fumetti che si vedono in scena sono reali (per lo più della Marvel), quelli essenziali per la trama sono stati inventati ("Active Comics" e "Sentryman"). Due pellicole successive di Shyamalan saranno ambientate nello stesso universo: l'horror "Split" e il sequel di entrambe "Glass".

11 gennaio 2019

Daphne & Velma (Suzi Yoonessi, 2018)

Daphne & Velma - Il mistero della Ridge Valley High
(Daphne & Velma)
di Suzi Yoonessi – USA 2018
con Sarah Jeffery, Sarah Gilman
**

Visto in TV.

Le liceali Daphne Blake (Jeffery) e Velma Dinkley (Gilman) non potrebbero essere più diverse l'una dall'altra: ingenua, fortunata, estroversa e ottimista la prima, nonché appassionata di paranormale e convinta che esistano fantasmi ed alieni; cinica, introversa, scostante e nerd la seconda, che invece ha una spiegazione razionale per ogni fenomeno. Eppure sono amiche: ed insieme si troveranno a indagare su misteriosi accadimenti all'interno della loro scuola, un avveniristico istituto per giovani prodigi... Teen movie leggero e disimpegnato, spigliato e cartoonesco, stupido ma non troppo, che non è altro che uno spin-off (di ambientazione moderna e high tech) sui due personaggi femminili di "Scooby-Doo", di cui ci vengono raccontate le "origini" (ma del tutto fruibile a sé stante: né il cane né gli altri personaggi della serie vengono nemmeno menzionati). Nonostante la confezione da tv movie, gli attori da Disney Channel e le situazioni improbabili (il padre di Daphne che la "protegge" in segreto da ogni inconveniente), la pellicola è sufficientemente godibile grazie a un umorismo demenziale che coglie spesso nel segno (il drone della vergogna) e al sovvertimento di alcuni luoghi comuni dei film di ambientazione scolastica (come i bulli che tali non sono, o la totale assenza di sottotrame romantiche), per non parlare dello spazio dato a personaggi femminili che non hanno bisogno di quelli maschili per togliersi dai guai. E al di là dell'elogio dell'amicizia e del gusto per l'ignoto e per l'avventura, naturalmente rimane l'idea di fondo della serie madre: tutti i misteri si riveleranno frutto di un'elaborata messinscena (con la classica frase del cattivo, una volta scoperto: "Ce l'avrei fatta se non fosse stato per voi impiastri ficcanaso!").

10 gennaio 2019

Mirage (Edward Dmytryk, 1965)

Mirage (id.)
di Edward Dmytryk – USA 1965
con Gregory Peck, Diane Baker
**1/2

Visto in TV.

In seguito a un improvviso blackout nel grattacielo newyorkese dove lavora, il perito contabile David Stillwell (Peck) scopre di non ricordare più gran parte del proprio passato, al di là degli ultimi due anni. E in contemporanea con una serie di strani accadimenti (il suicidio di un importante filantropo e attivista politico, che si getta dalla finestra del proprio ufficio; misteriosi individui che lo seguono e lo prendono di mira, forse perché lo scambiano per qualcun altro), completamente disorientato, si rivolge dapprima a uno psichiatra e poi a uno scalcinato detective privato (Walter Matthau) affinché lo aiutino a far luce sulla vicenda... Interessante thriller nella vena di "Sciarada" e dai toni hitchcockiani (ci sono tutti gli ingredienti cari al maestro del brivido: l'uomo comune al centro di un intrigo internazionale, il MacGuffin cui tutti danno la caccia, la donna misteriosa e fatale), calato nell'attualità (è in gioco la pace nel mondo, attraverso il disarmo nucleare) e con accenni satirici verso la "grottesca modernità" (l'automazione dei servizi, come gli ascensori). La sceneggiatura forse non è del tutto oliata, e la storia è un po' confusa e stiracchiata (anche lo spettatore è lasciato all'oscuro di tutto, come il protagonista, fino al finale che spiega ogni cosa), ma la regia di Dmytryk la vivacizza occasionalmente con il montaggio di frasi e momenti precedenti come improvvisi lampi di memoria nel flusso del racconto. Nel cast anche Walter Abel, George Kennedy e Kevin McCarthy.

9 gennaio 2019

Taking off (Miloš Forman, 1971)

Taking off (id.)
di Miloš Forman – USA 1971
con Buck Henry, Lynn Carlin
***

Rivisto su Dailymotion.

Alla ricerca della loro figlia quindicenne Jeannie (Linnea Heacock), fuggita di casa dopo aver partecipato a un'audizione per voci femminili, i coniugi Larry (Buck Henry) e Lynn Tyne (Lynn Carlin) si iscrivono alla Società Genitori Figli Scappati. E per cercare di comprendere meglio i propri figli, decidono di provare a fumarsi uno spinello... Il primo film "occidentale" di Forman, che era emigrato negli Stati Uniti dopo gli eventi della Primavera di Praga, è una divertente e caustica satira del gap generazionale nell'America degli hippy e dell'LSD, dove i genitori appaiono ancora più clueless e disgiunti dalla realtà dei loro figli. Soggetti a psicosi e paranoie, nonché a dipendenze di ogni tipo (il fumo, l'alcool, il sesso) che cercano inutilmente di tenere a freno con ogni mezzo possibile (compresa l'ipnosi), i genitori scoprono di non avere assolutamente nessun canale di comunicazione aperto con i giovani, che invece vivono la propria vita in totale libertà, nonostante le paure e le incertezze. Sceneggiato dallo stesso Forman insieme (fra gli altri) a Jean-Claude Carrière e John Guare, e vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il film (che ebbe scarso successo di pubblico) è una commedia leggera che sconfina spesso nella farsa, come nel finale in cui la ragazza torna a casa da sola mentre i genitori, in preda ai fumi dell'hashish, sono impegnati in una partita di strip poker con una coppia di amici. E nonostante l'ambientazione ormai un po' datata, diverte ancora parecchio. Fra le ragazze che partecipano all'audizione ci sono le (giovanissime) Kathy Bates, Jessica Harper e Carly Simon.

8 gennaio 2019

Non c'è pace tra gli ulivi (G. De Santis, 1950)

Non c'è pace tra gli ulivi
di Giuseppe De Santis – Italia 1950
con Raf Vallone, Lucia Bosè
**1/2

Visto in TV.

Nella speranza di ripetere il successo di "Riso amaro" (uscito l'anno precedente), De Santis ne sfrutta di nuovo il canovaccio, innestando gli stilemi del cinema americano (questa volta il modello estetico e narrativo è quello del western) sui temi e i luoghi del neorealismo italiano (storie ambientate fra le povere comunità contadine o agricole, immerse in scenari arcaici e stili di vita ancestrali) e raccontando una vicenda a base di faide fra i pastori della Ciociaria, la propria terra natale (la pellicola è girata nei pressi di Fondi, e la voce fuori campo che la introduce e la conclude è quella del regista stesso). Il giovane Francesco Dominici (Raf Vallone), tornato dalla guerra, scopre che l'avido Agostino Bonfiglio (Folco Lulli) ha ridotto in miseria la sua famiglia, approfittando della sua assenza per rubargli le pecore, e non solo: forte della sua nuova ricchezza e del suo potere, gli ha sottratto anche la fidanzata, Lucia (Bosé), la cui famiglia, indebitata nei suoi confronti, gliel'ha promessa in sposa. Quando Francesco cerca di riprendersi il gregge, viene denunciato da Bonfiglio e finisce addirittura in prigione, perché nessuno degli altri pastori – nel timore di rappresaglie – testimonia in suo favore. Evaso, Francesco medita vendetta... Ma la resa dei conti potrà avvenire solo quando anche gli altri pastori, in un risveglio di coscienza collettiva e di solidarietà (anche perché vessati dalla sempre maggiore prepotenza dell'arricchito Bonfiglio, che si è impadronito di tutti i loro pascoli), si decideranno ad aiutarlo e a spalleggiarlo. Rispetto al film precedente, tutto è più schematico, e più che i personaggi (molto stereotipati) a risaltare sono i paesaggi aridi e rocciosi di una terra brulla e aspra. Bella la fotografia in bianco e nero, curiosa la regia che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ricercate composizioni delle inquadrature, con i personaggi che – anziché rivolgersi l'uno all'altro – parlano quasi in macchina allo spettatore. Fra gli interpreti, meglio Lulli di Vallone o della statuaria Bosé. Maria Grazia Francia è la sorella minore di Francesco, violentata dal rivale. Dante Maggio è il (macchiettistico) compagno di evasione napoletano.

6 gennaio 2019

La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)

La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory)
di Tim Burton – USA 2005
con Johnny Depp, Freddie Highmore
**

Rivisto in DVD.

Willy Wonka (Depp), eccentrico produttore di cioccolato, invita cinque bambini, accompagnati dai rispettivi genitori, a visitare la sua leggendaria fabbrica, che da anni ha chiuso le porte a chiunque. Fra loro c'è il povero Charlie (Highmore), l'unico che si dimostrerà all'altezza di diventarne l'erede, mentre gli altri saranno puniti per i loro vizi. Secondo adattamento del romanzo di Roald Dahl, dopo quello cult del 1971 con Gene Wilder ("Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato"), con tutto il suo carico di fantasia, magia e (non troppo) velato moralismo. Il titolo originale, dedicato al piccolo Charlie, torna fedele a quello del libro (ma non nella versione italiana, che lo semplifica omettendo del tutto il nome del protagonista), benché – per paradosso – il film sia ancora più focalizzato del precedente sulla figura dello stravagante Willy Wonka, al quale dedica tutta una serie di flashback che ne ricostruiscono le "origini" e l'infanzia. Veniamo così a sapere della sua passione per i dolci e dei contrasti che questa gli ha causato con il padre dentista (interpretato da Christopher Lee). Il tutto "normalizza" il personaggio (che da indecifrabile e sarcastico "mago" super partes diventa una figura insicura e disturbata, quasi psicopatica, a disagio con i bambini e con un forte complesso di padre) ma si iscrive perfettamente nella poetica di Burton (e di altri autori hollywoodiani, Spielberg in primis), ossessivamente incentrata sul rapporto fra padri e figli. Finale a parte, la trama è identica al film precedente, con piccoli cambiamenti che la rendono più fedele al romanzo: alcuni innocui (la prova di Veruca Salt non riguarda oche giganti che sfornano uova dorate, ma scoiattoli che hanno il compito di selezionare le noccioline), altri più significativi (non c'è la sottotrama del "rivale" Slugworth; Charlie non è orfano di padre; e inoltre, a differenza degli altri bambini, non viene messo alla prova: manca infatti la scena in cui lui e il nonno cedono alla tentazione di assaggiare le bibite gassate, salvandosi poi grazie ai rutti). E in generale, c'è molta più attenzione alla political correctness (i nonni non fumano, viene ribadito spesso che troppi dolci fanno male, si insiste sul tema della carie...) che rende retorici i messaggi. Le scenografie, quando non richiamano il film originale, sembrano studiate apposta per realizzare poi un'attrazione a Disneyland (vedi anche le corse sulla barca o sull'ascensore). Sofisticata ma brutta la colonna sonora di Danny Elfman, in particolare le orribili canzoncine degli Umpa Lumpa (che sono nanetti pigmei, e non creature fantastiche dalla pelle arancione). Da notare la citazione di "2001: Odissea nello spazio" nella scena della stanza della televisione. Del cast (David Kelly è il nonno Joe, Noah Taylor e Helena Bonham Carter sono i genitori di Charlie), gli unici degni di nota (per motivi diversi) sono Depp, Lee e l'ubiquo Deep Roy (che interpreta tutti gli Umpa Lumpa). Nel complesso, la pellicola è inferiore in quasi tutto al film del 1971, di cui non ha la semplicità (e anzi aggiunge confusione, con il travisamento del personaggio di Willy Wonka), ma come fiaba moderna vanta comunque i suoi momenti e garantisce un adeguato divertimento (meglio dell'"Alice" di Burton, comunque!).

5 gennaio 2019

Le ali (Larisa Shepitko, 1966)

Le ali (Krylya)
di Larisa Shepitko – URSS 1966
con Maya Bulgakova, Zhanna Bolotova
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Pilota decorata durante la seconda guerra mondiale, Nadezhda Petruchina (Maya Bulgakova) non si è mai sposata, fa ora parte del consiglio cittadino ed è la direttrice della casa dello studente. Ma nonostante le numerose attività e l'intensa vita sociale, per la quale è benvoluta da tutti, scopre di non avere punti di contatto con le giovani generazioni: né con gli studenti della sua scuola – fra i quali spicca Bystryakov (Sergei Nikonenko), un ragazzo da lei espulso per via di una banale lite e che orgoglisamente aveva rifiutato di chiedere scusa – né con la sua stessa figlia (adottiva) Tanya (Zhanna Bolotova), che ha deciso di vivere una vita indipendente e lontano da lei. Opera prima (dopo un film studentesco) di una brillante cineasta che realizzerà solo quattro lungometraggi (fra cui il celebre "Ascensione") prima di morire in un incidente stradale, "Le ali" è una pellicola intensa e significativa, ritratto agrodolce (e ricco di sfumature) di un personaggio che si ritrova a tracciare un fallimentare bilancio della propria esistenza, fra delusioni, rimpianti e presa di coscienza: il finale aperto e "libero", nel quale Nadezhda prende il volo a bordo di uno degli aeroplani, può essere interpretato come reale (un suicidio?) o simbolico. Tutto il film, in effetti, si mantiene in equilibrio fra il realismo e l'onirico, attraverso un personaggio che fatica a conciliare i propri sentimenti (e i sogni di gioventù, simboleggiati dal desiderio di volare) con il mondo che lo circonda (e la repressione del presente). Accolto con qualche perplessità in patria: non solo per aver rappresentato un'eroina di guerra come "un'anima smarrita" ma anche e soprattutto per aver evidenziato per la prima volta la presenza in Russia di un "gap generazionale".

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

2 gennaio 2019

ARQ (Tony Elliott, 2016)

ARQ (id.)
di Tony Elliott – USA/Canada 2016
con Robbie Amell, Rachael Taylor
**1/2

Visto in TV.

Renton (Amell), ingegnere che ha inventato una turbina per produrre energia infinita, e la sua compagna Hannah (Taylor) vengono aggrediti in casa da un gruppo di ribelli che si battono contro la corporazione che controlla le risorse dell'intero pianeta. Presto, però, scoprono di trovarsi all'interno di un loop temporale (di poche ore) che si ripete in continuazione, causato proprio dall'ARQ, l'invenzione di Renton. Dapprima è solo l'uomo a rendersene conto: poi, poco a poco, ne diventano consapevoli anche Hannah e i ribelli. E a ogni ciclo, nuovi segreti vengono alla luce, rivelando tradimenti, false identità o colpi di scena, facendo sì che nella successiva ripetizione i personaggi sappiano qualcosa in più e debbano comportarsi in maniera diversa (come in un videogioco, dove dopo ogni "morte" si torna a giocare cercando di evitare gli errori precedenti). Film di fantascienza a basso costo (una manciata di attori, riprese solo in interni e senza effetti speciali – l'ARQ è un semplice rullo che gira – se si eccettua una breve scena sul finale) e non troppo originale (lo spunto è lo stesso di "Ricomincio da capo", peraltro già ripreso più volte in chiave fantascientifica, per esempio in "Source code" o "Edge of tomorrow"), ma ben pensato e realizzato: comincia in medias res e scopre le sue carte gradualmente; e anche se si rivela un po' ripetitivo (per forza di cose), tiene lo spettatore sulle spine fino alla fine, senza smarrirsi o perdere coerenza. È il primo lungometraggio del regista (anche sceneggiatore) dopo due corti.